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	<title>NATO Archivi &#8211; MondoDem</title>
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	<description>Laboratorio di Politica Internazionale</description>
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	<title>NATO Archivi &#8211; MondoDem</title>
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		<title>Cosa davvero si dice in Germania sul 2% per la Difesa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Michelangelo Freyrie]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 30 Aug 2023 18:00:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[2%]]></category>
		<category><![CDATA[Difesa]]></category>
		<category><![CDATA[Germania]]></category>
		<category><![CDATA[NATO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’invasione russa dell’Ucraina ha portato molti governi e movimenti politici a riconsiderare le proprie posizioni, soprattutto per quel&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/673347/">Cosa davvero si dice in Germania sul 2% per la Difesa</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>L’invasione russa dell’Ucraina ha portato molti governi e movimenti politici a riconsiderare le proprie posizioni, soprattutto per quel che riguarda l’uso dello strumento militare. La Germania di Olaf Scholz è forse l’esempio più importante di questo cambio di prospettiva: dopo quasi un decennio di rinvii, scetticismo e polemiche Berlino si è finalmente impegnata ad adempiere alla cosiddetta regola del 2%. Fissata dai capi di stato e di governo dei Paesi Nato durante il summit del Galles nel 2014, il parametro impegna tutti gli stati membri dell’Alleanza Atlantica a spendere l’equivalente del 2% del proprio prodotto interno lordo in spese di Difesa.</p>



<p>Questo impegno politico è stato a lungo osteggiato da chi si oppone a un aumento delle spese militari. Fino al 2022, infatti, la maggior parte dei Paesi Nato non rispettava l’impegno assunto in sede internazionale. La guerra in Ucraina ha cambiato le cose: riconosciuta la concretezza della minaccia russa alla pace europea e la necessità di avere forze armate sufficientemente credibili da rendere qualsiasi aggressione militarmente impensabile, molti stati hanno deciso di portare le proprie spese militari all’obiettivo Nato.&nbsp; Fra essi c’è la Germania, che per motivi storici e politici (spiegati efficacemente <a href="https://www.google.com/url?sa=t&amp;rct=j&amp;q=&amp;esrc=s&amp;source=web&amp;cd=&amp;cad=rja&amp;uact=8&amp;ved=2ahUKEwj125TDrISBAxXRSfEDHYNIAIQQFnoECB0QAQ&amp;url=https%3A%2F%2Fwww.editorialedomani.it%2Fpolitica%2Fmondo%2Fgermania-scholz-esercito-tedesco-scenari-wv553tun&amp;usg=AOvVaw1hi5CXQKGm6uc6oGHBZoNP&amp;opi=89978449">qui</a> e <a href="https://www.mondodem.it/2009/">qui</a>) si era fino ad allora mostrata poco propensa a considerare la forza del proprio strumento militare (la <em>Bundeswehr</em>) come una questione prioritaria. La <em>Zeitenwende</em>, il “cambiamento epocale” causato dal ritorno della guerra in Europa, ha convinto perfino i socialdemocratici a cambiare atteggiamento – anche a causa di vent’anni di fallimentari trattative con Putin.</p>



<p>A più di un anno dallo scoppio della guerra, il cancelliere tedesco Scholz ha confermato l’impegno tedesco a raggiungere l’obiettivo 2%. Diversamente da quanto riportato in Italia, in una conferenza stampa a luglio Scholz ha detto che l’aumento strutturale delle spese militari rimane una <em>conditio sine qua non </em>della politica di difesa tedesca. Lo strumento per permettere ciò è principalmente il fondo speciale da 100 miliardi di euro (<em>Sondervermögen</em>), votato l’anno scorso dal parlamento per colmare le lacune capacitive della Bundeswehr. Dopo anni di sottofinanziamento le forze armate tedesche sono infatti prive di molti sistemi difensivi fondamentali per garantire la sicurezza della repubblica federale, da sistemi antiaerei a mezzi blindati funzionanti e perfino aerei da trasporto per rifornire le truppe schierate all’estero.&nbsp;</p>



<p>Ma la volontà tedesca di rispettare l’impegno del 2% è anche un buon caso studio delle difficili scelte politiche che ciò comporta. Il raggiungimento dell’obiettivo è infatti messo in dubbio dalla capacità (e la volontà) tedesca di mantenere un livello adeguato di spese militari anche dopo il 2025, quando il fondo da 100 miliardi sarà ormai esaurito. I tagli degli ultimi quindici anni sono infatti stati talmente pesanti che la Bundeswehr necessiterebbe di almeno 300 miliardi di euro per recuperare un livello accettabile di preparazione. Il ministro della Difesa Boris Pistorius ha addirittura suggerito che nei prossimi anni il 2% sarà verosimilmente solo un punto di partenza, e non un limite massimo di spesa. Il risultato di quattro legislature votate all’austerity è anche questa: l’urgenza della guerra richiederebbe immediatamente spese altissime e, soprattutto, un quadro pluriennale affidabile.</p>



<p>Questa dimensione temporale è la vera fonte di polemiche nel dibattito tedesco. Recuperare il terreno perduto richiederà tempo, e l’acquisizione di nuovi sistemi d’arma, il reclutamento di nuovi soldati, la ricostituzione degli stock di munizioni donati all’Ucraina e la creazione di una nuova divisione entro il 2025 sono tutte iniziative che hanno bisogno di un quadro finanziario chiaro nel medio termine. Ma la coalizione di governo, composta da socialdemocratici, liberali e verdi non è ancora riuscita a raggiungere un accordo su come garantire questa pluriennalità. La questione non è tanto nel merito, quanto nella forma. Questo è dovuto soprattutto all’ossessione liberale per il patto di stabilità: vista l’allergia verso la contrazione di nuovi debiti, è verosimile che i prossimi bilanci federali obbligheranno a fare scelte difficili riguardo la spesa pubblica.</p>



<p>I socialdemocratici temono che l’automatismo del 2% in Difesa possa aggirare il ruolo del Parlamento come istanza unica in cui vengono decise le spese federali annuali, e che vada a scapito di uscite nel sociale e in investimenti strutturali. È per questo che Scholz parla di “una media del 2%” su più anni: vuole mantenere sufficiente flessibilità impegnandosi a recuperare eventuali flessioni nel bilancio della Difesa nell’anno successivo.</p>



<p>Il tema di come finanziare le spese della Difesa accompagnerà il dibattito politico tedesco ed europeo per buona parte degli anni ‘20. È un’esigenza sostanzialmente accettata da tutto l’arco parlamentare e che richiederà una quadratura del cerchio: come si fa a mantenere un livello sufficiente di preparazione militare senza tagliare altre spese cruciali (come la transizione energetica, la digitalizzazione o il welfare)? Non è solo una questione di equità, ma anche di sicurezza e consenso. Uno stato che aumenta le spese militari ma taglia gli investimenti in ciò che permetterà alla propria società di prosperare nel ventunesimo secolo è più fragile e suscettibile ad aggressioni esterne. La coalizione di governo tedesca, che ha anche prodotto la prima strategia di sicurezza nazionale della storia tedesca, è ben consapevole della natura trasversale della sicurezza. Una cosa è però chiara: che ciò avvenga tramite più cooperazione europea, con una ridefinizione dei parametri di bilancio o con una razionalizzazione della spesa militare, il governo tedesco ha ormai legato la propria credibilità internazionale all’impegno del 2%.</p>
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		<title>Perché serve una partnership transatlantica per gli investimenti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Faini]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 09 Jun 2023 10:28:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Vincitori Winter School 2023]]></category>
		<category><![CDATA[Cina]]></category>
		<category><![CDATA[NATO]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
		<category><![CDATA[Winter School 2023]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Negli ultimi anni, le relazioni tra le capitali europee e Washington si sono deteriorate gradualmente. L&#8217;elezione di Trump&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Negli ultimi anni, le relazioni tra le capitali europee e Washington si sono deteriorate gradualmente. L&#8217;elezione di Trump ha logorato l&#8217;Alleanza atlantica, mentre la firma italiana al memorandum of understanding sulla “Belt and Road Initiative” cinese, così come i commenti del Presidente francese Macron sulla NATO “cerebralmente morta” sono esempi lampanti di una crisi nei rapporti transatlantici.</p>



