<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Michelangelo Freyrie, Autore presso MondoDem</title>
	<atom:link href="https://www.mondodem.it/author/mike-freyrie/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.mondodem.it/author/mike-freyrie/</link>
	<description>Laboratorio di Politica Internazionale</description>
	<lastBuildDate>Wed, 30 Aug 2023 18:08:12 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=6.8.3</generator>

<image>
	<url>https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2020/10/cropped-MondoDem_Logo_RGB_colored-min-1-1-32x32.png</url>
	<title>Michelangelo Freyrie, Autore presso MondoDem</title>
	<link>https://www.mondodem.it/author/mike-freyrie/</link>
	<width>32</width>
	<height>32</height>
</image> 
	<item>
		<title>Cosa davvero si dice in Germania sul 2% per la Difesa</title>
		<link>https://www.mondodem.it/673347/</link>
					<comments>https://www.mondodem.it/673347/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Michelangelo Freyrie]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 30 Aug 2023 18:00:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[2%]]></category>
		<category><![CDATA[Difesa]]></category>
		<category><![CDATA[Germania]]></category>
		<category><![CDATA[NATO]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.mondodem.it/?p=673347</guid>

					<description><![CDATA[<p>L’invasione russa dell’Ucraina ha portato molti governi e movimenti politici a riconsiderare le proprie posizioni, soprattutto per quel&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/673347/">Cosa davvero si dice in Germania sul 2% per la Difesa</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>L’invasione russa dell’Ucraina ha portato molti governi e movimenti politici a riconsiderare le proprie posizioni, soprattutto per quel che riguarda l’uso dello strumento militare. La Germania di Olaf Scholz è forse l’esempio più importante di questo cambio di prospettiva: dopo quasi un decennio di rinvii, scetticismo e polemiche Berlino si è finalmente impegnata ad adempiere alla cosiddetta regola del 2%. Fissata dai capi di stato e di governo dei Paesi Nato durante il summit del Galles nel 2014, il parametro impegna tutti gli stati membri dell’Alleanza Atlantica a spendere l’equivalente del 2% del proprio prodotto interno lordo in spese di Difesa.</p>



<p>Questo impegno politico è stato a lungo osteggiato da chi si oppone a un aumento delle spese militari. Fino al 2022, infatti, la maggior parte dei Paesi Nato non rispettava l’impegno assunto in sede internazionale. La guerra in Ucraina ha cambiato le cose: riconosciuta la concretezza della minaccia russa alla pace europea e la necessità di avere forze armate sufficientemente credibili da rendere qualsiasi aggressione militarmente impensabile, molti stati hanno deciso di portare le proprie spese militari all’obiettivo Nato.&nbsp; Fra essi c’è la Germania, che per motivi storici e politici (spiegati efficacemente <a href="https://www.google.com/url?sa=t&amp;rct=j&amp;q=&amp;esrc=s&amp;source=web&amp;cd=&amp;cad=rja&amp;uact=8&amp;ved=2ahUKEwj125TDrISBAxXRSfEDHYNIAIQQFnoECB0QAQ&amp;url=https%3A%2F%2Fwww.editorialedomani.it%2Fpolitica%2Fmondo%2Fgermania-scholz-esercito-tedesco-scenari-wv553tun&amp;usg=AOvVaw1hi5CXQKGm6uc6oGHBZoNP&amp;opi=89978449">qui</a> e <a href="https://www.mondodem.it/2009/">qui</a>) si era fino ad allora mostrata poco propensa a considerare la forza del proprio strumento militare (la <em>Bundeswehr</em>) come una questione prioritaria. La <em>Zeitenwende</em>, il “cambiamento epocale” causato dal ritorno della guerra in Europa, ha convinto perfino i socialdemocratici a cambiare atteggiamento – anche a causa di vent’anni di fallimentari trattative con Putin.</p>



<p>A più di un anno dallo scoppio della guerra, il cancelliere tedesco Scholz ha confermato l’impegno tedesco a raggiungere l’obiettivo 2%. Diversamente da quanto riportato in Italia, in una conferenza stampa a luglio Scholz ha detto che l’aumento strutturale delle spese militari rimane una <em>conditio sine qua non </em>della politica di difesa tedesca. Lo strumento per permettere ciò è principalmente il fondo speciale da 100 miliardi di euro (<em>Sondervermögen</em>), votato l’anno scorso dal parlamento per colmare le lacune capacitive della Bundeswehr. Dopo anni di sottofinanziamento le forze armate tedesche sono infatti prive di molti sistemi difensivi fondamentali per garantire la sicurezza della repubblica federale, da sistemi antiaerei a mezzi blindati funzionanti e perfino aerei da trasporto per rifornire le truppe schierate all’estero.&nbsp;</p>



<p>Ma la volontà tedesca di rispettare l’impegno del 2% è anche un buon caso studio delle difficili scelte politiche che ciò comporta. Il raggiungimento dell’obiettivo è infatti messo in dubbio dalla capacità (e la volontà) tedesca di mantenere un livello adeguato di spese militari anche dopo il 2025, quando il fondo da 100 miliardi sarà ormai esaurito. I tagli degli ultimi quindici anni sono infatti stati talmente pesanti che la Bundeswehr necessiterebbe di almeno 300 miliardi di euro per recuperare un livello accettabile di preparazione. Il ministro della Difesa Boris Pistorius ha addirittura suggerito che nei prossimi anni il 2% sarà verosimilmente solo un punto di partenza, e non un limite massimo di spesa. Il risultato di quattro legislature votate all’austerity è anche questa: l’urgenza della guerra richiederebbe immediatamente spese altissime e, soprattutto, un quadro pluriennale affidabile.</p>



<p>Questa dimensione temporale è la vera fonte di polemiche nel dibattito tedesco. Recuperare il terreno perduto richiederà tempo, e l’acquisizione di nuovi sistemi d’arma, il reclutamento di nuovi soldati, la ricostituzione degli stock di munizioni donati all’Ucraina e la creazione di una nuova divisione entro il 2025 sono tutte iniziative che hanno bisogno di un quadro finanziario chiaro nel medio termine. Ma la coalizione di governo, composta da socialdemocratici, liberali e verdi non è ancora riuscita a raggiungere un accordo su come garantire questa pluriennalità. La questione non è tanto nel merito, quanto nella forma. Questo è dovuto soprattutto all’ossessione liberale per il patto di stabilità: vista l’allergia verso la contrazione di nuovi debiti, è verosimile che i prossimi bilanci federali obbligheranno a fare scelte difficili riguardo la spesa pubblica.</p>



<p>I socialdemocratici temono che l’automatismo del 2% in Difesa possa aggirare il ruolo del Parlamento come istanza unica in cui vengono decise le spese federali annuali, e che vada a scapito di uscite nel sociale e in investimenti strutturali. È per questo che Scholz parla di “una media del 2%” su più anni: vuole mantenere sufficiente flessibilità impegnandosi a recuperare eventuali flessioni nel bilancio della Difesa nell’anno successivo.</p>



<p>Il tema di come finanziare le spese della Difesa accompagnerà il dibattito politico tedesco ed europeo per buona parte degli anni ‘20. È un’esigenza sostanzialmente accettata da tutto l’arco parlamentare e che richiederà una quadratura del cerchio: come si fa a mantenere un livello sufficiente di preparazione militare senza tagliare altre spese cruciali (come la transizione energetica, la digitalizzazione o il welfare)? Non è solo una questione di equità, ma anche di sicurezza e consenso. Uno stato che aumenta le spese militari ma taglia gli investimenti in ciò che permetterà alla propria società di prosperare nel ventunesimo secolo è più fragile e suscettibile ad aggressioni esterne. La coalizione di governo tedesca, che ha anche prodotto la prima strategia di sicurezza nazionale della storia tedesca, è ben consapevole della natura trasversale della sicurezza. Una cosa è però chiara: che ciò avvenga tramite più cooperazione europea, con una ridefinizione dei parametri di bilancio o con una razionalizzazione della spesa militare, il governo tedesco ha ormai legato la propria credibilità internazionale all’impegno del 2%.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/673347/">Cosa davvero si dice in Germania sul 2% per la Difesa</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.mondodem.it/673347/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>La Difesa non é &#8220;roba di destra&#8221;</title>
		<link>https://www.mondodem.it/3109/</link>
					<comments>https://www.mondodem.it/3109/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Michelangelo Freyrie]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Jan 2023 14:49:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lo stato della sinistra]]></category>
		<category><![CDATA[Difesa]]></category>
		<category><![CDATA[sicurezza]]></category>
		<category><![CDATA[Sinistra]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.mondodem.it/?p=3109</guid>

					<description><![CDATA[<p>A un anno dallo scoppio di una guerra imperialista nel cuore dell’Europa, lanciata da una cleptocrazia reazionaria, omofoba&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/3109/">La Difesa non é &#8220;roba di destra&#8221;</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>A un anno dallo scoppio di una guerra imperialista nel cuore dell’Europa, lanciata da una cleptocrazia reazionaria, omofoba e suprematista, i partiti del centrosinistra fanno ancora fatica a riconoscere la necessità di  difendere le nostre società. Non presidiando i temi della Difesa e della sicurezza, la sinistra rischia di trasformarli in una prerogativa delle destre.</p>



