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	<title>Terrorismo Archivi &#8211; MondoDem</title>
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	<description>Laboratorio di Politica Internazionale</description>
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	<title>Terrorismo Archivi &#8211; MondoDem</title>
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		<title>Mali: dallo splendore dell’Impero al baratro del terrorismo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nicolò Beda Zantomio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Nov 2022 13:05:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Africa subsahariana]]></category>
		<category><![CDATA[Mali]]></category>
		<category><![CDATA[Sahel]]></category>
		<category><![CDATA[Terrorismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Concentrati nel sostenere la controffensiva ucraina verso Kherson, i governi europei stanno ignorando i conflitti che stanno lacerando&#8230;</p>
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<p class="has-drop-cap">Concentrati nel sostenere la controffensiva ucraina verso Kherson, i governi europei stanno ignorando i conflitti che stanno lacerando il continente africano. Come durante la Guerra Fredda, l&#8217;Africa è campo di battaglia nel confronto tra Occidente, Russia e Cina. In materia di sicurezza l&#8217;intervento russo nel continente è sempre più invasivo, principalmente nel Sahel. Diversi governi dell’Africa Centrale sono stati eletti e poi rovesciati da colpi di stato militari, spesso con il supporto di Mosca, e questo nonostante gli eserciti saheliani siano stati addestrati non solo dalla Francia, ma anche da Stati Uniti e Unione Europea. Proprio come quello afghano sostenuto dagli Stati Uniti, queste forze non hanno mai raggiunto una piena capacità operativa necessaria contro le insurrezioni islamiste. Lo stato con cui oggi la Russia sta intensificando maggiormente le relazioni è il Mali che, assieme alla Repubblica Centroafricana, è diventato il principale feudo di Mosca nel Sahel dopo il ritiro delle truppe francesi. La Francia infatti, intervenuta nel 2013 su richiesta di Bamako per contrastare l’avanzata dei jihadisti, a marzo è stata costretta a porre fine alla sua presenza in Mali (Operazione Barkhane). Le relazioni con Bamako sono peggiorate dopo il secondo colpo di stato contro il presidente Keïta a maggio 2021, con Macron accusato di neocolonialismo. Subito dopo il ritiro francese, la giunta golpista del colonnello Assimi Goïta ha stretto un accordo con la compagnia Wagner per il dispiegamento di mille uomini in cambio dell&#8217;accesso alle miniere d&#8217;oro statali. Il Mali ha intensificato le operazioni anti-terrorismo, forte del supporto del Cremlino, considerato che già negli anni ’70 l’Unione Sovietica era il principale venditore di armamenti a Bamako (le ultime forniture russe includono aerei L-39, Sukhoi Su-25, elicotteri Mil Mi-24P). Putin ha inoltre assicurato al regime forniture di generi alimentari, fertilizzanti e carburante. Questa lotta contro le formazioni jihadiste però sta avendo un impatto devastante sulla popolazione. Le denunce di crimini e abusi da parte dell&#8217;esercito maliano e dei mercenari russi sui civili sono molteplici: nella cittadina di Moura sono state uccise 300 persone. Gli sfollati interni sono 400.000, mentre altri 175.000 maliani si sono rifugiati negli stati vicini. Si evince come il quadro securitario del paese sia deteriorato, con ripercussioni sugli stati confinanti quali Burkina Faso e Niger. L’auspicio è che il Ministro degli Esteri italiano si faccia promotore di iniziative a livello internazionale per affrontare l’instabilità in Mali:</p>



<p><strong>Cooperazione con il Rappresentante Speciale El Ghassim Wane e l’omologa tedesca Annalena Baerbock per un rilancio della missione di pace MINUSMA</strong>. La Germania a settembre è stato l’unico paese occidentale a riprendere le operazioni in Mali. Il contingente delle Nazioni Unite però, dopo il ritiro di francesi e svedesi, non dispone più di copertura aerea, soprattutto nelle regioni di Gao e Kidal.</p>



<p><strong>Nomina di un Inviato Speciale per il Mali. </strong>Questo avrebbe come obbiettivo principale la transizione verso nuove elezioni, il ripristino dell’autorità statale e la riforma dell’amministrazione. In quest’ottica, fondamentale risulta il dialogo con il Ministero degli Affari Religiosi e l’Alto Consiglio Islamico, il più importante organo religioso del paese. Inoltre includere nei negoziati l’Algeria, che sta svolgendo il ruolo di mediatore principale, potrà certamente aiutare nel processo di pacificazione nazionale. L’Inviato Speciale avrebbe poi il compito di trattare con l’Unione Africana l’invio di equipaggiamenti militari tramite lo ‘European Peace Facility’.</p>



<p><strong>Ridefinizione dell’architettura di sicurezza regionale con lo US Africa Command</strong>. Priorità militari per l’Occidente devono essere il reintegro di Bamako nel G5 Sahel (forza congiunta istituita nel 2014 assieme a Mauritania, Burkina Faso, Niger, Ciad), nonchè l’aumento dell’impiego di forze speciali e droni.</p>



<p><strong>Discussione con l’agenzia USAID e Banca Mondiale sull’emergenza umanitaria dopo la parziale rimozione delle sanzioni dell&#8217;Organizzazione Regionale dell&#8217;Africa Occidentale (ECOWAS). </strong>La comunità internazionale affronti la drammatica situazione sanitaria e alimentare in Mali tramite la creazione di un fondo speciale (sono necessari 686 milioni di dollari per assistere 5,3 milioni di persone).</p>



<p><strong>Monitoraggio delle forze jihadiste locali tramite l’intelligence esterna (AISE)</strong>, principalmente il Gruppo a Sostegno dell’Islam e dei Musulmani (GSIM) e lo Stato Islamico nel Grande Sahara (ISGS). Queste due sigle si combattono tra loro e fanno riferimento la prima ad al-Qaida, la seconda allo Stato Islamico. Ad oggi, il gruppo più potente nel Sahel è il GSIM (in arabo JNIM) che dispone di tremila uomini e si presenta come protettore dei civili contro gli abusi dei militari maliani e della Wagner. Il GSIM non solo è in grado di proiettarsi verso la costa atlantica (Benin e Togo), ma soprattutto sta cercando di stabilire un governo parallelo a quello statale tra Kidal e Timbuktu. Il Mali risulta perciò strategico sia nella lotta al terrorismo di matrice jihadista sia al contenimento dell’espansionismo russo, cinese e turco nel Sahel. Il pericolo maggiore infatti è che qui, frontiera meridionale dell’Europa, si alimentino traffici illegali di armi e migranti tra il Mediterraneo e il Golfo di Guinea.</p>
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		<title>Prevenire è meglio che pagare: idee per una diversa gestione del rischio rapimenti all&#8217;estero</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Matteo Pugliese]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 May 2020 10:14:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Italia nel mondo]]></category>
		<category><![CDATA[rapimenti]]></category>
		<category><![CDATA[Silvia Romano]]></category>
		<category><![CDATA[Terrorismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La liberazione di Silvia Romano, rapita in Kenya nel 2018, può offrire spunti sulla politica di prevenzione dei&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">La liberazione di Silvia Romano, rapita in Kenya nel 2018, può offrire spunti sulla politica di prevenzione dei sequestri e la tutela dei cittadini all’estero, ma anche sul contrasto al finanziamento del terrorismo. Occorre innanzitutto distinguere il sequestro a scopo di estorsione da quello per lo scambio di prigionieri o da richieste di natura politica.</p>



<p>Il sequestro di occidentali per ottenere il ritiro di contingenti militari non ha mai avuto successo, ma la linea della fermezza ha il suo prezzo<a href="#_ftn1">[1]</a>. Gli ostaggi di Al Qaeda in Mesopotamia o di altri gruppi jihadisti che chiedevano il ritiro dall’Iraq hanno spesso perso la vita, come Enzo Baldoni<a href="#_ftn2">[2]</a>. I rapitori per denaro si collocano in una zona grigia fra criminalità e terrorismo, soprattutto nel Sahara e nel Sahel, dove l’industria dei sequestri è una delle principali fonti di finanziamento di gruppi come Nusrat al Islam (JNIM)<a href="#_ftn3">[3]</a> e Al Qaeda nel Maghreb Islamico (AQMI), insieme a traffici illeciti di varia natura<a href="#_ftn4">[4]</a>. Lo Stato Islamico non ha quasi mai chiesto riscatti per gli occidentali catturati<a href="#_ftn5">[5]</a>.</p>



<p>Secondo il Global Terrorism Database del National Consortium for the Study of Terrorism and Responses to Terrorism (START), tra il 1970 e il 2016 sono stati sequestrati 356 cittadini statunitensi, 149 britannici, 143 francesi e 108 tedeschi<a href="#_ftn6">[6]</a>. Quanto ai cittadini italiani, tra il 2001 e il 2018 ne sarebbero stati rapiti 126, di cui 108 uomini e 18 donne, in 65 diversi sequestri<a href="#_ftn7">[7]</a>.</p>



