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	<title>Referendum Archivi &#8211; MondoDem</title>
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	<title>Referendum Archivi &#8211; MondoDem</title>
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		<title>La Spagna al bivio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 02 Oct 2017 12:45:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[#Catalogna]]></category>
		<category><![CDATA[#indipendenza]]></category>
		<category><![CDATA[Referendum]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Nicoletta Pirozzi Ieri è stata una giornata molto triste per la Spagna e per l&#8217;Europa tutta. La&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Di Nicoletta Pirozzi</em></p>
<p><strong>Ieri è stata una giornata molto triste per la Spagna e per l&#8217;Europa tutta</strong>. La consultazione sull&#8217;indipendenza della Catalogna, che secondo i dati riportati dalla Generalitat ha portato a votare il 42% dei cittadini, il 90% dei quali si è espresso per il sì, è costata centinaia di feriti e soprattutto ha provocato una profonda lacerazione sociale che non sarà facile rimarginare. Che la percentuale del sì sarebbe stata bulgara era scontato, dato che i partiti non indipendentisti non hanno fatto campagna e hanno chiesto ai cittadini di non andare a votare. Ma non si può negare che ci sia stata una forte mobilitazione, resa ancora più visibile dagli episodi di violenza.</p>
<p>Detto questo,<strong> c&#8217;è da chiedersi se il numero di circa 2 milioni a favore</strong> (che non sono pochi) <strong>sia il tetto di cristallo dei voti indipendentisti, poiché corrisponde grosso modo al numero di elettori che hanno votato per i partiti indipendentisti nelle ultime elezioni regionali del 2015 e al numero di voti per il sì nel referendum informale del 2014.</strong> Sul piano mediatico, la Generalitat ha vinto vendendo al mondo l&#8217;immagine di uno Stato che reprime le legittime aspirazioni del popolo catalano, mentre la strategia di Rajoy tesa a far rispettare la legalità con la forza si è rivelata controproducente, portando più persone al campo della protesta (che in Catalogna si incanala nell&#8217;indipendentismo).</p>
<p><strong>Ancora una volta, scontiamo le conseguenze dell&#8217;inadeguatezza dei leader e della strumentalizzazione delle legittime aspirazioni dei cittadini per fini politici.</strong> I governi conservatori di Rajoy e Puigdemont portano una responsabilità pesante. Rajoy non ha saputo intavolare un dialogo costruttivo con gli indipendentisti e ha reagito con una violenza ingiustificabile alla mobilitazione popolare. Puigdemont ha portato il popolo catalano a difendere una consultazione senza legittimità, senza garanzie, senza una vera campagna referendaria, senza quorum.</p>
<p><strong>Il post-referendum sarà molto difficile da gestire.</strong> <strong>Si teme che il governo Puigdemont sceglierà la linea dura e allo scadere delle 48 ore dalla consultazione dichiarerà unilateralmente l’indipendenza della Catalogna</strong>. A frenarlo potrebbero essere le altre forze politiche che lo appoggiano e che puntano ad obiettivi elettorali più a lungo termine. O anche la prospettiva di un processo di distacco da Madrid e di negoziazione con Bruxelles che si prospetta doloroso e irto di ostacoli. Da parte sua, <strong>Rajoy potrebbe far ricorso all’articolo 155 della Costituzione, sulla base del quale il governo centrale può prendere misure per obbligare una comunità autonoma agli adempimenti costituzionali.</strong> Sarebbero entrambe mosse estreme e controverse, che non porterebbero nulla di buono per il futuro della Spagna e avrebbero un impatto significativo sulla politica europea. <strong>L’alternativa è l’apertura di un processo costituzionale, negoziato e pacifico che permetta di vagliare nuove misure di autonomia per la Catalogna.</strong> E’ questa la strada indicata dal PSOE, attraverso un appello accorato del segretario Pedro Sanchez alla ragione, alla convivenza pacifica, alla politica delle istituzioni e al rispetto dello stato di diritto. Servirà la responsabilità di tutte le forze politiche spagnole e un ruolo forte dell&#8217;Unione europea per evitare un’ulteriore polarizzazione e gestire una situazione potenzialmente esplosiva.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*Ph &#8220;La Repubblica&#8221;</p>
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		<title>Tra professione e vocazione, oltre la politica della rabbia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Annalisa Perteghella]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 Dec 2016 13:27:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Democrazia 2.0]]></category>
		<category><![CDATA[Brexit]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Un anno vissuto pericolosamente. Questo 2016 che si avvicina alla conclusione è stato denso di avvenimenti, molti dei quali appuntamenti elettorali, che hanno colto di sorpresa, quando non gettato nello sconforto, analisti e commentatori. Molta della sorpresa è stata dovuta al fatto che, di fronte alle grandi domande della contemporaneità, a uscire dalle urne è stata spesso una risposta non corrispondente a quella che in molti ritenevano essere l’opzione più razionale, quella che meglio permetteva di soddisfare il bene comune. L’affermazione del “Leave” nel referendum britannico sulla <strong>Brexit</strong>, la vittoria di <strong>Donald Trump</strong> nelle elezioni presidenziali americane, l’imporsi del “no” nel <strong>referendum costituzionale</strong> in Italia, hanno non solo colto di sorpresa gli osservatori, ma anche dato avvio a periodi di profonda incertezza, aprendo profonde crepe in alcuni pilastri che contribuivano a tenere in ordine il nostro mondo. A completare il quadro, sullo sfondo ma non troppo, la contemporanea avanzata di movimenti ascrivibili all’ampia categoria del <strong>populismo</strong>, sicuramente guidati da abili demagoghi, che hanno saputo intercettare il malcontento di ampie fasce della popolazione e parallelamente attribuirne tutta la responsabilità a precisi gruppi politici o istituzioni: l’<strong>Unione europea</strong> nel caso della Brexit, “l’establishment” e la candidata sua diretta espressione negli Stati Uniti, la squadra di governo in Italia.</p>
<p>Benché ciascuno di questi sommovimenti tellurici sia attribuibile a fattori radicati nei singoli contesti nazionali, sembra esistere una tendenza di fondo che unisce in maniera trasversale quanto accaduto negli appuntamenti elettorali di quest’anno, ma anche quanto rischia di accadere in quelli del 2017 in democrazie liberali considerate solide e mature. È la tendenza, già accennata, da parte di presunti capipopolo a incolpare precisi soggetti politici e/o istituzionali per tutte le grievances, ergendosi al contempo a restauratori di un supposto benessere e vindici di una altrettanto supposta grandezza originaria, tutta contenuta all’interno dei confini nazionali. La diffidenza verso la classe politica, che spesso diviene vero e proprio odio sociale, è una tendenza che chiama in causa l’antico dibattito che ha per oggetto il rapporto tra élites di governo e democrazia.</p>
