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	<title>Elezioni USA 2020 Archivi &#8211; MondoDem</title>
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	<description>Laboratorio di Politica Internazionale</description>
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	<title>Elezioni USA 2020 Archivi &#8211; MondoDem</title>
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		<title>Dossier Nuova America &#8211; La politica di Biden e gli spunti per l‘Italia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Nov 2021 08:57:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Elezioni USA 2020]]></category>
		<category><![CDATA[Policy brief]]></category>
		<category><![CDATA[USA e Americhe]]></category>
		<category><![CDATA[Partito Democratico]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le reti di esperti, analisti e giornalisti di MondoDem e Jefferson-Lettere sull’America hanno deciso diunirsi per elaborare questo&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Le reti di esperti, analisti e giornalisti di MondoDem e Jefferson-Lettere sull’America hanno deciso di<br>unirsi per elaborare questo dossier a stelle e strisce.<br>L&#8217;amministrazione Biden ha dovuto fin da subito affrontare una grave crisi economica, sociale e anche democratica. Sebbene le crisi spesso obblighino a risposte di natura emergenziale, il Partito Democratico statunitense sta iniziando ad implementare una serie di provvedimenti elaborati all’interno della piattaforma.<br>Lo scopo di questo dossier è analizzare alcuni dei temi più scottanti per i Dem Usa, grazie alle competenze<br>degli esperti e delle esperte di MondoDem e Jefferson – Lettere sull’America. Nonostante le differenze di contesto e di cultura politica, pensiamo sia importante per i democratici e progressisti riflettere su analogie e differenze tra problemi e risposte americane e italiane.</p>


<a href="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2021/11/Dossier-Jefferson.pdf" class="pdfemb-viewer" style="" data-width="max" data-height="max" data-toolbar="bottom" data-toolbar-fixed="off">Dossier-Jefferson</a>
<p class="wp-block-pdfemb-pdf-embedder-viewer"></p>
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		<title>Biden sceglie Blinken, l’America riparte dall’Europa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Sofia Eliodori]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 Nov 2020 16:04:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Elezioni USA 2020]]></category>
		<category><![CDATA[Osservatori]]></category>
		<category><![CDATA[Anthony John Blinken]]></category>
		<category><![CDATA[Barack Obama]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Joe Biden]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Anthony John Blinken, classe 1962, è il futuro Segretario di Stato dell’amministrazione di Joe Biden che entrerà in&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Anthony John Blinken, classe 1962, è il futuro <strong>Segretario di Stato</strong> dell’amministrazione di Joe Biden che entrerà in carica dal <strong>20 gennaio 2021</strong>. Blinken, già Sottosegretario di Stato e poi Vice Consigliere per la Sicurezza Nazionale<strong> durante le due amministrazioni Obama</strong>, è un diplomatico di altissimo profilo ed è <strong>consigliere di Biden per la politica estera da tempo</strong>. La sua candidatura alla carica di Segretario di Stato si è rafforzata nel momento in cui si è iniziato a capire che Biden avrà probabilmente bisogno di qualche ‘Yea’ in più al Senato, dato che <strong>Blinken piace anche ai Repubblicani rimasti atlantisti</strong>, ma non solo. Biden l’ha scelto soprattutto per <strong>tre caratteristiche</strong>: 1) è il principale responsabile, con<strong> Jake Sullivan</strong>, dell&#8217;elaborazione della <strong>nuova politica estera internazionalista e multilaterale</strong> della nuova Amministrazione, definita una <strong><em>‘politica estera per la classe media’</em></strong>; 2) durante tutto il 2020 <strong>ha lavorato principalmente con i progressisti del partito democratico</strong> per elaborare questa nuova politica, ma è comunque gradito a tutte le aree del partito e oltre come; 3) ha <strong>un’impronta e una storia personale fortemente collegata all’Europa</strong>, dando un’idea chiara di quello che sarà l’orientamento di politica estera post-Trump. Inoltre, scegliendo Blinken, Biden vuole dimostrare continuità con l’amministrazione Obama, ma non diretta dipendenza (come avrebbe potuto sembrare se avesse scelto l’ex National Security Advisor Susan Rice). L’impressione che si vuole evitare di suscitare è che Biden intenda vivere nel passato o, peggio, che non voglia correggere la rotta rispetto ai passi falsi commessi durante l’era Obama: Blinken ha già avuto modo di dichiarare che il mondo non è quello di quattro anni fa, e su questo non si fa illusioni.</p>



<h5 id="la-leadership-usa-dovra-tornare-a-basarsi-sullue" class="wp-block-heading">La leadership USA dovrà tornare a basarsi sull’UE</h5>



<p>Uno degli aspetti più difficili della transizione sarà proprio quello delle <strong>relazioni internazionali degli USA</strong>. In questo settore, la transizione è stata anticipata dall’elaborazione della già menzionata nuova visione culturale e politica, un quadro teorico e programmatico reso pubblico con un articolo uscito su <strong>Foreign Affairs</strong>, a firma del futuro presidente: “<a href="https://www.foreignaffairs.com/articles/united-states/2020-01-23/why-america-must-lead-again" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Why America Must Lead Again</a>”. Si tratta di un ragionamento ad ampio spettro sui motivi per tornare al multilateralismo, accompagnati dalla descrizione programmatica degli obiettivi da raggiungere. Al centro di questo ragionamento c’è una forte <strong>presa di posizione anti-sovranista e antiautoritaria</strong>, atta a ribadire che il benessere economico e sociale degli Stati Uniti – da qui l’idea della politica estera “per la classe media” – si basa sulla capacità di leadership, e tale leadership non esisterebbe senza il <strong>multilateralismo e l’ideologia democratico-liberale</strong>. Tale leadership è basata sulle relazioni internazionali, la più importante delle quali è con l’Europa. Per Biden, l’intero sistema post Seconda Guerra Mondiale è basato sul fatto che la pace e la sicurezza nazionale degli Stati Uniti dipendono dal benessere e dalla stabilità del Vecchio Continente. Che si vada verso una maggiore autonomia strategica e militare europea, un rafforzamento delle istituzioni politiche comunitarie, o che si resti dove siamo, gli Stati Uniti hanno una sola carta forte da giocarsi – utile anche per tamponare contesti delicati come il Medio Oriente – che è quella di sostenere l’empowerment europeo, anche per riequilibrare il forte appoggio garantito ad Israele e Arabia Saudita. Questo nuovo focus verrà bilanciato dalla presenza di <strong>Linda Thomas-Greenfield come ambasciatrice alle Nazioni Unite</strong>, che ha una lunga esperienza come specialista di area africana, il cui compito sarà sicuramente quello di insidiare le strategie di Pechino in chiave multilaterale.</p>



