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	<title>Leonardo De Agostini, Autore presso MondoDem</title>
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	<description>Laboratorio di Politica Internazionale</description>
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	<title>Leonardo De Agostini, Autore presso MondoDem</title>
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		<title>Sarà davvero global Britain? Il futuro della cooperazione in politica estera UE-UK</title>
		<link>https://www.mondodem.it/2511/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Leonardo De Agostini]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 22 Sep 2021 12:33:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’assenza di ogni riferimento all&#8217;Unione Europea nella Integrated Review del Regno Unito – documento programmatico della politica estera&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>L’assenza di ogni riferimento all&#8217;Unione Europea nella <em>Integrated Review</em> del Regno Unito – documento programmatico della politica estera britannica pubblicato ad inizio 2021- ha sorpreso più di un analista. Infatti, se i continui riferimenti del governo conservatore guidato da Boris Johnson ad una “global Britain”, e la ‘politica’ di Brexit, lasciavano presagire una svolta in questa direzione, nessuno si aspettava una posizione così netta: Il <strong>documento</strong> <strong>manca di qualsiasi riflessione su come interfacciarsi con l’Unione su temi di politica estera</strong>.</p>



<p>Ma quali sono le prospettive a lungo termine per una possibile cooperazione UE-UK in materia? Le mutevoli condizioni del sistema internazionale e i vantaggi reciproci fanno pensare ad una probabile collaborazione fra le parti. Una partnership nel campo della difesa e sicurezza infatti, potrebbe facilmente essere vista come un gioco a somma positiva. I legami storici e strategici, nonché le imponenti risorse britanniche nel campo della difesa &#8211; UK rappresentava circa il 25% delle spese di difesa UE- potrebbero giustificare la formulazione di un accordo ad hoc. Ad esempio, l’Unione potrebbe considerare di invitare il Regno Unito ai meeting del Consiglio Affari Esteri qualora si discutano temi PSDC, in una sorta di formato ‘EU27+1’. L’ambito della Politica di Sicurezza e di Difesa Comune potrebbe infatti rappresentare un ottimo punto d’inizio, data la sua natura intergovernativa e la flessibilità offerta dai suoi strumenti.</p>



<p>Un esempio calzante dell’attuale situazione è offerto dalle relazioni dell’ultimo anno dei due attori con Mosca. Infatti, nonostante la tanto discussa ‘<strong>svolta verso il Pacifico’</strong>, la Russia viene identificata nella <em>Review</em> come “la minaccia più acuta alla sicurezza britannica”, di un Regno Unito quindi, ancora strategicamente ancorato al continente. Il caso di Mosca, evidenziando i trend emergenti, può aiutarci a riflettere sulla futura cooperazione UE-UK, specialmente guardando a due temi: la minaccia cyber e le sanzioni.</p>



<p>Per quanto riguarda il primo, la Gran Bretagna era nettamente la prima potenza cyber nell’UE, al terzo posto al mondo secondo il ‘Cyber power Index’ del Belfer Center dell’Università di Harvard, davanti alla Russia stessa (4’), peraltro. Con Brexit gli Stati membri hanno così perso un leader in termini di risorse ed expertise, il Regno Unito, che tra l’altro si è da poco dotato di una nuova ‘National Cyber Force’ (NCF). Annunciata a novembre 2020, la nuova agenzia conterà più di 2000 operativi, provenienti dai servizi di intelligence e dalle forze armate. Quello del mondo cyber è quindi l’esempio di un campo nel quale Londra può permettersi di ‘fare da sola’, e dove gli alleati EU farebbero meglio a stare al passo, <a href="https://www.mondodem.it/osservatori/democrazia-2-0/cybersecurity-e-futuro-una-sfida-di-importanza-capitale/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Italia compresa</a>.</p>