<h2 id="la-risposta-securitaria" class="cnvs-block-section-heading cnvs-block-section-heading-1672929861081 halignleft" >
	<span class="cnvs-section-title">
		<span><strong>La risposta securitaria</strong></span>
	</span>
</h2>



<p>In queste settimane il presidente del Senato La Russa ha lanciato la proposta di introdurre un servizio militare abbreviato di 40 giorni. In estate, Meloni stessa si era detta favorevole a un <a href="https://www.mondodem.it/3033/">“blocco navale” nel Mediterraneo</a>, suggerendo una soluzione militare alla gestione dei flussi migratori.</p>



<p>La risposta marziale a problemi non militari ha evidentemente ricevuto un grosso impulso dallo stato di emergenza provocato dall’invasione russa. Se si aggiunge tutto ciò alla sensazione che le spese militari sono essenzialmente improduttive rispetto a misure di sviluppo e redistributive, ecco nascere il sospetto di molti a sinistra del centro che vi sia un interesse da parte di spiriti autoritari, militari, industriali e speculatori di generare una crisi militare perpetua.</p>



<p>L’attuale diffidenza progressista per la Difesa é legata a un comprensibile rigetto dell’uso della forza e alle disastrose esperienze della guerra al Terrore. In particolare, il fallimento dell’interventismo umanitario dopo il 2001 e la securitizzazione di problematiche sociali hanno generato uno scetticismo comprensibile di queste tematiche.</p>



<h2 id="sicurezza-per-pochi-a-scapito-dei-molti" class="cnvs-block-section-heading cnvs-block-section-heading-1672929869216 halignleft" >
	<span class="cnvs-section-title">
		<span><strong>Sicurezza per pochi a scapito dei molti</strong></span>
	</span>
</h2>



<p>Storicamente, l’opposizione all’uso dello strumento militare da parte della sinistra ha sempre avuto una giustificazione basata sulla lettura della politica come lotta di classe. A partire dalla Prima guerra mondiale, la mobilitazione contro un nemico esterno è stata vista come un sotterfugio per dividere le classi operaie e dissanguarle in scontri nell’interesse dei detentori di capitale.</p>



<p>Tuttavia, proprio partendo dal medesimo impianto ideologico, molte personalità di spicco della sinistra europea hanno concluso che i movimenti progressisti non potessero ignorare la tematica. Jean Jaurès, leader socialista francese assassinato nel 1914 per la sua opposizione alla guerra, è stato un teorico dell’esercito di leva, con l’obiettivo di togliere il monopolio della forza militare dalle mani di una élite avversa al movimento operaio. George Orwell vedeva nella gestione elitaria dello sforzo bellico britannico la ragione dietro alle catastrofi del 1939-40, mentre Helmut Schmidt, cancelliere socialdemocratico tedesco, vedeva una efficace deterrenza del Patto di Varsavia come una precondizione per il disarmo, con l’obiettivo ultimo di mettere in sicurezza lo stato sociale e la libertà concessa al popolo tedesco nel dopoguerra.</p>



<p>Queste personalità avevano un unico scopo: evitare guerre il cui principale tributo di sangue sarebbe stato pagato dalle classi sociali subalterne. Ciò sarebbe dovuto avvenire tramite l’affidamento della sicurezza dell’impianto economico e politico dello Stato ai cittadini stessi.</p>



<p>In effetti, se sicurezza vuol dire l’incolumità fisica dei cittadini e l’integrità dei loro rapporti sociali, la garanzia dei meccanismi economici (si presume) votati a un benessere diffuso e la possibilità di pianificare un domani più giusto liberi da un immediato terrore del presente, allora la sicurezza non può che essere anche una priorità della sinistra emancipatrice.</p>



<h2 id="piu-parlamento-e-spese-sociali-meno-precariato" class="cnvs-block-section-heading cnvs-block-section-heading-1672929875480 halignleft" >
	<span class="cnvs-section-title">
		<span><strong>Più parlamento e spese sociali, meno precariato</strong></span>
	</span>
</h2>



<p>Nella pratica, questo vuol dire che solo un movimento politico consapevole delle contraddizioni sociali che ci rendono vulnerabili allo spettro del conflitto può garantire la difesa dei diritti civili e sociali di cui godiamo. Ciò richiede una serie di accorgimenti resi ancora più urgenti dalla guerra.</p>



<p>L’utilizzo da parte della Russia di corruzione, propaganda e riciclaggio per avanzare i propri interessi politici in Europa mostra che una classica politica di sinistra avrebbe ad esempio evitato grosse falle di sicurezza di cui oggi i più deboli pagano le conseguenze, fra bollette fuori controllo e disinformazione che danneggia soprattutto chi si trova a livelli di scolarizzazione più bassi. Solo per fare un esempio, una scuola veramente accessibile a tutti e all’altezza del mondo digitalizzato renderebbe la società molto meno suscettibile alla propaganda online, diminuendo i rischi legati alle “minacce ibride” della Russia.</p>



<p>Parte di un’agenda di prevenzione dei pericoli non può che essere anche una deterrenza efficace, che spesso passa da spese militari adeguate. Avere accesso a più risorse permetterebbe a chi serve il Paese nelle Forze armate di poter avere una carriera sostenibile, che non oscilli fra il precariato della leva breve e un appesantimento delle strutture burocratiche in ottica assistenzialista.</p>



<p>La possibilità di un reintegro dignitoso nella vita civile dopo il servizio è fondamentale, come lo è terminare l’uso improprio delle Forze armate come “tappabuco” improprio di altre amministrazioni pubbliche, come nel caso dell’operazione Strade sicure. La mancanza di un supporto psicologico adeguato a cittadine e cittadini in uniforme è un altro grande problema.</p>



<p>Precondizione di tutto ciò è un rapporto sano fra lo Stato democratico, Forze armate e industria. L’Italia parte da una buona base, forse più che in altri ambiti della vita civile. Un’urgenza ineluttabile rimane però quella di rafforzare il ruolo del Parlamento nel governo della Difesa. L’esistenza di un inviato parlamentare speciale per la Difesa aiuterebbe a portare queste tematiche nelle aule del Parlamento, mentre maggiore trasparenza (ad esempio sugli invii di armi in Ucraina o nelle audizioni) ridurrebbe la percezione della Difesa come un tema separato dalla vita civica del Paese.</p>



<p>In più, una domanda interna di equipaggiamenti e sistemi d’arma moderni ridotta ai minimi termini ha come conseguenza forti pressioni affinché l’export di armamenti sia esteso anche a Paesi che ne faranno un uso criminale. Il quadro di riferimento dell’industria Difesa italiana deve essere quello europeo e transatlantico, e gli sforzi fatti da Roma per rafforzare le istituzioni di Difesa Ue devono continuare in un’ottica di economie di scala efficienti.</p>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/3109/">La Difesa non é &#8220;roba di destra&#8221;</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.mondodem.it/3109/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Il “blocco navale” della Meloni è una stupidata pazzesca</title>
		<link>https://www.mondodem.it/3033/</link>
					<comments>https://www.mondodem.it/3033/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Michelangelo Freyrie]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 28 Aug 2022 07:52:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Mediterraneo]]></category>
		<category><![CDATA[Migrazione]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.mondodem.it/?p=3033</guid>

					<description><![CDATA[<p>Giorgia Meloni è tornata a parlare di un “blocco navale” per porre fine all’immigrazione irregolare. E’ la principale&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/3033/">Il “blocco navale” della Meloni è una stupidata pazzesca</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<div class="wp-block-columns is-layout-flex wp-container-core-columns-is-layout-9d6595d7 wp-block-columns-is-layout-flex">
<div class="wp-block-column is-layout-flow wp-block-column-is-layout-flow">
<p>Giorgia Meloni è tornata a parlare di un “blocco navale” per porre fine all’immigrazione irregolare. E’ la principale proposta avanzata dalla Destra per la gestione di un problema che essa considera la più grande minaccia al nostro Paese (cosa già di per se’ bizzarra, considerate le minacce reali cui purtroppo l’Italia è esposta).</p>



<p>La proposta di Meloni merita di essere analizzata da un punto di vista militare. Estrapolando le varie dichiarazioni, ciò che viene proposto è una missione multidimensionale, con una componente aeronavale ed una terrestre.</p>



<p>Per quanto riguarda la prima, il “blocco navale” vero e proprio sarebbe un perimetro di pattugliamento da parte della Marina nelle acque antistanti “agli Stati del Nordafrica”, quindi presumibilmente alla Libia.</p>



<p></p>



<p>Questo blocco non potrebbe essere ne’ efficace e risolutorio, ne’ efficiente per arginare i flussi migratori. Innanzitutto, le dimensioni delle precarie imbarcazioni utilizzate nella traversata e le severe condizioni imposte dai trafficanti (partenze lontane dai porti, divieto di portare oggetti <a href="https://ec.europa.eu/trustfundforafrica/sites/default/files/migration-trends-across-the-mediterranean-piecing-together-the-shifting-dynamics.pdf">metallici</a> a bordo per evadere i radar) rendono quasi impossibile un’intercettazione alla partenza o l’organizzazione della barriera marittima impenetrabile suggerita dalla Destra.</p>