<p>E‘ vero che la guerra in Ucraina ha ricordato ad Europa e USA l’importanza che la loro partnership ha neldifendere le proprie democrazie ed economie di mercato: il partenariato transatlantico rimane pero‘ ostaggio di sostanziali divergenze politiche sull’economia. La Fed ha aumentato i tassi di interesse per controllare l&#8217;inflazione negli Stati Uniti, costringendo lebanche centrali europee a fare lo stesso per mantenere credibilità’ istituzionale e attrattività &nbsp;&nbsp;di mercato, senza però curarsi delle diverse radici &nbsp;dell’inflazione europea, legata all’aumento dei costi dell’energia &nbsp;Il rialzo dei tassi ha reso più costoso per i governi europei, e in particolare quelli più indebitati come l&#8217;Italia, emettere debito per finanziare le politiche di supporto a imprese &nbsp;e famiglie. In più, l’“America First” (ereditata da Donald Trump) da un lato e l’idea d iuna “Autonomia Strategica” Europea dall’altro stanno generando delle politiche industriali semi-protezioniste che incentivano le proprie industrie a produrre e innovare a casa per competere sui mercati globali delle nuove tecnologié (rinnovabili, tecnologie verdi, semiconduttori, materie prime, terre rare). La Commissione Europea ha annunciato una serie di misure per rispondere all&#8217; “Inflation Reduction Act”, un ambizioso pacchetto americano di sussidi &#8220;verdi&#8221;. Queste misure comprendono un &#8220;Net-Zero Industry Act&#8221; per investire in tecnologie verdi europee, l&#8217;assegnazione di fondi a un nuovo &#8220;Fondo di Sovranità Europea&#8221; per sostenere l&#8217;innovazione e le industrie domestiche chiave come la difesa e i semiconduttori, e una rivisitazione delle norme sugli aiuti di stato per permettere temporaneamente ai paesi dell&#8217;UE di scoraggiare la delocalizzazione di produzioni strategiche.</p>



<p><strong>La strada da percorrere</strong></p>



<p>La partnership transaltantica &nbsp;sembra tornata vitale e vibrante, soprattutto grazie al momentum politico generato dalla NATO. Questo crea un circolo virtuoso che si può sfruttare per sviluppare un modello di cooperazione strategica per affrontare le complesse sfide internazionali che vanno oltre alla dimensione militare.</p>



<p>La variabile piu’ importante e’ la durata della guerra in Ucraina. Anche se il fronte occidentale non ha dato significanti segnali di rottura del suo supporto a Kiev, ci sono stati deglidi tensione tra alleati quando i Repubblicani statunitensi si sono lamentati del timido supporto militare degli Europei in confronto allo sforzo di Washingtonn. C’e’ il rischio che questa retorica venga esacerbata nel periodo che precede l’elezioni presidenziali americane del 2024. E’ dunque importante che l’UE promuova un dialogo costruttivo che non misuri l’impegno per l’Ucraina solo in armi e veicoli, ma che tenga conto dei costi politici, economici ed energetici asimmetrici della guerra per l’UE.</p>



<p>Se il conflitto in Ucraina si protrarrà ancora a lungo, le tensioni geopolitiche continueranno a crescere. Bruxelles sarà sempre più frustrata della riluttanza della Cina ad abbandonare la sua partnership strategica con la Russia, e sarà sempre più difficile resistere alle pressioni americane per tagliare le relazioni con Pechino. L’UE e gli USA dovrebbero migliorare il dialogo sulle proprie dipendenze strategiche e accettare le diverse velocità’ di disaccoppiamento economico dalla Cina. Il prossimo summit UE-Cina sara’ un’opportunita’ – insieme alle prossime visite di leaders europei e americani a Pechino – per mostrare un nuovo approccio transatlantico nei confronti della Cina che tenga conto delle ambizioni ed interessi di entrambi gli USA e dell’UE.</p>



<p>Il “Trade and Technology Council” (TTC) e’ un esempio virtuoso di dialogo transatlantico in settori strategici come l’AI, il 6G e le tecnologie verdi. Il TTC dovrebbe essere sfruttato per rafforzare il coordinamento transatlantico su questioni di politiche monetarie e industriali ed evitare il fuoco amico di misure protezionistiche indirizzate ad altri rivali geostrategici. Inoltre, il TTC dovrebbe diventare un forum multilaterale di promozione di standards tecnologici, di qualità e sostenibilità’ “occidentale” in mercati alleati come Giappone, Corea del Sud e l’Australia per limitare la concorrenza sleale di attori economici che non adoperano gli stessi standard.</p>



<p>In conclusione, l’alleanza transatlantica dovrebbe impegnarsi per sottrarre dall’influenza cinese e russa i paesi emergenti. Per questa ragione, l’UE dovrebbe concludere i vari accordi commerciali in sospeso con India, Indonesia, MERCOSUR e vari Paesi africani, &nbsp;con gli USA per aumentare le iniziative di sviluppo sostenibile con il duplice obiettivo di contrastare l’influenza cinese, e assicurarsi l’approvvigionamento di materie critiche e fonti energetiche. IRoma dovrebbe muoversi strategicamente nei Balcani e nel Mediterraneo, costruendo sui risultati del recente summit “L’Italia e i Balcani Occidentali” in cui e’ stato lanciato un piano da €30 miliardi di investimenti in progetti infrastrutturali nella regione. E’ anche tramite queste iniziative in Paesi terzi che l’Italia, l’UE e gli US, possono lavorare insieme per difendere le proprie democrazie e mercati in un’era di intensa competizione geostrategica.</p>



<p><em>Questo testo è fra i cinque premiati con una borsa di studio per partecipare alla Winter School di Politica Estera e Europea 2023, orgabizzata da Mondodem e dalla Friedrich-Ebert-Stiftung Italien. Gli altri pezzi sono disponibli <a href="https://www.mondodem.it/category/policy-brief/vincitori-winter-school-2023/">qui</a>. </em></p>
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		<title>Dal Fulda Gap al Suwalki Gap: Ovvero, il ruolo degli armamenti nucleari nel nuovo scenario internazionale</title>
		<link>https://www.mondodem.it/2903/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Giovanni Gasparini]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Mar 2022 12:34:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Russia e Asia centrale]]></category>
		<category><![CDATA[Armi nucleari]]></category>
		<category><![CDATA[NATO]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I pianificatori militari della NATO avevano un incubo: il Fulda Gap, il lembo di terra della valle del&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">I pianificatori militari della NATO avevano un incubo: il Fulda Gap, il lembo di terra della valle del Reno su cui si sarebbero scatenate le divisioni corazzate sovietiche e che l’Alleanza si preparava a contenere, eventualmente anche tramite l’impiego di armi nucleari tattiche.</p>



<p>Il Suwalki Gap è&nbsp; una striscia di terra lunga e stretta che coincide con il confine fra Polonia e Lituania:&nbsp; è questo, oggi, il principale candidato per un impiego di armamento nucleare tattico, se la situazione in Ucraina dovesse mettersi male. Quest’area è allo stesso tempo la congiungente fra due membri della NATO (ed EU) e il passaggio fra la Bielorussia&nbsp; e il territorio russo di Kaliningrad, che ci piace ricordare con il nome di Koenigsberg, la città di Kant, oggi gigantesca base militare&nbsp; ove stazionano anche missili balistici (e non) che possono essere, anzi molto probabilmente sono armati con testate nucleari.</p>



<p>Per i russi, questa potrebbe essere l’area ideale per testare la risolutezza dell’Alleanza Atlantica, magari dopo aver ‘lavorato sui fianchi’ con la consueta propaganda di stampo sovietico che ancora sembra aver presa nei media occidentali, spargendo disinformazioni tese a far apparire l’aggredito (l’occidente, l’Ucraina,..) come l’aggressore.</p>