<p>Platone, ne La Repubblica, affida il governo dello Stato ideale a una classe di re-filosofi (árchontes), gli unici che posseggono le necessarie doti di saggezza e razionalità atte a governare la polis e garantirle il soddisfacimento dei criteri di giustizia perfetta. La classe di governo emerge dunque da una selezione tra i migliori. Se nel pensiero classico la riflessione sui governanti è una riflessione che sfocia nella forma politica dell’aristocrazia (i migliori per nascita) o nel suo concetto degenerato di oligarchia (il governo di pochi, scelti in base al censo), è nel passaggio alla democrazia moderna che la classe di governo diventa espressione della collettività. Non essendo però possibile un governo del popolo vero e proprio, è necessario creare l’artificio della rappresentanza: il popolo delega il potere e la responsabilità di governo a propri rappresentanti. La <strong>classe</strong> <strong>politica</strong> è dunque diseguale e superiore rispetto al popolo, ma questa superiorità e questa disuguaglianza sono meramente funzionali.</p>
<p>Ripercorrendo il dibattito sul rapporto tra élites di governo e democrazia, è impossibile non fare menzione della teoria politica dell’elitismo, che ha negli italiani Gaetano Mosca e Vilfredo Pareto i suoi padri fondatori. Nella sua formulazione originaria, l’elitismo difficilmente si combina con la teoria democratica classica: nella dicotomia élites-masse la forma di governo democratica difficilmente può esistere perché l’incapacità da parte delle masse di organizzarsi e determinarsi lascia l’incombenza del governo nelle mani dell’élite, consapevole, coesa e cospirante, secondo il criterio delle tre C introdotto da Mosca per identificare la classe politica. È solo con l’evoluzione del pensiero politico elitista verso una forma di “elitismo democratico” che avviene la riconciliazione tra teoria delle élites e democrazia. Aprendo la classe politica al popolo, e dunque a un ricambio e a una circolazione “dal basso all’alto”, è possibile la convivenza virtuosa tra popolo ed élites.</p>
<p>Una convivenza virtuosa che in qualche modo sembra essersi interrotta.</p>
<p>Nella trasformazione del linguaggio che fa eco alla trasformazione della società, quella che la scienza politica definisce “élite” è diventato oggi un referente utilizzato ormai quasi esclusivamente nella sua accezione negativa, come sinonimo di “casta”: un gruppo ristretto di privilegiati trincerati in un fortino costituito da rendite inamovibili. Con buona pace del significato originario di élite, dal latino eligere, scelta dei migliori.</p>
<p>È, la rivolta contro le élite, la rivolta contro i politici di professione. Ma che cos’è la politica come professione? È per forza di cose sinonimo di “casta”?</p>
<p>Nel gennaio 1919 Max Weber tiene una conferenza dal titolo Politik als Beruf, tradotta in italiano come La politica come professione. Per Weber, che si trova a vivere nella Germania protestante di fine ‘800-inizio ‘900, l’utilizzo del termine polisemico Beruf non è casuale: per l’uomo, il raggiungimento della grazia passa attraverso la piena realizzazione del compito che Dio ha dato lui. La professione, intesa come mestiere, è al contempo vocazione, vale a dire il talento che un Dio onnipotente e sovrano ha seminato in ciascuno dei suoi figli. Afferma Weber: “Tre qualità possono dirsi sommamente decisive per l’uomo politico: passione, senso di responsabilità, lungimiranza. Passione nel senso di Sachlichkeit: dedizione appassionata a una “causa” (Sache), al dio o al diavolo che la dirige. […] Essa non crea l’uomo politico se non mettendolo al servizio di una “causa” e quindi facendo della responsabilità, nei confronti appunto di questa causa, la guida determinante dell’azione”. È una definizione nella quale è già implicito il concetto, sempre weberiano, di “etica della responsabilità”: l’invito per il singolo a “coniugare fini, mezzi e conseguenze dell’agire”, in modo da rispondere “alla mancanza di senso, all’irrazionalità etica del mondo”. Afferma ancora Weber: “È certo del tutto esatto, e confermato da ogni esperienza storica, che non si realizzerebbe ciò che è possibile se nel mondo non si aspirasse sempre all’impossibile”.</p>
<p>Nell’idea di politica come professione, dunque, è implicita una dimensione etica e valoriale che scompare del tutto nelle offese odierne verso i “politicanti di professione” (da notare, sempre nell’ottica della trasformazione del linguaggio, la modifica in senso peggiorativo del termine, utilizzando le varianti offerte dalla lingua italiana per togliere valore a un termine neutro come “politico”).</p>
<p>Lo svilimento, quando non il degradamento, della dimensione valoriale è presente anche in un fenomeno parallelo che, insieme alla lotta contro “l’<strong>establishment</strong>”, trova spazio nella odierna retorica populista: la delegittimazione della cultura e del sapere, che non sembrano essere più né requisiti da richiedere ai governanti, né elementi fondamentali del dibattito pubblico. Ma, e ciò è ancora più pericoloso, la delegittimazione di cultura e competenza non è mera rinuncia: è vera e propria rivincita e sdoganamento del loro contrario, l’ignoranza e l’opinionismo.</p>
<p>Una manifestazione di tale fenomeno si è vista nelle invettive contro gli esperti che nelle settimane precedenti al referendum sulla Brexit cercavano di indicare le implicazioni oggettive – negative – della eventuale vittoria del “Leave”. Si vede poi all’opera quotidianamente nella delegittimazione di giornalisti e studiosi, il cui contributo al dibattito pubblico viene avvelenato con insulti e sommerso dal parallelo dilagare di notizie false e volutamente provocatorie, e di alcuni tra gli stessi politici, le cui dichiarazioni su questioni oggettive sono spesso oggetto di commenti e insulti che non vengono rivolti al contenuto della dichiarazione bensì alla persona. Nel caso delle donne, poi, il qualunquismo si sposa con il sessismo, in un velenoso e pericoloso mescolarsi di piani.</p>
<p>Ricollegando questi elementi alle riflessioni sopra accennate sulle élite e sulla qualità dei governanti, è da registrare una tendenza pericolosa per la salute della democrazia: senza entrare nei meandri della cosiddetta post-verità, categoria forse più affascinante che reale, è giusto riflettere sul fatto che non solo siamo in presenza di un numero crescente di persone che non sa distinguere una notizia vera da una falsa, ma è anche in aumento il numero di persone che legittima la mancanza di conoscenza, a tratti la vera e propria ignoranza, nella classe di governo. In altre parole, non si chiede più ai propri governanti di disporre di competenze e conoscenze specifiche e necessarie per lo svolgimento delle loro funzioni: si chiude un occhio, anzi due, di fronte a errori e palesi manifestazioni di ignoranza, mettendo in cima alle priorità non già un sufficiente livello di competenza ma caratteristiche quali onestà, rettitudine e, appunto, capacità di ergersi a capipolo e vendicatori di ingiustizie.</p>