<p>Com’è noto, i paesi occidentali applicano dottrine diverse al pagamento dei riscatti. Il Regno Unito, salvo eccezioni, non negozia e non paga gruppi terroristici<a href="#_ftn8">[8]</a>, così come gli Stati Uniti. Secondo studi della RAND Corporation, la politica di rigore statunitense sembra non garantire deterrenza al sequestro di cittadini americani<a href="#_ftn9">[9]</a>. La Francia ha un approccio misto: in certi casi negozia il pagamento (ad esempio Niger 2013)<a href="#_ftn10">[10]</a>, in altri usa la forza, ma con esiti drammatici per gli ostaggi o gli operatori delle forze speciali (Somalia 2013<a href="#_ftn11">[11]</a>, Burkina Faso 2019<a href="#_ftn12">[12]</a>). L’Italia, la Germania e la Spagna cercano canali di comunicazione con i sequestratori grazie a intermediari (che vogliono la loro parte) e negoziano un riscatto. In determinati contesti regionali, è inevitabile chiedere il supporto di altri servizi di intelligence e istituzioni più inserite.</p>



<p>Attualmente, gli italiani sequestrati sono il missionario Pierluigi Maccalli, rapito in Niger nel 2018, ostaggio di jihadisti in Mali insieme a Nicola Chiacchio, rapito mentre faceva turismo nel Sahel<a href="#_ftn13">[13]</a>. A marzo, sempre in Mali, è stato liberato Luca Tacchetto, sequestrato in Burkina Faso nel 2018. Fabrizio Pozzobon risulta disperso in Siria, forse nelle mani di milizie jihadiste nella regione di Idlib. Infine, Raffaele e Antonio Russo e Vincenzo Cimmino risultano dispersi in Messico, ma sono quasi certamente stati assassinati da narcotrafficanti del cartello di Jalisco<a href="#_ftn14">[14]</a>. Così come è quasi sicuramente deceduto padre Paolo Dall’Oglio, catturato a Raqqa dallo Stato Islamico nel 2013. Silvia Romano era prigioniera di Al Shabaab, organizzazione jihadista somala affiliata ad Al Qaeda.</p>



<p>Il tema della comunicazione istituzionale è fondamentale nella gestione dei sequestri. È necessario mantenere il silenzio mediatico per consentire all’Aise e alla Farnesina di condurre indagini e trattative confidenziali. Altra fase da gestire con sobrietà è quella del rientro, perché il clamore mediatico può offrire notorietà ai sequestratori<a href="#_ftn15">[15]</a>. I governi devono anche misurarsi con tentativi di truffe e business delle assicurazioni legati ai riscatti<a href="#_ftn16">[16]</a>. Si sono verificati episodi poco chiari, indagati dalle procure, in cui si potrebbe celare una simulazione di sequestro al fine di spartirsi il riscatto<a href="#_ftn17">[17]</a>.</p>



<p>I governi e le organizzazioni internazionali hanno riconosciuto il problema del finanziamento del terrorismo derivante dai sequestri<a href="#_ftn18">[18]</a>. Statfor ha stimato che dal 2003 al 2012 Al Qaeda nel Maghreb Islamico avrebbe guadagnato circa 89 milioni di dollari dai riscatti<a href="#_ftn19">[19]</a>. Secondo il New York Times, tra il 2008 e il 2014 Al Qaeda avrebbe ottenuto 125 milioni di dollari<a href="#_ftn20">[20]</a>. L’industria dei sequestri è quindi una voce di bilancio importante per i terroristi. I proventi finanziano attacchi agli hotel frequentati da occidentali in Africa subsahariana, ma anche autobombe e attentati in Somalia, Iraq e Siria, Afghanistan, ma anche in Europa<a href="#_ftn21">[21]</a>.</p>



<p>Il portale Viaggiare Sicuri del MAECI offre uno strumento importante di informazione<a href="#_ftn22">[22]</a>. L’app <em>Unità di Crisi</em> andrebbe valorizzata di più, considerando anche una <strong>registrazione obbligatoria per i cittadini che si recano in determinati paesi </strong>(non si era a conoscenza del rapimento di Chiacchio sino al video del 2020). I paesi di destinazione dovrebbero informare l’Italia della richiesta di visto e coloro che per turismo o iniziative personali intendono recarsi in zone notoriamente pericolose devono essere diffidati o bloccati in collaborazione con i governi locali.</p>



<p>La Farnesina dovrebbe stilare una <strong>lista ufficiale di zone interdette o ristrette</strong>, con sanzioni amministrative per coloro che vi si recano. Ad esempio, l’Algeria ha disposto la chiusura di alcune aree desertiche del Sahara per operazioni di antiterrorismo e <em>counter insurgency</em>. Al di fuori di Algeri, i turisti sono obbligati a dichiarare i propri spostamenti alle forze dell’ordine, che possono valutare una scorta armata. Sarebbe utile una <strong>classificazione europea comune del livello di rischio</strong>. Per l’attività di cooperazione allo sviluppo, <strong>le Ong che operano devono essere dichiarate idonee dalla Farnesina e comunicare la posizione dei propri volontari</strong> alle autorità italiane e locali. <strong>Una seria politica di prevenzione dei sequestri è l’unico strumento per tutelare i cittadini e limitare il finanziamento del terrorismo</strong>.</p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<p><a href="#_ftnref1">[1]</a> Frank Westerman, <em>I soldati delle parole</em>, Iperborea, 2016.</p>



<p><a href="#_ftnref2">[2]</a> <a href="http://news.bbc.co.uk/2/hi/middle_east/3603584.stm">http://news.bbc.co.uk/2/hi/middle_east/3603584.stm</a></p>



<p><a href="#_ftnref3">[3]</a> <a href="https://www.csis.org/programs/transnational-threats-project/terrorism-backgrounders/jamaat-nasr-al-islam-wal-muslimin">https://www.csis.org/programs/transnational-threats-project/terrorism-backgrounders/jamaat-nasr-al-islam-wal-muslimin</a></p>



<p><a href="#_ftnref4">[4]</a> Alessio Postiglione, Massimiliano Boccolini, <em>Sahara, deserto di mafie e jihad</em>, Castelvecchi, 2017.</p>



<p><a href="#_ftnref5">[5]</a> <a href="https://www.nytimes.com/2014/08/21/world/middleeast/isis-pressed-for-ransom-before-killing-james-foley.html">https://www.nytimes.com/2014/08/21/world/middleeast/isis-pressed-for-ransom-before-killing-james-foley.html</a></p>



<p><a href="#_ftnref6">[6]</a> <a href="https://journals.sagepub.com/doi/full/10.1177/0022002719857145">https://journals.sagepub.com/doi/full/10.1177/0022002719857145</a></p>



<p><a href="#_ftnref7">[7]</a> Umberto Saccone, <em>Protocollo S</em>, Aracne, 2019.</p>



<p><a href="#_ftnref8">[8]</a> <a href="https://www.theguardian.com/media/2014/aug/22/terrorist-ransom-government-pay-james-foley">https://www.theguardian.com/media/2014/aug/22/terrorist-ransom-government-pay-james-foley</a></p>



<p><a href="#_ftnref9">[9]</a> <a href="https://www.rand.org/pubs/perspectives/PE277.html">https://www.rand.org/pubs/perspectives/PE277.html</a></p>



<p><a href="#_ftnref10">[10]</a> <a href="https://www.lemonde.fr/afrique/article/2013/10/29/les-otages-francais-enleves-au-niger-ont-ete-liberes_3503622_3212.html">https://www.lemonde.fr/afrique/article/2013/10/29/les-otages-francais-enleves-au-niger-ont-ete-liberes_3503622_3212.html</a></p>



<p><a href="#_ftnref11">[11]</a> <a href="https://www.lemonde.fr/afrique/article/2013/01/14/paris-reconnait-l-echec-de-l-operation-visant-a-liberer-denis-allex-en-somalie_1816705_3212.html">https://www.lemonde.fr/afrique/article/2013/01/14/paris-reconnait-l-echec-de-l-operation-visant-a-liberer-denis-allex-en-somalie_1816705_3212.html</a></p>



<p><a href="#_ftnref12">[12]</a> <a href="https://www.lemonde.fr/international/article/2019/05/10/sahel-quatre-otages-dont-les-deux-francais-enleves-au-benin-ont-ete-liberes_5460497_3210.html">https://www.lemonde.fr/international/article/2019/05/10/sahel-quatre-otages-dont-les-deux-francais-enleves-au-benin-ont-ete-liberes_5460497_3210.html</a></p>



<p><a href="#_ftnref13">[13]</a> <a href="https://www.avvenire.it/mondo/pagine/padre-maccalli-e-vivo">https://www.avvenire.it/mondo/pagine/padre-maccalli-e-vivo</a></p>



<p><a href="#_ftnref14">[14]</a> <a href="https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/06/03/napoletani-scomparsi-in-messico-lintercettazione-che-incastra-il-boss-el-quince-fatene-cio-che-credete/5228625/">https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/06/03/napoletani-scomparsi-in-messico-lintercettazione-che-incastra-il-boss-el-quince-fatene-cio-che-credete/5228625/</a></p>



<p><a href="#_ftnref15">[15]</a> <a href="https://www.agi.it/estero/news/2020-05-12/silvia-romano-al-shabaab-riscatto-finanziera-jihad-conversione-8585390/">https://www.agi.it/estero/news/2020-05-12/silvia-romano-al-shabaab-riscatto-finanziera-jihad-conversione-8585390/</a></p>



<p><a href="#_ftnref16">[16]</a> <a href="https://www.theguardian.com/news/2019/jan/25/business-of-kidnapping-inside-the-secret-world-of-hostage-negotiation-ransom-insurance?fbclid=IwAR1bNJqkL45L_G60VqLHO6Lv2soUJ_75I--Dtjf78HWzuLi5q4QII6OCVmw">https://www.theguardian.com/news/2019/jan/25/business-of-kidnapping-inside-the-secret-world-of-hostage-negotiation-ransom-insurance?fbclid=IwAR1bNJqkL45L_G60VqLHO6Lv2soUJ_75I&#8211;Dtjf78HWzuLi5q4QII6OCVmw</a></p>



