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	<title>Cooperazione Archivi &#8211; MondoDem</title>
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	<description>Laboratorio di Politica Internazionale</description>
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	<title>Cooperazione Archivi &#8211; MondoDem</title>
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		<title>La cooperazione italiana alla prova del Piano Mattei</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Sep 2024 18:54:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Africa subsahariana]]></category>
		<category><![CDATA[Africa]]></category>
		<category><![CDATA[Cooperazione]]></category>
		<category><![CDATA[piano mattei]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nonostante i tentativi di questi anni, l’Italia non ha purtroppo una esperienza di cooperazione internazionale all’altezza di un&#8230;</p>
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<p>Nonostante i tentativi di questi anni, l’Italia non ha purtroppo una esperienza di cooperazione internazionale all’altezza di un paese del G7.</p>



<p>Nel 2014 il governo Renzi introdusse una riforma organica della cooperazione istituendo una agenzia dedicata (AICS) dentro il nuovo <em>Ministeri degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale </em>e affidando a Cassa Depositi e Prestiti il ruolo di istituzione finanziaria per lo sviluppo. I risultati concreti sono purtroppo rimasti al di sotto delle aspettative. Le risorse effettivamente distribuite annualmente dall’Italia nel 2023 arrivavano 5.6 miliardi di dollari contro i 16 della Francia e i 17 del Regno Unito e 36 della Germania.<a href="#_ftn1" id="_ftnref1">[1]</a> Le risorse messe a disposizione dall’Italia sono leggermente cresciute negli anni (erano in media 4.8 miliardi l’anno nel 2014-18) ma sostanzialmente in dieci anni non c’è stato un cambio di passo. &nbsp;Peraltro, nel 2022 oltre un quarto di queste risorse sono spese in Italia per coprire costi legati ai richiedenti asilo. Il bilancio dell’Italia non ha ampi spazi di manovra, ma anche qualitativamente i passi avanti sono stati pochi. Gran parte degli interventi italiani si risolvono in prestiti sovrani concessionari pluridecennali o in trasferimenti concessionali ad altre banche pubbliche di sviluppo a cui è delegata l’effettiva messa a terra dei progetti. La nostra capacità automa di portare valore aggiunto rimane limitata.</p>



<p>Il Piano Mattei del governo ha suscitato interesse ma non affronta ancora le due questioni di fondo che hanno rese inefficace la nostra azione negli ultimi anni: una governance estremamente complessa e l’assenza di prioritizzazione nell’uso delle risorse.</p>



<p><strong>Primo, la prioritizzazione è indispensabile per un paese come l’Italia,</strong> dove il costo del debito è alto e gli spazi di spesa limitati. I paesi in via di sviluppo raccolgono investimenti per duemila miliardi di dollari l’anno: di questi, meno di duecento vengono dai governi donatori e l’Italia è tra i donatori più piccoli. La domanda è quindi come le limitate risorse italiane possano dare un contributo allo sviluppo internazionale, e quindi anche al nostro ruolo nel mondo. <strong>La priorità dell’Italia potrebbe essere quella di mobilizzare capitali privati verso la transizione energetica in paesi in via di sviluppo, ed in particolare in Africa.</strong> &nbsp;L’obiettivo e’ “<em>creare mercati”</em>, dimostrando che è possibile fare impatto sociale e ambientale portando capitali privati là dove non andrebbero. Più che nuovi strumenti, serve quindi un nuovo modo di pensare per cui l’obiettivo delle risorse pubbliche è rendere commercialmente, socialmente e ambientalmente sostenibili l’elettrificazione, la produzione energetica diffusa, lo sviluppo di nuove tecnologie come l’idrogeno verde, il riciclo dei rifiuti e delle materie prime. Non si tratta di ridurre il ruolo dello Stato e questi progetti funzionano solo se sono allineati ad un reale sforzo di riforme e investimenti del governo locale. Al contrario, significa far funzionare il mercato e creare una economia formalizzata così da liberare risorse pubbliche che i governi possono poi investire in servizi e welfare.</p>



<p><strong>Secondo, il sistema di governance della cooperazione è volutamente farraginoso frutto di una cultura politica che predilige il controllo diretto all’assunzione di responsabilità per i risultati effettivamente conseguiti (accountability)</strong>. Negli anni, i governi hanno accavallato vari strumenti finanziari e per ciascuno di questi creato, per legge, diversi comitati ministeriali (e talvolta anche politici) che decidono quali operazioni perseguire e con che tempi. Abbiamo creato una grande confusione tra strumenti verso enti pubblici e no-profit, strumenti di finanza per lo sviluppo, e strumenti di supporto all’internazionalizzazione delle imprese italiane. Si tratta di obiettivi diversi, con razionali di intervento che devono essere nettamente separati. Se tutto si puo’ utilizzare per tutto, e tutte le decisioni richiedono una approvazione ministeriale, si finisce per decidere nulla. <strong>L’Italia deve creare una istituzione di finanzia per lo sviluppo dedicata, con governance e personalità giuridica propria</strong>, che non si occupi del supporto alle imprese italiane e degli interventi a dono verso gli Stati, gestiti invece dai ministeri e da AICS. Questa nuova istituzione dovrebbe avere capitalizzazione e capacità decisionale autonoma dai ministeri, come negli altri paesi europei, e potrebbe essere strutturata come una sussidiaria di CDP. Essa dovrebbe operare all’interno di priorità pluriennali definite dal governo, ma prendendo le singole decisioni di investimento in reale autonomia<strong>. Si tratterebbe di una rivoluzione nel panorama pubblico italiano, dove tutto è politico ma nessuno è mai responsabile per i risultati.</strong></p>



<p>Con il Piano Mattei il governo insiste sull’importanza di creare relazioni paritarie con l’Africa, sulla necessità di fare sistema tra ministeri e aziende italiane, e sulla creazione di partnership locali trainate dai governi africani e dalle banche pubbliche di investimento. Oltre ad accentrare la governance a Palazzo Chigi, il governo ha però presentato poche idee sulle strategie di intervento, le risorse, i progetti e l’effettivo valore aggiunto dell’Italia. Il PD potrebbe cogliere questa opportunità per aprire un suo dialogo con i partner africani, le istituzioni, le imprese e la società civile, e sfidare la maggioranza su questo terreno con proposte concrete ed efficaci.</p>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<p><a href="#_ftnref1" id="_ftn1">[1]</a> Dati OCSE-DAC (Gross ODA).</p>
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		<title>Ricostruire l&#8217;Ucraina: Le lezioni apprese dall’esperienza dei Balcani</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 19 Jul 2023 11:33:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Appuntamenti]]></category>
		<category><![CDATA[Balcani]]></category>
		<category><![CDATA[Cooperazione]]></category>
		<category><![CDATA[ucraina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>MondoDem ha organizzato nella giornata del 13 luglio 2023, presso la sede nazionale del Partito Democratico in via&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>MondoDem ha organizzato nella giornata del 13 luglio 2023, presso la sede nazionale del Partito Democratico in via Sant’Andrea delle Fratte, un seminario sulle possibilità di ricostruzione dell&#8217;Ucraina, prendendo ispirazione dalle lezioni apprese dai Balcani. Ha avuto luogo un confronto con esperti, attori della società civile e delle ONG. Durante l&#8217;incontro, i partecipanti hanno condiviso le proprie esperienze, conoscenze e prospettive sul tema, aprendo un dibattito costruttivo sulla sfida di ricostruire un Paese dopo un conflitto con delle conseguenze sul tessuto sociale molto visibili. I paralleli fra Ucraina e Balcani sono molti, ma conta soprattutto il fatto che molti dei meccanismi con la quale la cooperazione italiana è predisposta ad affrontare il conflitto attuale (l’approccio “di rete”, i gemellaggi con comuni e regioni italiane, alcune Ong e attori economici sociali, gli strumenti tecnici legali) affondano radici in quella fase della storia recente.</p>



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<p>L&#8217;incontro ha visto la partecipazione di esperti, giornalisti e rappresentanti di organizzazioni non governative che hanno giocato un ruolo significativo nella ricostruzione dei Balcani, all’indomani delle guerre che portarono alla dissoluzione della ex Jugoslavia. Dario D&#8217;Urso, esperto di Balcani e Political Advisor per il Consiglio d&#8217;Europa, ha offerto una panoramica introduttiva, esaminando le esperienze passate e tracciando possibili linee di azione per l&#8217;Ucraina.</p>