<p></p>



<p>La proposta, inoltre, implica la mobilitazione di una quantità notevole di assetti aerei e navali. Si tratterebbe infatti di un’operazione ben più vasta dell’attuale operazione europea Irini (che mira “solo” ad attuare l&#8217;embargo ONU sulla fornitura di armamenti alle milizie libiche) e più simile alla precedente Sophia, le cui risorse erano comunque gia’ molto risicate rispetto al compito assegnatale. Tutto il suo peso, per di più, ricadrebbe sulla nostra Marina Militare: sarebbe infatti difficile trovare alleati disposti a schierare le proprie limitate risorse per sostenere un “blocco navale” rispondente unicamente ad una necessità del governo italiano. La necessità di utilizzare numerosi assetti italiani per il “blocco” distoglierebbe risorse da altre missioni in aree comunque prioritarie per l’interesse nazionale, dallo stretto di Hormuz alla protezione delle nostre coste da un’altra <a href="https://www.repubblica.it/esteri/2022/08/20/news/foto_esclusive_flotta_italiana_russa_nelladriatico-362285601/">visita</a> della marina russa.</p>



<p>Per quanto riguarda la componente terrestre della proposta, si prevede l’istituzione “in territorio africano di hotspot gestiti insieme all’Unione europea, dove vagliare le richieste di asilo e distinguere chi ha diritto alla protezione internazionale da chi quel diritto non lo ha”. In questo frangente diamo per buona l’idea che, nonostante le esperienze di Lesbos e delle prigioni libiche, sia possibile costruire dei campi di filtrazione fuori dalla giurisdizione diretta degli Stati europei senza rischiare alcuna violazione dei diritti umani. Se Meloni è seria sul controllo europeo di questi hotspot, allora si presume che essi dovrebbero almeno prevedere la presenza di personale italiano o Ue, e di conseguenza anche una sicurezza abbastanza robusta.</p>



<p></p>



<p>Si potrebbero trarre degli insegnamenti dall’esperienza del contingente italiano in Libia, schierato a protezione dell’ospedale da campo di <a href="https://www.ilgiornale.it/news/politica/missione-finita-libia-blocca-rientro-dei-militari-italiani-2002305.html">Misurata</a>. Qui, i 200 soldati italiani sono regolarmente vessati dalle milizie della città e i loro alleati turchi; sono sottoposti a uno stato di quasi assedio, con grossi problemi a ogni avvicendamento ed essenzialmente bloccati in pieno territorio ostile.  Non ci sono elementi per presumere che un qualsiasi accordo con i potentati nelle zone in cui andrebbero costruiti gli hotspot sarebbe né duraturo né rispettato senza un importante schieramento militare. Come minimo, sarebbe necessario un contingente analogo o maggiore a quello inquadrato in Unifil (1.000 militari, 127 mezzi terrestri e 6 mezzi aerei), e questo per ogni hotspot di medie dimensioni e con massicce difese antiaeree, anti-drone e anti-mortaio. Oltre che distogliere i nostri soldati da altre missioni, sarebbe inoltre necessaria la volontà di rischiare la vita dei nostri soldati nel mezzo di una guerra civile. Non avrebbero alcun controllo sulle vicende libiche e mancherebbe un quadro politico che permetta di mettere in sicurezza le basi. A differenza di una missione di interposizione Onu, la messa in sicurezza delle zone per perseguire un interesse europeo renderebbe il rapporto con gli attori politici locali antagonistici, come è successo in Mali e parzialmente in Niger.</p>



<p></p>



<p>Insomma, una soluzione militare richiederebbe come minimo un intervento molto muscolare da parte delle Forze Armate italiane, che potrebbero trovarsi obbligate a fare uso della forza in un contesto in cui sarebbe facilissimo coinvolgere su civili inermi. Un blocco militare è un atto di guerra contro un nemico, e come tale è pensato affinché sia implementato tramite l’uso delle armi. <a href="https://www.editorialedomani.it/politica/italia/che-cose-davvero-il-blocco-navale-di-meloni-e-perche-e-inaccettabile-per-lue-v4f8xedm">Coinvolgerebbe</a> direttamente le nostre Forze Armate nei crimini commessi su suolo libico, ed è per questo che nessuna proposta avanzata dalla Commissione europea – né oggi né nel 2017, <a href="https://pagellapolitica.it/fact-checking/blocco-navale-fdi-ue-2017">nonostante quello che afferma Meloni </a>&nbsp;– ha mai previsto una soluzione militare. Una tale politica sarebbe quindi un’iniziativa unilaterale di Roma che ci isolerebbe sul fronte europeo per quello che riguarda la politica migratoria, come quando nel 2019 la politica dei porti chiusi provocò frizioni fra europei e il ritiro di assetti europei dalla missione Sophia. Unita alle proposte di leva obbligatoria ed al disinteresse per una seria politica di sviluppo per il Mediterraneo, la proposta di “blocco navale” in Libia rende difficile credere ad una Destra seria, alfiere di politiche responsabili.</p>
</div>
</div>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/3033/">Il “blocco navale” della Meloni è una stupidata pazzesca</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.mondodem.it/3033/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Germania: tre modelli economici e il rebus dei negoziati di coalizione</title>
		<link>https://www.mondodem.it/2491/</link>
					<comments>https://www.mondodem.it/2491/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Michelangelo Freyrie]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 Jul 2021 18:16:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[COVID-19]]></category>
		<category><![CDATA[Germania]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.mondodem.it/?p=2491</guid>

					<description><![CDATA[<p>È molto probabile che gli esiti delle elezioni in Germania vengano decisi nelle ultime settimane di campagna, complici&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/2491/">Germania: tre modelli economici e il rebus dei negoziati di coalizione</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">È molto probabile che gli esiti delle elezioni in Germania vengano decisi nelle ultime settimane di campagna, complici le incertezze causate dall’aumento di infezioni e le vacanze estive. Ciò che è però chiaro fin da oggi è che la prossima coalizione di governo richiederà con ogni probabilità lunghe negoziazioni per vedere la luce, specialmente se si renderà necessario un accordo a tre. Già nel 2017 si era assistito a complesse contrattazioni fra CDU, Verdi e Liberali (FDP) nel tentativo di formare un governo alternativo alla grande coalizione fra cristianodemocratici e SDP. I liberali guidati da Christian Lindner ebbero vita molto difficile per aver rifiutato una possibile partecipazione di governo, e se non fosse stato per il soqquadro economico e le restrizioni delle libertà civili causate dal Covid, è interamente plausibile che il partito avrebbe perso parecchi consensi a questa nuova tornata.</p>



<p>Benché tutti i partiti abbiano un interesse a non rischiare l’irrilevanza politica a cui sono stati condannati i liberali a livello federale, è comunque difficile credere che la formazione del prossimo governo non sarà altrettanto combattuta. A settembre i tedeschi dovranno infatti scegliere molto più che il successore di Angela Merkel alla cancelleria. Il voto per questo o quel partito, così come le derivanti costellazioni di governo, andranno a delineare il consenso sul modello socioeconomico preferito dai cittadini nell’epoca post-pandemica, con un occhio di riguardo su crisi climatica e instabilità globale. Tutte le formazioni politiche hanno infatti proposto modelli nettamente diversi per superare lo status quo, enfatizzando aspetti diversi della transizione ecologica e della modernizzazione economica tedesca.</p>



<p>L’agenda di riforma più omnicomprensiva è indubbiamente quella dei Verdi. Complice una nomenclatura di partito pescata direttamente dagli ambienti accademici e dai ceti professionali, i Grüne hanno arricchito il loro programma con iniziative estremamente precise e volte a reindirizzare vigorosamente la direzione dello sviluppo economico tedesco. Il risoluto piano per completare la <em>Energiewende¸ </em>la transizione energetica, esclude qualsiasi compromesso o passo intermedio, esigendo una totale decarbonizzazione da qui al 2040. Unito a un ambizioso piano di investimenti e di redistribuzione volto a compensare le classi meno abbienti dei costi della transizione, il programma dei Verdi rappresenterebbe un importante cambio di passo per il sistema economico tedesco. Si parlerebbe di un passaggio da un’economia basata primariamente sull’export a una governance più attenta ai consumi interni, un passaggio fondamentale per sopperire alla levitazione dei costi industriali dovuti a carbon tax, elettrificazione e pesanti programmi di R&amp;D.</p>



<p>Un approccio simile è condiviso dai socialdemocratici, che a differenza dei Verdi sembrano più orientati a un modello di concertazione industriale, puntando all’interesse delle grandi industrie (specialmente automobilistiche) ad anticipare gli obiettivi governativi, come il divieto di produrre macchine a benzina, diesel o ibride dal 2030. Il vantaggio socialdemocratico è rappresentato dalle azioni del partito al governo, dove da qualche mese prova a dimostrare le proprie credenziali ambientali con feroci critiche al partner CDU. Un esempio è stato l’ammodernamento della legge sulle rinnovabili, creata agli inizi del 2001 e chiave della <em>Energiewende</em> tedesca. Analogamente, l’SPD cerca anche di sfruttare le proprie competenze in politica estera, intestando al ministro Scholz il successo delle negoziazioni su una tassazione minima globale e al ministro del lavoro Hubertus Heil la nuova <em>Lieferkettengesetz¸ </em>imponendo alle aziende tedesche di garantire un minimo di due diligence umanitaria ed ambientale lungo la propria catena del valore estera.</p>