<p><a href="#_ftnref17">[17]</a> Indagini sui sequestri di Alessandro Sandrini e Sergio Zanotti in Siria.</p>



<p><a href="#_ftnref18">[18]</a> <a href="https://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=2757732">https://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=2757732</a></p>



<p><a href="#_ftnref19">[19]</a> <a href="https://css.ethz.ch/content/dam/ethz/special-interest/gess/cis/center-for-securities-studies/pdfs/CSS-Analysis-141-EN.pdf">https://css.ethz.ch/content/dam/ethz/special-interest/gess/cis/center-for-securities-studies/pdfs/CSS-Analysis-141-EN.pdf</a></p>



<p><a href="#_ftnref20">[20]</a> <a href="https://www.nytimes.com/2014/07/30/world/africa/ransoming-citizens-europe-becomes-al-qaedas-patron.html">https://www.nytimes.com/2014/07/30/world/africa/ransoming-citizens-europe-becomes-al-qaedas-patron.html</a></p>



<p><a href="#_ftnref21">[21]</a> <a href="https://www.cfr.org/backgrounder/tracking-down-terrorist-financing">https://www.cfr.org/backgrounder/tracking-down-terrorist-financing</a></p>



<p><a href="#_ftnref22">[22]</a> <a href="http://www.viaggiaresicuri.it/">http://www.viaggiaresicuri.it/</a></p>
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		<title>Prevenzione e sicurezza: politiche contro il terrorismo di estrema destra</title>
		<link>https://www.mondodem.it/1844/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Benedetta Albano]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 03 Mar 2020 17:46:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Estrema destra]]></category>
		<category><![CDATA[fascismo]]></category>
		<category><![CDATA[Terrorismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La sera di mercoledì 19 febbraio un uomo di 43 anni ha aperto il fuoco su due locali&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1844/">Prevenzione e sicurezza: politiche contro il terrorismo di estrema destra</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>La sera di mercoledì 19 febbraio un uomo di 43 anni ha aperto il fuoco su due locali turchi e ucciso nove persone nella cittadina di Hanau, a pochi chilometri da Francoforte. A seguito delle indagini condotte dalla polizia e dalle autorità giudiziarie locali, il movente razzista e estremista è stato accertato: l’uomo ha lasciato degli scritti in cui dichiarava la superiorità della razza bianca e la necessità di “sterminare le popolazioni che non si riesce ad espellere dalla Germania”.<br> Non è di certo il primo attentato con matrice dichiaratamente di estrema destra in Germania, né in Europa: nell’ultimo decennio il numero di atti terroristici di questo stampo è in aumento, con 90 episodi registrati fra il 2014 e il 2018. I target scelti dai terroristi sono vari: i centri di accoglienza, le sinagoghe, le moschee, i locali frequentati da comunità straniere. L’estetica di riferimento può variare in base alla nazionalità dell’attentatore e alla sua cultura: il nazismo in Germania, il fascismo in Italia, o generici richiami alla supremazia della razza bianca in paesi che hanno conosciuto il colonialismo come l’Inghilterra o la Francia. Come osservato dal filosofo tedesco Walter Benjamin, che scriveva durante l’ascesa del nazismo in Germania, il fascismo estetizza la politica per proiettare un’aura mistica attorno ai suoi capi e alla sua ideologia: non stupisce quindi che questi attentati siano codificati secondo un’estetica e delle modalità ben precise.<br> La domanda principale verte sulle azioni politiche e misure legislative che possono essere adottate per contrastare questo fenomeno in crescita. Facendo riferimento alle strategie impiegate dalla Germania a seguito degli attentati degli ultimi anni, proveremo in seguito a delineare le possibili risposte che la politica può dare per arginare l’estremismo.<br> Il 30 ottobre 2019 l’esecutivo centrale di Berlino ha emanato un pacchetto di misure per combattere la diffusione di questo fenomeno, che a seguito dell’attentato di Hanau sono state potenziate per la sicurezza nazionale. In primis, sono previsti controlli più stringenti per quanto riguarda l’acquisto e la detenzione di armi di fuoco, la protezione dei politici delle comunità più a rischio, del personale sanitario e l’aumento di risorse a disposizione delle forze di polizia nella lotta all’estremismo, in coordinamento con il rafforzamento dei programmi sotto copertura dell’intelligence tedesca.<br> A fianco dei provvedimenti di natura più securitaria, le parti più interessanti del pacchetto legislativo sono quelle relative all’odio in rete e alla prevenzione culturale. Negli ultimi anni, Internet è stato un catalizzatore dell’estremismo, diffuso attraverso forum, canali Youtube e social network: maggiore attenzione è necessaria perché si stima che la maggior parte degli attentatori di estrema destra siano persone incensurate e difficilmente rintracciabili altrimenti, spesso radicalizzate a seguito dell’esposizione continua a contenuti razzisti e estremisti.<br> Viene dunque previsto un obbligo, per i gestori delle piattaforme online, di segnalare i contenuti che incitano all’odio e al razzismo, con ulteriore obbligo di fornire l’indirizzo IP dei profili ritenuti pericolosi da parte delle autorità. L’anonimato su internet può portare a maggiore aggressività e a</p>