<p><strong>Un punto chiave emerso dal seminario è stata l&#8217;importanza di coinvolgere la società civile nella ricostruzione.</strong> Le ONG italiane hanno svolto un ruolo determinante nei Balcani, cercando di ricucire le ferite e promuovendo la riconciliazione: l&#8217;accoglienza dei profughi e il supporto logistico sono stati i primi passi intrapresi, seguiti da un impegno a lungo termine nella ricostruzione delle comunità locali. È stata sottolineata, per l’appunto, l&#8217;importanza di un approccio che comprenda vari aspetti fisici, economici e sociali oltre alla necessità di promuovere una cultura di riconciliazione duratura e che, quindi, possa rappresentare un impatto sostenibile nel lungo periodo nelle popolazioni coinvolte.</p>



<p>L’esperienza dei Balcani insegna molto su questi punti. L’erogazione dei fondi pubblici in risposta alla guerra degli anni 90 è stata a volte farraginosa e non sempre soggetta a un buon coordinamento. Detto questo, sono stati comunque creati casi sostenibili anche al di fuori dello sviluppo di un tessuto economico vivace.</p>



<p>Durante il seminario, sono stati evidenziati anche i punti di forza e le sfide specifiche che l&#8217;Ucraina affronterà nel suo percorso di ricostruzione: <strong>la presenza di una vasta diaspora ucraina all&#8217;estero (in assenza di una politica di ritorni la </strong>forza lavoro ucraina potrebbe dimunuire di un terzo, da 17 a 11 milioni di persone) <strong>&nbsp;e la questione delle minoranze etniche russe sono state indicate come aspetti cruciali da considerare</strong>. È emerso il bisogno di sviluppare strumenti tecnici, economici e politici adeguati ad affrontare tali sfide e coinvolgere attivamente territori, enti locali e la diaspora ucraina residente in Italia. Il monito dei Balcani è qui importante. La sida della riconciliazione a livello etnico e sociale non è stata del tutto vinta. Gli sforzi profusi per la politica di ritorni dei rifugitati non sono sempre stati sufficienti e hanno avuto risultati modesti.</p>



<p>Il seminario ha anche messo in luce l&#8217;importanza di un <strong>approccio multilaterale</strong> e del coinvolgimento di attori diversi, tra cui organizzazioni non governative, istituzioni politiche e media, nel processo di ricostruzione: quello che è emerso è che l&#8217;esperienza delle ONG italiane, insieme ad altre esperienze internazionali, può svolgere un ruolo fondamentale nel fornire supporto e modelli di sviluppo per l&#8217;Ucraina.</p>



<p>È anche evidente che l’allargamento dell’Unione Europea non possa non giocare un ruolo cruciale nella ricostruzione ucraina. Oggi come allora, il tema è soggetto alla sovrapposizione di diverse agende: lo <em>state</em> e <em>nation building</em>, la ricostruzione fisica del paese e la competizione globale fra potenze esterna. Se si guarda a Balcani, la politica <strong>di allargamento Ue è ciò che ha coordinato questi piani</strong>, mancando però in ultima analisi l’obiettivo. Se ne possono derivare alcune lezioni: l’importanza della tempestività, l’importanza di passare da un’agenda umanitaria a un’agenda di sviluppo che vada però al di là di semplice politiche di mercato, dati gli squilibri economici che una liberalizzazione troppo rapida può creare, e <strong>infine porre al centro un modello basato sullo sviluppo sostenibile e la crescita del capitale umano.</strong></p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-rich is-provider-twitter wp-block-embed-twitter"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="twitter-tweet" data-width="550" data-dnt="true"><p lang="it" dir="ltr">Grazie a chi è intervenuto al seminario di <a href="https://twitter.com/MondoDemLab?ref_src=twsrc%5Etfw">@MondoDemLab</a> “Ricostruire l’Ucraina. Le lezioni apprese dai Balcani”, discutendo di allargamento e riforme, giustizia, società civile, democrazia e riconciliazione.<br>Qui la registrazione <a href="https://twitter.com/RadioRadicale?ref_src=twsrc%5Etfw">@RadioRadicale</a> <a href="https://t.co/ZDjGpA0c14">https://t.co/ZDjGpA0c14</a> <a href="https://t.co/iPpT2u6NFH">pic.twitter.com/iPpT2u6NFH</a></p>&mdash; Lia Quartapelle (@LiaQuartapelle) <a href="https://twitter.com/LiaQuartapelle/status/1679820124440649729?ref_src=twsrc%5Etfw">July 14, 2023</a></blockquote><script async src="https://platform.twitter.com/widgets.js" charset="utf-8"></script>
</div></figure>



<p>Diversamente dai Balcani<strong>, il tema delle garanzie di sicurezza è un nodo cruciale</strong>. Il settore privato non investe in un paese senza stabilità, ma un modello di sicurezza basato su una “<em>oversecurity</em>” è eccessiva militarizzazione potrebbe mettere in pericolo la salute della democrazia ucraina. Data la natura del conflitto, più che un modello balcanico di riconciliazione (al netto delle questioni legate alle popolazioni russofone in Crimea e a casi locali lungo la linea del fronte) <strong>sarebbe utile guardare al riavvicinamento pragmatico come quello fra Turchia e Armenia più che una vera pacificazione. </strong><strong></strong></p>



<p>Non poteva infine mancare un momento di discussione su quelle che sono e possono essere le sfide future che attendono l&#8217;Ucraina, sottolineando la necessità di un approccio lungimirante e del coinvolgimento attivo della società civile: è stato evidenziato da diversi interlocutori che l&#8217;Ucraina <strong>non può essere ricostruita senza un impegno congiunto e una cooperazione internazionale mirata</strong>, anche tenendo conto dalla lezione che si è imparata dalla ricostruzione balcanica dei decenni scorsi.</p>
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		<title>Cambiamento climatico, conflitti, migrazioni.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 09 Sep 2018 17:23:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Italia nel mondo]]></category>
		<category><![CDATA[#migrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Clima]]></category>
		<category><![CDATA[conflitti]]></category>
		<category><![CDATA[Cooperazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In questa videointervista di Luca Bergamaschi, realizzata a margine della Festa de L&#8217;Unità di Modena, Antonello Pasini, noto fisico&#8230;</p>
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<video class="wp-video-shortcode" id="video-1193-1" width="720" height="480" preload="metadata" controls="controls"><source type="video/mp4" src="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2018/09/Festa-Modena_clima.mp4?_=1" /><a href="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2018/09/Festa-Modena_clima.mp4">https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2018/09/Festa-Modena_clima.mp4</a></video></div></p>
<p>In questa videointervista di <a class="profileLink" href="https://www.facebook.com/bergalu?fref=mentions&amp;__xts__%5B0%5D=68.ARDUcWhmyIIUZ2wRXwPYEB-7Vkds6Yg_AR0WDn65FeRawKJqh7_HYCSoNJ9NrsO5FoXPWtphGE-iUaoE4_6iFDuyVXXexa_7oxT3LGkHmZu1fBiHvQ6mo5N8uzm9UAaAfoOsUNaAcqrFZG8NOJWzFYqqQABIpy6ydWFJggcgkXXiOMc6-PMtsg&amp;__tn__=K-R" data-hovercard="/ajax/hovercard/user.php?id=809792239&amp;extragetparams=%7B%22fref%22%3A%22mentions%22%7D" data-hovercard-prefer-more-content-show="1">Luca Bergamaschi</a>, realizzata a margine della Festa de L&#8217;Unità di Modena, Antonello Pasini, noto fisico del CNR spiega come il cambiamento climatico sia alla base per il governo dei conflitti, delle migrazioni e dello sviluppo dell&#8217;Africa.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1193/">Cambiamento climatico, conflitti, migrazioni.</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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		<title>Eritrea tra accordi di cooperazione e tutela dei diritti umani</title>
		<link>https://www.mondodem.it/1159/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Jul 2018 11:51:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Africa subsahariana]]></category>
		<category><![CDATA[L'Italia nel mondo]]></category>
		<category><![CDATA[#migrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Africa]]></category>
		<category><![CDATA[Cooperazione]]></category>
		<category><![CDATA[diritti umani]]></category>
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		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Claudia Barbarano 14 anni fa veniva abolita la leva obbligatoria in Italia. La coscrizione era in vigore&#8230;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Di Claudia Barbarano </em></p>
<p>14 anni fa veniva abolita la leva obbligatoria in Italia. La coscrizione era in vigore da 143 anni. L&#8217;ultimo giorno veniva fissato al 30 giugno 2005.</p>
<p><strong>Fa eco</strong> a questa ricorrenza,<strong> la recente notizia della fine della coscrizione illimitata per i giovani e le giovani eritree.</strong> Sembra, infatti, che i parenti di un ultimo gruppo di reclute abbiano riferito che in un discorso formale sia stato annunciato che la leva non sarà più a tempo indefinito (con una durata media di 20-30 anni), ma si limiterà a 18 mesi, dei quali 6 di addestramento e il restante di servizio civile.</p>
