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	<title>Economia Archivi &#8211; MondoDem</title>
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	<description>Laboratorio di Politica Internazionale</description>
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	<title>Economia Archivi &#8211; MondoDem</title>
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		<title>La codeterminazione come elemento di sostenibilita&#8217; economica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Leonardo Scimmi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 Jul 2022 08:12:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[ESG]]></category>
		<category><![CDATA[green economy]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Negli ultimi anni abbiamo assistito a un incremento esponenziale dell&#8217;attenzione dedicata ai temi della sostenibilità economica. Parole come&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Negli ultimi anni abbiamo assistito a un incremento esponenziale dell&#8217;attenzione dedicata ai temi della sostenibilità economica. Parole come ESG &#8211; acronimo di environmental social e governance &#8211; green economy, sustainable o greenwashing sono all&#8217;ordine del giorno nei settori economia ed energia.&nbsp;</p>



<p>Vorremmo sottolineare qui come il tema della Mitbestimmung &#8211; in tedesco&#8221; codeterminazione&#8221;, riferito ad un’azienda &#8211; sia stato antesignano delle tematiche ESG, ma ne sia stato anche assurdamente escluso oggi in sede legiferante.</p>



<p>Anche in Italia è oramai famosa la secca ed illuminante risposta che il giurista Walter Rathenau diede decenni fa agli azionisti della&nbsp;Norddeutscher Lloyd, i quali&nbsp; si lamentavano di non aver guadagnato abbastanza dal loro investimento azionario.</p>



<p>L’insigne giurista rispose che la società non esisteva per “distribuire dividendi a lorsignori, ma per far andare i battelli sul Reno”.<br>L’espressione “i Battelli del Reno” è diventata da allora sinonimo dell’interesse sociale, cioè della oggettivizzazione della impresa e, con essa, della proprietà, al punto da determinare una contrapposizione fra interesse degli azionisti, legittimi proprietari dell’impresa, e l’interesse dell’impresa in sé.<br>La crisi finanziaria del 2008 ha messo alle strette il sistema di&nbsp;<em>governance</em>&nbsp;ed i rapporti fra pubblico e privato ed ancora oggi fornisce esempi e spunti validi di discussione e riforme.<br>La crisi ha imposto una riflessione sul sistema attuale di&nbsp;<em>Corporate Governance</em>&nbsp;che ha mostrato limiti e difetti.<br>In questo contesto si inserisce la revisione dei principi del codice di&nbsp;<em>Corporate Governance</em>&nbsp;mondiali ma anche e soprattutto la stesura dei criteri fondanti delle valutazioni ESG che &#8211; ad oggi, nella categoria &#8221; S&#8221;, non annovera &#8211; sorprendentemente &#8211; il diritto dei lavoratori a partecipare alla gestione dell&#8217;azienda.<br>E in questo contesto si inserisce l’insegnamento di Rathenau che ci riporta alla fondamentale questione del valore della azienda quale insieme di contratti e rapporti giuridici che trascende il mero interesse economico al dividendo.<br>L’interpretazione che emerge dall’esempio del pensatore tedesco Walter Rathenau è il passaggio da un’ottica di cosiddetta&nbsp;<em>sharesholders value</em>&nbsp;a quella di&nbsp;<em>stakeholders value</em>.<br>Questo passaggio implicherebbe considerare l’Impresa non come mera organizzazione nelle mani dei proprietari capitalisti e deputata a creare profitti, ma quale organizzazione complessa composta dal capitale iniziale, dai lavoratori, dai creditori, dal territorio.<br>Il cambiamento di vedute potrebbe risultare inizialmente sorprendente ed inaccettabile, ma tutti ne avrebbero qualcosa da guadagnare nel lungo periodo.<br>Ovviamente tale prospettiva comporta dei cambiamenti soprattutto a livello di&nbsp;<em>governance</em>&nbsp;ed infatti i maggiori cambiamenti sono destinati ad avvenire nella composizione dei Consigli di Amministrazione.<br>In tal senso, gli organi direttivi (siano essi i conosciuti Consigli di Amministrazione o i Consigli di Gestione e di Sorveglianza del sistema duale di origine tedesca) dovrebbero ospitare – a prescindere dalla relativa presenza nel capitale e&nbsp; quindi per legge – rappresentanti degli&nbsp;<em>stakesholders</em>&nbsp;di cui sopra, vale a dire dei lavoratori in primis, dei creditori finanziatori e, perché no, delle istituzioni territoriali e/o delle autorità di controllo.<br>Questo mix garantirebbe la rappresentanza di tutti i soggetti interessati al business dell’Impresa e potrebbe essere un freno alle operazioni troppo spericolate che poi portano alle crisi cicliche superficialmente definite ‘inevitabili’, oltre ai noti vantaggi in termini di produttività e pace sociale.</p>



<p>Sarebbe quindi utile aprire il dibattito sull&#8217;inserimento della Mitbestimmung (codeterminazione nella gestione dell&#8217;azienda) fra i criteri di valutazione ESG negli investimenti.</p>
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		<title>Gli stati europei alla prova del Next Generation EU</title>
		<link>https://www.mondodem.it/2370/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 Mar 2021 10:07:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Policy brief]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Next Generation EU]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La rete di analisti&#160;MondoDem&#160;non sembra, a prima vista, la più&#160;adatta a contribuire alla redazione del Piano Nazionale di&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">La rete di analisti&nbsp;MondoDem&nbsp;non sembra, a prima vista, la più&nbsp;adatta a contribuire alla redazione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza dell’Italia.&nbsp;MondoDem&nbsp;è&nbsp;infatti costituita da esperti di affari e relazioni internazionali, e nasce per mettere le conoscenze e le esperienze dei propri membri a servizio dell’elaborazione di un pensiero politico progressista in materia di politica estera.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Non volevamo però&nbsp;rinunciare a dare un nostro contributo, se pure modesto e limitato, a un esercizio di pianificazione che nel bene e nel male darà&nbsp;forma all’Italia del futuro, quella che emergerà&nbsp;dalla crisi del Covid-19. Abbiamo quindi pensato a una formula che ci consentisse di intervenite nel dibattito in modo costruttivo e propositivo, ma dal nostro punto di vista, che&nbsp;è&nbsp;quello di chi guarda e studia cosa succede al di fuori dei confini nazionali.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Con questo documento,&nbsp;MondoDem&nbsp;si propone di fornire al decisore politico uno sguardo d’insieme di quanto altri Stati europei hanno fatto o stanno facendo con i loro piani nazionali: quali siano i loro progetti, i loro obiettivi, le loro visioni a lungo termine. L’esposizione a buone idee o buone pratiche adottate altrove può&nbsp;sempre costituire un’utile fonte di ispirazione: il confronto con il lavoro altrui offre lo stimolo a fare sempre meglio. L’auspicio&nbsp;è&nbsp;che i capitoli che seguono, lavoro di otto validi analisti aderenti a&nbsp;MondoDem, possano rappresentare un piccolo ma utile sostegno a chi sta lavorando alla costruzione dell’Italia che verrà.&nbsp;</p>



<p><em>Nicoletta Pirozzi</em>, <em>Presidente&nbsp;MondoDem&nbsp;</em>&nbsp;</p>



<div class="wp-block-file"><a href="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2021/03/GLI-STATI-EUROPEI-ALLA-PROVA-DEL-NEXT-GENERATION-EU-3.pdf">GLI STATI EUROPEI ALLA PROVA DEL NEXT GENERATION EU</a><a href="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2021/03/GLI-STATI-EUROPEI-ALLA-PROVA-DEL-NEXT-GENERATION-EU-3.pdf" class="wp-block-file__button" download>Download</a></div>


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		<title>Giustizia sociale e uguaglianza: tre proposte per il Recovery Fund</title>
		<link>https://www.mondodem.it/2181/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Benedetta Albano]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 08 Oct 2020 14:39:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[crisi economica]]></category>
		<category><![CDATA[giustizia sociale]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[recovery fund]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>È il momento, per ogni Stato membro, di presentare le proprie proposte collegate ai finanziamenti e prestiti europei&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>È il momento, per ogni Stato membro, di presentare le proprie proposte collegate ai finanziamenti e prestiti europei del Recovery Fund. Da più voci della politica nazionale sono state spesso ribadita l’unicità e l’importanza di questa occasione per attuare le riforme strutturali da molto tempo necessarie al Paese.</p>