<p>&nbsp;Putin &nbsp;ci ha esplicitamente minacciato con l’impego dell’arma atomica e successivamente ha firmato un ambiguo ordine di allerta delle forze nucleari, da un lato sintomo di debolezza delle sue forze convenzionali, capaci solo di sterminare la popolazione con impiego massiccio di fuoco indiretto secondo uno schema terrorista tragicamente ben noto da Grozny ad Aleppo, dall’altro irresponsabile atto d’intimidazione ed ‘escalation’ che ha costretto gli occidentali a ripensare radicalmente al ruolo delle forze nucleari.</p>



<p>I Primi Ministri europei devono imparare di nuovo la logica paradossale del conflitto nucleare, conferendo credibilità alla minaccia, anche perché potrebbero essere chiamati a prendere decisioni storiche nel giro di pochi minuti, e allora non ci sarà il tempo di leggere le decine di pagine di studi sulla materia.</p>



<p>Colpevolmente in Europa ci si è trastullati per lustri a seguire irresponsabilmente le sirene dell’irenismo, suggerendo la rinuncia unilaterale all’armamento nucleare, e si è data chiara impressione all’avversario che non vi fosse da parte occidentale una vera disponibilità ad un impiego dello stesso, minandone cosi alla radice la credibilità, e quindi l’efficacia, anche tardando l’ammodernamento delle piattaforme di lancio delle bombe aviolanciate ‘a doppia chiave’ NATO/nazionale tuttora presenti in Germania ed Italia.</p>



<p>Intanto la Russia ammodernava testate e mezzi di consegna soprattutto a livello tattico, e si trova ad avere un vantaggio di uno a tre in termini di testate no-strategiche, oltre a rivedere in termini particolarmente aggressivi le dottrine d’impiego delle stesse, che secondo diversi analisti ed osservatori è di fatto informata al principio ‘escalate to de-escalate’, ovvero prevede l’impiego in ‘first use’ anche contro forze convenzionali al fine di costringere il nemico a contenersi, trattando quindi da una relativa posizione di forza e riducendo di molto la soglia d’impiego.</p>



<p>Di fatto le forze armate russe hanno un grande incentivo a minacciare e usare armi nucleari per sopperire alle loro deficienze in ambito convenzionale; qualora lo facessero ci porrebbero davanti ad un gravissimo dilemma fra impiego e credibilità, e i numeri suggeriscono una chiara ‘escalation dominance’ russa, lasciando pertanto sempre ad essi l’iniziativa.</p>



<p>Se da un lato le armi nucleari dell’Alleanza Atlantica hanno sinora confermato il loro potere deterrente nei confronti di attacchi sul territorio della stessa (se non ci fossero state, ora saremmo a discutere di occupazione militare russa dei Baltici e della Polonia…), l’attuale dottrina NATO e americana ha mostrato tutti i suoi limiti, poiché il timore di un impiego di armi nucleari russo sta ottenendo gli effetti desiderati, non permettendo un impegno diretto convenzionale che sposterebbe decisamente la bilancia a favore dei resistenti ucraini.</p>



<p>L’aggiornamento della dottrina dovrebbe prevedere qualche forma di esplicita di ‘forward defence’, allargata al di fuori dell’immediato territorio dell’Alleanza, in casi di imminenza d’aggressione (come nel caso ucraino); per poter agire da deterrente ciò va reso chiaro al potenziale avversario anticipatamente.</p>



<p>E non solo la NATO dovrebbe pensarci: sulle prossime elezioni presidenziali americane aleggia lo spettro di Trump, l’uomo di Putin a Washington DC, e di un partito repubblicano ridotto a un comitato d’affari fondamentalmente anti-liberale, anti-democratico, anti-americano, isolazionista ed strutturalmente anti-europeo.</p>



<p>Non è improbabile che Putin abbia atteso e rinviato interventi pianificati già dal 2014 nella speranza che nel suo secondo mandato Trump distruggesse la NATO dall’interno, per poi ottenere ciò che voleva con un limitatissimo uso della coercizione.</p>



<p>La situazione attuale in cui si trova l’Ucraina è frutto dell’operato di due leader strutturalmente autoritari, e uno di questi è Trump.</p>



<p><strong>Gli europei pertanto hanno circa tre anni per sviluppare un deterrente strategico allargato a partire da quello francese</strong>, grazie anche al capovolgimento della politica estera e di difesa tedesca avvenuto come conseguenza dell’aggressione russa e della totale perdita di credibilità di Putin e del suo apparato di lacchè.</p>



<p>A questo<strong> deve aggiungersi</strong> <strong>una credibile integrazione delle forze convenzionali di difesa dell’UE</strong>, poiché l’unica loro vera debolezza è la divisione generata dal carattere nazionale dei suoi apparati e la dipendenza tecnologica dagli USA; spendere di più non basterà.</p>



<p>Senza il Regno Unito, ci sono meno capacità disponibili (anche se rimangono le cooperazioni in ambito NATO), ma cade anche l’alibi dell’opposizione inglese alla Difesa Europea. Il 24 febbraio 2022 è iniziata una maratona che ridefinirà il quadro di sicurezza generale. La scelta è chiara: unirsi o soccombere, scomparendo uno ad uno come 30 piccoli indiani. Pensare l’impensabile alla fine ci salverà.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/2903/">Dal Fulda Gap al Suwalki Gap: Ovvero, il ruolo degli armamenti nucleari nel nuovo scenario internazionale</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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		<title>Germania: A occhi chiusi nel neutralismo?</title>
		<link>https://www.mondodem.it/2009/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Michelangelo Freyrie]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 16 May 2020 16:01:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Lo stato della sinistra]]></category>
		<category><![CDATA[Germania]]></category>
		<category><![CDATA[NATO]]></category>
		<category><![CDATA[Nucleare]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dal 1982, quando Helmut Schmidt venne sfiduciato dal suo stesso partito per aver approvato lo schieramento di missili&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/2009/">Germania: A occhi chiusi nel neutralismo?</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Dal 1982, quando Helmut Schmidt venne sfiduciato dal suo stesso partito per aver approvato lo schieramento di missili Pershing americani, l’SPD tedesco si dibatte fra pacifismo a oltranza e posizioni più moderate e realiste, sia riguardo gli interventi armati all’estero che riguardo il nucleare. La diatriba ha però assunto tutta una nuova dimensione. La politica di difesa tedesca, infatti, si è ormai trasformata in terreno di scontro fra l’ala più tradizionalmente euro-atlantica del partito e il nuovo corso, pseudo-corbynista, dei nuovi segretari Esken e Borjan.</p>



<p>Come è spesso il caso, i socialdemocratici manifestano platealmente movimenti tettonici che riguardano in realtà dinamiche interne a tutta la sinistra tedesca. In marzo, un <a href="https://www.zeit.de/politik/deutschland/2020-03/gruen-rot-rote-koalition-bundestagswahl-waehlerumfrage" target="_blank" rel="noreferrer noopener">sondaggio </a>aveva suggerito che, per la prima volta da anni, una coalizione verde-rossa-rossa (quindi fra ecologisti, socialdemocratici e sinistra radicale Linke) avrebbe potuto formare una maggioranza parlamentare. L’occasione sembra aver suscitato <a href="https://www.spiegel.de/politik/deutschland/linke-parteispitze-draengt-auf-rot-rot-gruen-a-038f894f-9730-4059-82d7-fd10f0fe8e33" target="_blank" rel="noreferrer noopener">sommovimenti </a>in seno ai tre partiti per accelerare una possibile convergenza di tutto il campo progressista.</p>



<p>A dire il vero, già durante le trattative per l’abortito governo CDU-Verdi-Liberali, gli ecologisti si erano mostrati molto concilianti su interventi militari e budget della difesa, una tendenza che si è solo rafforzata negli ultimi sei mesi. A suo modo, anche la Linke si era mossa, nominando a sorpresa il grande vecchio Gregor Gysi portavoce per la politica estera ed impedendo così l’elezione di candidati più smaccatamente sovranisti ed anti-atlantisti.</p>