<p>Proprio, il carattere apparentemente pubblico dell&#8217;annuncio, rafforzato dall&#8217;accordo di pace appena intercorso con l&#8217;Etiopia, ravviva la speranza che questa decisione dia degli immediati riscontri. Già nel 2014, anno in cui 5000 eritrei abbandonavano il paese ogni mese, esponenti del governo del presidente Afewerki (insediatosi nel 1993), rassicurarono altri Stati, tra cui Regno Unito e Danimarca sul fatto che avrebbero limitato il periodo di leva ripristinando i limiti originariamente previsti dalla legge nazionale. Non fece seguito alcun effetto, salvo un incremento del 66% nei provvedimenti di rigetto della protezione internazionale da parte degli organi di prima istanza britannici.</p>
<p><strong>Dalle agenzie internazionali si evince che, proprio dal 2015, gli eritrei sono per numero la terza nazionalità ad entrare in Europa via mare, registrandosi quinti nel giugno 2018 per numero di arrivi in Italia attraverso la rotta del Mediterraneo centrale.</strong> Di essi, il 90% è composto da uomini e donne di età compresa tra i 18 e i 24 anni, in fuga dalla schiavitù, dalle esecuzioni e dalle lunghe detenzioni arbitrarie con cui vengono punite le diserzioni e, soprattutto, dal lavoro forzato nell&#8217;esercito che, con un salario mensile di appena 450 nafka, 40 dollari (equivalente tuttavia, a 10 dollari sul mercato nero locale), non consente loro non solo di sostenersi, ma neppure di provvedere alle proprie famiglie dalle quali sono lungamente separati.</p>
<p><strong>A ciò si aggiunga il fatto che anche i minori sono obbligati a servire nella <em>Defence Force</em>, anzi il primo metodo di coscrizione è rappresentato proprio dalle scuole: tutti gli alunni devono seguire il grado 12 della scuola secondaria presso il campo militare di Sawa, dove vivono in condizioni deplorevoli, soggetti a regole disciplinari di stampo militare e addestrati all’uso delle armi. Le donne, in particolare, subiscono varie forme di trattamento inumano, come la riduzione in schiavitù sessuale, la tortura e abusi.</strong> Non è un caso che molti adolescenti lascino le scuole molto presto &#8211; esponendosi al rischio di lunghe carcerazioni &#8211; per aiutare economicamente le proprie famiglie, o per spostarsi da soli verso altri territori, spingendosi fino al Sudan, la Libia o, addirittura all&#8217;Europa per non trovarsi nella condizione di fratelli, sorelle e genitori di cui spesso, non hanno più notizie (numerose sono le testimonianze di soldati che dicono di vedere i propri figli una volta all&#8217;anno, mentre una rifugiata di 34 anni ha riferito a operatori di Amnesty International di non aver mai incontrato il padre, preso dalle milizie ancor prima della sua nascita).</p>
<p>A questo drammatico scenario di violazione sistematica dei diritti umani, fa da inevitabile corollario, il paradosso per cui nei paesi europei e in particolare, in Italia, a chi, originario dell&#8217;Eritrea, dice alle Commissioni Territoriali di essere approdato sulle nostre coste per istruirsi e lavorare, difficilmente viene riconosciuta la protezione internazionale perché bollato con disarmante facilità come migrante economico.</p>
<p>Eppure, con la cessazione delle ostilità con l&#8217;Etiopia sembra riaccendersi una speranza di riconciliazione tra la popolazione e le istituzioni, di normalizzazione e, finalmente, di ripresa economica.</p>
<p><strong>Negli ultimi anni, infatti, l&#8217;Unione Europea ha siglato con il Governo eritreo fino al 2020 il <em>National Indicative Program</em>, un programma di sviluppo nazionale che punta ad accrescere il settore energetico, favorire lo sviluppo socio-economico, creare nuovi posti di lavoro e modernizzare la governance finanziaria.</strong> Il piano prevede 175 milioni di euro (dei 200 complessivi) da destinare al settore energetico, attraverso lo sviluppo e la diffusione delle energie rinnovabili – solare, eolica e geotermica – e il rifacimento della rete elettrica nazionale con il doppio obiettivo di garantire efficienza energetica e sostenibilità. <strong>La Germania, al fine di rafforzare l&#8217;impegno comunitario e di affrontare la crisi umanitaria dei giovani eritrei in fuga dal paese, ha firmato un protocollo di cooperazione con il quale si è assunta l&#8217;onere di avviare progetti di formazione e percorsi di <em>empowerment </em>per gli esuli, promuovendo la costituzione di piccole e medie imprese.</strong></p>
<p>A questo proposito, nell&#8217;ottobre del 2016, il ministro degli Esteri eritreo, Osman Saleh Mohammed, dichiarò in una intervista ad askanews: “Stiamo collaborando con l’Ue, con la Germania e altri Paesi europei, ma non con l’Italia … l’Italia non vuole collaborare con l’Eritrea e non sappiamo perchè”. Cogliendo questo monito, rafforzato da una richiesta di maggiori investimenti Italiani avanzata da Yemane Gebreab, consigliere del Presidente eritreo, durante una visita a Roma risalente al 2017, <strong>sarebbe senz&#8217;altro auspicabile che l&#8217;Italia riprendesse le fila del lavoro di cooperazione avviato dall&#8217;ex viceministro agli Esteri, in quota PD, Lapo Pistelli, e poi bloccatosi nel 2015 con la sua uscita di scena, contribuendo a sostenere insieme con le organizzazioni internazionali e i Paesi già coinvolti nei programmi di sviluppo, la riduzione del  controllo governativo sulla popolazione e la cessazione, nei fatti, della leva illimitata, smobilitando risorse per la formazione, la crescita occupazionale di un territorio nel quale ancora operano numerose aziende italiane e di cui l’Italia è il secondo partner commerciale, intervenendo nel settore dell&#8217;educazione degli adulti, promuovendo la ricostituzione delle università come quella di Asmara, fondata dalle sorelle Comboniane, frequentata in larga parte da Italiani fino agli anni &#8217;50 e, poi, definitivamente chiusa negli anni 2000.</strong></p>
<p>In un contesto in cui la crisi dei rifugiati contava 124.000 arrivi, a fronte degli appena 16.000 del 2018, Pistelli aveva ben chiaro che politiche solo repressive &#8211; come quelle imposte dall’attuale Governo, volte a criminalizzare la povertà e la disperazione &#8211; ben lungi dal rispondere all’emergenza allora in corso, avrebbero fortemente minato la credibilità dell’Italia sul proscenio internazionale. Fece, pertanto, dei diritti umani una parte integrante e imprescindibile dei negoziati di Asmara del 2 luglio 2014. Il piano era chiaro: rilanciare le relazioni bilaterali e promuovere il pieno reinserimento dell’Eritrea quale attore responsabile, fondamentale della comunità internazionale e possibile elemento stabilizzatore del Corno d’Africa.</p>
<p><strong>La crisi delle migrazioni con i suoi numeri, dietro i quali ci sono volti, nomi, cognomi, reti di relazioni, ci mostra con prepotente evidenza l&#8217;importanza di un intervento internazionale umanitario che si concretizzi non solo nell&#8217;apertura di corridoi migratori sicuri e regolari ma anche e soprattutto in un&#8217;azione mirata, matura, capace di coniugare cambiamento, speranza nel futuro e opportunità e che porti le popolazioni locali</strong>, nel caso di specie gli eritrei, a vivere con dignità nel proprio Paese, lasciando che la migrazione rappresenti una scelta e non più una necessità.</p>
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		<title>La transizione ecologica per il futuro della sinistra europea</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 Jul 2018 10:44:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ecologia]]></category>
		<category><![CDATA[#ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[#multilateralismo]]></category>
		<category><![CDATA[#unioneeuropea]]></category>
		<category><![CDATA[Cooperazione]]></category>
		<category><![CDATA[Sinistra]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Luca Bergamaschi &#160; Introduzione Da qui a maggio 2019, in occasione delle prossime elezioni europee, la sinistra&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Di Luca Bergamaschi</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Introduzione</strong></p>
<p><strong>Da qui a maggio 2019, in occasione delle prossime elezioni europee, la sinistra in tutte le sue forme deve recuperare in poco tempo molto terreno se non vuole finire nell’irrilevanza, stretta dalla morsa di populismi nazionalisti ed estremisti.</strong> C’è infatti un rischio molto serio che il prossimo Parlamento Europeo sia dominato da forze di estrema destra e populiste.</p>
