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	<title>Clima Archivi &#8211; MondoDem</title>
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	<description>Laboratorio di Politica Internazionale</description>
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	<title>Clima Archivi &#8211; MondoDem</title>
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		<title>I disastri climatici in Asia e il ruolo dell&#8217;Italia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Paola Lupi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 16 Nov 2024 07:52:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Asia-Pacifico]]></category>
		<category><![CDATA[Asia]]></category>
		<category><![CDATA[Clima]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quest’estate, l’Asia meridionale ha patito le conseguenze di una stagione dei monsoni cheha portato alluvioni devastanti in tutta&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/673446/">I disastri climatici in Asia e il ruolo dell&#8217;Italia</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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<p>Quest’estate, l’Asia meridionale ha patito le conseguenze di una stagione dei monsoni che<br>ha portato alluvioni devastanti in tutta la regione. Dall’Afghanistan al Bangladesh, abitazioni,<br>infrastrutture e vite umane sono state perse, e i governi hanno lanciato richieste di aiuto alla<br>comunità internazionale per soccorrere le loro popolazioni colpite.<br>Per fare degli esempi, a fine agosto, le Nazioni Unite riportavano 18 milioni di persone<br>colpite dalle alluvioni solo in Bangladesh, con gravi danni a terreni fondamentali per il<br>sostentamento delle popolazioni locali, soprattutto nelle regioni di Chattogram e Sylhet.<br>In Nepal, tra i molti morti a causa alluvioni, un tragico incidente è stato particolarmente<br>discusso, quando due autobus con 60 persone a bordo sono stati travolti da una frana e<br>trascinati in un fiume.<br>In questo contesto, è impossibile non chiedersi quali siano state le risposte internazionali<br>alle domande di aiuto, dopo aver sentito parlare così tanto di quanto il cambiamento<br>climatico sia un problema da affrontare globalmente, senza lasciare nessuno indietro.<br>Quest’estate in Asia meridionale, organizzazioni internazionali e ONG si sono attivate per<br>supportare le comunità locali, come per esempio la Croce Rossa e CARE, aiutando sia con<br>fondi monetari sia distribuendo articoli di emergenza e aiutando le regioni a rendere le<br>strade riutilizzabili il prima possibile. Altre, come l’UNICEF e il World Food Programme,<br>spingono per il continuo e accelerato investimento e aiuti umanitari. Questa richiesta arriva<br>dopo un autunno 2023 pieno di speranza, avendo sentito i governi dei paesi più ricchi del<br>mondo promettere grandi somme al Loss and Damages Fund al COP28. In realtà è stata<br>proprio l’Italia, a Dubai, a fare una delle prime grandi promesse per contribuire al L&amp;D Fund<br>con 100 milioni di euro, proponendosi come un paese leader nell’affrontare le distruzioni<br>causate dai disastri naturali collettivamente e coscienziosamente.<br>Queste promesse sono importanti, ma scenari devastanti al di fuori dell’Asia del Sud<br>potrebbero rallentare la loro vera implementazione. Infatti, non è stata solo questa regione a<br>soffrire le conseguenze di gravi alluvioni e l’effetto del cambiamento climatico quest’estate.<br>L’uragano Helene negli Stati Uniti ha colpito cinque stati: anche qui, morti e gravi danni alle<br>infrastrutture sono stati dichiarati, con governi statali e il governo federale preoccupati per<br>quello che sicuramente è solo l’inizio di eventi climatici disastrosi causati dal cambiamento<br>climatico, che li costringe a usare molto risorse umanitarie e monetarie per aiutare i civili e<br>proseguire alla ricostruzione delle infrastrutture perse. L’Europa non è stata risparmiata:<br>l’Austria, la Polonia, la Repubblica Ceca, la Slovacchia, la Spagna e anche l’Italia sono state<br>colpite da piogge torrenziali che hanno causato gravi alluvioni, che hanno costretto parte<br>delle popolazioni dei paesi ad abbandonare le loro abitazioni.<br>Ora come non mai, è possibile rendersi conto che il cambiamento climatico e sui effetti non<br>possono essere considerati come problemi nazionali o regionali: sono dilaganti, pericolosi<br>per tutti, e necessitano risposte collettive. Ma proprio mentre sempre più paesi si<br>confrontano con le conseguenze del cambiamento climatico, meno sembrano disponibili a<br>offrire supporti ad altri paesi a rischio. Per esempio, il Center for Strategic and International<br>Studies ha fatto appello al governo statunitense, esortandolo a mandare aiuti in Myanmar,<br>citando responsabilità collettiva per aiutare i paesi a rischio di cambiamento climatico,<br>soprattutto quando già fragile a causa di difficili situazioni politiche. Tuttavia, non è una<br>sorpresa che i gravi danni all’interno degli Stati Uniti hanno spostato i loro interessi,<br>allineandoli ai problemi nei suoi Stati.<br><br>Insomma, proprio mentre il cambiamento climatico richiede più aiuti internazionali, gli stati si<br>trovano a guardare internamente. Eppure, l’Italia e l’Europa farebbero bene a guardare il<br>contesto globale più ampiamente. In primis, perché non c’è dubbio che continuino ad essere<br>i paesi che contribuiscono meno alla crisi climatica a subirne i costi più pesanti: le alluvion<br>sono state affrontate in tre continenti quest’estate e autunno, ma nell’Asia meridionale hanno<br>causato morti e perdite sentite più fortemente, senza dubbio anche a causa di infrastrutture<br>e capacità di soccorsi meno preparate. Proprio per questo, non ci si deve dimenticare delle<br>promesse fatte per il L&amp;D Fund, ma anzi, diventare più ambiziosi. Inoltre, l’Italia anche e<br>soprattutto quando sente alle porte di casa le stesse crisi che ci sono in altri continenti deve<br>imporsi per costruire una comunità internazionale forte, collaborativa e capace di supportarsi l’un l’altro con risorse, fondi monetari e best practices. Esempi su cui l’Italia può basarsi sono l’European Union &#8211; South Asia Capacity Building for Disaster Risk Management<br>Program, che si è concentrato sul creare resilienza nella regione dell’Asia Meridionale, ma<br>allo stesso tempo ha contribuito alla creazione di sapere comune su come affrontare disastri<br>naturali con finanziamenti, partnership internazionali e attori nazionali. Inoltre, l’Italia ha già<br>fatto uso dell’EU Civil Protection Mechanism nel 2023: una volta richiedendo assistenza, e<br>un’altra portando supporti. Questo meccanismo dimostra che c’è possibilità di ampliare la<br>cooperazione internazionale, e che paesi come quelli dell&#8217;Asia Meridionale non devono<br>essere lasciati indietro, ma invece contribuire a strategie di disaster risk management più<br>efficaci. Partire da proposte come queste e contribuire al loro funzionamento e alla loro<br>creazione renderà l’Italia più coerente nella sua politica di affari esteri di L&amp;D, e più forte a<br>lungo termine, con strutture di cooperazione ben consolidate.</p>
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		<title>Transizione energetica nel Mediterraneo: sfide e opportunità per la cooperazione italo-tedesca</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Annalisa Perteghella]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 08 May 2022 08:13:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Grande Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Policy brief]]></category>
		<category><![CDATA[Clima]]></category>
		<category><![CDATA[energia]]></category>
		<category><![CDATA[Mediterraneo]]></category>
		<category><![CDATA[transizione energetica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Questo policy paper è stato scritto nel contesto di un workshop tenutosi a Roma il 5 maggio 2022,&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>Questo policy paper è stato scritto nel contesto di un <a href="https://www.mondodem.it/2957/">workshop</a> tenutosi a Roma il 5 maggio 2022, in collaborazione con la Friedrich Ebert Stuftung Italia. Scaricalo in formato pdf <a href="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2022/05/Transizione-nel-Med.pdf">qui</a>.</em></p>