<p>Al contrario, l’imposizione di sanzioni alla Russia è esemplificativa di interessi e metodi convergenti, che nel lungo periodo potrebbero – auspicabilmente- essere formalizzati in una cooperazione &#8211; anche minimamente- strutturata. Prendiamo ad esempio le sanzioni che hanno seguito l’avvelenamento di Alexei Navalny, ad ottobre 2021. Se è vero che Londra si è mossa in anticipo sanzionando Mosca &#8211; con sanzioni di tipo ‘<a href="https://www.mondodem.it/policy-brief/dopo-la-solidarieta-i-fatti-applicare-il-magnitsky-act-per-il-caso-regeni/">Magnitsky</a>’- già ad ottobre, mentre il consiglio UE ha atteso marzo 2021, va notato come entrambi abbiano, per la prima volta, introdotto sanzioni di questo tipo. È quindi interessante notare come, seppur con tempi diversi, sia UK che UE abbiano scelto lo stesso strumento per sanzionare Mosca, spingendosi oltre quanto fatto finora. Se, per loro natura, le sanzioni sono più efficaci tanto maggiore è il numero degli Stati che le impone, per la Gran Bretagna del dopo Brexit sarà quindi fondamentale procedere di comune accordo con i 27 per futuri regimi sanzionatori. Ancora una volta, un regime di co-implementazione ‘EU27+1’ sembrerebbe uno scenario auspicabile e le aspettative sono alte.</p>



<p>Se per il governo Johnson Brexit significa guardare oltre l’Europa, la realtà sembra bussare a Downing Street. Infatti, come evidenziato in un recente rapporto dell’EUISS (l’istituto per gli studi strategici dell’UE), la Gran Bretagna è destinata a rimane un cardine della difesa europea. Se, per ora, si è evidenziato un rifiuto di relazioni istituzionalizzate, nel lungo termine emergerà la necessità di riarticolare le relazioni diplomatiche in forma più strutturata, a partire da opzioni bi/tri-laterali su temi specifici. Di conseguenza, sia l’UE che UK dovranno ripensare le proprie ambizioni regionali e globali. Nelle parole dell’HR/VP Borrel: <em>“con Brexit molto diventa più complicato. Quanto, dipenderà dalle scelte che entrambe le parti faranno”</em>.</p>



<p>Per concludere, se Londra passa da un “europeismo pragmatico” a un impegno selettivo, con ambizioni e narrativa ‘globali’, l’Unione &#8211; e l’Italia- dovranno farsi trovare pronti: a cercare di coinvolgere il governo d’oltremanica quando possibile, ed il coordinamento sulla sanzioni potrebbe essere la scelta più ovvia. D’altra parte, nel sistema multi-polare post-Brexit, la Gran Bretagna per essere rilevante dovrà rendersi un membro indispensabile delle coalizioni di cui vuole far parte. Parallelamente, i 27 potranno continuare sulla strada di una maggiore integrazione europea in politica estera.</p>
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		<title>Brexit, qual è l’impatto sul Parlamento Europeo? Conversazione con Brando Benifei</title>
		<link>https://www.mondodem.it/2109/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Leonardo De Agostini]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 27 Jun 2020 12:12:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Osservatorio Brexit]]></category>
		<category><![CDATA[Brexit]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dopo l’uscita del Regno Unito dall’UE, il 31 gennaio di quest’anno molti si sono interrogati su cosa sarebbe&#8230;</p>
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<p class="has-drop-cap">Dopo l’uscita del Regno Unito dall’UE, il 31 gennaio di quest’anno molti si sono interrogati su cosa sarebbe cambiato per ‘<em>noi’</em>, chi nell’Unione ci è rimasto. L’uscita formale di Londra dall’architettura europea solleva in effetti molti interrogativi istituzionali e di governabilità – anche alla luce del fatto che la trattativa tra Bruxelles e Londra è stata rallentata dalla crisi Coronavirus. Questo contributo offre un’analisi dei cambiamenti nella composizione del Parlamento Europeo e delle possibili implicazioni, delle quali abbiamo discusso con Brando Benifei, capo delegazione PD al Parlamento europeo.</p>