<p><strong>La crisi che le sinistre europee condividono, eccetto forse per il nuovo esecutivo spagnolo, è una crisi di rappresentanza, credibilità e ambizione.</strong> Nel caso del Partito Democratico ripetere continuamente i successi del passato senza una sufficiente credibilità a livello personale o di leadership (per motivi giusti o sbagliati che siano) non fa presa su un elettorato stanco e desideroso di cambiamento. Chi dice cosa è importante quanto cosa si dice. Per questo motivo il PD ha bisogno, in tempi rapidi, di una vera e proprio metamorfosi che dia spazio a facce nuove, in primis giovani e donne, sia aperta ad ampie alleanze e che rilanci visione e politiche ambiziose in risposta al crescente populismo nazionalista.</p>
<p><strong>In questo contesto la sfida ambientale, e in particolare la lotta al cambiamento climatico, offre un modello concreto e alternativo al risorgere dei nazionalismi e al futuro della sinistra.</strong> Questo modello, e il suo successo, ha le fondamenta in due pilastri principali: <strong>la trasformazione giusta dell’economia globale del ventunesimo secolo e la cooperazione internazionale basata su regole multilaterali condivise.</strong> La sinistra europea deve recuperare lo spirito della storica COP21, la ventunesima conferenza mondiale sul clima del dicembre 2015, in cui fu adottato l’Accordo di Parigi. Questo passaggio ha segnato un enorme successo della diplomazia multilaterale contemporanea sotto la guida della Presidenza francese del governo Hollande e dell’Amministrazione Obama. Da allora però la sinistra non è più riuscita a dare alla visione di Parigi la priorità politica necessaria per tradurla in un progetto politico coerente, perdendo così la credibilità di un elettorato sempre più ampio e sensibile.</p>
<p>In Italia, la scelta del referendum sulle trivelle (per continuare l’estrazione di idrocarburi, entro 12 miglia dalla costa, fino ad esaurimento del giacimento invece che fino al termine della concessione), il mancato supporto a obiettivi europei ambiziosi ma realistici nel campo dell’energia e del clima e la mancanza di una generale priorità politica (con l’eccezione del governo Gentiloni e del lavoro di alcuni sindaci come Giuseppe Sala a Milano) hanno creato un profondo scollamento all’interno della comunità della sinistra, raccolto in seguito dal Movimento 5 Stelle. In Germania, i socialdemocratici sono stati incapaci di abbracciare con coraggio l’idea di una transizione socialmente sostenibile rimanendo invece ancorati in difesa delle roccaforti carbonifere a ovest nella regione della Ruhr e a est in Lusazia. In Francia, i socialisti non hanno saputo capitalizzare il successo del 2015 lasciando la scena a Emmanuel Macron che ha fatto della lotta al cambiamento climatico una sua roccaforte domestica e internazionale.</p>
<p>Il nuovo esecutivo spagnolo manda invece segnali promettenti di rilancio, con la nomina di Teresa Ribera, da sempre in primo piano nella lotta al cambiamento climatico, a guidare il nuovo super Ministero della Transizione Ecologica. Questo ministero, sul modello di quello francese, ha responsabilità sull’energia, l’ambiente e lo sviluppo sostenibile, una formula che, se fosse applicata anche in Italia e in Germania, consentirebbe una maggiore coerenza, efficacia e pianificazione “di sistema”, invece di mantenere competenze separate in diversi ministeri ed esposti a interessi contrapposti.</p>
<p><strong>Quali proposte allora per un progetto politico alternativo con al centro la transizione ecologica in vista delle elezioni europee del 2019?</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Per una transizione giusta</strong></p>
<p><strong>La necessità e l’urgenza del riscaldamento globale e dell’inquinamento dell’aria e dei mari definiscono un nuovo paradigma politico per la convivenza pacifica dei popoli del ventunesimo secolo: riusciremo a gestire la transizione ecologica in modo ordinato o il cambiamento incontrollato trainato da eventi</strong> – dal peggioramento degli impatti climatici alle profonde trasformazioni tecnologiche alle migrazioni di massa al collasso dei paesi produttori di idrocarburi e i conseguenti impatti sulla geopolitica e sul commercio internazionale – <strong>creerà più disordine, instabilità e competizione?</strong></p>
<p><strong>La sinistra europea deve rispondere a questa sfida con la piena consapevolezza che la trasformazione giusta e ordinata dell’economia globale non è solo possibile ma l’orizzonte ultimo per preservare i suoi valori identitari di pace, giustizia sociale, progresso, diritti umani, cooperazione, democrazia e libertà.</strong></p>
<p>L’Accordo di Parigi indica come soglia di sicurezza per evitare cambiamenti incontrollabili il raggiungimento, a livello globale, della <strong>“neutralità delle emissioni”</strong> entro la seconda metà del secolo: per l’Europa questo implica la transizione a un’economia a zero emissioni nette entro il 2050. Un primo impegno concreto deve essere quello di adottare questo obiettivo ultimo come il punto di riferimento principale per pianificare il futuro dell’Unione. Nella pratica significa allineare tutte le politiche e gli obiettivi europei all’obiettivo di zero emissioni nette al 2050, iniziando con l’innalzamento dell’attuale obiettivo europeo al 2030 di riduzione delle emissioni, fissato nel 2014, da almeno il 40% ad almeno il 50% rispetto al 1990.</p>
<p><strong>Dobbiamo allora riorganizzare radicalmente e nel tempo più rapido possibile il modo in cui produciamo, consumiamo, costruiamo, ci spostiamo e ci relazioniamo con i nostri vicini e partner internazionali.</strong> Questa trasformazione così profonda richiede la definizione di un nuovo “contratto sociale ecologico” basato su tre ingredienti principali – investimenti, protezione e futuro – con al centro una grande riforma della finanza pubblica e privata che ponga la finanza al servizio dell’economia e delle persone, invece di farne da padrone, per supportare lo sviluppo locale, pulito e socialmente sostenibile. Ogni stimolo pubblico che produca chiari benefici economici, sociali e ambientali, come il supporto all’efficienza energetica, e che nel lungo periodo diminuisce i costi della spesa pubblica non può essere considerato dalle regole europee come un debito che aggrava il deficit pubblico. La battaglia della “flessibilità di bilancio” è una battaglia per la prosperità, la sicurezza e il futuro dei cittadini che la sinistra deve portare avanti nella consapevolezza di assegnare la flessibilità a quegli investimenti che effettivamente creano un provato valore economico, sociale e ambientale per la transizione ecologica.</p>
<p>&nbsp;</p>
<ol>
<li><strong>Investimenti per creare lavoro locale </strong></li>
</ol>
<p><strong> Il passaggio da un’economia fossile a un’economia ecosostenibile richiede un livello di investimenti senza precedenti</strong>: la Commissione Europea stima che al 2030 occorrono 2 mila miliardi di euro per nuove infrastrutture, le energie rinnovabili e l’efficienza energetica. Questo rappresenta un enorme stimolo economico per la crescita e la creazione di milioni di posti di lavoro locali che va a sostituire miliardi di euro spesi per l’importazione, di oltre un miliardo di euro al giorno, di combustibili fossili. Questi investimenti permettono una riduzione sostenuta delle bollette di cittadini e imprese attraverso i risparmi sulle importazioni e l’uso efficiente delle risorse. La riduzione dell’esposizione alla volatilità dei prezzi dei combustibili fossili è lo scudo più robusto per salvaguardare la capacità di spesa dei consumatori.</p>
<p><strong>La Green Economy è oggi il settore dell’economia globale con la crescita più rapida e la piattaforma della prosperità sostenibile della prossima generazione.</strong> La rivoluzione edile di fronte a noi non risiede tanto nella costruzione del nuovo ma nel rendere il patrimonio edilizio esistente il più energeticamente efficiente e intelligente possibile. La rivoluzione dei trasporti significa adottare mezzi di trasporto elettrici e politiche di condivisione che trasformano la vita delle città, contribuendo ad abbattere l’inquinamento dell’aria che causa oltre 400 mila morti premature all’anno in Europa.</p>
<p><strong>Per ottenere tutto ciò, oltre alla visione e alla priorità politica, occorre una profonda riforma finanziaria che dedichi più risorse comuni alla transizione ecologica</strong>, partendo dal nuovo programma di investimenti europei (“InvestEU”, che sostituisce il piano Juncker) e il nuovo budget europeo. Vista la centralità della transizione ecologica in tutti i settori dell’economia, il nuovo budget europeo dovrebbe dedicare almeno la metà delle sue risorse a essa e allo stesso tempo terminare completamente ogni forma di supporto diretto o indiretto ai combustibili fossili.</p>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="2">
<li><strong>Protezione dei cittadini</strong></li>
</ol>