<p>La trasformazione della politica di difesa socialdemocratica non sarà altrettanto indolore. Il dibattito sul merito, infatti, si accavalla alla resa dei conti fra la nuova segreteria di Esken e Borjan e il cosiddetto <em>Seeheimer Kreis</em>, la corrente di appartenenza di notabili quali il ministro Olaf Scholz, l’ex cancelliere Gerhard Schröder, l’ex candidato cancelliere Martin Schulz, il presidente della repubblica ed ex ministro degli esteri Frank Walter Steinmeier.</p>



<p>Che lo scontro fosse nell’aria si era capito a inizio anno, quando il portavoce per la difesa Fritz Felgentreu (un membro diciamo ‘non praticante’ del <em>Seeheimer</em>) presentò la <a href="https://www.swp-berlin.org/10.18449/2020A19/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">nuova proposta</a> SPD per la difesa europea, che prevedeva una piccola formazione militare a disposizione della Commissione, abbastanza autonoma per poter intervenire in focolai di crisi e idealmente un primo germe di un futuro esercito europeo. Il risultato fu qualche rilancio di agenzia, discussione fra i soliti noti, poi nulla. In molti sospettarono che l’iniziativa sia stata affossata dalla segreteria, generalmente poco entusiasta di qualsiasi cosa in mimetica, con o senza la bandierina a dodici stelle.</p>



<p>Poi è arrivato il caso Högl. La miccia che ha dato fuoco allo scontro è stata la scadenza del mandato di Hans-Peter Bartels, il <em>Wehrbeauftragter, </em>o plenipotenziario del Bundestag in materia di difesa: figura unica all’ordinamento tedesco, è il garante della supremazia del parlamento sulle forze armate, vigila affinché l’esercito promuova valori democratici e funge da ombudsman per le truppe. In tale ruolo, Bartels si era molto impegnato affinché la Bundeswehr godesse di un budget adeguato, indicando per di più l’integrazione europea come obiettivo morale e civico per l’esercito tedesco.  A lui è succeduta &nbsp;la giurista Eva Högl, scelta dalla nuova segreteria. Högl non ha alcuna esperienza nel campo né sembra nutrire alcun interesse per le questioni strategiche, preferendo concepire il proprio ruolo come semplice “avvocato dei soldati”.</p>



<p>La terza e più recente polemica interna alla SPD sulle questioni della difesa è ancora in corso e riguarda la condivisione nucleare. Come in Italia, la Luftwaffe ha la responsabilità di impiegare armi nucleari americane stanziate sul territorio tedesco in caso di <em>escalation</em> nucleare, una politica NATO osteggiata da molti socialdemocratici. La Repubblica Federale dovrebbe decidere a breve l’acquisto di aerei che vadano a sostituire i vecchi caccia Tornado,  gli unici nell’arsenale tedesco armabili con le bombe B-61 statunitensi. Cogliendo la palla al balzo, il segretario (assieme a molti altri) si è <a href="https://www.tagesschau.de/inland/nukleare-teilhabe-streit-101.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">opposto </a>fermamente alla possibilità che in Germania possano rimanere “armi disumane” operate da un presidente “imprevedibile”: il problema, secondo Borjans, sarebbe quindi l’America di Trump. La condivisione nucleare, tuttavia, è un elemento fondamentale per il rapporto transatlantico, e quindi ingombrante e difficile da rimuovere. Un suo ritiro susciterebbe, a dire dei suoi sostenitori, seri dubbi sulla volontà tedesca di farsi carico della difesa collettiva della NATO. &nbsp;</p>