<p class="has-drop-cap">La regione del Mediterraneo è un hotspot del cambiamento climatico<a href="#_ftn1" id="_ftnref1">[1]</a>. Questo nonostante la regione abbia contribuito solamente al 3% delle emissioni globali dal 1850 a oggi. Mentre i paesi europei hanno cominciato a ridurre le proprie emissioni nette a partire dal 1990, per i paesi della sponda sud ed est del Mediterraneo questo è il periodo in cui le emissioni sono più che raddoppiate rispetto al periodo precedente, raggiungendo quasi il livello europeo<a href="#_ftn2" id="_ftnref2">[2]</a>. Il fenomeno del cambiamento climatico è ampiamente visibile nella regione. A oggi, circa il 40% della popolazione è stata esposta a siccità o eventi estremi riconducibili al cambiamento climatico<a href="#_ftn3" id="_ftnref3">[3]</a>. Nel corso del 2020, diversi paesi tra cui Libano e Sudan sono stati colpiti da alluvioni e inondamenti, mentre ondate di calore e incendi si sono verificati in Libano, Giordania, Siria, Iraq, Algeria. Nel 2021, l’intera regione compresa tra l’Iran e il Medio Oriente è stata colpita da una violenta ondata di calore che ha portato a temperature record fino a 52°C, di circa sette gradi più elevate della media stagionale nella regione. Temperature simili sono state raggiunte nello stesso periodo anche nella città di Siracusa, in Sicilia, a testimonianza di quanto sponda nord e sponda sud del Mediterraneo siano già oggi ampiamente interconnesse anche dal punto di vista climatico, e di quanto i destini delle due regioni siano inestricabilmente legati.</p>



<p>In assenza di adeguate politiche di mitigazione – ovvero di taglio delle emissioni – il fenomeno del cambiamento climatico è destinato a intensificarsi. Sebbene sia molto difficile fare previsioni in questo campo, modelli e strumenti scientifici sempre più sofisticati consentono di formulare stime su aumento delle temperature e diminuzione delle precipitazioni, così come su fenomeni collegati quali innalzamento del livello dei mari, scarsità idrica e perdita di biodiversità. Gli scienziati dell’IPCC, il gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico, hanno elaborato diversi scenari circa gli impatti del cambiamento climatico, ciascuno dipendente dal tipo e dall’intensità delle politiche di mitigazione messe in atto. In tutti gli scenari tracciati dall’IPCC, a prescindere dalle politiche di mitigazione implementate, la regione del Mediterraneo è destinata a subire un aumento delle temperature di circa 2°C tra il 2021 e il 2039<a href="#_ftn4" id="_ftnref4">[4]</a>. Ciò perché gli effetti positivi delle politiche di mitigazione non si dispiegano nell’immediato, ma solamente in un secondo momento, dal 2039 in avanti. Quello che accade oltre questa data dipende invece dalle politiche che verranno messe in atto fin da oggi. La mancanza o la scarsità di azione sul fronte del cambiamento climatico – propria dei paesi industrializzati così come dei paesi in via di sviluppo – deriva proprio da questo lag tra azioni di policy e conseguenze: il cambiamento climatico non è in cima all’agenda dei policymaker mondiali perché percepito come un problema meno urgente rispetto alle molte altre questioni che si pongono alla loro attenzione. È invece fondamentale agire nel presente allo scopo di evitare maggiori danni nel futuro.</p>



<p>A seconda delle politiche messe in atto oggi, la regione è infatti destinata a conoscere nel 2059 un aumento delle temperature che varia tra i +2°C (in caso di implementazione di politiche di mitigazione molto stringenti) e i +4°C (nello scenario “business as usual”, ovvero mancanza di politiche di mitigazione)<a href="#_ftn5" id="_ftnref5">[5]</a>. Quest’ultimo scenario comporterebbe un aumento delle giornate con temperature superiori ai 35°C, con punte di 47°C, non solo nei mesi estivi ma a partire da aprile fino a ottobre; sulla regione si abbatterebbero poi ondate di calore di maggiore durata e intensità, con punte di 56°C<a href="#_ftn6" id="_ftnref6">[6]</a>.</p>



<p>L’aumento delle temperature dà origine a conseguenze a catena, su più livelli: se ad un primo livello esso comporta una ridotta disponibilità di risorse idriche, quest’ultima ha a sua volta effetti su agricoltura e sicurezza alimentare; a loro volta, le ridotte possibilità di sostentamento in contesti agricoli, così come l’aumento dei prezzi delle materie prime alimentari, possono dare origine a rivolte sociali e portare così a instabilità politica, che a sua volta può dare origine a fenomeni migratori o proliferazione della violenza e nascita di movimenti terroristici. Allo stesso modo, se ad un primo livello il cambiamento climatico comporta l’innalzamento del livello dei mari, nelle regioni costiere interessate, specie se densamente abitate come la città di Alessandria in Egitto o Tunisi in Tunisia, si avranno migrazioni interne e perdite nel settore del turismo; ancora una volta questi fenomeni possono dare origine a instabilità socio-economica e alle relative conseguenze. Proprio per questa capacità di generare effetti a cascata, il cambiamento climatico è ritenuto essere un “moltiplicatore delle minacce”<a href="#_ftn7" id="_ftnref7">[7]</a>. Va dunque da sé che per scongiurare gli effetti negativi a valle, è necessario agire a monte cercando di arginare il fenomeno e ridurne le conseguenze negative.</p>



