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	<title>Claudia Schettini, Autore presso MondoDem</title>
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	<description>Laboratorio di Politica Internazionale</description>
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	<title>Claudia Schettini, Autore presso MondoDem</title>
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		<title>La strategia europea per l’Intelligenza Artificiale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Claudia Schettini]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Dec 2021 10:08:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[EU]]></category>
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<p class="has-drop-cap">In un contesto politico globale in cui sempre più Paesi stanno investendo massicciamente nell&#8217; Intelligenza Artificiale (IA), le autorità europee hanno acquisito consapevolezza della necessità di adottare un approccio comune ed un piano coordinato &nbsp;per tutti i paesi membri teso sia a promuovere lo sviluppo dell&#8217;IA sia ad affrontare i rischi potenziali elevati che la stessa pone per la sicurezza e per i diritti fondamentali degli individui.</p>



<p>Differentemente dalla strategia statunitense, radicata al mercato, e da quella cinese, totalmente monopolizzata dal ruolo dello stato, la strategia europea relativa all’IA e, in generale, al tema del digitale, si basa sulla produzione di modelli normativi e regolatori. Si tratta di modelli che investono essenzialmente quattro ambiti: la produzione dei dati personali, regolamentata dal <em>GDPR</em>; i servizi digitali affidati al <em>DSA</em>, l’identità digitale disciplinata dal regolamento <em>EIDAS</em> del 2014 attualmente in corso di revisione, e l’Intelligenza Artificiale a cui sono stati dedicati numerosi documenti e proposte di normativi.</p>



<p>La prima proposta volta ad adottare un approccio comune all’IA nasce nel 2017, ma si concretizza solo un anno dopo, in due documenti strategici: <em>la Strategia Europea per l’IA</em> e il <em>Piano Coordinato sull’IA</em>.&nbsp; La strategia si pone tre principali obiettivi: dare impulso alla capacità tecnologica e industriale dell’UE e all’adozione dell’IA in tutti i settori economici; prepararsi ai cambiamenti socioeconomici apportati dall’IA; assicurare un quadro etico e giuridico adeguato. La Commissione ha fin da subito sottolineato la necessità che lo sviluppo di tecnologie di IA rispetti i valori fondanti dell’UE quali l’equità, la sicurezza, l’inclusione sociale e la trasparenza, in modo da assicurare la fiducia dei cittadini nelle tecnologie. Il <em>Coordinated Plan on AI</em>, invece, si propone di rafforzare la cooperazione tra gli Stati membri per raggiungere quattro obiettivi chiave: massimizzare gli investimenti attraverso i partenariati e l’adozione di strategie nazionali; creare un database europeo per le tecnologie di IA; coltivare il talento e le abilità; sviluppare tecnologie etiche e affidabili.</p>



<p>La necessità di un approccio più dettagliato ha poi spinto la Commissione, ora guidata da Ursula Von der Leyen, a pubblicare nel 2020 un <em>White Paper sull’Intelligenza Artificiale</em>. Il documento ruota attorno a due pilastri: la creazione di un <em>ecosistema di eccellenza</em>, realizzabile attraverso una più proficua cooperazione tra gli Stati membri e un partenariato tra pubblico e privato; e la creazione di un <em>ecosistema di fiducia</em>, tramite misure di policy da implementare in un futuro quadro normativo che abbia un approccio antropocentrico.</p>



<p>Per creare un quadro normativo maggiormente armonizzato tra i paesi dell’Unione, da estendere eventualmente anche a paesi esterni tramite la sua applicazione extraterritoriale, ad aprile 2021 il Parlamento Europeo ha presentato l’<em>Artificial Intelligence Act</em>, una proposta di regolamento che fa parte di un pacchetto di tre misure adottato dalla Commissione. Tale pacchetto prevede una <em>Chapeau Communication</em>, una comunicazione priva di autonomia ma solo introduttiva di documenti più normativi, la revisione del <em>Coordinated Plan on AI</em> e la proposta stessa di regolamento impostata su un <em>Risk-based Approach</em> che definisce varie aree di intervento per i sistemi di IA. Si va dalle applicazioni proibiteperché causa di rischi insopportabili per i diritti e libertà fondamentali come pratiche manipolative online, pratiche di social scoring e sistemi di identificazione biometrica; alle applicazioni ad alto rischio, non proibite ma sottoposte a specifiche condizioni per gestirne i rischi come le tecniche di riconoscimento facciale o l’IA usata nelle infrastrutture critiche, in contesti educativi, e in contesti di asilo e di frontiera; fino alle applicazioni a rischio limitato che implicano solo obblighi di trasparenza molto vaghi, tra cui algoritmi di IA che producono deepfake e sistemi di riconoscimento delle emozioni e di categorizzazione biometrica.</p>



<p>La proposta di regolamento non è, però, l’unica novità. Queste regole sono infatti accompagnate da una serie di iniziative volte a favorire la nascita di un partenariato pubblico-privato sull&#8217;IA, i dati e la robotica per definire, attuare e investire in un programma strategico comune di ricerca e innovazione per l&#8217;Europa. La costituzione di centri di eccellenza per l&#8217;IA sarà cruciale per promuovere lo scambio di conoscenze e competenze, sviluppare la collaborazione con l&#8217;industria.</p>



<p>La c.d. “<em>via europea per l’IA</em>” è una via che è necessario continuare a valorizzare e percorrere, con la consapevolezza che debba continuare ad aggiornarsi in un intervento normativo di carattere minimale che sia stabile ma non immobile, e che quindi abbia la capacità di adeguarsi all’incessante sviluppo tecnologico a cui stiamo assistendo.</p>



<p>La visione europea ha quattro obiettivi fondamentali: stabilire le condizioni abilitanti per lo sviluppo e la diffusione dell&#8217;IA, costruire una leadership strategica nei settori a impatto elevato, fare dell&#8217;UE il luogo giusto affinché l&#8217;IA prosperi, e garantire che le tecnologie di IA siano al servizio delle persone. Questi obiettivi rientrano nel più ampio concetto di un continente che vede nel progresso tecnologico, attento all’ambiente e alla società, una delle chiavi necessarie per la ripartenza post-pandemica, ma soprattutto uno strumento indispensabile per una maggiore integrazione dei mercati nazionali in un unico mercato europeo capace di rapportarsi congiuntamente alle grandi potenze mondiali, esportando non solo beni, ma soprattutto un nuovo modo di concepire la tecnologia come strumento per il raggiungimento del benessere dell’individuo e della società nel suo insieme.</p>
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		<title>Lo spazio europeo dell’Istruzione: verso una formazione più inclusiva nell’era post-Covid</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Claudia Schettini]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Sep 2021 08:47:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Coronavirus]]></category>
		<category><![CDATA[COVID-19]]></category>
		<category><![CDATA[Istruzione]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’istruzione è uno dei pilastri fondamentali dello stato sociale. L’acquisizione di nuove conoscenze, la formazione personale e lo&#8230;</p>
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<p class="has-drop-cap">L’istruzione è uno dei pilastri fondamentali dello stato sociale. L’acquisizione di nuove conoscenze, la formazione personale e lo sviluppo di uno spirito critico individuale avvengono in gran parte all’interno delle mura scolastiche, a partire dalla prima infanzia. A qualunque grado e livello, l’istituzione scolastica ha sempre cercato di svolgere il ruolo di “ascensore sociale”, ponendosi come uno degli strumenti più potenti per favorire la mobilità sociale, per far sì che chi nasce in una situazione svantaggiata riesca ad avere accesso ad un’istruzione di qualità, e da lì ad un’occupazione che consenta di esprimere al meglio il proprio talento. Ormai da anni si sta assistendo ad un blocco di tale ingranaggio, in particolare nel nostro Paese in cui le possibilità di progredire tramite l’istruzione sono inesistenti come denuncia l’ultimo rapporto Ocse-Pisa: «Equità nell’istruzione: abbattere le barriere alla mobilità sociale». Si tratta di una situazione resa ancora più drammatica dal dilagarsi della pandemia e dal ricorso alla didattica a distanza (DAD) che ha gettato luce sull’immagine di un paese estremamente diseguale.</p>



<p>Da tale constatazione è nata l’esigenza di dare concretezza al progetto di uno “Spazio europeo dell’istruzione” che operi in sinergia con lo “European Research Area” (ERA) allo scopo di promuovere la collaborazione tra gli Stati membri dell&#8217;Unione europea per arricchire ulteriormente la qualità e l&#8217;inclusività dei rispettivi sistemi di istruzione e formazione e, soprattutto, colmare le grandi differenze tra i Paesi, rese ancora più evidenti dalla pandemia. Tale progetto è, quindi, perfettamente in linea con il Next Generation EU, con cui condivide l’obiettivo di un&#8217;Europa moderna e più sostenibile, in grado di far fronte alle transizioni digitale e verde e I cui finanziamenti forniranno un importante sostegno alle riforme e agli investimenti nel settore dell&#8217;istruzione e della formazione, dalle infrastrutture e dall&#8217;edilizia alla formazione, ai dispositivi digitali e ai finanziamenti per le risorse didattiche a distanza.</p>