<p>È indubbio che tali caratteristiche siano <em>necessarie</em> all’arte del buon governo, ma è giusto domandarsi se esse siano anche <em>sufficienti</em>: una democrazia si basa sulla possibilità per i cittadini di valutare se l’operato dei loro rappresentanti è rispondente o meno al potere di cui essi sono stati investiti. Ma quando il dibattito pubblico è “drogato” da notizie false, quando un ampio segmento degli elettori non è in grado di distinguere cosa è vero da cosa non lo è, non conosce i più elementari meccanismi del funzionamento del governo (gli inglesi non conoscono l’Ue, gli italiani inveiscono contro “l’ennesimo governo non eletto dal popolo”) che ne è della salute del sistema?</p>
<p>L’anti-politica, nel senso di rifiuto delle élites, cade in questo modo nell’anti-intellettualismo, il rifiuto della cultura: per Isaac Asimov “un tarlo nutrito dall’idea sbagliata che democrazia significhi che la nostra ignoranza valga quanto l’altrui conoscenza”. Il risultato è che se un politico mente, inavvertitamente o deliberatamente, non dà più scandalo. Se qualcuno lo fa notare, viene tacciato di snobismo o di “elitarismo” (un’altra trasformazione in senso dispregiativo di “elitismo”). Da una parte un numero crescente di persone non ha gli strumenti per smascherare la bugia o la falsità delle sue affermazioni, dall’altra, anche una volta poste di fronte allo smascheramento, c’è sempre un buon numero di persone pronte a difenderne la genuinità e a ribadire che non è quello l’importante. Non è mera sfiducia negli esperti, è vera e propria rivincita dell’ignoranza.</p>
<p>In poche parole, quando parte dell’élite abdica al suo ruolo di “migliori” e diventa anzi l’aizzatore di una nuova “mediocrazia”, l’asticella della qualità del sistema nel suo complesso precipita sempre più in basso.</p>
<p>Da dove ripartire? La risposta, per quanto non esaustiva, può sembrare banale: urge insistere sull’istruzione, urge ribadire il valore fondamentale dello studio e della ricerca dell’oggettività a ogni stadio della vita e in ogni professione. Oltre il ciclo delle scuole dell’obbligo, occorre riabilitare il valore dell’indagine, dello studio, del silenzio indagatore, della ricerca di risposte, finanche del dubbio come primo motore, insieme alla “meraviglia”, della conoscenza. Ciò dovrebbe avvenire “dall’alto e dal basso”, tanto nelle scuole, sui giornali,  tra le organizzazioni della società civile quanto nelle sedi istituzionali e governative. Occorre insegnare in primo luogo che le competenze sono fondamentali per esercitare l’arte della “politica di professione”, e che quest’ultima non è un esercizio parassitario bensì un compito nobile. La guerra contro gli slogan si vince solo riabilitando la complessità e ribaltando l’equivalenza per cui cultura è uguale a snobismo e a presunzione di superiorità. Occorre, al contrario, una grande umiltà per riconoscere di non avere tutte le risposte, di non essere in grado di fornire ai cittadini risposte semplici e univoche.</p>
<p>L’alternativa è quella del lasciare che gli eventi facciano il loro corso e sperare nel potere dimostrativo dell’esempio: negli <strong>Stati Uniti</strong> il rifiuto della candidata della competenza, identificata come candidata dell’establishment, ha consegnato il paese nelle mani di un altro tipo di élite, quella che persegue i propri interessi; nel Regno Unito il voto “di pancia” della Brexit condannerà nei prossimi anni il paese a una diminuita quanto immeritata rilevanza; in Italia rischia di andare al potere una nuova “banda degli onesti” che crede, tra le altre cose, che i vaccini siano dannosi per la salute. Quando questo scenario si sarà realizzato, quando il quadro sarà completo, non saranno necessario gli esperti per capire che forse abbiamo sbagliato qualcosa, che competenza non è sinonimo di saccenza, che “politica come professione” non è sinonimo di “casta” bensì di “vocazione”.</p>
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		<title>Camminare con il popolo per combattere il populismo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Dec 2016 13:40:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Democrazia 2.0]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Giovanni Faleg* Il populismo, come osserva Eugenio Dacrema nella sua analisi “Populismo: Definizione, Origini e Sviluppo”, si&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Di <strong>Giovanni Faleg</strong>*</em></p>
<p>Il populismo, come osserva <a href="https://www.mondodem.it/author/eugenio-dacrema/">Eugenio Dacrema</a> nella sua analisi “<strong>Populismo</strong>: Definizione, Origini e Sviluppo”, si sta imponendo con forza nelle democrazie occidentali, influendo su decisioni storiche quali l’uscita del Regno Unito dall’<strong>Unione Europea</strong> o la vittoria di <strong>Donald Trump</strong> alle elezioni presidenziali americane del 2016. Anche il trionfo del NO al <strong>referendum costituzionale</strong> in Italia e’ legato a un generale rafforzamento dei movimenti populisti, sebbene con caratteristiche specifiche del nostro sistema politico.</p>
<p>Di fronte all’affermarsi di questo fenomeno, i grandi partiti democratici in <strong>Europa</strong> mostrano segni di sofferenza. In particolare, le forme partito tradizionali non sembrano piu’ in grado di dare risposte soddisfacenti per rimediare ai fattori scatenanti del populismo, e di conseguenza appaiono particolarmente vulnerabili a effetti quali il disincanto democratico, deficit di rappresentanza, disimpegno dei cittadini dalle responsabilità civiche, risentimento e frustrazione nei confronti delle élites, opposizione alle soluzioni offerte dalle istituzioni e dagli esperti, rabbia nei confronti della diversità’.</p>
<p>In Italia, come altrove, il <strong>Partito Democratico</strong> ha incontrato crescenti difficoltà nel costruire un rapporto di fiducia con i cittadini, nel capire le esigenze di quelle persone che i politologi definiscono “dimenticate”, quelle stesse persone che cadono facilmente preda della retorica populista. L’incapacità di arginare la deriva populista, specialmente in alcune aree del paese, rende la democrazia fragile, incerta ed esposta a vari tipi di minacce. Tali minacce mettono a rischio non solo l’interesse nazionale, ma anche gli interessi dei singoli cittadini.</p>