<p>Con la formalizzazione della <a href="https://www.mondodem.it/analisi-in-pillole/osservatorio-brexit-speciale-focus-coronavirus/">Brexit</a>, il Parlamento Europeo ha perso i 73 deputati britannici, in una seduta ricca di emozioni durante la quale il campo progressista si è stretto sotto lo slogan “Always United” mentre i deputati del Brexit Party festeggiavano il loro ultimo giorno a Bruxelles.</p>



<p>Nonostante gli eurodeputati britannici uscenti siano 73, il numero totale dei parlamentari per questa legislatura cala di ‘sole’ 46 unità, passando da 751 a 705 seggi, mentre i restanti 27 sono stati redistribuiti fra gli altri paesi membri, dando priorità a Stati sottorappresentati rispetto alla popolazione. Geograficamente ne hanno giovato i paesi del ‘sud’, Francia, Spagna e Italia, che hanno ottenuto quasi la metà dei nuovi seggi, +5 per le prime due e +3 per noi. Sicuramente questi tre paesi condividono una visione economica che potrà essere rafforzata dal cambio di composizione del Parlamento (come si è visto recentemente nelle proposte economiche per la crisi Covid-19).</p>



<p>L’analisi di come il cambio di composizione impatti sui gruppi politici ci permette di valutare possibili modifiche negli attuali rapporti di forza tra i partiti nel Parlamento europeo. Secondo uno studio della London School of Economics, i gruppi che risentiranno maggiormente dalla perdita di deputati saranno i Verdi ed i liberali di Renew Europe (ex-ALDE, rinnovatosi con l’approdo alle elezioni 2019 della pattuglia di Macron), mentre chi ci guadagnerà di più saranno il Partito Popolare Europeo (PPE) e gli euroscettici di Identità e Democrazia (ID), gruppo contenente la Lega, i neofascisti tedeschi di AfD ed il Rassemblement National di Marine Le Pen.</p>



<p>Nello specifico, il ritiro dei britannici permette ad ID di sorpassare i Verdi come quarto gruppo per grandezza, guadagnando così più tempo di parola alle plenarie e maggiori possibilità di incidere sulle -e nelle- commissioni parlamentari. Nonostante sia quindi molto improbabile che queste modifiche portino ad un’alterazione della stabile maggioranza europeista -composta de PPE, S&amp;D e Renew Europe- su dossier di primaria importanza quali politica industriale e climatica, in situazioni di stallo gli euroscettici potrebbero avere maggiore rilevanza, nonostante il “cordone sanitario” che storicamente li isola in parlamento. Inoltre, la fuoriuscita dei britannici avvantaggerà la commissione presieduta da Von Der Leyen, che con la scomparsa della delegazione del Brexit Party vedrà il suo consenso complessivo aumentare, attestandosi a circa il 65% dell’emiciclo.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignleft size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1024" height="472" src="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2020/06/brexit-1024x472.png" alt="Immagine che contiene computer

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<p><strong><em>On. Benifei, come è stato vedere l’uscita dei compagni del Labour Party dal PE? Politicamente cosa vuol dire per i S&amp;D e per il campo progressista?</em></strong></p>



<p><em>È stato un momento difficile anche emotivamente, si tratta di esponenti di un partito che negli ultimi decenni ha avuto una parte importante nell’integrare il Regno Unito all’interno del contesto europeo, con forte vocazione europeista. E all’interno del Labour Party gli eurodeputati erano l’avanguardia più combattiva per una “meaningful participation” dell’UK all’ UE, anche con un grande lavoro di proposte concrete. Sul tema della tutela dei lavoratori ad esempio hanno fatto grandi progressi, resi possibili dalla partecipazione all’Unione e dall’accettazione della sua legislazione.</em></p>



<p><strong><em>Secondo lei la maggiore rappresentanza di Stati del sud (Fra, Ita, Spa) potrebbe favorire politiche economiche più “coraggiose” e meno legate all’austerity, ad esempio in questa situazione di post Covid-19?</em></strong></p>



