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	<title>Trump Archivi &#8211; MondoDem</title>
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	<description>Laboratorio di Politica Internazionale</description>
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	<title>Trump Archivi &#8211; MondoDem</title>
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		<title>Ostruzionismi pericolosi a cui si deve poter rispondere</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alberto Colombelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 Dec 2023 08:48:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[USA e Americhe]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni USA]]></category>
		<category><![CDATA[Trump]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>“</em><em>Comprendo la conseguenza della tattica dei repubblicani ed&nbsp;</em><em>è&nbsp;</em><em>Vladimir Putin che marcia dentro l</em><em>’</em><em>Europa</em>.”&nbsp;(Senatore&nbsp;Christopher S. Murphy, Partito Democratico, Connecticut, USA, 5 dicembre 2023)</p>



<p>La voce del Senatore democratico Chris Murphy risuona dentro l’aula del Senato degli Stati Uniti d’America, dando piena evidenza al concreto rischio che una interruzione del sostegno americano all’Ucraina può&nbsp;produrre soprattutto in Europa.</p>



<p>Avviene anticipando il momento in cui si pensava che questo potesse accadere, da sempre indicato come quello che verrebbe a coincidere con una eventuale rielezione di Donald Trump alle elezioni presidenziali del prossimo novembre 2024.</p>



<p>In particolare si verifica nel medesimo momento in cui anche proprio la stessa Unione europea appare vittima di una analoga ostruzione sul sostegno all’Ucraina e sull’avvio delle procedure per la sua adesione all’Ue da parte dell’Ungheria del Primo ministro&nbsp;Viktor Orbán.</p>



<p>C’è&nbsp;una frase che ci offre una sintesi immediata di quanto l’ostruzionismo di questi giorni negli Stati Uniti d’America e in Unione europea può&nbsp;produrre non solo sul futuro dell’Ucraina ma anche di tutti noi, oltre che sulle nostre coscienze:</p>



<p><em>“</em><em>Gli Stati Uniti e l</em><em>’</em><em>Europa lo hanno detto forte e chiaro:&nbsp;</em><em>“</em><em>sosterremo l</em><em>’</em><em>Ucraina fino in fondo, per tutto il tempo necessario e qualunque cosa costi</em><em>”</em><em>. Se abbandonassimo l</em><em>’</em><em>Ucraina ora e costringessimo Zelenskyj a scendere a compromessi, sarebbe la fine del nostro credito morale e della nostra autorit</em><em>à&nbsp;</em><em>politica. Per l&#8217;Occidente vergogna e suicidio.</em><em>”&nbsp;</em>(Bernard-Henri Lévy, 2 dicembre 2023)</p>



<p>Così&nbsp;non&nbsp;è&nbsp;possibile accettare di assecondare chi, in riferimento all’impegno a sostegno dell’Ucraina, da qualche tempo parla di&nbsp;<em>“</em><em>stanchezza</em><em>”</em>.</p>



<p>Non ce lo possiamo permettere, a maggior ragione se paragoniamo i nostri sacrifici rispetto all’assoluta tragedia direttamente vissuta in questi quasi due anni dalla popolazione ucraina.</p>



<p>E nemmeno possiamo considerare, alla luce degli ulteriori ultimi avvenimenti internazionali, l’ipotesi di definire ora una scala di priorità&nbsp;tra conflitti in base alla quale decidere a chi riservare in esclusiva il nostro impegno, derubricando il nostro concreto appoggio a favore dell’Ucraina.&nbsp;</p>



<p>Così&nbsp;il vertice europeo dei prossimi 14 e 15 dicembre viene ad assumere una rilevanza fondamentale per definire il futuro dell’Europa.</p>



<p>I Capi di Stato e di Governo dei paesi membri dell’Unione europea non solo dovranno trovare un accordo all’unanimità&nbsp;per proseguire nel loro congiunto sostegno all’Ucraina ma dovranno essere capaci di rilanciarlo con ulteriore maggiore forza per inviare anche un messaggio chiaro agli Stati Uniti d’America e, nel caso fosse necessario, poter anche parzialmente compensare una eventuale riduzione degli aiuti di provenienza statunitense.</p>



<p>Le trattative preparatorie al vertice europeo in queste ore sono febbrili, perché&nbsp;la posta&nbsp;è&nbsp;davvero alta.</p>



<p>Chiunque possa avere una influenza sul Primo ministro ungherese deve esercitarla al massimo delle sue possibilità.</p>



<p>Si sta ragionando anche su un eventuale sblocco di 10 dei 27 miliardi di euro di fondi destinati all’Ungheria al momento bloccati per violazioni dello Stato di diritto da parte del Governo ungherese.</p>



<p>Sarebbe un prezzo di&nbsp;<em>real politik</em>&nbsp;da pagare a beneficio di una posta in gioco troppo grande per poter essere sacrificata, ma allo stesso tempo anche determinato dall’incapacità&nbsp;di riuscire ad andare veramente fino in fondo nella realizzazione di obiettivi che con coraggio e visione erano stati fissati all’inizio di questa legislatura europea, che ponevano la revisione dei Trattati in un orizzonte non troppo lontano e che avevano permesso di gestire la pandemia (con l’attuazione di un comune piano vaccinale) e la post-pandemia (con l’adozione del Next Generation EU) dimostrando una capacità&nbsp;di innovazione che proiettava finalmente la speranza verso un’Europa più&nbsp;politica e più&nbsp;democratica.</p>



<p>Si apre ora la stagione della campagna elettorale per le elezioni europee di inizio giugno 2024, soprattutto per noi con un monito chiaro: non riduciamo queste elezioni all’ennesima occasione per una semplice conta interna dei consensi tra i partiti nazionali.</p>



<p>Rendiamola anche da noi questa volta l’occasione per decidere insieme quale Europa vogliamo, su quali ideali e valori promuoverla, su quali proposte concentrarsi per permettere al progetto europeo di realizzarsi pienamente, con una propria autonomia strategica, con una sua vera integrazione politica, con una sua capacità&nbsp;decisionale non condizionata da manovre speculative di chi vi&nbsp;è&nbsp;parte solo per sostenere istanze esterne e addirittura ostili.&nbsp;</p>



<p>E con una priorità&nbsp;da promuovere sin da questi giorni: che i paesi membri verso i quali il&nbsp;Parlamento europeo ha&nbsp;già&nbsp;approvato una risoluzione non legislativa&nbsp;che li&nbsp;ha&nbsp;definiti&nbsp;una&nbsp;&#8220;minaccia sistemica&#8221; ai valori fondanti dell&#8217;Unione europea&nbsp;e su cui sono condivisi i Trattati (come avvenuto nei confronti dell’Ungheria con voto parlamentare del settembre 2022) abbiano&nbsp;effettivamente il&nbsp;diritto di voto sospeso in Consiglio dell’Unione europea e in Consiglio europeo dei Capi di Stato e di Governo.</p>
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		<title>Dove va l’America? L’eredità di Donald Trump</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Sofia Eliodori]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Oct 2020 16:03:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[USA e Americhe]]></category>
		<category><![CDATA[America]]></category>
		<category><![CDATA[Biden]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A una settimana dalle elezioni statunitensi, le previsioni, le speranze e le analisi si sovrappongono, si intensificano, in&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>A una settimana dalle elezioni statunitensi, le previsioni, le speranze e le analisi si sovrappongono, si intensificano, in un <em>newsfeed</em> sempre più denso. Sembra certo che i <em>dem</em> vinceranno il voto popolare, ma il punto sono sempre gli <em>swing states</em>, ovvero quegli Stati che potrebbero risultare rossi o blu: dunque, non possiamo affermare ‘oltre ogni ragionevole dubbio’ che vincerà l’uno piuttosto che l’altro. Possiamo però ragionevolmente interrogarci su cosa potrebbe restare di questa presidenza Trump e cosa potrebbe cambiare. Possiamo analizzare la ‘possibile’ o ‘probabile’ <em>eredità trumpiana</em> da due diversi punti di vista, uno interno agli USA ed uno esterno.</p>



<p>Entrambi sono accumunati da un elemento invariato rispetto alla prospettiva da cui si osservano questi quattro anni di presidenza, ovvero il metodo. La presidenza Trump si inserisce in quello che potremmo definire il <em>momentum</em> ‘populista’ e ‘sovranista’ che, insieme alla sua elezione nel 2016, vide affermarsi alcuni leader e tematiche fino ad allora considerate minoritarie. Pensiamo, ovviamente, alla Brexit, al <em>lepenismo</em> in Francia e a molti altri fenomeni, anche casalinghi. In generale, ad una critica ‘da destra’ del globalismo. Che lo si consideri uno stile comunicativo (Jagers e Walgrave) o una <em>thin-centered ideology</em> (Mudde), il populismo di destra sovranista ha profondamente influenzato le politiche <em>trumpiane</em> acuendo la polarizzazione politica nazionale ed internazionale. Una sua mancata riconferma potrebbe, forse, esaurirne la spinta, come è stato per altri movimenti di fronte ad una <em>débacle</em> elettorale. Internamente, l’approccio trumpiano ha eroso la base elettorale del Partito Repubblicano, rafforzando le posizioni radicali. Perciò, un’eventuale sconfitta dell’<em>incumbent</em> li costringerebbe ad una forte rielaborazione teorica e pratica della propria strategia. A questo proposito, alcuni fanno un parallelo con i lunghi anni del trionfo repubblicano da Nixon a Bush Senior – brevemente intervallati dal non rieletto Presidente Carter – che spinsero alla nascita dei <em>new-dem</em> incarnati da Clinton.</p>



<p><em>L’eredità nazionale</em></p>



<p>Dal punto di vista della politica interna, certamente resteranno i tre giudici nominati alla Corte Suprema degli Stati Uniti, inclusa Amy Coney Barrett. In un sistema di <em>common law</em> come quello statunitense, il ruolo della Corte è fondamentale per l’estensione o il restringimento delle previsioni costituzionali in tema di diritti fondamentali quali l’aborto, il matrimonio egualitario, ma anche il diritto di voto. L’obiettivo dichiarato di Trump è smantellare alcuni di questi diritti (aborto e diritti Lgbtqa+) e la riforma sanitaria di Obama. Considerata la durata a vita di queste nomine, potrebbe riuscirci anche se non venisse rieletto. Un altro tema fondamentale è quello economico. L’idea che l’economia si sia rafforzata durante la presidenza di Donald Trump – e che il crollo attuale sia interamente riconducibile alla pandemia &#8211; permane nello zoccolo duro del suo elettorato, ma non è corretta. Se Trump dovesse continuare con una politica di dazi, per rilanciare il mercato interno, con la de-tassazione dei super-ricchi e i tagli al welfare (come ha fatto con MedicAid togliendo l’assistenza sanitaria a milioni di poveri), l’eredità trumpiana potrebbe cristallizzarsi nel sistema statunitense.</p>