<p>L’idea di creare uno spazio europeo dell&#8217;istruzione non è nuova ma, per la prima volta, è stata avallata nel 2017 dai leader europei durante il vertice sociale di Göteborg, avanzando la proposta di sviluppare un approccio olistico all&#8217;azione dell&#8217;UE nel settore dell&#8217;istruzione, della formazione e della ricerca. La Commissione europea, guidata da Ursula von der Leyen, ha promesso la realizzazione di tale progetto entro il 2025, contribuendo ad intensificare l&#8217;azione in materia di investimenti nell&#8217;istruzione e nella formazione e fornendo un sostegno specifico agli enti locali, regionali e nazionali per facilitare l&#8217;apprendimento reciproco, l&#8217;analisi e la condivisione delle buone pratiche in materia di investimenti nelle infrastrutture dell&#8217;istruzione.</p>



<p>È interessante notare come i pilastri su cui si fonda tale iniziativa sono esattamente uguali alle componenti delle missioni dedicate all’istruzione e alla ricerca contenute all’interno dei vari piani nazionali di ripresa e resilienza. In particolare, volendo fare nuovamente l’esempio dell’Italia, la Missione 4, dedicata all’Istruzione e alla Ricerca, prevede un finanziamento di circa 31 miliardi di euro con l’obiettivo finale di rafforzare le condizioni per lo sviluppo di un’economia ad alta intensità di conoscenza, di competitività e di resilienza, partendo dal riconoscimento delle criticità di tale settore. Si tratta, fondamentalmente, delle stesse aspirazioni dello Spazio europeo che mira a migliorare le competenze di base, comprese quelle digitali, agevolare la mobilità internazionale di studenti e docenti nonché la collaborazione internazionale tra istituti scolastici e universitari, promuovere il multilinguismo e garantire un’istruzione e una formazione inclusiva e svincolata dal contesto sociale, economico e culturale di appartenenza.</p>



<p>Altro pilastro del Next Generation EU è la sostenibilità ambientale e, proprio nel rispetto di quest’ultima, la Commissione europea ha proposto l’istituzione di una coalizione “Istruzione per il clima” con l’obiettivo ultimo di dar vita ad una società civile europea che sia “climate-neutral”. Tale coalizione dovrà, dunque, canalizzare gli investimenti in infrastrutture verdi per l&#8217;istruzione e la formazione, dovrà garantire che insegnanti e formatori abbiano opportunità di sviluppo professionale orientato alla sostenibilità e alla Green Economy che sia permanente, nonché promuovere l&#8217;apprendimento tra pari e progetti internazionali comuni di ricerca e innovazione orientati alla transizione verde e alla sostenibilità ambientale.</p>



<p>Come già sottolineato, lo Spazio Europeo dell’Istruzione opererà in sinergia con lo Spazio Europeo per la ricerca, meglio noto come The European Research Area (ERA) la cui ambizione è quella di creare un mercato singolo e senza frontiera per la ricerca, l’innovazione e la tecnologia che comprenda tutti i paesi dell’Unione. Con il varo del Next Generation EU è stato varato anche il cosiddetto ERAvsCORONA Action Plan, sostenuto dai Ministri dell’Istruzione e della Ricerca dei 27 paesi membri che hanno indicato dieci azioni prioritarie tutte orientate verso la una ricerca coordinata a livello europeo soprattutto per evitare l’implementazione di trattamenti, vaccini e diagnosi che si posino sul continente a macchia di leopardo.</p>



<p>Quanto detto rimarca l’importanza che riveste la dimensione europea dell’istruzione, della formazione e dell’attività di ricerca, per garantire a tutti un’educazione, intesa in senso lato, inclusiva e di qualità, per eliminare le grandi iniquità e diseguaglianza del sistema in diversi Paesi Membri e, soprattutto, per contribuire a creare e mantenere una società europea coesa, partendo dalle fondamenta dell’istruzione.</p>
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		<title>L’arresto di sette ex Brigatisti: verso una cooperazione giudiziaria europea?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Claudia Schettini]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 May 2021 11:03:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Italia nel mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Osservatori]]></category>
		<category><![CDATA[Brigate Rosse]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ha una portata storica la decisione del presidente francese, Emmanuel Macron, di arrestare sette ex terroristi rossi, tra&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Ha una portata storica la decisione del presidente francese, Emmanuel Macron, di arrestare sette ex terroristi rossi, tra cui i fondatori di Lotta Continua, ai fini dell&#8217;estradizione in Italia. Quali sono le motivazioni principali che hanno spinto la Francia ad attuare questa svolta distanziandosi dalla “Dottrina Mitterand”? E cosa, adesso, può fare l’Italia?</p>



<p>La c.d. “<em>dottrina Mitterand</em>” prende il nome dall’omonimo presidente socialista, a capo dell’Eliseo dal 1981. Si tratta diuna politica sul diritto d&#8217;asilo che ha permesso a decine di ex terroristi di rifugiarsi in Francia nel corso degli ultimi quarant&#8217;anni.&nbsp; Secondo alcuni storici ed analisti francesi, l’origine politica della dottrina risale al 1971, subito dopo il Congresso di Epinay, quando i socialisti francesi cominciarono a manifestare un forte interesse nei confronti dell’Italia, sperando in un accordo di unione della sinistra. In effetti, il Partito socialista francese aveva grande stima del Partito comunista italiano, considerato l’unico attore politico in grado di trasformare l’Italia in una vera democrazia.</p>



<p>La dottrina permetteva di non concedere l&#8217;estradizione a personaggi imputati o condannati, ricercati per&nbsp;«<em>atti di natura violenta ma d’ispirazione politica</em>» contro qualunque Stato tranne quello francese. Esclusi dalla dottrina erano coloro che avevano commesso un atto di&nbsp;«<em>terrorismo sanguinario, attivo, reale</em>». Il problema principale era che per tutti i casi di reati meramente ideologici, si apriva un’enorme zona grigia, soprattutto nei confronti di un certo numero d’italiani giunti in Francia che diventò una sorta di <em>buen retiro</em>&nbsp;per decine di ricercati stranieri.&nbsp; &nbsp;</p>



<p>Sebbene la dottrina Mitterand fosse, in realtà, già stata abrogata nel 2002 da Jean-Pierre Raffarin&nbsp;con l&#8217;estradizione di Paolo&nbsp;Persichetti e il&nbsp;Consiglio di Stato francese avesse poi, nel 2003, dichiarato&nbsp;priva di effetti giuridici la dottrina concedendo l&#8217;estradizione di&nbsp;<a href="http://www.ilmessaggero.it/t/cesare-battisti">Cesare Battisti</a>, solo adesso si pone fine a questa teoria ambigua e discutibile. Significative sono state, a tal proposito, le parole di Alfredo Bazoli, capogruppo Pd in commissione Giustizia alla Camera e figlio di una delle vittima della strage di Piazza della Loggia, secondo cui la strategia dell’ex Presidente ha&nbsp;per anni messo in dubbio la legittimità&nbsp; della democrazia italiana&nbsp;contro le minacce eversive di anni terribili.</p>



<p>Ma cosa ha spinto la Francia a tale svolta? Quali i principali fattori interni ed esterni? Bisogna, innanzitutto, considerare il contesto interno in cui negli ultimi anni versa la Francia che è stata fortemente toccata dal terrorismo e non può, di conseguenza, che comprendere il bisogno di giustizia da parte degli italiani. Nelle stesse ore in cui venivano arrestati i sette latitanti italiani, il governo parigino presentava una nuova legge contro il terrorismo jihadista che affligge il paese. Sebbene, infatti, si tratti di un altro tipo di terrorismo basato su diversi presupposti, gli attentati degli ultimi anni, scatenati dalla rabbia per una scarsa integrazione, sono stati covati proprio in quelle stesse&nbsp;<em>banlieu&nbsp;</em>un tempo nascondiglio dei terroristi rossi.</p>