<p><em>Non credo che questo aspetto sia così determinante: nella rappresentanza britannica avevamo oltre al Labour, i Verdi, e lo Scottish National Party, forze che non hanno mai aderito ad una visione ultra liberista e per l’austerity. Credo che invece si possa parlare di un rafforzamento nei gruppi politici di una posizione pro approfondimento dell’integrazione europea, europeista, più che riguardo la visione economica.</em></p>



<p><strong><em>Passando ai gruppi politici: con una perdita di peso dei liberali, i Verdi potrebbero più spesso far parte della maggioranza spostando a sinistra l’asse politico del PE. È ipotizzabile un’agenda più progressista?</em></strong></p>



<p><em>Si, in parte. Con Brexit i Verdi hanno perso i rappresentanti britannici: sono così un gruppo che si è ristretto ma che non vuole essere fuori dai giochi. Ora cercheranno di trovare accordi, e soprattutto&nbsp; nell’ala liberale macroniana, (gruppo sempre più consistente e non formato dai soli MEP di En Marche, ndr) trovano molte sponde. Questa loro collaborazione, anche con noi di S&amp;D, apre sicuramente uno spiraglio per proposte più progressiste.</em></p>



<p><strong><em>Mentre i Socialisti perdono i deputati laburisti, i Popolari non solo non subiscono perdite, ma guadagnano 5 seggi (i Tory britannici facevano parte dell’ECR) aumentando il distacco su S&amp;D: questo secondo lei modificherà l’attività legislativa?</em></strong></p>



<p><em>Non credo che sia un cambiamento significativo, il gruppo dei Socialisti e Democratici non ha perso il suo peso percentuale anche se il PPE lo ha, di poco, aumentato. Va detto però che all’interno della destra invece l’ECR ha perso terreno a scapito di forze più radicali. Nei rapporti fra S&amp;D, PPE e Liberali però credo che non si siano modificati pesantemente gli equilibri.</em></p>



<p><strong><em>Secondo lei quindi il gruppo S&amp;D manterrà la sua centralità ed influenza nell’attività legislativa del PE? Quanto pesano la coesione interna ed i rapporti con i partner?</em></strong></p>



<p><em>In questo parlamento una maggioranza prettamente progressista non c’è, bisogna sempre trovare un accordo con forze moderate o liberali di centro-destra sui diversi temi. Lo sforzo che facciamo come S&amp;D è cercare di essere il baricentro di un possibile accordo: con i Verdi, i Liberali Centristi e la parte europeista della GUE (Sinistra Unitaria Europea) per poi rapportare questo equilibrio al PPE e alle sue “correnti” più di sinistra (una fra tutte i cristiano democratici belgi, ndr). Cercando di arrivare più uniti possibile come progressisti al tavolo con il PPE.</em></p>



<p><strong><em>Passando agli euroscettici Identity and Democracy (ID) essi superano i Verdi come quarto gruppo per dimensione: ci sono dei rischi reali che possano uscire dal ‘cordone sanitario’ che storicamente li isola? O sono ipotizzabili alleanze a destra su certi temi o ancora un maggiore peso in situazioni di stallo?</em></strong></p>



<p><em>Rimangono completamente isolati. Possono pesare solamente, come prima d&#8217;altronde, solo quando in plenaria c’è una divisione molto forte e maggioranze risicate. Nell’ipotesi che il PPE sia da solo contro tutti, allora potrebbero verificarsi occasionalmente maggioranze di destra, ma sono limitate all’aula. Nelle commissioni parlamentari non hanno un vero margine per incidere nel processo legislativo, rimangono sempre esclusi.</em></p>



<p><strong><em>Per concludere, come valuta dal suo punto di vista l’atteggiamento sia dell’UE che dell’UK sulle trattative per Brexit? Vede attualmente un maggiore rischio di ‘no deal’, legato magari a ragioni di politica interna?</em></strong></p>



<p><em>La mia impressione è che il rischio ‘no deal’ esista ancora. Se non ci sarà l’estensione del periodo di transizione (<u><a href="https://www.mondodem.it/osservatori/osservatorio-brexit/effetto-brexit/">al momento difficile per ragioni interne al Regno Unito</a></u>, ndr) ritengo assai improbabile che si possa arrivare ad un accordo. È una contraddizione legata agli equilibri interni del partito conservatore che prima o poi arriverà ad una conclusione: non è detto che questa posizione, oggi molto rigida, rimanga tale.</em></p>