<h4 id="il-nesso-clima-energia" class="wp-block-heading">Il nesso clima-energia</h4>



<p>Insieme agli impatti del cambiamento climatico, la scienza permette oggi di stabilire un nesso molto stretto tra cambiamento climatico e politiche energetiche, a partire dal riconoscimento della responsabilità del settore dell’energia nel produrre emissioni che alterano gli equilibri climatici. Dal momento che ai combustibili fossili è attribuito il maggiore ruolo nella produzione di emissioni (l’89% delle emissioni di CO<sub>2 </sub>nel 2018), gli sforzi dei paesi industrializzati si sono concentrati sulla ricerca di fonti energetiche alternative e sulla decarbonizzazione delle proprie economie. Con il Green Deal , l’UE intende ridurre le proprie importazioni di petrolio del 23-25% al 2030 e del 78-79% al 2050, rispetto ai livelli del 2015. Allo stesso modo, le importazioni di gas naturale caleranno del 13-19% al 2030 e del 58-67%<a href="#_ftn8" id="_ftnref8">[8]</a>. Questi target, formulati dall’Ue nel 2019, non tengono chiaramente conto dell’accelerazione imposta dall’attuale crisi nei rapporti con la Russia. Sebbene manchino ancora stime ufficiali, per quanto riguarda il gas si prevede una diminuzione delle importazioni molto più consistente e repentina.</p>



<p>La riduzione delle importazioni di combustibili fossili è destinata a trasformare le relazioni dell’Unione europea e dei suoi paesi membri con i paesi produttori ed esportatori: paesi come Libia, Algeria, paesi del Golfo e, in misura minore, Egitto, vedranno diminuire le proprie esportazioni di combustibili fossili verso l’UE, e con esse la rendita economica derivante. Per questi paesi, dunque, la sfida che si prospetta è duplice: sviluppare fonti di energia alternative per alimentare le proprie economie senza precluderne la crescita, e trovare nuove fonti di introiti per sostenere la spesa pubblica. La risposta ad entrambe queste sfide passa dalla diversificazione delle proprie economie e dalla transizione ecologica. La risposta al cambiamento climatico non è limitata dunque alle sole politiche in questo settore. La sfida, piuttosto, è molteplice e riguarda il piano economico, così come quello sociale e politico. Sostenendo la transizione energetica nei paesi del Mediterraneo, l’Unione europea e i suoi paesi membri possono dunque contribuire a ridisegnare le traiettorie di sviluppo economico e sociale nella regione in senso più inclusivo, con ricadute positive sulla stabilità politica e sui processi democratici.</p>



<p>Tutti i paesi della regione hanno firmato l’accordo di Parigi, e tutti lo hanno ratificato a esclusione di Libia, Yemen e Iran. Come richiesto dall’accordo, i paesi firmatari si sono dati dei target di riduzione delle emissioni (Nationally Determined Contributions, NDCs), distinguendoli in condizionali e non condizionali. Mentre il raggiungimento dei primi è subordinato al sostegno economico-finanziario internazionale, gli impegni non condizionali non sono subordinati ad alcunché, se non alla volontà politica del paese firmatario. Considerati il limitato spazio fiscale dei paesi della regione e la limitatezza delle risorse economiche a disposizione (con l’eccezione dei paesi del Golfo), la maggior parte degli impegni ricade nella prima categoria. Allo stato attuale, tuttavia, solamente il Marocco risulta in linea con i propri impegni di riduzione delle emissioni. Il sostegno della comunità internazionale, e in particolar modo dell’Unione europea, alla transizione nella regione appare dunque fondamentale.</p>



<h4 id="le-ripercussioni-della-guerra-in-ucraina-rischi-e-opportunita-per-la-transizione-ecologica-nel-mediterraneo" class="wp-block-heading">Le ripercussioni della guerra in Ucraina: rischi e opportunità per la transizione ecologica nel Mediterraneo</h4>



<p>L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia ha dato avvio a diverse dinamiche, che hanno visto l’Unione europea acquisire quella dimensione geopolitica che la commissione Von der Leyen aveva indicato nel 2019&nbsp; tra le proprie ambizioni e priorità. Elemento fondamentale del nuovo calcolo strategico europeo è la dimensione della sicurezza energetica, strettamente legata alla volontà di ridurre e, in prospettiva, azzerare la propria dipendenza dalla Federazione russa. Il concetto di sicurezza energetica, che già negli anni scorsi era stato oggetto di una revisione tesa a includere non solo la sicurezza degli approvvigionamenti di risorse energetiche ma anche quella di materiali critici, così come la resilienza delle catene del valore, è oggi destinato a mutare ulteriormente in conseguenza della rottura delle relazioni con la Russia. La nuova Strategia internazionale per l’energia, che verrà presentata il prossimo 18 maggio dalla Commissione europea, includerà la ridefinizione di tale concetto, così come le linee guida per l’engagement globale dell’Unione europea e dei suoi paesi membri sul fronte dell’energia. Insieme alla Strategia, verrà presentata anche la forma finale del piano di azione REPowerEU introdotto lo scorso 8 marzo come risposta immediata all’esigenza di ridurre la dipendenza europea dalla Russia<a href="#_ftn9" id="_ftnref9">[9]</a>. Il piano introduce una strategia basata su due pilastri: la diversificazione degli approvvigionamenti in modo da diminuire e, al 2030, azzerare la dipendenza dalla Russia, e l’accelerazione su sviluppo di rinnovabili ed efficienza energetica, in modo da diminuire la dipendenza europea dai combustibili fossili.</p>