<p>La <a href="http://www.partitodemocraticousa.it/washingtondc/?page_id=365"><strong>task force anti-populismo</strong></a> e’ un’iniziativa lanciata dal Circolo PD di <strong>Washington</strong>. Questa iniziativa, che ad oggi riunisce numerosi circoli italiani, europei e americani, ha come duplice obiettivo di elaborare nuove strategie per contrastare il populismo, evitando il formarsi di sue “roccaforti” sul territorio; e di rafforzare il PD riportandolo a più stretto contatto con la gente nei luoghi in cui legame si è allentato, facendo leva sul grande potenziale dei circoli.</p>
<p>Per raggiungere tali obiettivi, riteniamo fondamentali tre pilastri: 1) la digitalizzazione dell’azione politica, ad esempio costruendo forum online per la co-elaborazione di proposte politiche e la discussione dell’agenda del partito, oppure utilizzando in modo strategico i social media per combattere la “post-verità”; 2) nuove forme di coinvolgimento e partecipazione sul territorio, ad esempio attraverso la creazione di comunità di quartiere per discutere nel dettaglio i servizi richiesti dai cittadini, garantendo un rapporto stretto e di fiducia con la popolazione, ascoltanto e, ove possibile, trovando soluzioni ai loro problemi; 3) la diffusione del principio dell’opengov (amministrazione aperta), volto a rendere trasparenti e partecipati processi decisionali, alla portata di tutti.</p>
<p>La <strong>task force</strong> elaborerà dieci proposte concrete e attuabili per migliorare la capacita’ del PD di agire sul territorio, dal punto di vista del metodo, delle procedure e della comunicazione. Vorremmo un PD che si trasformi in un grande movimento democratico, coinvolgendo gli elettori, ricostruendo un rapporto di fiducia tra i cittadini e i loro rappresentanti in parlamento, nella segreteria del partito, nei circoli. Le proposte verranno inserite in un rapporto e presentate entro gennaio 2017.</p>
<p>Se le forze populiste dovessero vincere, non possiamo permetterci di guardarci indietro fra vent’anni e chiederci se abbiamo fatto il possibile per combatterle. E’ questa la missione più nobile e giusta per il Partito Democratico in un momento storico complesso, una missione alla quale un grande partito non si può sottrarre.</p>
<h4 id="segretario-pd-washington-e-coordinatore-della-task-force-anti-populismo-twitter-giofaleg"><em>Segretario PD Washington e Coordinatore della Task Force Anti-Populismo. Twitter: @gioFALEG</em></h4>
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		<title>Di Populismo, Autoritarismo e Licantropia</title>
		<link>https://www.mondodem.it/120/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Eugenio Dacrema]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Nov 2016 14:16:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Democrazia 2.0]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni USA]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
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		<category><![CDATA[Populismo]]></category>
		<category><![CDATA[Referendum]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Come si diventa licantropi? Ebbene, esplorando brevemente la pagina di Wikipedia relativa all’argomento troviamo diverse teorie: per alcuni&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Come si diventa licantropi? Ebbene, esplorando brevemente la pagina di Wikipedia relativa all’argomento troviamo diverse teorie: per alcuni bisogna essere morsi da un licantropo, secondo altri è necessario indossare una testa di lupo, o ancora accettare da Satana un regalo dal valore estetico opinabile come una pelle scorticata di lupo mannaro.</p>
<p>Analogamente, da qualche mese si stanno spargendo teorie diverse, ma altrettanto ardite, sulle modalità necessarie per trasformarsi in elettore di Trump o, in generale, in un populista occidentale.Le spiegazioni si dividono innanzi tutto in due correnti di pensiero diverse: populista si nasce o si diventa?</p>
<p>Per coloro che pensano che il populismo sia una malattia congenita contratta alla nascita le spiegazioni sono abbastanza chiare: il populista è stupido, il populista è pazzo. O entrambe le cose. Un difetto innato nel suo sistema nervoso gli impedisce di soppesare correttamente la logica e l’opportunità delle sue decisioni che finiscono per essere guidate da istinti ferini magistralmente sfruttati dalla mefistofelica macchina propagandistica del <strong>populismo</strong> moderno.</p>
<p>Per la seconda corrente di pensiero si entra nel campo del fatalismo e dell’inevitabilità. Esclusione sociale, diseguaglianza disoccupazione, competizione e paura dello straniero. Economia insomma, distrutta e resa ingiusta dal diavolo neoliberista (a sinistra) o dall’immigrazione buonista e selvaggia (a destra). Il problema di questa narrazione, che ama riportare le lancette della storia indietro e ritornare alla cara e sempre verde (rossa) retorica della working class e dell’emarginazione sociale causata dal capitale, è che i poveri, quelli veri, in America non hanno votato per <strong>Trump</strong> ma per la diabolica paladina del neoliberismo Hillary Clinton. Tutti i dati finora pubblicati sull’elettorato di Trump dimostrano come i suoi elettori siano prevalentemente classe media, spesso alta classe media, bianchi, occupati e non certo vicini al deperimento per inedia.</p>
<p>Quindi quale delle due? Genetica o questionabile emarginazione? Per conciliare le due correnti pur mantenendo la spiegazione ancora strettamente nel campo del “genetismo” è riemersa una teoria vecchia di qualche anno proveniente nientemeno che dall’accademia di scienze sociali americana che introduce una precisa forma antropologica: l’<strong>Autoritarismo</strong> (“Authoritarianism”). In un articolo diventato virale di Vox (“The Rise of American Authoritarianism”) poi ripreso dal blog della London School of Economics, i politologi Marc Hetherington, Jonathan Weiler e Matthew McWilliams spiegano la loro teoria che abilmente concilia le diverse posizioni: l’”autoritario” è un individuo con una naturale predisposizione a preferire leader forti, gerarchie e regole assolute. L’autoritario però non si mostra sempre al mondo per quello che è. Come il lupo mannaro per molto tempo può apparire un umano come tutti gli altri e perfino “votare liberale” fino a quando la sua “autoritarietà” non viene “attivata”. Non con la luna piena in questo caso, ma attraverso alcune particolari condizioni ambientali come “crisi economiche” e “forti cambiamenti sociali”. Stando alla logica di questa nuova dotta narrazione, l’”Autoritarismo” si sarebbe diffuso in questi anni a macchia d’olio (non si capisce se perché gli autoritari si riproducono più velocemente o se c’è invece una qualche contaminazione infettiva) in tutta l’America e in Occidente soprattutto tra alcuni gruppi meno immunizzati di altri come la classe media bianca e rurale. Insomma, si critica la retorica di Trump perché crea gruppi-bersaglio come neri e messicani da dare in pasto all’odio del suo elettorato, e poi si crea l’immagine di un gruppo di “diversi”, di “<strong>licantropi</strong> politici”, da dare in pasto all’odio e allo smarrimento del proprio elettorato sconfitto.</p>