<h5 id="competizione-con-la-cina" class="wp-block-heading">Competizione con la Cina</h5>



<p>Il contesto forse più mutato in questi anni è quello <strong>asiatico</strong>, dove Obama aveva puntato ad allargare la propria influenza contenendo l’ascesa del colosso cinese (esempio più noto è l’accordo di Trans-Pacific Partnership). L&#8217;ex Presidente aveva anche aperto a<strong> Xi Jinping</strong> i consessi internazionali più importanti, al fine di ‘socializzare’ la Cina con il normativismo liberale e democratico. Pechino aveva risposto approfittando delle aperture di Obama e successivamente della <strong>chiusura imposta da Trump</strong> e della perdita della capacità di leadership degli Stati Uniti, tanto da spingerli ad abbandonare istituzioni strategiche come l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS).</p>



<p>Oggi questa partita con la Cina – soprattutto la partita commerciale &#8211; si gioca da un’altra parte: <strong>l’Europa</strong>. Dopo decenni in cui l’eurocentrismo è decisamente passato di moda, per gli Stati Uniti sembrerebbe ora vitale difendere il proprio primato politico, diplomatico e militare con gli alleati europei, relazione in cui la Cina ha iniziato a insediarsi. La competizione con la Cina continuerà a definire il futuro degli Stati Uniti, ma <strong>la leadership degli Stati Uniti non si fonda solo sull’egemonia militare ma sulla capacità di costruire e consolidare alleanze</strong>. Alleanze fortemente minate dai quattro anni di America First.</p>
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		<title>Il punto sulle Elezioni Presidenziali USA2020 a cento giorni dal voto</title>
		<link>https://www.mondodem.it/2136/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Sofia Eliodori]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Jul 2020 11:28:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Elezioni USA 2020]]></category>
		<category><![CDATA[USA e Americhe]]></category>
		<category><![CDATA[Biden]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni USA]]></category>
		<category><![CDATA[Trump]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Mancano poco più di tre mesi all’appuntamento elettorale più atteso di quest’anno: le elezioni presidenziali americane che si&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Mancano poco più di tre mesi all’appuntamento elettorale più atteso di quest’anno: le elezioni presidenziali americane che si terranno il 3 di novembre. Sebbene molti sondaggi nazionali attribuiscano un vantaggio al candidato democratico Joe Biden, la strada è ancora lunga. La crisi ha reso necessario un cambio di strategia per Donald Trump, che ha degradato il suo <em>campaign manager</em> Brad Parscale per dar spazio Bill Stepien. Dall’altro lato Biden si trova a pochi passi dal rendere pubblica la decisione più cruciale, quella della donna che gli sarà accanto nel ticket presidenziale.</p>



<p><strong>Donald Trump alla prova per la rielezione</strong></p>



<p>Come noto, nel 2016 Donald Trump vinse di misura contro Hillary Clinton grazie soprattutto ad alcuni <em>swing states</em> che l’<em>incumbent</em> mira a riconquistare a novembre. Come noto, i sondaggi effettuati a livello nazionale vanno presi con estrema cautela perché, seppur sintomo di un andamento generale positivo per i <em>Democrats</em>, possono essere un semplice specchietto per le allodole, come alla precedente tornata contro la favorita Clinton. The Donald paga lo scotto della pandemia col suo elettorato. Il Presidente Trump ha evitato di imporre misure sanitarie a livello federale, delegando gran parte della gestione ai singoli stati, questa mancanza di responsabilità è stata aggravata da un atteggiamento di malcelata sottovalutazione emerso soprattutto durante i coronavirus <em>brifieng</em>. Dichiarazioni controverse su cure non sperimentate o sospetti sulla provenienza del virus, il lungo rifiuto di indossare la mascherina ed interrompere gli eventi pubblici, hanno lasciato spazio ad un Trump più circospetto dopo il fallimento della <a href="https://www.mondodem.it/analisi-in-pillole/il-pelo-uovo-di-colombo/">Convention di Tulsa</a>. Improvvisamente, per il Presidente, chi indossa la mascherina è un patriota mentre la Convention Repubblicana di Jacksonville non s’ha da fare. Il rischio, cinicamente, è anche quello di perdere i pensionati della Florida che lo sostenerono quattro anni fa.</p>



<p>Ma sono anche altri i temi che bollono in pentola già da qualche mese. Il primo è quello del razzismo sistemico collegato alle riforme della polizia, il secondo è quello della Cina sempre più nel mirino della presidenza. La condotta degli affari internazionali da parte di Trump ha un indice di gradimento scarso (<a href="https://www.realclearpolitics.com/epolls/other/president_trump_job_approval_foreign_policy-6183.html">disapprove al 55% per RCP</a>) perciò, oltre alla legittima difesa degli interessi economici e geopolitici degli USA, dietro questa levata di scudi contro Pechino sembrano esserci motivazioni molto più elettoralmente prosaiche. Bisogna vedere quanta pressione la Repubblica Popolare Cinese sia disposta a sopportare considerato che, a Xi Jinping, nonostante le apparenze potrebbe fare persino comodo che resti in carica Donald Trump, soprattutto perché il disimpegno multilaterale di Washington ha concesso margini di manovra. Non si escludono colpi di scena più eclatanti da parte di Donald Trump per catalizzare l’attenzione in vista dell’appuntamento elettorale.</p>



<p><strong>La corsa Dem è sempre in salita</strong></p>



<p>La corsa per i Democratici è sempre in salita, questo non bisogna dimenticarlo neppure quando i sondaggi sembrano parlare chiaro: +9 nella media nazionale di RealClearPolitics.com<a href="#_ftn1"><sup>[1]</sup></a>.&nbsp; Per Joe Biden la strategia emergerà quando sarà svelato il nome della running-mate che lo accompagnerà nella sfida a Trump.</p>