<p><em>L’eredità internazionale</em></p>



<p>Con le relazioni transatlantiche al minimo storico, un atteggiamento transattivo – <em>do ut des</em> &#8211; nei confronti di molti storici alleati ed un sostanziale disimpegno nel supporto agli interessi di molti Stati europei, la presidenza Trump sembra aver forzatamente riavvicinato i paesi fondatori dell’Unione europea. Se finora, per l’UE, la partita si era giocata su chi fosse riuscito ad entrare nelle grazie dei presidenti Usa, oggi si intravede la possibilità di un’Unione più coesa, almeno nella sua azione esterna, consapevole di interessi sempre più condivisi anche in tema di sicurezza e che aspira a sviluppare una sua autonomia strategica. La postura internazionale degli USA, sempre più unilaterale, sta danneggiando a turno l’Italia, la Francia e la Germania e tanti altri alleati del continente. Emblematico è ciò che è avvenuto con l’abbandono del <a href="https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/usa2020-verso-un-jcpoa-20-27838?fbclid=IwAR1flHCWtdKxnD4YkOPBaE7j3_CaZLhfAu5YdTDwDStTm5tpfpYYz93iR80#.X4mmBF6FIFU.facebook">JCPOA</a> e la scelta di una strategia di massima pressione nei confronti dell’Iran: &nbsp;lavorando al crollo dall’interno del regime di Teheran, Trump rischia di destabilizzare il Medio Oriente invece che di crearvi ordine. Le scelte in politica estera, ad esempio nei confronti di Russia, Cina, Iran, Ucraina, stanno aumentando la consapevolezza che l’Europa ha bisogno di trovare negli Stati Uniti un alleato pronto ad ascoltare, con cui condividere le scelte, e non un padrone. <a href="https://www.editorialedomani.it/politica/mondo/cos-biden-vuole-cambiare-ma-non-troppo-il-medio-oriente-disegnato-da-donald-trump-lx2qthap?fbclid=IwAR3V0iY654I12ucOj-E-SuplTDzii7nKIJ3BNL-LzwLlWJY1lwRAnQupQ8c">Nel caso di una vittoria di Biden</a> potremmo assistere ad un rallentamento di queste dinamiche. È probabile che, attraverso il multilateralismo, un’Amministrazione Biden lavorerebbe per tamponare le ferite accumulate in questi anni, anche se su diversi temi sarebbe plausibile attendersi una sostanziale continuità, come ad esempio sui difficili rapporti con la Cina. Se Trump dovesse essere rieletto è probabile, invece, che continui sulla strada già intrapresa. L’attesa sta per finire.</p>
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		<title>Il punto sulle Elezioni Presidenziali USA2020 a cento giorni dal voto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Sofia Eliodori]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Jul 2020 11:28:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Elezioni USA 2020]]></category>
		<category><![CDATA[USA e Americhe]]></category>
		<category><![CDATA[Biden]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni USA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Mancano poco più di tre mesi all’appuntamento elettorale più atteso di quest’anno: le elezioni presidenziali americane che si&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Mancano poco più di tre mesi all’appuntamento elettorale più atteso di quest’anno: le elezioni presidenziali americane che si terranno il 3 di novembre. Sebbene molti sondaggi nazionali attribuiscano un vantaggio al candidato democratico Joe Biden, la strada è ancora lunga. La crisi ha reso necessario un cambio di strategia per Donald Trump, che ha degradato il suo <em>campaign manager</em> Brad Parscale per dar spazio Bill Stepien. Dall’altro lato Biden si trova a pochi passi dal rendere pubblica la decisione più cruciale, quella della donna che gli sarà accanto nel ticket presidenziale.</p>



<p><strong>Donald Trump alla prova per la rielezione</strong></p>



<p>Come noto, nel 2016 Donald Trump vinse di misura contro Hillary Clinton grazie soprattutto ad alcuni <em>swing states</em> che l’<em>incumbent</em> mira a riconquistare a novembre. Come noto, i sondaggi effettuati a livello nazionale vanno presi con estrema cautela perché, seppur sintomo di un andamento generale positivo per i <em>Democrats</em>, possono essere un semplice specchietto per le allodole, come alla precedente tornata contro la favorita Clinton. The Donald paga lo scotto della pandemia col suo elettorato. Il Presidente Trump ha evitato di imporre misure sanitarie a livello federale, delegando gran parte della gestione ai singoli stati, questa mancanza di responsabilità è stata aggravata da un atteggiamento di malcelata sottovalutazione emerso soprattutto durante i coronavirus <em>brifieng</em>. Dichiarazioni controverse su cure non sperimentate o sospetti sulla provenienza del virus, il lungo rifiuto di indossare la mascherina ed interrompere gli eventi pubblici, hanno lasciato spazio ad un Trump più circospetto dopo il fallimento della <a href="https://www.mondodem.it/analisi-in-pillole/il-pelo-uovo-di-colombo/">Convention di Tulsa</a>. Improvvisamente, per il Presidente, chi indossa la mascherina è un patriota mentre la Convention Repubblicana di Jacksonville non s’ha da fare. Il rischio, cinicamente, è anche quello di perdere i pensionati della Florida che lo sostenerono quattro anni fa.</p>



<p>Ma sono anche altri i temi che bollono in pentola già da qualche mese. Il primo è quello del razzismo sistemico collegato alle riforme della polizia, il secondo è quello della Cina sempre più nel mirino della presidenza. La condotta degli affari internazionali da parte di Trump ha un indice di gradimento scarso (<a href="https://www.realclearpolitics.com/epolls/other/president_trump_job_approval_foreign_policy-6183.html">disapprove al 55% per RCP</a>) perciò, oltre alla legittima difesa degli interessi economici e geopolitici degli USA, dietro questa levata di scudi contro Pechino sembrano esserci motivazioni molto più elettoralmente prosaiche. Bisogna vedere quanta pressione la Repubblica Popolare Cinese sia disposta a sopportare considerato che, a Xi Jinping, nonostante le apparenze potrebbe fare persino comodo che resti in carica Donald Trump, soprattutto perché il disimpegno multilaterale di Washington ha concesso margini di manovra. Non si escludono colpi di scena più eclatanti da parte di Donald Trump per catalizzare l’attenzione in vista dell’appuntamento elettorale.</p>



<p><strong>La corsa Dem è sempre in salita</strong></p>



<p>La corsa per i Democratici è sempre in salita, questo non bisogna dimenticarlo neppure quando i sondaggi sembrano parlare chiaro: +9 nella media nazionale di RealClearPolitics.com<a href="#_ftn1"><sup>[1]</sup></a>.&nbsp; Per Joe Biden la strategia emergerà quando sarà svelato il nome della running-mate che lo accompagnerà nella sfida a Trump.</p>



<p>Le incognite sembrano ancora troppe e il momento poco propizio, dato che l’annuncio dovrebbe far focalizzare i media sulla campagna democratica mentre al momento ci sono altre questioni chiave nel mirino, come gli scontri tra manifestanti e polizia a Portland o l’aumento di casi Covid in Florida. Sappiamo che la VP sarà donna ma nelle settimane trascorse, con la <a href="https://www.mondodem.it/osservatori/elezioni-usa-2020/la-corsa-alla-vicepresidenza-tutte-le-candidate-di-biden/">lista delle aspiranti che si allungava</a>, la figura che dovrà accompagnare l’ex Vice di Obama ha assunto le forme di una chimera.</p>



<p>La candidata perfetta, che sembra non esistere in natura, dovrebbe avere alcune caratteristiche: ad oggi l’elettorato si aspetta che sia di colore, anche se al contempo dovrebbe attrarre il voto delle casalinghe bianche dei suburbia; dovrebbe essere piuttosto giovane, ma aver accumulato abbastanza esperienza a Capitol Hill, in modo da essere per Biden una solida spalla e una futura candidata forte alla presidenza; dovrebbe essere un volto riconoscibile a livello nazionale ma mantenere un solido legame con il territorio di provenienza, magari proprio uno swing state; dovrebbe piacere ai giovani e alle minoranze, ma non essere troppo progressista. Si capisce che, almeno tra i nomi che sono stati fatti finora, nessuna candidata possieda tutte queste caratteristiche e che quindi, a seconda di quale sarà la scelta si capirà più chiaramente la strategia democratica. Alcuni danno per favorita la senatrice Kamala Harris, che però sembra penalizzata dal non aver costruito un buon rapporto con Biden in questi mesi. L’attesa si fa trepidante, soprattutto perché in gioco c’è il futuro della politica globale. Far crescere l’entusiasmo del proprio elettorato, ma anche semplicemente far registrare le persone al voto, non sarà semplice per i democratici costretti ad una Convention Online tra il 17 e il 20 agosto. Le carte saranno presto svelate, mentre il mondo resta a guardare, col fiato sospeso.</p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<p><a href="#_ftnref1"><sup>[1]</sup></a> Dato riferito al 27 luglio 2020 nella media dei sondaggi nazionali General Election Trump vs Biden, <a href="https://www.realclearpolitics.com/epolls/2020/president/us/general_election_trump_vs_biden-6247.html">https://www.realclearpolitics.com/epolls/2020/president/us/general_election_trump_vs_biden-6247.html</a></p>
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		<title>USA – la lotta al Coronavirus, un test per l’unità in un Paese diviso</title>
		<link>https://www.mondodem.it/1904/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Sofia Eliodori]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Mar 2020 15:07:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[Coronavirus]]></category>
		<category><![CDATA[Trump]]></category>
		<category><![CDATA[USA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dopo la dichiarazione dello stato di emergenza nazionale, dopo l’impegno ad uno stanziamento di fondi senza precedenti per&#8230;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Dopo la dichiarazione dello stato di emergenza
nazionale, dopo l’impegno ad uno stanziamento di fondi senza precedenti per
sostenere economia e sanità, dopo il distanziamento sociale e l’avvio di misure
di <em>lockdown</em> in molte aree del paese, sembrava che l’amministrazione
Trump non solo avesse compreso la gravità della situazione ma che fosse anche
pronta a prendere tutti i provvedimenti necessari per farvi fronte. Il Partito Democratico
americano si stava gia’ mettendo in gioco alla Camera e al Senato per portare
avanti proposte ritenute fondamentali per superare la crisi, collaborando con i
colleghi Repubblicani. Sembrava dunque che cominciasse a crearsi un clima di
condivisione da parte di tutte le forze politiche su quali misure adottare per
il bene del paese. E invece improvvisamente, mentre il Parlamento si apprestava
ad approvare il mega provvedimento economico con larga <a href="https://www.nytimes.com/2020/03/24/world/coronavirus-updates-maps.html#link-4d465601">maggioranza
bipartisan</a>, si sta consumando una nuova divisione su di un postulato
esplicitato dal Presidente su Twitter: “la cura non può essere peggiore del
problema stesso”. Sembrerebbe che Trump preveda di far tornare gli americani al
lavoro il prima possibile, probabilmente subito dopo i 14 giorni stabiliti
finora, <a href="https://www.nytimes.com/2020/03/23/business/trump-coronavirus-economy.html">ignorando
così gli allarmi</a> lanciati dalle autorità sanitarie (l’Organizzazione
Mondiale della Sanità teme che gli Stati Uniti potrebbero presto diventare <a href="https://www.washingtonpost.com/world/2020/03/24/coronavirus-latest-news/">il
prossimo epicentro della pandemia</a>, a causa dell’impennarsi della curva dei
contagi).</p>



<p>L’economia è al centro di preoccupazioni simili
a quelle esistenti in Italia e nel resto d’Europa, per cui si sta lavorando ad
una mediazione tra due interessi generali: quello a che la produzione non si
azzeri e quello di tutelare la salute di cittadini e lavoratori. Una sintesi
non facile, su cui c’è un ampio confronto tra le forze politiche. Diversi Stati
degli USA stanno adottando <a href="https://www.nytimes.com/interactive/2020/us/coronavirus-stay-at-home-order.html">misure
di lockdown</a> sempre più restrittive: Washington State, Oregon, California,
Wisconsin, Michigan, New York ed altri. Si tratta di provvedimenti che ormai
riguardano oltre 100 milioni di persone, &nbsp;ma decisi autonomamente dai governatori perché
l’amministrazione Trump non ha messo in atto una strategia di contenimento
federale. Il Presidente ha mantenuto un atteggiamento ambiguo anche nei
confronti dei Democratici che, nonostante stiano <a href="https://www.washingtonpost.com/us-policy/2020/03/22/vast-coronavirus-stimulus-bill-limbo-crunch-times-arrives-capitol-hill/">collaborando
ai provvedimenti</a> in discussione nel Parlamento, avevano accusato i colleghi
Repubblicani di aver <a href="https://www.theguardian.com/commentisfree/2020/mar/22/coronavirus-relief-bill-corporate-coup">favorito
troppo le grandi industrie</a> e le multinazionali rispetto ai comuni
lavoratori. La disoccupazione, infatti, che aveva recentemente raggiunto dei
minimi storici, è già in crescita. Trump l’istrionico, Trump il populista,
anche stavolta ha deciso di non adeguarsi, di andare contro la corrente,
continuare ad attaccare, riaprire presto le fabbriche e le città, sminuire la
gravità della malattia. Il ritorno ad un atteggiamento simile a quello
iniziale, presto scomparso al rapido aggravarsi della situazione sanitaria.<strong> Si profila così, dopo un duro braccio di
ferro sul contenuto delle misure da adottare, un altro scontro sull’intera
strategia per la nazione</strong>. </p>



<p>Nel frattempo i Democratici, nel mezzo delle
primarie, si trovano in un’impasse complicata da superare. Nancy Pelosi,
speaker della Camera dei deputati, e Chuck Schumer, capogruppo dei Dem al
Senato, nonostante il clima di aperto contrasto con i colleghi Repubblicani ulteriormente
esacerbato dall’impeachment, stanno collaborando con loro per restituire ai
cittadini americani il clima di unità di cui c’è bisogno per affrontare
un’emergenza nazionale e per adottare i provvedimenti necessari a superarla. Allo
stesso modo i governatori e i sindaci democratici delle aree più in crisi sono
obbligati a negoziare col governo federale per ottenere più aiuti possibile; in
prima linea Andrew Cuomo (Stato di New York) e Bill De Blasio (NYC). Con le
primarie ferme, non si sa ancora per quanto, si tratta – dal punto di vista
strettamente elettorale – di un sacrificio per i Dem: se le loro proposte
porteranno dei benefici, Trump le utilizzerà per alimentare la retorica del
Presidente che ha guidato la nazione nel suo momento più difficile dal
dopoguerra.</p>



