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	<title>Difesa Archivi &#8211; MondoDem</title>
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	<description>Laboratorio di Politica Internazionale</description>
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	<title>Difesa Archivi &#8211; MondoDem</title>
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		<title>Cosa davvero si dice in Germania sul 2% per la Difesa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Michelangelo Freyrie]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 30 Aug 2023 18:00:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[2%]]></category>
		<category><![CDATA[Difesa]]></category>
		<category><![CDATA[Germania]]></category>
		<category><![CDATA[NATO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’invasione russa dell’Ucraina ha portato molti governi e movimenti politici a riconsiderare le proprie posizioni, soprattutto per quel&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>L’invasione russa dell’Ucraina ha portato molti governi e movimenti politici a riconsiderare le proprie posizioni, soprattutto per quel che riguarda l’uso dello strumento militare. La Germania di Olaf Scholz è forse l’esempio più importante di questo cambio di prospettiva: dopo quasi un decennio di rinvii, scetticismo e polemiche Berlino si è finalmente impegnata ad adempiere alla cosiddetta regola del 2%. Fissata dai capi di stato e di governo dei Paesi Nato durante il summit del Galles nel 2014, il parametro impegna tutti gli stati membri dell’Alleanza Atlantica a spendere l’equivalente del 2% del proprio prodotto interno lordo in spese di Difesa.</p>



<p>Questo impegno politico è stato a lungo osteggiato da chi si oppone a un aumento delle spese militari. Fino al 2022, infatti, la maggior parte dei Paesi Nato non rispettava l’impegno assunto in sede internazionale. La guerra in Ucraina ha cambiato le cose: riconosciuta la concretezza della minaccia russa alla pace europea e la necessità di avere forze armate sufficientemente credibili da rendere qualsiasi aggressione militarmente impensabile, molti stati hanno deciso di portare le proprie spese militari all’obiettivo Nato.&nbsp; Fra essi c’è la Germania, che per motivi storici e politici (spiegati efficacemente <a href="https://www.google.com/url?sa=t&amp;rct=j&amp;q=&amp;esrc=s&amp;source=web&amp;cd=&amp;cad=rja&amp;uact=8&amp;ved=2ahUKEwj125TDrISBAxXRSfEDHYNIAIQQFnoECB0QAQ&amp;url=https%3A%2F%2Fwww.editorialedomani.it%2Fpolitica%2Fmondo%2Fgermania-scholz-esercito-tedesco-scenari-wv553tun&amp;usg=AOvVaw1hi5CXQKGm6uc6oGHBZoNP&amp;opi=89978449">qui</a> e <a href="https://www.mondodem.it/2009/">qui</a>) si era fino ad allora mostrata poco propensa a considerare la forza del proprio strumento militare (la <em>Bundeswehr</em>) come una questione prioritaria. La <em>Zeitenwende</em>, il “cambiamento epocale” causato dal ritorno della guerra in Europa, ha convinto perfino i socialdemocratici a cambiare atteggiamento – anche a causa di vent’anni di fallimentari trattative con Putin.</p>



<p>A più di un anno dallo scoppio della guerra, il cancelliere tedesco Scholz ha confermato l’impegno tedesco a raggiungere l’obiettivo 2%. Diversamente da quanto riportato in Italia, in una conferenza stampa a luglio Scholz ha detto che l’aumento strutturale delle spese militari rimane una <em>conditio sine qua non </em>della politica di difesa tedesca. Lo strumento per permettere ciò è principalmente il fondo speciale da 100 miliardi di euro (<em>Sondervermögen</em>), votato l’anno scorso dal parlamento per colmare le lacune capacitive della Bundeswehr. Dopo anni di sottofinanziamento le forze armate tedesche sono infatti prive di molti sistemi difensivi fondamentali per garantire la sicurezza della repubblica federale, da sistemi antiaerei a mezzi blindati funzionanti e perfino aerei da trasporto per rifornire le truppe schierate all’estero.&nbsp;</p>



