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	<title>Vincitori Winter School 2023 Archivi &#8211; MondoDem</title>
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	<description>Laboratorio di Politica Internazionale</description>
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	<title>Vincitori Winter School 2023 Archivi &#8211; MondoDem</title>
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		<title>L&#8217;Italia fra crisi energetica e climatica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Spataro]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 31 Jul 2023 18:49:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Vincitori Winter School 2023]]></category>
		<category><![CDATA[ecologia]]></category>
		<category><![CDATA[green]]></category>
		<category><![CDATA[transizione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Uno dei principali dibattiti e confronti dell’età contemporanea verte attorno al tema del cambiamento climatico, uno dei problemi&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/673342/">L&#8217;Italia fra crisi energetica e climatica</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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<p>Uno dei principali dibattiti e confronti dell’età contemporanea verte attorno al tema del cambiamento climatico, uno dei problemi e sfide più importanti del nostro tempo. Si tratta di un fenomeno complesso e multidisciplinare che sta avendo un impatto significativo sull’ambiente, sulla società e sull’economia globale. Il clima terrestre non è mai stato stabile ed evolve regolarmente e naturalmente da migliaia di anni. Le variazioni prodotte sono quasi impercettibili sulla scala temporale umana ma rimangono uniche per rapidità e intensità. Le principali responsabilità sono, ad oggi, assegnate prevalentemente ad attività umane come la combustione di combustibili fossili, la deforestazione e l’agricoltura intensiva, correlate all’aumento delle concentrazioni di gas serra nell’atmosfera, tra cui l’anidride carbonica, che causano un aumento delle temperature globali e cambiamenti nei pattern del clima. Quest’ultimi hanno causato un aumento del 40% nell’atmosfera dalla rivoluzione industriale, portando con sé un aumento delle temperature medie globali di circa un grado Celsius negli ultimi 130 anni. I cambiamenti climatici hanno un impatto significativo sull&#8217;ecosistema, causando la perdita di biodiversità, lo scioglimento dei ghiacciai e l&#8217;innalzamento del livello del mare. Gli ecosistemi marini e costieri sono particolarmente vulnerabili, con l’acidificazione degli oceani e la perdita di habitat. Inoltre, causano anche una maggiore frequenza e intensità di eventi meteorologici estremi, come inondazioni, siccità e uragani, che causano danni significativi alle comunità e all&#8217;economia e comportare morti e lesioni. Essi hanno anche un impatto significativo sulla vita umana, con rischi per la salute e la sicurezza. L&#8217;aumento delle temperature può causare malattie respiratorie e cardiache. Inoltre, potrebbero diventare la prima causa di migrazioni nel mondo. Si stimano circa, nel 2050, 86 milioni di migranti dall’Africa, 40 milioni dal Sud Asiatico e 17 milioni dall’America Latina.</p>



<p>La crisi energetica internazionale è strettamente legata alla questione del cambiamento climatico, poiché la maggior parte dell&#8217;energia utilizzata a livello globale proviene da fonti non rinnovabili, come il petrolio, il gas e il carbone, che sono anche le principali fonti di emissioni di gas serra.</p>