<p>Per quanto riguarda le primarie Democratiche,
solo poche settimane fa si discuteva su queste pagine della litigiosità
fratricida del dibattito, una lotta ormai da quattro anni ferma alla frattura
clintoniana. Un <em>cleavage</em> riproposto in forma più blanda anche stavolta
tra candidati ‘moderati’ e candidati ‘radicali’, Joe Biden e Bernie Sanders. <strong>Riuscirà questa crisi a riunire il Partito
Democratico?</strong> Nonostante Sanders non si sia ancora ritirato, nelle ultime
settimane Biden sta facendo proprie alcune istanze che potrebbero aprire le
porte di una riappacificazione, ad esempio dichiarando che sceglierà una donna
per affiancarlo nel ticket presidenziale. Gli osservatori auspicano che possa
essere una donna più a sinistra di lui, magari fra quelle candidate alle
primarie come le senatrici Warren e Harris. Un passo importante, ma non
sufficiente. Altre due novita’ sono invece più direttamente collegate alle
proposte dell’area liberal. La prima riguarda <a href="https://www.nytimes.com/2020/03/15/us/politics/biden-backs-free-college.html">investimenti
pubblici nell’educazione</a>: Biden ha dichiarato che supporterà la proposta di
College gratuito per studenti provenienti da famiglie sotto ad un certo reddito
e metterà mano al sistema dei prestiti universitari. La seconda proposta,
suggerita dal clima di grave incertezza per la salute pubblica, riguarda
proprio la sanità, argomento molto caro a Sanders. Dopo aver attaccato il
Senatore del Vermont proprio sui rischi del suo “Medicare for All” – per altro
citando disgraziatamente come esempio negativo la sanità pubblica italiana –
Biden ha proposto che, per l’emergenza Coronavirus, <a href="https://twitter.com/JoeBiden/status/1241406213864280064">le cure siano
gratuite e accessibili a tutti</a>. </p>