<p>Ma la volontà tedesca di rispettare l’impegno del 2% è anche un buon caso studio delle difficili scelte politiche che ciò comporta. Il raggiungimento dell’obiettivo è infatti messo in dubbio dalla capacità (e la volontà) tedesca di mantenere un livello adeguato di spese militari anche dopo il 2025, quando il fondo da 100 miliardi sarà ormai esaurito. I tagli degli ultimi quindici anni sono infatti stati talmente pesanti che la Bundeswehr necessiterebbe di almeno 300 miliardi di euro per recuperare un livello accettabile di preparazione. Il ministro della Difesa Boris Pistorius ha addirittura suggerito che nei prossimi anni il 2% sarà verosimilmente solo un punto di partenza, e non un limite massimo di spesa. Il risultato di quattro legislature votate all’austerity è anche questa: l’urgenza della guerra richiederebbe immediatamente spese altissime e, soprattutto, un quadro pluriennale affidabile.</p>



<p>Questa dimensione temporale è la vera fonte di polemiche nel dibattito tedesco. Recuperare il terreno perduto richiederà tempo, e l’acquisizione di nuovi sistemi d’arma, il reclutamento di nuovi soldati, la ricostituzione degli stock di munizioni donati all’Ucraina e la creazione di una nuova divisione entro il 2025 sono tutte iniziative che hanno bisogno di un quadro finanziario chiaro nel medio termine. Ma la coalizione di governo, composta da socialdemocratici, liberali e verdi non è ancora riuscita a raggiungere un accordo su come garantire questa pluriennalità. La questione non è tanto nel merito, quanto nella forma. Questo è dovuto soprattutto all’ossessione liberale per il patto di stabilità: vista l’allergia verso la contrazione di nuovi debiti, è verosimile che i prossimi bilanci federali obbligheranno a fare scelte difficili riguardo la spesa pubblica.</p>



<p>I socialdemocratici temono che l’automatismo del 2% in Difesa possa aggirare il ruolo del Parlamento come istanza unica in cui vengono decise le spese federali annuali, e che vada a scapito di uscite nel sociale e in investimenti strutturali. È per questo che Scholz parla di “una media del 2%” su più anni: vuole mantenere sufficiente flessibilità impegnandosi a recuperare eventuali flessioni nel bilancio della Difesa nell’anno successivo.</p>



<p>Il tema di come finanziare le spese della Difesa accompagnerà il dibattito politico tedesco ed europeo per buona parte degli anni ‘20. È un’esigenza sostanzialmente accettata da tutto l’arco parlamentare e che richiederà una quadratura del cerchio: come si fa a mantenere un livello sufficiente di preparazione militare senza tagliare altre spese cruciali (come la transizione energetica, la digitalizzazione o il welfare)? Non è solo una questione di equità, ma anche di sicurezza e consenso. Uno stato che aumenta le spese militari ma taglia gli investimenti in ciò che permetterà alla propria società di prosperare nel ventunesimo secolo è più fragile e suscettibile ad aggressioni esterne. La coalizione di governo tedesca, che ha anche prodotto la prima strategia di sicurezza nazionale della storia tedesca, è ben consapevole della natura trasversale della sicurezza. Una cosa è però chiara: che ciò avvenga tramite più cooperazione europea, con una ridefinizione dei parametri di bilancio o con una razionalizzazione della spesa militare, il governo tedesco ha ormai legato la propria credibilità internazionale all’impegno del 2%.</p>
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		<title>La Difesa non é &#8220;roba di destra&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Michelangelo Freyrie]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Jan 2023 14:49:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lo stato della sinistra]]></category>
		<category><![CDATA[Difesa]]></category>
		<category><![CDATA[sicurezza]]></category>
		<category><![CDATA[Sinistra]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A un anno dallo scoppio di una guerra imperialista nel cuore dell’Europa, lanciata da una cleptocrazia reazionaria, omofoba&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>A un anno dallo scoppio di una guerra imperialista nel cuore dell’Europa, lanciata da una cleptocrazia reazionaria, omofoba e suprematista, i partiti del centrosinistra fanno ancora fatica a riconoscere la necessità di  difendere le nostre società. Non presidiando i temi della Difesa e della sicurezza, la sinistra rischia di trasformarli in una prerogativa delle destre.</p>