<p>Il Recovery Fund arriva in un momento storico di crisi economica durissima: nel secondo trimestre del 2020 <strong>il crollo del PIL italiano si attesta al -12.4%</strong>, portando con sé tutto ciò che ne consegue in termini di aumento delle disuguaglianze sociali e di fragilità economica per tutto il Paese. Per utilizzare al meglio le risorse europee in un’ottica di ricostruzione sociale, è necessario investire in quelle aree che rendono una società più equa e pronta a tutelare le fasce più deboli della cittadinanza. Il Recovery Fund è un punto di svolta non solo per il futuro dell’Unione Europea in quanto istituzione, ma anche per il futuro della società europea nel suo complesso, poiché fornisce degli strumenti per immaginare un domani che possa essere più giusto e alla portata di tutti.</p>



<p>Per ripartire, è quindi necessario guardare a ciò che in questi anni spesso è stato visto come in contrasto alle necessità economiche successive alle crisi del 2008: il concetto di giustizia sociale, anche come attuazione di quei diritti sociali riconosciuti nella nostra Costituzione. <strong>Sviluppare la giustizia sociale</strong> in modo tale da offrire pari opportunità a tutti i cittadini è il miglior modo di creare una società democratica e attenta alle esigenze di tutte le parti sociali, concorrendo alla formazione di cittadini consapevoli e allo sviluppo del loro senso civico.</p>



<p>Le aree in cui potrebbe essere attuato questo progetto sono naturalmente moltissime e variegate: di seguito ci limiteremo a indicarne alcune sulla base della situazione attuale.</p>



<h5 id="istruzione-e-formazione" class="wp-block-heading"><strong>Istruzione e formazione</strong></h5>



<p>La scuola è indubbiamente stata colpita dalle conseguenze dell’epidemia a tutti i livelli. A partire dalle elementari fino all’università, molto spesso il corpo docenti si è trovato a dover modificare drasticamente le modalità di insegnamento e di comunicazione, e non tutti gli studenti hanno avuto uguale accesso all’istruzione. Potenziare la scuola e l’università con strumenti <em>ad hoc</em> quali investimenti mirati a supporto delle realtà scolastiche più difficili, aumento dei fondi per la ricerca e nuove assunzioni di personale è necessario in questo periodo storico in cui purtroppo i dati hanno rilevato delle enormi difficoltà di continuazione dei percorsi scolastici e abbassamento di iscrizioni. La scuola è un luogo di confronto e formazione irrinunciabile e deve essere non solo tutelata ma anche ampliate in base alle esigenze di questo periodo storico.</p>



<h5 id="un-fondo-giovani-lavoratori" class="wp-block-heading"><strong>Un “Fondo Giovani Lavoratori”</strong></h5>



<p>L’Italia è al terzultimo posto in Europa per l’occupazione giovanile, con un indice del 31.4%. L’ingresso nel mondo del lavoro è sempre più difficile data l’attuale situazione economica e ciò spesso spinge molti giovani italiani a trasferirsi all’estero per iniziare la loro carriera. Per combattere questo fenomeno, una parte del Recovery Fund potrebbe essere destinata per creare un c.d. “Fondo Giovani Lavoratori”: un pacchetto di misure che potrebbe comprendere da un lato norme e sgravi fiscali che incentivino le aziende all’assunzione dei giovani professionisti e dall’altro un sistema di tutele per i nuovi lavoratori. Il ricambio generazionale è un tema cruciale nelle politiche del lavoro e l’Italia può essere competitiva con l’estero come meta scelta per motivi professionali, oltre che per i propri cittadini.</p>



<h5 id="parita-di-genere-a-360-gradi" class="wp-block-heading"><strong>Parità di genere a 360 gradi</strong></h5>



<p>Abbiamo sentito parlare molto spesso dei bassi tassi occupazionali delle donne italiane (secondo gli ultimi dati disponibili, le donne italiane rappresentano il 42.1% degli occupati complessivi) e delle difficoltà a conciliare lavoro e famiglia, che portano spesso le donne a scegliere formule di contratto part-time o ad abbandonare il mondo del lavoro dopo la nascita del primo figlio. Senza contare il già noto <em>gender pay gap </em>e le pochissime donne italiane che occupano posti di dirigenza. Un Paese non può permettersi di rinunciare a metà della sua forza lavoro e lasciare che più della metà dei suoi componenti resti indietro: per aiutare concretamente le donne a realizzare le proprie aspirazioni lavorative sono necessari degli interventi strutturali che mirino soprattutto alla creazione di un welfare familiare a trazione pubblica e la possibile adozione di incentivi già esistenti in vari paesi europei quali la Germania, come ad esempio le agevolazioni pensionistiche per le madri lavoratrici.</p>



<p>Si tratta naturalmente di tre proposte molto ampie, ma che crediamo possano indicare delle aree in cui l’Italia può efficacemente investire fondi e risorse non solo per aiutare i propri cittadini in un momento di crisi economica, ma effettivamente per ricostruire una società secondo un modello più equo, aperto e democratico.</p>
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		<title>Dossier: Le imprese e i diritti umani</title>
		<link>https://www.mondodem.it/1775/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 Dec 2019 10:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Diritti Umani]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[diritti umani]]></category>
		<category><![CDATA[dossier]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le imprese devono, come è ovvio, rispettare i diritti umani. In molti casi tuttavia la nozione di “diritti&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Le imprese devono, come è ovvio, rispettare i diritti umani. In molti casi tuttavia la nozione di “diritti umani” appare sfuggente, così come difficoltosa l’identificazione dei potenziali impatti delle attività d’impresa sul godimento di diritti fondamentali, quali, ad esempio, il diritto alla salute e all’ambiente salubre, alla vita, alla privacy, al cibo, all’acqua pulita, o il divieto di lavoro forzato o minorile e il divieto di discriminazione. Il problema acquisisce una complessità tanto maggiore in presenza di gruppi societari transnazionali; cionondimeno, anche realtà a carattere strettamente nazionale possono causare violazioni, talvolta anche gravi, aspetto reso evidente purtroppo da alcuni recenti casi noti alla cronaca. Le violazioni, infine, possono interessare molti settori (dal tessile, al manifatturiero, all’estrattivo o minerario, solo per fare degli esempi), come dimostrato dalla giurisprudenza recentemente elaborata dai tribunali di numerosi Stati europei.</p>



<p>Il presente dossier muove dal convincimento degli autori &#8211; Angelica Bonfanti (Università degli Studi di Milano), Marta Bordignon (Dottore di ricerca Università degli Studi Roma Tor Vergata), Marco Fasciglione (CNR), Chiara Macchi (Wageningen University &amp; Research), e co-direttori della <em>Summer School Business and Human Rights</em> – che sia necessario che lo Stato italiano adotti misure specifiche – in particolare, legislative – dirette a istituire a carico delle imprese obblighi di prevenire, monitorare e mitigare gli impatti negativi delle proprie attività sui diritti umani, ossia stabilisca, in analogia con altri Paesi europei, un obbligo di <em>human rights due diligence</em>.  </p>