<p><strong> </strong>Se la transizione ecologica avrà un impatto generale positivo sulla creazione di nuovi posti di lavoro, molti di quelli tradizionali andranno perduti, con serie conseguenze per i lavoratori e le comunità più vulnerabili, come nel caso dell’industria dei combustibili fossili, con particolare riferimento al carbone, e dell’industria dell’auto a combustione. È necessario allora dedicare parte dei fondi di coesione europei a quelle regioni, comunità e settori più affetti dagli impatti negativi della transizione.</p>
<p><strong>Occorre inoltre investire in strategie specifiche a seconda delle situazioni particolari e delle loro opportunità per non lasciare indietro nessuno</strong>: da piani di pre-pensionamento a sviluppo di nuove industrie locali alla possibilità di rimpiego e nuova formazione. Tutto questo in un dialogo partecipativo con sindacati, imprese, decisori politici a tutti i livelli (sindaci, governatori regionali, ministri) e la società civile. Se questo modello avrà successo aiuterà la sinistra a rispondere più efficacemente e credibilmente alla sfida generale del futuro del lavoro.</p>
<p>La protezione dei cittadini richiede di mettere la finanza al servizio delle persone più vulnerabili dedicando esplicitamente, per esempio, parte dei fondi e del budget europeo all’efficientamento energetico delle comunità più bisognose che vivono in condizioni di povertà energetica, soprattutto in Europa orientale. La Commissione Europea stima infatti che l’11% della popolazione europea, oltre 50 milioni di persone, non può permettersi i costi per un riscaldamento adeguato della propria abitazione.</p>
<p><strong>Mettere la finanza a disposizione delle persone significa anche richiedere a tutte le imprese di riportare in modo trasparente le informazioni sull’impatto dei loro investimenti sull’ambiente, con riferimento particolare alle emissioni clima-alteranti, e sulla loro esposizione al rischio fisico degli impatti climatici e al rischio finanziario della perdita di valore dei loro asset</strong> (quest’ultimo vale soprattutto per le grandi compagnie di petrolio e gas). Un impegno concreto è quello di rendere queste informazioni pubbliche e obbligatorie sulla base del lavoro svolto dalle banche centrali e dai regolatori finanziarie dei paesi G20 attraverso la <a href="https://www.fsb-tcfd.org/wp-content/uploads/2017/06/FINAL-TCFD-Report-062817.pdf"><em>Task Force on Climate-related Financial Disclosures</em></a><em>. </em>Queste informazioni sono fondamentali e necessarie per riorientare le scelte dei risparmiatori e riformare la finanza globale privata e dedita allo sviluppo.</p>
<p>Infine, <strong>la protezione dei cittadini passa dalla difesa fisica delle persone, delle imprese e del territorio dagli impatti crescenti del cambiamento climatico.</strong> Anche in questo caso occorrono risorse specifiche per l’adattamento e la resilienza, soprattutto delle regioni più esposte, come i paesi dell’Europa meridionale. Ma più risorse da sole non bastano: occorre un grande piano Europeo di gestione preventiva del rischio climatico che parta da una valutazione degli impatti delle diverse temperature sulle infrastrutture, sulla salute e sul conseguente livello di investimenti necessario, fino alla formulazione di strategie specifiche di risposta ai diversi impatti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="3">
<li><strong>Futuro</strong></li>
</ol>
<p><strong> L’industria deve tornare al centro delle politiche economiche progressiste con l’obiettivo di creare l’industria più competitiva e produttiva della transizione ecologica globale.</strong> Per fare ciò occorre investire da un lato sull’efficienza delle risorse e dall’altro sulle tecnologie del futuro. Rendere obbligatorio standard di efficienza energetica ed economia circolare permetterebbe alle imprese di risparmiare ingenti quantità di risorse per l’acquisto di combustibili fossili e altre materie prime aumentandone la produttività, la capacità di innovazione e la competitività internazionale.</p>
<p>E’ inoltre indispensabile per il futuro delle imprese e del lavoro dedicare più risorse specifiche all’innovazione, alla ricerca e allo sviluppo, accelerando il processo di commercializzazione delle innovazioni più promettenti. In particolare, la decarbonizzazione dei trasporti, dell’industria (compresa quella pesante come acciaio, alluminio, cemento e carta) e dell’agricoltura sono l’orizzonte su cui puntare attraverso programmi specifici e collaborazioni con le università per sviluppare il <em>know-how</em> del ventunesimo secolo. In questo risiede la competitività, l’opportunità e la prosperità sostenibile del futuro.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>L’Europa nel mondo</strong></p>
<p><strong>Parallelamente all’azione domestica la sinistra deve porre l’idea della trasformazione ecologica giusta al centro della propria ridefinizione del ruolo dell’Europa nel mondo e delle relazioni internazionali.</strong> Se la sfida della transizione ecologica presenta molte opportunità, vi sono però anche molti rischi che, se non gestiti, minano le basi della cooperazione multilaterale basata su regole condivise.</p>
<p>Per il secondo anno consecutivo gli impatti del cambiamento climatico hanno causato più spostamenti forzati che i conflitti: nel 2017 oltre 19 milioni di persone sono state costrette a spostarsi a causa di disastri naturali. Per il 2050 stime medie mostrano che i migranti ambientali potrebbero raggiungere i 200 milioni, con quelle più pessimiste che indicano fino a un miliardo di persone costrette a spostarsi a causa di disastri ambientali. I modelli climatologici mostrano che senza un&#8217;accelerazione della transizione la maggior parte del Medio Oriente rischia di diventare inabitabile nel corso dei prossimi decenni. La regione del Mediterraneo e del Medio Oriente potrà vedere le proprie temperature alzarsi di oltre i 4 gradi nel 2050 e tra i 6 e gli 8 gradi nel 2100, toccando in estate picchi di oltre i 50 gradi.</p>
<p><strong>E’ evidente che il cambiamento climatico sarà l&#8217;elemento determinante della migrazione e di potenziali nuovi conflitti.</strong> Se la sinistra non affronta oggi la questione del movimento forzato delle persone partendo dalle sue cause profonde, questo secolo rischia di segnare il fallimento della convivenza pacifica come l&#8217;abbiamo conosciuta in Europa dalla fine della seconda guerra mondiale ad oggi.</p>
<p><strong>Occorre ripensare lo sviluppo in funzione dei cambiamenti futuri e degli impatti del cambiamento climatico, iniziando a dedicare la priorità delle risorse disponibili alla resilienza dei sistemi idrici e alimentari delle regioni più vulnerabili e nel vicinato, come nell&#8217;Africa Sub-Sahariana e in Nord Africa.</strong> Le misure di resilienza, insieme all’accesso all’energia pulita e all’efficienza energetica, sono anche necessarie a garantire lo sviluppo sostenibile di una larga fetta della popolazione (in crescita) di queste aree, soprattutto quella giovanile.</p>
<p><strong>A livello geopolitico, l’Europa dovrà innanzitutto affrontare il disordine al di fuori dei suoi confini, soprattutto in Medio Oriente, causato da potenze come Russia, Arabia Saudita e Iran, il cui potere è finanziato prevalentemente dalla vendita di combustibili fossili.</strong> Il modo migliore per diminuire la capacità di questi paesi di creare instabilità è di accelerare la decarbonizzazione dei trasporti e del riscaldamento (in questo senso la rivoluzione edile e dei trasporti è anche una rivoluzione geopolitica) ma allo stesso tempo sostenere il vicinato e i produttori stessi nella loro transizione ecologica e gestione degli impatti climatici.</p>
<p><strong>Infine, in un momento di frammentazione geopolitica, sfiducia nella cooperazione internazionale e aumento dei rischi globali la sinistra deve investire di più nella diplomazia per allineare gli interessi dei vari paesi, condividere le opportunità ed evitare approcci nazionalistici, protezionistici e competitivi di sviluppo che minerebbero l’essenza stessa del multilateralismo. Nel ventunesimo secolo il successo della sinistra dipende dal successo del multilateralismo.</strong> Un impegno concreto è quello di aumentare la capacità diplomatica dell’Unione Europea, attraverso più poteri e risorse umane dedicate, per influenzare le scelte climatiche ed energetiche delle maggiori potenze globali, dalle quali dipende la nostra sicurezza, e di ripensare le relazioni con Cina, India e altri paesi emergenti. Il <a href="http://www.arne-lietz.de/files/2018/03/DraftReport.ClimateDiplomacy.pdf">nuovo rapporto del Parlamento Europeo sulla diplomazia del clima</a>, redatto dagli eurodeputati tedeschi di centro sinistra Arne Lietz e Jo Leinen, dovrebbe diventare la base di partenza per una nuova diplomazia europea.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Conclusione</strong></p>