<p>La regione del Mediterraneo riveste un ruolo fondamentale nell’implementazione del piano REPowerEU. Da un lato, paesi come Algeria ed Egitto, che già ricoprono il ruolo di esportatori di gas verso l’UE, vengono considerati fondamentali per la diversificazione delle forniture. Dall’altro, la regione viene considerata di particolare interesse per lo sviluppo di una partnership su rinnovabili e idrogeno verde. La serie di accordi conclusi dal governo italiano e da ENI in Algeria ed Egitto sembrano confermare il ruolo di questi due paesi come esportatori chiave. Tuttavia, dalle scelte prese in questo particolare frangente dipende la traiettoria futura della transizione energetica nella regione, e con essa lo scenario futuro relativo al cambiamento climatico.</p>



<p>Guardando all’Algeria e al quadrante del Mediterraneo occidentale, è possibile formulare alcune osservazioni. In primo luogo, la produzione algerina di gas naturale risulta stagnante da diversi anni: per aumentarla sensibilmente sarebbero stati – e sarebbero tutt’oggi – necessari ingenti investimenti<a href="#_ftn10" id="_ftnref10">[10]</a>. Negli anni passati, tuttavia, nessuna major occidentale era pronta ad attuare questi investimenti, in parte per la scarsa redditività del settore oil&amp;gas algerino, in parte perché non in linea con gli obiettivi di decarbonizzazione e con la decisione europea di non finanziare più progetti nel settore dei combustibili fossili. In secondo luogo, un’ampia parte della produzione algerina è destinata a coprire la domanda interna, in crescita. Unendo dunque una produzione stagnante e una domanda interna in crescita, si ottiene uno spazio limitato di crescita delle esportazioni. I 9 bcm aggiuntivi di gas naturale al 2024 ottenuti dall’Italia con l’accordo dello scorso 11 aprile derivano dalle esportazioni “risparmiate” dal governo algerino dopo la chiusura del gasdotto Maghreb-Europe che univa l’Algeria alla Spagna attraverso il Marocco. La rottura delle relazioni con il Marocco decisa dall’Algeria nel novembre 2021 – il culmine di relazioni tese da decenni – ha portato alla chiusura da parte di Algeri del tratto che collega Algeria e Marocco. Sebbene l’Algeria abbia in un primo momento garantito alla Spagna la continuità degli approvvigionamenti, la decisione da parte del governo Sanchez di assecondare la posizione marocchina nella disputa sul Sahara occidentale che oppone Algeri e Rabat ha indispettito la leadership algerina, che ha minacciato Madrid dapprima di aumentare il prezzo del gas, e in un secondo momento di interrompere in toto le forniture. Sebbene la Spagna sia dotata di ampia capacità di rigassificazione e possa dunque ricevere e stoccare le esportazioni statunitensi di LNG aggiuntive che Washington si è impegnata a consegnare, la fornitura di gas incontra però un collo di bottiglia quando raggiunge i Pirenei, per via della scarsa capacità esistente di connessione tra Spagna e Francia. A meno di nuovi investimenti in questo settore, Madrid non può dunque contribuire in maniera significativa alla sicurezza energetica europea. Inoltre, le vicissitudini tra Spagna e Algeria ci ricordano quanto i paesi europei siano vulnerabili alle richieste arbitrarie dei paesi produttori.</p>



<p>Per quanto riguarda invece l’Egitto e il quadrante del Mediterraneo orientale, la crisi recente e la ricerca europea di forniture alternative ha riacceso le speranze del Cairo di diventare l’hub regionale per l’esportazione del gas naturale. Allo stato attuale, però, la capacità di esportazione egiziana è pari solamente a 12,2 bcm: questo in parte perché, come in Algeria, la maggior parte della produzione è destinata a coprire il fabbisogno interno, ma soprattutto perché questa è la quantità processabile dai due impianti LNG di Damietta e Idku. L’obiettivo egiziano è quello di esportare tramite i propri impianti anche gas proveniente da altri giacimenti sottomarini nel Mediterraneo orientale, appartenenti ad altri paesi. Già oggi Il Cairo esporta gas israeliano proveniente dai giacimenti Leviathan e Tamar, e in prospettiva, intende diventare export hub anche per i giacimenti ciprioti di Aphrodite. In questo contesto, è tornato al centro del dibattito il gasdotto EastMed che, collegando Israele, Cipro, l’isola greca di Creta e – tramite l’estensione Poseidon – l’Italia, permetterebbe di aumentare i flussi diretti in Europa. La costruzione di EastMed, tuttavia, è stata finora rimandata per via della scarsa viabilità economica e commerciale del progetto, oltre che delle tensioni geopolitiche a cui darebbe adito. L’entità modesta dei giacimenti non giustificherebbe infatti costi decisamente elevati (6 miliardi di euro) a fronte di prezzi del gas fino agli scorsi mesi molto bassi e della diminuzione della domanda di gas prevista dagli obiettivi europei di decarbonizzazione. Inoltre, il gasdotto escluderebbe la Turchia, che ha infatti in passato intrapreso azioni ostili per rivendicare la propria sovranità su determinate porzioni di acque territoriali contese a Cipro, e il proprio diritto a essere parte della grande partita del gas nel Mediterraneo orientale.</p>



<p>Tanto per il caso algerino quanto per quello egiziano, la decisione più importante che i paesi europei sono chiamati a prendere oggi è quale tipo di futuro vogliano disegnare per la regione, ovvero su che cosa vogliano investire. In un editoriale congiunto (tradotto in italiano il 3 maggio sul quotidiano La Repubblica<a href="#_ftn11" id="_ftnref11">[11]</a>), l’Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza UE Josep Borrell e il presidente della Banca Europea degli Investimenti&nbsp; Werner Hoyer prendono una posizione molto netta: “la ricerca di fornitori di gas naturali diversi — per quanto necessaria nel breve periodo — non deve rinchiuderci in una nuova dipendenza a lungo termine, con grossi investimenti in infrastrutture per il trasporto di combustibili fossili. Questo sarebbe oneroso, catastrofico per il pianeta e alla fine dei conti inutile, viste le opzioni più rispettose del clima che sono disponibili”. L’editoriale prosegue con l’impegno da parte della BEI a sostenere, da oggi al 2030, 1 miliardo di euro di investimenti in progetti climatici e sostenibilità ambientale: “l’Unione Europea è pronta a sostenere la comunità internazionale nello sforzo di mettere fine alla dipendenza dai combustibili fossili.” Se dunque la situazione attuale fa sorgere il rischio di rallentare (ulteriormente) la transizione ecologica nel Mediterraneo attraverso nuovi investimenti nel settore fossile, dall’altra essa apre l’opportunità di accelerare l’azione in questo senso, attraverso investimenti mirati allo sviluppo delle enormi potenzialità di energia rinnovabile offerte dalla regione.</p>