<p>violenti fenomeni di cyberstalking: per questo viene ritenuto necessario estendere le misure già previste per i medesimi casi dall’ordinamento penale tedesco anche all’ambito della rete, in modo tale da non minimizzare questi fenomeni e promuovere un uso consapevole del mezzo.<br>
L’ultima parte del pacchetto è dedicata alla cosiddetta prevenzione culturale: la promozione di programmi volti a combattere il razzismo, l’odio e a contribuire all’educazione civica, per cui il governo è pronto a stanziare fondi – come ad esempio il già esistente Demokratie leben!, che si occupa di progetti educativi per bambini, ragazzi e giovani adulti e mira a sviluppare una coscienza civica su una varietà di temi di importanza sociale. A fianco di questi programmi, vi è anche la espressa volontà di fornire concreto supporto alle vittime di questi attentati e ai loro familiari, come anche quella di informare sulla radicalizzazione e sull’estremismo, in modo tale da aiutare le persone a riconoscere i segnali di questi fenomeni e intervenire il più presto possibile.<br>
Questo duplice approccio, legale e culturale, può portare buoni risultati, specialmente per quanto riguarda il monitoraggio delle attività online, ad oggi purtroppo poco diffuso nel nostro Paese: nuove situazioni richiedono nuove risposte, e continuare a derubricare i fenomeni di odio online come secondari rispetto ad altri porta a una sottovalutazione della pericolosità di essi. Approvare alcune misure di controllo dei social può essere una buona strategia per il futuro, così come sarebbe un forte segnale da parte della nostra classe politica finanziare programmi volti a costruire una rete di cittadinanza attiva che conosca l’importanza dei valori democratici e sia determinata a difenderli.</p>
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		<title>Tra internet e realtà: le basi umane della radicalizzazione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 19 Nov 2017 15:20:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Democrazia 2.0]]></category>
		<category><![CDATA[Osservatori]]></category>
		<category><![CDATA[Internet]]></category>
		<category><![CDATA[Radicalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[Terrorismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Erika Panuccio* La radicalizzazione di un individuo si sviluppa spesso nell’ombra, tanto che a volte famigliari e&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>di Erika Panuccio*</em></p>
<p>La radicalizzazione di un individuo si sviluppa spesso nell’ombra, tanto che a volte famigliari e amici se ne accorgono solo quando è troppo tardi. Soprattutto in questi casi si è spesso parlato di una radicalizzazione “silenziosa” che avviene in rete all’insaputa delle persone attorno. Una radicalizzazione “nuova” e “diversa”, soprattutto dalla radicalizzazione “offline”, ovvero quella che avviene attraverso relazioni sviluppate di persona. Nonostante molteplici studi e analisi, persistono dei dubbi su come porre in relazione la radicalizzazione «on line» e «off line». C’è una tendenza a considerarli come processi differenti e a sé stanti, da analizzare separatamente. Soprattutto la variante “online” è stata al centro del dibattito dopo l’avvento di Isis ed è spesso additata come uno dei “mali” portati dalla rete. Ma è proprio così? Esiste una differenza netta tra radicalizzazione “offline” ed “online”? Ed è quest’ultima veramente indipendente da relazioni “offline”?</p>
<p>Per rispondere a queste domande bisogna prima di tutto chiarire di cosa si parla quando si parla di radicalizzazione. L’Expert Group on Violent Radicalisation, stabilito dalla Commissione Europea nel 2006, ha descritto la radicalizzazione come un fenomeno legato al contesto, dipendente da fattori globali, sociologici, politici e dalla dimensione ideologica e psicologica del singolo.<a href="#_edn1" name="_ednref1">[i]</a> La ricerca di una definizione più precisa significa ha messo in difficoltà ricercatori ed esperti, ma individuarne le cause risulta essere una sfida ancora maggiore: povertà, disuguaglianze, oppressione politica, alienazione sociale dei giovani, rifiuto della dimensione culturale “occidentale”, frustrazione? Come chiarisce Magnus Ranstorp in un rapporto del RAN Centre of Excellence (<em>The Root Causes of Violent Extremism</em>, 14 gennaio 2016), centro fondato per volontà della Commissione Europea, l’estremismo violento non può essere spiegato come un fenomeno omogeneo, ma piuttosto come un «caleidoscopio di fattori», che si possono presentare o meno, con maggiore o minore intensità, in un singolo soggetto.</p>
<p><strong>Esempi di radicalizzazione on line e off line</strong></p>
<p>La radicalizzazione avviene, quindi, in diversi modi e per diversi motivi. Ad esempio, un individuo può aver covato negli anni un profondo disdegno per le ingerenze politiche, la corruzione e le guerre in Medio Oriente e le conseguenti sofferenze subite dalle popolazioni locali. Le sue opinioni possono trovare conforto e supporto nella retorica jihadista, che impara a conoscere tramite la rete. La lettura e visione di contenuti estremisti e le discussioni online con altre persone dalle idee simili, possono rinforzare nell’individuo le sue convinzioni e dare loro un taglio più estremizzato. A questo punto, inizia ad attingere informazioni solo da determinati siti o profili social e a diffidare dai media ufficiali, percepiti come inaffidabili e di parte. Un passo successivo può essere unirsi fisicamente a un’organizzazione, come modo concreto di portare giustizia tra le popolazioni minacciate da avversari identificati come “invasori stranieri” o “governanti totalitari”.<a href="#_edn2" name="_ednref2">[ii]</a> Una preoccupazione inizialmente umanitaria può quindi convertirsi in militanza violenta attraverso la radicalizzazione.</p>
<p>In un altro caso, il processo può coinvolgere un detenuto, isolato dalla realtà esterna, costretto a condividere con sconosciuti gli stessi ambienti e ad adeguarsi a nuove, rigide regole sociali. Lo shock e lo straniamento che prova lo portano a cercare nuovi punti di riferimento, tra cui la religione. Questa può anche rappresentare un modo per inserirsi in una sotto-comunità e trovarvi conforto, nonché protezione da altri gruppi di detenuti o dagli agenti penitenziari, se percepiti come una minaccia. A questo punto, se all’interno del gruppo si trova un individuo radicalizzato, è molto probabile che le sue ideologie vengano trasferite anche agli altri, poiché il proselitismo è uno degli obblighi di chi persegue il jihadismo. Sebbene la conversione o il riavvicinamento alla fede non siano da intendersi come segnali di certa radicalizzazione – anzi, in genere il soggetto radicalizzato evita di dare nell’occhio – il carcere è storicamente uno dei luoghi dove questo processo si sviluppa con maggior facilità.</p>
<p><strong>Di chi è la responsabilità?</strong></p>
<p>Nel primo esempio, il contributo maggiore sembra essere stato dato dagli strumenti di comunicazione. Negli ultimi anni, si è discusso di frequente sulle responsabilità di Internet e social network, che rappresentano efficientissimi canali per la diffusione di un messaggio a livello mondiale. Il caso di ISIS o Da’esh è un ottimo esempio in tal senso: ancora oggi, nonostante le difficoltà sul terreno fisico, continua ad attirare seguaci e a ispirare azioni di terrore grazie alla propaganda online. Se i suoi canali di comunicazione ufficiali hanno al momento ridotto la propria attività, probabilmente per la perdita di membri e attrezzature, il messaggio continua a essere veicolato dai suoi sostenitori, tramite gli account social personali o incontri fisici.</p>
<p>Nel secondo caso, la radicalizzazione si sviluppa in un luogo fisico, tramite l’influenza di un individuo che ha già abbracciato ideologie estremiste. In apparenza, si tratta esclusivamente di «radicalizzazione off line», ma non bisogna per questo concludere che nel processo non vengano coinvolti canali di comunicazione alternativi. L’individuo può entrare in contatto con la retorica jihadista in precedenza all’arresto – fornendo le basi per una successiva radicalizzazione – o in seguito alla scarcerazione – rafforzando le ideologie estremiste assorbite in carcere.</p>
<p><strong>Il fattore chiave: interazione umana</strong></p>
<p>Per cercare di rispondere al quesito iniziale, si può affermare che, in genere, la radicalizzazione non si svolge interamente in uno stesso luogo (o non-luogo), ma è il risultato di un processo graduale, che ha tempi diversi in base alle caratteristiche personali di un soggetto. Può avere inizio in un forum online e rafforzarsi con contatti reali, oppure può essere stimolata da un conoscente e solidificarsi tramite la propaganda diffusa sulla rete. Entrambe le situazioni condividono una base comune: l’interazione con individui che credono profondamente nell’ideologia jihadista.</p>
<p>Bisogna chiarire che, anche nei casi di persone radicalizzatesi esclusivamente tramite Internet, il fattore radicalizzante non è l’esposizione a contenuti estremisti, bensì l’interiorizzazione e appropriazione dell’ideologia che veicolano. Di conseguenza, il problema si lega al lato più intimo e umano, ossia la sfera emotivo-psicologica: è necessaria una tendenza a priori verso l’estremismo, di cui un individuo può anche non essere pienamente cosciente, perché avvenga la transizione definitiva.</p>
<p>L’interiorizzazione di ideologie estremiste è profondamente legata all’interazione umana. Si verifica più facilmente quando l’individuo entra in un sistema chiuso, che sia un gruppo di conoscenti, un forum/chat online o una prigione. In effetti, come indicato sul sito dell’iniziativa “Stop djihadisme”, promossa dal governo francese, «l’effetto di gruppo, che sia fisico o virtuale, gioca un ruolo chiave» in quanto «filtra le informazioni e reitera gli stessi concetti senza mai incontrare forme di opposizione».<a href="#_edn3" name="_ednref3">[iii]</a> Si tratta di zone di isolamento intellettuale, dove sono accettati solo individui che pensano nello stesso modo. Attraverso la reiterazione, le loro idee finiscono per radicarsi profondamente in ognuno di loro.</p>
<p><strong>Quali conclusioni?</strong></p>