<p>Se guardiamo al fattore esterno, un impulso fondamentale è senza dubbio imputabile all’arrivo di Mario Draghi alla presidenza del Consiglio italiano, catalizzatore di una maggiore cooperazione europea anche a livello giudiziario. Facendo un salto indietro nel passato,&nbsp; vi era già stato un tentativo di proposta, sebbene molto vaga, di uno “spazio giudiziario europeo”, dall’allora presidente Valéry Giscard d’Estaing. In effetti, durante la grande stagione del&nbsp;terrorismo rosso, l’Europa si era posta il problema di trattare collegialmente tale materia, ma non si riuscì mai ad adottare una convenzione che potesse disciplinare la complicata questione. Lo stesso Macron ha affermato di aver preso la decisione per una forma di responsabilità comune europea al fine di rispettare il pieno stato di diritto tra due paesi fondatori dell’UE. Al di là degli sviluppi giudiziari, in ogni caso, da tale questione l&#8217;asse tra Macron e Draghi ne esce rafforzato in vista delle prossime tappe europee per la ricostruzione post-Covid.&nbsp;</p>



<p>Ma a questo punto, cosa potrebbe fare l’Italia? Per ora l’orientamento espresso dalla procura francese è stato quello di non mettere in carcere i sette arrestati, riconoscendo che non c’è, per gli stessi, rischio di fuga. Considerando che l’arrivo in Italia dei suddetti non avverrà prima di qualche anno e potrebbe anche essere possibile che alcune delle estradizioni non vengano convalidate dalla procura francese, il presidente Mattarella potrebbe avere la possibilità di chiudere la pagina dei lunghi Anni di Piombo concedendo la grazia a prigionieri spesso anziani e ammalati, ma solo in quanto esito di un percorso incentrato sul concetto e sul valore della giustizia riparativa. La volontà italiana di richiedere nuovamente le estradizioni non risponde ad alcuna volontà di vendetta, ma ad un tassativo bisogno di chiarezza, punto di partenza necessario per qualunque possibilità di rieducazione, riconciliazione e riparazione, fini ultimi e imprescindibili della pena.</p>



<p>In ogni caso, qualunque processo di riconciliazione, in primis sociale e dopo ferite particolarmente profonde, quali quelle lasciate dal terrorismo degli Anni di Piombo, non può non partire dal riconoscimento di ciò che è accaduto e da una chiara assunzione di responsabilità.</p>
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		<title>Quoi qu&#8217;il en coûte: dalla transizione ecologica e digitale al rilancio della competitività per far ripartire la Francia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Claudia Schettini]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 21 Mar 2021 17:02:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Macroaree]]></category>
		<category><![CDATA[COVID-19]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Francia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A causa della pandemia di Covid-19 e delle sue drammatiche conseguenze, la Francia si trova di fronte alla&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">A causa della pandemia di Covid-19 e delle sue drammatiche conseguenze, la Francia si trova di fronte alla più grave recessione economica dal 1945. Il PIL è diminuito del 8,3%, le esportazioni si sono ridotte del 28,9% e le importazioni del 20,7%, con effetti negativi sul già grave deficit commerciale. L’Istituto di statistica francese ha stimato una perdita di circa 600.000 posti di lavoro soltanto nel settore privato e un tasso di disoccupazione pari al 9%. Se il 2020 si è dunque confermato un <em>annus horribilis </em>per l’economia francese, il 2021, grazie ai fondi dell’Unione Europea e, in particolare, all’entrata in vigore del piano <em>France Relance</em>, potrebbe essere l’anno della sua ripresa.</p>



<p>Nel quadro del Next Generation EU, l’Unione Europea ha previsto per la Francia uno stanziamento di <strong>40 miliardi </strong>di euro, interamente sotto forma di sussidi a fondo perduto. Con riferimento ai programmi minori, per il React-EU sono stati stanziati 3 miliardi e circa 15 sono stati previsti nel contesto del Quadro Finanziario Pluriennale (2021-2027).</p>



<p>“<em>Quoi qu’il en coûte</em>”, così il presidente Emanuel Macron ha presentato, lo scorso 3 settembre, il piano di ripresa economica <strong><em><a href="https://www.gouvernement.fr/france-relance" target="_blank" rel="noreferrer noopener">France Relance</a></em>, </strong>rievocando, un po’, il famoso “<em>Whatever it takes</em>” di draghiana memoria. In effetti, differentemente da altri paesi europei, la maggior parte delle risorse finanziarie non provengono dai fondi dell’Unione bensì da <strong>risorse nazionali che ammontano a ben 100 miliardi di euro</strong>. Già prima del <em>France Relance</em>, il governo francese aveva reagito velocemente ed efficacemente con un piano di emergenza, strutturato su tre direttrici: garanzie sui prestiti alle imprese e un fondo di solidarietà per le imprese; un dispositivo di disoccupazione parziale; un programma di capitalizzazioni a protezione delle imprese più strategiche.</p>



<p>Il piano “<em>France Relance</em>”, considerato dai suoi architetti un piano di investimenti e sviluppo a lungo termine, ha due obiettivi fondamentali: accelerare la transizione ecologica e, parimenti, quella digitale, e sostenere la creazioni di nuovi posti di lavoro, riservando un’attenzione particolare alle esigenze e le opportunità dei più giovani. Aggiornato al 20 gennaio 2021, la sua impostazione poggia su tre pilastri: <em>ecologia</em>, <em>competitività industriale</em>, <em>coesione sociale e territoriale.</em></p>



<ol class="wp-block-list" type="1"><li><strong>ECOLOGIA</strong>: dei 100 miliardi del piano, 30 saranno investiti nella transizione ecologica affinché il paese diventi la prima grande economia europea a zero emissioni. Gli investimenti principali riguardano la decarbonizzazione industriale, a cui saranno destinati 1,2 miliardi dei fondi; l’isolamento termico degli edifici pubblici e il sostegno alla sostenibilità dei trasporti. L’investimento più importante in questo settore è il piano “<em>MaPrimeRénov’: mieux chez moi, mieux pour la planète”, </em>volto ad incoraggiare le famiglie a realizzare lavori di riqualificazione energetica delle proprie abitazioni (ma anche di edifici pubblici) con l’obiettivo finale di finanziare il risanamento di 500.000 appartamenti ad anno, beneficiando di un ulteriore finanziamento di 2 miliardi di euro per il biennio 2021-2022.</li></ol>



<ul class="wp-block-list"><li><strong>COMPETITIVITA’</strong>: 34 miliardi saranno destinati al rilancio della competitività, ad una crescita economica sostenibile nonché all’innovazione tecnologica delle imprese, con un’attenzione particolare alle piccole e medie imprese che rappresentano un terzo del tessuto imprenditoriale francese. In particolare, il piano comprende quattro misure volte a potenziare il fabbisogno di capitale imprenditoriale: più risparmio per le imprese, devoluzione di 20 miliardi di capitale quasi proprio per consolidare i bilanci delle imprese tramite prestiti partecipativi, sostegno a progetti territoriali e rilocalizzazione dei fondi in alcuni settori strategici.</li></ul>



<ul class="wp-block-list"><li><strong>COESIONE SOCIALE E TERRITORIALE</strong>: come accade per la maggior parte dei paesi in tempi di crisi, una delle più grandi sfide che la Francia dovrà affrontare è l’aumento delle disuguagliane sociali. Per questo motivo, nel consacrare 36 miliardi del piano a questo pilastro, tre sono stati indicati come obiettivi principali: considerevole sostegno al sistema e alle infrastrutture sanitarie (6 miliardi); finanziamento agli enti territoriali da parte della <em>“Banque des Territoires</em>”; salvaguardia e creazione di nuovi posti di lavoro. Quest’ultimo punto è, senza dubbio, il più importante del pilastro della coesione in quanto risorse significative saranno destinate alla formazione professionale dei giovani e dei lavoratori più vulnerabili tramite contratti facilitati e “bonus assunzione” (<em>prime à l’embauche</em>). Tra i vari progetti lanciati, un esempio molto interessante è la creazione di percorsi di accompagnamento o re-inserimento dei giovani nel mondo lavorativo: si tratta del <em>PEC jeunes</em>, il percorso di assunzione delle competenze giovanili e lo <em>IAE jeunes</em>, un percorso di inclusione giovanile nei vari settori dell’attività economica.</li></ul>



<p>La discussione relativa alla <em>governance </em>per la gestione dei fondi del Recovery Fund, questione che, in alcuni paesi, ha comportato notevoli fibrillazioni governative, non è stata così sentita in Francia dove, fin dall’inizio, il presidente Macron ha mobilitato le migliori expertise della propria amministrazione pubblica affidando interamente il piano nelle mani del Ministro dell’Economia Le Maire. Tuttavia, ciò che ha permesso un immediato successo del piano è stato il metodo basato su una forte cooperazione interministeriale nonché sulla concertazione con regioni ed enti locali. Da subito il governo è andato  nella direzione di una forte inclusione e serrato dialogo fra tutti gli attori coinvolti nonché dell’immediata creazione di comitati di monitoraggio sia a livello nazionale, presieduti dal Primo Ministro al fine di assicurare l’esecuzione del piano di ripresa, sia a livello regionale per verificare l’avanzamento di specifici progetti territoriali e le necessarie risorse per la messa in opera degli stessi. Un aspetto molto interessante è che questi “<em>comités de suivi</em>” includono anche associazioni di amministratori locali, organizzazioni ambientaliste e associazioni attive nel sociale.</p>