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		<title>Tecnologie e partecipazione: servono idee nuove per il Parlamento europeo</title>
		<link>https://www.mondodem.it/1469/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Gabriele Suffia]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 May 2019 13:58:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Democrazia 2.0]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[elezioni europee]]></category>
		<category><![CDATA[parlamento europeo]]></category>
		<category><![CDATA[tecnologie]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il ruolo svolto dal Parlamento europeo nel corso dell’ultima legislatura non è ancora stato compiutamente analizzato. Quella iniziata&#8230;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Il ruolo svolto dal Parlamento europeo nel corso dell’ultima legislatura non è ancora stato compiutamente analizzato. Quella iniziata nel 2014 non è stata una legislatura semplice, ma alcuni traguardi importanti sono stati comunque conseguiti e l’auspicio è che il prossimo Parlamento europeo possa continuare sulla stessa lunghezza. O addirittura migliorare.</p>
<p>Un particolare ambito che merita di essere approfondito è quello relativo al rapporto tra la democrazia (in questo caso quella europea, nella sua accezione più generale) e l’utilizzo delle nuove tecnologie della comunicazione. La scorsa legislatura ha visto la definitiva consacrazione dei social network come mezzo principe di comunicazione politica – con video, post, dirette, fake news e account falsi – mentre parallelamente si registravano le vicende spinose, sotto il profilo politico prima ancora geopolitico, del caso Snowden<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a>, di Cambridge Analytica e, da ultimo, della guerra commerciale tra USA e Huawei. Gli interventi del Parlamento europeo 2014-2019 sono stati importanti: è stato abolito il roaming, si è aperto il mercato dei pagamenti on-line riducendone costi e rischi di frode, si è lavorato per rimuovere gli ostacoli sugli acquisti transfrontalieri e, non per ultimo, misure importanti sono state messe in campo per proteggere i dati personali dei cittadini europei.</p>
<p>Nuove idee, oggi, devono essere proposte al nuovo Parlamento europeo per arrivare pronti al mondo di domani.</p>
<p>Il rapporto tra il potere e le nuove tecnologie dell’informazione è analizzato nel libro “Tecnologie per il potere” del Prof. Giovanni Ziccardi<a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a>, docente di Informatica giuridica presso l’Università degli Studi di Milano, recentemente pubblicato (2019).</p>
<p>Il libro si propone di individuare un vuoto presente nella nostra letteratura legata al rapporto tra le nuove tecnologie e i processi democratici, e iniziare a colmarlo. Molto spesso in questo ambito, infatti, assistiamo ad una pletora di documenti pubblicati online per singole occasioni, momenti specifici e finalità determinate, ad una limitata discussione accademica per studiosi del settore (in lingua inglese), e ad una generale assenza di testi (siano essi accademici, o divulgativi) che abbiano l’ambizione di individuare delle linee di fondo, trarre il generale dal particolare, portare ordine e sistematicità di analisi nella discussione. La materia è relativamente nuova e, senza un approccio imparziale e complessivo, si presta a numerosi fraintendimenti. I fronti aperti dal digitale, d’altronde, sono molteplici: dall’industria 4.0 alla sostituzione del lavoro, dall’intelligenza artificiale al 5G, dal ruolo dei media alla responsabilità delle piattaforme in un contesto di continue interferenze – a bassa intensità – da parte degli Stati nei confronti gli uni degli altri.</p>
<p>Limitandoci alle “tecnologie per il potere” di cui possiamo avere contezza, e che andiamo ad applicare alla vita politica delle nostre comunità, il libro si concentra sull’uso delle nuove tecnologie come ad esempio i social network, non trascurando di tracciare i profili relativi al “governo degli algoritmi”, alla sicurezza della politica connessa e alla possibile distorsione degli equilibri democratici. Parlando di politica e tecnologie dell’informazione, inoltre, non possono essere trascurate tutte le problematiche etiche, prima ancora che di sicurezza e protezione della privacy, che riguardano le tecnologie oggi.</p>
<p>Soltanto a partire da solide basi è possibile vagliare le dichiarazioni della politica (solo per citare le ultime, il progetto del Presidente Macron di “aggiustare” Facebook e Twitter<a href="#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a>, o le proposte per obbligare Facebook a richiedere il codice fiscale per l’autenticazione) e valutarne non solo la fattibilità, ma anche la credibilità stessa. In un’epoca di fake news e di generale difficoltà di discernere tra notizie vere e false, verificate o inverificabili, autorevoli o non autorevoli, infatti, è quanto mai importante per il dibattito pubblico avere gli strumenti per togliere il più possibile il digitale dal novero degli argomenti sui quali è possibile fare disinformazione.</p>
<p>Queste riflessioni sono interessanti nel momento in cui, i dati riportano, “metà degli europei è stata esposta alla disinformazione sui social media proveniente dalla Russia, prima delle elezioni”<a href="#_ftn4" name="_ftnref4">[4]</a>, mentre da più parti si fanno largo richieste di legittimazione e partecipazione politica che vanno oltre le elezioni e la rappresentatività politica come oggi la conosciamo<a href="#_ftn5" name="_ftnref5">[5]</a>.</p>
<p>Non possiamo permetterci di non conoscere gli strumenti che la politica oggi utilizza (anche perché potrebbero essere metodologie utilizzare dalla controparte), né permetterci di proporre soluzioni, proposte e slogan legati al digitale che siano del tutto irrealizzabili, fuori dal mondo e, peggio ancora, controproducenti. Allo stesso tempo, è quanto mai necessario proporre soluzioni innovative e di frontiera al nuovo Parlamento europeo, perché nei prossimi anni continui ad essere il riferimento di tutte le politiche nazionali sul continente e continui a svolgere il ruolo di faro della democrazia liberale europea e dello Stato di diritto nel mondo.</p>
<p>Il digitale, come nessun’altra tecnologia, si presta per essere un’arma a doppio taglio: utilizzarlo senza contezza, o dichiarare di servirsene senza invero riuscirci, o senza sapere neanche come fare, è sconfiggersi con le proprie stesse mani senza che i nostri avversari, nemmeno, ce l’abbiano chiesto. Il dibattito è aperto.</p>
<p>*<em>Gabriele Suffia è assegnista di ricerca presso l&#8217;Università degli Studi di Milano (ISLC &#8211; Information Society Law Center), è diplomato al master di Geopolitica e sicurezza globale dell’Università La Sapienza di Roma, politic advisor per il Dipartimento internazionale delle ACLI e socio fondatore del Circolo ACLI Geopolitico.</em></p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> Risoluzione votata nel 2015, cfr. http://www.europarl.europa.eu/doceo/document/TA-8-2015-0388_IT.html?redirect (link consultato in data 28.05.2019).</p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> Cfr. G. Ziccardi, <em>Tecnologie per il potere</em>, Raffaello Cortina, 2019, anche al link: http://www.raffaellocortina.it/scheda-libro/giovanni-ziccardi/tecnologie-per-il-potere-9788832850710-2926.html (link consultato in data 28.05.2019).</p>
<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> Cfr. https://www.politico.eu/article/emmanuel-macrons-plan-to-fix-facebook-youtube-and-twitter/ (link consultato in data 28.05.2019).</p>
<p><a href="#_ftnref4" name="_ftn4">[4]</a> Cfr. https://www.theguardian.com/world/2019/may/08/241m-europeans-may-have-received-russian-linked-disinformation (link consultato in data 28.05.2019).</p>
<p><a href="#_ftnref5" name="_ftn5">[5]</a> Il riferimento, tra gli altri, è alla richiesta di partecipazione che viene dai movimenti cosiddetti “populisti”, cfr. I. Diamanti, M. Lazar, <em>Popolocrazia</em>, Laterza, 2018.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1469/">Tecnologie e partecipazione: servono idee nuove per il Parlamento europeo</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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		<title>DOSSIER &#8211; Per una globalizzazione sostenibile: protezione vs protezionismo. La sfida progressista contro i nazionalismi</title>
		<link>https://www.mondodem.it/1252/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Dec 2018 22:08:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[L'Italia nel mondo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Fabrizio Macrì ed Erik Burckhardt Introduzione Competitività e solidarietà sociale sono compatibili? Globalizzazione e sviluppo sostenibile possono&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1252/">DOSSIER &#8211; Per una globalizzazione sostenibile: protezione vs protezionismo. La sfida progressista contro i nazionalismi</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>di Fabrizio Macrì ed Erik Burckhardt</em></p>
