Ricostruire l’Ucraina: Le lezioni apprese dall’esperienza dei Balcani

MondoDem ha organizzato nella giornata del 13 luglio 2023, presso la sede nazionale del Partito Democratico in via Sant’Andrea delle Fratte, un seminario sulle possibilità di ricostruzione dell’Ucraina, prendendo ispirazione dalle lezioni apprese dai Balcani. Ha avuto luogo un confronto con esperti, attori della società civile e delle ONG. Durante l’incontro, i partecipanti hanno condiviso le proprie esperienze, conoscenze e prospettive sul tema, aprendo un dibattito costruttivo sulla sfida di ricostruire un Paese dopo un conflitto con delle conseguenze sul tessuto sociale molto visibili. I paralleli fra Ucraina e Balcani sono molti, ma conta soprattutto il fatto che molti dei meccanismi con la quale la cooperazione italiana è predisposta ad affrontare il conflitto attuale (l’approccio “di rete”, i gemellaggi con comuni e regioni italiane, alcune Ong e attori economici sociali, gli strumenti tecnici legali) affondano radici in quella fase della storia recente.

L’incontro ha visto la partecipazione di esperti, giornalisti e rappresentanti di organizzazioni non governative che hanno giocato un ruolo significativo nella ricostruzione dei Balcani, all’indomani delle guerre che portarono alla dissoluzione della ex Jugoslavia. Dario D’Urso, esperto di Balcani e Political Advisor per il Consiglio d’Europa, ha offerto una panoramica introduttiva, esaminando le esperienze passate e tracciando possibili linee di azione per l’Ucraina.

Un punto chiave emerso dal seminario è stata l’importanza di coinvolgere la società civile nella ricostruzione. Le ONG italiane hanno svolto un ruolo determinante nei Balcani, cercando di ricucire le ferite e promuovendo la riconciliazione: l’accoglienza dei profughi e il supporto logistico sono stati i primi passi intrapresi, seguiti da un impegno a lungo termine nella ricostruzione delle comunità locali. È stata sottolineata, per l’appunto, l’importanza di un approccio che comprenda vari aspetti fisici, economici e sociali oltre alla necessità di promuovere una cultura di riconciliazione duratura e che, quindi, possa rappresentare un impatto sostenibile nel lungo periodo nelle popolazioni coinvolte.

L’esperienza dei Balcani insegna molto su questi punti. L’erogazione dei fondi pubblici in risposta alla guerra degli anni 90 è stata a volte farraginosa e non sempre soggetta a un buon coordinamento. Detto questo, sono stati comunque creati casi sostenibili anche al di fuori dello sviluppo di un tessuto economico vivace.

Durante il seminario, sono stati evidenziati anche i punti di forza e le sfide specifiche che l’Ucraina affronterà nel suo percorso di ricostruzione: la presenza di una vasta diaspora ucraina all’estero (in assenza di una politica di ritorni la forza lavoro ucraina potrebbe dimunuire di un terzo, da 17 a 11 milioni di persone)  e la questione delle minoranze etniche russe sono state indicate come aspetti cruciali da considerare. È emerso il bisogno di sviluppare strumenti tecnici, economici e politici adeguati ad affrontare tali sfide e coinvolgere attivamente territori, enti locali e la diaspora ucraina residente in Italia. Il monito dei Balcani è qui importante. La sida della riconciliazione a livello etnico e sociale non è stata del tutto vinta. Gli sforzi profusi per la politica di ritorni dei rifugitati non sono sempre stati sufficienti e hanno avuto risultati modesti.

Il seminario ha anche messo in luce l’importanza di un approccio multilaterale e del coinvolgimento di attori diversi, tra cui organizzazioni non governative, istituzioni politiche e media, nel processo di ricostruzione: quello che è emerso è che l’esperienza delle ONG italiane, insieme ad altre esperienze internazionali, può svolgere un ruolo fondamentale nel fornire supporto e modelli di sviluppo per l’Ucraina.

È anche evidente che l’allargamento dell’Unione Europea non possa non giocare un ruolo cruciale nella ricostruzione ucraina. Oggi come allora, il tema è soggetto alla sovrapposizione di diverse agende: lo state e nation building, la ricostruzione fisica del paese e la competizione globale fra potenze esterna. Se si guarda a Balcani, la politica di allargamento Ue è ciò che ha coordinato questi piani, mancando però in ultima analisi l’obiettivo. Se ne possono derivare alcune lezioni: l’importanza della tempestività, l’importanza di passare da un’agenda umanitaria a un’agenda di sviluppo che vada però al di là di semplice politiche di mercato, dati gli squilibri economici che una liberalizzazione troppo rapida può creare, e infine porre al centro un modello basato sullo sviluppo sostenibile e la crescita del capitale umano.

Diversamente dai Balcani, il tema delle garanzie di sicurezza è un nodo cruciale. Il settore privato non investe in un paese senza stabilità, ma un modello di sicurezza basato su una “oversecurity” è eccessiva militarizzazione potrebbe mettere in pericolo la salute della democrazia ucraina. Data la natura del conflitto, più che un modello balcanico di riconciliazione (al netto delle questioni legate alle popolazioni russofone in Crimea e a casi locali lungo la linea del fronte) sarebbe utile guardare al riavvicinamento pragmatico come quello fra Turchia e Armenia più che una vera pacificazione.

Non poteva infine mancare un momento di discussione su quelle che sono e possono essere le sfide future che attendono l’Ucraina, sottolineando la necessità di un approccio lungimirante e del coinvolgimento attivo della società civile: è stato evidenziato da diversi interlocutori che l’Ucraina non può essere ricostruita senza un impegno congiunto e una cooperazione internazionale mirata, anche tenendo conto dalla lezione che si è imparata dalla ricostruzione balcanica dei decenni scorsi.

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