<h2 id="la-risposta-securitaria" class="cnvs-block-section-heading cnvs-block-section-heading-1672929861081 halignleft" >
	<span class="cnvs-section-title">
		<span><strong>La risposta securitaria</strong></span>
	</span>
</h2>



<p>In queste settimane il presidente del Senato La Russa ha lanciato la proposta di introdurre un servizio militare abbreviato di 40 giorni. In estate, Meloni stessa si era detta favorevole a un <a href="https://www.mondodem.it/3033/">“blocco navale” nel Mediterraneo</a>, suggerendo una soluzione militare alla gestione dei flussi migratori.</p>



<p>La risposta marziale a problemi non militari ha evidentemente ricevuto un grosso impulso dallo stato di emergenza provocato dall’invasione russa. Se si aggiunge tutto ciò alla sensazione che le spese militari sono essenzialmente improduttive rispetto a misure di sviluppo e redistributive, ecco nascere il sospetto di molti a sinistra del centro che vi sia un interesse da parte di spiriti autoritari, militari, industriali e speculatori di generare una crisi militare perpetua.</p>



<p>L’attuale diffidenza progressista per la Difesa é legata a un comprensibile rigetto dell’uso della forza e alle disastrose esperienze della guerra al Terrore. In particolare, il fallimento dell’interventismo umanitario dopo il 2001 e la securitizzazione di problematiche sociali hanno generato uno scetticismo comprensibile di queste tematiche.</p>



<h2 id="sicurezza-per-pochi-a-scapito-dei-molti" class="cnvs-block-section-heading cnvs-block-section-heading-1672929869216 halignleft" >
	<span class="cnvs-section-title">
		<span><strong>Sicurezza per pochi a scapito dei molti</strong></span>
	</span>
</h2>



<p>Storicamente, l’opposizione all’uso dello strumento militare da parte della sinistra ha sempre avuto una giustificazione basata sulla lettura della politica come lotta di classe. A partire dalla Prima guerra mondiale, la mobilitazione contro un nemico esterno è stata vista come un sotterfugio per dividere le classi operaie e dissanguarle in scontri nell’interesse dei detentori di capitale.</p>



<p>Tuttavia, proprio partendo dal medesimo impianto ideologico, molte personalità di spicco della sinistra europea hanno concluso che i movimenti progressisti non potessero ignorare la tematica. Jean Jaurès, leader socialista francese assassinato nel 1914 per la sua opposizione alla guerra, è stato un teorico dell’esercito di leva, con l’obiettivo di togliere il monopolio della forza militare dalle mani di una élite avversa al movimento operaio. George Orwell vedeva nella gestione elitaria dello sforzo bellico britannico la ragione dietro alle catastrofi del 1939-40, mentre Helmut Schmidt, cancelliere socialdemocratico tedesco, vedeva una efficace deterrenza del Patto di Varsavia come una precondizione per il disarmo, con l’obiettivo ultimo di mettere in sicurezza lo stato sociale e la libertà concessa al popolo tedesco nel dopoguerra.</p>



<p>Queste personalità avevano un unico scopo: evitare guerre il cui principale tributo di sangue sarebbe stato pagato dalle classi sociali subalterne. Ciò sarebbe dovuto avvenire tramite l’affidamento della sicurezza dell’impianto economico e politico dello Stato ai cittadini stessi.</p>



<p>In effetti, se sicurezza vuol dire l’incolumità fisica dei cittadini e l’integrità dei loro rapporti sociali, la garanzia dei meccanismi economici (si presume) votati a un benessere diffuso e la possibilità di pianificare un domani più giusto liberi da un immediato terrore del presente, allora la sicurezza non può che essere anche una priorità della sinistra emancipatrice.</p>



<h2 id="piu-parlamento-e-spese-sociali-meno-precariato" class="cnvs-block-section-heading cnvs-block-section-heading-1672929875480 halignleft" >
	<span class="cnvs-section-title">
		<span><strong>Più parlamento e spese sociali, meno precariato</strong></span>
	</span>
</h2>



<p>Nella pratica, questo vuol dire che solo un movimento politico consapevole delle contraddizioni sociali che ci rendono vulnerabili allo spettro del conflitto può garantire la difesa dei diritti civili e sociali di cui godiamo. Ciò richiede una serie di accorgimenti resi ancora più urgenti dalla guerra.</p>