<p>Sulla base di queste considerazioni, Italia e Germania dovrebbero agire in maniera congiunta per adottare le seguenti indicazioni di policy:</p>



<p>Assumere la leadership a livello UE nella costruzione di partnership per la giusta transizione (“Just Energy Transition Partnerships”, o JETPs) nei paesi esportatori di combustibili fossili, a partire da Algeria ed Egitto. Su modello della partnership offerta al Sudafrica per la transizione dal carbone all’energia pulita in occasione della COP26 di Glasgow, Italia e Germania dovrebbero guidare la costruzione di una simile piattaforma per la transizione dal gas alle rinnovabili nei paesi del Mediterraneo. L’Italia, forte della propria storica proiezione nella regione, potrebbe avviare il dialogo con i paesi della sponda sud del Mediterraneo in questo senso, mentre la Germania, come presidente del G7, potrebbe guidare la costruzione del consenso necessario a livello internazionale per la raccolta dei finanziamenti necessari.&nbsp;</p>



<p>Aumentare in maniera significativa gli interventi sul fronte dell’adattamento. Come dimostrano i rapporti IPCC, la regione del Mediterraneo è destinata a risentire significativamente degli impatti del cambiamento climatico da qui al 2039 a prescindere dalle politiche di mitigazione messe in atto da oggi in avanti. Per questo motivo, è necessario affiancare a stringenti politiche di riduzione delle emissioni anche un ampio supporto ad azioni di adattamento e costruzione di resilienza, come ad esempio la costruzione di barriere architettoniche per la protezione delle aree costiere dagli allagamenti, l’adozione di metodi di irrigazione a goccia, la costruzione di abitazioni anfibie e di sistemi di allarme precoce (“early-warning mechanisms”).</p>



<p>Agire in modo unitario in ambito europeo per supportare progetti infrastrutturali green. Anziché investire in nuove infrastrutture per il trasporto di combustibili fossili come il gasdotto EastMed, Italia e Germania dovrebbero agire in maniera congiunta per lo sviluppo delle interconnessioni elettriche, in particolar modo l’Euro-Asia Interconnector e l’Euro-Africa Interconnector. A differenza delle infrastrutture fossili, infatti, questo tipo di interconnessioni non è destinata a divenire stranded asset e, al contrario, incentiva lo sviluppo di rinnovabili per la produzione di elettricità. L’interconnessione delle reti elettriche presenta al contempo un’importante dimensione geopolitica: connettere l’area Mediterranea alla rete elettrica europea, e dunque ai suoi standard, ha infatti una notevole valenza strategica, specialmente a fronte della crescente competizione cinese in questo settore. Oltre a connettere la rete elettrica mediterranea a quella elettrica, è necessario aumentare gli sforzi per l’integrazione della rete elettrica regionale. In questo modo, sarà possibile tra le altre cose ovviare ai cronici problemi di mancanza di elettricità nelle ore di punta sfruttando i diversi fusi orari.</p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<p><a href="#_ftnref1" id="_ftn1">[1]</a> Tuel, A and Eltahir, EAB. 2020. &#8220;Why Is the Mediterranean a Climate Change Hot Spot?.&#8221; Journal of Climate, 33 (14)</p>



<p><a href="#_ftnref2" id="_ftn2">[2]</a> Co2 emissions (kt), Middle East &amp; North Africa, European Union, World Bank (https://data.worldbank.org/indicator/EN.ATM.CO2E.KT?locations=ZQ-EU)</p>



<p><a href="#_ftnref3" id="_ftn3">[3]</a> UNDP, Climate Change Adaptation in the Arab States – Best practices and lessons learned, Bangkok, 2018 (https://www.undp.org/publications/climate-change-adaptation-arab-states).</p>



<p><a href="#_ftnref4" id="_ftn4">[4]</a> Varela, R., Rodríguez-Díaz, L. and de Castro, M., ‘Persistent heat waves projected for Middle East and North Africa by the end of the 21st century’, Plos One, 2020 (https://journals.plos.org/plosone/article?id=10.1371/journal.pone.0242477).</p>



<p><a href="#_ftnref5" id="_ftn5">[5]</a> World Bank, Climate Change Knowledge Portal, Middle East and North Africa, projections.</p>



<p><a href="#_ftnref6" id="_ftn6">[6]</a> Zittis, G., ‘Business-as-usual will lead to super and ultra-extreme heatwaves in the Middle East and North Africa’, Nature, March 2021 (https://www.nature.com/articles/s41612-021-00178-7).</p>



<p><a href="#_ftnref7" id="_ftn7">[7]</a> Center for Naval Analyses, National Security and the Threat of Climate Change, Alexandria, VA, United States, 2007 (https://www.cna.org/cna_files/pdf/national%20security%20and%20the%20threat%20of%20climate%20change.pdf).</p>



<p><a href="#_ftnref8" id="_ftn8">[8]</a> Leonard, M., Pisani-Ferry, J., Shapiro, J., Tagliapietra, S., and Wolff, G., ‘The geopolitics of the European Green Deal’,</p>



<p>Policy Brief, European Council on Foreign Relations, 3 February 2021 (https://ecfr.eu/publication/the-geopolitics-of-theeuropean-green-deal/).</p>



<p><a href="#_ftnref9" id="_ftn9">[9]</a> REPowerEU: Joint European Action for more affordable, secure and sustainable energy, COM/2022/108 final, 8 marzo 2022 (<a href="https://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/?uri=COM%3A2022%3A108%3AFIN">https://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/?uri=COM%3A2022%3A108%3AFIN</a>)</p>



<p><a href="#_ftnref10" id="_ftn10">[10]</a> Fakir I., ‘Given capacity constraints, Algeria is no quick fix for Europe’s Russian gas concerns’, Middle East Institute, 8 marzo 2022 (<a href="https://www.mei.edu/publications/given-capacity-constraints-algeria-no-quick-fix-europes-russian-gas-concerns">https://www.mei.edu/publications/given-capacity-constraints-algeria-no-quick-fix-europes-russian-gas-concerns</a>)</p>