<p>Il dibattito interno relativamente agli aspetti positivi e negativi del “<em>France Relance</em>” è stato quindi molto partecipato: dai parlamentari alle banche, dalle  confederazioni imprenditoriali alle associazioni ambientaliste. In generale, il mondo imprenditoriale (tra cui <em>MEDEF</em>, <em>il Movimento delle Imprese di Francia</em>, <em>CPME</em>, <em>la Confederazione delle Piccole e Medie Imprese </em>e <em>CCI</em>, le <em>Camere di Commercio e dell’Industria</em>) ha accolto in maniera ampiamente favorevole il piano considerandolo una mobilitazione di risorse economiche senza precedenti. Riscontri meno positivi sono invece arrivati da <em>U2P, l’Unione delle Imprese di Prossimità</em>, e da alcuni sindacati che temono per la tenuta delle piccole imprese a causa dell’insufficienza dei sussidi per l’impiego e la mancata riduzione delle imposte di produzione. Voci critiche arrivano da <em>WWF France </em>secondo cui il paese si troverebbe di fronte ad una situazione di <em>trade-off</em>: transizione ecologica e rilancio industriale sarebbero due obiettivi poco conciliabili soprattutto considerato il breve periodo di tempo entro cui sono stati stanziati i fondi (2022). All’interno dell’Assemblea il dibattito parlamentare si è acceso nel momento in cui la maggioranza del gruppo <em>LREM </em>in seno alla “Commissione Economica” ha votato un emendamento che obbliga le imprese beneficiarie di sovvenzioni ad attuare obblighi in materia ambientale che, secondo alcuni, rallenterebbero soltanto la ripresa economica.</p>



<p>Sebbene il negoziato con Bruxelles non sia ancora terminato, la Francia, preceduta soltanto  dalla  Spagna,  è  il  secondo paese europeo più avanzato nell’applicazione del piano. Una prima ed unica reazione da parte della Commissione europea nei confronti del <em>“France Relance” </em>è arrivata a fine novembre 2020: secondo l’esecutivo europeo, le misure adottate dalla Francia per rilanciare l’economia nazionale sarebbero poco sostenibili nel lungo periodo, poiché, sebbene generose, coprono soltanto il biennio 2021- 2022, mentre necessiterebbero di finanziamenti anche negli anni successivi. Tenendo, inoltre, conto dell’elevato livello di debito pubblico che attanagliava la Francia già prima dello scoppio della pandemia, è fondamentale che le misure adottate preservino la sostenibilità delle finanze francesi nel medio e lungo termine.</p>



<p>La Francia è stato, senza dubbio, il Paese che maggiormente ha spinto sui fondi europei dando dimostrazione di essere in grado di sfruttare al meglio tali risorse. La strutturazione del piano è stata guidata dall’ importante decisione di integrare la manovra finanziaria con le risorse europee. Punto di forza del piano “<em>France Relance</em>” è la grande cooperazione e il continuo dialogo con i vari attori coinvolti, in primis le regioni e gli enti locali, elemento del tutto assente nel panorama italiano. Per quanto la realizzazione del piano sarà un lavoro interministeriale, la scelta del presidente Macron di assumere per la <em>governance </em>del Recovery Plan solo un consigliere speciale presso il capo di gabinetto del Primo ministro è una scelta altamente strategica, fondamentale per limitare qualsiasi fibrillazione politica. Si tratta di un esempio che potrebbe rivelarsi estremamente utile per l’Italia, facilitando una reale cooperazione governativa ed evitando che i lunghi tempi delle necessarie soluzioni di compromesso finiscano per collidere con l&#8217;urgenza della definizione dei relativi progetti.</p>



<figure class="wp-block-table"><table><tbody><tr><td></td></tr><tr><td></td><td></td></tr></tbody></table></figure>
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		<title>Donne al potere: dalla decostruzione delle categorie di genere ad una leadership economica e politica al femminile</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Claudia Schettini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Mar 2021 11:23:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Diritti Umani]]></category>
		<category><![CDATA[OMC]]></category>
		<category><![CDATA[WTO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Due volte ministra delle Finanze in Nigeria, numero due della Banca Mondiale, presidente dell’Alleanza Mondiale per Vaccini e&#8230;</p>
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<p class="has-drop-cap">Due volte ministra delle Finanze in Nigeria, numero due della Banca Mondiale, presidente dell’Alleanza Mondiale per Vaccini e Immunizzazione, laurea ad Harvard, dottorato al MIT: è il profilo di Ngozi Okonjo-Iweala, prima donna e prima africana a ricoprire il ruolo di Direttore Generale dell’Organizzazione Mondiale per il Commercio (OMC). Eppure la formalizzazione della sua nomina ha suscitato stupore, critiche e , di converso, gioia ed esultanza, riempiendo i social media di campagne di hashtag quali <em>#BeLikeNgozi</em> o <em>#AnkaraArmy</em> (dal nome delle vesti multicolore tipiche del suo paese che la Okonjo-Iweala è solita indossare). Perché tutto questo “rumore” (e questa volta, contrariamente da quanto avrebbe detto Shakespeare, non per nulla)? Semplicemente, Ngozi è una donna (e per di più, una donna nera, due potenti veicoli discriminatori).</p>



<p> “<em>Crediamo in un mondo dove donne e uomini hanno pari diritti e opportunità, non solo in</em> <em>termini di partecipazione, ma anche di guida</em>”. Estremamente chiara è la dichiarazione di intenti della <em>Davos Agenda 2021</em> del World Economic Forum, a fronte di inequivocabili dati che mostrano la scarsa presenza di donne in posizioni apicali. Ma quali sono i limiti che impediscono alle donne di essere delle “<em>critical actresses</em>” nella gestione della politica ed economia internazionali? Quali sono le difficoltà che una donna deve affrontare per arrivare a posizioni di potere, ancora culturalmente, socialmente e tradizionalmente percepite come adatte solo per uomini?</p>



<p>Se da una parte, esiste oggi una schiera di donne al vertice di alcune delle più importanti istituzioni del mondo (Lagarde alla BCE, Von der Leyen alla Commissione europea, Georgieva all’FMI, Yellen alla Banca Centrale statunitense e Harris alla Vice Presidenza degli Stati Uniti) , dall’altra i dati parlano chiaro: le donne continuano ad essere sottorappresentate nelle principali istituzioni politiche nazionali ed internazionali. Il World Economic Forum, nel suo <em>Global Gender Gap Report 2020</em>, ha riportato una stima pari a 95 anni di tempo necessario per colmare il gender gap oggi esistente tra uomini e donne. Al momento, solo il 24,7% di questo divario è stato eliminato mentre, secondo i <em>World Development Indicators</em>, la percentuale di donne elette nei parlamenti è solamente pari al 25% dei posti totali; soltanto il 21% dei ministri appartiene al genere femminile (e in molti Stati questo dato scende sotto il 10%, arrivando addirittura a zero in alcuni) e le percentuali di donne nominate capi di Stato o di governo si aggirano entrambe intorno al 6%.</p>



<p>Eppure, secondo uno studio dell’European Institute for Gender Equality, la riduzione del</p>



<p>gender gap, in politica così come nella gestione dell’economia globale, sarebbe fondamentale non solo per la simbolica distruzione del famoso “soffitto di cristallo”, ma anche perché potrebbe essere un vero e proprio <em>booster</em> della crescita economica di un paese. Ad esempio da uno studio di Azfar, Knack, Lee e Swamy (1999) emerge come, almeno nel breve periodo, una maggiore componente politica femminile possa essere associata a una minor incidenza di fenomeni di corruzione, fenomeni che, è ben noto, riducono i ritorni economici degli investimenti e delle attività produttive colpite da comportamenti disonesti. Jayasuriya e Burke (2012), solo per citare un altro contributo, sottolineano come le donne che operano in politica siano più inclini ad investire risorse in settori quali la salute e l’educazione, due componenti fondamentali del capitale umano. Insomma, il genere femminile, potenziando il capitale umano, contribuirebbe ad aumentare la crescita economica.</p>