<p>Il partito che ha più difficoltà nell’affermare una convincente agenda di cambiamento è la CDU/CSU. Ultimo partito ad aver presentato il programma, l’<em>Union</em> sconta la contraddizione di essere una formazione favorevole allo status quo ma con la reputazione da buona gestrice di crisi. Che la catastrofe climatica richieda cambiamenti radicali ha messo i due partiti in difficoltà, producendo un piano piuttosto scarno e spoglio di dati precisi. È da anni che i notabili del partito temono che i divieti proposti dai partiti progressisti possano danneggiare la competitività delle industrie tedesche all’estero, mentre gli investimenti espansivi proposti dai socialdemocratici non sono riconciliabili col rigore fiscale della <em>schwarze Null</em>. Il partito si oppone quindi a buona parte delle misure qua descritte, con l’eccezione di misure già previste dal governo (come un lento aumento del prezzo della CO2) e puntando sull’innovazione e lo sviluppo di tecnologie industriali meno inquinanti. Punto interessante è il ruolo che per i conservatori dovrebbe giocare l’idrogeno nella transizione ecologica tedesca. Accettando l’idrogeno blu (cioè prodotto tramite gas e petrolio) come una tecnologia-ponte verso un’ulteriore diminuzione delle emissioni, la CDU conta di poter muovere il paese verso la decarbonizzazione senza metterne in discussione l’architettura economica esistente.</p>



<p>Ed è proprio la diversità di queste visioni che renderà parecchio dolorosa la formazione di una nuova maggioranza. Le concessioni in ambito negoziale saranno difficilmente tollerate dalle basi dei partiti, dando forse un vantaggio a quei leader con una maggior capacità di sedare le rivolte nelle proprie stesse strutture (qualcosa che sembra attualmente mettere in difficoltà soprattutto la CDU). Resta da vedere quale risultato riusciranno a negoziare i tre principali partiti.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/2491/">Germania: tre modelli economici e il rebus dei negoziati di coalizione</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.mondodem.it/2491/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Dopo la solidarietà, i fatti: applicare il Magnitsky Act per il caso Regeni</title>
		<link>https://www.mondodem.it/2290/</link>
					<comments>https://www.mondodem.it/2290/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Michelangelo Freyrie]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Dec 2020 11:33:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Policy brief]]></category>
		<category><![CDATA[Egitto]]></category>
		<category><![CDATA[Regeni]]></category>
		<category><![CDATA[Sanzioni]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.mondodem.it/?p=2290</guid>

					<description><![CDATA[<p>L’Italia dovrebbe richiedere al Consiglio europeo l’applicazione del Magnitsky Act nei contro gli egiziani coinvolti nell’omicidio Regeni.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/2290/">Dopo la solidarietà, i fatti: applicare il Magnitsky Act per il caso Regeni</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>L’Italia dovrebbe richiedere al Consiglio europeo del 25 gennaio l’applicazione del Magnitsky Act nei confronti di un certo numero di attori egiziani coinvolti nell’omicidio Regeni. Sarebbe un’eccellente occasione per lanciare un segnale di fermezza al Cairo, adottando un’iniziativa visibile e concreta. Allo stesso tempo, assumeremmo un ruolo trainante a livello europeo ed otterremmo un più evidente schieramento al nostro fianco dell’intera UE nel contenzioso con l&#8217;Egitto. L’iniziativa andrebbe peraltro a vantaggio della stessa Unione, che ha un interesse strategico a promuovere il rispetto dei diritti umani nel proprio vicinato.</em></p>



<p>Leggi il policy paper: </p>



<div class="wp-block-file"><a href="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2020/12/Applicare-il-Magnitsky-Act-per-il-caso-Regeni-2.pdf">Applicare-il-Magnitsky-Act-per-il-caso-Regeni-2</a><a href="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2020/12/Applicare-il-Magnitsky-Act-per-il-caso-Regeni-2.pdf" class="wp-block-file__button" download>Download</a></div>


<a href="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2020/12/Applicare-il-Magnitsky-Act-per-il-caso-Regeni-2.pdf" class="pdfemb-viewer" style="" data-width="max" data-height="max" data-toolbar="bottom" data-toolbar-fixed="off">Applicare-il-Magnitsky-Act-per-il-caso-Regeni-2</a>
<p class="wp-block-pdfemb-pdf-embedder-viewer"></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/2290/">Dopo la solidarietà, i fatti: applicare il Magnitsky Act per il caso Regeni</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.mondodem.it/2290/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>I Verdi tedeschi e lo specchio russo</title>
		<link>https://www.mondodem.it/2146/</link>
					<comments>https://www.mondodem.it/2146/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Michelangelo Freyrie]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Aug 2020 15:35:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Russia e Asia centrale]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>
		<category><![CDATA[ucraina]]></category>
		<category><![CDATA[verdi]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.mondodem.it/?p=2146</guid>

					<description><![CDATA[<p>Esiste un famoso adagio fra i cremlinologi di ogni epoca: “La Russia è giunta a un punto in&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/2146/">I Verdi tedeschi e lo specchio russo</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<h5 id="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-9a6d9c9d" class="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-9a6d9c9d"><span id="i-verdi-faranno-quasi-certamente-parte-del-prossimo-governo-tedesco-le-loro-difficolta-nel-formulare-una-politica-su-russia-e-europa-dellest-riflettono-le-fratture-da-superare-prima-delle-el"><em>I Verdi faranno quasi certamente parte del prossimo governo tedesco. Le loro difficoltà nel formulare una politica su Russia e Europa dell’Est riflettono le fratture da superare prima delle elezioni del 2021.</em></span></h5>



<p class="has-drop-cap">Esiste un famoso adagio fra i cremlinologi di ogni epoca: “La Russia è giunta a un punto in cui le cose possono andare estremamente bene o estremamente male”. Il referendum costituzionale, l’avvelenamento di Navalny, le proteste a Khabarovsk e Minsk confermano che l’Europa non può rinunciare a una strategia coesa e globale nei confronti del vicinato orientale. Il prezzo della disattenzione è non saper cogliere le improvvise occasioni che ci si presentano, nel bene e nel male, nel vicinato eurasiatico.</p>



<p>Anche per questo vale la pena guardare più da vicino la politica russa ed orientale dei Grünen/Bündnis 90, i Verdi tedeschi. La crescita astronomica nei sondaggi rende la sua partecipazione al prossimo governo una certezza quasi aritmetica, in coalizione con la CDU post-merkeliana o in un inedito formato di centro-sinistra con SPD e Linke. In ogni caso, il ritorno dei Verdi al potere sarebbe tutt’altro che un segnale di discontinuità nella politica estera tedesca. Un partito da sempre caratterizzato da una forte coscienza internazionale, i Verdi affondano le proprie radici nel movimento pacifista e le proteste antinucleari degli anni 70-80. Questa genesi pacifista è ciò che ha permesso ai suoi esponenti più centristi, fra cui famosamente l’ex ministro degli Esteri Joschka Fischer, di intraprendere una politica estera più “robusta” su temi quali missioni all’estero e rapporti con la NATO nel nome dei diritti umani. Non è un caso che il primo dispiegamento dell’esercito tedesco dalla Seconda Guerra Mondiale, l’intervento in Kosovo nel 1999, sia stato determinato proprio durante l’ultima esperienza di governo dei Verdi, per anni la formazione più di sinistra e intransigente in parlamento.</p>



<p>Queste aperture al centro, riconfermate con l’elezione di Robert Habeck e Annalena Baerbock alla segreteria nel 2018, non sono state senza polemiche. Già alla vigilia dell’intervento della Luftwaffe in Kosovo, Fischer fu bersagliato dagli attivisti con sacchetti di vernice, un’immagine che fino ad oggi simboleggia plasticamente le divergenze ideologiche fra base e leadership. La frattura fra sinistra e “realisti”, come si autodefiniscono i moderati verdi, è particolarmente deleteria nella politica orientale del partito. Se su temi come la Bundeswehr anche la sinistra Verde può argomentare le proprie tesi appoggiandosi a navigati specialisti, l’expertise su Russia ed Europa dell’Est si concentra quasi esclusivamente fra i realisti, su tutti il portavoce per la politica orientale Manuel Sarrazin, particolarmente ferrato su Polonia, o Marieluise Beck, fondatrice del “Centro per la Modernità Liberale” (LibMod). In passato tale squilibrio ha avuto gravi ripercussioni sul dibattito interno, soprattutto durante i lavori dei BAG, i gruppi di lavoro tematici aperti ai membri e per lo più retti dalla sinistra del partito. Dal 2015, fra leadership e BAG si consuma uno scontro latente sul conflitto ucraino, con una parte della base decisa a precludere qualsiasi velleità di intervento diretto o indiretto in supporto all’Ucraina. L’opposizione della sinistra Verde a qualsiasi confronto con la Russia ha complicato la linea di “solidarietà critica” verso Kyiv, esercitata soprattutto tramite pressioni riservate e imperniata su un severo confronto su diritti civili e ambientalismo. Alla radice di questo conflitto vi è soprattutto una tendenza più ampia della sinistra, non solo tedesca, di leggere gli eventi in Europa dell’Est esclusivamente attraverso una lente antiamericana e antiatlantica, un vizio eletto a ragion di stato dalla Linke e <a href="https://www.mondodem.it/osservatori/lo-stato-della-sinistra/spd-a-occhi-chiusi-nel-neutralismo/">condiviso anche dal SPD</a>.</p>