<p>Le incognite sembrano ancora troppe e il momento poco propizio, dato che l’annuncio dovrebbe far focalizzare i media sulla campagna democratica mentre al momento ci sono altre questioni chiave nel mirino, come gli scontri tra manifestanti e polizia a Portland o l’aumento di casi Covid in Florida. Sappiamo che la VP sarà donna ma nelle settimane trascorse, con la <a href="https://www.mondodem.it/osservatori/elezioni-usa-2020/la-corsa-alla-vicepresidenza-tutte-le-candidate-di-biden/">lista delle aspiranti che si allungava</a>, la figura che dovrà accompagnare l’ex Vice di Obama ha assunto le forme di una chimera.</p>



<p>La candidata perfetta, che sembra non esistere in natura, dovrebbe avere alcune caratteristiche: ad oggi l’elettorato si aspetta che sia di colore, anche se al contempo dovrebbe attrarre il voto delle casalinghe bianche dei suburbia; dovrebbe essere piuttosto giovane, ma aver accumulato abbastanza esperienza a Capitol Hill, in modo da essere per Biden una solida spalla e una futura candidata forte alla presidenza; dovrebbe essere un volto riconoscibile a livello nazionale ma mantenere un solido legame con il territorio di provenienza, magari proprio uno swing state; dovrebbe piacere ai giovani e alle minoranze, ma non essere troppo progressista. Si capisce che, almeno tra i nomi che sono stati fatti finora, nessuna candidata possieda tutte queste caratteristiche e che quindi, a seconda di quale sarà la scelta si capirà più chiaramente la strategia democratica. Alcuni danno per favorita la senatrice Kamala Harris, che però sembra penalizzata dal non aver costruito un buon rapporto con Biden in questi mesi. L’attesa si fa trepidante, soprattutto perché in gioco c’è il futuro della politica globale. Far crescere l’entusiasmo del proprio elettorato, ma anche semplicemente far registrare le persone al voto, non sarà semplice per i democratici costretti ad una Convention Online tra il 17 e il 20 agosto. Le carte saranno presto svelate, mentre il mondo resta a guardare, col fiato sospeso.</p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<p><a href="#_ftnref1"><sup>[1]</sup></a> Dato riferito al 27 luglio 2020 nella media dei sondaggi nazionali General Election Trump vs Biden, <a href="https://www.realclearpolitics.com/epolls/2020/president/us/general_election_trump_vs_biden-6247.html">https://www.realclearpolitics.com/epolls/2020/president/us/general_election_trump_vs_biden-6247.html</a></p>
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		<title>La corsa alla Vicepresidenza – Tutte le candidate di Biden</title>
		<link>https://www.mondodem.it/1978/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Edoardo Maggi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 01 May 2020 14:53:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Elezioni USA 2020]]></category>
		<category><![CDATA[Osservatori]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni USA]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Mancano pochi mesi al 3 novembre 2020, quando sarà eletto il 46° Presidente degli Stati Uniti d’America. Joe&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Mancano pochi mesi al 3 novembre 2020, quando sarà eletto il<strong> 46° Presidente degli Stati Uniti d’America</strong>. Joe Biden sfiderà Donald Trump, ma ci manca ancora un tassello fondamentale per completare la cornice: <strong>la scelta del vicepresidente</strong>, figura che ricopre un importante ruolo a livello costituzionale –(presiede le sedute del Senato ed è primo nella linea di successione presidenziale) e a livello politico, soprattutto in questo momento. Presidente e vice vengono infatti eletti congiuntamente: sbagliare la scelta del nome per il ticket elettorale potrebbe compromettere seriamente le chances di vittoria.</p>
<h5 id="le-nove-possibilita-di-joe-biden">Le nove possibilità di Joe Biden</h5>
<p>Trump sembra intenzionato a riconfermare il suo attuale vice <strong>Mike Pence</strong>,. mentre Biden non ha ancora sciolto la riserva sul nome che lo affiancherà nella corsa. L’ex numero due di Obama ha però annunciato che il suo running mate sarà una <strong>donna</strong>. Nove sono i nomi in lizza per la nomination: le senatrici e già ex candidate democratiche alla presidenza<strong> Kamala Harris</strong> (Senatrice della California), <strong>Amy Klobuchar</strong> (Senatrice del Minnesota) ed Elizabeth Warren (Senatrice del Massachusetts), le governatrici del New Mexico <strong>Michelle Lujan Grisham</strong> e del Michigan <strong>Gretchen Whitmer</strong>, <strong>Catherine Cortez Masto</strong> (Senatrice del Nevada), <strong>Tammy Baldwin</strong> (Senatrice del Wisconsin), <strong>Tammy Duckworth</strong> (Senatrice dell’Illinois) e l’ex candidata governatrice della Georgia <strong>Stacey Abrams</strong>.</p>
<p>La scelta terrà conto di due fattori importanti: <strong>l’età e l’esperienza politica</strong>. Se eletto, Biden diventerebbe il Presidente più anziano della storia degli USA e i suoi 78 anni a novembre potrebbero rendere difficile una riconferma per un secondo mandato. In più, proprio in vista della nomination del 2024, l’ex senatore del Delaware ha espresso la volontà di dare spazio a giovani donne del Partito altamente qualificate, in grado di poter guidare il paese nel prossimo futuro.</p>
<h5 id="le-caratteristiche-principali-delle-candidate">Le caratteristiche principali delle candidate</h5>
<p>Tuttavia, basare questa scelta solamente su criteri anagrafici potrebbe avere delle ripercussioni negative. In base all’età verrebbero eliminate dalla competizione figure di valore come Baldwin, Klobuchar, Whitmer e la stessa Warren, tutte provenienti dal Mid West, importante bacino elettorale con Stati come il Michigan che i democratici devono assolutamente cercare di riconquistare se vogliono avere chances di vittoria. In questo senso Biden potrebbe guardare a Tammy Duckworth. 56 anni, sarebbe la prima statunitense di <strong>origine asiatica</strong> ad essere candidata alla carica di vicepresidente, ed anche la <strong>prima disabile</strong> (a causa di una ferita di guerra). Duckworth ha alle spalle una notevole esperienza politica: prima donna veterana insieme a Tulsi Gabbard ad essere eletta al Congresso, è stata Rappresentante alla Camera per lo Stato dell’Illinois, di cui è attualmente senatrice.</p>
<p>La preferenza di Biden potrebbe ricadere anche su una candidata esponente delle <strong>minoranze etniche statunitensi</strong>, visto il grande ruolo che giocheranno alle urne. Kamala Harris sarebbe una scelta quasi obbligata. Amica di Beau Biden, conosciuta a livello nazionale, Harris ha recentemente incassato le congratulazioni di Joe Biden per aver guidato un’ottima campagna elettorale. Potrebbe però essere penalizzata dal fatto che il suo Stato, la California, è saldamente democratico, dunque le si potrebbe preferire una figura in grado di contribuire alla vittoria in uno swing state.</p>
<p>Lujan Grisham e Cortez Masto, entrambe con radici che affondano nella minoranza <strong>ispano-americana</strong>, che sta crescendo a ritmi molto elevati, hanno buone carte da giocare. Michelle Lujan Grisham, 60 anni, è considerata tra le migliori politiche di origini ispano-americane del Paese e per molti anni ha rappresentato politicamente un’area sempre più importante degli USA, il sud-est. Catherine Cortez Masto è attualmente la Presidente designata alla guida del Comitato che si occupa delle campagne elettorali per le elezioni del Senato. A spingere per la sua candidatura c’è Harry Reid, ex leader della maggioranza al Senato, i cui suggerimenti potrebbero persuadere il vecchio amico e collega Biden.</p>
<p>Giovane, prima afroamericana ad essere sia candidata dal Partito Democratico alla carica di Governatrice della Georgia, Stacey Abrams gode di una buona visibilità e supporto a livello nazionale: <strong>nel 2019 è stata lei a rispondere al discorso sullo Stato dell’Unione pronunciato da Trump</strong>. Ma il più grande ostacolo alla sua candidatura è la poca esperienza politica. Biden su questo è stato molto chiaro, la figura che vuole al suo fianco deve essere in grado di ricoprire una posizione delicata in cui la poca preparazione si paga cara.</p>
<h5 id="il-futuro-del-paese-e-del-partito">Il futuro del Paese e del Partito</h5>
<p>Nei prossimi giorni potrebbero salire le quotazioni di esponenti politiche che hanno mantenuto fino ad ora un profilo basso, come l’attuale sindaca di Atlanta <strong>Keisha Lance Bottoms</strong>. In più, non devono essere sottovalutate le chances di <strong>Michelle Obama</strong>. Seppur abbia in più occasioni ribadito che non intende candidarsi per nessuna carica, il suo nome continua ad essere tenuto in considerazione. L’ex First Lady gode non solo della massima stima da parte di Joe Biden, ma anche di un alto grado di apprezzamento tra l’elettorato democratico e quello indipendente. Con Obama al fianco di Biden, inoltre, le chances di rielezione per Trump crollerebbero considerevolmente.</p>
<p>Biden, dunque, si trova davanti ad una scelta che avrà <strong>notevoli conseguenze</strong>: in ballo non c’è solo una campagna elettorale, ma anche il futuro del Paese e del Partito. In caso di vittoria democratica alla fine dell’anno, la prossima vicepresidente potrà iniziare fin da subito a preparare il terreno per le elezioni del 2024. Con Biden fuori dai giochi per motivi anagrafici, la strada alla possibile elezione di una donna al campidoglio potrebbe risultare meno difficoltosa.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1978/">La corsa alla Vicepresidenza – Tutte le candidate di Biden</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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		<title>Due perdenti fanno un vincitore? &#8211;  Le primarie Dem dopo il Super Tuesday</title>
		<link>https://www.mondodem.it/1854/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Sofia Eliodori]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Mar 2020 17:55:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Elezioni USA 2020]]></category>
		<category><![CDATA[Osservatori]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni USA]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Con il raggiungimento della maggioranza relativa in 10 dei 14 Stati in ballo nel Super Tuesday, l’ex Vicepresidente&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1854/">Due perdenti fanno un vincitore? &#8211;  Le primarie Dem dopo il Super Tuesday</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Con il raggiungimento della maggioranza relativa in 10 dei 14 Stati in ballo nel Super Tuesday, l’ex Vicepresidente Joe Biden ha acquisito un sostanzioso numero di delegati per la Convention di luglio. Biden  e Bernie Sanders sembrerebbero ormai aver coagulato intorno a loro, rispettivamente, il campo moderato e quello più  di sinistra dell&#8217;elettorato Democratico.</p>