<p><a href="#_ftnref11" id="_ftn11">[11]</a> Borrell J., Hoyer W., ‘La via green alla sicurezza’, La Repubblica, 5 maggio 2022 (<a href="https://www.repubblica.it/commenti/2022/05/02/news/cosa_serve_alleuropa_per_unenergia_pulita_e_giusta-347833419/">https://www.repubblica.it/commenti/2022/05/02/news/cosa_serve_alleuropa_per_unenergia_pulita_e_giusta-347833419/</a>)</p>


<a href="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2022/05/Transizione-nel-Med.pdf" class="pdfemb-viewer" style="" data-width="max" data-height="max" data-toolbar="bottom" data-toolbar-fixed="off">Transizione-nel-Med</a>
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		<title>Sicurezza energetica e sicurezza climatica: la risposta all’aggressione russa richiede un nuovo paradigma</title>
		<link>https://www.mondodem.it/2909/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Annalisa Perteghella]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 22 Mar 2022 08:32:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Policy brief]]></category>
		<category><![CDATA[Clima]]></category>
		<category><![CDATA[energia]]></category>
		<category><![CDATA[sicurezza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Lo scorso 26 febbraio, mentre l’attenzione del mondo era comprensibilmente concentrata su quanto sta accadendo in Ucraina, l’IPCC&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Lo scorso 26 febbraio, mentre l’attenzione del mondo era comprensibilmente concentrata su quanto sta accadendo in Ucraina, l’IPCC – il panel scientifico ONU sul cambiamento climatico –  presentava le conclusioni del rapporto sugli impatti del cambiamento climatico. Il Rapporto “Climate change 2022: Impatti, adattamento e vulnerabilità” dimostra come gli eventi estremi legati al cambiamento climatico stiano accadendo con frequenza maggiore e in maniera più rapida rispetto a quanto ci si aspettasse dai precedenti studi, e che gli impatti sono più devastanti di quanto previsto, tanto da superare le fragili misure messe in campo finora per contenerli. Tradotto in altre parole: non c’è più tempo da perdere. Occorre agire fin da subito tanto sul fronte della mitigazione, cioè della riduzione delle emissioni, quanto su quello dell’adattamento, cioè della costruzione di resilienza agli impatti del cambiamento climatico. Soprattutto, ciò significa che gli impegni climatici, e su tutti l’impegno a mantenere l’innalzamento della temperatura entro 1,5°C, non sono negoziabili, né rimandabili. Ogni frazione di grado superiore mette infatti a rischio non solo la sicurezza dell’ambiente in cui viviamo, ma la stessa sicurezza umana.</p>



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<p>Per sicurezza umana si intende la sicurezza dell’essere umano in tutte le sue dimensioni: alimentare, idrica, salute fisica e mentale, sociale, economica e ambientale. Perché il cambiamento climatico mette a rischio tutte queste dimensioni? Perché, come riconoscono scienziati e analisti ormai da tempo, esso agisce come&nbsp; un potentissimo “moltiplicatore della minaccia”: pensate a una minaccia qualsiasi, il cambiamento climatico la aumenta e la rende più intensa. Non è infatti un rischio tra i tanti, ma è il rischio che ha la capacità di impattare su diverse dimensioni – sviluppo, salute, sicurezza, migrazioni – generando effetti a cascata, dal potenziale dirompente. Aumento delle temperature, ondate di calore sempre più frequenti, alterazioni nel ciclo delle precipitazioni sono alla base di fenomeni quali desertificazione e insicurezza idrica; quest’ultima a sua volta mette a repentaglio la sicurezza alimentare, che può causare insicurezza socio-economica. Quest’ultima poi aumenta il rischio di instabilità politica e geopolitica, che potrebbe sfociare in conflitti e conseguenti fenomeni migratori. Lo abbiamo visto accadere nel decennio scorso, quando le rivolte per il pane in contesti fortemente autoritari quali i paesi di Medio Oriente e Nord Africa sono state tra i fattori all’origine delle cosiddette Primavere arabe, poi sfociate in rivoluzioni, restaurazioni violente e, in alcuni casi, guerre civili tutt’oggi in corso. Le Primavere arabe e l’instabilità che ne è conseguita sono state anche alla base di ingenti flussi migratori diretti verso l’Europa, dove sono stati strumentalizzati da partiti politici populisti e sovranisti che hanno utilizzato l’emergenza per avanzare la propria agenda di arretramento democratico.</p>



<p>Il rapporto IPCC rivela come, se non si agisce in maniera tempestiva, eventi climatici estremi quali ondate di calore, tempeste, siccità e inondazioni rischiano di avere conseguenze nefaste sulla sicurezza umana, con effetti a cascata sul piano geopolitico.&nbsp; Ma il nesso tra sicurezza umana e rischio geopolitico è valido anche in senso inverso: lo vediamo in questi giorni proprio nella crisi ucraina. Da Russia e Ucraina dipende circa un quarto delle esportazioni mondiali di grano. L’Ucraina è il maggior paese europeo per terra coltivabile, il primo esportatore di girasoli e prodotti derivati, l’ottavo esportatore mondiale di grano. È talmente centrale per il mercato alimentare mondiale che proprio un anno di cattivo raccolto in questo paese, nel 2010, dette origine a quell’aumento dei prezzi alla base delle Primavere arabe.</p>



<p>La guerra tra Russia e Ucraina avviene in un momento in cui il mercato alimentare mondiale è già sotto stress: i prezzi sono ai livelli massimi dal 2011 per effetto di una serie di cattivi raccolti, e i paesi più vulnerabili allo shock sono proprio i paesi in via di sviluppo. Dei 14 paesi per i quali il grano ucraino rappresenta un import essenziale, circa la metà soffre di insicurezza alimentare severa, inclusi Libano e Yemen, due paesi attualmente in situazione di emergenza umanitaria.</p>



<p>Ma se le sfide sono collegate, lo sono anche le risposte. La risposta all’aggressione russa e la risposta alla crisi climatica passano entrambe da una riduzione della dipendenza dai combustibili fossili. L’esigenza di ridurre le importazioni di gas russo è ormai riconosciuta a livello europeo, in parte per non alimentare le casse di un regime che si sta rendendo responsabile di un’aggressione contraria alle leggi del diritto internazionale, in parte per emanciparsi dalla strumentalizzazione dell’arma energetica da parte di Mosca, che già da alcuni mesi sta agendo per mantenere il prezzo del gas a livelli record.</p>