<p><strong>Introduzione</strong></p>
<p>Competitività e solidarietà sociale sono compatibili? Globalizzazione e sviluppo sostenibile possono coesistere? Possono la dignità dell’uomo e la cultura dell’individuo tornare ad essere obiettivi e non ostacoli allo sviluppo economico? Come possiamo proseguire nel percorso di apertura delle nostre società e di liberalizzazione delle nostre economie, offrendo spazio e strumenti adeguati alla creatività e al merito, ma senza rinunciare a proteggere i soggetti vulnerabili e l’ambiente in cui viviamo?</p>
<p>Per i progressisti, una risposta positiva a queste domande non può essere un’opzione. È una ragione d’essere. I sei autori di questi articoli offrono un contributo ragionato e basato su un’analisi socio-economica realistica per offrire dei primi – ma solidi – elementi che ci aiutino a tornare a credere in una società libera da pulsioni protezioniste e bellicose e allo stesso tempo attenta ai più deboli, capace di mettere l’economia al servizio della società e di tornare a far sognare una generazione oggi affamata di futuro.</p>
<p>Massimo Ungaro ci introduce al tema della polarizzazione economica e sociale introdotta dalla globalizzazione: un bilancio certo non sempre positivo, con indicatori preoccupanti sulle nostre società occidentali che, insieme ai risultati elettorali più recenti, sono un campanello d’allarme assordante per i progressisti europei e americani. Mentre Umberto Marengo ci spiega quali sono i punti di forza e le vulnerabilità del sistema Italia, Chiara Gribaudo ci incoraggia a non abbandonare la strada intrapresa dai governi del PD: coniugare l’apertura economica del Paese ai vantaggi della globalizzazione deve andare di pari passo con maggiori investimenti per la protezione sociale e la formazione dei cittadini. Igor Guardiancich e Luca Bergamaschi, infine, mettono l’accento su alcune importanti riforme, esistenziali, ma non impossibili, per rispondere alle emergenze demografiche e ambientali in un contesto di crescente competizione globale. Fabrizio Macrì conclude il secondo dossier di MondoDem riportando alla nostra memoria un grande italiano, Adriano Olivetti, per rilanciare il sogno di una politica economica progressista che rimetta l’uomo al centro di un nuovo modello di sviluppo.</p>
<h3 id=""><a href="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2018/12/2.png"><img decoding="async" class="alignleft wp-image-1257 size-thumb-232" src="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2018/12/2-232x150.png" alt="" width="232" height="150" /></a></h3>
<p><span style="color: #000000;"><strong><a style="color: #000000;" href="https://www.mondodem.it/dossier/vincitori-e-perdenti-della-globalizzazione/">Vincitori e perdenti della globalizzazione</a></strong></span></p>
<p><strong>Massimo Ungaro</strong>, Partito Democratico</p>
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<p><a href="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2018/12/3.png"><img decoding="async" class="wp-image-1260 size-thumb-232 alignleft" src="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2018/12/3-232x150.png" alt="" width="232" height="150" /></a><span style="color: #000000;"><strong><a style="color: #000000;" href="https://www.mondodem.it/dossier/piu-aperti-per-crescere-il-motore-dellexport/">Più aperti per crescere: il motore dell’export</a></strong></span></p>
<p><strong>Umberto Marengo</strong>, The Economist Intelligence Unit</p>
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<p><a href="https://www.mondodem.it/dossier/il-lavoro-interrotto-del-pd-per-mettere-in-sicurezza-litalia-nella-globalizzazione/"><br />
<img decoding="async" class="wp-image-1266 size-thumb-232 alignleft" src="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2018/12/7-232x150.png" alt="" width="232" height="150" /></a></p>
<p><a href="https://www.mondodem.it/dossier/il-lavoro-interrotto-del-pd-per-mettere-in-sicurezza-litalia-nella-globalizzazione/"><strong><span style="color: #000000;">Il lavoro interrotto del PD per mettere in sicurezza l&#8217;Italia nella globalizzazione</span></strong></a></p>
<p style="text-align: left;"><strong>Chiara Gribaudo</strong>, Partito Democratico</p>
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<p><a href="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2018/12/8.png"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft wp-image-1269 size-thumb-232" src="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2018/12/8-232x150.png" alt="" width="232" height="150" /></a><span style="color: #000000;"><strong><a style="color: #000000;" href="https://www.mondodem.it/dossier/proteggere-lambiente-senza-protezionismo/">Proteggere l’ambiente senza protezionismo</a></strong></span></p>
<p><strong>Luca Bergamaschi</strong>, Istituto Affari Internazionali</p>
<h3 id="-2" style="text-align: left;"></h3>
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<p><a href="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2018/12/9.png"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft wp-image-1272 size-thumb-232" src="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2018/12/9-232x150.png" alt="" width="232" height="150" /></a><span style="color: #000000;"><strong><a style="color: #000000;" href="https://www.mondodem.it/dossier/il-welfare-come-elemento-di-competitivita-contro-il-familialismo-il-modello-del-nord-europa/">Il welfare come elemento di competitività: contro il </a><a style="color: #000000;" href="https://www.mondodem.it/dossier/il-welfare-come-elemento-di-competitivita-contro-il-familialismo-il-modello-del-nord-europa/">familismo, il modello del Nord-Europa</a></strong></span></p>
<p><strong>Igor Guardiancich</strong>, Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa</p>
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<p><a href="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2018/12/WhatsApp-Image-2018-12-06-at-12.55.19.jpeg"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-1285 size-thumb-232 alignleft" src="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2018/12/WhatsApp-Image-2018-12-06-at-12.55.19-232x150.jpeg" alt="" width="232" height="150" /></a><span style="color: #000000;"><strong><a style="color: #000000;" href="https://www.mondodem.it/dossier/conclusioni/">Per un nuovo modello di sviluppo: il sogno di Adriano Olivetti</a></strong></span></p>
<p><strong>Fabrizio Macrì</strong>, MondoDem</p>
<h3 id="-3" class="entry-title"></h3>
<p>&nbsp;</p>
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<p><span style="color: #000000;">Scarica il DOSSIER in <a style="color: #000000;" href="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2018/12/Mondodem_Protezionismo.pdf">PDF</a>: </span></p>
<p><span style="color: #000000;"><strong><a style="color: #000000;" href="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2018/12/Mondodem_Protezionismo.pdf">Per una globalizzazione sostenibile: protezione vs protezionismo. La sfida progressista contro i nazionalismi</a></strong></span></p>
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		<title>Spesa Pubblica: conta come spendi!</title>
		<link>https://www.mondodem.it/1248/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 02 Oct 2018 08:48:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[#spesapubblica]]></category>
		<category><![CDATA[#unioneeuropea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Fabrizio Macrì Nel dibattito politico italiano degli ultimi anni, su temi economici, si è affermata, diventando quasi&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1248/">Spesa Pubblica: conta come spendi!</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Di Fabrizio Macrì</em></p>
<p><strong>Nel dibattito politico italiano degli ultimi anni, su temi economici, si è affermata, diventando quasi senso comune, universalmente accettato, l’opinione secondo la quale l’Italia possa uscire dalla trappola del debito, mettendo in atto politiche fiscali espansive e cioè aumentando di fatto la spesa pubblica ed uscendo dalla spirale recessiva indotta dalle politiche di austerity.</strong> Più spesa pubblica aumenta il denominatore della frazione tra debito e PIL ed il rapporto diminuisce. Nell’affermare questa teoria, si cita anche <strong>Keynes</strong>, illustre economista vissuto a cavallo tra il XIX ed il XX secolo, che riteneva che lo Stato dovesse giocare un ruolo attivo e anticiclico compensando con iniezioni di spesa pubblica le fasi calanti del reddito e della domanda aggregata.</p>
<p>Questa impostazione, spesso usata in modo semplicistico e demagogico, prescinde da tre dati di fatto:</p>
<ol>