<p>I chiari vantaggi derivanti dalla riduzione delle disuguaglianze di genere rimarcano l’assoluta necessità che la parità diventi al più presto una realtà: il 2115 è una data troppo lontana. Una maggiore presenza femminile nelle posizioni di vertice, sia a livello nazionale sia internazionale, non ha come obiettivo il raggiungimento di una “massa critica”, ma la conquista del diritto per entrambi i sessi di accedere alle stesse risorse ed opportunità di base, per poi distinguersi grazie alle loro caratteristiche e peculiarità.&nbsp; La sfida da affrontare è dunque quella di rendere la politica e la gestione dell’economia sempre più inclusiva dal punto di vista del genere, affinché si possano raccogliere i frutti di una risorsa economica dalle enormi ma ancora inespresse potenzialità che non possiamo più permetterci di sprecare. Tale sfida si può vincere solo se tutte e tutti ci assumiamo la responsabilità di contribuire al cambiamento della percezione stessa del ruolo della donna come leader.</p>



<p>“<em>I know we have still not shattered that highest and hardest glass ceiling, but some day someone will, and hopefully sooner than we think right now</em>”, diceva Hilary Clinton nel suo primo discorso dopo la sconfitta nella campagna elettorale per la Presidenza americana nel 2016. Solo in questo modo, tutte le giovani donne di oggi, leader del domani, potranno imparare a “<em>non dubitare mai del loro valore, del loro potere, e del fatto che meritino tutte le opportunità del mondo per inseguire e realizzare i loro sogni”.</em></p>
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		<title>Gender-Blind Recovery Fund: il fondo che ha dimenticato le donne.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Claudia Schettini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Sep 2020 14:32:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[femminismo]]></category>
		<category><![CDATA[recovery fund]]></category>
		<category><![CDATA[UE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Se ne parla da mesi e, alla fine, il Recovery Fund è stato approvato: 750 miliardi di Euro&#8230;</p>
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<p class="has-drop-cap">Se ne parla da mesi e, alla fine, il Recovery Fund è stato approvato: 750 miliardi di Euro suddivisi tra 390 miliardi di sovvenzioni e 360 miliardi di prestiti, finanziati attraverso l’emissione di debito garantito dall’UE. E da mesi si parla anche di una pianificazione dettagliata degli investimenti da effettuare in settori strategici come il digitale, il settore energetico, delle infrastrutture e dei trasporti. Tuttavia, poco si è detto circa  l’unicità del Recovery Plan quale occasione per affrontare strutturalmente la questione della diseguaglianza tra uomini e donne in Italia, uno dei maggiori ritardi del nostro Paese.</p>



<p>Su input dell’europarlamentare tedesca Alexandra Geese il gruppo dei Verdi Europei ha commissionato l’unico studio, fino ad adesso effettuato, di Valutazione e Impatto di Genere del Next Generation EU, condotto dall’economista italiana Azzurra Rinaldi e dall’austriaca Elisabeth Klatzer. Lo studio, utilizzando dieci indicatori chiave come l’occupazione, il work-life balance, la violenza di genere, gli obblighi di gender-budgeting, per menzionarne solo alcuni, è arrivato alla chiara ed innegabile conclusione che le donne sono state più esposte degli uomini alla pandemia sia perché rappresentano la maggioranza della forza lavoro nel settore sanitario, sia perché sono state le donne ad essere più assorbite da attività non retribuite di cura della casa e dei figli. Inoltre, uno dei principali punti critici rilevati sul Next Generation EU, dal report in questione, è la completa mancanza di una prospettiva di genere tanto da definire il Recovery Fund “cieco da un occhio”. La cecità nascerebbe proprio dalla costatazione che gli aiuti finanziari previsti dall’Unione Europea confluiranno nei settori a predominanza maschile (i già citati settori del digitale, energia, infrastrutture e trasporti) senza correttivi volti ad incentivare l’inclusione delle donne. Inoltre, poco rilievo è stato dato sugli investimenti nei settori in cui sono le donne ad essere maggiormente occupate come l’economia della cura, l’istruzione e i servizi per la prima infanzia. Al fine di chiedere che il 50% dei fondi venga destinato alle politiche per la parità di genere, la stessa Alexandra Geese, ha lanciato la petizione #HalfOfIt.</p>



<p>Ora che il Recovery Fund è stato approvato, come dovrebbe il Governo italiano investire parte dei fondi stanziati per garantire la parità di genere sul mercato del lavoro? Partendo dal presupposto che la parità di genere oltre ad essere un diritto sociale cardine dell’UE, è anche una condizione essenziale per un’economia più innovativa, competitiva e prospera, è assolutamente necessario che l’Italia definisca chiaramente alcune azioni prioritarie allo scopo di costruire un Paese garante della parità di genere in cui la discriminazione sessuale e la disuguaglianza strutturale tra donne e uomini rimangano appannaggio del passato.</p>



<p>• Prevedere interventi di stimolo dell’economia anche nelle attività a prevalenza femminile (cura della persona, ristorazione, turismo): a tal fine si potrebbero, ad esempio, proporre delle quote in modo da riportare l’equilibrio di genere sul mercato del lavoro anche in questi settori, guardando ad una prospettiva di lungo periodo che favorisca la conservazione del posto di lavoro delle donne)</p>



<p>• Permettere alle donne di realizzarsi in un’economia basata sulla parità di genere introducendo misure volte a favorire un maggiore equilibrio tra attività professionale e vita familiare. Interventi essenziali a tal fine includono il congedo di paternità obbligatorio, l’aumento del numero di asili nido che coprano almeno il 60% dei bambini tra gli 0 e i 3 anni, rendere le scuole dell’infanzia scuola dell’obbligo.</p>



<p>• Introduzione della Legge sulla parità salariale donna-uomo per affrontare e sradicare il problema del divario retributivo e pensionistico di genere. Sebbene il principio della parità retributiva per uno stesso lavoro o per un lavoro di pari valore, sancito dal Trattato di Roma, sia stato recepito nel diritto dell’UE e, di conseguenza, in quello dei singoli stati membri, per eliminare in toto il divario retributivo di genere è necessario risolvere tutte le sue cause profonde, compresa la minor partecipazione delle donne al mercato del lavoro, il lavoro invisibile e non retribuito, il maggior ricorso al tempo parziale e alle interruzioni di carriera, nonché la segregazione verticale e orizzontale basata su stereotipi e discriminazioni di genere.</p>



<p>• Prevedere una robusta valutazione di impatto di genere, dati disaggregati e gender budgeting per tutte le proposte del pacchetto Next Generation Eu. In effetti, lo stesso Parlamento Europeo ha varato una risoluzione a commento del Next Generation EU e del quadro finanziario pluriennale in cui richiedendo, ai singoli stati membri, l’implementazione del Gender Mainstreaming, Gender Budgeting e Gender Impact Assessment.</p>



<p>Tali interventi, e tanti altri ancora, sono necessari poiché se le donne non lavorano, la crescita del PIL si colloca al di sotto della sua piena potenzialità, con la conseguenza che le misure prese anderebbero in direzione prociclica e lo stesso Next Generation EU diventerebbe inefficiente. Non è più accettabile, nei piani di intervento e rilancio economico, non tenere adeguatamente in conto del ruolo e dell’inclusione delle donne: oltre a rimetterci in termini di stabilità economica dell’intero Paese, si tornerebbe indietro di decenni rispetto ai progressi fatti sul piano della parità di genere.</p>
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		<title>La nuova strategia europea per le materie prime critiche: verso un approvvigionamento più sicuro e sostenibile.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Claudia Schettini]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Sep 2020 12:35:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[geopolitica]]></category>
		<category><![CDATA[UE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>All’inizio del mese di settembre la Commissione europea ha lanciato un piano di azione ed uno studio prospettico&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">All’inizio del mese di settembre la Commissione europea ha lanciato un piano di azione ed uno studio prospettico sulle c.d. <strong>materie prime critiche</strong> impiegate spesso nelle nuove tecnologie, allo scopo di ridurre la dipendenza dell’Europa dai paesi terzi promuovendo, allo stesso tempo, un approvvigionamento responsabile che possa favorire una transizione verso un’economia verde e digitale.&nbsp;</p>



<p>Ma che cosa si intende per materie prime critiche e possono le stesse essere impiegate come strumento di politica estera in settori strategici come quello dello spazio e della difesa?</p>



<p>Essenziali per il funzionamento di una vasta gamma di ecosistemi industriali, le materie prime critiche sono così definite in quanto presentano, oltre che una grande importanza economica, un elevato rischio di approvvigionamento che concerne la concentrazione a livello di paese della produzione mondiale di metalli e minerali, la governance dei paesi fornitori e, soprattutto, la dipendenza dell’UE dalle importazioni dai paesi terzi. In effetti, è già dal 2008 che l’Unione Europea è impegnata a promuovere una sua “Raw Materials Strategy”, prediligendo politiche volte a mitigare i rischi, diversificare i rifornimenti, investire in ricerca e sviluppo e garantire una maggiore sostenibilità nelle catene di approvvigionamento.</p>