<p>La crisi energetica e il cambiamento climatico sono questioni globali che richiedono un’azione coordinata a livello internazionale per essere affrontate efficacemente. L’Italia, come altri paesi, pur essendo un paese con un alto tasso di sviluppo tecnologico e industriale, si trova ad affrontare sfide significative per ciò che riguarda il cambiamento climatico e la crisi energetica. Il nostro paese dipende ancora in gran parte dalle importazioni di combustibili fossili per coprire i propri fabbisogni energetici e dall’alto costo dell’energia, e questo rappresenta una grande sfida per la sicurezza energetica del nostro paese che sta varando azioni per affrontare le sfide, attraverso politiche e programmi per ridurre le emissioni di gas serra e aumentare la produzione di energia rinnovabile. L’Italia, inoltre, ha una posizione ambivalente rispetto al cambiamento climatico e alla crisi energetica internazionale: da un lato, è un membro attivo dell&#8217;Unione Europea e ha aderito alle politiche dell&#8217;UE per ridurre le emissioni di gas serra e promuovere fonti di energia rinnovabile, dall&#8217;altro lato, è ancora fortemente dipendente dai combustibili fossili, soprattutto dal gas naturale, che rappresentano una grande percentuale della sua generazione e produzione di energia, e lottando per raggiungere gli obiettivi di riduzione delle emissioni stabiliti dall&#8217;UE. Inoltre, la crisi economica degli ultimi anni ha causato una riduzione degli investimenti in fonti rinnovabili e l&#8217;Italia ha avuto difficoltà a diversificare la sua base energetica: tra i vari ambiziosi provvedimenti, ha ratificato il Protocollo di Kyoto nel 2002, impegnandosi a ridurre le proprie emissioni di gas serra e nel 2020 il governo italiano ha presentato il proprio piano nazionale integrato per l&#8217;energia e il clima (PNIEC) per raggiungere gli obiettivi di riduzione delle emissioni di gas serra al 2030. Il PNIEC prevede una riduzione delle emissioni del 37% entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990, con un obiettivo intermedio del 25% entro il 2025, mirando oltretutto a raggiungere il 50% di fonti rinnovabili nella sua produzione di energia elettrica entro il 2030 e a ridurre la domanda di energia primaria del 30% entro il 2030. Gli stessi accordi di Parigi, siglati nel 2015, hanno l’obiettivo di limitare il riscaldamento globale a meno di 2 gradi Celsius rispetto ai livelli preindustriali e di cercare di limitare l’aumento della temperatura a 1,5 gradi: essi rappresentano un passo importante nella lotta contro il cambiamento climatico e il nostro Paese ha il dovere di continuare a impegnarsi per raggiungere gli obiettivi fissati.</p>



<p>Nonostante ciò, l&#8217;Italia presenta una percentuale di fonti rinnovabili piuttosto bassa rispetto ad altri paesi dell&#8217;Unione Europea. Permangono anche preoccupazioni per la mancanza di sufficienti investimenti in infrastrutture sostenibili e tecnologie pulite e su cui risulta importante che il governo rivolga politiche efficaci per raggiungere gli obiettivi a lungo termine.</p>



<p>Inoltre, l&#8217;Italia ha anche interessi economici legati ai combustibili fossili e all&#8217;energia nucleare che potrebbero ostacolare la transizione verso fonti di energia pulita. Per esempio, il nostro Paese è un importante esportatore di combustibili fossili e ha una consistente industria del carbone. Possiede anche centrali nucleari, seppure non piu‘ in funzione, e sta valutando l&#8217;opzione di costruirne di nuove.</p>



<p>In generale, anche se l&#8217;Italia sta facendo progressi significativi per affrontare la crisi energetica internazionale e il cambiamento climatico, c&#8217;è ancora molto da fare. È importante che si continui a investire in fonti rinnovabili e in tecnologie pulite, e che si promuovano politiche che incoraggino un uso più efficiente dell&#8217;energia: sarà essenziale che l&#8217;Italia lavori a livello internazionale cercando di promuovere un&#8217;azione globale per affrontare il cambiamento climatico, riuscendo a trovare un equilibrio tra gli interessi nazionali e globali, collaborando anche con gli altri Paesi protagonisti.</p>



<p>E’ importante che il governo lavori con le parti interessate, come le imprese, le organizzazioni della società civile e i cittadini, per sviluppare e adottare soluzioni efficaci e sostenibili che mirino a un più prospero futuro.</p>



<p><em>Questo testo è fra i cinque premiati con una borsa di studio per partecipare alla Winter School di Politica Estera e Europea 2023, orgabizzata da Mondodem e dalla Friedrich-Ebert-Stiftung Italien. Gli altri pezzi sono disponibli <a href="https://www.mondodem.it/category/policy-brief/vincitori-winter-school-2023/">qui</a>.</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/673342/">L&#8217;Italia fra crisi energetica e climatica</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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		<title>Pericoli e rischi della transizione energetica in Africa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Mariateresa Natuzzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 31 Jul 2023 18:34:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Africa subsahariana]]></category>
		<category><![CDATA[Vincitori Winter School 2023]]></category>
		<category><![CDATA[Africa]]></category>
		<category><![CDATA[energia]]></category>
		<category><![CDATA[green]]></category>
		<category><![CDATA[transizione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La transizione energetica è sempre più urgente, e l’Unione Europea considera l’area del Mediterraneo particolarmente adatta alla produzione&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/673339/">Pericoli e rischi della transizione energetica in Africa</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>La transizione energetica è sempre più urgente, e l’Unione Europea considera l’area del Mediterraneo particolarmente adatta alla produzione di energia rinnovabile. Tuttavia, l’urgenza di questa transizione rischia di oscurare l’impatto sociale e ambientale che essa può avere sui paesi del Nord Africa e in particolare sulle comunità locali. I progetti di transizione energetica in Nord Africa, infatti, si caratterizzano spesso per la mancanza di coinvolgimento delle comunità locali e una scarsa attenzione ai rischi per l’ambiente. Questo articolo analizza lo stato attuale della transizione e offre delle linee guida per un partenariato giusto ed equo con i paesi del Nord Africa.</p>