<p><em>Il PE è scettico sul fatto che si troverà una soluzione in breve tempo, stiamo lavorando alle proposte sull’accordo commerciale ma c’è la forte volontà politica di far sentire la propria voce, senza farsi spaventare da un possibile ‘no deal’, negoziando veramente. Nonostante il ‘no deal’ faccia paura il PE esprime una delle posizioni più rigide dentro il sistema istituzionale.</em></p>
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		<title>“Effetto Brexit”</title>
		<link>https://www.mondodem.it/2025/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Leonardo De Agostini]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 24 May 2020 16:32:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Osservatorio Brexit]]></category>
		<category><![CDATA[Brexit]]></category>
		<category><![CDATA[Gran Bretagna]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Osservatorio sulle conseguenze e sviluppi dell’uscita del Regno Unito dall’UE Dopo più di quattro anni il momento fatidico&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/2025/">“Effetto Brexit”</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<h3 id="osservatorio-sulle-conseguenze-e-sviluppi-delluscita-del-regno-unito-dallue" class="wp-block-heading">Osservatorio sulle conseguenze e sviluppi dell’uscita del Regno Unito dall’UE</h3>



<p class="has-drop-cap">Dopo più di quattro anni il momento fatidico è arrivato: il 31 gennaio 2020 il Regno Unito ha lasciato l’Unione Europea. Ai primi di marzo hanno avuto inizio i negoziati fra le parti. Ma quali effetti ha avuto sinora il fenomeno Brexit, cosa ci aspetta e quali saranno le conseguenze, in particolare per chi è rimasto nell’Unione?</p>



<p>Il 2020 si preannuncia come un anno di <em>negoziato</em>. Grazie al <em>Withdrawal agreement</em> (in vigore dal 1° febbraio) continueranno a valere anche per Londra le norme Europee fino al 31 dicembre. In questo periodo di transizione nasce “Effetto Brexit”: un Osservatorio che si occupa dell’impatto del fenomeno Brexit su diversi aspetti della vita pubblica e politica dell’Italia, dell’UE e dei suoi cittadini. Attraverso articoli, commenti ed analisi tematiche proporremo una valutazione spassionata e approfondita degli effetti già valutabili della Brexit e cercheremo di delineare i futuri sviluppi che emergeranno dal negoziato iniziato a marzo 2020.</p>



<p>L’osservatorio analizzerà l’impatto dell’uscita del Regno Unito dalla UE su diversi aspetti della vita comunitaria, dalla libera circolazione dei cittadini alla difesa: cosa ne sarà del progetto Erasmus e della mobilità fra UK ed UE? Che cosa significherà, per la difesa dell’Europa, la mancanza della deterrenza nucleare detenuta dal Regno Unito? Quali effetti sulle maggioranze e sulla rappresentanza nel Parlamento Europeo? E quale sarà il futuro del campo progressista d’oltremanica?</p>



<p>Questa serie di articoli ed analisi non è, naturalmente, esaustiva o definitiva: mira semplicemente a mettere a disposizione dei nostri associati e lettori degli spunti di riflessione per future discussioni ed approfondimenti sugli impatti del fenomeno Brexit, da una prospettiva progressista ed europeista.</p>



<p>L’osservatorio &#8211; a cura di Benedetta Albano e Leonardo De Agostini &#8211; seguirà quindi gli sviluppi che si susseguiranno durante questi mesi di negoziati, perché se il risultato del referendum ci ha colto alla sprovvista, ora è il momento di vedere cosa possiamo imparare e cosa dovremmo tenere a mente, per sapere dove stiamo andando e quale sarà il futuro delle relazioni fra Unione Europea e Regno Unito.</p>