<p>Le crisi, se possono avere un risvolto
positivo, è forse proprio quello di mettere in dubbio le nostre certezze e,
anche per quanto riguarda i Democratici americani, non possiamo che augurarci
che questa notte dell’umanità porti consiglio, riunendoli per sconfiggere un
avversario comune. L’evolversi dell’emergenza negli Stati Uniti e la risposta
delle forze politiche avrà un grande impatto sull’Italia e sull’Europa, in
particolare c’è da chiedersi se possa essere un banco di prova da un lato per
tutti i populismi e dall’altro per le forze democratiche e neoliberali. Uno
scontro con una posta davvero troppo alta e che non avremmo mai voluto veder
arrivare.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1904/">USA – la lotta al Coronavirus, un test per l’unità in un Paese diviso</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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		<title>Dazi? Meglio il rispetto dei trattati commerciali</title>
		<link>https://www.mondodem.it/1042/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 Apr 2018 15:08:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[#dazi]]></category>
		<category><![CDATA[Commercio]]></category>
		<category><![CDATA[Globalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[Trump]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Fabrizio Macrì &#160;  L’introduzione dei dazi L’amministrazione Trump ha annunciato l’introduzione di limiti tariffari all’importazione negli Stati&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1042/">Dazi? Meglio il rispetto dei trattati commerciali</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Di Fabrizio Macrì</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em> </em><em>L’introduzione dei dazi</em></p>
<p>L’amministrazione Trump ha annunciato l’introduzione di limiti tariffari all’importazione negli Stati Uniti di acciaio e alluminio: i dazi ammontano rispettivamente al 25% nel settore dell’acciaio ed al 10% nel settore dell’alluminio.</p>
<p>La misura corrisponde ad una promessa elettorale fatta dal Presidente durante la vittoriosa campagna elettorale ai lavoratori americani dei settori industriali coinvolti che da anni soffrono la concorrenza dei paesi che producono a basso costo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Le cause</em></p>
<p>I dazi si propongono di limitare la concorrenza soprattutto cinese che avendo costruito negli ultimi anni una grande sovrapproduzione di acciaio e alluminio, ha generato un eccesso di offerta e quindi un calo generalizzato dei prezzi che colpisce soprattutto l’industria di base dei paesi ad alto costo del lavoro quale Nord America ed Europa occidentale. La Cina è il primo fornitore mondiale di acciaio con il 49% della produzione.</p>
<p>I dazi per ora esentano le importazioni dall’Area NAFTA ma colpiscono l’Europa, tra i maggiori fornitori mondiali del mercato americano.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Il paradosso americano</em></p>
<p>A ben guardare i danni generati dall’introduzione di questi dazi per l’economia americana rischiano di essere maggiori dei benefici attesi per 2 ragioni fondamentali:</p>
<ul>
<li>Il rischio di reciprocità laddove gli altri grandi mercati di destinazione delle merci americane decidano a loro volta di introdurre dei dazi che colpiranno l’export americano con un effetto recessivo sul PIL USA;</li>
<li>i settori protetti dai dazi rappresentano appena lo 0,5% del PIL americano e lo 0,7% dell’occupazione complessiva (87.000 persone), mentre gli altri settori industriali dell’economia USA che fanno uso di acciaio ed alluminio e che soffriranno di un aumento dei costi dovuto alla chiusura del mercato USA a forniture estere, sono molto più rilevanti sia in termini di ricchezza prodotta che di posti di lavoro generati. Uno dei settori più colpiti potrebbe essere l’automotive americano: lo stesso gruppo FCA che ha negli States il 60% della sua produzione si stima che avrà una riduzione dei suoi utili nell’ordine del 3,5% in conseguenza dell’introduzione dei dazi.</li>
</ul>
<p><em>Conseguenze sulle altre maggiori economie</em></p>
<p>Se dunque è vero che l’introduzione dei dazi potrebbe non avere l’effetto benefico sperato sull’economia americana, è anche probabile che non sia neanche l’opzione più efficace per colpire la Cina, che a detta di Trump, è il principale obiettivo della misura protezionistica.</p>
<p>La Cina infatti, nonostante per effetto della sua sovrapproduzione, sia il maggiore responsabile del calo dei prezzi in questi due settori, vende in USA circa 800.000 tonnellate di acciaio (appena l’1,4% del suo export mondiale di circa  72,4 Milioni), poca cosa rispetto ai 5 Milioni esportati in USA dall’Unione Europea di cui 500.000 tonnellate dall’Italia.</p>
<p>È prevedibile quindi una riduzione quantitativa di circa un milione di tonnellate dell’export europeo di acciaio e di 100.000 tonnellate dall’Italia (che si traduce in circa un miliardo di Dollari in meno in valore per il nostro export in USA). Una misura strabica quindi che concepita per colpire la CIna finisce per danneggiare gli alleati europei tra cui in modo significativo il nostro Paese.</p>
<p>Il rischio che queste misure protezionistiche possano danneggiare la crescita prodigiosa negli ultimi anni delle nostre esportazioni sul mercato americano è alto, soprattutto se queste misure si estenderanno anche ad altri settori come l’automotive e l’agroalimentare, in cui l’Italia eccelle sul mercato americano. L’Italia nel 2017 è diventato l’ottavo paese esportatore negli USA, superando la Francia ed ha aumentato il volume del proprio export nel Paese del 137% dal 2009 al 2017.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Concorrenza sleale </em></p>
<p>La radice del problema è la concorrenza sleale.</p>
<p>Il processo di apertura dei mercati promosso dagli USA a partire dagli anni ’90 ha consentito a molti paesi in via di sviluppo di crescere e uscire da condizioni di povertà assoluta, tuttavia le disparità di reddito, di regimi politici più o meno liberali e di quadri normativi sociali ed ambientali hanno messo in difficoltà i sistemi produttivi dei paesi più ricchi ed avanzati.</p>
<p>La Cina, oggetto delle attenzioni dell’amministrazione Trump, è l’esempio più lampante se non altro per via del suo peso economico, di come la concorrenza sleale si manifesti sui mercati internazionali. In Cina lo Stato gioca un doppio ruolo di regolatore e competitor attraverso la diffusa partecipazione dello stesso alla governance di imprese che attraverso sussidi pubblici competono a prezzi stracciati, con effetti distorsivi e di dumping sui mercati dei paesi più sviluppati come gli USA.</p>
<p>Effetti distorsivi hanno anche, da un lato l’imposizione dei cinesi sugli investitori industriali esteri dell’obbligo di trasferimento in Cina della proprietà intellettuale e dall’altro l’assenza di normative stringenti come nei paesi socialmente più sviluppati in tema di tutela dell’ambiente e dei diritti dei lavoratori.</p>
<p>La corsa all’apertura dei mercati ha prevalso insomma sull’esigenza di imporre a tutti il rispetto delle regole in primis del WTO, ispirate al principio della reciprocità.</p>
<p>L’esposizione delle economie dei paesi più ricchi ed avanzati alla concorrenza dei paesi industriali emergenti in queste condizioni di asimmetria, ha fortemente colpito i settori a più basso valore aggiunto la cui competitività è prevalentemente basata sul prezzo e non sugli innesti di tecnologia e know-how come nei settori ad alto valore aggiunto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Winners, losers e politiche economiche nella globalizzazione</em></p>
<p>Qui sta la causa della forte polarizzazione tra «winners» e «losers» della globalizzazione che si è manifestata in molti paesi occidentali, tra cui anche l’Italia e che ha creato un’ondata di malcontento tra le classi sociali di quanti (imprenditori, lavoratori e disoccupati) non hanno potuto cogliere le opportunità di crescita offerte dalla globalizzazione, ma al contrario ne sono stati danneggiati.</p>
<p>La rappresentanza politica di questo malcontento si esprime ora sulla scena internazionale attraverso le misure protezionistiche di Trump che, oltre ad avere un effetto macroeconomico paradossale, danneggiando settori ben più importanti sotto il profilo occupazionale dell’economia americana rispetto a quelli che si vuole proteggere, rischiano anche di innescare un circolo vizioso di reciproche restrizioni agli scambi commerciali tra paesi che avrebbero un effetto recessivo sull’economia globale.</p>
<p>Più efficace sarebbe, oltre all’adozione di misure sociali e di politica economica interna tese a diminuire la polarizzazione tra settori competitivi e settori esclusi dalla globalizzazione, una politica commerciale internazionale tesa a ristabilire la “sovranità” dei trattati internazionali obbligando i paesi contraenti al rispetto de loro principi fondanti e limitandone al massimo le violazioni. Mentre quindi appare legittima l’irritazione degli USA e degli strati sociali più deboli dei paesi occidentali per le conseguenze sociali della concorrenza sleale a livello globale, appare per ora poco efficace e miope la scelta di politica economica che ne consegue: l’imposizione dei dazi.</p>
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		<item>
		<title>I dazi di Donald Trump: quali rischi per l’economia italiana?</title>
		<link>https://www.mondodem.it/1011/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 Mar 2018 19:43:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Italia nel mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Policy brief]]></category>
		<category><![CDATA[#dazi]]></category>
		<category><![CDATA[#imprese]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Trump]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Bernardo Tarantino* L’articolo intende fornire un’analisi dei dazi introdotti recentemente da Donald Trump e dei potenziali effetti&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1011/">I dazi di Donald Trump: quali rischi per l’economia italiana?</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>di Bernardo Tarantino*</em></p>
<p>L’articolo intende fornire un’analisi dei dazi introdotti recentemente da Donald Trump e dei potenziali effetti sull’economia italiana. La prima parte illustrerà la portata dei provvedimenti protezionistici del Governo statunitense nel settore siderurgico. La seconda parte sarà dedicata ai potenziali effetti dei dazi sulle aziende italiane esportatrici di acciaio e alluminio. Infine, si illustreranno le tappe di una possibile <em>escalation</em> tariffaria e le potenziali conseguenze sull’export italiano.</p>
<p><strong><em> </em></strong></p>
<ol>
<li><strong><em>I motivi e gli obiettivi della scelta di Trump</em></strong></li>
</ol>
<p>Lo scorso 23 marzo, il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha introdotto dazi del 25% per l’acciaio e del 10% per l’alluminio. I motivi principali di questa decisione risiedono nella crisi che il settore siderurgico statunitense ha conosciuto negli ultimi due decenni. In particolare, il rapporto del Dipartimento per il Commercio USA del 16 febbraio considera l’eccedenza delle importazioni di acciaio e alluminio una minaccia per la sicurezza nazionale e l’occupazione. Il rapporto, oltre a rilevare una diminuzione negli ultimi vent’anni del 35% degli occupati nel settore dell’acciaio e del 58% tra il 2013 e il 2016 nel settore dell’alluminio, raccomanda misure di politica commerciale volte a tutelare i comparti produttivi nazionali.</p>
<p>Inizialmente, i provvedimenti di politica commerciale dell’Amministrazione Trump avrebbero dovuto colpire quasi tutti i partner commerciali degli Stati Uniti. Gradualmente, l’asprezza delle misure tariffarie si è affievolita. Canada e Messico, rispettivamente primo e quarto partner commerciale degli Stati Uniti nel settore siderurgico, sono stati subito esentati dai dazi. A ridosso della firma del Proclama presidenziale, l’Unione europea, il Brasile, la Corea del Sud, l’Argentina e l’Australia hanno ottenuto un’esenzione temporanea. La Cina, primo produttore mondiale di acciaio e alluminio, è pertanto il destinatario principale delle misure tariffarie imposte da Trump. Ciò nondimeno, il rischio di una guerra commerciale tra Stati Uniti e Unione europea non è da sottovalutare. La data del primo maggio indicata dall’Amministrazione Trump per concludere i negoziati su dazi e relazioni commerciali sembra poco realistica e la Commissione europea sostiene che l’esenzione dai dazi debba essere permanente e non solo temporanea.</p>
<p>I dazi di Trump rappresentano una sfida senza precedenti per l’industria siderurgica globale. Gli USA sono il maggior importatore mondiale di acciaio (circa 31 milioni di tonnellate) e le ripercussioni dei dazi non tarderanno a farsi sentire. Per i paesi esportatori, una tassa aggiuntiva alle importazioni rappresenta un problema di non poco conto, in quanto molti prodotti rischiano di vedere le proprie esportazioni drasticamente diminuite.</p>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="2">
<li><strong><em> I dazi di Trump avrebbero effetti negativi su alcuni comparti della siderurgia italiana caratterizzati da un significativo valore aggiunto</em></strong></li>
</ol>
<p>I rapporti commerciali tra Stati Uniti e Italia sono eccellenti. L’interscambio supera i 55 miliardi di euro. Il saldo della bilancia commerciale è nettamente a favore dell’Italia. Nel 2017, con <strong>40,5 miliardi di fatturato</strong>, l’Italia si è piazzata all’ottavo posto dei paesi da cui provengono le importazioni degli Stati Uniti. Le importazioni italiane dagli Stati Uniti si attestano a 15 miliardi di euro.</p>
<p>Nel settore siderurgico<a href="#_ftn1" name="_ftnref1"><sup>[1]</sup></a>, l’Italia rappresenta soltanto l’1% del valore complessivo delle importazioni degli Stati Uniti. Il peso degli Stati Uniti, nel totale delle vendite all’estero di prodotti siderurgici italiani è pari al 3,8%, appena lo 0,2% dell’export manifatturiero. Tuttavia, i potenziali effetti negativi non sono da sottovalutare. Le aziende italiane specializzate nella produzione di acciaio e alluminio esportano complessivamente verso gli Stati Uniti <strong>470 mila tonnellate d’acciaio l’anno</strong> per un valore di circa <strong>653 milioni di euro</strong><a href="#_ftn2" name="_ftnref2"><strong><sup>[2]</sup></strong></a>.</p>
<p>Se si analizzano nel dettaglio le performance dei singoli prodotti, emerge un ruolo più rilevante  per l’Italia nel commercio di semilavorati ad alto valore aggiunto. La categoria che rischierebbe di essere più colpita dai dazi di Trump è  infatti quella dei <strong>lingotti in acciai inox</strong> per i quali le esportazioni negli Stati Uniti rappresentano il <strong>57</strong><strong>,4%</strong> del totale (21.603 tonnellate su 37.613). Relativamente più contenuto, ma comunque rilevante, sarebbe l’impatto anche sulle <strong>barre e profilati in acciai inossidabili</strong> (18,5% le esportazioni negli USA sul totale),<strong> i tubi senza saldatura</strong> (13,1%), <strong>i fili in acciai legati </strong>(12,5%) ed i <strong>lingotti in acciai legati </strong>(9,3%).<a href="#_ftn3" name="_ftnref3"><sup>[3]</sup></a></p>
<p>Una stretta sui dazi non sarebbe quindi senza conseguenze per l’industria italiana. Per molti prodotti il mercato americano non rappresenta solo una delle destinazioni più remunerative, ma anche una delle aree con maggiori prospettive di crescita. Uno studio di Prometeia considera il mercato statunitense una combinazione di “<strong>ampie prospettive di sviluppo”</strong> per il prossimo biennio ed elevato<strong> “peso specifico”</strong>, in termini di volumi potenzialmente assorbibili,<strong> </strong>per i settori dei “tubi in acciaio” e della “lavorazione a freddo dell’acciaio”.</p>
<p>Alla luce di questi dati, secondo il Presidente di Federacciai Gozzi, le imprese italiane potenzialmente colpite dai dazi di Trump non supererebbero la decina. Tra di esse, si segnala il caso di <strong>Arinox (Gruppo Arvedi) </strong>situata a Riva Trigoso, azienda specializzata nella produzione di acciaio inossidabile che ha recentemente trasmesso il proprio parere al Dipartimento del Commercio USA. Altro caso da segnalare è quello dell’acciaieria<strong> Valbruna, </strong>con sedi a Vicenza, Bolzano e nello Stato dell’Indiana, che esporta 40 mila tonnellate di acciaio inossidabile negli USA.</p>
<p>Prima dell’annuncio dell’imposizione dei dazi su acciaio e alluminio, l’Amministrazione Trump aveva già imposto un dazio provvisorio del 22,6% alle importazioni di <strong>vergella</strong> italiana colpendo principalmente l’azienda friulana <strong>Ferriere Nord </strong>e la veronese<strong> Ferriere Valsider</strong>. Gli Stati Uniti sostengono che parte delle esportazioni italiane di vergella sono in dumping a causa di sussidi statali. Nel 2016 le esportazioni italiane di vergella negli USA ammontavano a 12 milioni di dollari per un totale di 30 mila tonnellate. Nei primi 8 mesi del 2017 l’Italia ha esportato negli USA circa 19 mila tonnellate di vergella.</p>
<p>Infine, sembra opportuno descrivere brevemente gli <strong>effetti indiretti</strong> che i dazi sui prodotti cinesi avrebbero sul mercato siderurgico europeo. Le esportazioni cinesi di acciaio e alluminio verso gli USA, colpite dai dazi, potrebbero riversarsi sui mercati dei Paesi membri dell’UE danneggiando tutte le aziende del settore. A tal proposito sono state espresse preoccupazioni per la concorrenza che la <strong>filiera siderurgica lecchese</strong> subirebbe dai competitor asiatici.  Con i suoi 19.857 addetti il distretto industriale lecchese ha generato un export pari a <strong>1,8 miliardi</strong> nei primi nove mesi del 2017. Questi risultati potrebbero essere compromessi da una maggiore disponibilità sui mercati europei di prodotti di acciaio e alluminio provenienti dalla Cina e che, non trovando più sbocco negli USA, potrebbero dirigersi sull’Europa. Tuttavia, le esportazioni cinesi verso gli USA hanno un peso relativamente modesto in quanto costituiscono solo il 3% del totale delle importazioni USA di acciaio e alluminio.</p>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="3">
<li><strong><em> Nel caso di escalation tariffaria gli effetti sull’export italiano sarebbero rilevanti</em></strong></li>
</ol>
<p>Benché al momento poco probabile, non è da escludere l’avvio di un’escalation di ritorsioni tariffarie.  La Commissione europea si è attivata per ottenere un’esenzione dai dazi sull’acciaio e l’alluminio. Come si è evidenziato, il Governo americano ha concesso un’esenzione temporanea i cui profili giuridici ed operativi risultano poco chiari. L’Unione europea chiede un’esenzione permanente e sta studiando una triplice strategia per rispondere al protezionismo americano.</p>
<p>a) L’Unione europea potrebbe fare richiesta di arbitrato presso l’Organo delle risoluzione delle controversie dell’Organizzazione Mondiale del Commercio. Tuttavia questa procedura richiede tempi molto lunghi.</p>
<p>b) Una seconda opzione sarebbe quella di adottare misure di salvaguardia provvisorie per impedire che i prodotti oggi esportati negli Usa dal resto del mondo, e che verranno bloccati dai dazi, si riversino nel mercato europeo creando seri danni all’industria siderurgica.</p>
<p>c) Infine, l’Ue potrebbe attivare una ritorsione commerciale che avrebbe però effetti dirompenti sul commercio internazionale. In tal caso, sembrerebbe che l’Ue abbia già stilato una lista di beni statunitensi a cui applicare dazi e che includono acciaio, alluminio, motociclette, jeans, whiskey, motori per imbarcazioni, riso, fragole, granoturco e molti altri beni per un valore totale di 2,83 miliardi di euro.</p>
<p>Nel caso di ritorsioni da parte dell’Unione europea, Trump ha annunciato di voler ampliare la lista dei prodotti europei da sottoporre a dazi, a cominciare dall’<strong>automotive</strong>. Gli esportatori italiani sarebbero i più colpiti insieme a quelli tedeschi. In particolare, il 23,0% dell’export industriale italiano negli Stati Uniti è costituito da <strong>mezzi di trasporto</strong>, il 18,7% da <strong>macchinari</strong>, il 10,1% da <strong>alimentari e bevande</strong> e il 9,5% da <strong>tessile, abbigliamento e calzaturiero</strong>. A livello regionale, <strong>Lombardia e Veneto sarebbero le regioni</strong> più colpite da un’escalation tariffaria. Si pensi che nel 2016 la Lombardia ha esportato negli Stati Uniti merci per 8,1 miliardi di euro e il Veneto per 4,8 miliardi.</p>
<p>È difficile prevedere gli <strong>effetti di un’escalation tariffaria</strong> sull’export italiano e sui singoli settori produttivi, soprattutto se non si conoscono l’ampiezza e la portata delle misure protezionistiche. Tuttavia, è evidente che il ritorno ai dazi in settori strategici dell’export italiano avrebbe un impatto rilevante sulla nostra economia determinando una perdita per le aziende. Uno studio di Prometeia sull’impatto dei dazi americani ha ipotizzato che se si riportassero le tariffe doganali ai livelli pre-OMC (precisamente ai livelli del 1989), gli ulteriori oneri doganali costerebbero alle imprese italiane circa <strong>800 milioni di euro </strong><a href="#_ftn4" name="_ftnref4"><sup>[4]</sup></a> , distribuiti diversamente tra i vari settori. Secondo lo studio, di questi 800 milioni, oltre 345 peserebbero sui settori tradizionali del Made in Italy: la moda, le calzature, il design e l’alimentare. Per 216 milioni sui mezzi di trasporto e la meccanica, per 62 milioni sui prodotti e materiali da costruzione. Per 43 milioni sulla metallurgia e per 32 milioni sulla chimica-farmaceutica. Tutto ciò escludendo eventuali misure sanitarie e fito-sanitarie che potrebbero ulteriormente colpire settori specifici del nostro export. Infine, occorre sottolineare che i dazi si applicherebbero a tutti i paesi dell’Unione europea e ciò provocherebbe un “effetto domino” sulle catene del valore internazionali determinando ulteriori perdite per economie aperte come quella italiana.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*Bernardo Tarantino è consulente relazioni internazionali e istituzionali. A Expo Milano 2015, si occupato dell’organizzazione delle attività internazionali e delle iniziative di Promozione del Sistema Paese all’estero. In qualità di allievo dell’École Nationale d’Administration, ha svolto servizio alla Rappresentanza permanente della Francia presso l’Unione europea ed è stato membro del gabinetto del Prefetto del Lot-et-Garonne (Fr).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1"><sup>[1]</sup></a> Federacciai conta 130 imprese associate. Gli addetti nel settore siderurgico in Italia sono 70.000. La produzione nazionale di acciaio ammonta a 22 milioni di tonnellate l’anno.</p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2"><strong><sup>[2]</sup></strong></a> Fonte: Federacciai</p>
<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3"><sup>[3]</sup></a> Elaborazione siderweb su dati ISTAT</p>
<p><a href="#_ftnref4" name="_ftn4"><sup>[4]</sup></a> Il calcolo è stato fatto a partire dai dati export del 2015</p>
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		<title>Alabama, dicembre 2017: prende forza la reazione democratica al Trumpismo</title>
		<link>https://www.mondodem.it/910/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 Dec 2017 14:02:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[USA e Americhe]]></category>
		<category><![CDATA[#Alabama]]></category>
		<category><![CDATA[Democratici]]></category>
		<category><![CDATA[Trump]]></category>
		<category><![CDATA[USA]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.mondodem.it/?p=910</guid>