<p>Proprio per questo esistono diversi tentativi di rammendare lo strappo nel tessuto politico del partito. Diversi esponenti Verdi con cui ho avuto occasione di discutere ripongono moderate speranze che nuovi gruppi di lavoro tematici, pur ancora in stato embrionale, permetteranno ai parlamentari verdi di ritrovare un dialogo con la base. La prospettiva di governo è senz’altro un forte incentivo per arrivare alle prossime elezioni uniti e pronti per dure consultazioni. Vi è però anche la volontà di capitalizzare sull’oggettiva capacità dei Verdi di posizionarsi con largo anticipo su temi umanitari. I Verdi sono stati fra i primi, nel 2012, a tematizzare i diritti civili in Ucraina come caposaldo della propria politica estera. L’ambientalismo rappresenta anche un utile veicolo di mobilitazione popolare in Russia, un paese martoriato da disastri ecologici che uniscono opposizione anti-Putin e cittadini “apolitici”. Su questo fronte assisteremo sicuramente ad un ampliamento delle attività della Heinrich-Böll-Stiftung, la fondazione di partito attiva in numerosi paesi dell’est europeo.</p>



<p>Se si dovesse materializzare lo tsunami di voti previsto per il 2021, i Verdi avrebbero a disposizione molti più fondi per ampliare ulteriormente il proprio respiro politico, ancora piuttosto scarso anche sul fronte delle consultazioni internazionali. Dove l’SPD e la sua Friedrich-Ebert-Stiftung possono infatti provare a costruire una <em>Ostpolitik</em> condivisa con polacchi, francesi e nordici, la politica Verde è ancora per lo più dettata dall’interesse e contatti di singoli esponenti. Questo è forse inevitabile per un partito di opposizione, soprattutto per un sistema che a differenza di quello italiano a tende dividere in maniera rigorosa le responsabilità della maggioranza e delle opposizioni nei lavori dell’aula. Ma tutto ciò potrebbe presto cambiare, rafforzando con mezzi e denaro un partito già ricco di capitale umano.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/2146/">I Verdi tedeschi e lo specchio russo</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.mondodem.it/2146/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Germany, Emergency Hegemon</title>
		<link>https://www.mondodem.it/2059/</link>
					<comments>https://www.mondodem.it/2059/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Michelangelo Freyrie]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 05 Jun 2020 14:50:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articles in English]]></category>
		<category><![CDATA[Germany]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.mondodem.it/?p=2059</guid>

					<description><![CDATA[<p>“Emergency”, from the Latin emergere, indicates a situation in which pre-existing phenomena or problems are brought to light.&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/2059/">Germany, Emergency Hegemon</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">“Emergency”, from the Latin <em>emergere</em>, indicates a situation in which pre-existing phenomena or problems are brought to light. Some left-wing commentators, often quite unwittingly, have taken this linguistic fact very seriously. The reason why Covid-19 has hit Europe so violently is a series of disastrous economic and political choices, such as major cuts to healthcare, brought upon by decades of regressive policy. Many hope that this crisis will finally speed up the elimination of these structural weaknesses, radically departing from the pre-pandemic consensus.</p>



<p>There is no etymological equivalent to the word ‘emergency’ in German. The most common translations are “<em>Ausnahmezustand</em>”, a state of exception, or “<em>Notstand</em>”, a state of necessity. In any case, it denotes an extraordinary situation, a rupture from normality, not that the crisis is rooted in an order to which it is not advisable to return.</p>



<p>Language is not destiny, with all due respect to philologists. Nevertheless, in Berlin one will hardly perceive anything beyond the simple desire to return to a state of affairs which was already showing signs of poor health before the pandemic. Resistance to the mutualization of debt (Eurobonds), more systematic redistribution of funds between Member States, the slowness in making a big show of solidarity towards Italy, grudges and suspicions (largely unfounded) about the actual number of casualties claimed by the virus: in 2020, Germany seems to be anything but the leader of a continent dangerously adrift. Admittedly, Angela Merkel is perhaps the only European leader to have adequately reacted to the catastrophe, showing apprehensive but still calm self-confidence in her decision-making. Where other leaders have fallen victim to their own indifference (Johnson) or enthusiastically embraced the privileges of “wartime” leadership (Macron and Conte), the Chancellor has maintained her classic modesty, embodying continuity and institutional stability at a very dangerous juncture.</p>



<h4 class="wp-block-heading" id="4aa1"><span id="control-by-inaction">Control by inaction</span></h4>



<p>This placidity, if you will, is what always distinguished Merkel’s Berlin, for better or for worse. It is what enabled to welcome migrants in 2015 despite opposition voiced within the CDU. It is also what determined the atrophic response to Emmanuel Macron’s proposals to relaunch the European project. Writing during last Big Crisis, the 2008-12 recession, Ulrich Beck <a href="https://www.suhrkamp.de/buecher/das_deutsche_europa_6286.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">commented</a> how Merkel, the CDU (the ruling party par excellence) and by extension Germany used hesitation as a control tactic. German conservatism can blackmail through non-action because its political contribution is crucial for the exercise of power: just as no government can exist without the approval of the <em>Konrad-Adenauer-Haus</em>, no European solution can exist without the participation of Europe’s economic juggernaut. Still, German institutional capacities, both in terms of personnel and political will, <a href="https://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/17487870.2018.1541410?af=R" target="_blank" rel="noreferrer noopener">are no greater than those of other Member States</a>. German power is therefore reduced to a pure policy of veto, as is painfully evident today.</p>



<p>The need for increased “global responsibility” has now become an irritating leitmotif of German foreign policy. Certainly, avoiding a continental collapse should be a priority to an export economy, as is the preservation of its international <a href="https://www.ft.com/content/8ea7e002-ffce-11e9-b7bc-f3fa4e77dd47" target="_blank" rel="noreferrer noopener">supply chains</a>, which for epidemiological reasons correspond to the regions hit the hardest by Covid-19 (French Grand Est, Rhine basin, Lombardy). But there’s also an internal dimension to a real German leadership — an element completely absent from the Christian Democratic vision for Europe.</p>



<p>A Federal Republic leading the Union by taking the interests of other member states into account would need to pursue an agenda of social justice and redistribution — which goes very much against the desires of CDU’s core constituency.</p>



<h4 class="wp-block-heading" id="b9cb"><span id="european-leadership-through-social-justice">European leadership through social justice</span></h4>



<p>Let’s see what overlaps exist between the country’s economic interests and the policies demanded by the rest of Europe. The issue of Eurobonds, for example, would have important strategic ramifications for European financial autonomy. It would inject more euro-denominated assets in the global market, making it more competitive against the dollar and working towards the emergence of <a href="https://www.imf.org/en/News/Articles/2019/10/21/SP091919-international-role-of-the-euro" target="_blank" rel="noreferrer noopener">the euro as a global currency</a>. German exports would become comparatively <a href="https://www.lbbw.de/artikelseite/maerkte-verstehen/starker-euro-gefahr-fuer-wirtschaft_6viu5kvnd_d.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">cheaper</a> and would render Europe autonomous from the policies of Washington D.C. It would also defuse the dangerous “doom loop” that regularly threatens to turn the default of banks holding national bonds into systemic crises, which also endanger German lenders and investors. A more secure and thus diversified European financial market is precisely Berlin’s long-term goal, as indicated by the attempts to complete the so-called banking union. Only these measures would provide a big enough market to allow the merger of domestic banks such as Commerzbank and Deutsche Bank. Such consolidation would create institutions large enough to fuel the transition towards a green economy capable of competing with its Chinese peers.</p>



<p>More liquidity, bolstered by safer debt, would also be the best alternative to the interest rate cuts imposed by the ECB to maintain inflation at tolerable levels. The latter policy has been notoriously criticized for the burden it imposes to small German depositors. However, the Central Bank’s difficulty in imposing its line also stems from Berlin’s policy to <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.westendverlag.de/buch/deutschland-ein-wirtschaftsmaerchen/" target="_blank">pursue low wages</a>, which continues with much more obstinacy than restriction to public investments. The German economy has failed to adjust wages to workers’ growing productivity, which coupled with a failure to act decisively against skyrocketing rents has eroded the income of the middle and lower classes. This has meant <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.boeckler.de/pdf/p_imk_report_149_2019.pdf" target="_blank">less consumption</a> and thus reduced imports — a fact directly responsible for the German trade surplus, the other major European grievance. Put simply, pursuing long-term goals for the benefit of the continent’s economy is first and foremost a question of domestic economic justice. This alignment of interests alone should be more than enough to spur progressive forces in the Federal Republic to be more… well, progressive. It’s time to move away from dogmas that equate the interests of the wealthy with those of Germany. Europeanism is social justice. Europeanism needs redistribution. A well-managed Union is the boon of the many, not the few.</p>