<h5 id="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-1325b816" class="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-1325b816" style="color:#000000;font-style:normal;text-transform:none"><span id="lanalisi-dei-risultati">L&#8217;analisi dei risultati</span></h5>



<p>Analizzando le percentuali emergono però due elementi che
suggeriscono che non sia ancora così. Il primo è che, sebbene il campo dei
contendenti si sia notevolmente ristretto, Biden e Sanders raramente superano
il 50% dei consensi negli Stati in cui vincono. Le loro sono, dunque, maggioranze
relative.</p>



<p>Il secondo elemento sono gli altri due candidati che, dopo aver partecipato con risultati deludenti al Super Tuesday, si sono ritirati: Mike Bloomberg ed Elizabeth Warren. Sia l’uno che l’altra erano stati additati dai rispettivi fronti di appartenenza come l’unico ostacolo verso l&#8217;affermazione, rispettivamente, di Biden e Sanders. Anche con il loro ritiro, però, i due candidati favoriti stentano ad ottenere la maggioranza. Il problema non erano quindi le due candidature “di disturbo&#8221;, ma il fatto che né Biden né Sanders hanno convinto a pieno l’elettorato democratico. Anzi, ancora peggio: non convincono a pieno neppure la propria area di riferimento all’interno dell’elettorato democratico.</p>