<p>È chiaro che per alcuni questo tipo di spiegazioni tranquillizzano e allontanano la responsabilità da campagne elettorali fallimentari e in generale dall’incapacità di comprendere e rappresentare i bisogni di interi strati sociali. Per altri, come chi scrive, nati e cresciuti in quartieri popolari abitati da piccole borghesia impoverita, rappresentano però una prospettiva terrificante e, vista l’enorme diffusione del gene/virus populista nei nostri quartieri, ormai viviamo nel terrore di poterci svegliare un giorno tifosi di Di Canio.</p>
<p>Ma nei momenti di tranquilla lucidità si fa fatica a ignorare una semplice verità: l’affinata e insuperabile capacità delle forze politiche mainstream occidentali, e soprattutto della sinistra, di trovarsi sempre sofisticate autogiustificazioni. Dal paese “inevitabilmente di destra” di D’Alema al “grillino stupido e ignorante” di oggi. Sembra incredibile come la sinistra italiana passata attraverso il fallimentare ventennio berlusconiano, continui a spendere molte più energie a giustificare raffinatamente la propria pochezza piuttosto che accettare una semplice verità: il populismo fornisce una risposta chiara e comprensibile ai problemi delle persone. Sbagliata il più delle volte, ma pur sempre una visione – il popolo soggiogato dalle élite corrotte – e delle soluzioni – uscire dall’Unione Europea, chiudere le frontiere.</p>
<p>Ma per ora poco sembra cambiare da noi, con la “sinistra sinistra” prontamente schierata dalla parte del probabile affossamento il prossimo 4 dicembre dell’unico vero esperimento riformista tentato in decenni in questo paese. Una visione alternativa a quella populista, quella di una Italia più liberale ed Europea, e delle risposte, dall’immigrazione al mercato del lavoro. Colpevole, non sia mai, di aver provato ad abbandonare l’elitismo e l’utopia priva di azione con parole comprensibili e pragmatismo. Ma per una volta è giusto ammettere che il cinismo e la pochezza della sinistra italiana non sono più un’eccezione internazionale. L’irresistibile tendenza all’autogiustificazione intellettuale sembra infatti aver infettato anche i corrispettivi d’oltralpe e d’oltreoceano. Chissà, forse attraverso il morso o la pelle di un grillino mannaro.</p>
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		<title>La dimensione europea del Referendum Costituzionale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Nov 2016 14:10:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Italia nel mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Referendum]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Brando Benifei Il referendum del 4 dicembre è una sfida che riguarda non solo la sinistra italiana&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Di Brando Benifei </em></p>
<p>Il referendum del 4 dicembre è una sfida che riguarda non solo la sinistra italiana ma anche i progressisti europei di varia estrazione; non solo i colleghi del Gruppo dei Socialisti e Democratici ma anche molti fra coloro che appartengono alla famiglia politica dei Verdi o dei Liberaldemocratici. Alcuni colleghi di Syriza mi hanno chiesto apprensivamente e con interesse notizie in queste settimane sull’andamento della campagna referendaria; questa attenzione del centrosinistra largo europeo, in maniera piuttosto uniforme, riguardo le sorti di questa consultazione democratica, è dovuta al ruolo essenziale svolto dal governo italiano, insieme al Parlamento Europeo, nel rompere il paradigma dell’austerità a senso unico, nel promuovere una flessibilità europea a favore degli investimenti produttivi, nel sostenere le istituzioni comunitarie nello sforzo di risolvere il complicato puzzle dei rifugiati e della politica di vicinato europea, in un Mediterraneo infiammato da conflitti e disgregazione.</p>
<p>Questo momento viene dunque visto come una verifica sul sostegno all’azione riformatrice del governo e per questo suscita una grande attenzione, per via del ruolo fondamentale che l’Italia deve ancora svolgere per la trasformazione dell’Europa alla vigilia del 25 marzo 2017, sessantesimo anniversario dei Trattati di Roma.</p>
<p>Ciò detto, nel merito si possono trovare argomenti validi di tipo giuridico e non strettamente legati al quadro politico generale per sostenere, nell’ottica del ruolo che il nostro Paese deve giocare in Europa, le modifiche alla Carta Costituzionale contenute nella legge di riforma; a questo proposito vorrei concentrami su tre aspetti: la distribuzione delle competenze legislative fra Stato e Regioni, la facoltà per il governo di richiedere il voto a data certa e la nuova disciplina delle leggi di iniziativa popolare.</p>
<p>La scelta di riformare il Titolo V abolendo le competenze legislative concorrenti e indicando alcune nuove denominazioni è finalmente un deciso passo in avanti verso un miglioramento nell’utilizzo dei fondi europei: l’eccesso di litigiosità fra livelli istituzionali e la difficoltà a coordinare sistemi regionali troppo diversificati – penso ad esempio all’utilizzo del Fondo Sociale Europeo per Garanzia Giovani nell’ambito delle politiche attive del lavoro – hanno creato rallentamenti e difficoltà al pieno sfruttamento delle opportunità europee. Questioni che sarebbero superate con la riforma.</p>
<p>La possibilità per il governo di dare una corsia preferenziale alle iniziative legislative prioritarie per l’attuazione del proprio programma, con un contingentamento di tempi fino a un massimo di 70 giorni, è un’innovazione fondamentale nel momento in cui, in un contesto di democrazia multilivello e di accordi sovranazionali, è necessario rompere, come fa la riforma, la sequenza perversa di decreti legge e voti di fiducia che ha indebolito il Parlamento italiano in questi anni, mantenendo però al contempo una possibilità per il governo di dare tempi certi alle discussioni e decisioni sugli impegni presi, di fronte agli elettori e ai partner internazionali.</p>
<p>L’obbligatorietà dell’esame e del voto sulle leggi di iniziativa popolare, infine, rappresenta un allineamento con le richieste di maggiore democrazia partecipativa e diretta, istanze che crescono, in Europa e non solo in Italia, in un tempo di declino dei partiti come unici intermediari fra cittadino e Stato; farlo in questo modo significa fare una scelta equilibrata senza delegittimare la democrazia rappresentativa ma sfidandola a migliorarsi, come volevano fare almeno una parte dei fondatori dei primi meet-up degli Amici di Beppe Grillo.</p>
<p>Proprio agganciandomi a quest’ultima riflessione, posso dire che ci sono molti argomenti per votare la riforma estremamente convincenti per elettori di partiti diversi dal Partito Democratico, e per questa ragione i tanti indecisi possono e devono essere convinti negli ultimi giorni utili a fare la scelta giusta e votare sì.</p>