<p>Ma lo shock attuale deve essere utilizzato non come semplice spinta alla diversificazione degli approvvigionamenti, bensì come spinta per un’accelerazione verso un nuovo modello di sviluppo. Un modello basato su fonti di energia rinnovabile come base di un nuovo patto sociale in quei paesi in cui la rendita da fonti fossili alimenta sistemi autoritari; un modello basato non più su relazioni di dipendenza tra stati ma di interdipendenza e cooperazione, slegati dalla logica di accaparramento delle risorse che ha accompagnato lo sfruttamento delle fonti fossili. È per questo che, nella disperata ricerca di fonti di energia alternative al gas russo di questi giorni, occorre tenere presente che il gas da fornitori alternativi rappresenta una soluzione per tamponare l’emergenza, ma non può rappresentare una scelta di lungo periodo. In particolare, preoccupa la frenetica ricerca di fornitori alternativi tra i paesi del Mediterraneo, tra cui l’Algeria, dove si è recato in visita il ministro degli Esteri Di Maio lo scorso 28 febbraio. A seguito della visita, la Farnesina ha annunciato di essere pronta a una nuova cooperazione energetica con l’Algeria “sul breve, medio e lungo periodo”.&nbsp; È proprio quest’ultima parte a destare preoccupazione: la cooperazione energetica sul medio e lungo periodo con l’Algeria dovrebbe essere incentrata su un sostegno alla giusta transizione nel paese; una gestione ordinata della transizione energetica in linea con gli imperativi della giustizia climatica, e da cui discenda auspicabilmente un nuovo patto sociale, non più basato sul compromesso autoritario tipico dei paesi dipendenti dalla rendita da oil&amp;gas. Al contrario, il rafforzamento dell’attuale relazione basata sull’estrazione e lo sfruttamento delle risorse appare pericoloso per almeno due motivi: si ritarda la transizione ecologica del paese, che dovrebbe invece cominciare oggi stesso data l’elevata fragilità climatica non solo dell’Algeria ma dell’intera regione mediterranea, un vero e proprio hub del cambiamento climatico. In secondo luogo, si sostituisce una dipendenza con un’altra dipendenza, non tenendo conto del fatto che, nonostante l’apparente stabilità, l’Algeria è un paese molto fragile, oggi ancora più esposto al rischio di una nuova Primavera araba insieme ad altri paesi della regione Mena proprio a causa dei segnali allarmanti che vengono dai mercati alimentari mondiali. Dal momento che il processo di transizione ecologica, soprattutto nei paesi dipendenti dagli idrocarburi, richiede tempo e risorse, occorre cominciare a investirvi fin da oggi.&nbsp;</p>



<p>Se dunque in questi giorni l’attenzione e il dibattito sono concentrati, a ragione, sulla guerra in Ucraina, ciò non deve distogliere l’attenzione dai profondi rischi per la sicurezza umana che incombono a causa del cambiamento climatico. Non si tratta di scegliere ciò che è prioritario, o di derubricare l’azione climatica come non altrettanto urgente rispetto alla situazione in Ucraina. Sicurezza climatica e geopolitica sono infatti profondamente interconnesse. Ci attendono inoltre mesi impegnativi sul fronte economico, a causa della guerra. L’azione climatica potrebbe dunque venire percepita come poco urgente rispetto agli imperativi della crescita economica a ogni costo. Ma agire con urgenza sul fronte climatico non significa sposare il paradigma della decrescita felice: significa lavorare incessantemente per la costruzione di un nuovo modello di sviluppo che affianchi crescita economica e tutela del pianeta; una crescita economica che sia per tutti, equamente distribuita, fuori dalle logiche del profitto a ogni costo; una crescita economica, insomma, che rimetta al centro l’umano e i suoi diritti. Ci attendono mesi impegnativi e trasformativi: occorre agire perché dalla crisi emerga un sistema diverso, un sistema che rimetta al centro la sicurezza umana.&nbsp;</p>



<p><strong>Di seguito si individuano alcune indicazioni di policy che dovrebbero guidare l’azione del governo nei prossimi mesi:</strong></p>



<p>Nella ricerca di fornitori alternativi alla Russia, è necessario <strong>compiere un’attenta analisi costi-benefici </strong>dell’opportunità di stipulare nuovi accordi di fornitura di fonti fossili rispetto al formulare investimenti nella transizione ecologica degli stessi paesi. Se nel breve periodo infatti nuove forniture di gas e petrolio sono necessarie per compensare le minori importazioni dalla Russia, sul medio e lungo periodo anche la formulazione di partnership sull’energia deve essere guidata dal principio dell’accelerazione sullo sviluppo di rinnovabili ed efficienza energetica che emerge dalla nuova strategia europea RePowerEU. Durante l’ultimo meeting dei paesi esportatori di gas, tenutosi a fine febbraio in Qatar, questi hanno sottolineato come il riorientamento delle loro forniture verso l’Europa richieda massicci investimenti in infrastrutture e contratti a lungo termine: questi investimenti sono però incompatibili con gli obiettivi di azione climatica sottoscritti dai paesi firmatari dell’accordo di Parigi, e rischiano pertanto di divenire stranded assets.</p>



<p>Nella creazione di nuove partnership energetiche con i paesi del Mediterraneo e dell’Africa, <strong>delineare strategie di lungo periodo che portino a una giusta transizione,</strong> e non blocchino né questi paesi né l’Italia in relazioni di dipendenza dai combustibili fossili. Le nuove partnership devono dunque includere oltre a un aumento delle forniture di combustibili fossili nel breve periodo, anche una strategia per il medio e lungo periodo che possa portare questi paesi a dispiegare l’enorme potenziale di sviluppo di rinnovabili. Il loro utilizzo deve avvenire in maniera primaria per lo sviluppo economico in loco, necessario alla stabilità politica, e in maniera secondaria per l’esportazione verso l’Europa. A livello di infrastrutture, ciò significa prediligere la costruzione di interconnessioni elettriche in grado di supportare nel breve periodo il gas e nel medio-lungo l’elettricità prodotta da rinnovabili, anziché gasdotti. </p>