<p>La polemica infuria, con grandi firme giornalistiche (ma anche il grande storico di rito schmidtiano Heinrich Winkler) che accusano il partito di rinunciare alla responsabilità di governo. Ciò che fa più impressione è forse quanto queste scelte, forse legittime se lette isolatamente, giungano al termine di un sistematico rifiuto di considerare qualsiasi alternativa, a partire dal rafforzamento della difesa europea. Per quanto diverse figure nel partito e nella fondazione FES cerchino un consenso europeo in materia di difesa, essi rischiano di perdere ogni tipo di copertura politica a Berlino. E anche se è difficile vedere malignità in quella che è una “semplice” resa dei conti interna, il vero rischio è che l’SPD scivoli per sbaglio in quella neutralità isolazionista che sembrava aver superato con Willy Brandt.&nbsp;</p>
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		<title>Migliore amico, peggior nemico?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[V.B.]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 17 Jul 2018 18:34:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Italia nel mondo]]></category>
		<category><![CDATA[difesa europea]]></category>
		<category><![CDATA[NATO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il disastroso vertice NATO di Bruxelles ha dimostrato oltre ogni ragionevole dubbio, se ancora ce ne fosse stato&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il disastroso vertice NATO di Bruxelles ha dimostrato oltre ogni ragionevole dubbio, se ancora ce ne fosse stato bisogno, che <strong>il Presidente degli Stati Uniti considera l’Alleanza Atlantica un fardello</strong> e non uno strumento prezioso.</p>
<p>L’unica ragione per cui Trump mantiene, a malincuore, il suo paese nell’Alleanza è la forza inerziale di una storia settantennale, con tutto il suo carico di accordi, cooperazione, legami, eccetera, che fortunatamente non possono essere dissolti in un paio d’anni.</p>
<p>Anche se gli Usa pensano di poterne fare a meno, la NATO continua però ad essere chiaramente essenziale per la sicurezza europea e italiana. Militarmente, i paesi UE non sono ancora neanche in grado di esprimere una vera forza di intervento, figurarsi se possono assumere da soli il peso di una difesa territoriale (per non parlare dell’ombrello nucleare). Politicamente, la NATO continua a costituire una utile placenta che contribuisce a tenere insieme gli Stati membri di una Unione talmente fragile da rischiare di spaccarsi sotto i colpi di una crisi largamente immaginaria, quella dei migranti. La situazione, quindi, è che come europei continuiamo ad essere dipendenti da un’Alleanza oggi disprezzata dal suo principale garante e sostenitore materiale. Una situazione, com’e evidente, assai pericolosa.</p>
<p>Ancora peggio, il nostro protettore sembra lavorare apertamente alla destabilizzazione di alcuni paesi alleati (Germania e Regno Unito) e allo sfaldamento dell’UE che, afferma esplicitamente, è da considerare entità estranea e nemica alla stregua di Cina e Russia. Anzi, a giudicare dall’incredibile vertice bilaterale di Helsinki, definito da un commentatore americano “<em>the surrender summitt</em>”, il Presidente sembra più che pronto ad impostare una trattativa bilaterale con Mosca senza tenere in alcun conto gli interessi europei. Nell’era Trump, <strong>gli Stati Uniti rischiano di essere non solo il nostro miglior amico, ma anche il nostro peggior nemico</strong>.</p>
<p>Anche se la tentazione di rispondere al biondastro Presidente con la sua stessa moneta è comprensibilmente forte, semplicemente non ce lo possiamo permettere. Abbiamo accettato per 60 anni la protezione degli Stati Uniti in cambio della libertà di spendere i nostri soldi in burro anziché in cannoni: <strong>ora non siamo (ancora) in grado di camminare da soli</strong>. Pertanto, è nell’interesse degli Stati europei <strong>continuare a sostenere in ogni modo la NATO</strong> contrastando l’azione distruttiva di Trump. Allo stesso tempo, la concreta materializzazione del rischio insito in ogni rapporto di dipendenza – che cioè ad un certo punto il protettore decida, a torto o a ragione, di abbandonare il protetto – dovrebbe spingerci ad un colpo di reni in direzione di una maggiore integrazione e indipendenza.</p>
<p>Prendere sul serio l’Europa della difesa potrebbe contribuire al perseguimento di entrambi gli obiettivi. Negli ultimi due anni è stato fatto uno sforzo serio, da parte sia degli Stati membri che delle istituzioni europee, per lanciare una serie di strumenti che, se correttamente sviluppati e utilizzati, potrebbero nel giro di pochi anni produrre risultati visibili e concreti. La Cooperazione Strutturata Permanente (PESCO) tra gli Stati membri va resa più ambiziosa e concreta: il Fondo Europeo per la Difesa per la Commissione, la cui regolamentazione verrà discussa proprio ora, deve essere strutturato in modo da garantire lo sviluppo di nuove capacità e non solo fondi alle industrie: i vari strumenti sviluppati nell’ambito dell’Agenzia Europea per la Difesa (CDP, CARD, OSRA e tutto il resto della “zuppa di acronimi”) hanno grandi potenzialità ma necessitano del costante sostegno e della partecipazione degli Stati europei.</p>
<p>Questo enorme lavoro dovrebbe essere meglio comunicato ai cittadini, spiegando che contribuirà a massimizzare la sicurezza di tutti, e presentato come un contributo europeo alla sicurezza comune molto più rilevante del “2%”, concetto insensato e tossico che andrebbe dimenticato e seppellito per sempre.</p>
<p>Roma, che già oggi è uno degli attori principali in questo vasto processo, dovrà continuare a spingere e sollecitare i partner a perseguire con costanza lo sviluppo di questa pletora di strumenti, i quali potranno dare frutti solo se godranno della costante attenzione politica da parte delle grandi capitali. Ce ne sarà parecchio bisogno: nel 2019, tra la Brexit e l’elezione di un nuovo Parlamento Europeo, una nuova Commissione e un nuovo Alto Rappresentante, l’attenzione degli Stati membri sarà un bene assai ricercato. E la tendenza degli USA a legare questioni economiche a quelle di difesa lascia presagire un futuro tentativo di indurre uno o più Stati membri a togliere il piede dall’acceleratore sulla difesa europea in cambio di vantaggi commerciali. Eppure, alla luce dell’evoluzione dei rapporti transatlantici, <strong>la costruzione di un’Europa della difesa</strong> <strong>deve divenire un obiettivo strategico prioritario</strong>, non più solo qualcosa di semplicemente desiderabile o auspicabile.</p>
<p>Convincere Trump del valore della NATO sembra un’impresa impossibile. L’uomo, semplicemente, non crede nelle alleanze internazionali, ma solo in accordi contingenti e transazionali. L’unico modo per spingerlo a limitare i suoi istinti distruttivi è quindi convincerlo che l’Europa sia un partner forte e credibile. Se poi la cosa non dovesse funzionare, <strong>avere una capacità di azione militare autonoma sarà ancora più necessario</strong>.</p>
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		<title>Notizie False e Guerra Ibrida</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Davide Corazzini]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 15 Jan 2017 10:12:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Democrazia 2.0]]></category>
		<category><![CDATA[Cybersecurity]]></category>
		<category><![CDATA[Fakenews]]></category>
		<category><![CDATA[Globalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[Internet]]></category>
		<category><![CDATA[NATO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La diffusione di internet su scala globale ha permesso di aumentare in maniera talmente sensibile la quantità e&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La diffusione di internet su scala globale ha permesso di aumentare in maniera talmente sensibile la quantità e la qualità delle <strong>informazioni</strong> da risultare rivoluzionaria in quasi tutti i settori della vita umana, dalla politica all’economia.</p>
<p>Se l’economia è uno dei settori che ha risentito maggiormente dell’avvento della società dell’informazione, anche il settore della difesa ne è stato profondamente influenzato. Nato in ambienti <strong>militari</strong> come mezzo di comunicazione in caso di emergenza, internet è entrato in maniera organica nella dottrina militare statunitense già negli anni ’90 con la cosiddetta “Revolution in Military Affairs”, che ha teorizzato e sistematizzato l’informatizzazione dello strumento militare, ormai net-centrico nella fase di raccolta ed elaborazione dei dati sensibili, nonché razionale e discrezionale nell’attività di “targeting”.</p>
<p>Fatta questa premessa, non possiamo non notare come in campo strategico il contesto attuale sia comunque caratterizzato da un’enorme sproporzione tecnologica e dottrinale tra i paesi <strong>NATO</strong> (e in particolare gli Stati Uniti) e quelli che possono essere considerati i loro principali avversari di portata strategica, cioè Russia e Cina. Infatti, al netto delle politiche di ammodernamento attualmente in corso a Mosca e a Pechino, nonché della capacità di esprimere una volontà politica tale da sostenere un intervento militare prolungato di tipo convenzionale, il divario tra Occidente ed Oriente rimane talmente grande da poter essere efficacemente colmato solamente attraverso modalità di ingaggio non convenzionali, che si esplichino spesso in maniera preventiva e su una moltitudine di piani, da quello militare a quello politico, passando per la dimensione <strong>informatica</strong> e comunicativa.</p>