<p>Sono diversi i progetti di grandi centrali sulla sponda sud del Mediterraneo: in Marocco la centrale Noor costituisce il più grande complesso di energia solare al mondo, mentre in Tunisia è in programma la costruzione della centrale TuNur. In Egitto, invece, è previsto che il Benban solar park diventi la più grande struttura fotovoltaica al mondo. Ma chi fruisce dell’energia prodotta da queste centrali? Mentre nel caso marocchino la produzione di energia è destinata sia al mercato nazionale che a quello estero, nel caso di TuNur tutta la produzione verrà esportata in Europa. Vi sono inoltre pressioni dell’Unione Europea per facilitare l’azione degli attori internazionali all’interno di questi mercati: a titolo di esempio ricordiamo le pressioni esercitate dall’Unione Europea sulla Tunisia attraverso l’ambasciatore tedesco a partire dal 2013, con l’obiettivo di convincerla a sottoscrivere l’Energy Charter Treaty; tra le disposizioni contenute in questo trattato vi è la possibilità per gli investitori di fare causa ai governi qualora le politiche attuate dagli Stati abbiano effetti negativi sui loro profitti.</p>



<p>La costruzione di grandi centrali implica la necessità di individuare grandi aree adatte alla costruzione di queste strutture: spesso in Nord Africa le aree considerate più adatte sono le aree desertiche, secondo una retorica che racconta queste aree come porzioni di territorio inutilizzate e quindi particolarmente adatte, oscurando il valore che queste terre hanno per le comunità locali.</p>



<p>Questi progetti vengono realizzati su terre spesso espropriate alla popolazione locale, con conseguenze sulle attività economiche della zona: è il caso del Marocco, dove nel 2010 ottomila abitanti del villaggio Noor-Ouarzazate hanno perso il loro accesso al pascolo collettivo a causa dell’appropriazione massiccia di terreni per la costruzione del complesso solare Noor. E’ anche il caso della Tunisia, e non solo nell’ambito dell’energia solare: l’ingrandimento di una centrale eolica nel 2009 nel villaggio di Borj Salhi è avvenuto attraverso l’espropriazione delle terre degli abitanti locali; oltre all’arretramento delle coltivazioni di ulivi e l’erosione del suolo, la presenza della centrale ha danneggiato la qualità di vita degli abitanti e del bestiame, disturbati dal rumore continuo della centrale.</p>



<p>Per quanto riguarda le opportunità occupazionali, l’offerta di lavoro è spesso scarsa in rapporto ai bisogni della popolazione; inoltre, si tratta quasi sempre di lavoro mal pagato e precario, in quanto necessario soltanto per le prime fasi di costruzione e avviamento del progetto: la manutenzione delle centrali, infatti, richiede pochi impiegati.</p>



<p>Le modalità con cui sta avvenendo la transizione, quindi, sembrano riprodurre quelle con cui sono state impostate le politiche estrattiviste: parte della popolazione subisce l’impatto dello sfruttamento delle risorse naturali senza beneficiare degli effetti, dando luogo, così, a quello che viene definito come il paradosso dell’abbondanza.</p>