<p><strong>La transizione ecologica, se gestita in maniera giusta e ordinata, offre alla sinistra europea una visione e azioni concrete da cui ripartire per ripensare sé stessa e il suo ruolo nel mondo.</strong> Occorre riportare al centro della politica di sinistra la sfida ambientale e dare spazio a nuove personalità per una rappresentanza credibile, impegnandosi per obiettivi e politiche ambiziose e facendo leva su un vasto capitale industriale, sociale, istituzionale e della ricerca che è fortemente impegnato e sensibile ma altrettanto sottorappresentato.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>La Presidenza italiana Osce, al tempo delle elezioni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Jan 2018 14:08:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[L'Italia nel mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Russia e Asia centrale]]></category>
		<category><![CDATA[#Donbas]]></category>
		<category><![CDATA[Cooperazione]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[OSCE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Cono GIARDULLO L’11 gennaio scorso, il ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Angelino Alfano, è&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di Cono GIARDULLO<br />
L’11 gennaio scorso, il ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Angelino Alfano, è intervenuto al Consiglio permanente (ie, l’assemblea generale) dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (Osce) per presentare le priorità del nostro paese. Dal 1° gennaio, infatti, l’Italia ha assunto la presidenza della più ampia organizzazione per la sicurezza regionale al mondo e il Ministro Alfano ricopre la funzione di Presidente in Esercizio (Chairperson-in-Office).<br />
Nonostante sui media italiani la notizia sia passata praticamente inosservata, si tratta di un impegno potenzialmente ben più incisivo del mese di presidenza al Consiglio di Sicurezza (CdS) Onu, dove tra l’altro, in spirito di fraternanza europea si è suddivisa la durata biennale del seggio coi Paesi Bassi, che hanno sostituito l’Italia a inizio anno. All’interno dell’Osce, la sola organizzazione relativa alla sicurezza dove siano presenti contemporaneamente Russia, Stati Uniti e i paesi dell’Ue, con uguale voce in capitolo, l’Italia coordinerà il processo decisionale e definirà le priorità dell’attività svolta dall’Organizzazione. A coadiuvare tale impegno, nella classica Troika delle Presidenze passata e futura, l’Italia sarà affiancata da due paesi distanti sui metodi di risoluzione della crisi migratoria: l’Austria, guidata da un nuovo governo di centro-destra, e la Slovacchia, uno dei paesi del blocco di Visegrad, che si sta opponendo in sede europea all’accordo sulla ricollocazione dei richiedenti asilo. Nel frattempo, gli Stati Uniti hanno espressamente richiamato l’attenzione degli Stati membri ad evitare qualsivoglia riduzione del budget. Di questi tempi, soprattutto tenuto conto dei tagli di Washington ai fondi delle Nazioni Unite, si tratta di una proposta da non lasciar cadere nel vuoto.<br />
Il Ministro Alfano ha dunque evidenziato le priorità per la presidenza italiana, tra le quali conviene sottolineare qualche passaggio. Innanzitutto, l’Italia ha voluto promuovere la geografia tridimensionale dell’organizzazione. Mentre i più fanno riferimento alle dimensioni Euro-Atlantica ed Euro-Asiatica di un’organizzazione che raccoglie membri da “Vancouver a Vladivostok”, l’Italia aggiunge la dimensione Euro-Mediterranea, come complementare alle prime due. La Presidenza del Gruppo di Contatto con i sei paesi partner dell’Osce nel Mediterraneo, lo scorso anno, è servita ad organizzare la Conferenza Mediterranea di Palermo, pietra fondante di un possibile “spirito di Palermo” che rafforzi il dialogo per la sicurezza e la pace nella regione e contribuisca a costruire un partenariato avanzato con quei paesi in termini di dialogo politico, attraverso responsabilità condivise, con concrete collaborazioni in termini di sicurezza e controllo della crisi migratoria, e maggiori investimenti nella cultura.<br />
Altra priorità sono i conflitti irrisolti. La risoluzione della crisi ucraina rimane il tema più caldo. La posizione italiana è concorde con quanti indicano nel ruolo della missione speciale di monitoraggio (Smm) il “test fondamentale per la credibilità dell’organizzazione”. L’Osce in Ucraina probabilmente non risolverà tutte le questioni relative al conflitto nel Donbas, ma ha convinto tutti gli attori in campo che la sua presenza ha impedito una escalation peggiore di quella in essere. E’ positivo l’annuncio della visita in Ucraina, e si badi bene, in Russia del Ministro Alfano a fine gennaio. Altra nota importante è stata la nomina dell’ex Ministro degli Esteri e Commissario Europeo Franco Frattini a rappresentante speciale per il processo di pace in Transnistria, rispetto al quale la recente intesa sulla riapertura del ponte sul fiume Nistro a fine 2017 lascia ben sperare.<br />
Infine, l’Italia dà priorità alla dimensione umana (diritti umani e stato di diritto), proponendo uno sforzo comune al contrasto del traffico di esseri umani e dedicando maggior attenzione alla lotta al razzismo, alla xenofobia e alle discriminazioni di ogni genere tramite la nomina del professor Salvatore Martinez, Presidente dell’osservatorio italiano per le minoranze religiose nel mondo, come rappresentante personale del Ministro e l’organizzazione della Conferenza internazionale sull’antisemitismo a Roma il 29 gennaio. Inoltre, la nomina a rappresentante speciale per la lotta alla corruzione dell’ex Ministro della Giustizia, Paola Severino, chiude il cerchio di quelle personalità di rilievo che dovrebbero garantire continuità ed expertise nel guidare le discussioni e proporre soluzioni comuni alle questioni discusse.<br />
Si è trattato di un discorso inaugurale intriso di buoni propositi che potrebbe rilanciare, agli occhi degli altri Stati Membri, il ruolo dell’Italia come superstrada tra Est e Ovest, come ponte tra le due sponde del Mediterraneo. Certo, a dispetto di Sebastian Kurtz, che visitò il Donbas a inizio 2017 come Ministro degli Esteri e Presidente in esercizio per inaugurare la presidenza austriaca, mentre era lanciato verso la leadership del partito popolare austriaco (Övp), poi vincitore alle elezioni autunnali e la successiva incoronazione a cancelliere, il nostro Ministro visita l’Est Europa a meno di due mesi dalle elezioni parlamentari e stante la scelta personale di non ricandidarsi. Al Consiglio Ministeriale di Milano, 6-7 dicembre 2018, ci sarà di sicuro un nuovo Ministro degli Affari Esteri a chiudere l’anno di presidenza italiano. Ci si augura, però, di aver saputo tracciare il cammino per ciascuna delle priorità menzionate.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Co-Sviluppo Strategico: una nuova politica estera italiana verso l’Africa</title>
		<link>https://www.mondodem.it/776/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Nov 2017 17:07:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Policy brief]]></category>
		<category><![CDATA[Africa]]></category>
		<category><![CDATA[Cooperazione]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Mediterraneo]]></category>
		<category><![CDATA[Sviluppo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Marco Massoni Contesto strategico: Mediterraneo e Africa Sub-Sahariana Le sfide lanciate da nuovi e vecchi player globali&#8230;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #000000;"><em>Di Marco Massoni</em></span></p>
<h3 id="contesto-strategico-mediterraneo-e-africa-sub-sahariana"><span style="color: #000000;"><strong>Contesto strategico: Mediterraneo e Africa Sub-Sahariana</strong></span></h3>
<p><span style="color: #000000;"><strong>Le sfide lanciate da nuovi e vecchi <em>player </em>globali in Africa si possono raccogliere sempre più attraverso partenariati innovativi,</strong> al passo con la rapidità con cui l’Africa sta diventando il teatro della competizione mondiale attraverso un ruolo politico, economico e finanziario inaspettatamente attraente per chi ne sappia cogliere le opportunità. Per ragioni economiche e di sicurezza, le frontiere meridionali dell’Europa si stanno spostando sempre più a sud, cioè in direzione dell’Africa Sub- Sahariana, il Continente del futuro, poiché in prospettiva qui si concentreranno i maggiori investimenti globali per il prossimo secolo. Il Mediterraneo è diventato espressione, senza soluzione di continuità alcuna, dell’estensione lineare che lega l’Europa all&#8217;Africa. Di conseguenza, se ci sono riservati comuni destini, occorre delineare un nuovo concetto strategico verso l’Africa, anticipandone le tendenze.