<p>È pertanto in questo quadro di riferimento che andrebbe inserito e interpretato, almeno da un punto di vista puramente strategico, l’attuale dibattito sugli effetti politici di quelle che vengono ritenute, da più fonti, vere e proprie campagne di <strong>disinformazione</strong> sul <strong>web</strong> e che tanto sembrano preoccupare le cancellerie occidentali, specialmente dopo il per certi versi sorprendente risultato delle recentissime elezioni presidenziali negli Stati Uniti.</p>
<p>Infatti secondo numerosi osservatori, per altro trasversali allo spettro politico, tale risultato non sarebbe stato possibile se prima non fosse stato preceduto da quella che viene considerata una vera e propria campagna di disinformazione, non solo montata ad arte dal candidato poi risultato vincitore, ma apparentemente alimentata da una serie di rivelazioni che sarebbero state addirittura estratte grazie all’operato di ambienti informatici clandestini vicini ai servizi segreti russi. Queste informazioni, dal grado di effettiva sensibilità oggettivamente molto variabile, ma comunque politicamente imbarazzanti, sarebbero state messe successivamente a disposizione dei media attraverso portali online solamente in apparenza neutri, al fine di creare un clima ostile all’affermazione del candidato inizialmente dato per vincente e maggiormente suscettibile di continuare quel progetto economico e politico che – bene o male – va avanti dalla fine della guerra fredda e che, di fatto, è spesso risultato ostile agli interessi di un Paese come la Russia.</p>
<p>Ovviamente, l’apparente capacità russa di creare e diffondere contenuti dal grande potenziale virale, sia offline che online, sarebbe ben poca cosa se non facesse leva su una debolezza intrinseca dell’Occidente di oggi, sempre più impoverito da una <strong>globalizzazione</strong> economica che ha spostato in Asia il proprio centro di gravità e sempre più impaurito di fronte ad un fenomeno migratorio visto come incontrollato e incontrollabile. È quindi in questo scenario di profonda inquietudine che agisce la narrativa cosiddetta “populista”, la quale, servendosi anche degli strumenti tipici della “<strong>disinformatia</strong>”, mira a orientare il dibattito pubblico e a offrire una realtà delle cose il più aderente possibile a quello che viene ritenuto essere l’idem sentire dell’<strong>opinione pubblica</strong>, in opposizione a quella che, a torto o ragione, viene ormai percepita come una élite colta, ricca e cosmopolita, ormai distaccata dalla realtà.</p>
<p>Il tema della disinformazione appare tra l’altro strettamente legato a quello della sicurezza informatica ed entrambe le questioni, alla luce degli ultimi accadimenti, risultano peraltro estremamente attuali. Se è vero, come sembra, che l’apparentemente stato confusionale delle nostre opinioni pubbliche può essere imputato anche a cause non strettamente oggettive, ma frutto di una manipolazione artatamente condotta dall’esterno, risulta allora di primaria importanza poter difendere i propri assetti politici ed economici dall’azione malevola di agenti ostili ai nostri interessi.</p>
<p>Poiché ormai la dimensione <strong>cyber</strong> costituisce a tutti gli effetti la “quinta dimensione” dei moderni conflitti armati (dopo terra, mare, aria e spazio), i principali Paesi del mondo stanno dedicando sempre più risorse, sia umane che economiche, a uno sviluppo tecnologico e dottrinario che consenta di incrementare le proprie capacità di attacco e difesa in ambiente informatico.</p>
<p>Di fronte all’evenienza che paesi stranieri dalle agende politiche potenzialmente confliggenti con le nostre possano, di fatto influenza in maniera determinante l’esito delle prossime tornate elettorali europee, diventa quindi di particolare attualità l’esigenza di razionalizzare e modernizzare l’impianto di <strong>cybersecurity</strong> del nostro paese, ovviamente in linea con le migliori pratiche dei nostri alleati, attuando possibilmente, a livello nazionale, quella centralizzazione delle attività di coordinamento e controllo che da più parti viene auspicata come necessaria a garantire la sicurezza e la competitività del nostro sistema politico ed economico nazionale, specialmente in una fase storica che sta vedendo la rapida affermazione dell’interconnessione totale tra gli oggetti del vivere quotidiano (<strong>IoT – Internet of Things</strong>).</p>
<p>Tutto ciò pone ovviamente degli interrogativi in particolare a un paese come il nostro, peraltro perennemente in bilico tra una solida e incrollabile fede nell’alleanza euro-atlantica e la necessità di differenziare le proprie relazioni politiche ed economiche, spesso guardando a est, per compensare un quadro continentale e/o atlantico non sempre particolarmente benevolo.</p>
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		<title>E’ ora di difendere la Nato, ma soprattutto il nostro interesse nazionale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[V.B.]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 19 Dec 2016 12:58:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Italia nel mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[M5S]]></category>
		<category><![CDATA[NATO]]></category>
		<category><![CDATA[PD]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dal 1976, da quando cioè Enrico Berlinguer dichiarò che neanche il PCI si opponeva più alla partecipazione alla&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Dal 1976, da quando cioè Enrico Berlinguer dichiarò che neanche il PCI si opponeva più alla partecipazione alla Nato, nessun grande partito italiano ha mai chiesto di abbandonare l’<strong>Alleanza atlantica</strong>. La ragione è evidente: l’Italia non guadagnerebbe nulla dall’abbandonare una coalizione di Stati che hanno promesso di accorrere in difesa l’uno dell’altro in caso di aggressione. Al contrario, perderebbe la garanzia di sicurezza fornita dallo stesso patto, trovandosi irrimediabilmente isolata in un ambiente internazionale che va purtroppo facendosi ogni giorno più difficile e pericoloso.</p>
<p style="text-align: justify;">A lavorare a questo scopo ci ha però pensato il <strong>Movimento 5 Stelle</strong>. Ad agosto, la Camera ha cominciato l’esame di una proposta di legge di iniziativa popolare, sponsorizzata dai 5 Stelle, intitolata “<a href="http://documenti.camera.it/Leg17/Dossier/Pdf/ES0507.Pdf">Trattati Internazionali, basi e servitù militari</a>”. Il progetto, giustamente affossato in Commissione Affari Esteri, chiedeva di fatto l’uscita dell’Italia dall’Alleanza atlantica, ma in modo indiretto e bizzarramente contorto. Secondo i proponenti, ad esempio, tutti i trattati internazionali avrebbero dovuto essere nuovamente autorizzati dal Parlamento ogni cinque anni: ma non avrebbero potuto essere rinnovati trattati e accordi militari con Paesi la cui legislazione non escluda l&#8217;utilizzo di armi nucleari (e cioè Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia, i principali alleati atlantici).</p>
<p style="text-align: justify;">Non sembra valere la pena di discutere sul contenuto di questo progetto, del resto già ampiamente smontato nella discussione parlamentare. Va invece osservato che, dopo l’appartenenza all’<strong>UE</strong>, anche il secondo cardine sul quale regge da decenni la politica estera italiana  &#8211; cioè la <strong>Nato</strong> &#8211; rischia ormai di essere esposto ad un attacco politico diretto. Questo tentativo dei 5 Stelle, obliquo e goffo, è stato facilmente rintuzzato, anche perché gli stessi 5 Stelle non lo hanno sostenuto con forza né sono in grado di proporre una scelta strategica alternativa. Ma le azioni dei grillini contro l’Alleanza atlantica sembrano farsi più frequenti ultimamente: già in giugno il Movimento, al Senato, in una mozione sul Vertice di Varsavia, aveva chiesto al Governo di “<a href="http://aic.camera.it/aic/scheda.html?core=aic&amp;numero=6/00196&amp;ramo=S&amp;leg=17">considerare esaurite le motivazioni dell&#8217;adesione italiana alla NATO</a>”. Nell’analoga mozione presentata dai 5S alla Camera questa frase non era stata inserita, <a href="http://formiche.net/2016/07/07/italia-fuori-dalla-nato-le-due-diverse-visioni-del-movimento-5-stelle-tra-camera-e-senato/">apparentemente per l’intervento moderatore di Luigi Di Maio</a>. Non è quindi da escludersi che, anche in considerazione della possibile perdita di influenza di Di Maio a causa della pessima gestione della situazione a Roma, i grillini intensifichino nel prossimo futuro la loro azione a sostegno dell’uscita dell’Italia dalla Nato, magari in chiave elettorale.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ pertanto urgente riflettere su come il <strong>Partito Democratico</strong> possa affrontare una eventuale prossima sfida, a livello di discussione pubblica, che il <strong>M5s</strong> potrebbe imporre sul tema Nato, evitando di commettere nuovamente gli errori sui quali è già inciampato in passato nella discussione pubblica di temi di <strong>politica estera</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Per troppi anni, ad esempio, i partiti europeisti hanno trascurato di elaborare chiaramente di fronte all’opinione pubblica le ragioni di base del loro sostegno all’<strong>Europa</strong>, ma anche di discuterne le debolezze e di presentare le proprie proposte con voce forte. Il risultato è stato di lasciare ampie praterie alle forze anti-europee per imporre la loro “narrativa” sull’Europa delle banche e simili sciocchezze, narrativa che si è però ormai radicata a livello popolare. Abbiamo perso la battaglia delle idee, nonostante la ragione fosse dalla parte nostra: e siamo passati, di fronte all’opinione pubblica, come quelli che rappresentano i difensori dei poteri forti e dell’Europa matrigna.</p>