					<description><![CDATA[<p>Di Fabio Iannuzzelli* Un anno fa, a quest’ora, migliaia di famiglie statunitensi stavano per trascorrere le feste natalizie&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/910/">Alabama, dicembre 2017: prende forza la reazione democratica al Trumpismo</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Di Fabio Iannuzzelli*</em></p>
<p><strong>Un anno fa, a quest’ora, migliaia di famiglie statunitensi stavano per trascorrere le feste natalizie con un buon proposito: evitare di trasformare il pranzo o la cena di Natale in un infuocato dibattito sull’elezione di Donald Trump a Presidente degli Stati Uniti d’America.</strong> Raramente così divisi, gli USA mostravano al mondo l’entusiasmo incontenibile dei sostenitori repubblicani di Trump contrapposto all&#8217;incredulità dei fedelissimi di un Partito Democratico convinto (o quasi) di portare la prima donna Presidente al 1600 di Pennsylvania Avenue. Oggi, ad un anno di distanza, attivisti e dirigenti di quello stesso Partito Democratico, nonché milioni di democratici in giro per il paese, possono finalmente ricominciare un po’ a sorridere. Buone notizie erano già arrivate ad inizio novembre con l’elezione di due democratici a governatori del New Jersey e della Virginia, ma una notizia ancora migliore è appena giunta dall’Alabama: in uno degli stati più rossi della nazione, i democratici sono riusciti a strappare ai repubblicani una vittoria simbolica ed entusiasmante.</p>
<p><strong>In Alabama, il 12 dicembre scorso, si è tenuta la cosiddetta Special Election per scegliere uno dei due senatori in rappresentanza dello stato presso il Senato degli USA, posto vacante lasciato dal repubblicano Jeff Sessions, nominato Procuratore Generale degli Stati Uniti da Donald Trump: il candidato democratico Doug Jones sfidava il repubblicano Roy Moore.</strong> Sfida difficile per i democratici, tanto più perché giocata nello stato che un anno fa, nelle elezioni presidenziali, consegnò a Donald Trump una schiacciante vittoria contro Hillary Clinton. Eppure,<strong> il risultato finale ha decretato Jones al 49,9% e Moore al 48,4%</strong>. L’avvocato progressista, conosciuto in Alabama per avere perseguito con successo due membri del Ku-Klux-Klan responsabili per l’attentato omicida di quattro ragazzine afroamericane nel 1963, è riuscito a battere il conservatore, simbolo del Trumpismo, noto per aver affermato che l’America era davvero grande ai tempi della schiavitù, e, più recentemente, per essere stato accusato di intrattenere rapporti sessuali con minorenni quando aveva trent’anni. Una vittoria di misura, ma pesante.</p>
<p><strong>Un candidato repubblicano impresentabile, dunque, o una reazione democratica al Trumpismo diffuso? Un fenomeno locale o dalla portata più ampia? Più che a risposte nette, tali domande lasciano spazio a prudenti riflessioni.</strong> Intanto, in uno stato federale che come pochi ha conosciuto un’ardua battaglia per la conquista di diritti civili ed umani fondamentali, la reazione della comunità afroamericana ad un candidato nostalgico della schiavitù, è stata forte e compatta: il 30% dei votanti era afroamericano (il 96% avrebbe votato per Jones), quota più alta di quella delle elezioni che portarono Obama alla Casa Bianca nel 2008 e nel 2012. Inoltre, la preoccupazione della comunità afroamericana per le politiche regressive ai danni delle fasce più povere sostenute dal candidato repubblicano è stata contrastata da Jones, il quale, durante la campagna elettorale, ha mostrato particolare sensibilità per temi come l’equo accesso al sistema sanitario o la riforma della giustizia penale. A questa reazione vigorosa della comunità afroamericana, si è associata una massiccia mobilitazione degli attivisti del Partito Democratico dell’Alabama che, attraverso migliaia di chiamate telefoniche, sms e visite a domicilio (più di 520.000!), è riuscita a far sostenere strenuamente la candidatura di Jones. Al contempo, è probabile che l’incapacità del Partito Repubblicano dell’Alabama di smarcarsi dalla bigotteria impresentabile di Moore abbia indotto diversi repubblicani ad astenersi o a sostenere il candidato democratico: i principali mezzi di informazione statunitensi hanno evidenziato che molti repubblicani residenti nelle ricche periferie cittadine avrebbero mostrato interesse per Jones.</p>
<p>Sebbene molti elementi che hanno portato alla vittoria del candidato democratico siano attribuibili al contesto specifico, tale successo consente di osservare e riflettere su dinamiche e azioni che hanno favorito e potrebbero favorire una più ampia reazione democratica al Trumpismo diffuso. <strong>L’affermazione di Jones nella Special Election si può anche ricondurre ad una crescente risposta, a livello nazionale, all’aggressiva polarizzazione promossa da personaggi come Moore, ispirati e legittimati da Trump.</strong> Certo, la reazione afroamericana in Alabama è dettata dall’insensatezza delle proposte e dichiarazioni di Moore, ma si contrappone anche, ad esempio, alla retorica della supremazia bianca sempre più diffusa nell’intera nazione e non ostacolata dal Trumpismo. D’altro canto, il caso dell’Alabama, così come quello della Virginia lo scorso novembre, potrebbe indicare una certa fatica da parte dell’elettorato repubblicano nel sostenere, sempre e comunque, posizioni fortemente divisive. Oltre a ciò, al successo di Jones hanno contribuito l’importante ruolo del Partito Democratico nazionale, ad esempio attraverso il massiccio supporto finanziario ad organizzazioni di base in Alabama, la mobilitazione di attivisti democratici al di fuori dello stato, ed il forte sostegno al candidato democratico da personaggi di spicco come Obama.</p>
<p><strong>Grazie alla voglia di reagire al Trumpismo, che spacca l’elettorato e promuove una regressione sui diritti civili ed umani fondamentali, e all’impegno concreto e costante dei democratici in territori tradizionalmente più ostili, i progressisti potranno guardare con maggior ottimismo e fiducia alle elezioni di medio-termine di novembre 2018, un’importante occasione per arginare i Repubblicani e costringerli a rivedere le loro strategie.</strong> Ma ai democratici serviranno anche buone dosi di attenzione, fatica e coraggio. Il margine basso di vittoria in Alabama, così come il carattere speciale delle elezioni, devono suggerire ai democratici che per replicare i successi su larga scala, per colpire il Trumpismo senza abbandonare valori e idee progressiste, servirà un lavoro impegnativo e continuo. Speranzosamente, la vittoria in Alabama ha trasmesso, a chi ancora non lo aveva, lo slancio per affrontare questa lunga e impervia sfida.</p>
<p><em>*Laureato in Economia presso il Collegio Carlo Alberto e l’Università degli Studi di Torino, ha servito per diversi anni in Guinea-Bissau, Africa Occidentale, per le ONG ENGIM e Mani Tese operanti nel settore dello sviluppo e della promozione dei diritti umani. Ha completato recentemente un Master in Relazioni Internazionali presso la Johns Hopkins University School of Advanced International Studies (SAIS). È iscritto e collabora con il circolo PD di Washington, D.C. da settembre 2016.</em></p>
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		<title>L’Unione Europea pronta a difendere l’accordo con l’Iran, anche da Donald Trump</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Cinzia Bianco]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Aug 2017 21:19:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Grande Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[L'Italia nel mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[Sanzioni]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
		<category><![CDATA[Trump]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Cinzia Bianco Sin dall’inizio del mandato presidenziale di Donald Trump, l’Europa e gli Stati Uniti hanno intrapreso&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Di Cinzia Bianco</em></p>
<p>Sin dall’inizio del mandato presidenziale di Donald Trump, l’Europa e gli Stati Uniti hanno intrapreso strade sempre più diverse nella gestione del rapporto con l’Iran. Già durante la sua campagna presidenziale, Trump aveva attaccato l’accordo sul nucleare firmato a luglio 2015 tra i cinque membri del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e l’Iran, con la mediazione dell’Unione Europea.</p>
<p>Considerato tra i primi successi della diplomazia europea, l’accordo corona tentativi di negoziazione che gli Europei hanno guidato almeno sin dall’inizio degli anni 2000, quando l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica ha scoperto un programma clandestino di arricchimento dell’uranio nella Repubblica Islamica. Il ruolo fondamentale degli europei è sempre stato incoraggiato, tra le altre cose, dal fattore fondamentale dei significativi interessi economico-commerciali ed energetici esistenti tra Europa e Iran.  Proprio quegli interessi erano stati pesantemente danneggiati dal regime sanzionatorio internazionale imposto nel 2009 e, soprattutto, dal suo rinvigorimento nel 2012. Il potenziale rappresentato dalla ripresa delle relazioni dopo-sanzioni è considerato, dunque, estremamente significativo. Per l’Italia, ad esempio, l’Iran rappresenta un mercato interessante sotto diversi aspetti, e già negli ultimi due anni sono stati firmati accordi per un valore di 20 miliardi di euro di joint venture nell’industria pesante, quella automobilistica, energetica, infrastrutturale.</p>
<p>Per andare incontro a questo potenziale, l’Unione Europea è rimasta alla guida degli sforzi per l’implementazione dell’accordo nucleare e il ritiro delle sanzioni, con scambi di visite storiche tra Capi di Stato e funzionari dell’UE, missioni commerciali e un notevole impegno nei singoli paesi europei per stimolare nuove opportunità. Nonostante l’interesse di molte aziende europee, lo sviluppo di una più stretta cooperazione con l’Iran è rimasto limitato da sanzioni statunitensi che rimangono sul sistema missilistico iraniano e dall’esitazione degli istituti finanziari con forti legami negli Stati Uniti, che considerano ancora troppo rischioso assicurare o fornire capitali per fare affari con la Repubblica Islamica. Nonostante ciò, aziende tedesche, francesi e italiane  hanno investito in settori come quello energetico, infrastrutturale e dell’industria pesante. Il consorzio francese che si occupa della produzione di Peugeot e Citroen ha recentemente dichiarato che le proprie vendite sono triplicate in Medio Oriente e in Africa nella prima metà dell’anno grazie alle nuove produzioni in Iran. A giugno il colosso energetico francese Total ha firmato un importante accordo sul gas, del valore di circa 5 miliardi di dollari. Il progetto, che coinvolge anche la compagnia cinese National Petroleum e l’iraniana Petropars, punta a sviluppare i giacimenti meridionali iraniani di gas di South Pars, il tutto concordato con un contratto ventennale. Si tratta del primo grande contratto energetico tra l’Iran e una compagnia energetica europea che, per quanto deludente rispetto alle aspettative del 2015, rappresenta un passo importante che ribadisce come l’Europa stia andando in una direzione opposta rispetto agli Stati Uniti sul dossier Iran.</p>
<p>Nel circolo della Casa Bianca, l’accordo negoziato dall’ex Presidente Barack Obama è sempre più giudicato come una dimostrazione di debolezza nei confronti di un paese considerato una minaccia per gli interessi americani e la stabilità regionale. Influenti membri dell’attuale amministrazione USA spingono per sanzioni più dure contro Teheran, e, ogni 90 giorni, quando l’amministrazione deve fare una verifica sul rispetto dell’accordo nucleare da parte iraniana, fanno trapelare la loro contrarietà. Fonti statunitensi hanno confermato che l’intenzione di indebolire l’accordo sia condivisa nei circoli intorno a Trump e che entro ottobre l’amministrazione rilascerà gli esiti di una sue ri-valutazione dello stesso. Lo stesso Presidente ha inoltre costruito stretti rapporti di alleanza con le monarchie arabe del Golfo e, soprattutto, con l’Arabia Saudita, competitor geopolitico dell’Iran.</p>