<p>L’utilizzo da parte della Russia di corruzione, propaganda e riciclaggio per avanzare i propri interessi politici in Europa mostra che una classica politica di sinistra avrebbe ad esempio evitato grosse falle di sicurezza di cui oggi i più deboli pagano le conseguenze, fra bollette fuori controllo e disinformazione che danneggia soprattutto chi si trova a livelli di scolarizzazione più bassi. Solo per fare un esempio, una scuola veramente accessibile a tutti e all’altezza del mondo digitalizzato renderebbe la società molto meno suscettibile alla propaganda online, diminuendo i rischi legati alle “minacce ibride” della Russia.</p>



<p>Parte di un’agenda di prevenzione dei pericoli non può che essere anche una deterrenza efficace, che spesso passa da spese militari adeguate. Avere accesso a più risorse permetterebbe a chi serve il Paese nelle Forze armate di poter avere una carriera sostenibile, che non oscilli fra il precariato della leva breve e un appesantimento delle strutture burocratiche in ottica assistenzialista.</p>



<p>La possibilità di un reintegro dignitoso nella vita civile dopo il servizio è fondamentale, come lo è terminare l’uso improprio delle Forze armate come “tappabuco” improprio di altre amministrazioni pubbliche, come nel caso dell’operazione Strade sicure. La mancanza di un supporto psicologico adeguato a cittadine e cittadini in uniforme è un altro grande problema.</p>



<p>Precondizione di tutto ciò è un rapporto sano fra lo Stato democratico, Forze armate e industria. L’Italia parte da una buona base, forse più che in altri ambiti della vita civile. Un’urgenza ineluttabile rimane però quella di rafforzare il ruolo del Parlamento nel governo della Difesa. L’esistenza di un inviato parlamentare speciale per la Difesa aiuterebbe a portare queste tematiche nelle aule del Parlamento, mentre maggiore trasparenza (ad esempio sugli invii di armi in Ucraina o nelle audizioni) ridurrebbe la percezione della Difesa come un tema separato dalla vita civica del Paese.</p>



<p>In più, una domanda interna di equipaggiamenti e sistemi d’arma moderni ridotta ai minimi termini ha come conseguenza forti pressioni affinché l’export di armamenti sia esteso anche a Paesi che ne faranno un uso criminale. Il quadro di riferimento dell’industria Difesa italiana deve essere quello europeo e transatlantico, e gli sforzi fatti da Roma per rafforzare le istituzioni di Difesa Ue devono continuare in un’ottica di economie di scala efficienti.</p>