<p>Con l’approvazione della riforma, l’Europa e l’Italia non risolveranno tutti i loro problemi da un giorno all’altro, ma avremo dato una spinta e nuovi strumenti per continuare un percorso di trasformazione e di miglioramento a cui, come detto in premessa, tanti europei guardano con speranza e attesa.</p>
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		<title>Una voce più forte nel mondo. La proiezione dell’Italia all’estero dopo la riforma costituzionale.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 14 Nov 2016 14:53:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Italia nel mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Policy brief]]></category>
		<category><![CDATA[Estero]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Referendum]]></category>
		<category><![CDATA[Riforma Costituzionale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Bernardo Tarantino* L’assetto istituzionale di un sistema politico produce effetti di rilievo sulla proiezione internazionale di un&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="post-hero-image clear-fix"><em>di Bernardo Tarantino</em>*</div>
<div></div>
<div class="post-hero-image clear-fix">L’assetto istituzionale di un sistema politico produce effetti di rilievo sulla proiezione internazionale di un Paese. Sotto questo profilo, la politica estera italiana ha da sempre sofferto la precarietà interna dei Governi causata dalla presenza di un sistema parlamentare composto da due Camere legislative con pari poteri di controllo e di indirizzo politico nei confronti dell’Esecutivo.</div>
<div class="entry-content">
<p>La riforma del titolo V della Costituzione del 2001 ha reso il quadro istituzionale ancora più incerto, attribuendo alle Regioni competenze in materia di promozione dei territori e dei sistemi produttivi all’estero, a scapito delle competenze statali che garantivano l’unitarietà e la riconoscibilità del Made in Italy nei mercati internazionali.</p>
<p>La crisi economico-finanziaria, la paralisi del processo d’integrazione europea, le sfide poste dalla globalizzazione e dal massiccio movimento internazionale degli individui, richiedono un approccio integrato, unitario e credibile da parte delle istituzioni italiane.</p>
<p><em><strong>La riforma costituzionale, che sarà sottoposta a referendum il prossimo 4 dicembre, è sicuramente un passo importante, se non decisivo, verso la definizione di un sistema politico che permetterà all’Italia di avere una proiezione all’estero all’altezza delle sue </strong><strong>risorse umane, forza economica e posizione geopolitica.</strong></em></p>
<p><strong>Rinnovare le istituzioni per affrontare da protagonisti le sfide globali</strong></p>
<p>Le modifiche volte a porre <strong>fine al bicameralismo paritario </strong>e rendere più efficiente l’iter legislativo consentiranno all’Italia e alle istituzioni repubblicane di godere di una maggiore stabilità e una rinnovata capacità propositiva sia in Europa che nei fori multilaterali.</p>
<p>Un Governo più stabile e un Parlamento con funzioni rinnovate permetteranno al nostro Paese di contribuire in modo incisivo al rilancio del progetto comune europeo e di valorizzare il suo ruolo di “ponte” tra Europa, Medio Oriente e Continente Africano.</p>
<p>La riforma costituzionale include, inoltre, una <strong>rivisitazione organica della ripartizione</strong><strong>delle competenze tra Stato e Regioni </strong>che produrrà non pochi effetti sulla proiezione internazionale del nostro Paese.</p>
<p>A riprova dell’intento di garantire una maggiore stabilità in politica estera, il testo della riforma costituzionale prevede che la competenza concorrente in materia di rapporti internazionali e con l’Unione europea delle Regioni venga meno tout court. Resta tuttavia intatta la possibilità delle Regioni di concludere accordi con Stati e intese con enti territoriali interni ad altro Stato, nei casi e con le forme disciplinati da leggi dello Stato.</p>
<p>Nella stessa ottica, la riforma costituzionale produrrà un ridimensionamento della partecipazione delle Regioni alla formazione delle norme europee. Da un punto di vista quantitativo, l’eliminazione delle competenze concorrenti e il ri-accentramento di alcune di esse avranno come effetto quello di escludere le Regioni dalla formazione delle norme dell’Unione europea nei suddetti ambiti, garantendo maggiore unitarietà alla partecipazione italiana al processo normativo europeo sia nella fase ascendente che nella fase discendente. Sul piano qualitativo, invece, il nuovo art. 117 introduce la c.d. <strong>“clausola di supremazia” </strong>che consentirà alla legge dello Stato di intervenire in materie di competenza regionale a tutela dell’unità giuridica ed economica della Repubblica.</p>
<p>Il ridimensionamento della capacità delle Regioni di influire sulla formazione della normativa europea sarà controbilanciato dalle nuove funzioni del Senato delle autonomie territoriali. In particolare, il nuovo Senato svolgerà funzioni di raccordo tra lo Stato, le autonomie territoriali e l’Unione europea; parteciperà alle decisioni dirette alla formazione e all’attuazione degli atti normativi e delle politiche dell’Unione europea (controllo preventivo sulla sussidiarietà e sulla proporzionalità); verificherà l’impatto delle politiche dell’Unione europea sui territori. Funzioni queste che, se valorizzate dai provvedimenti attuativi della riforma, permetteranno di rappresentare adeguatamente le diverse istanze territoriali, garantendo, al tempo stesso, un processo d’integrazione più efficace e inclusivo.</p>
<p>In seno alla nuova ripartizione delle competenze tra Stato e Regioni, assumono particolare rilievo la ri-attribuzione allo Stato della competenza esclusiva in materia di commercio con l’estero e di parte delle competenze generali in materia di turismo. <strong>Questa scelta favorirà l’emergere di una politica unitaria di promozione del Sistema Paese </strong>capace di accompagnare e sostenere il sistema produttivo italiano nelle sfide poste dai mercati globali e dalle economie emergenti.</p>
<p>Sebbene poco discusso, questo punto della riforma sembra essere carico di conseguenze per il sistema produttivo italiano e per il necessario rilancio della crescita economica. Sembra opportuno pertanto approfondire le novità introdotte dalla riforma costituzionale in materia di commercio con l’estero, internazionalizzazione delle imprese, attrattività degli investimenti diretti esteri e promozione turistica.</p>
<p><strong>Una politica unitaria per l’internazionalizzazione e l’attrattività</strong></p>
<p>L’internazionalizzazione del sistema produttivo italiano rappresenta una delle principali sfide che la nostra economia deve affrontare nel quadro di un contesto economico globalizzato in cui stanno emergendo nuovi mercati orientati a modelli di consumo coerenti con la specializzazione produttiva del nostro Paese.</p>