<p>L’Unione Europea ha sottolineato in diverse occasioni l’importanza del coinvolgimento di tutti gli stakeholder nel processo di transizione, in particolare a livello locale. Tuttavia, le modalità con cui avviene questo coinvolgimento sembrano reiterare rapporti coloniali. Emblematico il caso di Masen in Marocco: qui l’azienda ha avviato, parallelamente alla costruzione della centrale, una serie di progetti di sviluppo; l’intervento sul territorio, però, non è avvenuto con il consenso della comunità coinvolta ed è stato piuttosto invasivo, dal momento che Masen agisce come un welfare state di prossimità, intervenendo su diversi settori fondamentali nella vita quotidiana della comunità locale.</p>



<p>Dall’analisi effettuata, emerge la necessità di rompere con la concentrazione di potere in Nord Africa: tale concentrazione, spesso utilizzata come parametro per rilevare l’eccezionalità dei paesi del Nord Africa, non riguarda soltanto la politica interna, ma anche le ingerenze delle istituzioni internazionali.</p>



<p>Nell’ambito dell’attività diplomatica con i governi del Nord Africa, l’Unione Europea dovrebbe smettere di fare pressione sui governi locali affinché conformino la loro legislazione o alle aspettative degli investitori esteri, in modo da rispettare il diritto di ogni paese ad avere il controllo sul processo di transizione. Inoltre, i progetti realizzati nei paesi del Nord Africa devono prevedere che l’energia sia innanzitutto fruibile dalla popolazione locale. Nell’ambito della cooperazione euro-mediterranea, va attivato urgentemente, in collaborazione con le imprese e col mondo accademico, un processo di technology transfer che garantisca agli Stati del Nord Africa e ai loro cittadini la partecipazione al processo di transizione. Solo su queste basi è possibile pianificare una transizione energetica giusta e sostenibile.</p>



<p><em>Questo testo è fra i cinque premiati con una borsa di studio per partecipare alla Winter School di Politica Estera e Europea 2023, orgabizzata da Mondodem e dalla Friedrich-Ebert-Stiftung Italien. Gli altri pezzi sono disponibli <a href="https://www.mondodem.it/category/policy-brief/vincitori-winter-school-2023/">qui</a>.</em></p>
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		<title>L&#8217;Ue e la necessità per l&#8217;Italia di tornare a essere nuovo promotore globale di democrazia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Massimo D'Angelo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 30 Jul 2023 10:02:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Vincitori Winter School 2023]]></category>
		<category><![CDATA[Democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nei primi anni duemila l’Unione Europea era riuscita ad affermarsi come uno stabile e credibile promotore di democrazia&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Nei primi anni duemila l’Unione Europea era riuscita ad affermarsi come uno stabile e credibile promotore di democrazia tra i paesi confinanti. Ciò fu evidente con il successo dello storico allargamento a dieci nuovi paesi nel 2004 e poi i due minori del 2007 e 2013. In tutti questi casi, si trattava di aprire i confini dell’Unione a paesi in gran parte provenienti dalla durissima esperienza sovietica e certamente poco abituati alla tradizione democratica ben più consolidata dei paesi dell’ex blocco occidentale. In particolare, si riteneva che l’UE disponesse di una forte capacità “democratizzatrice”. Grazie alla promessa prospettiva di far parte dell’Unione Europea, i paesi confinanti si sarebbero spinti ad avviare tutte le riforme necessarie per adeguare i propri regimi agli standard richiesti dall’Unione, in termini di democrazia e stabilità di mercato.</p>



<p>La realtà odierna ci spinge a ritenere che gli ottimismi del nuovo millennio fossero esagerati. Il mondo – e in particolare l’Unione Europea – si sono dovuti confrontare nell’ultimo decennio, con una serie di sfide come mai accaduto in precedenza: una crisi finanziaria ed economica, una crisi dei flussi migratori, seguite da una pandemia e da una guerra sul proprio continente, come non accadeva da lunghissimo tempo. Recentemente si è iniziato a parlare per l’Unione Europea di <em>polycrisis</em>, intesa come l’insieme “di sfide molteplici che si rafforzano a vicenda” (come disse l’allora Presidente della Commissione Juncker nel 2016).</p>