<p>Da qua scaturisce la domanda provocatoria: due “perdenti”, e
utilizziamo il termine in modo letterale, fanno un vincitore? Come fu per
Hillary Clinton nel 2016, sia Sanders sia Biden hanno già tentato la corsa alla
presidenza, il primo andandoci vicino alla scorsa tornata mentre il secondo ben
due volte, nel 1988 e nel 2008, qualificandosi a malapena. Onestamente, guardando
questi due ottantenni si può dire tutto tranne che siano sulla breccia
dell’onda o all’apice del loro successo politico. Anzi. Entrambi rappresentano
due esperienze, due approcci essenziali all’identità del Partito Democratico,
ancora irrisolti ma sbiaditi. E se, come si sta delineando nelle ultime ore,
Biden riceverà la nomination, servirà uno sforzo collettivo per superare queste
divisioni.</p>



<p>Non basta che gli altri candidati si siano ritirati: l’elevato livello di frammentazione, soprattutto all’interno del fronte moderato del partito, è una condizione profonda, che non va via con un colpo di spugna. Tale frammentazione potrebbe risultare  da un dubbio insinuatosi nei Democratici americani: questi due approcci antitetici, che abbiamo già visto andare in scena e confliggere quattro anni fa, sono poi così produttivi? Eppure, se si dovesse arrivare alla Convention Dem &#8211; a Milwaukee il 13 luglio – con un testa a testa Biden/Sanders, saremmo allo stesso esatto punto di allora. Con la differenza che gli elettori di Sanders si sono già turati il naso una volta per votare Hillary Clinton (e forse nemmeno tutti sono riusciti a farlo) e stavolta rivendicano per sé il diritto di dimostrare nelle urne di avere ragione. Anche il tema della contesa sembra essere sempre lo stesso, ossia: si può battere Trump andando a scalfirne il voto moderato oppure si batte Trump sottraendogli il voto di protesta, dei poveri e degli esclusi?</p>



<h5 id="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-15670662" class="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-15670662" style="color:#000000;font-style:normal;text-transform:none"><span id="una-fastidiosa-sensazione-di-deja-vu">Una fastidiosa sensazione di dejà vu </span></h5>



<p>L’altro nodo che deve affrontare il Partito Democratico
americano è quella fastidiosa sensazione di dejà vu, che non va sottovalutata. Abbiamo
già visto Bernie Sanders scagliarsi contro l’establishment del partito,
incarnato quattro anni fa da Hillary Clinton. A parte qualche iniezione di
consenso giovanile sostenuta ad esempio dall’endorsement di Alexandria Ocasio
Cortez, il senatore del Vermont ripropone oggi una campagna simile alla
precedente, ma con un sostegno ridotto. Certamente, gli elettori di Sanders
sono molto motivati, ma l’entusiasmo che li guida sembra aver subito una
diminuzione nella capacità di contagio. L’astio nei confronti di Warren ne è un
chiaro sintomo. Sanders ha affermato che sebbene il fronte democratico sia
diviso su tante questioni, sa perfettamente che queste differenze non sono
nulla in confronto a quelle con Trump. Ma l’impressione è che il suo elettorato
sia d’accordo solo in parte.</p>



<p>Dall’altro lato, l’ex Vicepresidente di Obama è stato considerato
il candidato di punta &#8211; avanti nei sondaggi per tutto il 2019- ma la realtà è
che Biden non ha mai convinto granché, aggirandosi a lungo attorno al 30% delle
preferenze o anche meno. La vittoria in South Carolina lo ha ringalluzzito per
il Super Tuesday, proiettandolo di nuovo alla guida del fronte moderato del
partito. Ma il fatto stesso che il fronte moderato del partito sia stato tanto
frammentato – vedi tra gli altri Buttigieg e Klobuchar – è sintomo della
fiacchezza della campagna di Biden. Per lui è stato un bene che la candidatura
di Bloomberg si sia sgonfiata molto velocemente, nonostante l’enorme capitale
investito dall’ex Sindaco di New York. Ora, è vero che le partite si possono
vincere anche ‘a tavolino’ se gli avversari si ritirano, ma è chiaro che non
sia proprio la stessa cosa di vincerle sul campo. Si ha ancora tutto da
dimostrare, e per Biden è così.</p>



<p>È inevitabile pensare che riproponendosi la polarizzazione
interna tra voto moderato e voto radicale, la corsa alla Casa Bianca potrebbe
farsi spiacevole per i Dem. Nel frattempo il Presidente Donald Trump, dopo aver
insultato anch’egli la Warren, ha reso noto che preferirebbe battersi contro
Bernie Sanders. La notizia emerge dopo mesi in cui le indiscrezioni avevano
fatto trapelare esattamente l’opposto, ovvero che Trump fosse preoccupato della
spinta ‘populista’ del Senatore del Vermont. Anche questa informazione può
essere letta in due modi opposti: potrebbe trattarsi della classica strategia
di psicologia inversa oppure un’ostentazione di sicurezza, perché si crede di
avere trovato il nervo scoperto dell’avversario. Nel frattempo ha già pronta in
mano la retorica contro Biden, fondata essenzialmente sul dargli del vecchio
rincoglionito. Resta il fatto che con il buco nell’acqua dell’impeachment e
queste primarie zoppicanti – ricordiamo l’epica figuraccia del conteggio dei
voti dei caucus in Iowa – il Presidente Trump sale nei sondaggi mentre i
democratici arrancano. Di sicuro sappiamo che per battere Donald Trump, già
ampiamente sottovalutato quattro anni fa, ci vuole ben più di così.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1854/">Due perdenti fanno un vincitore? &#8211;  Le primarie Dem dopo il Super Tuesday</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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		<title>Elezioni USA 2020: le difficoltà che devono affrontare i Democratici</title>
		<link>https://www.mondodem.it/1836/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Edoardo Maggi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Feb 2020 16:04:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Elezioni USA 2020]]></category>
		<category><![CDATA[USA e Americhe]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni USA]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le primarie Democratiche per la nomination del candidato o della candidata Presidente, chiamati a battere Donald Trump il&#8230;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Le primarie Democratiche per la <em>nomination</em> del candidato o della candidata Presidente, chiamati a battere Donald Trump il prossimo 4 novembre, entrano nel vivo. Dopo il passaggio elettorale nei primi tre Stati – Iowa, New Hampshire e Nevada – vengono alla luce i rapporti di forza tra i pretendenti alla vittoria, che rispecchiano l’accentuata frammentazione non solo all’interno del Partito, ma anche tra i suoi votanti. &nbsp;L’elettorato democratico appare saldamente diviso in due blocchi che si tengono testa: da un lato spicca l’elettorato vicino a posizioni più radicali, dall’altro quello che fa riferimento al campo moderato. Quest’ultimo è da sempre la porzione più numerosa dell’elettorato Democratico, la “pancia” con cui ogni candidato deve fare i conti: rappresentarne gli interessi all’interno del proprio programma politico può contribuire in maniera decisiva alla vittoria. &nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