<p>&nbsp;<em>“Fog on the channel, the continent is isolated”</em> recitava la satira britannica: ma ora è proprio Londra a rischiare di rimanere, non solo geograficamente, isolata…</p>
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		<title>Osservatorio Brexit, Speciale: Focus Coronavirus</title>
		<link>https://www.mondodem.it/2000/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Leonardo De Agostini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 May 2020 11:28:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Analisi in Pillole]]></category>
		<category><![CDATA[Covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[Osservatori]]></category>
		<category><![CDATA[Brexit]]></category>
		<category><![CDATA[Coronavirus]]></category>
		<category><![CDATA[COVID-19]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Questa breve analisi si concentra sull’impatto dell’emergenza Covid-19 sui negoziati in corso fra UE e Regno Unito per&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/2000/">Osservatorio Brexit, Speciale: Focus Coronavirus</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Questa breve analisi si concentra <strong>sull’impatto dell’emergenza Covid-19 sui negoziati in corso fra UE e Regno Unito</strong> per stabilire i dettagli della futura relazione post Brexit. Nonostante l’iniziale volontà di entrambe le parti di procedere con i negoziati anche durante l’epidemia, pare ormai evidente che le condizioni necessarie per un lavoro <em>business as usual</em> siano venute meno. Quali sono le possibili ripercussioni di questa interruzione? Londra potrebbe cambiare atteggiamento dopo l’aver affrontato un’emergenza globale di tale portata con un piede fuori dall’architettura UE? Si rafforza il rischio <em>no deal</em>?</p>



<h5 id="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-fb5ca552" class="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-fb5ca552"><span id="i-vari-round-dei-negoziati">I vari round dei negoziati</span></h5>



<p>Il primo round di negoziati, a marzo, si era chiuso con le dichiarazioni del capo negoziatore UE Michel Barnier secondo cui erano emerse <em><strong>“serie divergenze”</strong></em> con le controparti britanniche. Da allora sono passate diverse settimane senza progressi, data l’ovvia priorità dell’elaborazione di contromisure da attuare per l’emergenza sanitaria. Inoltre, come riportato da <a href="https://www.politico.eu/article/eu-trade-chief-uk-preparing-to-blame-coronavirus-for-brexit-fallout/">Politico.eu</a>, i primi tentativi di negoziati in videoconferenza sono stati rallentati sia dai dubbi di diversi negoziatori, secondo i quali tale modalità di dialogo si sarebbe rivelata lenta e controproducente, sia da preoccupazioni relative alla sicurezza delle comunicazioni.</p>



<p>Così, il secondo e terzo round di negoziati nei quali si sarebbe discussa la futura relazione fra l’Unione ed il Regno Unito sono stati cancellati dopo lo scoppio della pandemia: successivamente i due principali attori, Michel Barnier ed il capo negoziatore britannico David Frost, hanno dichiarato di aver avuto sintomi riconducibili al virus covid-19. Solo nell’ultima settimana di aprile è stato possibile riprendere i colloqui, articolatisi in più di <strong>40 sessioni in videoconferenza da parte di 10 team di negoziatori</strong>. </p>



<p>Ora un’altra importante scadenza è al centro dall’attenzione: <strong>il 30 giugno è infatti il termine entro il quale Londra dovrebbe notificare la sua eventuale volontà di richiedere un’estensione del periodo di transizione</strong>, il cui termine è attualmente fissato al 31 dicembre 2020. Nonostante i molti pareri contrari degli stessi esperti britannici, Downing Street, come ripetuto più volte da Frost, <em>“non desidera estendere il periodo di transizione, in quanto il lavoro può essere completato entro la fine dell’anno”</em>, anche in piena crisi coronavirus. Il rifiuto di Boris Johnson nel richiedere un’estensione – che protrarrebbe il periodo nel quale al Regno Unito si applicano le norme comunitarie senza che esso goda di rappresentanza nelle istituzioni – potrebbe risultare in un maggior rischio di <em>no deal</em>, nonostante la stipula di un accordo rimanga lo scenario più probabile.</p>



<h5 id="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-9791cace" class="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-9791cace"><span id="la-fase-di-impasse-tra-accuse-e-giustificazioni">La fase di impasse tra accuse e giustificazioni</span></h5>