<p>Uno degli effetti più evidenti di questa <em>polycrisis</em>, è il deterioramento delle performance democratiche di numerosissimi paesi. Come risposta a tempi eccezionali, molti hanno pensato che il ricorso a soluzioni autoritarie – o maggiormente autoritarie – potesse costituire un facile rimedio. Freedom House – istituto indipendente che si occupa di misurare ogni anno lo stato di salute della democrazia in tutti i paesi del mondo – ha certificato che il 2021 è stato il sedicesimo anno consecutivo in cui si è registrato un deterioramento della democrazia su scala globale. Per usare le parole del politologo americano Diamond, “authoritarianism has gone global”.</p>



<p>L’art.2 del Trattato sull’Unione Europea recita che l’unione si fonda sul rispetto dei valori democratici e li promuove. Tuttavia, immaginare che l’UE non sia stata vittima anch’essa di questa tendenza globale, sarebbe un errore. L’UE ha registrato un declino delle sue performance democratiche negli ultimi anni. Il caso più eclatante è certamente rappresentato dai paesi del cosiddetto “Gruppo Visegrád” di cui fanno parte Polonia, Hungeria, Repubblica Ceca e Cecoslovacchia. Tuttavia, la vittoria di forze politiche in molti paesi europei – Italia inclusa – in la cui fedeltà ai valori democratici è sembrata spesso ambigua, presenta ancora una volta rischi concreti per la tenuta stessa dell’Unione. In particolare, è stato lungamente evidenziato come le procedure previste dall’UE per sanzionare i paesi membri che si discostano dai valori democratici, rimangono largamente insufficienti a contrastare un fenomeno di tale portata. Le recenti tensioni con l’Ungheria che blocca l’invio di aiuti all’Ucraina come contromisura per le sanzioni UE a causa della condanna per il deterioramento dei diritti democratici di Budapest, ne sono una conferma.</p>



<p></p>



<p></p>



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<p></p>



<p></p>



<p>L’affaticamento democratico dell’UE al suo interno non permette altresì di dotare l’Unione di strumenti efficaci per la promozione dei valori liberal-democratici al suo esterno, come accaduto in passato. Un aspetto di cui si parla con minor frequenza, ma che non per questo risulta meno inquietante, è il deterioramento delle condizioni democratiche nei paesi candidati ad entrare a far parte dell’Unione europea. Secondo i recenti dati pubblicati da Freedom House (2022), nessun paese candidato ha migliorato le proprie performance a partire dal 2005. Ciò costituisce una violazione delle aspettative, se consideriamo che per lungo tempo la politica di allargamento era considerata il miglior strumento di politica estera che l’Unione europea possedesse. Oggi, la prospettiva di entrare in un’Unione democraticamente indebolita non costituisce la spinta necessaria per i paesi democratici ad avviare le riforme. L’italia può certamente svolgere un ruolo in tal senso: considerato il cambio di governo, appare necessaria una riconferma – al mondo esterno – della fedeltà ai valori europei. Se il nuovo governo è stato indubbiamente pronto a riconoscersi all’interno di un patto atlantico in maniera netta, le recenti tensioni con l’UE in materia di bilancio e gestione dei flussi migratori dovranno cedere subito il passo. L’Italia è un paese troppo grande per poter costituire un blocco coi paesi dell’Europa dell’Est. Un allineamento del genere comprometterebbe seriamente gli sviluppi futuri dell’UE. Altresì, lo sviluppo di una destra seppur fortemente identitaria, ma fedele ai valori liberal democratici, potrebbe costituire un modello per altri paesi.</p>



<p><em>Questo testo è fra i cinque premiati con una borsa di studio per partecipare alla Winter School di Politica Estera e Europea 2023, orgabizzata da Mondodem e dalla Friedrich-Ebert-Stiftung Italien. Gli altri pezzi sono disponibli <a href="https://www.mondodem.it/category/policy-brief/vincitori-winter-school-2023/">qui</a>.</em></p>
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		<title>Per una strategia contro la disinformazione digitale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Armento]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 09 Jun 2023 10:40:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Vincitori Winter School 2023]]></category>
		<category><![CDATA[disinformazione]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>
		<category><![CDATA[ucraina]]></category>
		<category><![CDATA[Winter School 2023]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’invasione russa dell’Ucraina il &#160;24 febbraio 2022 è&#160; un conflitto nel cuore dell’Europa che segna una svolta nei&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/673314/">Per una strategia contro la disinformazione digitale</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>L’invasione russa dell’Ucraina il &nbsp;24 febbraio 2022 è&nbsp; un conflitto nel cuore dell’Europa che segna una svolta nei rapporti fra comunità Euro-atlantica e&nbsp; Russia.&nbsp; Si tratta di un evento che spinge&nbsp; le classi dirigenti dei popoli europei a pensare e rimodulare l’architettura di sicurezza dell’Unione Europea in una nuova prospettiva, che tenga conto delle innovazioni nella strategia bellica che questo conflitto ha mostrato al mondo, nonché dei rapporti geostrategici che si vengono e si verranno a delineare.</p>