<h4 class="wp-block-heading" id="f9bc"><span id="10-years-one-month">10 years, one month</span></h4>



<p>It is clear that many of the required measures, as well as a weakening of the conditionality clauses to access ESM funds, would come very close to the transfer system feared by many German politicians. It is also true that managing such a revitalization of the European project would require considerable political change, shifting dialogue as well as control of such mechanisms from the executive to the parliamentary and regional levels. Financial reforms on their own <a href="https://www.weforum.org/agenda/2019/02/the-mirage-of-a-global-euro" target="_blank" rel="noreferrer noopener">can’t be shortcuts</a>. The involvement of the Bundestag is crucial for constitutional reasons: the partial transfer of fiscal sovereignty to European institutions is a non-starter for the Federal Constitutional Court. In its case history, Karlsruhe has shown that it considers instruments such as the bailed-out fund to be insufficiently democratic at best. But the political fact is also inescapable: the weakening of the German party system has led to a change in its institutional structure, making the chancellery an increasingly powerful entity detached from the dynamics of the Bundestag. The real danger is that with the fragmentation of the German legislature, unscrupulous political entrepreneurs such as the liberal Lindner or the CDU candidate Merz could jeopardize government policy by mobilizing a relatively small minority of MPs. The effectiveness of such maneuvers was seen in Thuringia, when the conflict between party currents and Berlin almost led to a government tolerated by the radical right.</p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<p>The Federal Republic is essentially too strong not to play a leading role in the Union, but it is also too weak to be able to impose its will. Aware of this, Germany was able to negotiate its return to the European community, both after 1945 and 1989, thanks to what the historian Andreas Rödder <a href="https://www.fischerverlage.de/buch/andreas_roedder_wer_hat_angst_vor_deutschland/9783103972382" target="_blank" rel="noreferrer noopener">called</a> “safeguarding power by renouncing power”. An example? For some months now, a so-called “network approach” to Russia has been emerging in the corridors of Berlin, i.e. the elaboration of a three-way consensus between France, Germany and Poland to allow us to manage our shared, troublesome neighbor without bypassing or irritating the nations most suspicious of the German overtures to Moscow. Perhaps it would be time for the same blueprint to be adopted for the Eurozone governance. Progressive parties (the Social Democrats and Greens above all) will be crucial to wrestle Germany’s national narrative on Europe away from the conservative rule-by-immobility and propose immediate reform packages. The <a href="https://www.ft.com/content/8ea7e002-ffce-11e9-b7bc-f3fa4e77dd47" target="_blank" rel="noreferrer noopener">proposal to</a> introduce a bank deposit insurance by finance minister Scholz followed precisely this logic: to serve Europe by escaping the trap of immobility and framing the discussion in terms beneficial to the country. Given the depth of the reforms that fiscal integration will inevitably require, this time the proposals will have to come from several political levels: from MPs, as already mentioned, but also from banking authorities, economists, political parties. German authorities are well-placed to launch this debate thanks to its dense network of companies, schools abroad, unions and foundations. Germany is also endowed with immense moral capital and, when willing, with the ability to listen and mobilize ad-hoc coalitions.</p>



<p>It will not be easy. A political revolution will have to be carried out, linking internal and external policy and achieving in few months what should have been a decades-long roadmap. Political fragmentation, stagnation and a succession of crises have accelerated the train of European decline that departed in 2008. But as Walter Benjamin once put it:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Marx says that revolutions are the locomotive of world history. But perhaps it is quite otherwise. Perhaps revolutions are an attempt by the passengers on this train — namely, the human race — to activate the emergency brake.</p></blockquote>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/2059/">Germany, Emergency Hegemon</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.mondodem.it/2059/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Germania: A occhi chiusi nel neutralismo?</title>
		<link>https://www.mondodem.it/2009/</link>
					<comments>https://www.mondodem.it/2009/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Michelangelo Freyrie]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 16 May 2020 16:01:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Lo stato della sinistra]]></category>
		<category><![CDATA[Germania]]></category>
		<category><![CDATA[NATO]]></category>
		<category><![CDATA[Nucleare]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.mondodem.it/?p=2009</guid>

					<description><![CDATA[<p>Dal 1982, quando Helmut Schmidt venne sfiduciato dal suo stesso partito per aver approvato lo schieramento di missili&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/2009/">Germania: A occhi chiusi nel neutralismo?</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Dal 1982, quando Helmut Schmidt venne sfiduciato dal suo stesso partito per aver approvato lo schieramento di missili Pershing americani, l’SPD tedesco si dibatte fra pacifismo a oltranza e posizioni più moderate e realiste, sia riguardo gli interventi armati all’estero che riguardo il nucleare. La diatriba ha però assunto tutta una nuova dimensione. La politica di difesa tedesca, infatti, si è ormai trasformata in terreno di scontro fra l’ala più tradizionalmente euro-atlantica del partito e il nuovo corso, pseudo-corbynista, dei nuovi segretari Esken e Borjan.</p>



<p>Come è spesso il caso, i socialdemocratici manifestano platealmente movimenti tettonici che riguardano in realtà dinamiche interne a tutta la sinistra tedesca. In marzo, un <a href="https://www.zeit.de/politik/deutschland/2020-03/gruen-rot-rote-koalition-bundestagswahl-waehlerumfrage" target="_blank" rel="noreferrer noopener">sondaggio </a>aveva suggerito che, per la prima volta da anni, una coalizione verde-rossa-rossa (quindi fra ecologisti, socialdemocratici e sinistra radicale Linke) avrebbe potuto formare una maggioranza parlamentare. L’occasione sembra aver suscitato <a href="https://www.spiegel.de/politik/deutschland/linke-parteispitze-draengt-auf-rot-rot-gruen-a-038f894f-9730-4059-82d7-fd10f0fe8e33" target="_blank" rel="noreferrer noopener">sommovimenti </a>in seno ai tre partiti per accelerare una possibile convergenza di tutto il campo progressista.</p>



<p>A dire il vero, già durante le trattative per l’abortito governo CDU-Verdi-Liberali, gli ecologisti si erano mostrati molto concilianti su interventi militari e budget della difesa, una tendenza che si è solo rafforzata negli ultimi sei mesi. A suo modo, anche la Linke si era mossa, nominando a sorpresa il grande vecchio Gregor Gysi portavoce per la politica estera ed impedendo così l’elezione di candidati più smaccatamente sovranisti ed anti-atlantisti.</p>



<p>La trasformazione della politica di difesa socialdemocratica non sarà altrettanto indolore. Il dibattito sul merito, infatti, si accavalla alla resa dei conti fra la nuova segreteria di Esken e Borjan e il cosiddetto <em>Seeheimer Kreis</em>, la corrente di appartenenza di notabili quali il ministro Olaf Scholz, l’ex cancelliere Gerhard Schröder, l’ex candidato cancelliere Martin Schulz, il presidente della repubblica ed ex ministro degli esteri Frank Walter Steinmeier.</p>



<p>Che lo scontro fosse nell’aria si era capito a inizio anno, quando il portavoce per la difesa Fritz Felgentreu (un membro diciamo ‘non praticante’ del <em>Seeheimer</em>) presentò la <a href="https://www.swp-berlin.org/10.18449/2020A19/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">nuova proposta</a> SPD per la difesa europea, che prevedeva una piccola formazione militare a disposizione della Commissione, abbastanza autonoma per poter intervenire in focolai di crisi e idealmente un primo germe di un futuro esercito europeo. Il risultato fu qualche rilancio di agenzia, discussione fra i soliti noti, poi nulla. In molti sospettarono che l’iniziativa sia stata affossata dalla segreteria, generalmente poco entusiasta di qualsiasi cosa in mimetica, con o senza la bandierina a dodici stelle.</p>



<p>Poi è arrivato il caso Högl. La miccia che ha dato fuoco allo scontro è stata la scadenza del mandato di Hans-Peter Bartels, il <em>Wehrbeauftragter, </em>o plenipotenziario del Bundestag in materia di difesa: figura unica all’ordinamento tedesco, è il garante della supremazia del parlamento sulle forze armate, vigila affinché l’esercito promuova valori democratici e funge da ombudsman per le truppe. In tale ruolo, Bartels si era molto impegnato affinché la Bundeswehr godesse di un budget adeguato, indicando per di più l’integrazione europea come obiettivo morale e civico per l’esercito tedesco.  A lui è succeduta &nbsp;la giurista Eva Högl, scelta dalla nuova segreteria. Högl non ha alcuna esperienza nel campo né sembra nutrire alcun interesse per le questioni strategiche, preferendo concepire il proprio ruolo come semplice “avvocato dei soldati”.</p>