<p>L’accesso alle materie prime critiche, il cui elenco è stato riesaminato nel 2020 alla luce della mutata importanza economica delle stesse in base alle relative applicazioni industriali comprendendo per la prima volta il <strong>litio</strong>, essenziale per la transizione verso una mobilità elettrica, costituisce una questione di sicurezza strategica per la realizzazione del Green Deal. Per compiere la <strong>rivoluzione verde</strong> dell’economia c’è infatti bisogno di materie prime che, ad oggi, vengono estratte in pochi Paesi del pianeta e non sempre in condizioni sostenibili. Il conseguimento della sicurezza delle risorse richiede un’azione volta a diversificare l’ approvvigionamento delle stesse da fonti sia primarie che secondarie, migliorarne la circolarità e puntare ad una progettazione sostenibile dei prodotti derivati. Il piano di azione per l’economia circolare del Green Deal europeo mira, infatti, a dissociare la crescita dall’uso delle risorse attraverso la progettazione sostenibile dei prodotti e la mobilitazione del potenziale delle materie prime secondarie. A tal proposito, l’UE è all’avanguardia nel settore dell’economica circolare: oltre il 50% di alcuni metalli come il ferro e lo zinco,viene riciclato coprendo più di un quarto del consumo totale dell’UE.</p>



<p>Con l’aumento della domanda globale di materie prime critiche, è fondamentale mobilitare al meglio il potenziale interno europeo al fine di rendere l’UE più resiliente e sviluppare un’autonomia strategica aperta per ridurre le dipendenze esterne. L’approvvigionamento di molte materie prime critiche è, in effetti, altamente concentrato: la Cina fornisce il all’UE circa il 98% delle terre rare, la Turchia la stessa percentuale del borato e il Sud Africa soddisfa il 71% del fabbisogno di platino. Risulta dunque chiaro che, oltre ad una questione di sostenibilità ambientale, la corsa alle materia prime critiche comprende anche l’aspetto geopolitico, soprattutto considerando che, attualmente, la Cina ha stabilito un quasi-monopolio sull’industria estrattiva e produttiva dei metalli rari, grazie a decenni di accurata pianificazione. A causa dei limiti geologici del territorio europeo, la domanda futura di materie prime critiche continuerà, probabilmente, ad essere ampiamente soddisfatta unicamente dalle importazioni anche a medio a lungo termine. Per questo motivo lo scopo primario del piano di azione della commissione, ossia l’autonomia strategica aperta in questi settori, deve pertanto continuare ad essere ancorata ad un accesso ben diversificato ai mercati globali delle materie prime.</p>



<p>A tal proposito l’obiettivo fondamentale messo in luce dalla Commissione è quello di aumentare la resilienza nelle terre rare e nei magneti, poiché si tratta di due materie fondamentali per l’industria europea dello spazio e della difesa. Per conseguire tali obiettivi, la Commissione sta istituendo un’<strong>Alleanza europea per le materie prime </strong>che riunirà tutti i portatori di interessi coinvolti sviluppando, al contempo, partenariati strategici internazionali per garantire l’approvvigionamento di materie prime critiche non disponibili in Europa. Dal 2021 partiranno così i partenariati pilota con il Canada, con alcuni paesi africani e con i paesi vicini all’UE come la Norvegia e l’Ucraina e i paesi dell’allargamento e dei Balcani Occidentali. La diplomazia economica ed energetica con i paesi terzi risulta dunque fondamentale per rafforzare la resilienza delle catene di approvvigionamento critiche per la transizione verso l’energia pulita e la sicurezza energetica.</p>



<p>Riuscirà l’Unione Europea a costruire un’industria mineraria e metallica indipendente all’interno della quale le materie prime critiche svolgano da vettore della politica estera? E, soprattutto, si riuscirà&nbsp; a contribuire alla creazione di una governance globale congiunta dei minerali? La questione rimane aperta su più fronti.</p>
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		<title>I miliardi del Recovery Fund e la scuola italiana: tre priorità</title>
		<link>https://www.mondodem.it/2131/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Claudia Schettini]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Jul 2020 09:46:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Covid19]]></category>
		<category><![CDATA[recovery fund]]></category>
		<category><![CDATA[UE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dopo una straordinaria seduta del Consiglio europeo, il  più lungo della storia, è stato finalmente raggiunto il tanto&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Dopo una straordinaria seduta del Consiglio europeo, il  più lungo della storia, è stato finalmente raggiunto il tanto atteso accordo sul<a href="https://www.mondodem.it/regioni/europa/merkel-ue/"> Recovery Fund</a> per superare gli effetti della crisi del Covid 19. Per l’Italia si parla di ben 209 miliardi, di cui 127 sotto forma di prestiti e 82 sotto forma di sussidi. Tuttavia i fondi sono subordinati a un progetto di riforme e investimenti che il Governo dovrà presentare entro metà ottobre: l’Europa ci chiede, insomma, di impiegarli in asset e settori strategici. La scuola rientra certamente tra quei settori che in Italia necessitano di notevoli investimenti, che vanno dall’edilizia, alla formazione del personale docente, alla riorganizzazione dei cicli scolastici. Il Coronavirus e la sperimentazione della DAD (didattica a distanza) hanno infatti palesato tutte le inefficienze del sistema scolastico italiano.</p>



<p>La Ministra dell’Istruzione, Lucia Azzolina, ha più volte sottolineato l’importanza di sfruttare in modo adeguato e funzionale l’opportunità del Recovery Fund, investendo sul contrasto alla dispersione scolastica, sull’eliminazione delle “classi pollaio”, sull’innovazione e sulla lotta contro la povertà educativa. Lo stesso Conte ha ribadito la necessità di investire nell’istruzione circa il 10% del totale dei 209 miliardi di euro destinati all’Italia, con l’obiettivo di creare una scuola “più moderna, sicura, inclusiva”.</p>



<p>Ma, più nel dettaglio, quale dovrebbe essere la destinazione di questi investimenti strategici? Innanzitutto, è necessario che una grande quota degli stessi venga incanalata nella gestione degli <strong>interventi in materia di <a href="https://www.camera.it/temiap/documentazione/temi/pdf/1105567.pdf">edilizia scolastica</a></strong>. La maggior parte degli edifici adibiti a scuola sono vecchi, fatiscenti e inadeguati, non garantendo la sicurezza di alunni, docenti e personale tutto. L’architettura scolastica dovrebbe essere ripensata in modo compatibile con la sostenibilità ambientale, gli spazi andrebbero ottimizzati per ricavare un maggior numero di aule, laboratori, palestre nonché zone all’aperto. La diffusione del virus, con cui dovremmo condividere ancora a lungo, ha messo nero su bianco il bisogno di evitare, per motivi di sicurezza e salute pubblica, l’assembramento degli alunni nelle “classi pollaio” tanto da prevedere una deroga al numero minimo e massimo di alunni per classe qualora fosse necessario per rispettare le regole anti Covid. Tuttavia, occorre che la riduzione del numero di alunni per classe diventi una vera e propria riforma di sistema, soprattutto al fine di consentire la progettazione di metodologie didattiche innovative, secondo le esigenze dei gruppi e capace di sviluppare le potenzialità dei singoli. Essenziale è, inoltre, promuovere il concetto di “scuola partecipata”, consistente nella riapertura e nel mantenimento di autonomie scolastiche nei comuni più piccoli e meno abitati, così come nelle aree interne e in quelle di montagna.</p>



<p>Il secondo punto su cui è urgente investire tempo e risorse riguarda la formazione e la selezione dei docenti. Non si può far più coincidere l’arte del Sapere e la capacità di insegnamento: pedagogia e didattica sono essenziali e le carenze che spesso vengono segnalate non sono solo di tipo tecnico, soprattutto relative alle competenze digitali, ma anche di tipo didattico e docimologo (ossia nell’utilizzo di strumenti di valutazione). Fino ad oggi il tema relativo al concorso e selezione dei docenti è stato sempre trattato in modo inadeguato ed è arrivato il momento di <strong>affrontare seriamente il problema relativo alla formazione e selezione del corpo insegnati</strong>, facendo uscire questi ultimi da una mera funzione impiegatizia che li lega inesorabilmente a graduatorie e condizioni di precariato, dequalificando l’insegnamento stesso.</p>



<p>Infine, un aspetto non sempre preso in considerazione, riguarda gli <strong>investimenti relativi agli asili nido</strong>, al fine di aumentarne il numero e la fruizione. È ben noto, infatti, che la frequenza del nido e il futuro livello di rendimento scolastico sono direttamente proporzionali. La famosa curva di Heckman ci dice che gli interventi sul capitale umano sono tanto più fruttuosi quanto più precoci: la frequenza degli asili nido favorisce lo sviluppo delle capacità linguistiche e neuronali ed è decisivo, in quanto mezzo per prevenire la povertà educativa, i bassi livelli di rendimento e la dispersione scolastica, soprattutto per i bambini e le bambine provenienti da contesti deprivati. Inoltre, l’aumento del numero dei nidi sovvenzionati dallo Stato (la maggior parte ad oggi sono privati) gioca un ruolo fondamentale anche in termini di occupazione femminile: laddove ci sono i servizi offerti per la prima infanzia cresce di pari passo l’occupazione femminile. Dove c’è maggiore carenza, soprattutto al Sud e nelle isole, la disoccupazione femminile è, di converso, molto più alta.</p>