<p>Esaminare le dinamiche comunicative tra individui piuttosto che descrivere fenomeni di massa, in cui la voce del singolo si perde nel rumore di fondo, può servire a capire come si sviluppi il processo di radicalizzazione. Sebbene la propaganda, narrazione corale del messaggio estremista, abbia un ruolo importante in questo processo, essa rappresenta per lo più uno scenario dove il messaggio viene amplificato e riempito via via di nuovi significati e connotati. Il fattore decisivo che radicalizza un individuo è il contatto fisico o virtuale con individui carismatici, capaci di rendere il messaggio più umano e condivisibile. Nel distinguere «radicalizzazione on line» e «radicalizzazione off line», oltre che trascurare la loro complementarietà, si perde anche di vista l’elemento che le accomuna, ossia l’interazione umana.</p>
<p><a href="#_ednref1" name="_edn1">[i]</a> Cfr. Schmid, Alex. <em>Radicalisation, De-Radicalisation, Counter-Radicalisation: A Conceptual Discussion and Literature Review</em>, International Centre for Counter-Terrorism, The Hague, March 2013</p>
<p><a href="#_ednref2" name="_edn2">[ii]</a> Ad esempio: reportage di David Meseguer, <em>De España a la Yihad en Siria</em>, 16 febbraio 2015, VICE News Spain, <a href="https://news.vice.com/es/article/de-espaa-a-la-yihad-en-siria">https://news.vice.com/es/article/de-espaa-a-la-yihad-en-siria</a></p>
<p><a href="#_ednref3" name="_edn3">[iii]</a> <a href="http://www.stop-djihadisme.gouv.fr/radicalisation/explication-du-phenomene/radicalisation-djihadiste-quest-ce-que-cest">http://www.stop-djihadisme.gouv.fr/radicalisation/explication-du-phenomene/radicalisation-djihadiste-quest-ce-que-cest</a></p>
<p><em>*Erika Panuccio: Laureata in Lingue e letterature straniere e successivamente in Comunicazione. Nel 2016 ha discusso una tesi di laurea sulla propaganda pro-ISIS su Twitter, selezionata dal DIS assieme ad altri lavori incentrati sul tema della sicurezza nazionale. Sebbene la geopolitica non sia la sua attuale occupazione, continua a coltivare questo interesse scrivendo analisi su Asia e Americhe. I principali paper sono disponibili qui: <a href="https://unimi.academia.edu/ErikaPanuccio" target="_blank" rel="noopener" data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?hl=it&amp;q=https://unimi.academia.edu/ErikaPanuccio&amp;source=gmail&amp;ust=1511199718975000&amp;usg=AFQjCNG0Zq66o2sqgxnyTJ7XDYoY47oyjQ">https://unimi.academia.edu/<wbr />ErikaPanuccio</a></em></p>
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		<title>Quel ‘terrore sovrano’ che è arrivato in Iran</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 Jun 2017 18:48:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Grande Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[golfo persico]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Terrorismo]]></category>
		<category><![CDATA[Trump]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Lia Quartapelle Sono giorni di stravolgimento in Medio Oriente, questi. E di grande preoccupazione e contrapposizione sul&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Di Lia Quartapelle</em></p>
<p><strong>Sono giorni di stravolgimento in Medio Oriente, questi.</strong> E di grande preoccupazione e contrapposizione sul tema del terrorismo di matrice jihadista. Ma sono giorni che possono presentare opportunità di chiarire le linee di relazione tra l’Unione europea e la regione.</p>
<p><strong>Prima la brusca chiusura delle relazioni con il Qatar </strong>da parte di Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrain, Yemen, la parte della Libia controllata da Haftar, le Maldive e la Giordania con l’accusa di “sostenere e proteggere numerosi gruppi terroristici che minano a destabilizzare la regione, come i Fratelli musulmani, l’Isis e al Qaida”, che ha spaccato il campo dei paesi del Gulf Cooperation Council, con azioni eclatanti come la chiusura dei voli e l’espulsione degli ambasciatori che rischiano di spingere la tensione nella regione a livelli di non ritorno.</p>
<p><strong>Poi, le notizie di terrore che arrivano da Teheran,</strong> che sono senza precedenti perché mai l’Iran era stato teatro di attentati di Daesh, avendone però più volte subito la minaccia.</p>
<p><strong>Tutti i paesi coinvolti dalle notizie di questi giorni sono paesi che in un modo o nell’altro usano l’arma del “terrore sovrano”,</strong> nella azzeccata definizione di Marina Calculli e Francesco Strazzari, come strumento della loro politica estera. Tanto che a livello regionale non è mai stato possibile arrivare a una definizione di ciò che è terrorismo e ciò che non lo è, perché gli Stati utilizzano il finanziamento e l’appoggio a gruppi estremisti o gruppi terroristi affiliati a Daesh e Al Qaida come strumenti per mantenere la propria influenza nei conflitti regionali, a partire dalla Siria, e per diminuire la coesione interna nei paesi rivali.</p>
<p><strong>L’utilizzo, in certi casi aperto, come con Hamas e Hezbollah, in altri obliquo come gli appoggi che Al Qaida, Daesh e altri gruppi ricevono da vari paesi del Golfo, del terrorismo</strong> come strumento delle relazioni internazionali nella regione è la ragione principale di una scarsa efficacia delle azioni internazionali di contrasto a Daesh. Perché l’Occidente combatte militarmente un mostro che non è considerato dal regime siriano il nemico principale e che continua a ricevere finanziamenti e appoggi da alcuni paesi della regione. I sauditi hanno per anni diffuso la loro formula salafita dell’islam in chiave anti-iraniana. E da questa si sono dipanate poi le ideologie jihadiste. Oggi molti privati del Golfo finanziano illegalmente il terrorismo, soprattutto attraverso il Kuwait.</p>
<p><strong>La minaccia di Daesh è una minaccia globale, che colpisce i concerti e i parlamenti, da Westminster al Majlis iraniano,</strong> che semina il panico tra i copti d’Egitto così come tra gli avventori di una gelateria a Bagdad. Il fatto che questa minaccia riguarda tutti comporta la necessità di combatterla direttamente, smantellando al più presto il cinico utilizzo della narrativa del terrorismo per fini politici, come abbiamo visto in questi giorni da parte dell’Arabia saudita, dell’Egitto e dei paesi satelliti. Così come va evitato di ingerire negli affari interni di Stati sovrani utilizzando l’appoggio a milizie e gruppi politici. O nella regione si va affermando questa consapevolezza a breve oppure l’uso del terrorismo contro stati nemici rischia di impantanare tutta quell’area.</p>
<p><strong>In questo frangente i paesi europei dovrebbero svolgere questo ruolo,</strong> non per dare carta bianca a una delle fazioni in lotta nella regione, come ha deciso di fare il presidente Trump con l’idea di creare una Nato araba. L’Europa deve cogliere questa occasione per mostrare senza reticenze ai paesi della regione il pericolo che si annida nel definire in modo ambiguo e secondo i propri interessi il terrorismo, senza perseguire azioni che lo contrastino apertamente.</p>
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		<title>Oltre il circo della paura, l&#8217;inesorabile declino del terrorismo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Eugenio Dacrema]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Mar 2017 15:08:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Democrazia 2.0]]></category>
		<category><![CDATA[Osservatori]]></category>
		<category><![CDATA[Al-Qaeda]]></category>
		<category><![CDATA[Attentato]]></category>
		<category><![CDATA[Brexit]]></category>
		<category><![CDATA[Isis]]></category>
		<category><![CDATA[Populismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un avvenimento come quello di Londra del 22 marzo è la scintilla perfetta per la riattivazione di tutte&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Un avvenimento come quello di Londra del 22 marzo è la scintilla perfetta per la riattivazione di tutte quelle dinamiche così ben rodate che in tutto il mondo, ma soprattutto in Italia, caratterizzano il circo mediatico della tragedia. Toni da fine del mondo, interviste strappalacrime, discussioni interminabili sul ruolo dell’Islam – c’entra? non c’entra? Ovviamente no. I musulmani sono 1 miliardo e se fossero tutti terroristi saremmo già tutti morti e fine della storia. È davvero necessario parlarne ogni volta? – e ovviamente tutto ciò che serve per rendere quella che è una oggettiva tragedia ma di limitate dimensioni un fatto epocale tale da occupare il prime-time dei principali palinsesti per giorni. Il motivo, ancora una volta, è molto semplice ed è stato ripetuto un milione di volte come la storia dei musulmani che non sono terroristi: il giornalismo è un settore economico in crisi e per sopravvivere deve generare lettori, ascoltatori e click. Per riuscirci la paura funziona, così come funzionano la facile rabbia e l’altrettanto facile commozione. Benissimo, fin qui nulla di nuovo.</p>
<p>Quel che invece di nuovo c’è se si analizza l’accaduto – o gli “accaduti”, ovvero la collezione di piccoli attacchi che hanno colpito l’Europa nell’ultimo anno e mezzo – è che stiamo assistendo a una traiettoria di evidente declino della capacità del terrorismo internazionale di colpire l’Occidente. Questo avviene per diversi motivi, a cominciare dalla stretta che convenzioni e trattati internazionali sul controllo dei flussi finanziari hanno imposto sui movimenti di capitale sospetti oppure i sempre più fitti controlli che riguardano l’entrata di armi ed esplosivi non autorizzati. Fatto salvo l’attentato di Parigi del 13 novembre 2015, gli strumenti utilizzati negli attentati in Europa degli ultimi cinque anni sono state pistole, fucili, coltelli e mezzi di locomozione. Spesso uno di questi per ogni attentato. Non c’è male quando si pensa agli aerei del 2001 e agli esplosivi del 2004 a Madrid e del 2007 a Londra. La pura e semplice verità è che il 22 marzo nel Regno Unito – e probabilmente anche solo a Londra – sono morte molte più persone schiacciate da una macchina di un automobilista distratto (o ubriaco) che non dal SUV dell’attentatore di Westminster. Questo ovviamente difficilmente è arrivato nelle cronache giornalistiche fatta salva qualche rara eccezione come <a href="http://www.linkiesta.it/it/article/2017/03/23/il-terrorismo-continuera-a-colpire-ma-stiamo-vincendo-noi/33646/">l’ottimo editoriale di Francesco Cancellato su Linkiesta</a>. Meno soldi, meno vittime, meno preparazione caratterizzano le azioni delle organizzazioni terroristiche oggigiorno almeno in Occidente che appaiono, in una parola, più deboli.</p>