<p><strong>Dare massima trasparenza ai contenuti delle intese</strong> e dei nuovo accordi siglati durante le missioni del ministro Di Maio in Algeria, Qatar, Angola, Repubblica Democratica del Congo, così come alle nuove intese che verranno siglate nelle prossime settimane. In questo momento, cittadini e imprese pagano il prezzo più alto della crisi energetica in atto: è loro diritto dunque essere pienamente informati delle scelte politiche alla base così come dei termini economici delle nuove partnership energetiche dell’Italia.</p>


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		<title>Cambiamento climatico, conflitti, migrazioni.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 09 Sep 2018 17:23:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Italia nel mondo]]></category>
		<category><![CDATA[#migrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Clima]]></category>
		<category><![CDATA[conflitti]]></category>
		<category><![CDATA[Cooperazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In questa videointervista di Luca Bergamaschi, realizzata a margine della Festa de L&#8217;Unità di Modena, Antonello Pasini, noto fisico&#8230;</p>
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<p>In questa videointervista di <a class="profileLink" href="https://www.facebook.com/bergalu?fref=mentions&amp;__xts__%5B0%5D=68.ARDUcWhmyIIUZ2wRXwPYEB-7Vkds6Yg_AR0WDn65FeRawKJqh7_HYCSoNJ9NrsO5FoXPWtphGE-iUaoE4_6iFDuyVXXexa_7oxT3LGkHmZu1fBiHvQ6mo5N8uzm9UAaAfoOsUNaAcqrFZG8NOJWzFYqqQABIpy6ydWFJggcgkXXiOMc6-PMtsg&amp;__tn__=K-R" data-hovercard="/ajax/hovercard/user.php?id=809792239&amp;extragetparams=%7B%22fref%22%3A%22mentions%22%7D" data-hovercard-prefer-more-content-show="1">Luca Bergamaschi</a>, realizzata a margine della Festa de L&#8217;Unità di Modena, Antonello Pasini, noto fisico del CNR spiega come il cambiamento climatico sia alla base per il governo dei conflitti, delle migrazioni e dello sviluppo dell&#8217;Africa.</p>
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		<title>Alla COP23 di Bonn l’Italia c’è e parla eccome</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Nov 2017 18:01:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Italia nel mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Clima]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Stampa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>*Di Luca Bergamaschi, autore per MondoDem del documento &#8220;La Politica Estera del PD in una Clima che cambia&#8220;,&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/875/">Alla COP23 di Bonn l’Italia c’è e parla eccome</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>*Di Luca Bergamaschi, autore per MondoDem del documento &#8220;<a href="https://www.mondodem.it/policy-brief/la-politica-estera-del-pd-in-un-clima-che-cambia/">La Politica Estera del PD in una Clima che cambia</a>&#8220;, presentato durante l&#8217;evento &#8220;La Politica Estera ed Europea dell&#8217;Italia: Le Proposte del PD&#8221; il 10-11 novembre a Roma. </em></p>
<p>Alla COP23 di Bonn l’Italia c’è e parla. Il Ministro dell’Ambiente Gianluca Galletti ha preso parte al lancio della prima <a href="https://www.gov.uk/government/uploads/system/uploads/attachment_data/file/660041/powering-past-coal-alliance.pdf">Alleanza Globale per l’uscita dal carbone</a> insieme ad altri 19 paesi, presentando a livello internazionale gli obiettivi della nuova Strategia Energetica Nazionale. La Strategia include l’uscita dell’Italia dal carbone nella produzione elettrica entro il 2025 e il raggiungimento di 55% di elettricità da rinnovabili entro il 2030.</p>
<p>Durante il suo <a href="http://www.minambiente.it/comunicati/clima-galletti-cop23-acceleriamo-accordo-parigi-unica-risposta">intervento al segmento di alto livello</a>, il Ministro ha annunciato che “stiamo lavorando a livello interministeriale con l’obiettivo di proporre una candidatura italiana ad ospitare la COP26”. Il prossimo passo sarà quello di trovare quanto prima l’accordo a livello di Consiglio dei Ministri e successivamente ufficializzare la candidatura al segretariato dell’agenzia delle Nazioni Unite responsabile del quadro sui cambiamenti climatici (UNFCCC). Milano è pronta.</p>
<p>Il Ministro ha inoltre annunciato l’intenzione di continuare a sostenere il Fondo per l’Adattamento con ulteriori 7 milioni di euro e ha firmato <a href="http://www.minambiente.it/comunicati/clima-ministero-ambiente-firma-protocolli-con-mali-e-georgia">due Protocolli d’Intesa con Georgia e Mali</a> per sostenere i due Stati nella realizzazione dei loro obiettivi di adattamento e lotta al cambiamento climatico. Ciò riflette l’interesse italiano a sostenere Paesi africani e rafforzare collaborazione con Paesi dell’area ex sovietica.</p>
<p>Il Ministro ha poi firmato un <a href="https://cop23.unfccc.int/news/italy-and-un-launch-fellowship-programme-for-climate-vulnerable-countries">Protocollo d’Intesa con il UNFCCC</a> per lanciare un nuovo programma quinquennale di Fellowship con le piccole isole e paesi meno sviluppati. L’Italia si è impegnata a stanziare 2,5 milioni di euro nella costruzione di nuova capacità e permettere ad individui selezionati di trascorrere un anno formativo presso gli uffici del UNFCCC. Infine, l’Italia ospiterà tra fine gennaio ed inizio febbraio la celebrazione dei 30 anni del International Panel on Climate Change (IPCC), il foro scientifico delle Nazioni Uniti sui cambiamenti climatici.</p>
<p>L’Italia conferma così la sua leadership sul clima, già dimostrata quest’anno dal Governo Gentiloni durante i lavori della Presidenza Italiana del G7 in cui si è con forza riaffermato l’irreversibilità e la non-negoziabilità dell’Accordo di Parigi a fronte del cambio di politica dell’Amministrazione americana. La <a href="http://www.lastampa.it/2017/11/16/scienza/ambiente/inchiesta/clima-e-mediterraneo-litalia-senza-voce-TRJHzabuZRv2Cjt7P4yZ9H/pagina.html">critica di Edoardo Zanchini</a> su La Stampa non riflette così l’operato e “la voce” del Governo e quella in particolare del Ministero dell’Ambiente alla COP. Ma si può concordare sul bisogno di migliorare la comunicazione, la presenza e la presentazione delle esperienze italiane, sia pubbliche che private, creando spazi, dialoghi, relazioni e risorse adeguate. Per una diplomazia del clima di successo.</p>
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