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"><strong>Il fondamentalismo e il terrorismo stanno concentrando la propria capacità di proiezione tattica</strong> nei territori più difficilmente gestibili del pianeta: il Sahara e il Sahel, dove assistiamo allo spostamento dei baricentri del confronto dal Medio Oriente all’Africa lungo una direttrice sud-nord, che è particolarmente preoccupante per l’Italia e per l’Europa. Se la conflittualità medio-orientale si sta spostando da est verso ovest, dall’Asia all’Africa, il Sahara e il Sahel si sono trasformati nel principale epicentro delle criticità africane, determinando un risveglio di tutte quelle crisi prima solo latenti, con il concorso del radicamento del terrorismo islamista e lo sviluppo dei traffici illeciti praticati da una pletora di attori non-statali nello scacchiere, nel quale anche a causa della crescente attrazione di flussi finanziari, la polarizzazione non potrà che essere crescente.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"><strong>Europa e Africa hanno bisogno di un’alleanza globale e di un autentico partenariato strategico.</strong> La prossimità geografica, la storia, le interdipendenze economiche, sociali e umane, gli intensi legami culturali dovrebbero spingerci verso un futuro e un destino comuni, basati sull’impegno condiviso di una rinnovata cooperazione multilaterale, che a sua volta dovrebbe fondarsi su un’analoga volontà di cooperazione a carattere regionale mediante una maggiore cooperazione interafricana. La determinazione di lottare contro una minaccia comune può essere colta come un’opportunità per spingere i Paesi della regione sahelo-sahariana a superare le impasse determinate da annosi contenziosi o contrasti politici, trovando su questo specifico argomento un punto di partenza per un nuovo equilibrio regionale, come ad esempio reso evidente dal <em>G5 del Sahel </em>(Burkina Faso, Ciad, Mali, Mauritania e Mali), sul quale l’Unione Europea ha scommesso molto.</span></p>
<h3 id="la-nuova-politica-estera-italiana-verso-lafrica"><span style="color: #000000;">La nuova politica estera italiana verso l’Africa</span></h3>
<p><span style="color: #000000;"><strong>La nuova politica estera italiana verso l’Africa si basa su una serie d’iniziative,</strong> quali la nuova legge sulla Cooperazione allo Sviluppo (Legge n°125 del 2014), con la creazione dell’<em>Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS)</em>, e l’intensificarsi delle visite ufficiali ai massimi livelli istituzionali: infatti non solo l’ex Presidente del Consiglio, <em>Matteo Renzi</em>, impegnato in tre missioni ufficiali nel Continente – <em>Angola, Repubblica del Congo (Brazzaville) </em>e <em>Mozambico </em>(luglio 2014); <em>Etiopia </em>e <em>Kenya </em>(luglio 2015); <em>Nigeria, Ghana </em>e <em>Senegal </em>(febbraio 2016) – ma anche il Presidente della Repubblica, <em>Sergio Mattarella</em>, ha avuto modo di recarsi in Africa, precisamente in <em>Etiopia </em>e in <em>Camerun</em>, a marzo 2016. Effettivamente, per una “diplomazia della crescita” in Africa, il Governo italiano da quattro anni a questa parte ha selezionato otto Stati prioritari <em>(Angola, Etiopia, Ghana, Kenya, Mozambico, Nigeria, Senegal, Sudafrica), </em>così da avere accesso alla competizione globale, che vede sempre nuovi attori globali subentrare assai dinamicamente nel cosiddetto <em>New Scramble for Africa</em>. Impegnandovi innovative risorse e linee d’indirizzo politico, il Governo italiano e rilevanti società partecipate nazionali stanno pertanto spostando il baricentro dall&#8217;Africa Settentrionale all&#8217;Africa Sub-Sahariana (in <em>Africa Occidentale </em>in Ghana e in Nigeria e in <em>Africa Orientale </em>in Etiopia e in Kenya), e a sud dell’equatore (in <em>Africa Australe </em>in Angola e Mozambico), trasferendovi i propri maggiori investimenti strategici nonché le conseguenti relative aspettative di sviluppo. L’<em>Africa lusofona</em>, ultimo baluardo contro il fondamentalismo islamico in espansione nel continente, è allo stesso tempo la regione con le più interessanti prospettive di crescita per la politica estera e per gli investitori italiani, anche in ragione dell’asse geopolitico est-ovest che rappresentano rispettivamente il <em>Mozambico</em>, aprendosi all’Asia attraverso l’<em>Oceano Indiano</em>, e l’<em>Angola </em>invece in direzione del <em>Brasile</em>, rendendo sempre più virtuose le sinergie in atto nell’<em>Atlantico Meridionale </em>e nel <em>Golfo di Guinea </em>con <em>Capo Verde </em>quale riferimento per l’<em>Atlantico Medio</em>.</span></p>
<h3 id="oltre-le-esportazioni-investimenti-strategici-di-lungo-periodo"><span style="color: #000000;">Oltre le esportazioni: investimenti strategici di lungo periodo</span></h3>
<p><span style="color: #000000;"><strong>Per troppo tempo, l’Africa è stata trascurata, mentre è quanto mai opportuno e lungimirante che intorno all’Africa</strong> sia concepito e articolato un investimento strategico, culturale, educativo e valoriale da parte dell’Italia, proprio perché il nostro Paese è un ponte geografico e politico con il Continente africano, e deve diventare di conseguenza una priorità prima italiana, dunque europea. L’Africa è il Continente più prossimo all’Italia, simboleggiando la nostra principale profondità strategica ovvero il nostro grande Sud. Contrariamente a quanto si pensi, si tratta di una grande opportunità: entro la fine di questo secolo, quasi il quaranta percento della popolazione mondiale sarà africano; il primo studio legale italiano ha aperto lo scorso anno proprie sedi al Cairo e ad Addis Abeba; otto su dieci delle Nazioni più performanti al mondo sono africane e a trainarne la crescita continentale sono quattro mega trend: la popolazione africana sarà costituita sempre più da giovani; la repentina urbanizzazione farà da volano ad epocali trasformazioni socio-culturali; la capillare diffusione delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione sta rivoluzionando gli usi e i costumi africani; la gestione del cambiamento climatico determinerà futuri assetti geopolitici ancora impensabili. A causa del proprio posizionamento geopolitico, l’Italia potrà ricoprire un ruolo di rilievo anche per il resto d’Europa, purché si doti di una strategia politica di ampio respiro, investendo <em>in </em>Africa e <em>sull’</em>Africa.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"><strong>Entro il 2020, i seguenti quattro ambiti saranno determinanti per le economie africane:</strong> <em>i beni di consumo, le risorse naturali, l’agricoltura </em>– il cinquanta per cento delle terre arabili non coltivate mondiali si trova in Africa – e le <em>infrastrutture</em>. Con lo slogan <em>“Energia, Cooperazione, Export”</em>, si richiede l’adozione di un approccio strategico da sistema-paese, che coniughi le iniziative di diplomazia commerciale, riduca le asimmetrie informative, al fine di elaborare e diffondere una rinnovata narrativa africana, la quale, scevra d’infondati pregiudizi, si dimostri in grado riportare l’Africa all&#8217;attenzione delle PMI italiane. A tale scopo, svolgeranno un ruolo imprescindibile le politiche di internazionalizzazione di filiera: in particolare la filiera enogastronomica, quella della logistica della distribuzione alimentare e quella della meccanica, tenuto conto che le esportazioni italiane sono veicolate specialmente dai settori delle “4A” e cioè: <em>Alimentari; Abbigliamento; Arredamento; Automazione</em>. I settori in cui il <em>Made in Italy </em>eccelle nel mondo sono appunto la moda e il lusso (tessile, arredamento, abbigliamento e accessori, calzature e pellame); i prodotti alimentari, le bevande e i prodotti trasformati; l’automazione, la meccanica e i mezzi di trasporto (macchinari e apparecchi meccanici); i prodotti in metallo e metallurgia; i prodotti chimici. Alle “4A” si aggiungano l’affinamento degli strumenti finanziari e assicurativi per l’internazionalizzazione d’impresa, le politiche di cooperazione migratoria, la tutela dei prodotti italiani nonché la tutela e la valorizzazione dei beni culturali africani, in modo da incentivare il turismo di qualità.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"><strong>In particolare, la <em>Cassa Depositi e Prestiti (CDP) </em>sarà la nuova istituzione finanziaria italiana per la cooperazione allo sviluppo</strong> <em>(Development Finance Institution – DFI)</em>, che fungerà da <em>Ex-Im Bank</em>, ovvero da banca di sviluppo per il finanziamento di progetti all’estero di aziende italiane, in modo tale da facilitarne non soltanto le esportazioni, ma anche gli investimenti diretti esteri (IDE), vero punto dolente dell’espansione economica italiana in Africa, così da orientarne meglio la diplomazia economica e la politica industriale.</span></p>
<h3 id="leadership-interesse-nazionale-e-visione-di-co-sviluppo-strategico-linee-guida"><span style="color: #000000;"><strong>Leadership, Interesse Nazionale e Visione di Co-Sviluppo Strategico: linee guida </strong></span></h3>
<p><span style="color: #000000;"><strong>Alla luce di tutto ciò, con la finalità di realizzare una <em>Trasversale Identificazione dell’Interesse Nazionale italiano </em></strong>– con la relativa mappatura delle criticità e delle ridondanze della politica estera italiana – per una rinnovata politica nazionale verso l’Africa sarebbe opportuno:</span></p>