<p>Basti pensare, infatti, che la stessa invasione dell’Ucraina è stata accompagnata da un attacco multi-dominio (dominio cyber e dominio spaziale) al segmento di terra di Viasat (fornitore statunitense di comunicazioni satellitari) e da una organizzata operazione di disturbo dei segnali di posizionamento e navigazione. In realtà, la Russia aveva condotto attacchi cyber contro l’Ucraina fin dall’occupazione della Crimea del 2014, e già il 14 gennaio 2022, pochi giorni prima dell’invasione vera e propria, Mosca&nbsp;&nbsp; aveva lanciato un&#8217;offensiva su vasta scala, prendendo di mira più di venti istituzioni governative ucraine. L&#8217;attacco, che aveva l&#8217;obiettivo di creare scompiglio in diversi siti web collegati al governo, si è poi propagato in tutto l&#8217;internet ucraino. “L&#8217;obiettivo dei criminali informatici russi era quello di seminare il panico tra la popolazione ucraina e dimostrare al mondo esterno che l&#8217;Ucraina è uno stato debole che non è in grado di gestire gli attacchi”, ha affermato Yurii Shchyhol, il capo del Derzhspetszviazok (il Servizio statale per le comunicazioni speciali e la protezione delle informazioni dell&#8217;Ucraina). Quest’ultima serie di attacchi, quindi, più che danneggiare le infrastrutture digitali delle istituzioni ucraine (come testimonia il fatto che non ci sia stata una perdita di dati) è stata un’operazione ascrivibile al contesto della&nbsp; cosiddetta guerra psicologica. Intravediamo in ciò che uno dei massimi studiosi di relazioni internazionali italiani, Gianfranco Lizza, ha prospettato essere la realtà dei&nbsp; prossimi anni: “<em>Nel 2050 i leader non siederanno intorno a un tavolo per aver vinto una o più guerre ma per averne vinta solo una, incruenta ma molto più efficace di tutte le altre: la conquista psicologica</em>”.</p>



<p>Creare una Unione Europea sicura e dotata di una politica comune di difesa significa investire tutti insieme in una sovranità tecnologica europea e superare, così, i <em>gap</em> tecnologici esistenti tra i diversi stati europei e gli altri paesi del mondo, come gli Stati Uniti. Proprio in cooperazione con questi ultimi è necessario creare una politica forte, coesa e complementare a quella della Nato, attraverso cui la Ue possa assurgere a potenza militare e industriale in grado di competere a livello globale. Parlare di sicurezza nella nostra epoca, assumendo una prospettiva che guardi al futuro, significa proteggere la società dal potere manipolativo che le vecchie e nuove élite culturali e politiche esercitano attraverso i mass media.</p>



<p>Perché interessarsi a questo aspetto psicologico? È passato un secolo dalla pubblicazione del saggio “Public Opinion”  di Walter Lippmann , nel quale il giornalista statunitense ha stabilito che i media,  dando la possibilità di conoscere eventi e argomenti estranei alla nostra realtà soggettiva, “<em>offrono i riferimenti contestuali all’interno dei quali – e mediante i quali – collocare e dare senso agli eventi stessi</em>”. A differenza di allora, nell’era di internet e del digitale il flusso delle informazioni genera a sua volta flussi mediatici controllati dalle tante piattaforme tecnologiche, che finiscono col provocare una atomizzazione della stessa opinione pubblica, rendendo instabile e paralizzando di fatto le democrazie. Viene da chiedersi se lo sviluppo tecnologico e digitale corroborino la causa della democrazia liberale e quindi della libertà di pensiero, e in quale modo si possa porre un argine all’attuazione  della propaganda digitale a sostegno della strategia di Putin.</p>