<p>Insomma la distanza non potrebbe essere maggiore tra le due sponde dell’Atlantico. Gli Europei hanno intrapreso il sentiero della riconciliazione, mentre gli Stati Uniti prevedono una politica di isolamento e contenimento. Inoltre, sembra che gli Europei siano intenzionati ad andare avanti nonostante i dubbi dell’amministrazione USA. Pur mantenendo una posizione di compromesso e tentando di trattenere gli Stati Uniti sulle stesse posizioni, gli Europei puntano anche a dimostrare che in presenza di un’opposizione USA considerata irragionevole, saranno costretti ad andare avanti in opposizione a Washington. Notevole è stato ad esempio che, nell’arco di una settimana, l’ultima di luglio, gli Stati Uniti abbiano approvato nuove sanzioni contro l’Iran, spingendo il governo iraniano ad accusarli di aver violato l’accordo sul nucleare, e l’Alto Rappresentante per la Politica Estera dell’Unione Europea, Federica Mogherini, ha annunciato che sarà presente alla cerimonia di insediamento di Hassan Rouhani.</p>
<p>Anche Russia e Cina  hanno, in questi due anni, rafforzato la loro cooperazione, già importante con l’Iran: mentre la Russia è saldamente nel campo iraniano in Siria, la Cina è interessata all’Iran sia come fonte energetica che come snodo strategico nei suoi progetti commerciali di una nuova ‘Via della Seta’. In caso la Casa Bianca decida di spingere per una rinegoziazione dell’accordo o per inserire nuove sanzioni internazionali, insomma, si troverebbe importanti difficoltà a coinvolgere gli altri firmatari.</p>
<p>Tra i punti più interessanti dell’approccio europeo all’Iran è che l’attuale leadership dell’Unione Europea ha più volte dichiarato apertamente che vede Teheran non solo come un partner economico, ma anche, potenzialmente, come un partner politico che potrebbe contribuire alla stabilità del Medio Oriente. L’idea, espressa anche dall’ex Presidente Obama pubblicamente, è contribuire all’emergere di un equilibrio di potenza in Medio Oriente in cui i leader regionali mantengano sfere di influenza senza che questo sfoci in guerre per procura. Un’idea dal grande potenziale, che poteva essere spinta dal momentum dell’accordo, tra il 2013 e il 2015, e che però si è trasformata piuttosto in un’utopia con l’emergere di leader globali e regionali fortemente e ideologicamente anti-iraniani.</p>
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		<title>Nuove sanzioni Usa contro Russia, Iran, Corea del Nord: cui prodest?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Aug 2017 21:12:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Policy brief]]></category>
		<category><![CDATA[Corea del Nord]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>
		<category><![CDATA[Sanzioni]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
		<category><![CDATA[Trump]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Carolina de Stefano e Annalisa Perteghella Introduzione Lo scorso 27 luglio il Congresso americano ha approvato alla&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Di<em> Carolina de Stefano e Annalisa Perteghella</em></p>
<p><strong>Introduzione</strong></p>
<p>Lo scorso 27 luglio il Congresso americano ha approvato alla quasi unanimità (419 contro 3 alla Camera, 48 contro 2 al Senato) una legge intitolata ‘<em>Countering America&#8217;s Adversaries through Sanctions Act</em>’<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a> che sanziona allo stesso tempo, con misure diverse, la Russia, l’Iran e la Corea del Nord. Il 2 agosto il Presidente Trump ha apposto la sua firma, accompagnando però la sua approvazione formale con due distinte dichiarazioni in cui sottolinea l’incostituzionalità di numerosi articoli del testo, il suo disappunto per alcune misure e la sua speranza che la legge non mini le relazioni con l’Unione Europea.<a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a></p>
<p>Tale posizione ambivalente non sorprende, perché è la manifestazione della lacerazione inter- e intra-partitica americana attuale e, in particolare, del feroce conflitto in corso tra il Congresso e il Presidente americano. Se da un lato è importante che le Camere portino avanti riforme legislative grazie a un accordo Democratici-Repubblicani e che, così facendo, riescano a ridurre le incertezze e l’imprevedibilità delle iniziative personali di Donald Trump, la riconfigurazione dello spettro politico americano in senso bipartisan introduce però alcuni elementi di preoccupazione. Le ultime sanzioni approvate ne sono un chiaro esempio, in quanto non avranno altro effetto se non quello di peggiorare ulteriormente le relazioni degli Stati Uniti tanto con la Russia quanto con l’Iran, per diverse ragioni.</p>
<p>Alcune sono di carattere generale, e riguardano le condizioni necessarie affinché le sanzioni in quanto strumento di pressione di un paese su un altro siano efficaci; altre, specifiche, sono dovute invece a come gli Stati Uniti mostrano di voler gestire oggi i dossier russo e iraniano.</p>
<p><strong>Le sanzioni: uno strumento utile, ma solo a certe condizioni </strong></p>
<p>In sé, le sanzioni economiche non sono uno strumento inefficace: dipende da caso a caso, e dal contesto.</p>
<p>Quello che è certo, però, è che la sanzioni funzionano solo a certe condizioni. La loro naturale, principale ragion d’essere è quella di esercitare pressione su un paese al fine di ottenere qualcosa in cambio, il più delle volte un passo indietro rispetto a iniziative ritenute inaccettabili dal paese che le impone. È il caso delle sanzioni europee e americane in risposta all’annessione unilaterale russa della Crimea nel 2014, o delle sanzioni congiunte applicate soprattutto nei tardi anni 2000 in risposta allo sviluppo del programma nucleare di Teheran.</p>
<p>Come viene ricordato in questo editoriale del New York Times<a href="#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a>, numerosi studi mostrano che le sanzioni hanno funzionato nei casi in cui sono state indirizzate contro paesi non particolarmente potenti (“not terribly powerful”), dipendenti economicamente dal paese autore della misura, e quando esse siano state finalizzate a una riparazione concreta, come nel caso della sospensione degli aiuti americani alla Guinea-Bissau per costringere il Presidente a indire nuove elezioni. Al contrario, non hanno praticamente mai portato a modificare la posizione di Stati di medio-grande potenza e in assenza di una finalità precisa e ben delimitata.</p>
<p>Tuttavia, anche quando non riescono a indurre a una revisione di determinate iniziative del paese colpito, le sanzioni possono comunque svolgere un ruolo importante, tanto a livello nazionale che internazionale. Innanzitutto esse mandano un chiaro messaggio, di carattere nazionalista, alla propria popolazione: “non resteremo inermi di fronte a aperte provocazioni o atti che minacciano la sicurezza del nostro paese”. Soprattutto, e più in generale, le sanzioni servono a stabilire, nella pratica come nell’immaginario collettivo, quali siano i confini da non superare nelle relazioni tra due paesi e per potere essere considerati legittimi membri della comunità internazionale. Questo effetto lo si ottiene in particolare quando sono il risultato di una decisione non unilaterale, bensì multilaterale e coordinata.</p>
<p>Pur nella mancanza di risultati visibili, cioè, la portata simbolica delle sanzioni può essere molto rilevante, ma è proprio questa loro funzione “morale” a renderle uno strumento delicato: non può essere usato indiscriminatamente e deve rientrare in una strategia coerente di politica estera.</p>
<p>In caso contrario &#8211; in assenza di un obiettivo chiaro e di una visione complessiva delle relazioni con un altro paese &#8211; in effetti, le sanzioni perdono ogni credibilità e, quel che è peggio, finiscono per avere esclusivamente effetti negativi. Non solo non risolvono la questione, ma rischiano di alienare la popolazione del paese colpito, in due maniere: perché riducono le relazioni, i contatti, gli scambi con quel paese, ma anche perché diventano un facile espediente utilizzato dai loro leader – generalmente autoritari – per giustificare la chiusura a influenze occidentali e l’assenza di un sistema democratico.</p>
<p>Le ultime sanzioni americane nel confronti della Russia e dell’Iran mancano tanto di coerenza e di credibilità morale, quanto di efficacia. Un primo segnale inequivocabile è il fatto che il Congresso abbia approvato un’unica legge per tre potenze estremamente diverse tra loro e con cui gli Stati Uniti intrattengono, di conseguenza, relazioni differenti.</p>
<p>Di seguito, considerata la rilevanza di questi paesi per l’Italia, si prenderanno in esame il caso russo e quello iraniano.</p>
<p><strong>Il caso della Russia</strong></p>
<p>Nel caso russo, l’ultimo pacchetto di sanzioni manca di credibilità innanzitutto perché l’obiettivo preponderante è di politica interna. Lontana dall’essere espressione di una politica estera coerente, la nuova legge è la manifestazione dell’attuale caos all’interno dell’amministrazione presidenziale e del partito dei Repubblicani. È, soprattutto, il risultato del dibattito sulle interferenze russe in campagna elettorale e sulla presunta collusione di Trump con il Cremlino che ha intossicato la politica americana degli ultimi nove mesi.</p>
<p>L’introduzione delle nuove sanzioni è giustificata sulla base di un report della CIA del gennaio 2017 che afferma che “il Presidente Putin ha ordinato una campagna di influenza nel 2016 indirizzata alle elezioni presidenziali americane”.<a href="#_ftn4" name="_ftnref4">[4]</a> Al di là delle probabili interferenze russe, del <em>Russiagate</em> (le cui indagini sono ancora in corso) e dello specifico merito del report (criticato da molti per l’assenza di prove<a href="#_ftn5" name="_ftnref5">[5]</a>, almeno nella versione resa pubblica), è evidente dal testo della legge che queste sanzioni, più che essere un’iniziativa direttamente rivolta alla Russia, rappresentano una manovra del Congresso per impedire che Trump, quando si tratta delle relazioni con Mosca, possa agire in maniera indipendente.</p>
<p>La sezione della legge dedicata alla Russia – contrariamente ai casi nello stesso testo relativi a Iran e Corea del Nord – introduce una procedura inedita ed estremamente complessa che impedisce al Presidente di sollevare le sanzioni senza passare dal Congresso, e che lo obbliga inoltre a dichiarare alle due Camere, per ogni decisione rilevante riguardante i rapporti con la Russia, se è sua intenzione “modificare sostanzialmente (<em>significantly alter</em>) la politica estera americana nei confronti della Russia o meno”.<a href="#_ftn6" name="_ftnref6">[6]</a></p>
<p>Se già la decisione di approvare le nuove misure tramite legge priva le sanzioni di quella flessibilità che le renderebbero utili e funzionali a possibili negoziati bilaterali, il nuovo sistema di controllo del Congresso cerca di impedire sul lungo periodo l’apertura di qualunque finestra di dialogo tra Stati Uniti e Russia, e segnala così tanto una preoccupante incapacità di controllare il Presidente in altro modo, quanto una pericolosa assenza di dibattito e di visione di lungo termine nelle relazioni con la Russia.</p>
<p>Un ulteriore motivo per cui le ultime sanzioni contro la Russia sono meno credibili di quelle approvate di comune accordo con l’UE in precedenza, poi, risiede nella loro sostanza. Ad alcune tra le misure approvate, in effetti, il Congresso mostra di dare un’applicazione extraterritoriale, dichiarando che verranno sanzionate non solo imprese americane, ma anche importanti aziende energetiche europee coinvolte in progetti congiunti con i russi, tra cui Nordstream 2. Sebbene quest’ultima previsione, per entrare in vigore, necessiti di una decisione presidenziale volontaria e successiva, molti osservatori e politici europei hanno criticato duramente la nuova legge, sostenendo che si tratta di un’evidente e malcelata volontà americana di portare avanti interessi economici nazionali – in particolare la ricerca di nuovi mercati per esportare il gas – a discapito di nazioni europee, tra tutte la Germania.<a href="#_ftn7" name="_ftnref7">[7]</a></p>
<p>Dal punto di vista dell’efficacia, il primo motivo per cui queste ultime sanzioni sono molto più dannose che utili è l’assenza di coordinamento con i partner europei, criticata ufficialmente dalla Commissione Europea.<a href="#_ftn8" name="_ftnref8">[8]</a> Il problema fondamentale è che esse si inseriscono in un sistema già esistente, e complesso, di misure restrittive nei confronti della Russia approvate e riconfermate più volte in maniera concordata da USA e UE a partire dal 2014. Ad oggi le sanzioni mostravano una loro coerenza e valenza, anche simbolica, perché erano finalizzate a obiettivi ben precisi (restituzione della Crimea all’Ucraina e implementazione degli accordi di Minsk) e perché segnalavano alla Russia una forte, e intransigente, unità transatlantica e all’interno dell’UE nei confronti di violazioni del diritto internazionale ritenute inaccettabili.</p>