<p>Basta citare qualche dato per capire quanto l’internazionalizzazione sia importante per la nostra economia. L’export rappresenta circa il 30% del PIL italiano; su circa 5000 prodotti commerciati nel mondo l’Italia ha la leadership mondiale; l’interesse degli investitori stranieri per le aziende italiane è in continua crescita, come testimoniato dal balzo al 12° posto della prestigiosa classifica del Foreign Direct Investment Index del 2015.</p>
<p><strong>In contesto caratterizzato dalla crescente interazione con le economie emergenti, si rende necessario un rimodellamento dell’intervento pubblico volto a garantire una promozione unitaria del Sistema Paese all’estero </strong>e orientato al massimo sostegno a favore delle realtà imprenditoriali desiderose di sfruttare le opportunità offerte dai mercati internazionali.</p>
<p>In quest’ottica, <strong>l’art. 117 modificato dalla riforma costituzionale riporta, </strong>al comma q<strong>, il commercio internazionale nell’alveo delle competenze esclusive dello Stato centrale</strong>, dando in tal modo una maggiore coerenza a tutte quelle politiche volte a rafforzare la proiezione dell’Italia all’estero</p>
<p><em><strong>Se al referendum del 4 dicembre vincerà il “Sì”, lo Stato avrà competenza esclusiva nella definizione e attuazione di una <u>politica promozionale unitaria</u> del sistema economico italiano all’estero, evitando le frammentazioni e gli sprechi causati dalle iniziative di promozione portate avanti dalle singole Regioni negli ultimi 15 anni.</strong></em></p>
<p>Gli imprenditori italiani che operano all’estero, infatti, hanno sempre lamentato il carattere dispersivo delle misure a sostegno all’internazionalizzazione adottate dalle Regioni. Misure di finanziamento e accompagnamento, vaucher, agevolazioni fiscali, missioni promozionali all’estero, campagne di comunicazione, apertura di rappresentanze regionali all’estero, e via dicendo, hanno dato vita a 20 sistemi di promozione regionali differenti, creando confusione sia nei beneficiari diretti di queste iniziative sia nei potenziali partner internazionali abituati a rapportarsi con realtà ben più grandi e conosciute delle Regioni italiane.</p>
<p>I vantaggi di una centralizzazione della competenza del commercio con l’estero saranno molteplici:</p>
<ul>
<li><em> Sarà possibile implementare misure chiare, leggibili e univoche a sostegno e a garanzia dell’internazionalizzazione delle imprese italiane;</em></li>
<li><em> Lo Stato potrà organizzare missioni di sistema in quei paesi emergenti in cui sarà valorizzato l’intero Sistema Paese e non solo limitate realtà regionali;</em></li>
<li><em> Sarà più facile attrarre investimenti esteri, garantendo una rappresentazione unitaria del Paese sui mercati;</em></li>
<li><em> Saranno eliminate le sovrapposizioni e gli sprechi prodotti dalla frammentazione della politica promozionale in 20 diverse politiche promozionali regionali.</em></li>
</ul>
<p>L’accentramento della competenza del commercio con l’estero va di pari passo con il rinnovato impegno del Governo a garantire il massimo sostegno al mondo imprenditoriale italiano nel difficile percorso dell’internazionalizzazione.</p>
<p>Dopo anni di riduzione della spesa statale a favore della promozione del Sistema Paese, il Governo ha deciso di ritornare a investire nelle politiche di internazionalizzazione adottando un <strong>Piano straordinario</strong><strong>per il Made in Italy </strong>di 273 milioni di euro.</p>
<p>Il piano si inserisce nel progetto di ridefinizione di tutta la governance della promozione del Sistema Paese. Una ridefinizione volta ad eliminare gli sprechi e le inefficienze attraverso un accentramento dell’attuazione delle politiche di promozione dell’Italia all’estero in pochi organismi statali.</p>
<p>La costituzione di una <strong>Cabina di regia per l’Italia internazionale, </strong>composta dai Ministeri e dagli enti coinvolti nella politica di promozione permetterà di coordinare in modo più efficace tutte le politiche volte a semplificare e sostenere l’internazionalizzazione del sistema produttivo italiano.</p>
<p><strong>L’Istituto per il Commercio estero (ICE)</strong>, che ha assorbito le attività di attrazione di investimenti esteri di Invitalia, è posto al centro dell’attuazione concreta di tutte le misure previste dal Piano Straordinario per il Made in Italy, assicurando una gestione centralizzata e organica delle iniziative volte all’internazionalizzazione e all’attrazione di Investimenti diretti esteri.</p>
<p>Il decreto di <strong>riforma delle Camere di Commercio </strong>approvato dal Consiglio dei Ministri il 25 agosto prevede una razionalizzazione ed un efficientamento di questi enti. Oltre a ridurre il numero delle Camere di Commercio da 105 a 60, il decreto prevede una maggiore vigilanza del Ministero dello Sviluppo economico sulle attività delle Camere, le quali non potranno più fare autonomamente promozione all’estero, evitando in tal modo duplicazioni di responsabilità con altri enti pubblici.</p>
<p><strong>L</strong><strong>a fusione tra SACE e SIMEST </strong>in seno a Cassa depositi e prestiti è un passo importante verso la creazione di un’offerta chiara alle imprese per quanto riguarda tutti i prodotti assicurativo-finanziari volti a facilitare l’internazionalizzazione: “dall’assicurazione dei crediti, alla protezione degli investimenti esteri, dalle garanzie finanziarie per accedere ai finanziamenti bancari ai servizi di factoring, dalle cauzioni per vincere gare d’appalto alla protezione dai rischi della costruzione, dalla partecipazione al capitale delle imprese ai finanziamenti a tasso agevolato e all’export credit”<a href="https://mondodem.wordpress.com/2016/11/14/una-voce-piu-forte-nel-mondo-la-proiezione-dellitalia-allestero-dopo-la-riforma-costituzionale/#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a></p>
<p>Come evidente, la riforma costituzionale e, in particolare la modifica dell’art. 117 (lett. q) che prevede la ri-attribuzione della competenze commercio con l’estero allo Stato, sembra essere il punto culminante di un percorso di completo rinnovamento della governance della politica di promozione del Sistema Paese all’estero, nell’ottica di razionalizzare le misure a sostegno dell’internazionalizzazione e rafforzare la capacità diplomatica del nostro Paese ad attrarre investimenti diretti esteri.</p>
<p><strong>Una riforma volta a rilanciare il turismo nel Belpaese </strong></p>