<p>È chiaro dunque che <strong>non ci potrà essere una vera ripartenza della scuola e, di riflesso, del paese, senza un preciso piano di rilancio di questa istituzione</strong> che ha il delicato e fondamentale compito di promuovere la formazione e la socializzazione dell’individuo, e di ridurre le disuguaglianze sociali, economiche, culturali e territoriali. La presidente della Commissione Europea, Von der Leyen, ci ha ricordato che “investire nell&#8217;istruzione e nelle competenze è fondamentale per promuovere una ripresa intelligente e inclusiva”. Se, da un lato, i fondi del Recovery Plan, utilizzati proficuamente, potrebbero dunque dare nuova linfa al sistema scolastico e universitario italiano, dall’altro, contro ogni forma di oscurantismo e regressione culturale, il Governo italiano ha il dovere di riportare la scuola e il&nbsp;sapere al centro dell’agenda politica.</p>
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		<title>COVID-19: le implicazioni geopolitiche della corsa al vaccino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Claudia Schettini]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 06 Jun 2020 16:26:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[Osservatori]]></category>
		<category><![CDATA[Coronavirus]]></category>
		<category><![CDATA[COVID-19]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dopo la guerra sanitaria (non ancora vinta) adesso la guerra è di natura commerciale e ruota intorno alla&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Dopo la guerra sanitaria (non ancora vinta) <strong>adesso la guerra è di natura commerciale e ruota intorno alla frenetica ricerca per scoprire il vaccino contro il Covid-19</strong>, ritenuto l’unica soluzione per cercare di frenare il dilagarsi del virus tra la popolazione mondiale. È una guerra combattuta tra avversari potenti, ossia le industrie farmaceutiche e i governi che stanno agendo seguendo una logica nazionalistica dal momento che, al di là del valore sanitario, il valore economico del vaccino è enorme. Non va sottovalutato, inoltre, <strong>il valore simbolico della corsa al vaccino che potrebbe essere paragonata alla corsa allo Spazio degli anni Sessanta</strong>. Si riuscirà ad avere un vaccino che sia, come auspicato dall’OMS e dalle Nazioni Unite, un “bene comune globale e pubblico”? O l’antidoto al virus sarà attanagliato dalle logiche privatistiche del monopolio brevettuale e dagli egoismi nazionali?</p>



<h5 id="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-f149e7de" class="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-f149e7de"><span id="tutto-il-mondo-alla-ricerca-del-vaccino-per-il-covid-19">Tutto il mondo alla ricerca del vaccino per il COVID-19</span></h5>



<p>Governi, case farmaceutiche e laboratori di ricerca stanno lavorando a un ritmo mai visto prima nella storia della ricerca medica: <strong>allo stato attuale si registrano 295 trattamenti e 109 vaccini in sperimentazione</strong>, di cui uno promosso dal tandem Italia &#8211; Regno Unito.</p>



<p>Allo stesso tempo, si assiste ad una collaborazione scientifica internazionale senza precedenti promossa, in prima battuta, dall’Unione Europea. A fine aprile, la Presidente della Commissione Europea, Ursula Von der Leyen, insieme al direttore generale dell’OMS, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ad Emmanuel Macron e a Melinda Gates, ha promosso un raccolta fondi a livello mondiale per <strong>raccogliere 7,5 miliardi di dollari e finanziare la ricerca per il vaccino contro il Coronavirus</strong>. L’iniziativa, detta <em>“ACT Accelerator”, </em>ha come obiettivo finale, oltre all&#8217;accelerazione dello sviluppo di test, farmaci e trattamenti contro il COVID-19, assicurarsi che tutto il mondo abbia accesso a queste cure. Von der Leyen ha annunciato che l’UE mobiliterà un miliardo di euro grazie alla partecipazione di una quarantina di governi, di organizzazioni internazionali e donatori privati. <strong>Anche l’Italia ha assicurato la sua partecipazione, con un contributo di 140 milioni di euro</strong> che sarà diviso tra CEPI (Coalition for epidemic prepardness innovations), OMS e Alleanza per l’immunizzazione globale dal Covid, formata da Italia, Olanda, Germania e Francia. In particolare, quest’ultima è una strategia di investimenti comuni per accelerare il processo di sviluppo di una cura efficace, negoziando con potenziali produttori e aziende farmaceutiche al fine di consentirne la produzione sul territorio europeo e garantire quantità e possibilità di accesso sufficienti per tutta l’Ue e per i paesi a basso reddito, in particolare in Africa.</p>



<h5 id="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-62ff7bc6" class="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-62ff7bc6"><span id="anche-litalia-alla-rincorsa-del-successo-medico">Anche l&#8217;Italia alla rincorsa del successo medico</span></h5>



<p>In questo contesto, <strong>il governo italiano da un lato collabora all’iniziativa europea, dall’altro ha cominciato, anch’esso, la corsa allo sviluppo di un vaccino nazionale</strong>. L’azienda Irbm di Pomezia sta, infatti, da tempo lavorando a misure cliniche preventive insieme all’Università di Oxford, anche se mancano ancora due mesi prima che possa partire la sperimentazione sull’essere umano del vaccino in studio allo Spallanzani di Roma, lo <em>ChAdOx1 nCoV-19</em>.</p>



<p>Il problema principale è che <strong>il vaccino non potrà essere subito disponibile per tutti</strong>: aziende e investitori, seguiti dagli Stati, vogliono vincere questa corsa per ottenere una posizione economica oltre che scientifica di primo piano. L’Italia rischia così di dover fare i conti con cifre di acquisto elevatissime: sarà infatti avvantaggiato non solo chi ha la ricerca sul territorio nazionale, ma soprattutto chi ha investito e finanziato di più la cura. L’azienda italiana che sta lavorando insieme ad una inglese ha già firmato un accordo di prelazione con Londra nel quale si stabilisce che il Regno Unito sarà il primo Paese ad avere accesso al potenziale vaccino, avendo stanziato più fondi per finanziarlo. Per quanto la prospettiva dello sviluppo nazionale di un vaccino sembri essere la migliore in termini non solo sanitari ma, soprattutto, di prestigio politico e strategico, allo stato attuale l’opzione più conveniente per Roma, nonché la più realistica, sarebbe quella di contribuire maggiormente all’iniziativa dell’Unione europea, non avendo realistiche prospettive di successo  la corsa individuale al vaccino.</p>



<h5 id="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-e8413a35" class="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-e8413a35"><span id="lo-scontro-tra-cina-e-usa-e-il-contesto-geo-politico">Lo scontro tra Cina e USA e il contesto geo-politico</span></h5>



<p>All’iniziativa globale avviata su proposta dell’UE non hanno preso parte i due competitors internazionali per eccellenza: <strong>USA e Cina</strong>. Con l’epidemia si sono infatti acuite le tensioni fra Pechino e Washington, entrambi a rischio di pesanti ripercussioni: chi prima ne uscirà, ripartirà con una marcia in più per la ripresa della successiva corsa. Mentre Xi Jinping, pur perseguendo uno sforzo individuale, ha garantito la condivisione di una potenziale scoperta della cura contro il Covid19, l’America di Trump ha, ancora una volta, adottato una politica del tipo “America first”, il cui obiettivo è la realizzazione di un vaccino entro la fine dell’autunno &#8211; obiettivo che, tuttavia, non sembra scientificamente sostenibile. La Casa Bianca <strong>non ha, inoltre, partecipato al vertice globale sui vaccini fissato tenutosi il 4 giugno</strong>.</p>