<ul>
<li><span style="color: #000000;">istituire alcune <em>commissioni paritetiche bilaterali </em>tra Roma e un selezionato gruppo di capitali africane ritenute prioritarie, così da dare luogo a una serie di partnership strategiche, evidenziando dunque la centralità politica che le potenze emergenti del Continente africano rappresentano per l’interesse nazionale italiano, capofila di quello dell’Unione Europea nel suo insieme;</span></li>
<li><span style="color: #000000;">recuperare la leadership italiana nel Corno d’Africa Allargato, approfittando del know-how unico di cui l’Italia dispone rispetto ad altri attori internazionali interessati nello scacchiere, proponendosi come leader per la mediazione della crisi latente fra Eritrea ed Etiopia. Passando dal mero <em>capacity building </em>a un serio <em>nation building</em>, quanto l’Italia saprà fare in Africa Orientale le servirà in termini di lezioni-apprese da utilizzare in futuri contesti africani reputati d’interesse, come quello del Sahel;</span></li>
<li><span style="color: #000000;">valorizzare la Diaspora africana in Italia, in particolare le Seconde Generazioni (G2) e attrarre talenti stranieri (Immigrazione Qualificata), per mezzo di borse di studio, inquadrate in un Programma di Scambio Italiano ed Africano. In questo modo, lavorando sulla formazione di lungo periodo, il soft-power italiano verrebbe diffuso a costi ragionevoli con un effetto di altissimo valore aggiunto e di larghissimo spettro temporale oltre che di notevole profondità interculturale;</span></li>
<li><span style="color: #000000;">ottimizzare la presenza di personale italiano presso le Organizzazioni Internazionali e Intergovernative, le ONG e le PMI in Africa, così da attivare antenne di Soft-Intelligence nel canale multilaterale pubblico e in quello privato;</span></li>
<li><span style="color: #000000;">promuovere tanto <em>Alleanze Trasversali con Paesi extra-UE (ATPeUE)</em>, già latori di proprie visioni strategiche verso l’Africa tutta, come nel caso della Cina ad esempio, quanto <em>Alleanze Tattiche con Paesi intra-UE (ATPiUE) </em>con minore tradizione e conoscenza dell’Africa, ma intenzionati a ritagliarsi un ruolo significativo nell’area;</span></li>
<li><span style="color: #000000;">accentrare a livello nazionale (presso o la Presidenza del Consiglio o la Presidenza della Repubblica o il Parlamento o il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale) una <em>cellula/centro di collegamento africano </em>per assicurare, quale raccordo integrato, la continuità dell’azione esterna per mezzo di una serie di competenze, allo scopo fra l’altro di attrarre Investimenti Diretti Esteri (IDE), provenienti da <em>Economie Emergenti/Emerse di fiducia (Alike Economies)</em>, non solo dell’Africa Sub-Sahariana; di individuare una serie di <em>Regioni/Distretti e/o Stati (Alike Partners)</em>, con cui sviluppare una <em>Visione di Co- Sviluppo Strategico (VCSS) </em>nell&#8217;ambito di una politica di ampio respiro, volta all’internazionalizzazione e alla delocalizzazione delle PMI italiane, in maniera tale da agganciare la ripresa economica italiana all&#8217;imponente crescita africana.</span></li>
</ul>
<p><span style="color: #000000;"><strong>L’Italia non può permettersi di perdere il treno delle economie africane.</strong> Il salto di qualità che ancora manca riguarda il transito dal mero import-export al trasferimento di risorse ossia d’investimenti italiani nel lungo termine per piccole e medie imprese in Africa. Solo tale passaggio assicurerà all&#8217;Italia quel tanto auspicato quanto necessario radicamento nell&#8217;ultima frontiera economica mondiale: l’Africa.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Il presente paper rappresenta il contributo dell&#8217;autore per la conferenza &#8220;La politica estera ed europea dell&#8217;Italia: le proposte del PD&#8221;. Esso non impegna in alcun modo il Partito e il suo programma. </em></p>
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		<title>Tunisia2020: Luci e ombre di uno sviluppo incentrato sui capitali stranieri</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Clara Capelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Dec 2016 13:45:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Grande Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Cooperazione]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Globalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[Sviluppo]]></category>
		<category><![CDATA[Tunisia2020]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La Tunisia ancora fatica a elaborare risposte efficaci e coerenti ai problemi socio-economici generati da scellerate politiche autoritarie&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La <strong>Tunisia</strong> ancora fatica a elaborare risposte efficaci e coerenti ai problemi socio-economici generati da scellerate politiche autoritarie e clientelistiche del regime di <strong>Ben Ali</strong> e dalla cattiva gestione delle dinamiche globalizzanti. Un <em>fil rouge</em> che accumuna i diversi governi che si sono succeduti dopo l’insurrezione del 2011 che ha messo fine all’autocrazia di Ben Ali, in sintonia con le agende dei <em>donors</em> internazionali, è l’attrazione di investimenti esteri come priorità per avviare il motore dello sviluppo.</p>
<p>Nel quadro di questa strategia, il 29 e il 30 novembre ha avuto luogo a Tunisi la conferenza internazionale <em><strong>Tunisia 2020</strong> – Road to Inclusion Sustainability and Efficiency</em>. Obiettivo di questo evento era raccogliere quante più risorse possibili per finanziare un ambizioso piano piano di sviluppo quinquennale di 141 progetti pubblici, privati e in partenariato pubblico-privato per un valore complessivo compreso tra i 50 e i 60 miliardi di euro.</p>
<p>Ispirata alla conferenza egiziana di <strong>Sharm el-Sheikh</strong> del marzo 2015, <em>Tunisia 2020</em> ha coinvolto circa 1.500 partecipanti e ottenuto impegni per circa 14 miliardi di euro. Si tratta tuttavia di un risultato al di sotto del prefissato obiettivo di 20-25 miliardi di euro e che si basa in buona sostanza sulle promesse di attori internazionali – Unione europea, Banca europea per gli investimenti (BEI), Banca europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo (BERS) o l’Arab Fund for Economic and Social Development – o governativi – Qatar e Kuwait in testa, seguiti da Francia, Italia (360 milioni di euro tra doni e prestiti su 4 anni), Svizzera, Canada e Germania.</p>
<p>Inoltre, di questi 14 miliardi, una buona parte è in forma di prestiti a medio-lungo termine, cosa che andrà ulteriormente a gravare sulla condizione di crescente indebitamento estero della Tunisia. Dall’altra parte, il ruolo degli <strong>investitori</strong> privati nel dispiegamento di fondi per i progetti di sviluppo in Tunisia è stato di fatto assai limitato.</p>
<p>Gli obiettivi indicati nel piano quinquennale e buona parte dei progetti presentati durante la conferenza indicano una presa di coscienza di quali siano le priorità di sviluppo economico per la Tunisia, dalla riperequazione delle disparità regionali a un avanzamento del Paese verso attività a più alto valore aggiunto lungo le filiere di produzione mondiali. Tuttavia per una piccola economia come la Tunisia, povera di importanti e abbondanti risorse naturali, attirare investitori stranieri facendo leva sul fatto di essere l’”<em>unica democrazia del mondo arabo</em>” difficilmente risulterà una strategia vincente, indipendentemente dalla qualità dei progetti.</p>
<p>Più plausibile è che, in linea con le politiche adottate nel Paese da metà degli anni Settanta, i principali fattori attrattivi continuino a essere agevolazioni fiscali e basso costo della manodopera, con conseguente allocazione dei capitali internazionali in attività di delocalizzazione per produzioni a basso valore aggiunto, non certo verso i progetti di <em>Tunisia 2020</em>.</p>
<p>Per tale ragione è fondamentale che, anche a livello di <strong>cooperazione internazionale</strong>, si affermi la consapevolezza che le politiche a promozione degli investimenti debbano essere elaborate con maggiore cura, con una più dettagliata analisi dei settori prioritari e dei relativi incentivi da dispiegare, oltre che più circostanziate considerazioni sulle implicazioni sociali, da considerarsi altrettanto prioritarie e non ancillari all’accumulazione di capitale.</p>
<p>L’Italia, presente a <em>Tunisia 2020</em> con una delegazione di imprenditori guidati dal sottosegretario agli Esteri Benedetto Della Vedova e dal direttore dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo Laura Frigenti, non può astenersi da tali riflessioni se intende farsi promotore attivo di un più inclusivo sviluppo in Tunisia.</p>
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