<h5 id="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-da03a018" class="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-da03a018" style="color:#000000;font-style:normal;text-transform:none"><span id="liter-dietro-la-campagna-elettorale">L&#8217;iter dietro la campagna elettorale</span></h5>



<p>La campagna elettorale per l’elezione del
Presidente degli Stati Uniti è solo l’ultima parte di un processo politico ben
più lungo, più complesso e strutturato. Prima di ricevere l’investitura nelle
Convention e vincere la <em>nomination</em> presidenziale, i candidati Democratici
e Repubblicani devono passare attraverso le primarie: una elezione pubblica
vera e propria, regolata dalle leggi dei singoli Stati, che con il tempo è
diventata un sistema istituzionalizzato, in cui i vari livelli governativi
collaborano con i partiti, e per cui esistono fondi pubblici dedicati.</p>



<p>Come ogni elezione che ha una sua propria strategia, anche nelle primarie statunitensi i candidati e le candidate si attengono a regole non scritte. Seguirle può fare la differenza tra ottenere la nomination oppure no.</p>



<h5 id="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-048d14e1" class="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-048d14e1" style="color:#000000;font-style:normal;text-transform:none"><span id="le-regole-nelle-primarie-democratiche">Le regole nelle primarie Democratiche</span></h5>



<p>Normalmente, durante le primarie Democratiche, i candidati e le candidate ambiscono a ricevere il sostegno della maggioranza dell’elettorato di riferimento – con l’accortezza di non apparire estremisti. Solo dopo aver ottenuto la candidatura, convergono verso un’area più moderata di elettori Democratici, che è indispensabile convincere se si vogliono avere chances di vittoria. Ne sono sempre stati consapevoli anche Sanders e Warren, con le loro proposte radicali su molti temi centrali che saranno poi il terreno di scontro nella battaglia per la Casa Bianca. Vi è poi un’altra regola non scritta che riguarda il linguaggio politico di chi si candida alla nomination. È importante, infatti, dirsi portatori di una “nuova” idea di politica che prevede lo scardinamento del ruolo centrale e decisivo giocato da Washington, descritto come distante luogo di perdizione burocratica asservito agli interessi privati, all’interno del processo decisionale statunitense. Persino Buttigieg, ad ora uno dei candidati di punta del fronte moderato, non esita a sostenere che la sua elezione apporterà una nuova visione della politica nazionale, nella quale non sia solamente Washington a decidere come affrontare le sfide attuali e future, ma l’intero Paese. &nbsp;</p>



<p>Nel campo Democratico, rispettare queste regole contribuisce allo spostamento di attivisti e i militanti del partito su posizioni più radicali. A questo proposito, non è un caso che nei primi due appuntamenti importanti Sanders, considerato da sempre il candidato più radicale – e l’unico autodefinitosi socialista &#8211; abbia notevolmente distaccato Warren, l’altra candidata che contende al Senatore del Vermont il voto dell’ala sinistra del Partito. Dall’Iowa, dal New Hampshire e dal Nevada sembra però emergere una risposta chiara: tra il socialismo di Sanders e Warren, l’elettorato di sinistra non ha dubbi: se di sinistra, che sia radicale. </p>



<h5 id="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-7f18fa24" class="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-7f18fa24" style="color:#000000;font-style:normal;text-transform:none"><span id="riflessioni-su-pete-buttigieg">Riflessioni su Pete Buttigieg</span></h5>



<p>La grande performance di Pete Buttigieg, invece,
ci impone due riflessioni da tenere in considerazione. La prima è che anche
l’ala moderata del Partito chiede un vento di rinnovamento, che aggiorni le
istanze classiche del centrismo democratico e che allo stesso tempo riesca a
compattare i <em>democrats</em>. La vittoria di Buttigieg nel <em>caucus</em>
dell’Iowa e l’ottimo risultato in New Hampshire chiariscono la doppia anima
dell’elettorato democratico: quello socialista e anticapitalista da un lato e
quello più liberal e unitario dall’altro. La seconda è che la vittoria per la
leadership democratica passa attraverso la conquista del voto moderato. I voti
ottenuti fino ad ora dai centristi Buttigieg, Amy Klobchar e Biden – senza
contare il ruolo che giocherà Micheal Bloomberg, la cui candidatura sarà messa
alla prova solo nel <em>Super Tuesday </em>di marzo – se sommati superano il 50%
e disegnano un fronte moderato frammentato ma comunque maggioritario, a cui si
contrappone un’ala sinistra minoritaria, al momento ferma al 35%, se alla
percentuale di Sanders, sempre più forte nella sua area di riferimento, si
aggiunge quella di Warren.</p>



<p>I Democratici hanno maggiori possibilità di raggiungere fasce più ampie della popolazione rispetto a Donald Trump, che però può contare su un elettorato molto più compatto. Le dure contrapposizioni che si registrano nel Partito Democratico possono compromettere il risultato finale. La battaglia più dura si combatte sulla riforma del sistema sanitario. Sanders ha fatto del <em>Medicare for All</em> la punta di diamante del suo programma elettorale, a cui Buttigieg contrappone il suo <em>Medicare for All Who Want It</em>, che protegge e non modifica il ruolo delle assicurazioni private, che invece verrebbero completamente abolite nel piano del Senatore del Vermont. Anche Klobuchar e Biden hanno espresso la loro netta contrarietà ad uno stravolgimento totale del sistema sanitario. La senatrice del Minnesota punta ad attrarre, oltre che gli elettori indecisi e i Repubblicani spaventati da Trump, anche i non iscritti al Partito Democratico che vedono in Sanders l’agitatore di una rivoluzione socialista, che punta alla decostruzione e al rovescio del sistema-paese statunitense. </p>