<p>Una risposta al problema proviene dalla Finlandia, nuovo membro della Nato a seguito degli eventi in Ucraina.  É dal 2002 che il ministero dell&#8217;Educazione di Helsinki promuove lezioni di <em>media literacy</em> e <em>cybersecurity</em> per proteggere gli utenti finlandesi dalla disinformazione. Oggi, la fiducia da parte dei cittadini finlandesi nel giornalismo è pari al 70%, la più alta percentuale d&#8217;Europa. La Finlandia è insomma un passo avanti nella lotta contro le f<em>ake news,</em> e gli stati europei hanno molto da apprendere in merito. L’Italia potrebbe  trarre insegnamento da tutto ciò  e rimodulare adeguatamente i corsi di studio universitari in comunicazione.  Ancora più importante è l’inserimento di moduli di insegnamento di <em>media literacy</em> a partire dalle scuole di primo  grado: all’Italia serve un processo di formazione digitale che, progressivamente, renda i giovani consapevoli e dotti degli strumenti di difesa nel cyberspazio. Oggi, le  dinamiche politiche globali riguardano tutti, ed è necessario che le prossime generazioni posseggano tutti gli strumenti per poter affrontare sfide attuali e future con competenza e non senza un briciolo di speranza.</p>



<p><em>Questo testo è fra i cinque premiati con una borsa di studio per partecipare alla Winter School di Politica Estera e Europea 2023, orgabizzata da Mondodem e dalla Friedrich-Ebert-Stiftung Italien. Gli altri pezzi sono disponibli <a href="https://www.mondodem.it/category/policy-brief/vincitori-winter-school-2023/">qui</a>.</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/673314/">Per una strategia contro la disinformazione digitale</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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		<title>Perché serve una partnership transatlantica per gli investimenti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Faini]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 09 Jun 2023 10:28:49 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Cina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Negli ultimi anni, le relazioni tra le capitali europee e Washington si sono deteriorate gradualmente. L&#8217;elezione di Trump&#8230;</p>
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<p>Negli ultimi anni, le relazioni tra le capitali europee e Washington si sono deteriorate gradualmente. L&#8217;elezione di Trump ha logorato l&#8217;Alleanza atlantica, mentre la firma italiana al memorandum of understanding sulla “Belt and Road Initiative” cinese, così come i commenti del Presidente francese Macron sulla NATO “cerebralmente morta” sono esempi lampanti di una crisi nei rapporti transatlantici.</p>



<p>E‘ vero che la guerra in Ucraina ha ricordato ad Europa e USA l’importanza che la loro partnership ha neldifendere le proprie democrazie ed economie di mercato: il partenariato transatlantico rimane pero‘ ostaggio di sostanziali divergenze politiche sull’economia. La Fed ha aumentato i tassi di interesse per controllare l&#8217;inflazione negli Stati Uniti, costringendo lebanche centrali europee a fare lo stesso per mantenere credibilità’ istituzionale e attrattività &nbsp;&nbsp;di mercato, senza però curarsi delle diverse radici &nbsp;dell’inflazione europea, legata all’aumento dei costi dell’energia &nbsp;Il rialzo dei tassi ha reso più costoso per i governi europei, e in particolare quelli più indebitati come l&#8217;Italia, emettere debito per finanziare le politiche di supporto a imprese &nbsp;e famiglie. In più, l’“America First” (ereditata da Donald Trump) da un lato e l’idea d iuna “Autonomia Strategica” Europea dall’altro stanno generando delle politiche industriali semi-protezioniste che incentivano le proprie industrie a produrre e innovare a casa per competere sui mercati globali delle nuove tecnologié (rinnovabili, tecnologie verdi, semiconduttori, materie prime, terre rare). La Commissione Europea ha annunciato una serie di misure per rispondere all&#8217; “Inflation Reduction Act”, un ambizioso pacchetto americano di sussidi &#8220;verdi&#8221;. Queste misure comprendono un &#8220;Net-Zero Industry Act&#8221; per investire in tecnologie verdi europee, l&#8217;assegnazione di fondi a un nuovo &#8220;Fondo di Sovranità Europea&#8221; per sostenere l&#8217;innovazione e le industrie domestiche chiave come la difesa e i semiconduttori, e una rivisitazione delle norme sugli aiuti di stato per permettere temporaneamente ai paesi dell&#8217;UE di scoraggiare la delocalizzazione di produzioni strategiche.</p>