<p>L’aggiunta a questa lista delle nuove sanzioni americane ha così indebolito la posizione negoziale della comunità internazionale di fronte alla Russia, perché ha creato divisioni tra i paesi europei – in particolare tra Francia e Germania da un lato, Polonia dall’altro<a href="#_ftn9" name="_ftnref9">[9]</a> – e perché ha segnalato che, anche per ragioni legate a dinamiche interne e all’incognita Trump, l’obiettivo americano al momento non è la sicurezza europea, bensì l’inasprimento di uno scontro bilaterale con la Russia.</p>
<p>Se si considera che il Presidente Putin ad oggi non ha mai cambiato posizione in risposta alle sanzioni, ma ha esclusivamente replicato con controsanzioni, è impossibile pensare che le nuove misure, così come sono e per come sono state presentate, porteranno a qualcosa di buono o di costruttivo. Come noto, la risposta del Cremlino è già arrivata, e consiste nel chiedere che il personale diplomatico americano presente in Russia venga ridotto in maniera da raggiungere lo stesso numero del personale russo negli Stati Uniti.<a href="#_ftn10" name="_ftnref10">[10]</a></p>
<p>Per concludere, come scrive il giornalista Leonid Bershidsky, le sanzioni “sono un altro regalo per Putin”.<a href="#_ftn11" name="_ftnref11">[11]</a> Soprattutto in vista delle elezioni presidenziali russe del 2018, esse possono infatti essere molto facilmente strumentalizzate, e offrono così al Presidente un insperato, ed efficace, tema da giocarsi in campagna elettorale in assenza di un’agenda di riforme da proporre alla popolazione. L’argomento suonerà così: “come mostrano queste misure osteggiate perfino dai principali paesi europei, la politica americana quando si tratta della Russia, è irrazionale, emotiva, russofoba, e ciò a prescindere da ciò che Mosca possa fare o non fare, indipendentemente dal Donbass o dalla Crimea. Per questo, non solo gli Stati Uniti non sono un modello da imitare, ma ogni segnale di apertura nei loro confronti e di democratizzazione potrebbe trasformarsi in una minaccia concreta al nostro paese”.</p>
<p><strong>Il caso dell’Iran</strong></p>
<p>Anche nel caso del nuovo pacchetto di sanzioni contro l’Iran, rivolte in particolar modo contro il suo programma di sviluppo missilistico, vi è un problema di credibilità e un problema di inefficacia, ai quali si somma un problema di mancanza di visione e conoscenza delle dinamiche politiche interne del paese, che fa sì che si ignorino i reali effetti che le nuove sanzioni potrebbero scatenare.</p>
<p>Partendo dal problema della credibilità, anche in questo caso è da segnalare da una parte un conflitto interno all’Amministrazione Usa, con il presidente Trump che sembra cedere alle sirene dei <em>neocon</em> e dei falchi che da tempo invocano il <em>regime change</em> a Teheran; e dall’altra l’ossessione del presidente Trump per il rovesciamento dell’eredità obamiana. In riferimento all’Iran, oltre a una certa aggressività retorica, l’ostilità di Trump si configura per il momento nell’affidamento di un mandato esplorativo ai propri collaboratori affinché cerchino – e trovino – un modo per distruggere l’accordo sul nucleare faticosamente raggiunto nel luglio 2015, senza che però le colpe ricadano sugli Usa stessi.</p>
<p>Ciò si collega al problema della inefficacia: se da una parte è vero che è stato il profondo e complesso impianto sanzionatorio vigente nei confronti dell’Iran a portare il paese al tavolo negoziale, è altresì vero che tale decisione da parte della Guida Suprema Khamenei è stata presa in seguito all’inasprimento delle sanzioni che ha visto protagonista anche l’Unione Europea, e in particolar modo in seguito all’embargo sul petrolio in vigore dal luglio 2012.</p>
<p>Prima che il dossier nucleare iraniano catturasse il centro dell’attenzione erano già in vigore sanzioni da parte di Usa, Ue e Onu che miravano a colpire Teheran per le sue attività di “sostegno al terrorismo internazionale” e per il suo scarso record di rispetto dei diritti umani.  Tuttavia, il regime iraniano ha dimostrato negli anni una profonda resilienza, dando anzi modo a un vero e proprio settore economico parallelo di svilupparsi e proliferare, lucrando proprio sul “mercato nero”. Prova ne è che il regime e il cosiddetto “stato profondo” – <em>pasdaran</em>, settore giudiziario, fondazioni caritatevoli che gestiscono i soldi dell’elemosina islamica – gode tutt’oggi di ottima salute, Lo stesso non si può dire della popolazione iraniana, per cui – scegliendo un solo esempio tra molti<a href="#_ftn12" name="_ftnref12">[12]</a> – è diventato difficile anche solo procurarsi delle medicine che non fossero quelle del mercato nero, con gravi effetti sulla salute, soprattutto tra le fasce più deboli.</p>
<p>Le nuove sanzioni contenute nel decreto Usa non colpiscono direttamente la popolazione civile, ma lo fanno indirettamente: aumentando il clima di incertezza e di conseguenza scoraggiando investitori internazionali e imprese dall’intraprendere rapporti economici e commerciali con l’Iran, contribuiscono al mantenimento del suo isolamento. Si è già visto come in questi due anni dalla firma dell’accordo che ha portato alla sospensione delle sanzioni relative al programma nucleare, le ricadute economiche sulla popolazione non siano state pari alle attese. Ciò di cui ci sarebbe bisogno in questo momento – e del resto ciò che l’ex Segretario di Stato John Kerry aveva provato a fare negli ultimi mesi del suo mandato – è un’azione di rassicurazione delle imprese, non certo il varo di misure che vanno nella direzione opposta.</p>
<p>Venendo ora alla questione della dannosità: le misure prese dall’Amministrazione Trump lasciano presagire che – come ha affermato il diplomatico americano William J. Burns, che ha contribuito a negoziare il JCPOA – gli Usa stiano cercando di affossare l’accordo poco a poco: “a death by a thousand cuts”<a href="#_ftn13" name="_ftnref13">[13]</a>. Con il varo di un nuovo pacchetto sanzionatorio che l’Iran ritiene essere contrario allo spirito del JCPOA (tanto da minacciare di convocare una riunione della Joint Task Force incaricata di vigilare sull’accordo e dirimere le eventuali controversie), gli Usa sperano di provocare in Teheran una reazione “di pancia” che la vedrebbe riavviare le attività di arricchimento dell’uranio sospese dal JCPOA in risposta alle minacce statunitensi. In altre parole, i falchi americani scommettono sui falchi iraniani, i quali hanno sempre espresso diffidenza nei confronti degli Stati Uniti e dello stesso presidente Rouhani e del suo ministro degli esteri Zarif, che sarebbero “venuti a patti col diavolo” svendendo il glorioso programma di sviluppo nucleare in cambio di un sollevamento delle sanzioni che nella realtà non ha portato i benefici attesi.</p>
<p>Una politica che si configura come l’esatto contrario di quella attuata da Obama, e che si caratterizza per una decisiva miopia, dettata da una scarsa conoscenza del paese e dall’offuscamento ideologico con cui i <em>neocon</em> tradizionalmente guardano all’Iran. Impostando una politica aggressiva nei confronti di Teheran, l’effetto che si può ottenere è solamente quello di scatenare una maggiore aggressività. L’Iran, contrariamente a quanto sedicenti analisti vorrebbero far credere, non è un paese irrazionale, suicida o ideologico. Il principio della sopravvivenza del sistema (<em>maslahat</em>) è ciò che guida le azioni del regime ed è stato ciò che ha portato alla creazione di un consenso tra le fazioni affinché venisse raggiunto un accordo sul nucleare. Se però si mette in atto un comportamento aggressivo, ignorando che uno dei fondamenti della sua politica estera è il profondo senso di “solitudine strategica” che lo attanaglia fin dai tempi della guerra Iran-Iraq del 1980-1988, si aumenta a livello esponenziale il livello di percezione della minaccia, portando il paese a mobilitare la propria “difesa avanzata”, vale a dire i gruppi quali Hezbollah e gli altri <em>proxies</em> dislocati nella regione, contro obiettivi statunitensi.</p>
<p>In definitiva, può non piacere il fatto che l’Iran a partire dal 2003 abbia notevolmente esteso la sua influenza nella regione, e che si prepari a raccogliere le spoglie del conflitto siriano così come a mantenere una forte influenza sull’Iraq post-Isis, ma tutto questo non significa che si tratti di un attore con il quale non si debba dialogare. Anzi, proprio in considerazione del suo ruolo fondamentale nell’arco di crisi regionale, mantenere aperto il canale di dialogo ed evitare irrigidimenti e comportamenti provocatori è quanto mai fondamentale.</p>
<p><strong>Conclusioni</strong></p>
<p>Il recente pacchetto di sanzioni nei confronti di Russia, Iran e Corea del Nord è estremamente rivelatore della radicalizzazione della politica americana a seguito dell’elezione di Donald Trump e, in particolare, dell’assenza al momento di una visione coerente di politica estera. Al contrario, l’Amministrazione è segnata da un profondo caos istituzionale interno, che ne mina la credibilità sul piano esterno.</p>
<p>In ossequio al principio dell’“America First”, insieme ai chiari interessi economici incorporati nelle ultime sanzioni, torna in auge, poi, una certa demonizzazione delle altre potenze – nucleari e non – esistenti sullo scacchiere internazionale, che non è però accompagnata da una strategia di lungo termine per relazionarsi con esse.</p>
<p>Nel caso russo, la cosa più grave è che le nuove sanzioni, oltre a acuire le tensioni con Mosca, indeboliscono l’efficacia di quelle già in vigore e finalizzate al rispetto degli accordi di Minsk, perché mostrano una volontà di sanzionare per punire e non per negoziare e, così facendo, dividono l’unità transatlantica e anche l’unità infraeuroepea sul tema. Il risultato è un notevole indebolimento della posizione comune di opposizione alle iniziative russe e del processo di pace <em>tout court.</em></p>
<p>Nel caso iraniano, esse rischiano di far naufragare l’accordo sul nucleare faticosamente raggiunto grazie a uno sforzo multilaterale nel luglio 2015. Un accordo che, come certificato periodicamente dall’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA), sta funzionando. L’eventuale naufragio dell’accordo avrebbe effetti pericolosi tanto sul piano interno quanto su quello internazionale. Dal punto di vista domestico, il fallimento dell’accordo verrebbe facilmente dipinto dagli ultra-radicali come il fallimento del presidente Rouhani, con l’elevata probabilità che le redini del paese tornino – tra quattro anni, alle prossime elezioni – nelle mani delle fazioni ultraradicali. Sul breve periodo, invece, il naufragio dell’accordo potrebbe mettere in seria difficoltà il processo di dialogo recentemente riapertosi tra Iran e Unione europea, così come provocherebbe una ripresa delle attività nucleari da parte di Teheran, con un conseguente aumento dell’insicurezza percepita nella regione.</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> <em>H.R.3364 &#8211; Countering America&#8217;s Adversaries Through Sanctions Act</em>, Congress.gov <a href="https://www.congress.gov/bill/115th-congress/house-bill/3364">https://www.congress.gov/bill/115th-congress/house-bill/3364</a></p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> Per i testi integrali delle due dichiarazioni: <a href="https://www.whitehouse.gov/the-press-office/2017/08/02/statement-president-donald-j-trump-signing-countering-americas">https://www.whitehouse.gov/the-press-office/2017/08/02/statement-president-donald-j-trump-signing-countering-americas</a>; <a href="https://www.whitehouse.gov/the-press-office/2017/08/02/statement-president-donald-j-trump-signing-hr-3364">https://www.whitehouse.gov/the-press-office/2017/08/02/statement-president-donald-j-trump-signing-hr-3364</a>.</p>
<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> E. Porter, <em>To Punish Putin, Economic Sanctions Are Unlikely to Do the Trick</em>, The New York Times, 25 July 2017, <a href="https://www.nytimes.com/2017/07/25/business/economy/economic-sanctions-russia-congress.html?smid=tw-share">https://www.nytimes.com/2017/07/25/business/economy/economic-sanctions-russia-congress.html?smid=tw-share</a></p>
<p><a href="#_ftnref4" name="_ftn4">[4]</a> Sec. 211, c. 6 della legge. Per il testo integrale del report: https://www.dni.gov/files/documents/ICA_2017_01.pdf</p>
<p><a href="#_ftnref5" name="_ftn5">[5]</a>D. Klion, <em>No bombshell: the intelligence report on Russia and the election was ineffective</em>, The Guardian, 9 January 2017, <a href="https://www.theguardian.com/commentisfree/2017/jan/09/no-bombshell-intelligence-report-russia-us-election-was-ineffective">https://www.theguardian.com/commentisfree/2017/jan/09/no-bombshell-intelligence-report-russia-us-election-was-ineffective</a>.</p>