<li><strong>Non è vero che l’Italia venga da anni di austerity e cioè di draconiani tagli alla spesa</strong>; la spesa pubblica italiana sul PIL è al di sopra della media europea, paragonabile (Austria e Svezia) se non superiore (Olanda e Germania) a quella di paesi in cui qualità e quantità dei servizi pubblici sono nettamente superiori alle nostre. Il rapporto tra spesa pubblica e PIL in Italia è del 51%, mentre in Germania è del 47%. Lo stesso dato è applicabile anche al tema delle pensioni. <strong>Non è vero che la percentuale degli italiani ultrasessantenni costretti a lavorare sia sproporzionata e che quindi tolga lavoro ai giovani</strong>: in Paesi come Germania, Svizzera, Austria e Nord-Europa, dove i tassi di occupazione giovanile sono superiori ai nostri (ci vuole poco), la percentuale degli ultrasessanteni al lavoro è compresa tra il 60 ed il 70%, mentre in Italia è del 52% contro una media europea del 57%. Tra il 2005 ed il 2014, in anni di presunta austerithy, la spesa pubblica pro-capite è cresciuta di 1600 euro mentre il reddito cresceva della metà. Il contrario di quanto affermato dalla teoria del moltiplicatore di Keynes che sostiene che gli effetti sul reddito degli aumenti di spesa pubblica sono più che proporzionali. Non credo si sbagli Keynes ma i suoi odierni sedicenti sostenitori.</li>
</ol>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="2">
<li><strong>La spesa pubblica italiana è largamente inefficiente ed improduttiva</strong>. In una situazione come quella italiana, in cui il reddito prodotto dall’economia privata è sceso dagli anni 90 ad oggi dal 50% al 45% del PIL ed in cui la spesa pubblica incide per più della metà sul reddito complessivo, non è lecito aspettarsi tassi di crescita elevati, perché sostanzialmente più della metà dell’economia non è sottoposta a concorrenza e non è stimolata ad aumentare efficienza, produttività e resa della propria forza lavoro. Questo sarà tanto più vero in un paese come il nostro affetto dal diffuso cancro del clientelismo e della corruzione. Inoltre, maggiore è la quota pubblica dell’economia e maggiore sarà il carico fiscale sulla parte privata, che deve sostanzialmente lavorare per mantenerla, usufruisce di servizi pubblici largamente al di sotto del valore della spesa sostenuta per ottenerli e non ha margini per investire in ricerca e sviluppo e aumenti della produttività reale. Nel contesto odierno, di accresciuta concorrenza internazionale in cui per sopravvivere devi competere, il fatto che la quota della nostra economia che compete si stia restringendo (nonostante il formidabile aumento dell’export) e quella che si protegge si stia allargando, non è una buona notizia.</li>
</ol>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="3">
<li><strong>Aumentare la spesa pubblica e basta</strong>, come gli ultimi anni e le cifre sopra elencate dimostrano, può non avere effetti sul reddito, ma tramite l’aumentato carico fiscale sulle imprese, <strong>rischia addirittura di avere effetti recessivi ed «<em>anti-keynesiani</em>»</strong>.</li>
</ol>
<p>Se si decidesse, quindi, di avviare una fase espansiva, con forti iniezioni di Spesa Pubblica, <strong>bisognerebbe partire dall’identificare le priorità strategiche del Paese</strong>. Nel caso italiano, a mio modo di vedere, le due priorità coincidono con i punti di tenuta del Sistema Italia, ovvero dai presupposti della nostra sopravvivenza come sistema paese nel contesto della globalizzazione:</p>
<ul>
<li><strong>Formazione</strong>;</li>
<li><strong>Industria</strong>.</li>
</ul>
<p>La Spesa Pubblica si compone di diverse voci. In una situazione di forte indebitamento, scarsa occupazione, scarsa produttività e domanda interna stagnante come la nostra, <strong>gli sforzi si dovrebbero concentrare sull’obiettivo di riavviare la macchina soprattutto manifatturiera del secondo paese industriale d’Europa</strong>, non quindi sulla spesa corrente (necessaria per il normale funzionamento dello Stato), né sulle spese ordinarie (stipendi della PA e pensioni), ma <strong>sulle spese produttive</strong> (cioè sugli investimenti pubblici, per esempio in infrastrutture), <strong>direttamente connesse alla crescita dell’attività delle imprese e quindi indirettamente connesse all’aumento dell’occupazione reale del Paese</strong>. In questa logica, <strong>potrebbero rientrare anche delle defiscalizzazioni mirate sugli investimenti privati e riduzione del cuneo fiscale</strong>, concentrandosi sui settori produttivi a più alto tasso di crescita e con un maggiore mercato potenziale in proiezione futura. Utilizzando le risorse residue per rendere partecipi il più alto numero di imprese alla crescita della domanda globale con <strong>mirate politiche sull’internazionalizzazione</strong>.</p>
<p><strong>Un aumento invece della Spesa Pubblica, teso ad aumentare sussidi e pensioni minime, è meritorio dal punto di vista morale</strong> ed ha anche una sua logica economica, perché destinato a sostenere i consumi, <strong>ma rischia di disincentivare i beneficiari dei sussidi a cercare un lavoro vero</strong>. Inoltre il suo impatto sulla domanda non è dirompente come un intervento sugli investimenti, non ha effetti diretti sul mercato del lavoro e sulla produttività delle aziende e soprattutto non porta benefici permanenti e strutturali al sistema Paese non essendo direttamente connesso alla competitività della sua offerta: in due parole «<em>domanda sprecata</em>».</p>
<p>Per non parlare degli effetti che un aumento della Spesa, che non abbia effetti sulla nostra competitività e quindi sulla nostra capacità di far crescere il reddito, può avere sulla nostra credibilità nei confronti dei nostri creditori nazionali e internazionali. Il rischio di aumento dello spread e cioè di aumento dei rendimenti sui nostri titoli di stato affinché questi continuino ad essere acquistati sui mercati, nonostante il rischio Paese, è molto alto e genera una spesa per interessi sul debito che sottrae risorse al Governo per fare altro.</p>
<p><strong>Tutto quindi ci induce a pensare che qualsiasi mossa nel senso di un aumento sostanziale del deficit andrebbe fatta non inveendo contro l’Europa ed i mercati ma d’accordo almeno con i nostri maggiori partner europei</strong>, a fronte di un piano chiaro di investimenti produttivi e aumento dell’efficienza della spesa che ci renda credibili.</p>
<p>Da un recente studio dell’Istituto Bruno Leoni, che mette a confronto la Spesa Pubblica di Italia e Germania, emerge che la nostra Spesa, oltre ad essere nettamente superiore rispetto al PIL di quella tedesca (51% a fronte del 47% tedesco), è allocata anche male visto che spendiamo ad esempio tra il 20 ed il 40% in meno per l’istruzione. Lo stesso studio rivela che questa maggiore spesa e questa sua cattiva allocazione incide tanto negativamente sulla nostra credibilità, come pagatori di chi ci presta i soldi per il nostro debito, che il Paese paga annualmente in termini di rendimenti sui titoli di stato 45 miliardi in più della Germania: il 2,9% del PIL, 2 manovre finanziarie, circa 5 redditi di cittadinanza.</p>
<p>Il quanto conta insomma, ma è sul come che dovremmo concentrarci.</p>
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		<title>Diseguaglianza e globalizzazione: quanto ne sappiamo davvero?</title>
		<link>https://www.mondodem.it/1163/</link>
					<comments>https://www.mondodem.it/1163/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanni Matteo Centore]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Jul 2018 13:48:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Lo stato della sinistra]]></category>
		<category><![CDATA[diseguaglianze]]></category>
		<category><![CDATA[globalizzzione]]></category>
		<category><![CDATA[Sinistra]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Eugenio Dacrema  Qualche settimana fa su MondoDem si parlava dell’incapacità di gran parte della sinistra di indirizzare&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1163/">Diseguaglianza e globalizzazione: quanto ne sappiamo davvero?</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>di <a href="https://twitter.com/Ibn_Trovarelli">Eugenio Dacrema </a></em></p>
<p><a href="https://www.mondodem.it/op-ed/il-pd-non-e-abbastanza-di-sinistra-non-ascolta-il-popolo-se-davvero-avessimo-perso-per-questo-sarebbe-una-pacchia-ma-purtroppo-la-verita-e-assai-piu-complessa/">Qualche settimana fa su MondoDem</a> si parlava dell’incapacità di gran parte della sinistra di indirizzare il sentire comune. Uno dei motivi è che su molti temi fondamentali dell’oggi abbiamo idee deboli, quando non drammaticamente contraddittorie. Per esempio, ineguaglianza e globalizzazione sono due temi su cui, soprattutto a sinistra, pensiamo di saperla lunga. Ma forse non è così, e se davvero desideriamo chiarire cosa pensiamo e cosa vogliamo su questioni così importanti è bene affrontarne la complessità.</p>
<p>Cominciamo con la faccenda dell’ineguaglianza. A questo proposito esiste una narrativa piuttosto diffusa e accettata: negli ultimi decenni, a causa dell’introduzione di riforme cosiddette neoliberiste, le disuguaglianze in tutto l’Occidente sono aumentate enormemente, causando crescenti sentimenti di frustrazione e alienazione tra le fasce più povere e andando a favorire la crescita dei partiti populisti. Giusto? Sbagliato.</p>