<p>Il turismo rappresenta uno degli asset più importanti dell’economia italiana, costituendo circa il 10% del PIL. Ogni anno circa 50 milioni di visitatori stranieri si recano in Italia creando un indotto di più di 35 miliardi di euro. Sono cifre sicuramente ragguardevoli che però non valorizzano a sufficienza il ricchissimo patrimonio artistico culturale del Paese con più siti Unesco al mondo. Ciò ove si ponga mente soprattutto ai risultati dei nostri competitor (Francia e Spagna) che ci superano, e non di poco, in termini di visite e di indotto.</p>
<p>Questa tendenza rappresenta un pericolo per l’industria del turismo, soprattutto se si tiene conto della flessibilità della domanda turistica internazionale, dell’allargamento dell’offerta da parte di nuove realtà turistiche differenti da quella italiana, nonché della necessaria digitalizzazione degli strumenti di promozione e vendita.</p>
<p><strong>Una delle principali cause del mancato rinnovamento del settore turistico italiano </strong><strong>è l’assenza di una strategia unitaria. </strong>Molti osservatori fanno risalire le cause di questo mancato coordinamento al modello di governance regionale delle politiche a sostegno del turismo. Infatti, a seguito della riforma costituzionale del 2001 il turismo ricade nelle competenze esclusive delle Regioni, dando luogo a una frammentazione delle politiche e delle misure volte a sostenere l’attrattività turistica dei territori.</p>
<p>Ogni Regione ha i suoi piani di promozione turistica, le proprie iniziative di marketing, il proprio piano trasporti. Delegazioni regionali si recano autonomamente all’estero per promuovere il territorio confrontandosi con partner molto più grandi di loro e che fanno riferimento ad un unico <strong>“Brand Italia” </strong>quando pensano alle nostre ricchezze artistiche e paesaggistiche, non conoscendo, invece, le variegate realtà regionali.</p>
<p><strong>Occorre, pertanto, delineare una strategia unitaria per rilanciare il turismo</strong>. Una strategia che permetta di procedere ad un rinnovamento delle infrastrutture preposte all’accoglienza dei turisti, di digitalizzare gli strumenti di distribuzione e di vendita, di formare gli agenti turistici che devono accogliere nuove tipologie di visitatori provenienti dai mercati emergenti. Ma soprattutto occorre attrarre maggiori investimenti sia nazionali che internazionali (nel 2014 gli investimenti sono stati pari a 12,2 miliardi di dollari in Italia, mentre in Francia 41,2 miliardi).</p>
<p><strong>Il ruolo delle Regioni resta nondimeno importante per la valorizzazione dei variegati territori italiani</strong>. Non bisogna dimenticare che il turismo regionale è un catalizzatore per il turismo di altre regioni d’Italia. Si pensi all’esperienza di Expo Milano 2015 quando i turisti cinesi, americani, giapponesi si recavano a Milano sull’onda dell’eco dell’Esposizione Universale per prolungare, in seguito, il loro soggiorno in altre zone d’Italia. Ciò a dimostrazione che l’attrattività di determinate Regioni più conosciute all’estero può creare un circolo virtuoso a favore di quelle regioni dalle potenzialità turistiche inesplorate, come nel caso del Mezzogiorno.</p>
<p>La riforma costituzionale che sarà sottoposta a referendum il 4 dicembre prossimo, coglie la sfida posta dal necessario rilancio di un settore fondamentale per l’economia italiana. Nel nuovo assetto costituzionale le <strong>disposizioni generali e comuni </strong>sul turismo sono attribuite alla competenza esclusiva statale (comma s dell’art. 117), mentre spetta alle regioni la competenza in <strong>materia di valorizzazione e organizzazione</strong><strong>regionale del turismo</strong>.<strong> </strong></p>
<p><em><strong>Se al referendum del 4 dicembre vincerà il “Sì” , lo Stato riacquisirà la competenza di adottare una <u>strategia unitaria per il turismo </u>definendone le disposizioni generali e comuni. Le Regioni manterranno la possibilità di definire la normativa di dettaglio volta valorizzare e organizzare il turismo regionale.</strong></em></p>
<p>A riprova della rinnovata centralità del turismo, il Governo italiano ha messo a punto un nuovo <strong>Piano strategico per il turismo</strong><strong>per il periodo 2017-2022 </strong>che ha quattro obiettivi principali: innovare l’offerta turistica nazionale, accrescere la competitività, sviluppare il marketing e realizzare una governance delle politiche di settore. Il piano è attualmente all’esame del Parlamento.</p>
<p>La riforma costituzionale e la ri-attribuzione di parte delle competenze in materia di turismo allo Stato permetteranno di valorizzare le ricadute positive di questo settore. E’ un passo in avanti importante per disegnare una strategia nazionale che possa rendere il nostro Paese competitivo con le altri grandi realtà turistiche globali.</p>
<p>***</p>
<p>Il referendum del 4 dicembre sarà un momento importante per la vita del nostro Paese. Un momento in cui il popolo italiano avrà la possibilità di avviare una nuova fase politica con l’obiettivo di dotare l’Italia di un sistema istituzionale più efficiente, più stabile e che le consenta di “<em>fare politica estera</em>” all’altezza delle sue potenzialità.</p>
<p>La fine del bicameralismo paritario, una maggiore stabilità dei Governi e una chiara ripartizione delle competenze statali e regionali rappresentano obiettivi da sempre condivisi e che permetteranno all’Italia di essere in prima in linea nei fori europei e globali.</p>
<p>A riprova di ciò, la riforma costituzionale si ascrive in una logica di razionalizzazione dell’attribuzione delle competenze necessarie alla promozione unitaria, organica, efficiente del Sistema Paese all’estero. Accentrare la gestione delle politiche a sostegno di questi settori produttivi è di primaria importanza per innescare una processo virtuoso volto ridurre la frammentazione delle politiche di promozione del sistema Paese.</p>
<p>Si tratta di offrire una cornice istituzionale chiara per valorizzare le politiche volte a internazionalizzare le attività produttive, attirare investimenti esteri, promuovere i flussi turistici stranieri e, in ultima analisi, creare sviluppo e occupazione. Solo così l’Italia potrà competere con i partner internazionali, dando il giusto valore alle sue risorse, alle sue capacità e al suo ruolo internazionale.</p>
</div>
<p>&nbsp;</p>
<p>*Bernardo Tarantino è consulente relazioni internazionali e istituzionali. A Expo Milano 2015, si occupato dell’organizzazione delle attività internazionali e delle iniziative di Promozione del Sistema Paese all’estero. In qualità di allievo dell’École Nationale d’Administration, ha svolto servizio alla Rappresentanza permanente della Francia presso l’Unione europea ed è stato membro del gabinetto del Prefetto del Lot-et-Garonne (Fr).</p>
<p>&nbsp;</p>
<div class="entry-content">
[1] Sito di Cassa depositi e prestiti <a href="http://www.cdp.it/Progetti/Tutti-I-Progetti/Sace-E-Simest-Polo-Unico-%C2%A0" rel="nofollow">http://www.cdp.it/Progetti/Tutti-I-Progetti/Sace-E-Simest-Polo-Unico- </a> DellInternazionalizzazione.kl</p>
</div>
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