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		<title>Sulla difesa, LeU dà i numeri</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 Feb 2018 10:12:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Esteri a confronto]]></category>
		<category><![CDATA[L'Italia nel mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Osservatori]]></category>
		<category><![CDATA[Difesa]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni 2018]]></category>
		<category><![CDATA[Liberi e Uguali]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di V.B. In materia di difesa, il programma elettorale del partito di Grasso mutua interamente il più vetusto&#8230;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Di V.B.</em></p>
<p>In materia di difesa, il <a href="http://liberieuguali.it/programma/#pace">programma elettorale</a> del partito di Grasso mutua interamente il più vetusto armamentario ideologico della sinistra radicale.  Il fatto che il tema sia inquadrato nel punto del programma denominato “Pace e Disarmo” dice tutto (se non altro, il titolo è coerente con il contenuto).</p>
<p>In realtà, di veri e propri temi di difesa il programma di LeU di difesa non parla quasi affatto. Esordisce riaffermando il principio costituzionale del “ripudio della guerra”, dimenticandosi al solito il resto dell’art. 11 della Costituzione, e dichiara di voler perseguire “politiche attive di pace e disarmo” nonche’ “una politica estera di pace”.</p>
<p>Questo rafforzando “le politiche di cooperazione e solidarietà internazionale” e di “promozione dei diritti umani” attraverso “l’applicazione delle convenzioni internazionali” e il rifiuto dell’“interventismo militare al servizio di una logica di guerra”. Di qui una delle due proposte concrete nel programma: l’istituzione di un Dipartimento della difesa civile, che promuova iniziative multilaterali di risoluzione pacifica dei conflitti. Bene.</p>
<p>La seconda proposta è la richiesta “non rinviabile” di una riduzione delle spese militari, motivata dalla spesa eccessiva che sarebbe stata investita finora nella difesa: secondo LeU, “<em>i dati reali (analizzati e diffusi dall’”Osservatorio italiano sulle spese militari italiane”) ci dicono che negli ultimi 10 anni di recessione e di tagli in tutti i comparti sociali, la spesa pubblica militare italiana è invece <u>aumentata del +21%</u> con una crescita costante</em>”.</p>
<p>Come si può facilmente verificare, la stessa <a href="http://milex.org/">fonte</a> (tra l’altro essa stessa di orientamento esplicitamente pacifista) scrive che “<em>Prendendo in considerazione l’ultimo decennio (2008-2017), le spese militari italiane fanno registrare un aumento del 2,2 per cento a valori correnti (che <u>diventa un calo del 7,3 per cento a valori costanti</u>) a parità di rapporto spese/PIL</em>”.</p>
<p>Non un aumento del 21% dunque, ma un taglio del 7,3%. Che, ad essere pignoli, è ancora maggiore dato che l’Osservatorio include nella “spesa per la difesa” anche le pensioni pagate dall’INPS agli ex militari, aumentate – secondo gli autori – di quasi mezzo miliardo nel periodo in questione.</p>
<p>Il 21% strombazzato da LeU è invece l’aumento della spesa <em>a valori correnti</em>, pari ad un aumento <u>reale</u> del 4%, rispetto all’anno 2006. Come si evince dal grafico sottostante, per un biennio e a partire dal 2006 la difesa conobbe un modesto quanto momentaneo incremento, in un panorama pero’ di generale depressione. E proprio dal 2006 LeU decide di far partire il calcolo, distorcendo volutamente la realtà e ingannando i citadini per portare a casa il punto. Ora, tutti i partiti selezionano i dati per evidenziare quelli più comodi, ma qui la manipolazione è talmente grossolana da risultare grottesca.</p>
<p><a href="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2018/02/Grafico-VB.png"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-969" src="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2018/02/Grafico-VB.png" alt="" width="454" height="209" srcset="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2018/02/Grafico-VB.png 454w, https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2018/02/Grafico-VB-300x138.png 300w" sizes="(max-width: 454px) 100vw, 454px" /></a></p>
<p>A parte inventare un inesistente aumento delle spese militari, il programma prevede di far rispettare all’industria italiana degli armamenti le norme internazionali ed europee e di sottoscrivere e promuovere il Trattato per la proibizione delle armi nucleari. Le implicazioni, naturalmente, non vengono prese in alcuna considerazione.</p>
<p>E questo è quanto. Nessuna menzione della necessità (o meno, legittimamente) di approfondire la riforma dello strumento militare nazionale: nulla sulle aspirazioni della difesa europea e atlantica: il vuoto sulle nuove sfide asimmetriche e il ruolo dei militari: zero sulle questioni industriali: niente sulla incombente rivoluzione tecnologica: e così via, per non risultare monotoni.</p>
<p>Grasso e Bersani devono aver pensato che non si guadagnano molti voti ragionando seriamente di difesa. Viceversa, vellicare i più bassi istinti dell’elettorato “de sinistra” può rafforzare la non molto solida credibilità di LeU in certi ambienti. Tanto, una volta al governo, si può sempre cambiare idea.</p>