<p>È chiaro dunque che <strong>la ricerca del vaccino, a cui fa da sfondo un contesto geo-politico già di per sé molto teso, avrà profonde implicazione di carattere politico, economico ed industriale</strong>. Una strategia competitiva, piuttosto che collaborativa, a livello internazionale sarebbe solamente controproducente: la pandemia è, al momento, una sfida globale per affrontare la quale un vaccino potrebbe non essere sufficiente, se non se ne assicurasse la reperibilità a livello globale. È infatti necessario che il vaccino copra tutto il mondo, non solo per equità ma anche per essere certi che l’epidemia non continui a covare e fare vittime, e quindi a generare instabilità economica e poi politica. In altre parole, il virus non sarà sconfitto da nessuna parte finché non sarà sconfitto ovunque. Come ha più volte ribadito la presidente Von der Leyen: <em>«Battere il coronavirus richiederà un accesso prolungato su molti fronti. Abbiamo bisogno di una risposta globale a una pandemia globale».</em></p>
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		<title>Il contrasto al Covid-19 non deve infrangere il nostro diritto alla privacy</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Claudia Schettini]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Apr 2020 08:06:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[#privacy]]></category>
		<category><![CDATA[Cina]]></category>
		<category><![CDATA[Coronavirus]]></category>
		<category><![CDATA[COVID-19]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nell’attuale situazione di emergenza sanitaria da Covid-19 si sta dibattendo molto sul tema “data protection”. In ragione del&#8230;</p>
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<p class="has-drop-cap">Nell’attuale situazione di emergenza sanitaria da Covid-19 si sta dibattendo molto sul tema <em><strong>“data protection”</strong></em>. In ragione del rischio di diffusione del coronavirus, la raccolta e il trattamento dei dati personali, tramite lo sviluppo di specifiche app <strong><em>“contact tracing”</em></strong>, si rendono necessari per ragioni di accertamento e prevenzione. Ma come conciliare, a livello di Unione Europea, la nuova frontiera tecnologica con la tutela del diritto alla privacy degli individui? </p>



<h5 id="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-cf7e5a0e" class="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-cf7e5a0e"><span id="le-modalita-di-contenimento-e-la-protezione-del-diritto-alla-privacy">Le modalità di contenimento e la protezione del diritto alla privacy</span></h5>



<p>Le modalità di contenimento adottate in alcuni paesi (Cina e Corea del Sud, ma anche Israele) hanno suscitato ammirazione e allarme. Sebbene tali paesi abbiano dato una prova di efficienza senza precedenti nella lotta alla pandemia, la loro modalità di contrasto al “nemico invisibile” ha portato ad un’ulteriore stretta dei diritti individuali. E così, l’affascinante e  terrificante utilizzo da parte della <strong>Cina</strong> di big data, IoT (Internet of Things), app e social scoring per il controllo sociale ha indignato legislatori occidentali e comitati di esperti in materia di protezione dei dati. Allo stesso tempo, la forza dirompente del Covid-19 sembra aver costretto molti ad auspicare l’adozione di misure analoghe. </p>



<p>A livello di <strong>Unione Europea</strong>, poco dopo lo scoppio dell’emergenza sanitaria, si è cominciato a pensare all’utilizzo di app, social network e dati riguardanti il traffico dei veicoli, adattando il modello orientale a regole e principi propri delle società democratiche. </p>



<p>Ma si può parlare, allo stato attuale, di una sospensione dei meccanismi di protezione dei diritto alla privacy? Le autorità nazionali e sovranazionali hanno cercato di delineare un ambito ben definito, all’interno del quale organizzazioni pubbliche e private possono muoversi anche in deroga alle regole generali in materia di protezione dei dati e privacy. Tuttavia, i garanti per la  protezione dei dati personali dei vari Stati membri hanno adottato posizioni discordanti. Mentre i garanti italiano, francese e lussemburghese hanno assunto un atteggiamento più rigido, paesi come Norvegia, Danimarca, UK e Irlanda hanno preferito soluzioni più  pragmatiche. Per questo motivo <strong>è risultato necessario l’intervento dell’EDPB</strong>, il Comitato europeo per la protezione dei dati,  al fine di coordinare le risposte e lo sviluppo delle app di tracing da parte dei paesi dell’UE.</p>



<p>Il Presidente del Comitato, Andrea Jelinek, aveva già ribadito, alla metà del mese di marzo, <strong>due concetti fondamentali</strong>. Innanzitutto, il <strong>GDPR</strong> è stato concepito come una normativa flessibile che in contesti di emergenza prevede regole eccezionali da applicare ai trattamenti dei dati personali. Nello specifico, il regolamento europeo individua con chiarezza le basi giuridiche per consentire ai datori di lavoro e alle autorità competenti, soprattutto quelle sanitarie, di trattare i dati personali nel contesto di epidemie, anche senza il consenso dell’interessato, allo scopo di tutelare un interesse pubblico o vitale (<em>ex</em> <em>artt. 6 e 9 par. 2 e par. 3 GDPR</em>). Inoltre, le misure eccezionali e le deroghe previste dalla normativa devono sempre e comunque essere armonizzate con i principi generali della normativa privacy.</p>



<h5 id="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-cf9a8532" class="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-cf9a8532"><span id="covid-19-e-privacy-i-cinque-principi-chiave">Covid-19 e privacy: i cinque principi chiave</span></h5>



<p>Ad aprile l’EDPB ha pubblicato le linee guida sulle app per la lotta al Covid-19, un documento che fa parte di un “pacchetto” comune proposto dal commissario europeo per il mercato interno, Thierry Breton, e da quello per la Giustizia, Didier Reynders. L’obiettivo è l’adozione di un approccio europeo sulla base di principi comuni da applicare alle varie app sviluppate a livello nazionale. <strong>Cinque sono i principi chiave che i governi dovranno rispettare</strong>. Innanzitutto il principio di volontarietà, per cui le app di contact tracing non dovranno essere installate coercitivamente: poi, l’affidamento alle sole autorità sanitarie della responsabilità di identificare ciò che costituisce un “evento” da condividere, ossia un effettivo contatto avvenuto con un soggetto positivo o potenzialmente tale; l’archiviazione  dei dati all’interno dei dispositivi degli utenti stessi; la garanzia di anonimato delle persone, per evitare che le app diventino motivo di stigma sociale; infine, la gestione delle informazioni dei pazienti  da personale qualificato che, una volta superata la crisi, avrà cura di smantellare l’intero sistema. Il comitato ha espresso parere unanime sull’utilizzo del Bluetooth, considerato la tecnologia più efficace in quanto, nel totale rispetto della privacy, coglierebbe solamente il momento di avvicinamento tra due cellulari, incontro che potrebbe, verosimilmente, far risalire alla catena dei contagi.  </p>



<p>La <strong>Commissione europea</strong> ha dato il suo consenso alle linee guida, formulando le proprie raccomandazioni. Ferme restando le deroghe al GDPR in caso di emergenza sanitaria, il corpo esecutivo dell’UE, nel suo <em><a rel="noreferrer noopener" aria-label="“Recommendation paper on privacy and data protection for COVID19 mobile warning and prevention applications”, (apre in una nuova scheda)" href="https://ec.europa.eu/info/sites/info/files/recommendation_on_apps_for_contact_tracing_4.pdf" target="_blank">“Recommendation paper on privacy and data protection for COVID</a><a href="https://ec.europa.eu/info/sites/info/files/recommendation_on_apps_for_contact_tracing_4.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener" aria-label="“Recommendation paper on privacy and data protection for COVID19 mobile warning and prevention applications”, (apre in una nuova scheda)">&#8211;</a><a rel="noreferrer noopener" aria-label="“Recommendation paper on privacy and data protection for COVID19 mobile warning and prevention applications”, (apre in una nuova scheda)" href="https://ec.europa.eu/info/sites/info/files/recommendation_on_apps_for_contact_tracing_4.pdf" target="_blank">19 mobile warning and prevention applications”,</a></em> ha proposto lo sviluppo e l’adozione di strumenti condivisi sotto la governance delle autorità sanitarie nazionali in stretto coordinamento con il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie. I dati raccolti, trasmessi al <strong>Centro comune di ricerca dell’UE</strong> (JRC), contribuiranno allo sviluppo di comuni modelli di analisi previsionale, allo scopo di migliorare le valutazioni sull’efficacia delle misure di contenimento e, soprattutto, sulla futura evoluzione del rischio di contaminazione. <em>.</em></p>



<p>Per quanto le <a rel="noreferrer noopener" aria-label="emergenze (apre in una nuova scheda)" href="https://www.mondodem.it/regioni/europa/lemergenza-chiama-leuropa-a-scrivere-la-storia/" target="_blank">emergenze</a> possano essere motore di modernizzazione di paesi che, come l’Italia, peccano di una bassa cultura digitale, all’interno di un mercato digitale unico è necessario un impegno coordinato dei paesi membri. È essenziale che gli sforzi dei singoli Stati vengano allineati e resi interoperabili attraverso le frontiere nazionali, e che uno sforzo comune vada nella direzione della costruzione di infrastrutture sicure in grado di difendere e organizzare i dati acquisiti. Il Covid-19 non rispetta i confini nazionali e, sebbene l’uso delle tecnologie sia solo una parte di un sistema integrato del quale i protagonisti saranno inevitabilmente aspetti non tecnologici, anche la regolamentazione in materia dovrà prescindere dai confini nazionali.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1943/">Il contrasto al Covid-19 non deve infrangere il nostro diritto alla privacy</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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