<p>La terza e più recente polemica interna alla SPD sulle questioni della difesa è ancora in corso e riguarda la condivisione nucleare. Come in Italia, la Luftwaffe ha la responsabilità di impiegare armi nucleari americane stanziate sul territorio tedesco in caso di <em>escalation</em> nucleare, una politica NATO osteggiata da molti socialdemocratici. La Repubblica Federale dovrebbe decidere a breve l’acquisto di aerei che vadano a sostituire i vecchi caccia Tornado,  gli unici nell’arsenale tedesco armabili con le bombe B-61 statunitensi. Cogliendo la palla al balzo, il segretario (assieme a molti altri) si è <a href="https://www.tagesschau.de/inland/nukleare-teilhabe-streit-101.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">opposto </a>fermamente alla possibilità che in Germania possano rimanere “armi disumane” operate da un presidente “imprevedibile”: il problema, secondo Borjans, sarebbe quindi l’America di Trump. La condivisione nucleare, tuttavia, è un elemento fondamentale per il rapporto transatlantico, e quindi ingombrante e difficile da rimuovere. Un suo ritiro susciterebbe, a dire dei suoi sostenitori, seri dubbi sulla volontà tedesca di farsi carico della difesa collettiva della NATO. &nbsp;</p>



<p>La polemica infuria, con grandi firme giornalistiche (ma anche il grande storico di rito schmidtiano Heinrich Winkler) che accusano il partito di rinunciare alla responsabilità di governo. Ciò che fa più impressione è forse quanto queste scelte, forse legittime se lette isolatamente, giungano al termine di un sistematico rifiuto di considerare qualsiasi alternativa, a partire dal rafforzamento della difesa europea. Per quanto diverse figure nel partito e nella fondazione FES cerchino un consenso europeo in materia di difesa, essi rischiano di perdere ogni tipo di copertura politica a Berlino. E anche se è difficile vedere malignità in quella che è una “semplice” resa dei conti interna, il vero rischio è che l’SPD scivoli per sbaglio in quella neutralità isolazionista che sembrava aver superato con Willy Brandt.&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/2009/">Germania: A occhi chiusi nel neutralismo?</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.mondodem.it/2009/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Germania, egemone d&#8217;emergenza</title>
		<link>https://www.mondodem.it/1922/</link>
					<comments>https://www.mondodem.it/1922/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Michelangelo Freyrie]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Mar 2020 17:11:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Germania]]></category>
		<category><![CDATA[Merkel]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.mondodem.it/?p=1922</guid>

					<description><![CDATA[<p>E’ difficile percepire, nella leadership tedesca, alcuna ambizione al di là del semplice ritorno dall’attuale stato di emergenza&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1922/">Germania, egemone d&#8217;emergenza</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">E’ difficile percepire, nella
leadership tedesca, alcuna ambizione al di là del semplice ritorno dall’attuale
stato di emergenza all’ordine europeo preesistente, già in cattiva salute. Le
resistenze alla mutualizzazione del debito (Eurobond), a redistribuzioni più
sistematiche di fondi fra Stati Membri, la percepita lentezza nel manifestare
solidarietà in grande stile verso l’Italia, rancori e sospetti (largamente
infondati) sul numero dei morti registrati: la Germania del 2020 sembra essere tutto
fuorché la guida di un continente pericolosamente sbandante. </p>



<p>La placidità, la calma e la stabilità hanno contraddistinto la Germania merkeliana, nel bene e nel male. Hanno permesso di aprire i confini all’ondata migratoria del 2015 a dispetto delle opposizioni interne alla CDU. E sonola radice della risposta atrofica alle grandi idee di Emmanuel Macron per il rilancio del progetto europeo. Scrivendo negli anni dell’altra Grande Crisi del 2008, Ulrich Beck commentava come Merkel, la CDU e per estensione la Germania utilizzassero l’esitazione come tattica di dominazione. Il conservatorismo tedesco può ricattare tramite il non-agire perché è fondamentale per l’esercizio del potere: così come non può esistere un governo senza il beneplacito della Konrad-Adenauer-Haus, nessuna soluzione europea può esistere senza la partecipazione della locomotiva d’Europa. Le capacità istituzionali tedesche, sia in termini di personale che di volontà politica, <a href="https://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/17487870.2018.1541410?af=R">non sono maggiori di quelli di altri stati membri</a>. <strong>Il potere tedesco si riduce quindi a una pura politica di veto</strong>, com’è dolorosamente evidente oggi. </p>



<p>La necessità di una maggiore “presa di
responsabilità nel mondo” è ormai diventato un irritante Leitmotiv della
politica estera tedesca. Evitare un collasso dell’economia continentale è
fondamentale per un’economia di export, cosi la preservazione delle catene
produttive industriali, che per motivi demografici corrispondono alle regioni
più duramente colpite dal COVID-19 (Grand Est francese, bacino del Reno,
Lombardia). È però indice di una <strong>dannosa
depoliticizzazione a opera dei democristiani quanto una leadership europea più
decisa gioverebbe all’interesse nazionale tedesco</strong>.</p>



<p>L’emissione di Eurobond, ad esempio, avrebbe importanti diramazioni strategiche per l’autonomia finanziaria europea. Sarebbe un passo ulteriore verso l’affermarsi dell’euro come <a href="https://www.imf.org/en/News/Articles/2019/10/21/SP091919-international-role-of-the-euro">valuta globale,</a> quindi autonoma ad esempio dalle politiche di Washington D.C., e dando un ruolo centrale a Francoforte nella difesa della nostra economia. Disinnescherebbe poi il pericoloso “doom loop” che regolarmente rischia di trasformare il default di banche detentrici di bond nazionali in potenziali crisi sistemiche. Un mercato finanziario europeo più sicuro e quindi diversificato è esattamente l’obiettivo a lungo termine di Berlino, come indicato dalla volontà di completare la cosiddetta unione bancaria. Solo queste misure garantirebbero abbastanza margine di manovra per la creazione di istituti abbastanza grandi da finanziare la transizione verso l’industria 4.0, l’economia green e soprattutto poter competere con la Cina. Maggiore liquidità supportata da debiti sicuri sarebbe poi la migliore alternativa ai tagli dei tassi d’interesse imposti dalla BCE per mantenere l’inflazione a livelli tollerabili, una politica estremamente nociva per i piccoli risparmiatori tedeschi. </p>



<p>D’altra parte, la difficoltà della
Banca Centrale a imporre la propria politica dipende anche dalla politica di
bassi salari portata avanti da Berlino, che persiste con molta più ostinazione
del limite agli investimenti pubblici. Non aver aggiustato i salari alla
crescente produttività e non aver agito sull’aumento degli affitti ha eroso il
reddito della classe media, tenendo bassi i livelli di consumo e quindi
limitando l’import – un fatto direttamente responsabile per il surplus commerciale
tedesco. Perseguire obiettivi a lungo termine a beneficio dell’economia del
continente andrebbe quindi di pari passo con una politica di giustizia
economica domestica, il che avrebbe dovuto spingere i progressisti a Berlino a
essere più intraprendenti. </p>



<p>È evidente che molte delle misure richieste, cosi come un indebolimento delle clausole di condizionalità per accedere ai fondi MES, si avvicinerebbero molto al sistema di sussidi per i paesi più deboli paventato da molti politici tedeschi.  È altresì vero che gestire un tale rilancio del progetto europeo richiederebbe un cambiamento politico rilevante, spostando il dialogo e controllo politico di tali meccanismi dall’esecutivo al livello parlamentare e regionale. Il coinvolgimento del Bundestag è fondamentale per motivi costituzionali: la cessione di parte della sovranità fiscale a istituzioni europee sarebbe difatti una linea rossa per la corte costituzionale federale, che nella sua storia ha dimostrato di giudicare troppo poco democratica la gestione di strumenti come il fondo salvastati. Ma anche il dato politico è ineluttabile: l’indebolimento del sistema partitico tedesco ha portato a una mutazione nel suo assetto istituzionale, rendendo la cancelleria un’entità sempre più potente e quindi distaccata dalle dinamiche del Bundestag. Il vero pericolo è che con la frammentazione dei partiti tedeschi, imprenditori politici spregiudicati come il liberale Lindner <a href="https://www.mondodem.it/covid-19/caos-calmo-nella-cdu/">o il candidato alla segreteria CDU Merz</a> possano mettere in difficoltà il governo mobilitando un’esigua minoranza di deputati. Gli effetti di queste manovre sul filo di lana si sono visti in Turingia, quando il conflitto fra correnti di partito e Berlino hanno quasi portato all’avvento di un governo tollerato dalla destra radicale. </p>



<p>La repubblica federale è
essenzialmente troppo forte per poter non ricoprire un ruolo di primo piano
nell’Unione, ma è anche troppo debole per poter imporre il proprio volere.
Conscia di ciò, la Germania ha potuto negoziare il proprio rientro nella
comunità europea, sia dopo la guerra che la caduta del muro, grazie a quella
che lo storico Andreas Rödder ha chiamato “salvaguardia del potere attraverso
la rinuncia di potere”. Un esempio? Da qualche mese si va affermando per i
corridoi di Berlino l’adozione di un cosiddetto “approccio di rete” nei
confronti della Russia, cioè l’elaborazione di un consenso a tre fra Francia,
Germania e Polonia che permetta di gestire il nostro scomodo vicino senza scavalcare
o irritare i paesi più sospettosi delle aperture tedesche a Mosca. Sarebbe
forse ora che lo stesso disegno sia adottato per la governance dell’Eurozona,
superando la semplice imposizione di veti e contribuendo allo sviluppo di idee
di riforma. La proposta di introduzione di un’assicurazione sui depositi
bancari dal ministro Scholz aveva proprio questa logica: servire l’Europa
sfuggendo alla trappola dell’immobilismo e ponendo le basi della discussione in
termini vantaggiosi per il paese. </p>