<p style="text-align: justify;">Allo stesso modo, per troppo tempo si è lasciato campo libero a coloro, anche all’interno del Partito Democratico, che presentano la partecipazione italiana al progetto F35 come un inutile spreco, o peggio ancora come un affare di chissà quali influenze oscure. Anche in questo caso, abbiamo difeso le nostre idee e scelte con atteggiamento quasi di scusa: per colpa delle nostre stesse ambiguità e reticenze, abilmente sfruttate dai vari movimenti pacifisti, abbiamo perso la battaglia dell’opinione pubblica. E siamo finiti a sostenere quasi di nascosto e con vergogna una posizione corretta.</p>
<p style="text-align: justify;">Non possiamo permetterci un simile atteggiamento nel caso in cui la prossima sfida ci venisse posta sull’appartenenza all’Alleanza atlantica. Dobbiamo forse fare maggiore chiarezza su quali sono le nostre motivazioni e i nostri obiettivi (non sarebbe ad esempio il caso di creare, all’interno della Segreteria nazionale, un Responsabile Difesa?). Dobbiamo preparare il terreno, sollecitando ed intensificando le occasioni di confronti sui temi della difesa, e dobbiamo essere pronti a scendere in campo con convinzione per difendere l’adesione dell’Italia alla Nato: non perché questa sia un tradizionale “totem” inscalfibile della politica estera italiana, ma perché è una scelta coerente con i nostri interessi e la nostra sicurezza.</p>
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		<title>La nuova amministrazione USA e la NATO</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 15 Nov 2016 14:51:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[USA e Americhe]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni USA]]></category>
		<category><![CDATA[NATO]]></category>
		<category><![CDATA[Trump]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Giovanni Faleg* La vittoria di Donald Trump alle elezioni presidenziali americane rischia di gettare un’ombra sul futuro&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Di Giovanni Faleg*</em></p>
<p>La vittoria di Donald Trump alle elezioni presidenziali americane rischia di gettare un’ombra sul futuro dell’Alleanza Atlantica. Dalla campagna elettorale di Trump sono infatti emersi chiaramente alcuni elementi che potrebbero caratterizzare il nuovo approccio della Casa Bianca al mondo: un ritorno all’isolazionismo ed un rifiuto dell’interventismo militare, tranne nei casi di minaccia diretta agli interessi ed alla sicurezza americana; lo scetticismo nei confronti delle istituzioni multilaterali, a vantaggio di accordi bilaterali <em>ad hoc</em>; il riavvicinamento alla Russia di Vladimir Putin; e una marcata antipatia nei confronti della NATO, considerata una organizzazione “obsoleta” in cui gli Stati Uniti pagano a caro prezzo (senza essere rimborsati) i costi per la difesa del continente europeo.</p>
<p>Non sorprende quindi che l’elezione di Trump abbia creato un certo nervosismo al quartier generale della NATO a Bruxelles, e fra gli alleati, soprattutto se si considera l’aumento e la diversificazione delle minacce alla sicurezza europea provenienti dal vicinato orientale e meridionale. Ad esempio, gli stati del Baltico – Estonia, Lettonia, Lituania – sono particolarmente preoccupati dalla possibilita’ che gli Stati Uniti non intervengano nel caso in cui venga attivato la clausola di difesa collettiva dell’Alleanza (L’Articolo 5 del Trattato di Washington, in base al quale un attacco contro un alleato e’ considerato come un attacco verso tutti gli alleati), il che ridurrebbe notevolmente le capacita’ di deterrenza nei confronti della Russia.</p>
<p>La sopravvivenza stessa della NATO e’ messa a repentaglio nella misura in cui l’assenza dell’ombrello Americano spingerebbe gli stati europei a cercare alternative per garantire la propria difesa territoriale e la sicurezza e stabilita’ nel vicinato, ad esempio potenziando la politica di sicurezza e di difesa dell’Unione Europea. Senza la garanzia politico-strategica di un’impegno Americano sul continente europeo, la NATO non ha ragione di esistere.</p>
<p>Detto questo, lo scenario da incubo di un voltafaccia dell’amministrazione Trump nei confronti della NATO ed a vantaggio di un’intesa con la Russia e’ possibile, viste le dichiarazioni, ma non necessariamente probabile. La polemica sul <em>burden-sharing e</em> i dubbi sulla garanzia nucleare (e convenzionale) americana a difesa del continente europeo hanno fatto sempre parte della dialettica transatlantica durante e dopo la Guerra Fredda. In piu’ di un’occasione, un candidato alla Presidenza ha dichiarato la propria intenzione di ridurre l’impegno Americano in Europa, senza che poi si verificassero grossi cambiamenti. E’ quindi verosimile che la Presidenza abbia un effetto “mitigante” e che Trump aggiusti alcuni aspetti della propria politica estera, anche in funzione delle complesse relazioni con il complesso militare-industriale statunitense, con l’establishment del Partito Repubblicano (che controlla il Congresso) e di dinamiche geopolitiche in evoluzione. Si spera pertanto che le parole del candidato siano diverse dalle azioni del presidente.</p>
<p>In conclusione, nonostante i toni della campagna elettorale e l’inevitabile nervosismo dei partners europei, appare assai improbabile che l’elezione di Trump porti allo scenario-incubo di smantellamento della NATO. Piu’ realistico invece (e ragionevole) uno scenario in cui l’allentamento dei rapporti transatlantici, come risultato di un minore interventismo e multilateralismo Americano e di una maggiore <em>realpolitik</em> repubblicana, porti ad un rafforzamento della cooperazione UE in materia di sicurezza e di difesa, ammesso e non concesso che forze europeiste prevalgano su movimenti populisti o partiti estremisti in paesi chiave dell’Unione, a cominciare dal nostro paese. Oggi piu’ che mai, l’Unione fa la forza.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>*Giovanni Faleg e’ Segretario del Circolo PD di Washington. E’ consulente alla Banca Mondiale e ricercatore presso il Centre for European Policy Studies. Twitter: @gioFALEG </em></p>
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		<title>L’allargamento ai Balcani occidentali di un’Europa in crisi: quali prospettive per il ruolo Italiano?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 14 Nov 2016 14:56:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Italia nel mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Allargamento]]></category>
		<category><![CDATA[Balcani]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Andrea Frontini* La pubblicazione, il 9 novembre scorso, del ‘Pacchetto Allargamento 2016’ (pagella periodica della Commissione sulla&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Di Andrea Frontini*</em></p>
<p>La pubblicazione, il 9 novembre scorso, del ‘Pacchetto Allargamento 2016’ (pagella periodica della Commissione sulla <em>performance</em> dei singoli paesi candidati all’ingresso nell’Unione Europea), e la discussione, nel Parlamento italiano, del Protocollo di adesione del Montenegro all’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord (NATO), hanno conferito nuova visibilità al processo di stabilizzazione e integrazione europea dei Balcani occidentali (in gergo meno burocratico, l’ex Yugoslavia socialista, meno Slovenia e Croazia, più Albania). Un <em>dossier</em> troppo spesso assente, se non su un piano prevalentemente retorico, dalle reali priorità politiche tanto di Bruxelles quanto, seppure con le specificità che si diranno, della stessa Roma.</p>
<p>Ciò avviene in una fase quantomeno critica per la generale stabilità della regione; una stabilità a lungo considerata ‘inevitabile’, dopo che lo storico Vertice di Salonicco del giugno 2003 aveva inteso rimediare agli orrori delle guerre balcaniche degli anni novanta, offrendo a termine l’ingresso in Europa dell’intera regione. Ma se il processo di allargamento ha pure registrato in questi anni importanti successi, tra cui l’ingresso della Croazia, l’accordo sulla normalizzazione serbo-kosovara o i progressi compiuti da Albania e Serbia verso l’adesione all’UE, i Balcani rimangono esposti a rischiose tensioni politiche e etnico-religiose, stagnazione socio-economica, debole stato di diritto e (conseguenti) fenomeni diffusi di corruzione e crimine organizzato. A ciò si sono aggiunte dinamiche senz’altro complicanti, quali la crisi migratoria lungo la ‘rotta balcanica’ dello scorso anno, e l’attivismo economico-commerciale e/o politico-strategico di Russia, Cina, Turchia e paesi del Golfo.</p>
<p>Anche nella ‘casa europea’ non mancano, del resto, difficoltà attinenti sia alle <em>technicalities</em> del <em>dossier</em> che al generale clima politico dell’UE. Da un lato, l’allargamento appare vittima di una pericolosa ‘nazionalizzazione’, con diversi Stati membri inclini a inasprire i requisiti tecnici e politici richiesti ai candidati balcanici al fine di trarne vantaggi in termini di consenso interno (anche a fronte di opinioni pubbliche euroscettiche) o concessioni sul piano bilaterale. Dall’altro, la profonda crisi politica, economica e in senso lato morale che attraversa da anni il Vecchio Continente, approfondita recentemente dagli esiti del <em>referendum</em> britannico, rischia di aggravare ulteriormente il già palpabile ‘affaticamento’ del sogno europeo dei Balcani.</p>