<p>Ma c’è un altro elemento di ottimismo che va oltre la declinante capacità pratica delle organizzazioni terroristiche e che sfugge perfino a Cancellato: la sempre minore capacità da parte di queste ultime di influenzare la politica. Ancora una volta, se pensiamo ai decenni passati la differenza impressiona: George Bush costruì sulle macerie delle Torri Gemelle due rielezioni e l’attuazione di una intera dottrina politica. La strage di Madrid del 2004 decise nell’arco di 12 ore l’esito delle elezioni politiche spagnole. Solo in Francia dopo il 13 novembre si è assistito a un cambiamento politico significativo con l’introduzione dello stato d’emergenza e l’intervento dell’aviazione militare francese sullo scenario siriano. Ma in questo caso c’è da chiedersi quanto questo sia dovuto all’effetto assoluto degli attentati e non a una estrema debolezza della presidenza di Francois Hollande, la più debole della storia repubblicana. Altrove troviamo invece un partito populista tedesco – l’AfD – che dopo le vette di metà 2016 continua in un declino che appare inesorabile nonostante la lunga catena di attentati che ha colpito il paese fino all’inizio di quest’anno. Anche in Francia dopo il ripetersi di altri gravi episodi come quello di Nizza l’effetto aggiuntivo dei nuovi attacchi sulle prospettive delle forze nazionaliste di Marie Le Pen sembra essere nullo; la Le Pen è stata addirittura superata nei più recenti sondaggi dall’europeista Emmanuel Macron contro tutte le aspettative. E ben poco dobbiamo aspettarci dagli effetti di questo attacco londinese. Oggi la vera battaglia politica nel Regno Unito si gioca sui tempi e le modalità della Brexit e gli effetti – questi sì catastrofici – che potrebbe avere perfino sull’unità del Regno viste le crescenti voglie indipendentiste scozzesi.</p>
<p>E’ forse questa la vera grande sconfitta del terrorismo internazionale. Non è il non riuscire più a uccidere e distruggere, quantomeno in grandi numeri. Ma non riuscire nemmeno più a contare, a lasciare un segno nelle coscienze e nelle paure popolari che porti a risultati tangibili sul piano politico. E questo non vuol dire naturalmente che la politica in Occidente sia diventata immune da questi pericoli. Vuol dire piuttosto che il declino della politica in Occidente a cui stiamo assistendo è tutto endogeno, causato dalla crisi irreversibile di un benessere economico basato su condizioni geopolitiche che non esistono più. A dimostrazione, ancora una volta, che nonostante tutti gli attentati del mondo l’ultima parola ce l’ha sempre <em>the economy, stupid</em>. Con buona pace di Al-Baghdadi.</p>
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		<title>La battaglia per Mosul e l’incognita del dopo-Isis</title>
		<link>https://www.mondodem.it/192/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Annalisa Perteghella]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 18 Oct 2016 15:31:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Grande Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Battaglia]]></category>
		<category><![CDATA[Daesh]]></category>
		<category><![CDATA[Iraq]]></category>
		<category><![CDATA[Isis]]></category>
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		<category><![CDATA[Siria]]></category>
		<category><![CDATA[Terrorismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sono cominciate all’alba di lunedì 17 ottobre le operazioni per la liberazione di Mosul, un evento dall’elevato valore&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Sono cominciate all’alba di lunedì 17 ottobre le operazioni per la liberazione di Mosul, un evento dall’elevato valore simbolico per la lotta contro Isis. È da qui, infatti, che al-Baghdadi annunciò, nel giugno 2014, la nascita del Califfato. Mosul è inoltre la seconda città più grande dell’Iraq e a oggi l’ultimo centro urbano significativo in mano a Isis in territorio iracheno. La sua caduta significherebbe quindi, almeno in Iraq, la trasformazione della presenza dello Stato Islamico da entità semi-statuale capace di controllare e amministrare grossi centri abitati, a poco più di una insorgenza rurale, capace di controllare villaggi e piccoli centri per brevi periodi.</p>
<p>Mentre si predispongono le operazioni di guerra e mentre ci si appresta ad assistere a un nuovo esodo in massa dei civili iracheni, ai quali occorrerà fornire adeguata assistenza umanitaria, è utile fare alcune considerazioni sul futuro dell’Iraq dopo la cacciata di Isis dalla sua capitale irachena.</p>
<p>Innanzitutto la presa di Mosul non significa la sconfitta dell’Isis. L’organizzazione di al-Baghdadi rimane pienamente operativa in Siria, dove continua a controllare diversi centri abitati di significativa grandezza, a cominciare da Raqqa, e dove potrà quindi continuare a esercitare le proprie pretese di entità semi-statuale. In territorio iracheno la trasformazione dell’Isis in insorgenza locale porterà con ogni probabilità a un netto cambiamento delle tecniche di combattimento finora utilizzate dagli jihadisti: meno grandi battaglie e assedi, e maggiori operazioni di guerriglia su piccola scala contro l’esercito iracheno e le milizie al servizio di Baghdad. È probabile che tali attacchi verranno condotti in modo da isolare e spaccare il fronte nemico, il quale presenta già notevoli divisioni al proprio interno.</p>
<p>Il secondo punto importante è che la presa di Mosul, e perfino una futura totale sconfitta di Isis sia in Iraq che in Siria, non eliminano i macro-fattori che hanno portato alla sua nascita e alla sua rapida espansione militare nel 2014. La conformazione politica attuale dell’Iraq – che esclude di fatto dal potere e marginalizza dalla distribuzione di risorse e servizi gran parte della popolazione sunnita del paese – e la probabile vittoria del regime di Assad in Siria – resa possibile dal significativo coinvolgimento della Russia e delle milizie internazionali sciite fornite dall’Iran – rischiano di determinare il protrarsi della presenza di un grande bacino perlopiù rurale che va dall’est della Siria al nord-ovest dell’Iraq abitato da una popolazione a stragrande maggioranza sunnita quasi completamente esclusa da potere e risorse. Il forte indebolimento e le spaccature interne sia al regime siriano sia al governo iracheno rischiano inoltre di rendere ancora più difficile il controllo territoriale di quest’area dove rivendicazioni politiche e socioeconomiche potranno essere nuovamente sfruttate in futuro in senso settario da gruppi estremisti locali o giunti dall’estero. Se quindi oggi Isis sembra poter essere eliminato è però anche vero che senza un processo politico che permetta l’uscita di questa popolazione – sia in Iraq sia in Siria – da uno stato di totale emarginazione politica ed economica è assai probabile che altre organizzazioni simili rinascano presto al suo posto.</p>
<p>Questo elemento si lega all’altra grande incognita che segna il futuro politico dell’Iraq: l’evidente debolezza del governo centrale e la faida interna al fronte sciita per mettere un’ipoteca sul futuro del paese. L’attuale primo ministro Haider al-Abadi – sciita, formalmente rappresentante lo stato – si trova infatti in questo momento stretto tra due forze concorrenti, ognuna portatrice di una diversa visione circa il futuro dell’Iraq.</p>
<p>Da una parte l’ex primo ministro Nouri al-Maliki, che riunisce attorno a sé un movimento popolare di contestazione e delegittimazione di al-Abadi, nonostante entrambi appartengano allo stesso partito (Dawa). Con al-Maliki vi sono alcune figure di spicco delle Unità di mobilitazione popolare (PMU), tra cui Hadi al-Ameri dell’Organizzazione Badr, Qais Khazali di Asaib ahl al-Haq, Abu Mehdi al-Muhandis, ex leader di Kataib Hezbollah. Nomi noti, sia quelli dei comandanti sia quelli delle milizie, in quanto protagonisti per conto iraniano della guerriglia anti-US nel periodo 2004-2009. La lotta contro lo Stato islamico ha ulteriormente elevato prestigio e status di questi miliziani, che, rispondendo a una fatwa – per la verità ambigua – del grande ayatollah iracheno Ali al Sistani, hanno ri-imbracciato le armi, per la maggior parte fornite da Teheran, per la difesa del sacro suolo sciita iracheno dai guerriglieri sunniti di Isis.</p>
<p>Nonostante le PMU siano formalmente inquadrate all’interno delle forze armate irachene, e formalmente soggette al controllo governativo, nei fatti esse sembrano agire in maniera indipendente, o perlomeno indipendente dallo stato iracheno: a coordinarle sul campo, secondo molti osservatori, è Qassem Suleimani, leader delle brigate al- Qods, la forza d’élite di Teheran per le operazioni militari all’estero. Secondo alcune stime, a fronte di un esercito iracheno che conta 50.000 unità, le PMU possono contare su 120.000 guerriglieri, addestrati al combattimento in teatri non convenzionali. I successi registrati dallo stato iracheno sul campo contro lo Stato islamico sono da imputarsi per la maggior parte all’azione delle PMU, o, nel nord, all’azione combinata tra PMU e guerriglieri curdi. È palese che questi miliziani, che non combattono per patria solidarietà, cercheranno nell’Iraq post-Isis una qualche forma di remunerazione. Smobilitare le PMU sarà difficile, dopo che il sangue dei loro martiri è sgorgato copioso per liberare il paese, e vi è la possibilità che esse diventino – o meglio rimangano – lo strumento attraverso il quale Teheran manterrà la propria influenza sul vicino iracheno.</p>
<p>L’obiettivo della coalizione al-Maliki/PMU sembra essere quello di affermarsi alle elezioni provinciali del 2017 e legislative del 2018. Il rischio, in caso di loro vittoria, è però che si perpetuino quelle decisioni di chiara impronta settaria che hanno contraddistinto l’Iraq di al-Maliki, e che hanno portato all’alienazione della comunità sunnita, elemento chiave del successo di al-Qaeda in Iraq prima e di Isis poi.</p>
<p>La seconda forza è quella che fa capo al religioso Muqtada al-Sadr, appartenente a una delle più famose casate sciite disseminata tra Iran, Iraq e Libano. Muqtada è forse il più radicale nella nota famiglia al-Sadr. Da più di un anno è l’agitatore di una protesta contro il premier al-Abadi e il suo esecutivo, tanto da arrivare lo scorso aprile ad assaltare la Green Zone e il parlamento. Tra le richieste di al-Sadr, la sostituzione dei membri del governo – tacciati di corruzione e collusione con la vecchia guardia – con dei tecnocrati, in grado di rispondere in maniera efficace alle esigenze reali del paese. Il movimento di Muqtada al-Sadr si presenta come un movimento populista, ma nonostante la popolarità del suo leader dispone di mezzi minori, sia economici che militari, rispetto alle PMU, e soprattutto non dispone – in questo momento storico – del favore iraniano. Elemento che ne diminuisce le possibilità di successo nell’Iraq post-Isis, ma che non ne riduce le capacità di continuare ad agitare la protesta e destabilizzare il paese.</p>