<p>Un primo errore di questa ricostruzione è parlare del fenomeno per tutto l’Occidente allo stesso modo, e pensare che argomentazioni che si adattano a una realtà come, per esempio, quella americana siano perfettamente applicabili anche da noi. Non è così, primo perché la disuguaglianza americana è molto più alta di quanto lo sia in Europa, ed è cresciuta a ritmi assai più sostenuti dagli anni Ottanta ad oggi. Il secondo è che, al contrario, in Europa, e soprattutto in Italia, la diseguaglianza è rimasta pressoché stabile negli ultimi due decenni. L’ultima volta che nel nostro paese si è assistito a un vero aumento è stato all’inizio degli anni Novanta. Poi, a parte oscillazioni alquanto trascurabili, intorno a un punto nell’indice di Gini<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a>, è rimasta stabile (nel 1995 era 32,7, nel 2015 33,3, mentre nello stesso periodo negli Usa è passata da 36 a 39, un aumento quasi sei volte superiore). Questa confusione deriva da un altro errore che si riscontra comunemente nel dibattito pubblico sulla disuguaglianza, ovvero quello di approssimare la percezione della disuguaglianza alla disuguaglianza reale. È vero infatti che se pure i dati reali non sono cambiati di molto da vent’anni a questa parte, la percezione è cresciuta notevolmente; la gente, insomma, percepisce disuguaglianze crescenti nonostante nella realtà queste non siano cresciute granché. Come è possibile ciò? Almeno parte della risposta la si può trovare nei risultati delle ricerche condotte in questi anni sulle percezioni economico-sociali delle persone, soprattutto in merito al proprio status e al proprio benessere. Richard Easterlin, per esempio, dimostrò che la crescita economica si correla all’aumento del benessere percepito solo all’inizio di un ciclo di crescita. Dopo qualche anno, infatti, il benessere percepito comincia a rimanere piatto pur di fronte a una crescita in continuo aumento (il cosiddetto Paradosso di Easterlin). Studi più recenti hanno invece affrontato direttamente il tema della percezione della diseguaglianza. Giacomo Corneo e Hans Gruner nel 2000 dimostrarono come la percezione di diseguaglianza in molti paesi europei non combacia minimamente coi dati reali ma tende a essere condizionata da valori diffusi tra la popolazione. Per esempio, negli ex paesi socialisti, dove decenni di comunismo reale avevano diffuso una forte sensibilità al tema, la percezione di disuguaglianza risultava molto più alta rispetto ai paesi anglosassoni, nonostante nei primi i dati reali mostrassero disuguaglianze assai inferiori rispetto ai secondi. Un fenomeno simile veniva registrato anche in paesi caratterizzati da un forte welfare redistributivo come la Francia. In seguito, numerosi altri studi, come quello di Alesina e Giuliano nel 2000, quello di Gimpelson and Mosusova del 2014 e quello di Brunori del 2017 hanno dimostrato con metodi quantitativi come la percezione di disuguaglianza non sia in nessun modo influenzata dal reale livello di disuguaglianza esistente, mentre risulta fortemente correlata con altri fattori sociali quali i valori socialmente diffusi sul tema, l’etica del lavoro e, soprattutto, il livello di mobilità sociale. È in particolare la mobilità sociale che emerge come il fattore più influente nel determinare la percezione di diseguaglianza in una popolazione. Una realtà, in fondo, spiegabile semplicemente con il fatto che se una persona ha la percezione concreta di poter scalare la piramide avrà meno la sensazione che tale piramide sia ingiusta, o particolarmente alta o ripida. Al contrario, qualunque sia l’altezza reale della piramide, per un soggetto che percepisce di non avere alcuna chance di farcela la piramide risulterà sempre (ingiustamente) altissima. “Gli ultimi saranno gli ultimi se i primi sono irraggiungibili”, canta Frankie Hi-NRG, e questo il più delle volte non dipende tanto dalla distanza tra primi e ultimi ma dagli ostacoli presenti sul percorso. Ne consegue che in società caratterizzate da un livello di diseguaglianza medio-basso, come gran parte delle nazioni europee, la percezione negativa di crescente disuguaglianza è probabilmente il frutto di una mobilità sociale inceppata da anni più che di una reale arricchimento dei già ricchi a discapito dei più poveri. Una realtà che stride fortemente con la narrativa diffusa e che ci dovrebbe far riflettere su che tipo di politiche intendiamo davvero quando parliamo di “lotta alla disuguaglianza”.</p>
<p>Il secondo tema, molto legato al primo, è quello della cosiddetta dicotomia tra “perdenti” e “vincenti” della globalizzazione. Anche in questo caso la narrativa diffusa è piuttosto chiara: l’apertura e la liberalizzazione dei mercati e dei flussi finanziari ha determinato l’arricchimento di una fascia ristretta di popolazione che ha saputo approfittare delle occasioni di investimento e di mobilità concesse dalla globalizzazione, anche grazie a una privilegiata posizione di partenza. Al contrario, le classi medie e basse sono rimaste danneggiate dai prodotti esteri e dalla competizione posta dalla forza di lavoro straniera che hanno portato a delocalizzazioni e schiacciamento dei salari. Per carità, gran parte di questa narrativa è ampiamente corroborata dai dati. È però, nel migliore dei casi, una narrativa solo parziale rispetto a quanto avvenuto nei decenni scorsi. Varrebbe la pena ricordare, infatti, come l’apertura dei mercati non ha portato solo compressione dei salari ma, ancora prima, ha portato compressione dei prezzi, soprattutto per quei prodotti diffusi tra le classi medio basse. Quelli che sono oggi accusano maggiormente Cina e paesi asiatici di aver sottratto industrie e posti di lavoro all’Occidente sono anche i maggiori consumatori dei prodotti provenienti da quei paesi. Una gran parte di quel benessere diventato scontato e che molti percepiscono oggi come declinante a causa della globalizzazione è in realtà formato per gran parte dall’accesso a prodotti e attività che proprio i primi decenni di apertura dei mercati hanno reso possibili. Vestiario e cibo, per non parlare di voli low cost, vacanze all-inclusive, e colf e badanti a basso costo; molti di costoro non si rendono conto esattamente cosa accadrebbe al loro accesso a beni e servizi che ormai considerano “di prima necessità” se la guerra commerciale a tutto campo propugnata dai loro beniamini populisti dovesse davvero cominciare. È una realtà finora poco esplorata, perché va contro la narrativa un po’ semplicistica ma romanticamente attraente del popolo oppresso dalle élite neoliberiste, ma che comincia a emergere finalmente anche a sinistra. In Italia se ne è fatto interprete in particolare Raffaele Alberto Ventura nel suo libro “Teoria della classe disagiata”. La globalizzazione andava bene a tutti quando noi ci trovavamo in cima alla catena alimentare, quando uno stipendio medio italiano era 10-20 volte quello di un operario cinese il cui lavoro ci consentiva di spendere meno della metà di un tempo in scarpe e viaggi pur mantenendo per il resto lo stesso livello salariale. Le cose sono cambiate quando gli altri hanno cominciato a scalare la stessa catena alimentare, avvicinandosi al nostro livello e attentando alle nostre posizioni consolidate. Forse dovremmo chiederci quindi se non valga la pena sottolineare con chiarezza quanto la globalizzazione forma oggi gran parte di quel benessere che noi diamo per scontato e che, anzi, siamo arrabbiati perché percepiamo in lenta diminuzione. Forse quello che dovremmo essere in grado di dire è che chiudere alla globalizzazione non farebbe che accelerare tale declino e che diventare competitivi non è un crudele mantra neoliberista ma l’unica risposta razionale a un mondo popolato da molta più che gente rispetto al passato che vuole, giustamente, quello che noi già abbiamo.</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> L’indice di GINI è l’indicatore universalmente più utilizzato per misurare le disuguaglianze. Va da 0 (una situazione di completa uguaglianza in cui tutti godono dello stesso livello di ricchezza) e 1 (una situazione in cui una sola persona possiede tutta la ricchezza della società). La maggior parte dei paesi oscilla tra 25 e 40. Paesi con GINI intorno ai 40 o superiori sono considerati paesi ad alta diseguaglianza.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1163/">Diseguaglianza e globalizzazione: quanto ne sappiamo davvero?</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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		<title>Cosa ci aspetta se usciamo dall&#8217;Euro?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 31 May 2018 16:11:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[#euro]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Fabrizio Macrì Cosa ci ha tolto l’Euro Il partito anti-Euro si va rafforzando nel Paese, tra i&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Di Fabrizio Macrì</em></p>
<p><strong>Cosa ci ha tolto l’Euro</strong></p>
<p>Il partito anti-Euro si va rafforzando nel Paese, tra i cittadini serpeggia una diffidenza se non una vera e propria ostilità verso la moneta unica e la disciplina finanziaria che ne discende.</p>