<p>Dinnanzi a questa formidabile combinazione di sfide e incertezze, l’Italia, Paese da sempre a favore dell’europeizzazione dei Balcani, rimane un attore-chiave per ridare credibilità, efficacia e certezza alla ‘promessa’ di Salonicco. Ruolo però, quello italiano, non sempre adeguatamente compreso e valorizzato dalla classe politica nazionale, con ricadute negative per l’azione diplomatica specifica, e la più generale visibilità, anche sul piano della comunicazione interna ed esterna, del nostro Paese.</p>
<p>In particolare, da storica priorità geografica della nostra politica estera, seconda forse al solo Mediterraneo, i Balcani hanno lentamente ma inesorabilmente ceduto il passo a temi più urgenti per la proiezione internazionale dell’Italia, dalla crisi migratoria, al <em>dossier</em> libico, ai rapporti con la Russia, venendo in parte, e di fatto, delegati alla gestione certo minuziosa ma essenzialmente tecnico-burocratica delle istituzioni europee.</p>
<p>Più in generale, e pur con le debite eccezioni, dall’agenda internazionale del Governo ai dibattiti in sede parlamentare sul tema, sembra evincere una certa, perdurante disattenzione della nostra classe dirigente verso i Balcani. Un’assenza che, se ha goduto del ruolo supplente che il mondo privato, la società civile e alcune Amministrazioni dello Stato come Esteri, Difesa, Giustizia ed Interni, hanno garantito in virtù del loro diverso operato nella regione, ha talvolta lasciato Roma ai margini di iniziative a forte valenza politica che, pur con un’etichetta europea, altre capitali hanno condotto nella regione, come il ‘Processo di Berlino’ a guida tedesca dell’estate 2015 o il ‘Piano per la Bosnia’ anglo-tedesco dell’inverno precedente.</p>
<p>Appare quindi necessario e doveroso, per il nostro Paese, riprendere con coraggio e visione il ‘timone’ della rotta europea dei Balcani. Un timone, beninteso, retto da più ‘mani’ – istituzioni UE, Stati membri e paesi candidati – ma che richiede sempre più un impulso politico rinnovato, una ‘bussola’ se si vuole, che permetta di superare i molteplici scogli che frappongono la regione a quell’integrazione europea rispondente, per ragioni a un tempo antiche ed attualissime, a un primario interesse italiano.</p>
<p>Alcune importanti finestre di opportunità dovrebbero essere abilmente sfruttate a tal fine da Governo e Parlamento nel prossimo futuro. Il disimpegno della Gran Bretagna dalla politica di allargamento UE che accompagnerà il ‘divorzio europeo’ di Londra offre, paradossalmente, un’opportunità preziosa per rafforzare il peso politico e negoziale di Roma in sede di Consiglio. La ‘Conferenza sui Balcani Occidentali’, ennesima tappa del ‘Processo di Berlino’ che si terrà a Roma nell’estate del 2017, potrebbe altresì costituire, se accompagnata da un robusto coinvolgimento in sede politica, un momento assai concreto nella riscoperta della ‘vocazione balcanica’ del nostro Paese, e di un suo nuovo e duraturo attivismo anche in sede europea.</p>
<p>Policy Analyst, European Policy Centre (EPC), Bruxelles</p>
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		<title>Se la NATO torna (finalmente) nel Mediterraneo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Davide Corazzini]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Oct 2016 15:22:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[L'Italia nel mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Mediterraneo]]></category>
		<category><![CDATA[NATO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Si è finalmente fatta strada, nella NATO, una maggiore consapevolezza dell’importanza di un approccio olistico nei confronti delle&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Si è finalmente fatta strada, nella NATO, una maggiore consapevolezza dell’importanza di un approccio olistico nei confronti delle sfide che attualmente impegnano l’Alleanza Atlantica, rispettivamente nel fronte orientale e in quello meridionale.</p>
<p>Per lungo tempo i due ambiti geopolitici sono rimasti separati, sia dal punto di vista concettuale che da quello operativo. Coerentemente con la propria tradizionale impostazione nonché in ossequio ad una valutazione dal forte connotato politico circa la strategicità di una minaccia rispetto ad un’altra, la NATO aveva finora privilegiato la gestione del fronte orientale e del complesso rapporto con Mosca. Questo approccio, alla lunga, ha rischiato di avere conseguenze negative sul piano della coesione interna dell’Europa, all’interno della quale esistono sensibilità geopolitiche e necessità strategiche contrastanti. Se i paesi baltici ed est-europei, memori del periodo sovietico, hanno sempre fortemente insistito sul contenimento della Russia, per paesi come Italia, Spagna o Grecia la sicurezza del Mediterraneo è di fondamentale importanza. Membri come Francia e Germania, d’altro canto, hanno posizioni geografiche intermedie, che si traducono in posizioni politiche maggiormente sfumate e, pur con accenti diversi, di fatto tendenti al compromesso.</p>
<p>E’ in questo quadro che, al vertice di Varsavia del luglio 2016, anche grazie all’insistenza italiana, la NATO ha annunciato un significativo cambio di rotta, che dovrebbe riequilibrare dal punto di vista geografico l’impegno a favore della stabilità e della sicurezza dell’Alleanza.</p>
<p>Il nuovo corso, seppur per ora solamente accennato, dovrebbe trovare concreta attuazione in un rafforzamento del supporto alle operazioni di contrasto all’immigrazione clandestina già attive nel Mediterraneo centrale, fornendo, su richiesta dell’Unione Europea e in accordo con le autorità libiche, supporto logistico, capacità di intelligence, ricognizione e sorveglianza alla missione europea EUNAVFOR MED. Attiva dal maggio 2015, questa ha il compito di combattere scafisti e trafficanti di essere umani, di addestrare la Guardia Costiera e la Marina libiche nonché di garantire l’applicazione dell’embargo ONU sulle armi dirette in Libia. L’iniziativa NATO nelle acque tra l’Italia e la Libia, che si concretizzerà con una missione che dovrebbe chiamarsi Sea Guardian, dovrebbe quindi fare il paio con la missione navale lanciata dalla NATO nel febbraio 2016 insieme all’Agenzia Frontex dell’Unione Europea e finalizzata al monitoraggio e al contrasto del traffico di clandestini nel Mar Egeo, tra Turchia e Grecia. Sea Guardian sostituirà la storica Active Endeavour, già attiva nel Mar Mediterraneo dal 2001 in attività di contrasto al terrorismo internazionale.</p>
<p>E’ ovvio che il coinvolgimento della NATO nel Mediterraneo centrale potrà risultare tanto più efficace quanto più potrà interfacciarsi, sul suolo libico, con una controparte statale stabile, come avviene nel Mar Egeo con le autorità turche. Il riconoscimento del governo di Tripoli come unico interlocutore legittimo della NATO, inoltre, potrebbe propiziare un impegno dell’Alleanza Atlantica nella formazione delle istituzioni militari libiche, auspicabilmente nel quadro di una partnership di lungo periodo all’interno del Dialogo Mediterraneo (un meccanismo multilaterale già operativo di cui fanno parte Algeria, Egitto, Israele, Giordania, Mauritania, Marocco e Tunisia).</p>
<p>In questo quadro risulta chiara l’opportunità per l’Alleanza Atlantica di investire maggiormente in iniziative di cooperazione bilaterale che, attraverso programmi di Defence Capacity Building, irrobustiscano le forze armate e di sicurezza dei paesi del quadrante sud-orientale del Mediterraneo. L’obiettivo ultimo, infatti, è di accrescere la capacità di contrasto delle autorità locali, al fine di prevenire quei fenomeni di destabilizzazione politica che, fino ad ora, hanno il più delle volte generato profonde crisi di tipo migratorio o terroristico, le quali, per via di una naturale vicinanza geografica, non hanno potuto che riverberarsi sul territorio europeo. La ratio ultima è quella di una prevenzione che sia volta ad evitare un successivo coinvolgimento diretto, che  avrebbe costi ben più gravose dal punto di vista militare, politico e umano.</p>
<p>Gli spazi per un ruolo più incisivo da parte dell’Alleanza Atlantica nel Mediterraneo, che faccia leva su cooperazione e interoperabilità militare, ci sono tutti. Sta ad un paese come l’Italia, in quanto esponente di punta del “pacchetto di mischia” mediterraneo, impegnarsi per favorire una risoluzione del quadro politico regionale, anche attraverso un confronto sincero, ai limiti della schiettezza, con i propri alleati e, in particolare, con quelli che hanno esercitato da sempre una certa influenza in Africa settentrionale. E’ solo nel quadro di un chiarimento autonomo della situazione libica, infatti, che potrà effettivamente dispiegarsi un dispositivo NATO chiaro ed efficace.</p>
<p>Con pazienza e risolutezza, forte di uno standing morale che attualmente pochi paesi possono vantare, l’Italia potrà quindi contribuire a riequilibrare le posizioni fra i membri dell’Alleanza Atlantica, verso una visione d’insieme che valorizzi la storica coesione della NATO. Se lo vorrà, il nostro Paese potrà svolgere questo ruolo di mediazione politica per almeno tre ragioni: una tradizionale e consolidata postura euro-atlantica; un costante impegno in molteplici missioni multilaterali di supporto alla pace e alla stabilità (anche in aree lontane dalla propria tradizionale sfera d’azione); una capacità marcata, da sempre, di interloquire sia con Washington che con Mosca. Sta al nostro Paese far valere le proprie ragioni, con coraggio e determinazione, in nome di quello che, in altri tempi, si sarebbe benissimo potuto chiamare “interesse nazionale”.</p>
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