<p>Emarginazione della popolazione sunnita e rivalità interne al fronte sciita saranno gli elementi che influenzeranno il processo politico iracheno all’indomani della sconfitta di Isis. Sono questioni di cui occorre tenere conto fin da subito, se si vuole avviare un processo di ricostruzione dello stato in modo tale da renderlo resiliente agli Isis di domani. A questo scopo, occorrerà garantire che tutte le comunità e tutte le istanze ricevano adeguata rappresentatività, pena una nuova trasformazione dell’Iraq in un’arena anarchica, nella quale trovano terreno fertile movimenti terroristi e giochi di potenze esterne.</p>
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		<title>“Il terrorismo spiegato ai ragazzi”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Cecilia Tosi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 08 Oct 2016 16:01:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politologia]]></category>
		<category><![CDATA[Cecilia Tosi]]></category>
		<category><![CDATA[Terrorismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Isis, terrorismo, jihad. Sono parole che ricorrono continuamente nei nostri discorsi e che sembrano piovute su questi anni&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Isis, terrorismo, jihad</strong>. Sono parole che ricorrono continuamente nei nostri discorsi e che sembrano piovute su questi anni Duemila dal nulla, come un fenomeno di folli manovrati dal demonio. Invece anche il fenomeno del terrorismo islamico è frutto della storia e della politica di potenza. E analizzare il comportamento del Califfato senza tenere conto di cosa lo ha generato e di chi lo alimenta significa imboccare la strada della demagogia e spingere la politica nella direzione sbagliata.</p>
<p>Sono questi i ragionamenti che ho fatto quando ho iniziato a scrivere “Il terrorismo spiegato ai ragazzi”, (Imprimatur). <strong>Se noi adulti non ci ricordiamo l’origine delle divisioni attuali, come faranno a conoscerle i giovani?</strong> Se chi legge i giornali tutti i giorni fa fatica a collegare i ribassi del prezzo del petrolio con la guerra all’Isis, come farà a spiegare le cause del terrorismo ai propri figli?</p>
<p>Non si tratta di rassicurarli sulla vittoria dei buoni sui cattivi, non siamo in grado di stabilire quando finirà l’epoca del terrore né di distinguere nettamente il campo dei buoni da quello dei cattivi. Possiamo affermare però che <strong>non è la prima volta che ci troviamo di fronte a un fenomeno storico di inaudita violenza. </strong>Solo per citare gli eventi del secolo scorso, ci sono state due guerre mondiali, due genocidi in Europa (ebrei e bosniaci), almeno uno in Africa (tutsi) e in Medio Oriente (armeni) e almeno due in Asia (khmer rossi e timoresi). Seppur tragici, quei momenti sono passati e la strage è finita. Succederà anche con il terrorismo islamico, ma più ci impegneremo a capirlo e prima lo sconfiggeremo. È l’opinione pubblica globale che deve essere cosciente di cosa dà forza ai jihadisti per influenzare la politica ad agire nel modo più efficace. Per questo motivo <strong>è fondamentale che i giovani sappiano cosa sta succedendo, perché sono loro che devono cambiare rotta rispetto a quelle politiche di potenza che hanno distrutto il Medio Oriente. </strong>Trovare un cattivo, per i giovani, è quasi un’esigenza, serve ad allontanare il timore. Ma per fermare i crimini di guerra o i crimini contro l’umanità non basta arrestare un assassino, bisogna piuttosto trovare quei compromessi che permettono di fermare il fuoco in modo stabile.</p>
<p>“Il terrorismo spiegato ai ragazzi” parla di al Qaida e Isis a partire dai protagonisti di questi fenomeni, jihadisti arabi e <em>foreign fighters</em>, e delle diverse motivazioni che li spingono a lottare. Risale alle origini della retorica dello scontro di civiltà e ricorda che i combattenti stranieri non sono nati con lo Stato Islamico, ma con la guerra contro i sovietici in Afghanistan e con quella d’Algeria contro i francesi. Racconta chi era Bin Laden, e come abbia lanciato la lotta contro gli infedeli gridando alla vendetta per le ingiustizie subite dai palestinesi in Terra Santa. Spiega l’attacco di novembre 2015 a Parigi e quello della primavera 2016 a Nizza analizzando gli obiettivi dello Stato Islamico e descrive la battaglia in corso tra il Califfato e al Qaida.</p>
<p><strong>Si combatte per motivi che poco hanno a che fare con la religione, ma una certa interpretazione della religione viene sfruttata dai terroristi per alimentare l’odio verso chi la pensa diversamente da loro.</strong> I motivi che spingono i jihadisti a combattere, uccidere e uccidersi, sono un mix tra ragioni antiche e interessi di potere che mutano di giorno in giorno. Una miscela di guerre geopolitiche e battaglie per la sopravvivenza. Per capire meglio come ragionano i terroristi ho creato due personaggi di fantasia: due jihadisti che combattono in Siria e in Libia. Ahmed il saudita è un agente di propaganda di Isis e Omar l’algerino è leader di una cellula di al Qaida. Attraversando la loro vita si scoprono le attività che alimentano un’organizzazione combattente e il modo in cui un ideale religioso viene sfruttato per tenere in piedi un sistema di potere. <strong>La speranza è quella di fornire ai giovani gli strumenti per interpretare il mondo che li circonda.</strong> E, in prospettiva, di creare un’opinione pubblica consapevole che sappia indirizzare i suoi governanti verso scelte sensate, che rendano inutile il ricorso alla violenza.</p>
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		<title>La radicalizzazione da Orlando a Lione: le tante storie di Samuel Byck</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Eugenio Dacrema]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 Jul 2016 16:08:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Esteri a confronto]]></category>
		<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Radicalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[Terrorismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il 22 febbraio 1974 Samuel Byck guidava la sua vettura scalcinata verso l’aeroporto di Baltimora. Nato in una&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Il 22 febbraio 1974 Samuel Byck guidava la sua vettura scalcinata verso l’aeroporto di Baltimora.</strong> Nato in una famiglia modesta nel sud di Philadelphia, Samuel aveva lasciato la scuola giovanissimo per aiutare i genitori. Dopo essere cresciuto tra vari lavoretti e due anni di ferma nell’esercito, nel 1956 si era sposato e aveva avuto quattro figli. Ma nel 1972 la moglie lo lascia, portandosi via i bambini. Nei due anni successivi Samuel entra in profonda depressione, perde numerosi lavori e vede sfumare il progetto imprenditoriale nel quale aveva investito tutto a causa del rifiuto della Small Business Administration di accordargli il prestito necessario. Quel giorno Samuel guida verso l’aeroporto non per un volo d’affari o di piacere. Vuole dirottare un aereo e puntarlo contro la Casa Bianca: Samuel vuole uccidere il presidente Richard Nixon.</p>
<p><strong>Non ci riuscirà.</strong> Riuscirà solo ad arrivare a bordo del volo 523 diretto ad Atlanta ma verrà abbattuto dagli uomini della polizia, non prima però di togliere la vita a una guardia dell’aeroporto e a uno dei piloti. Trent’anni dopo la sua vicenda verrà ripresa da uno struggente film di Niels Mueller (“L’Assassinio di Richard Nixon”) in cui la sua parte verrà interpretata da Sean Penn.</p>
<p><strong>Perché una storia come quella di Samuel, a metà strada tra il folle, il tragico e il ridicolo, immersa in una atmosfera di soffocante malinconia, vale la pena di essere raccontata.</strong> Anche adesso, soprattutto ai nostri giorni dominati da crisi economiche, disoccupazione, guerre e bandiere nere. Soprattutto oggi le storie come quelle di Samuel Byck si ripetono ancora, sempre diverse e uguali a sé stesse. La stessa storia, uguale e diversa, si è ripetuta in Francia il dicembre scorso, quando Yassin Salhi, un impiegato di una compagnia di gas francese, ha decapitato il suo capo al termine di una storia professionale e personale di fallimenti e umiliazione. Questa volta però non ha detto di averlo fatto contro l’Europa, la Francia o il presidente Hollande. Ha detto di averlo fatto in nome dello Stato Islamico di Iraq e Siria e del suo Califfo Al-Baghdadi.</p>
<p><strong>La storia di Samuel si è ripetuta ancora poche settimane fa, nell’anonima stazione ferroviaria di uno sperduto villaggio nel cuore verde della Baviera.</strong> Questa volta è stato un disoccupato ventisettenne di Francoforte, di cui le autorità tedesche non hanno rilasciato le generalità (in un atto di rara correttezza umana e istituzionale per proteggerne i famigliari da probabili caccie alle streghe), che alle cinque del mattino ha aggredito con un pugnale gli assonnati passanti in attesa del treno uccidendone uno. Niente lunghe e solenni rivendicazioni in questo caso. Semplicemente i testimoni raccontano che poco prima di lanciarsi all’assalto il giovane abbia gridato “Allah Akhbar”.</p>
<p><strong>L’ultima replica della storia di Samuel, più tragica e sanguinosa come può accadere in un paese dove le armi automatiche si acquistano al supermercato, l’abbiamo vista pochi giorni fa, a migliaia di chilometri di distanza:</strong> a Orlando, Florida. Un uomo, proveniente da una famiglia di origine afghana molto conservatrice e omofoba, è entrato al Pulse, noto locale gay della città, massacrando 50 persone che si trovavano all’interno per una serata di musica latinoamericana. Omar Mateen era un omosessuale la cui sessualità era stata repressa dalle regole e dai pregiudizi impostigli dalla sua famiglia e da quel padre che, poche ore dopo la strage, ha rilasciato una dichiarazione in cui con un notevole esercizio retorico riusciva a condannare sia l’atto del figlio sia le sue vittime.</p>
<p><strong>La “Scalinata verso il Terrorismo”: L’abisso tra realtà e aspettative</strong></p>