<h5 id="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-76851734" class="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-76851734" style="color:#000000;font-style:normal;text-transform:none"><span id="le-questioni-da-affrontare-dopo-le-primarie">Le questioni da affrontare dopo le primarie</span></h5>



<p>Chi vincerà le primarie democratiche avrà due
importanti questioni da affrontare e risolvere, da cui dipende la vittoria
contro Donald Trump. Sarà importante convincere il maggior numero di moderati,
facendo convergere i contenuti dei programmi elettorali verso posizioni meno
radicali, mentre ricoprirà un ruolo fondamentale il comportamento dei
democratici il giorno delle elezioni presidenziali: la candidata, o il
candidato, sarà in grado di tenere unito il Partito, e dunque anche
l’elettorato?</p>



<p>Cosa potrebbero imparare i Democratici italiani
dall’esperienza delle Primarie statunitensi? È ancora troppo presto per
elaborare un’analisi valida e dettagliata, tuttavia si possono sicuramente
avanzare delle ipotesi.</p>



<p>La compattezza che il Partito Repubblicano mostra
nei confronti di Donald Trump può essere paragonata alla coesione della Lega
intorno al suo leader Matteo Salvini. Questa solidità si contrappone, negli
USA, al sottile strato di incertezza che aleggia sulle Primarie Democratiche,
mentre in Italia, alla continua frammentazione del campo progressista, che
contribuisce alla perdita di fiducia e di consenso. Se nelle tornate elettorali
i partiti che fanno capo al centro-sinistra si presentano divisi, le
possibilità di vittoria della destra aumentano. Questo vale sia in Italia, dove
le recenti elezioni regionali in Emilia-Romagna ci hanno dimostrato che l’unico
argine alla destra è un centro-sinistra compatto, e sia negli USA dove, grazie
anche ad un sistema elettorale maggioritario, un Partito Democratico non coeso
intorno al candidato presidente renderebbe più facile alla politica di Trump di
conquistare di nuovo la Casa Bianca. &nbsp;&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1836/">Elezioni USA 2020: le difficoltà che devono affrontare i Democratici</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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		<title>Iowa caucus &#8211; inizia la corsa Dem alla presidenza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Sofia Eliodori]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 Feb 2020 16:22:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Elezioni USA 2020]]></category>
		<category><![CDATA[USA e Americhe]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni USA]]></category>
		<category><![CDATA[Iowa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sta per aprirsi la settimana più importante dell’anno per la democrazia americana. Anzi, a dire il vero si&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Sta per aprirsi la settimana più importante dell’anno per la democrazia americana. Anzi, a dire il vero si è già aperta ieri. Domenica 2 febbraio si è svolto l’evento mediatico che ogni anno raccoglie quasi cento milioni di telespettatori, il Super Bowl. Oggi, lunedì 3, si terranno i primi caucus in Iowa. Martedì 4 il Presidente Donald Trump terrà l’annuale discorso sullo “stato dell’unione”. Il giorno dopo, mercoledì, si arriverà alla conclusione dell’impeachment lampo, con il voto del Senato che, verosimilmente, assolverà Trump da ogni accusa per l’Ucrainagate. </p>



<p>Il Super Bowl, tradizionale appuntamento del
football americano, da tempo trascende l’ambito sportivo. Quest’anno è apparsa
sugli schermi anche una sfida politica che ha visto come protagonisti il
Presidente Trump e il candidato democratico Michael Bloomberg. Quest’ultimo sta
conducendo una campagna elettorale del tutto peculiare, decidendo di non
presentarsi in Iowa ma di investire milioni di dollari, entrando per 60 secondi
nelle case di tutti gli americani. L’Iowa, il piccolo stato del midwest degli
USA, è teatro del primo cruciale round delle primarie democratiche in una
formula unica nel suo genere: i caucus. Da cinquant’anni, i candidati Dem
iniziano la corsa alla Casa Bianca da questi raduni. I caucus sono aperti solo
agli elettori democratici, e non a tutti i cittadini come invece avviene nelle
primarie normali. A dispetto dell’assenza di Bloomberg – un azzardo strategico
– quest’anno i caucus saranno particolarmente affollati. Nei palazzetti dello
sport, nelle scuole e nei circoli culturali di tutto l’Iowa si voterà in due
turni. Al primo turno si potrà scegliere il candidato preferito &#8211; la cosiddetta
<em>first choice</em> &#8211; tra: Joe Biden, Bernie Sanders, Elizabeth Warren, Pete
Buttigeg, Andrew Yang e Amy Klobuchar. Al secondo turno, gli elettori dei
candidati che non raggiungeranno il 15% delle preferenze dovranno optare per la
‘seconda scelta’. La cosa divertente è che il voto non solo sarà palese ma sarà
fisico, visibile. Infatti, le persone dovranno dividersi a gruppi raggiungendo
le bandierine che simboleggiano i candidati. Inoltre, tra un turno e l’altro
avverrà un dibattito, in cui si cercherà di convincere a convergere verso uno
dei sopravvissuti allo sbarramento. Spesso gli aspiranti presidente degli Stati
Uniti, giungono in persona nelle sezioni, fanno comizi, si mescolano e
conoscono il proprio elettorato, vengono invitati a cena dai militanti. In base
alle percentuali ottenute da ciascun candidato, ogni sezione eleggerà dei
delegati che insieme ai membri permanenti dell’assemblea nazionale (i
“superdelegati”) nomineranno a luglio il vincitore/la vincitrice delle
primarie. </p>