<p><strong>La strada da percorrere</strong></p>



<p>La partnership transaltantica &nbsp;sembra tornata vitale e vibrante, soprattutto grazie al momentum politico generato dalla NATO. Questo crea un circolo virtuoso che si può sfruttare per sviluppare un modello di cooperazione strategica per affrontare le complesse sfide internazionali che vanno oltre alla dimensione militare.</p>



<p>La variabile piu’ importante e’ la durata della guerra in Ucraina. Anche se il fronte occidentale non ha dato significanti segnali di rottura del suo supporto a Kiev, ci sono stati deglidi tensione tra alleati quando i Repubblicani statunitensi si sono lamentati del timido supporto militare degli Europei in confronto allo sforzo di Washingtonn. C’e’ il rischio che questa retorica venga esacerbata nel periodo che precede l’elezioni presidenziali americane del 2024. E’ dunque importante che l’UE promuova un dialogo costruttivo che non misuri l’impegno per l’Ucraina solo in armi e veicoli, ma che tenga conto dei costi politici, economici ed energetici asimmetrici della guerra per l’UE.</p>



<p>Se il conflitto in Ucraina si protrarrà ancora a lungo, le tensioni geopolitiche continueranno a crescere. Bruxelles sarà sempre più frustrata della riluttanza della Cina ad abbandonare la sua partnership strategica con la Russia, e sarà sempre più difficile resistere alle pressioni americane per tagliare le relazioni con Pechino. L’UE e gli USA dovrebbero migliorare il dialogo sulle proprie dipendenze strategiche e accettare le diverse velocità’ di disaccoppiamento economico dalla Cina. Il prossimo summit UE-Cina sara’ un’opportunita’ – insieme alle prossime visite di leaders europei e americani a Pechino – per mostrare un nuovo approccio transatlantico nei confronti della Cina che tenga conto delle ambizioni ed interessi di entrambi gli USA e dell’UE.</p>



<p>Il “Trade and Technology Council” (TTC) e’ un esempio virtuoso di dialogo transatlantico in settori strategici come l’AI, il 6G e le tecnologie verdi. Il TTC dovrebbe essere sfruttato per rafforzare il coordinamento transatlantico su questioni di politiche monetarie e industriali ed evitare il fuoco amico di misure protezionistiche indirizzate ad altri rivali geostrategici. Inoltre, il TTC dovrebbe diventare un forum multilaterale di promozione di standards tecnologici, di qualità e sostenibilità’ “occidentale” in mercati alleati come Giappone, Corea del Sud e l’Australia per limitare la concorrenza sleale di attori economici che non adoperano gli stessi standard.</p>



<p>In conclusione, l’alleanza transatlantica dovrebbe impegnarsi per sottrarre dall’influenza cinese e russa i paesi emergenti. Per questa ragione, l’UE dovrebbe concludere i vari accordi commerciali in sospeso con India, Indonesia, MERCOSUR e vari Paesi africani, &nbsp;con gli USA per aumentare le iniziative di sviluppo sostenibile con il duplice obiettivo di contrastare l’influenza cinese, e assicurarsi l’approvvigionamento di materie critiche e fonti energetiche. IRoma dovrebbe muoversi strategicamente nei Balcani e nel Mediterraneo, costruendo sui risultati del recente summit “L’Italia e i Balcani Occidentali” in cui e’ stato lanciato un piano da €30 miliardi di investimenti in progetti infrastrutturali nella regione. E’ anche tramite queste iniziative in Paesi terzi che l’Italia, l’UE e gli US, possono lavorare insieme per difendere le proprie democrazie e mercati in un’era di intensa competizione geostrategica.</p>



<p><em>Questo testo è fra i cinque premiati con una borsa di studio per partecipare alla Winter School di Politica Estera e Europea 2023, orgabizzata da Mondodem e dalla Friedrich-Ebert-Stiftung Italien. Gli altri pezzi sono disponibli <a href="https://www.mondodem.it/category/policy-brief/vincitori-winter-school-2023/">qui</a>. </em></p>
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