<p><strong>Ci sono tanti modi di etichettare la strage di Orlando.</strong> C’è quella facile, ed elettoralmente proficua, dell’attacco a sfondo religioso. Ce n’è poi un’altra che vede nella strage del Pulse un tremendo rigurgito di omofobia, ancora così presente nella società americana.</p>
<p><strong>Ma questa strage è anche un’altra cosa</strong>. È l’espressione tragica e terribile di una dinamica umana che trascende la storia e la geografia, e che si ripete uguale a sé stessa a Baltimora come in Baviera. È la stessa dinamica dietro agli atti sanguinari di migliaia di individui in giro per il pianeta alla ricerca di un modo perché qualcuno nel mondo interpreti l’esplosione delle loro repressioni e disperazioni personali come un atto eroico. Come un atto in nome di un ideale più alto ed eterno che non la squallida vendetta contro un capo ufficio che ti ha umiliato per anni. Come un atto fatto con e in nome di molti altri, anche sconosciuti, membri del genere umano. Per non sentirsi soli e pazzi esecutori dell’epilogo miserabile delle proprie esistenze personali.</p>
<p><strong>Ma le storie di Samuel, Omar, Yassin, e dell’anonimo di Francoforte tra queste migliaia sono a loro modo speciali.</strong> Lo sono perché nella loro cruda e surreale semplicità sono in grado di mettere pienamente a nudo questa dinamica. Nel 2005 Fathali Moghaddam scrisse un paper accademico intitolato “The Staircase to Terrorism” (La Scalinata verso il Terrorismo). Il suo scopo era capire meglio come un individuo nel mezzo della sua vita abbandoni la propria visione del mondo per adottarne un’altra, più radicale, in grado in alcuni casi di portarlo a compiere atti di violenza. Lo psicologo iraniano della Georgetown University ipotizzò un processo progressivo, fatto di passaggi da uno stato di frustrazione che porta a perdere fede e attaccamento nella propria attuale visione del mondo a uno stato in cui ne adotta una nuova, in cui sente di riacquistare un posto di importanza nell’universo. Un posto eroico, che non lo veda più come un emarginato all’interno del proprio ambiente sociale, ma come un individuo padrone del proprio destino che agisce nel nome di una causa che coinvolge altri esseri umani che vedranno in lui un eroe. Tutto parte al “gradino zero”, il punto in cui l’individuo perde la rotta della propria esistenza, che va in una direzione contraria alle proprie aspettative. Ed è sulla dinamica delle aspettative e dei desideri indotti dalla società che lo circonda che si gioca gran parte di questo meccanismo. Non esistono soddisfazione o ricchezza assoluti, ma sempre relativi alla propria condizione individuale. Quella che appare una vita fortemente deludente a un membro delle classi medio-basse bianche americane che cerca riscossa nel sogno grottesco narrato da Trump può sembrare un paradiso inarrivabile a un contadino del Vietnam. Ma, al primo, degli immaginari del secondo – ammesso che ne venga mai a conoscenza – non importerà nulla. Quello che conta è la percezione dell’individuo, della propria condizione e di ciò a cui la società lo ha indotto a credere di essere destinato.</p>
<p><strong>Identità, categorie e autostima</strong></p>
<p><strong>Riflettendo sulle dinamiche profonde dell’identità, il sociologo britannico Richard Jenkins ha scritto “esiste qualcosa di ‘attivo’ nella parola identità che non può essere ignorato.</strong> L’identità non è semplicemente ‘data’. Deve essere sempre ristabilita”. Alla ricerca di questo significato fluido del concetto umano di identità, un altro sociologo inglese, Henri Tajfel, costruì un’intera teoria chiamata “teoria dell’identità sociale”. Secondo Tajfel, le persone dalla loro nascita alla loro morte cercano, formano e ricontrattano costantemente la propria identità interagendo con l’ambiente che li circonda, con i suoi simboli e, soprattutto, con gli altri esseri umani con cui entrano in contatto faccia a faccia o attraverso i moderni mezzi di comunicazione. L’identità diventa così un concetto estremamente fluido, continuamente condizionato dal contesto sociale, geografico e storico in cui queste interazioni avvengono. C’è qualcosa di estremamente rivoluzionario in questa affermazione. Perché essa fa diventare solide certezze, secolari realtà dell’esistenza umana come nazionalità, lingua o classe sociale, semplici incidenti della storia (e della geografia). Esse diventano solo qualcosa percepito come reale e rilevante dalle persone a causa di condizioni particolari che dominano la psicologia del loro gruppo sociale in un certo periodo. Oggi alcuni si sentono risolutamente italiani, ieri altri, o magari gli stessi, si sentivano risolutamente comunisti, categorizzandosi secondo l’appartenenza a una classe sociale che nella loro percezione trascendeva ogni confine politico o geografico. Altri ancora si categorizzano rispetto ad altri set di valori basati sulle più svariate classificazioni: la nazione, la classe sociale, il modo di vestirsi, o la passione irrefrenabile per Star Wars.</p>
<p><strong>In maniera analoga, molti anziani leader di quelli che oggi sono affermati partiti islamisti in giro per il Medio Oriente, in gioventù appartenevano alle formazioni laiche panarabiste che dominavano la scena politica mediorientale negli anni ’50 e ’60.</strong> Quando il nazionalismo (e non la religione) dominava e plasmava le identità di tanti giovani della regione. Molti di quelli che ieri si sentivano primariamente arabi, oggi si sentono primariamente musulmani. Secondo Tajfel, questa auto-categorizzazione che gli individui operano continuamente non è indipendente, bensì esiste sempre in funzione di un opposto, un “relevant group” che attraverso la sua esistenza permette all’individuo di demarcare con precisione i confini della propria categoria di appartenenza, di quello che è e che non è, e di definire così il proprio posto nel mondo. Per esistere, qualunque eroe positivo ha bisogno di un antagonista: che siano i politici corrotti, Bilderberg, il Grande Satana americano, Richard Nixon, o le persone omosessuali.</p>
<p><strong>Il posto che questo individuo percepisce di avere all’interno della propria categoria è fondamentale.</strong> Esso è il motore stesso della sua scelta e del suo agire, in uno scambio costante tra la soddisfazione delle proprie aspettative in cambio dell’adesione totale a quella visione del mondo. La maggior parte degli individui si sente parte di numerose “categorie” allo stesso momento. La contingenza storica e, soprattutto, la capacità di una categoria in un certo momento di conferire autostima all’individuo, di farlo sentire parte di un gruppo sociale vincente e destinato a prevalere, sono ciò che porta una certa categoria a essere percepita più fortemente dall’individuo. Essere milanisti ai tempi di Sacchi o Capello era assai più semplice rispetto a oggi. Gli abbonamenti allo stadio e le vendite di gadget si impennavano: tutti volevano mostrare e sentirsi parte di un gruppo considerato vincente e sulla cresta dell’onda. Esattamente il contrario di ciò che accade oggi.</p>
<p><strong>Il califfato e la radicalizzazione a costo zero</strong></p>
<p><strong>Ma cosa c’entrano i milanisti con la vicenda di Samuel Byck?</strong> Non hanno già abbastanza problemi?</p>
<p><strong>In effetti direttamente pochissimo,</strong> ma l’andamento del tifo per una squadra di calcio – del senso di “appartenenza” che essa ispira a seconda che vinca o meno – è una dinamica del tutto simile a quella che avviene nella mente di una persona che cerca disperatamente una nuova cornice in cui vedere le proprie azioni. Una squadra di calcio, così come l’appartenenza a un movimento ideologico, sono strumenti a disposizione dell’individuo per accrescere la propria percezione di occupare un posto di valore nel mondo: “Non sono più un cittadino privo di qualunque influenza sulle decisioni politiche del mio paese. Oggi posso votare online, scegliere alternative, far parte di un movimento che veicola la mia voce come gli altri rifiutavano di fare. Dove uno vale uno.” Prima di salire sulla sua macchina per dirigersi all’aeroporto, Samuel Byck aveva registrato numerose audiocassette che aveva spedito a diversi politici americani. Li accusava di essere i membri di una cupola organizzata votata alla corruzione e allo sfruttamento del popolo americano. Ricorda qualcosa?</p>
<p><strong>Ovviamente Samuel Byck rimase solo nella propria nuova complottista visione del mondo “fatta in casa”.</strong> In altri casi, quando una visione del mondo simile è più o meno istituzionalizzata all’interno di un gruppo organizzato che limita i possibili strumenti di azione dei propri membri, essa può essere in grado di escludere l’uso della violenza. Quasi sempre. Anche quando rifiutano esplicitamente la violenza, la logica dell’odio che di solito caratterizza il messaggio di formazioni sociali e politiche che predicano il “noi” contro di “loro”, il “popolo buono” contro i suoi perfidi e mefistofelici “nemici” sono naturalmente portate a seminare una tensione che può portare a scoppi di violenza isolati ma non necessariamente meno gravi. Ne sa qualcosa, per esempio, il Regno Unito, ancora sotto choc per l’omicidio della deputata laburista Jo Cox.</p>
<p><strong>Ma in generale un gruppo del genere appare inutile per un individuo che cerca una giustificazione epica ed eterna per sgozzare il proprio capoufficio.</strong> Molto più utile invece ricorrere a un altro simbolo, qualcosa di cui parlano tutti, qualcosa che dice in continuazione, accompagnandosi con video ogni giorno più truculenti, che la violenza nel loro nome è accettata e anzi incoraggiata. Che puoi essere un eroe del Califfato a costo zero: zero quote d’iscrizione, zero viaggi di addestramento, zero gavetta. L’eternità in cambio di una dichiarazione di fedeltà, anche al 911 un minuto prima di passare all’azione, e la libertà di sfogare finalmente le tue frustrazioni sapendo che c’è qualcuno, da qualche parte nel mondo, che non vedrà in te uno sfigato, come in fondo anche tu pensi di essere; ma un eroe.</p>
<p><strong>Un affare d’oro.</strong> Un affare allettante per sempre più persone in un’epoca in cui crisi economiche e crescenti ineguaglianze sociali aumentano costantemente il gap tra risultati e aspettative nelle vite di milioni di persone in giro per il mondo. Un’epoca in cui le tante storie di Samuel Byck ritornano ancora, in mille forme sempre uguali e sempre diverse, a ricordarci le radici profonde di questo male insieme banale e feroce. E le sue imprevedibili conseguenze.</p>
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