<p><strong>All’Euro e alla Germania si attribuiscono tutti i nostri mali</strong>; l’incapacità italiana di affrontare alla radice i limiti strutturali della nostra economia si trasforma in una critica ingiustificata dell’Euro,  senza capire che i <strong>vincoli</strong> da esso imposti sono evidenziatore e non causa dei mali nostrani.</p>
<p>L’Euro ci ha tolto l’arma della <strong>svalutazione</strong> e ci ha quindi privato di uno strumento in passato spesso usato dall&#8217;Italia per rilanciare esportazioni e domanda e far momentaneamente ripartire l’economia quando essa si trovava in una fase stagnante.</p>
<p>L’Euro inoltre impone suil nostro Governo una <strong>gestione virtuosa della Spesa Pubblica</strong> tesa soprattutto al contenimento del deficit, per evitare che il profilo di rischio determinato dall’altissimo debito pubblico italiano si estenda anche agli altri paesi dell’Eurozona, esponendoli alla speculazione e l’intero continente alla fuga di capitali.</p>
<p>Anche la Spesa era stata in passato un’arma per mantenere il consenso, generare posti di lavoro magari inutili, aumentare il reddito, mantenere la pace sociale.</p>
<p>L’Euro insomma ci ha tolto la morfina e ci ha imposto da un lato di intervenire strutturalmente sulla<strong> competitività reale del nostro sistema industriale</strong> per evitare di dover ricorrere alla svalutazione della moneta per stare sui mercati internazionali e dall&#8217;altro ha imposto limiti stringenti alla nostra spesa per costringerci ad affrontare il cancro dell’evasione fiscale e della diffusa improduttività e inefficiente allocazione delle risorse.</p>
<p>Pur non precludendoci la strada di imporre ai partner europei una revisione dei trattati ed un diverso orientamento della politica economica continentale più attento alle esigenze dei Paesi deboli, <strong>è nell&#8217;interesse dell’Italia fare di tutto per rispettare i trattati e per scongiurare l’ipotesi di essere prima emarginata e poi espulsa dall&#8217;Area Euro.</strong></p>
<p>Quali conseguenze avrebbe per l’Italia  infatti un ritorno alla Lira, da tanti politici irresponsabili agognato come un improbabile ritorno al benessere diffuso degli anni ’80 e ’90?</p>
<p>Cercheremo di esporle schematicamente qui di seguito.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Cosa perderemmo uscendo dall’Euro</strong></p>
<p>Innanzitutto è falso ritenere che uscire dall’Euro avvantaggerebbe il nostro export  e le ragioni sono due:</p>
<ol>
<li>perché <strong>il nostro export non ne ha bisogno</strong>, essendo questo più che raddoppiato dal 1998 ad oggi ed essendo l’Italia diventata con l’Euro l’ottavo esportatore mondiale; una grande quota delle aziende italiane infatti ha lavorato sui suoi fattori di competitività reale in un regime di moneta forte, allo scopo di cogliere le enormi opportunità offerte dalla globalizzazione e la conseguente apertura dei mercati. Se questo andamento positivo dell’export non ha avuto un impatto sufficiente sulla crescita complessiva, è dipeso dal fatto che troppo poche sono le imprese che esportano regolarmente (ca. il 25% a fronte di ca. il 45% della Germania) per ragioni che non hanno a che fare con il valore della moneta, ma per ostacoli di carattere strutturale (logistica, marketing, formazione del management, dimensioni aziendali, carico fiscale e costo del lavoro);</li>
<li>perché la facilmente prevedibile svalutazione della Lira post-Euro, avrebbe un <strong>effetto positivo solo temporaneo</strong> sull&#8217;export. Se è vero infatti che ad ogni svalutazione segue un momentaneo aumento dell’export, dovuto alla riduzione dei prezzi relativi delle merci esportate (soprattutto quelle meno elaborate che dipendono maggiormente dall&#8217;oscillazione dei prezzi) si tende a dimenticare che tale aumento viene poi annullato dall&#8217;effetto negativo dovuto all&#8217;aumento del costo dei prodotti importati. Questi maggiori costi si riferiscono nel nostro caso soprattutto a beni semilavorati e materie prime (come il petrolio) che fanno parte del ciclo produttivo del nostro export e vanno quindi ad influire sul suo prezzo, compensando quindi dopo poco, al rialzo il deprezzamento indotto dalla svalutazione.</li>
</ol>
<p>&nbsp;</p>
<p>E&#8217; falso anche che l’uscita dall&#8217;Euro farebbe crescere l’Italia<strong>. La svalutazione della moneta non genererebbe maggiore crescita.</strong> <strong>Le ragioni sono ben rappresentate da quanto accaduto in particolare in Italia nel 1993</strong> (quando la Lira venne svalutata del 27% sul Dollaro, con il Governo Amato):</p>
<p>a) gli introiti generati dall’export non erano abbastanza rilevanti da compensare la scarsa capacità di competere dei settori dell’economia protetta;</p>
<p>b) finito l’effetto positivo di abbassamento del prezzo dei beni esportati indotto dalla svalutazione, quando iniziò ad aumentare l’inflazione (quindi il tasso di aumento del livello medio dei prezzi) anche per via dell’aumento del costo dei beni importati, le imprese furono costrette a porre un freno alla crescita dei salari per rimanere competitive, non essendo aumentata la produttività reale del lavoro; l’effetto depressivo quindi sulla domanda interna, vera leva di sviluppo dell’economia, pose un freno alla crescita che fu, dopo la svalutazione, addirittura inferiore ai due anni che la precedettero.</p>
<p>E neanche una maggiore spesa pubblica sarebbe possibile per stimolare la crescita. In caso di uscita dall&#8217;Euro infatti,  il fardello del nostro debito si appesantirebbe ulteriormente per le seguenti ragioni:</p>
<p>c) <strong>la svalutazione della lira renderebbe ancora più costosa quella parte di debito da restituire a prestatori stranieri</strong>: il cosiddetto debito estero che aumentando di valore farebbe crescere ulteriormente il debito complessivo;</p>
<p>d)<strong> l’aumento dello spread dovuto all&#8217;aumentato rischio Paese conseguente all&#8217;uscita da un’area di stabilità economica e finanziaria come l’Euro, farebbe accrescere il costo del debito in conto interessi</strong> .</p>
<p><strong>Diventerebbe ancora più soffocante insomma il nostro debito</strong> e si ridurrebbe ulteriormente lo spazio di manovra per investire risorse pubbliche sulla crescita.</p>
<p>Un ulteriore effetto recessivo verrebbe dalla <strong>stretta creditizia indotta dagli aumentati tassi</strong> e quindi dai ridotti investimenti privati delle imprese che ne discenderebbero.</p>
<p>Si stima che il valore dei risparmi dei cittadini verrebbe falciato nell&#8217;ordine del 20/30% del valore in Euro; una moneta svalutata riduce infatti il potere d’acquisto di chi la detiene. Fenomeno peraltro fortemente sperequativo perché colpirebbe la massa dei conti correnti dei cittadini comuni, non abbastanza informati o in grado di spostare capitali all&#8217;estero in valute stabili e sicure come il Franco svizzero o il Dollaro USA.</p>
<p>Peraltro la fuga dei capitali consistenti della ridotta fascia di popolazione che ancora li detiene, contribuirebbe ulteriormente alla svalutazione della nuova moneta nazionale.</p>
<p>Dopo<b> i risparmi verrebbero colpiti i redditi dal fenomeno dell’ &#8220;inflazione importata&#8221; appunto sull&#8217;onda dei beni importati a più caro prezzo dall&#8217;Italia, la cui domanda è fortemente inelastica perché essenziale al funzionamento dell’economia come le materie prime, petrolio in primis.</b></p>
<p>Un aumento del livello medio dei prezzi ridurrebbe quindi i salari reali.</p>
<p><strong>Un effetto ancora più diretto, rispetto a quello inflattivo generale, sulle tasche dei cittadini italiani sarebbe l’immediato aumento della bolletta energetica</strong>: come sappiamo l’Italia per far funzionare la propria industria è fortemente dipendente dalle importazioni di petrolio e ben lungi dal soddisfare tale fabbisogno tramite altre fonti di energia; una svalutazione della moneta renderebbe immediatamente il prezzo del petrolio (in Dollari) più caro con immediate ripercussioni sul costo della benzina, dell’energia elettrica e del riscaldamento.</p>
<p><strong>L’Euro: una moneta « rivoluzionaria »</strong></p>
<p>Tornare alla Lira non equivale purtroppo a mettere l’orologio indietro per ritrovarsi miracolosamente nei ruggenti anni ’80, al contrario l’uscita dalla moneta unica <strong>potrebbe significare l’ingresso in una spirale recessiva dai contorni talmente inquietanti da risultare addirittura difficili da immaginare.</strong></p>
<p><strong>Una classe dirigente illuminata dovrebbe cogliere invece la grande opportunità che la stabilità economica e finanziaria dell’area Euro ci offre per fare le riforme che l’economia attende da decenni.</strong></p>
