Non lasciate la Difesa in mano alle destre

A un anno dallo scoppio di una guerra imperialista nel cuore dell’Europa, lanciata da una cleptocrazia reazionaria, omofoba e suprematista, i partiti del centrosinistra fanno ancora fatica a riconoscere la necessità di  difendere le nostre società. Non presidiando i temi della Difesa e della sicurezza, la sinistra rischia di trasformarli in una prerogativa delle destre.

La risposta securitaria

In queste settimane il presidente del Senato La Russa ha lanciato la proposta di introdurre un servizio militare abbreviato di 40 giorni. In estate, Meloni stessa si era detta favorevole a un “blocco navale” nel Mediterraneo, suggerendo una soluzione militare alla gestione dei flussi migratori.

La risposta marziale a problemi non militari ha evidentemente ricevuto un grosso impulso dallo stato di emergenza provocato dall’invasione russa. Se si aggiunge tutto ciò alla sensazione che le spese militari sono essenzialmente improduttive rispetto a misure di sviluppo e redistributive, ecco nascere il sospetto di molti a sinistra del centro che vi sia un interesse da parte di spiriti autoritari, militari, industriali e speculatori di generare una crisi militare perpetua.

L’attuale diffidenza progressista per la Difesa é legata a un comprensibile rigetto dell’uso della forza e alle disastrose esperienze della guerra al Terrore. In particolare, il fallimento dell’interventismo umanitario dopo il 2001 e la securitizzazione di problematiche sociali hanno generato uno scetticismo comprensibile di queste tematiche.

Sicurezza per pochi a scapito dei molti

Storicamente, l’opposizione all’uso dello strumento militare da parte della sinistra ha sempre avuto una giustificazione basata sulla lettura della politica come lotta di classe. A partire dalla Prima guerra mondiale, la mobilitazione contro un nemico esterno è stata vista come un sotterfugio per dividere le classi operaie e dissanguarle in scontri nell’interesse dei detentori di capitale.

Tuttavia, proprio partendo dal medesimo impianto ideologico, molte personalità di spicco della sinistra europea hanno concluso che i movimenti progressisti non potessero ignorare la tematica. Jean Jaurès, leader socialista francese assassinato nel 1914 per la sua opposizione alla guerra, è stato un teorico dell’esercito di leva, con l’obiettivo di togliere il monopolio della forza militare dalle mani di una élite avversa al movimento operaio. George Orwell vedeva nella gestione elitaria dello sforzo bellico britannico la ragione dietro alle catastrofi del 1939-40, mentre Helmut Schmidt, cancelliere socialdemocratico tedesco, vedeva una efficace deterrenza del Patto di Varsavia come una precondizione per il disarmo, con l’obiettivo ultimo di mettere in sicurezza lo stato sociale e la libertà concessa al popolo tedesco nel dopoguerra.

Queste personalità avevano un unico scopo: evitare guerre il cui principale tributo di sangue sarebbe stato pagato dalle classi sociali subalterne. Ciò sarebbe dovuto avvenire tramite l’affidamento della sicurezza dell’impianto economico e politico dello Stato ai cittadini stessi.

In effetti, se sicurezza vuol dire l’incolumità fisica dei cittadini e l’integrità dei loro rapporti sociali, la garanzia dei meccanismi economici (si presume) votati a un benessere diffuso e la possibilità di pianificare un domani più giusto liberi da un immediato terrore del presente, allora la sicurezza non può che essere anche una priorità della sinistra emancipatrice.

Più parlamento e spese sociali, meno precariato

Nella pratica, questo vuol dire che solo un movimento politico consapevole delle contraddizioni sociali che ci rendono vulnerabili allo spettro del conflitto può garantire la difesa dei diritti civili e sociali di cui godiamo. Ciò richiede una serie di accorgimenti resi ancora più urgenti dalla guerra.

L’utilizzo da parte della Russia di corruzione, propaganda e riciclaggio per avanzare i propri interessi politici in Europa mostra che una classica politica di sinistra avrebbe ad esempio evitato grosse falle di sicurezza di cui oggi i più deboli pagano le conseguenze, fra bollette fuori controllo e disinformazione che danneggia soprattutto chi si trova a livelli di scolarizzazione più bassi. Solo per fare un esempio, una scuola veramente accessibile a tutti e all’altezza del mondo digitalizzato renderebbe la società molto meno suscettibile alla propaganda online, diminuendo i rischi legati alle “minacce ibride” della Russia.

Parte di un’agenda di prevenzione dei pericoli non può che essere anche una deterrenza efficace, che spesso passa da spese militari adeguate. Avere accesso a più risorse permetterebbe a chi serve il Paese nelle Forze armate di poter avere una carriera sostenibile, che non oscilli fra il precariato della leva breve e un appesantimento delle strutture burocratiche in ottica assistenzialista.

La possibilità di un reintegro dignitoso nella vita civile dopo il servizio è fondamentale, come lo è terminare l’uso improprio delle Forze armate come “tappabuco” improprio di altre amministrazioni pubbliche, come nel caso dell’operazione Strade sicure. La mancanza di un supporto psicologico adeguato a cittadine e cittadini in uniforme è un altro grande problema.

Precondizione di tutto ciò è un rapporto sano fra lo Stato democratico, Forze armate e industria. L’Italia parte da una buona base, forse più che in altri ambiti della vita civile. Un’urgenza ineluttabile rimane però quella di rafforzare il ruolo del Parlamento nel governo della Difesa. L’esistenza di un inviato parlamentare speciale per la Difesa aiuterebbe a portare queste tematiche nelle aule del Parlamento, mentre maggiore trasparenza (ad esempio sugli invii di armi in Ucraina o nelle audizioni) ridurrebbe la percezione della Difesa come un tema separato dalla vita civica del Paese.

In più, una domanda interna di equipaggiamenti e sistemi d’arma moderni ridotta ai minimi termini ha come conseguenza forti pressioni affinché l’export di armamenti sia esteso anche a Paesi che ne faranno un uso criminale. Il quadro di riferimento dell’industria Difesa italiana deve essere quello europeo e transatlantico, e gli sforzi fatti da Roma per rafforzare le istituzioni di Difesa Ue devono continuare in un’ottica di economie di scala efficienti.


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