<p>Il percorso delle primarie statunitensi è
lungo e complicato. Ogni Stato ha le sue regole, e qualcuno elegge i delegati
con i caucus mentre altri con primarie aperte a tutti. Ad ogni tornata vengono
introdotti degli aggiustamenti ai regolamenti, che contribuiscono a rendere
ogni elezione diversa dalla precedente. Ancora non si sono spente le polemiche
sulle primarie del 2016 quando, all’assemblea nazionale Dem, il maggiore peso
dei cosiddetti “superdelegati” garantì la nomination a Hillary Clinton, che
però aveva ricevuto meno preferenze dai delegati “normali” rispetto a Bernie
Sanders. Quest’anno il numero elevato di candidati, nessuno dei quali in netto
vantaggio rispetto agli altri, rende la corsa avvincente ma rischiosa. La
leadership diffusa dentro al Partito Democratico americano è frutto della
traumatica sconfitta contro Donald Trump. La polarizzazione tra Clinton e
Sanders spaccò il partito tra due aree, una più moderata l’altra più radicale.
Sanders ha avuto tempo per riorganizzare le proprie truppe in questi anni,
avvicinandosi soprattutto ai più giovani come Alexandria Ocasio Cortez e
diventando il candidato preferito tra gli under 30. Hillary si è ritirata,
lasciando dietro di sé rimpianti e rancori ancora non sopiti. Joe Biden, ex
vice di Obama &#8211; che è al secondo tentativo per la presidenza &#8211; si è candidato a
rappresentare i moderati, ma non convince fino in fondo. Lo scontro più atteso
di stasera è proprio quello fra Sanders e Biden, testa a testa nei sondaggi. In
molti però si chiedono se proseguire con un’ulteriore polarizzazione dentro al
partito sia una scelta vincente. Stasera capiremo se già tra gli elettori
democratici stia emergendo la necessità di trovare un candidato unitario, di
mediazione, magari premiando Warren o Klobuchar (che hanno ricevuto entrambe
l’endorsement del New York Times) o l’astro nascente Buttigeg. Insomma,
capiremo se tra i due litiganti il terzo gode.</p>



<p>Alla vigilia di questa prima sfida sul campo,
le carte sono ancora troppo mescolate per avere un quadro chiaro del caos Dem.
L’unica certezza è che il candidato da battere è Donald Trump, a tutti i costi,
e questa volta il partito non può permettersi di spaccarsi. </p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1819/">Iowa caucus &#8211; inizia la corsa Dem alla presidenza</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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		<title>Osservatorio USA 2020</title>
		<link>https://www.mondodem.it/1813/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Sofia Eliodori]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 Feb 2020 11:47:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Elezioni USA 2020]]></category>
		<category><![CDATA[Osservatori]]></category>
		<category><![CDATA[USA e Americhe]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni USA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le elezioni americane, che si terranno il 3 novembre 2020, avranno un riverbero internazionale anche più rilevante del&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1813/">Osservatorio USA 2020</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Le elezioni americane, che si terranno il 3 novembre 2020, avranno un riverbero internazionale anche più rilevante del solito. Con il primo mandato del Presidente Donald Trump, abbiamo assistito ad una progressiva ed inedita incrinatura nelle relazioni transatlantiche, tra dazi, un crescente opportunismo unilaterale Usa e, non da ultimo, il sostegno del Presidente statunitense alla Brexit. A novembre scopriremo se questo mandato avrà un seguito oppure se si dovrà ripartire da capo con un’altra storia, un altro percorso, una nuova presidenza democratica. </p>



<p>Per questi e molti altri motivi gli esperti di
MondoDem si avvicenderanno su queste pagine per analizzare aspetti del percorso
elettorale che servano da spunto di riflessione, da stimolo, per far circolare
nuove idee e progetti nel campo progressista italiano.</p>



<p>Il partito democratico americano, dopo una lunga fase
che potremmo definire &#8211; con un’espressione che conosciamo bene in Italia – di
“analisi della sconfitta”, sta attuando una strategia di massima pressione nei
confronti dell’avversario. Questa strategia include due assi principali: da un
lato l’impeachment, appena approdato in Senato, dall’altro la lunga corsa delle
primarie. I due strumenti sono utilizzati in maniera complementare, attirando
l’attenzione una volta sull’uno e una volta sull’altro, per occupare il più
possibile il <em>news cycle</em> e contrastare le quotidiane trovate
presidenziali. L’impeachment è la pars destruens di questo processo, con la
quale si cercherà di mettere pubblicamente in crisi la figura del Presidente
evidenziando un utilizzo pericolosamente personale della politica estera: le
primarie&nbsp; sono la pars construens, quella
dove si discute dei programmi, dei temi caldi che interessano la società
americana come la sanità, il lavoro, l’istruzione, il clima. Basterà la
combattività mostrata dal Partito Democratico &nbsp;per vincere, anche se non è ancora emersa una
chiara leadership?</p>



<p>Cercheremo quindi di capire quali siano i punti di
forza e quali le criticità di questa strategia, ma non solo. Approfondiremo i
profili delle maggiori personalità in campo: l’ex Vicepresidente Joe Biden, il
Senatore del Vermont Bernie Sanders, la Senatrice del Massachussets Elizabeth
Warren, la Senatrice del Minnesota Amy Klobuchar, il Sindaco di una cittadina
dell’Indiana Pete Buttigeg, l’ex Sindaco di New York Mike Bloomberg. E i
protagonisti del 2016, Hillary Clinton e Barack Obama che comunque ancora
godono di notevole consenso nel Paese saranno in grado &nbsp;di dare la spinta necessaria per mobilitare la
parte di elettorato che ancora fa riferimento a loro, senza interferire troppo
nel percorso di successione al vertice? </p>



<p>L’elettorato, ecco. La grande sfida è vincere, ovviamente, ma la vittoria in un sistema elettorale così rigido, apparentemente semplice ma al contempo macchinoso come quello statunitense, passa dalla costruzione di quella che gli americani chiamano <em>coalition</em>, la coalizione. Ossia quell’insieme di differenti pezzi della società, gruppi di persone che condividono caratteristiche eterogenee come il tipo d’impiego, l’età, i valori civili, rappresentando interessi che possano essere ricomposti in un’unica grande proposta politica. Tutto questo dovrà avvenire in uno Stato federale enorme, dove le certezze di un tempo sono state abbattute dalla travolgente propaganda trumpiana. </p>



<p>Come dicevamo, MondoDem si prepara a seguire il filo di tutte queste dinamiche con questo osservatorio, cura di Sofia Eliodori, cercando man mano di dipanare la matassa di argomenti, nei mesi che ci separano da qui alla nomination democratica, per poi giungere alle elezioni di novembre.</p>



<p>Ready. Steady. Go.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1813/">Osservatorio USA 2020</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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