<p><strong>In un mondo globalizzato</strong> (variabile fissa su cui l’Italia da sola e ancor meno se fuori da un contesto europeo) non ha possibilità di influire, <strong>la crescita si raggiunge attraverso un aumento della competitività reale del sistema che richiede prima di tutto un pensiero strategico, una visione per il Paese, un uso strategicamente pianificato della spesa e del fisco allo scopo di incentivare la produzione di reddito e posti di lavoro nei settori ad alto potenziale di sviluppo e disincentivare la rendita sia pubblica che privata colpendo le vaste aree di inefficienza della Pubblica Amministrazione e delle professioni, il drenaggio di risorse generato dalla criminalità e dalla corruzione, tutti elementi che rappresentano un freno allo sviluppo</strong>.</p>
<p>Lungi quindi da essere espressione dell’establishment e della destra liberale l’Euro è una moneta rivoluzionaria che premia le grandi socialdemocrazie competitive come Germania Olanda e Paese Scandinavi e punisce i Paesi iniqui immobili e conservatori che più hanno paura di cambiare se stessi, condannandosi ad un lento declino.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Dazi? Meglio il rispetto dei trattati commerciali</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 Apr 2018 15:08:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[#dazi]]></category>
		<category><![CDATA[Commercio]]></category>
		<category><![CDATA[Globalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[Trump]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Fabrizio Macrì &#160;  L’introduzione dei dazi L’amministrazione Trump ha annunciato l’introduzione di limiti tariffari all’importazione negli Stati&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Di Fabrizio Macrì</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em> </em><em>L’introduzione dei dazi</em></p>
<p>L’amministrazione Trump ha annunciato l’introduzione di limiti tariffari all’importazione negli Stati Uniti di acciaio e alluminio: i dazi ammontano rispettivamente al 25% nel settore dell’acciaio ed al 10% nel settore dell’alluminio.</p>
<p>La misura corrisponde ad una promessa elettorale fatta dal Presidente durante la vittoriosa campagna elettorale ai lavoratori americani dei settori industriali coinvolti che da anni soffrono la concorrenza dei paesi che producono a basso costo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Le cause</em></p>
<p>I dazi si propongono di limitare la concorrenza soprattutto cinese che avendo costruito negli ultimi anni una grande sovrapproduzione di acciaio e alluminio, ha generato un eccesso di offerta e quindi un calo generalizzato dei prezzi che colpisce soprattutto l’industria di base dei paesi ad alto costo del lavoro quale Nord America ed Europa occidentale. La Cina è il primo fornitore mondiale di acciaio con il 49% della produzione.</p>
<p>I dazi per ora esentano le importazioni dall’Area NAFTA ma colpiscono l’Europa, tra i maggiori fornitori mondiali del mercato americano.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Il paradosso americano</em></p>
<p>A ben guardare i danni generati dall’introduzione di questi dazi per l’economia americana rischiano di essere maggiori dei benefici attesi per 2 ragioni fondamentali:</p>
<ul>
<li>Il rischio di reciprocità laddove gli altri grandi mercati di destinazione delle merci americane decidano a loro volta di introdurre dei dazi che colpiranno l’export americano con un effetto recessivo sul PIL USA;</li>
<li>i settori protetti dai dazi rappresentano appena lo 0,5% del PIL americano e lo 0,7% dell’occupazione complessiva (87.000 persone), mentre gli altri settori industriali dell’economia USA che fanno uso di acciaio ed alluminio e che soffriranno di un aumento dei costi dovuto alla chiusura del mercato USA a forniture estere, sono molto più rilevanti sia in termini di ricchezza prodotta che di posti di lavoro generati. Uno dei settori più colpiti potrebbe essere l’automotive americano: lo stesso gruppo FCA che ha negli States il 60% della sua produzione si stima che avrà una riduzione dei suoi utili nell’ordine del 3,5% in conseguenza dell’introduzione dei dazi.</li>
</ul>
<p><em>Conseguenze sulle altre maggiori economie</em></p>
<p>Se dunque è vero che l’introduzione dei dazi potrebbe non avere l’effetto benefico sperato sull’economia americana, è anche probabile che non sia neanche l’opzione più efficace per colpire la Cina, che a detta di Trump, è il principale obiettivo della misura protezionistica.</p>
<p>La Cina infatti, nonostante per effetto della sua sovrapproduzione, sia il maggiore responsabile del calo dei prezzi in questi due settori, vende in USA circa 800.000 tonnellate di acciaio (appena l’1,4% del suo export mondiale di circa  72,4 Milioni), poca cosa rispetto ai 5 Milioni esportati in USA dall’Unione Europea di cui 500.000 tonnellate dall’Italia.</p>
<p>È prevedibile quindi una riduzione quantitativa di circa un milione di tonnellate dell’export europeo di acciaio e di 100.000 tonnellate dall’Italia (che si traduce in circa un miliardo di Dollari in meno in valore per il nostro export in USA). Una misura strabica quindi che concepita per colpire la CIna finisce per danneggiare gli alleati europei tra cui in modo significativo il nostro Paese.</p>
<p>Il rischio che queste misure protezionistiche possano danneggiare la crescita prodigiosa negli ultimi anni delle nostre esportazioni sul mercato americano è alto, soprattutto se queste misure si estenderanno anche ad altri settori come l’automotive e l’agroalimentare, in cui l’Italia eccelle sul mercato americano. L’Italia nel 2017 è diventato l’ottavo paese esportatore negli USA, superando la Francia ed ha aumentato il volume del proprio export nel Paese del 137% dal 2009 al 2017.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Concorrenza sleale </em></p>
<p>La radice del problema è la concorrenza sleale.</p>
<p>Il processo di apertura dei mercati promosso dagli USA a partire dagli anni ’90 ha consentito a molti paesi in via di sviluppo di crescere e uscire da condizioni di povertà assoluta, tuttavia le disparità di reddito, di regimi politici più o meno liberali e di quadri normativi sociali ed ambientali hanno messo in difficoltà i sistemi produttivi dei paesi più ricchi ed avanzati.</p>
<p>La Cina, oggetto delle attenzioni dell’amministrazione Trump, è l’esempio più lampante se non altro per via del suo peso economico, di come la concorrenza sleale si manifesti sui mercati internazionali. In Cina lo Stato gioca un doppio ruolo di regolatore e competitor attraverso la diffusa partecipazione dello stesso alla governance di imprese che attraverso sussidi pubblici competono a prezzi stracciati, con effetti distorsivi e di dumping sui mercati dei paesi più sviluppati come gli USA.</p>
<p>Effetti distorsivi hanno anche, da un lato l’imposizione dei cinesi sugli investitori industriali esteri dell’obbligo di trasferimento in Cina della proprietà intellettuale e dall’altro l’assenza di normative stringenti come nei paesi socialmente più sviluppati in tema di tutela dell’ambiente e dei diritti dei lavoratori.</p>
<p>La corsa all’apertura dei mercati ha prevalso insomma sull’esigenza di imporre a tutti il rispetto delle regole in primis del WTO, ispirate al principio della reciprocità.</p>
<p>L’esposizione delle economie dei paesi più ricchi ed avanzati alla concorrenza dei paesi industriali emergenti in queste condizioni di asimmetria, ha fortemente colpito i settori a più basso valore aggiunto la cui competitività è prevalentemente basata sul prezzo e non sugli innesti di tecnologia e know-how come nei settori ad alto valore aggiunto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Winners, losers e politiche economiche nella globalizzazione</em></p>
<p>Qui sta la causa della forte polarizzazione tra «winners» e «losers» della globalizzazione che si è manifestata in molti paesi occidentali, tra cui anche l’Italia e che ha creato un’ondata di malcontento tra le classi sociali di quanti (imprenditori, lavoratori e disoccupati) non hanno potuto cogliere le opportunità di crescita offerte dalla globalizzazione, ma al contrario ne sono stati danneggiati.</p>
<p>La rappresentanza politica di questo malcontento si esprime ora sulla scena internazionale attraverso le misure protezionistiche di Trump che, oltre ad avere un effetto macroeconomico paradossale, danneggiando settori ben più importanti sotto il profilo occupazionale dell’economia americana rispetto a quelli che si vuole proteggere, rischiano anche di innescare un circolo vizioso di reciproche restrizioni agli scambi commerciali tra paesi che avrebbero un effetto recessivo sull’economia globale.</p>
<p>Più efficace sarebbe, oltre all’adozione di misure sociali e di politica economica interna tese a diminuire la polarizzazione tra settori competitivi e settori esclusi dalla globalizzazione, una politica commerciale internazionale tesa a ristabilire la “sovranità” dei trattati internazionali obbligando i paesi contraenti al rispetto de loro principi fondanti e limitandone al massimo le violazioni. Mentre quindi appare legittima l’irritazione degli USA e degli strati sociali più deboli dei paesi occidentali per le conseguenze sociali della concorrenza sleale a livello globale, appare per ora poco efficace e miope la scelta di politica economica che ne consegue: l’imposizione dei dazi.</p>
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