<p><a href="#_ftnref6" name="_ftn6">[6]</a> Sec. 216, c. 3.</p>
<p><a href="#_ftnref7" name="_ftn7">[7]</a> E. Mazneva, P. Donahue, A. Shiryaevskaya, <em>Germany, Austria Tell U.S. Not to Interfere in EU Energy</em>, Bloomberg, 15 giugno 2017, <a href="https://www.bloomberg.com/news/articles/2017-06-15/u-s-toughens-stance-on-russian-gas-as-engie-defends-new-pipe">https://www.bloomberg.com/news/articles/2017-06-15/u-s-toughens-stance-on-russian-gas-as-engie-defends-new-pipe</a>; <em>Germany urges EU countermeasures against U.S. over Russia sanctions</em>, Reuters, 31 luglio 2017, <a href="https://www.reuters.com/article/us-usa-trump-russia-germany-idUSKBN1AG0SJ">https://www.reuters.com/article/us-usa-trump-russia-germany-idUSKBN1AG0SJ</a>.</p>
<p><a href="#_ftnref8" name="_ftn8">[8]</a> J. Brunsden, C. Weaver, <em>EU ready to retaliate against US sanctions on Russia</em>, Financial Times, 23 luglio 2017,  <a href="https://www.ft.com/content/211de800-6fbc-11e7-aca6-c6bd07df1a3c">https://www.ft.com/content/211de800-6fbc-11e7-aca6-c6bd07df1a3c</a></p>
<p><a href="#_ftnref9" name="_ftn9">[9]</a> S. Erlanger, N. MacFarquhar, <em>E.U. Is Uneasy, and Divided, About U.S. Sanctions on Russia</em>, The New York Times, 25 luglio 2017, <a href="https://www.nytimes.com/2017/07/25/world/europe/eu-uneasy-about-impact-of-new-us-sanctions-on-russia.html">https://www.nytimes.com/2017/07/25/world/europe/eu-uneasy-about-impact-of-new-us-sanctions-on-russia.html</a></p>
<p><a href="#_ftnref10" name="_ftn10"><em><strong>[10]</strong></em></a><em> La vendetta va servita fredda. Putin espelle 775 diplomatici americani</em>, Il Foglio, 31 luglio 2017, <a href="http://www.ilfoglio.it/esteri/2017/07/31/news/la-vendetta-va-servita-fredda-putin-espelle-775-diplomatici-americani-146952/">http://www.ilfoglio.it/esteri/2017/07/31/news/la-vendetta-va-servita-fredda-putin-espelle-775-diplomatici-americani-146952/</a>; <a href="https://republic.ru/posts/85470">https://republic.ru/posts/85470</a></p>
<p><a href="#_ftnref11" name="_ftn11">[11]</a> L. Bershidsky, <em>U.S. Sanctions Are Another Gift to Putin</em>, Bloomberg, 31 luglio 2017, <a href="https://www.bloomberg.com/view/articles/2017-07-31/u-s-sanctions-are-another-gift-to-putin">https://www.bloomberg.com/view/articles/2017-07-31/u-s-sanctions-are-another-gift-to-putin</a>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="#_ftnref12" name="_ftn12">[12]</a> N. Bajoghli, <em>When I ran out of birth control in Iran</em>, HuffPost, 29 luglio 2013, <a href="http://www.huffingtonpost.com/narges-bajoghli/when-i-ran-out-of-birth-control_b_3671688.html">http://www.huffingtonpost.com/narges-bajoghli/when-i-ran-out-of-birth-control_b_3671688.html</a></p>
<p><a href="#_ftnref13" name="_ftn13">[13]</a>L. Nasseri, <em>The Iran Nuclear Deal Faces ‘Death by a Thousand Cuts’</em>, Bloomberg, 29 giugno 2017, <a href="https://www.bloomberg.com/news/articles/2017-06-28/after-surviving-trump-day-one-iran-deal-risks-a-lingering-death">https://www.bloomberg.com/news/articles/2017-06-28/after-surviving-trump-day-one-iran-deal-risks-a-lingering-death</a></p>
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		<title>Cybersecurity: quali normative per affrontare la sfida del futuro?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Jun 2017 18:27:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Democrazia 2.0]]></category>
		<category><![CDATA[Cybersecurity]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Gabriele Suffia* Per affrontare il tema della cybersecurity occorre fin dall’inizio ricordare che la sicurezza informatica non&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p class="Standard" style="text-align: justify;"><span style="font-size: 13.0pt; font-family: 'Times New Roman','serif';">di Gabriele Suffia*</span></p>
<p><strong>Per affrontare il tema della cybersecurity occorre fin dall’inizio ricordare che la sicurezza informatica non è un prodotto ma un processo</strong><a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a>. Solo così si potrà comprendere come, per raggiungere un livello adeguato di sicurezza, sarà necessario adottare delle normative e delle policy (<em>approccio olistico alla cybersecurity</em>), e non fare affidamento ad una soluzione tecnica che pure sarebbe pensata per portare sicurezza.</p>
<p><strong>Le normative europee in campo di cybersecurity sono state di recente oggetto di intervento</strong> da parte della <u>Network and Information Security Directive</u> (<strong>Direttiva NIS)</strong>, adottata dal Parlamento Europeo il 6 luglio 2016 e che è entrata in vigore ad agosto dello scorso anno, e dal <u>General Data Protection Regulation</u> (<strong>GDPR</strong> &#8211; Regolamento UE 2016/679) con cui la Commissione Europea intende rafforzare e unificare dal 2018 la protezione dei dati personali entro i confini dell’Unione. Un’analisi sommaria delle normative europee è ad oggi ancora prematura da svolgere, dal momento che gli Stati Europei sono ancora chiamati a lavorare nei prossimi mesi per dotarsi delle “strutture organizzative minime” previste dalle due normative (es. Documento di Strategia nazionale e privacy officer, su tutti). Ciò porterà ad un automatico allineamento delle normative nazionali in Europa per quanto riguarda la sicurezza informatica e ad avere procedure di tutela dei dati personali il più possibile dialoganti tra loro. Si vuole perseguire il duplice scopo di:</p>
<ul>
<li>assicurare un livello di tutela minima (in realtà molto elevato);</li>
<li>consentire una maggior interazione tra le diverse realtà statuali intra-UE e anche nelle relazioni extra-UE, dal momento che tutte le imprese straniere che vorranno interagire con il sistema UE ne dovranno rispettare la (uniforme) normativa.</li>
</ul>
<p><strong>Uno dei punti critici che la dottrina sottolinea è il fatto che il livello di protezione che gli Stati europei sono chiamati</strong> ad assicurare nella cybersecurity e nella protezione dei dati personali è “lo stato dell’arte”. Si tratta senza dubbio di un obiettivo ambizioso, ma la portata del problema cybersecurity è tale che non può che essere affrontato con la massima priorità e con un approccio finalmente collaborativo tra tutte le istituzioni e i soggetti che compongono l’Unione europea, tali sono la varietà degli attori internazionali (pubblici e privati) e l’ampiezza delle possibili minacce alla sicurezza di dati, persone e imprese.</p>
<p><strong>Nello scenario attuale permangono ancora significative differenze con gli Stati Uniti.</strong> Si tratta di differenze strutturali che si esplicano in standard di protezioni più bassi per il versante americano, ma sono anche sistemiche, come nel caso della incomprensibile difficoltà a comprendere quali siano le norme interne, i regolamenti e le competenze delle molteplici Agenzie statunitensi (16) che hanno in qualche modo a che fare con la cybersecurity<a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a>.</p>
<p><strong>Queste differenze, negli ultimi anni, stanno assumendo il peso di vere e proprie divergenze di vedute sul problema della cybersecurity.</strong> Manca, ad oggi, un serio tentativo di conciliazione che porti verso un concreto bilanciamento degli interessi in gioco, e questo perché ancora oggi gli USA mantengono uno straordinario primato tecnologico per quanto riguarda tutto ciò che ruota intorno alle reti di comunicazione globali che non intendono condividere con altri competitors economici (come la stessa UE), sia perché una grossa parte di questo primato è dovuto al peso specifico delle grandi multinazionali dell’IT che sono in larga parte <em>Us-based</em>. A partire dal caso Snowden è diventato evidente come la concentrazione di questi dati in poche mani private, unito alle capacità di intervento del Governo USA, esponga i dati sensibili dei cittadini e delle imprese europee a pericoli di spionaggio elettronico per i più diversi fini.</p>
<p><strong>Le priorità di USA e UE sono difformi,</strong> così come difformi sono le percezioni delle alleanze a livello globale e dei problemi da risolvere con la massima priorità<a href="#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a>, e soltanto gli sviluppi dell’Amministrazione Trump potranno dire se queste divergenze si aggraveranno o troveranno una composizione. In un’ottica di sicurezza informatica è senz’altro fondamentale che le normative interne all’Unione europea vadano verso una maggior convergenza tra loro, in quanto solo in questo modo si potrà fare massa critica nei confronti degli Stati Uniti e bilanciare la loro ingerenza, rappresentando anche un riferimento credibile per tutti coloro che, al momento, stanno cercando anch’essi di ridurre la propria dipendenza dal controllo infrastrutturale statunitense (per citare a titolo di esempio, Brasile, Cina, Canada).</p>
<p><strong>Non da ultimo, le complessive normative europee che sono state messe in campo negli ultimi mesi</strong> in tema di cybersecurity sono state disegnate anche per rispondere al problema della perdita di posti di lavoro che l’uso crescente della tecnologia per le attività produttive comporta. A fronte di posti di lavoro che si perdono man mano che avanza il processo di tecnologizzazione delle aziende, nuovi se ne creano attraverso lo strumento della politica legislativa (in questo caso europea). Si tratta di numeri non risolutivi, ma la direzione è senz’altro positiva tenuto conto che sono posti di lavoro ad elevata professionalizzazione e specializzazione (es. privacy officer), che costituiscono soltanto la prima di una serie di professioni legate alla crescita del mondo digitale connesso con la realtà che alcuni chiamano «mondo ibrido», altri «interrealtà»<a href="#_ftn4" name="_ftnref4">[4]</a>.</p>
<p><strong>Governare il processo inarrestabile dell’«interrealtà» costituisce uno dei principali compiti del legislatore del futuro,</strong> che non avrà (necessariamente) le competenze tecniche per prendere parte a questi fenomeni, ma che dovrà comunque prendersi lo spazio per regolarli. Sarà chiamato a farlo sempre più in sinergia con il mondo dell’economia e in un contesto in cui sarà fondamentale importante disporre di informazioni precise e il più possibile riservate<a href="#_ftn5" name="_ftnref5">[5]</a>, sia in campo pubblico che in campo privato (si pensi alla protezione del know-how industriale, che rappresenta il 1° target degli attacchi informatici verso i Paesi occidentali).</p>
<p><strong>In tutto questo la cybersecurity riveste un ruolo fondamentale,</strong> dal momento che il mondo dell’«interrealtà» verso cui stiamo andando dovrà innanzitutto avere requisiti di sicurezza tali da essere percepito come affidabile e positivo, pena una riduzione delle connessioni tra persone e Stati e il formarsi di nuovi “muri”, anche solo percepiti e rappresentati.</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a>Cfr. Cyber Crime Conference 2017 organizzata da Tecna Editore, Roma 11 aprile 2017</p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a>Cfr. Stefano Mele, “I principi strategici delle politiche di cybersecurity”, disponibile sul sito: <a href="https://www.sicurezzanazionale.gov.it/sisr.nsf/approfondimenti/principi-strategici-delle-politiche-di-cyber-security.html">https://www.sicurezzanazionale.gov.it/sisr.nsf/approfondimenti/principi-strategici-delle-politiche-di-cyber-security.html</a> (link consultato in data 12/06/17).</p>
<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a>Si pensi, ad titolo d’esempio, al caso del Medio Oriente, rapporti con la Russia, fino ad arrivare al clima e alla COP21.</p>
<p><a href="#_ftnref4" name="_ftn4">[4]</a>Cfr. Giuseppe Riva, <em>“Interrealtà: reti fisiche e digitali e post-verità”</em>, il Mulino 02/2017.</p>
<p><a href="#_ftnref5" name="_ftn5">[5]</a>La riforma degli apparati di informazione e sicurezza della Repubblica, varata nel 2007, va in questa direzione di avvicinare il sistema italiano al modello di un moderno sistema di “intelligence democratica”, vicina ai riferimenti europei (in primo luogo il modello non-ministeriale britannico), senza perdere le caratteristiche positive proprie dell’esperienza italiana.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>* Gabriele Suffia è praticante avvocato attualmente iscritto al master di Geopolitica e sicurezza globale dell’Università La Sapienza di Roma, è cultore della materia presso la cattedra di Informatica giuridica dell’Università degli Studi di Milano e socio fondatore del Circolo ACLI Geopolitico a Milano.</p>
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