<p>Siamo quindi ora in una fase di impasse, con entrambe le parti che si accusano vicendevolmente di ritardare i negoziati. Secondo Barnier il governo britannico starebbe <em>“facendo scorrere il tempo rallentando le discussioni più importanti”</em>, mentre ci si attende un appello di Boris Johnson alla presidente della Commissione europea Ursula Von Der Leyen con l’obbiettivo di coinvolgere maggiormente i leader europei nel negoziato, nella speranza che un approccio <em>top level</em> sblocchi la situazione.</p>



<p>Mentre comunità di cittadini e lavoratori europei residenti nel Regno Unito denunciano <strong>un mancato o difficile accesso agli strumenti di relief economico</strong>, sulla base di ostacoli burocratici legati allo ‘stato di residenza’, rischiando di vedere così violati i loro diritti, pare sempre più ovvio che – nelle parole di un diplomatico di Bruxelles &#8211; <em>“questo approccio da scommettitori non porterà ad un accordo commerciale”</em>. La stessa fonte diplomatica, in riferimento alla possibilità ventilata da parte di Bruxelles di estendere il periodo di transizione di uno o due anni, ha affermato che <em>“il continente è travolto dal virus quanto la Gran Bretagna, quindi non scommetterei sul fatto che i leader abbiano troppo tempo per soddisfare i capricci di Londra […] l’accordo con UK è necessario, ma non così urgente”</em>.</p>



<h5 id="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-a39e2f42" class="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-a39e2f42"><span id="cosa-spinge-ad-applicare-una-brexit-no-deal">Cosa spinge ad applicare una Brexit no deal?</span></h5>



<p>Sorge quindi spontaneo chiedersi cosa spinga il governo di Londra ad opporsi così ostinatamente ad una estensione del periodo di transizione. La risposta risiederebbe nella <strong>politica interna</strong>, in seno al paese ma anche al partito conservatore. Secondo il parere di due ricercatori del Federal Trust (think tank sul federalismo specializzato nelle relazioni tra Regno Unito e Unione europea), negli ultimi 4 anni il partito conservatore si sarebbe trasformato in una semplice associazione nella campagna pro-Brexit, subordinando alla causa tutte le altre attività.</p>



<p>La nuova leadership quindi, realmente o solo opportunisticamente euroscettica e consapevole del piccolo margine che ha consentito la vittoria del 2016, avrebbe tutta la volontà di chiudere il prima possibile il processo Brexit, anche con un <em>no deal</em>. La prospettiva di un’estensione dei negoziati di uno o due anni obbligherebbe la leadership del partito a confrontarsi con condizioni politiche nuove ed avverse, secondo gli analisti: <em>“una conclusione di Brexit rapida e ostile potrebbe essere la loro migliore garanzia che i cittadini britannici non cambino opinione sulla questione europea al risveglio dalla pandemia”</em>. </p>



<p>Meglio ancora se fosse possibile incolpare Bruxelles per l’interruzione dei negoziati e mascherare il collasso dell’economia tra gli effetti del virus. <em>“L’opinione pubblica post-Covid in UK sarà più rispettosa degli esperti (della scienza, dei fatti -ndr) e dei migranti di quanto era cinque anni fa”</em> continuano gli esperti del Federal Trust, accusando aspetti fondamentali della campagna per il <em>leave</em> del 2016, fondata su <em>“disonestà intellettuale e manipolazione propagandistica […] dove l’arma preferita erano vuoti slogan e i fatti non contavano”</em>. In sostanza, concludono, <em><strong>“oggi la Brexit è il partito conservatore, ed il partito conservatore è la Brexit”</strong></em>.</p>



<p>Inoltre, Johnson è stato eletto con una campagna fondata sullo slogan <em>“get Brexit done”</em>: forse l’unica promessa nella campagna pro-Brexit realmente realizzabile, ma sicuramente una magra consolazione per i cittadini che rischiano di affrontare la difficile situazione economica prevista per dicembre 2020.</p>
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