<p>Non sarà facile. Andrà compiuta in
pochi mesi una rivoluzione politica che sarebbe dovuta essere frutto di un percorso
decennale. Frammentazione politica, stagnazione e un susseguirsi di crisi hanno
accelerato il treno del declino europeo partito nel 2008. Ma come posto da Walter
Benjamin: “Può essere che le rivoluzioni siano l’atto
col quale l’umanità che viaggia sul treno tira il freno d’emergenza”. </p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1922/">Germania, egemone d&#8217;emergenza</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.mondodem.it/1922/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Caos calmo nella CDU</title>
		<link>https://www.mondodem.it/1881/</link>
					<comments>https://www.mondodem.it/1881/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Michelangelo Freyrie]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 21 Mar 2020 16:17:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[CDU]]></category>
		<category><![CDATA[Coronavirus]]></category>
		<category><![CDATA[Germania]]></category>
		<category><![CDATA[Merkel]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.mondodem.it/?p=1881</guid>

					<description><![CDATA[<p>Non esiste un momento giusto per essere colpiti da una pandemia. Detto questo, l’arrivo del Coviv-19 è stato&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1881/">Caos calmo nella CDU</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Non esiste un momento giusto per essere colpiti da una
pandemia. Detto questo, l’arrivo del Coviv-19 è stato particolarmente poco
propizio per l’Unione Cristiano democratica (CDU) di Angela Merkel. Il partito è
attraversato da mesi da convulsioni stile“fine dell’impero” che la cancelliera
aveva provato a scongiurare avviando un passaggio di consegne con il ministro
della difesa Annagret Kramp-Karrenbauer (AKK). </p>



<p>Poco o nulla rimane di quel tentativo. Le primarie del
2018 e un processo accolto con diffidenza in un sistema politico basato sul
consenso degli esponenti di partito nei <em>Länder &nbsp;</em>hanno liberato forze centrifughe opposte a
AKK e alla linea merkeliana da lei incarnata. Il pomo della discordia è l’atteggiamento
da adottare nei confronti dell’Alternative für Deutschland (AfD), il partito di
estrema destra: rincorrerli o condannarne ogni posizione? Ma molti conservatori
desiderano anche un cambiamento di leadership, una guida che non si limiti a <em>gestire</em> come fa Merkel, ma che indichi
la strada verso il futuro – prima che la CDU diventi una reliquia della vecchia
Germania ovest. </p>



<p>A febbraio era avvenuto il “colpo di mano” con cui la
destra del partito (coadiuvata dai liberali) era riuscita a far eleggere un
presidente della Turingia che non fosse di sinistra. La mossa aveva destato
particolarmente scalpore perché era avvenuta col consenso dell’AfD, violando le
linee guida poste da Berlino . AKK, indebolita da mesi di fronda interna e
logorata dal ruolo di ministro, aveva annunciato le proprie dimissioni. </p>



<p>Si era quindi deciso di tenere un congresso a fine aprile
per selezionare un successore. I candidati sono tre: </p>



<p><strong>Friedrich Merz</strong>, l’anti-Merkel per eccellenza e suo
avversario fin dai primi anni 2000. Dopo una lunga assenza dalla politica si
era ripresentato al congresso del 2018 come il candidato più critico nei
confronti della politica migratoria tollerante. Il milionario ex-banchiere è
considerato il candidato “delle imprese” ed è sostenuto dalla giovanile di
partito, cosi come da chi si oppone a ulteriori concessioni in materia
migratoria. </p>



<p><strong>Armin Laschet</strong>, presidente del ricco Nordrhein-Westfalen,
considerato da molti il favorito e il candidato “di continuità” rispetto all’era
Merkel. Incarna l’idea della CDU come partito anzitutto di governo, affidabile
e ragionevole in tempi di crisi. Il suo ruolo istituzionale era stato
particolarmente utile per rinforzare questa immagine. Corre in tandem con <a href="https://www.zeit.de/politik/deutschland/2020-02/armin-laschet-jens-spahn-cdu-vorsitz">Jens Spahn</a>, ministro
della salute e volto della nuova CDU (è gay, giovane e da ministro si è
lanciato in dure battaglie sulla donazione degli organi e l’assunzione di
infermieri). </p>



<p><strong>Norbert Röttgen</strong>, presidente della commissione esteri
al Bundestag e già ministro dell’ambiente, malamente esautorato da Merkel nel
2012 dopo una sconfitta elettorale. Dei tre candidati, Röttgen è quello che ha
saputo meno convincere nei sondaggi ma che più spinge per una maggiore presa di
responsabilità internazionale da parte della Germania.. </p>



<p>Il Coviv-19 ha, ovviamente, cambiato tutto. La
sospensione del congresso CDU presenta, in teroai, ai tre candidati l’occasione
di dimostrare la propria leadership. Merz e Röttgen, senza ruoli
nell’esecutivo, avranno molte difficoltà a mantenere l’attenzione mediatica su
di sé in questa crisi globale – <a href="https://www.sueddeutsche.de/politik/cdu-kramp-karrenbauer-merz-roettgen-1.4845657">attirandosi
anzi critiche</a> per aver continuato le rispettive campagne nonostante la
pandemia. Merz, in particolare, è venuto a trovarsi in una situazione complessa
– l’intransigenza sul pareggio di bilancio e l’ultraliberismo non sono particolarmente
popolari in momenti di crisi, senza contare che il 17 marzo lui stesso è risultato
positivo al Coviv-19. Laschet, invece, ha deciso di puntare il tutto sulla
propria abilità nel <a href="https://www.faz.net/aktuell/politik/inland/nrw-so-reagiert-armin-laschet-auf-das-coronavirus-16678517.html">gestire
l’epidemia in Westfalia</a>. Come presidente ha insistito affinché il governo
federale agisse in maniera più decisa fin dai primi focolai, coadiuvato dal
proprio <a href="https://www.businessinsider.de/politik/praesent-in-der-coronakrise-warum-die-cdu-und-besonders-ein-minister-in-den-umfragen-zulegen/">sempre più
popolare alleato</a> al ministero della salute.</p>



<p>Ma il vero colpo di scena sarebbe se questa corsa alla
competenza beneficiasse un quarto incomodo, il cui astro brilla con particolare
intensità nella costellazione di centro-destra: Markus Söder, leader della CSU
e presidente bavarese. In un certo senso, Söder rappresenterebbe il candidato
perfetto per la cancelleria. A differenza di Merkel, che anche in questa crisi
ha preferito mostrarsi <a href="https://www.spiegel.de/politik/deutschland/coronavirus-und-die-bundeskanzlerin-nach-merkel-rezept-a-5187f4ac-b632-4795-ac08-76c7326e3eaa?utm_source=dlvr.it&amp;utm_medium=twitter#ref=rss">pacata</a> &nbsp;piuttosto che combattiva,
ama coltivare l’immagine di decisore. Come faceva notare la <em>Frankfurter Allgemeine Zeitung </em>il 17
marzo, chiudere le frontiere tedesche è stato possibile solo perché la Baviera
aveva ristabilito la propria polizia di frontiera in barba alle critiche da
sinistra. Al di là di ciò, Söder sa alternare toni da statista e appelli più accorati
come la richiesta che i <a href="https://www.n-tv.de/politik/Soeder-Fussballer-sollen-auf-Geld-verzichten-article21646698.html">calciatori
rinuncino al proprio stipendio</a> per tenere a galla la Bundesliga durante la pandemia; salvaguardia
l’autonomia bavarese viaggiando a Mosca, ma rimane in linea con la politica di
sanzioni di Berlino. L’unico problema: nella storia ci sono stati solo due
candidati cancelliere della CSU, ed entrambi hanno fallito. L’appeal personale del
candidato faticherebbe a tradursi in un supporto federale. La stessa CSU,
partito dell’eccezionalismo bavarese, non è certamente popolare nel resto del
paese. Söder gode poi di un “dominio proprio del benevolo legame”, per citare
Heidegger, cioè ha potuto profilarsi a livello nazionale scegliendo dove e
quando porre veti al partito gemello. Può funzionare in prospettiva
pubblicitaria, ma è molto diverso dall’affanno di una campagna elettorale. E più
Söder si esporrà, più sarà soggetto ad un intenso scrutinio, pur non essendo
ufficialmente in corsa per la candidatura. </p>



<p>La CDU si è sempre inscenata come il partito del quieto
vivere e della pacatezza al governo. Ma con un sistema partitico allo sfascio,
un federalismo sotto pressione e l’Europa in preda a una pandemia, potremmo
presto assistere a un’evoluzione in seno ai democristiani renani. </p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1881/">Caos calmo nella CDU</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.mondodem.it/1881/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>