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		<title>Molto rumore per PeSCo?</title>
		<link>https://www.mondodem.it/489/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[V.B.]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Mar 2017 13:47:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Italia nel mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Difesa]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[PeSCo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’impulso impresso all’integrazione della difesa europea negli ultimi mesi sembra gia’ sul punto di smorzarsi. L’elaborazione dell’annunciato piano&#8230;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>L’impulso impresso all’integrazione della difesa europea negli ultimi mesi sembra gia’ sul punto di smorzarsi. L’elaborazione dell’annunciato piano della Commissione Europea per finanziare e promuovere ricerca, sviluppo e produzione di capacità militari (European Defence Action Plan, EDAP) sembra ancora in alto mare. La Commissione pare ben lontana dall’aver definito una governance sostenibile e condivisa con gli Stati membri. E lo stesso sta succedendo a una proposta, ben piu’ rilevante, che aveva acceso gli entusiasmi: quella di lanciare una Cooperazione Strutturata Permanente (PeSCo, nel gergo eurocratico).<br />
La PeSCo, stando alla vaga definizione fornita dal Trattato di Lisbona, dovrebbe rappresentare un nucleo avanzato di integrazione: un’ “avanguardia rivoluzionaria” della difesa europea, costituita da un gruppo di Stati membri che intraprendono iniziative comuni di integrazione molto ambiziose (ad esempio, una reale forza di intervento europea). Una sorta di gruppo di precursori, costituito sulla base di criteri e obiettivi ben determinati che permettono di portare avanti il processo di integrazione in un campo specifico. In altre parole, il corrispettivo nel campo della difesa dei Paesi Schengen (per quanto riguarda la liberta’ di movimento dei cittadini) o dell’area euro (per la politica monetaria).<br />
Tuttavia, il contenuto reale della PeSCo stenta a prendere una forma riconoscibile, e ci sono evidenti segni che si stia preparando un compromesso al ribasso. Molte delle idee in circolazione sembrano centrate principalmente su nuovi progetti di sviluppo comune di equipaggiamenti o singole iniziative di integrazione (cose che vengono fatte da trent’anni, e per le quali non e’ necessaria alcuna PeSCo). Altre ipotesi prevedono addirittura di applicare, semplicemente, un cappello «PeSCo» su iniziative preesistenti, svuotando quindi la cooperazione permanente di qualsiasi contenuto innovativo. Le ultime notizie lasciano intuire che alcuni Stati membri, anche tra gli stessi che si erano fatti promotori della PeSCo, comincino a concepirla piu’ come una mera dichiarazione di intenti politica che come un nucleo avanzato di integrazione concreta.<br />
Il problema è che lanciare una PeSCo che non garantisca un reale passo avanti nell’integrazione della difesa, e che non apporti alcun reale valore aggiunto, significa sprecare un’opportunità che non si ripresenterà piu’. La PeSCO è infatti un’iniziativa unica e irripetibile : non sarà possibile, in futuro, lanciare una seconda PeSCo nel caso la prima non risulti soddisfacente. Fallire ora significa quindi cancellare per sempre dal Trattato il più importante e innovativo strumento oggi a nostra disposizione per spingere avanti l’integrazione della difesa europea.<br />
Va inoltre rilevato che, nell’era della contestazione isterica permanente via social media, la strategia di coprire una «scatola vuota» con un nome altisonante puo’ rivelarsi un pericoloso boomerang. Una PeSCo svuotata di ogni contenuto, a malapena giustificata da qualche programmino di scarso riliveo, finirebbe per divenire un ottimo argomento nelle mani di chi vuole dimostrare che il progetto europeo è in crisi irreversibile.<br />
Per queste ragioni l’Italia dovra’ esercitare il massimo dell’influenza nel discutere i criteri che determineranno la possibilita’ per uno Stato membro di accedere alla PeSCo, nonche’ gli obiettivi che la cooperazione dovra’ consentire di raggiungere. Dovremo mirare a un livello di ambizione quantomeno dignitoso, ad un reale « salto di qualita’ », e non accettare di meno. Per le ragioni esposte sopra, in questa occasione approvare semplicemente il « minimo comun denominatore » delle varie posizioni nazionali non sarebbe un atto di realismo politico, ma la fine di qualsiasi ambizione nel campo della difesa europea per il prossimo decennio. Roma dovrebbe battersi per far si’ che la costituenda PeSCo sia un esercizio serio e davvero ambizioso – o che non nasca affatto.<br />
Se invece, come è assolutamente auspicabile, la PeSCo si farà e si farà bene, questa potrebbe essere l’occasione giusta per riscoprire un po’ di sano orgoglio europeo ed europeista. Il risultato raggiunto dovrebbe essere sbandierato come un grande successo dell’integrazione, che garantisce più sicurezza ai cittadini con meno spreco di risorse e che dimostra come andare avanti verso gli Stati Uniti d’Europa si può e si deve. Ma per poterci vantare senza vergogna, dobbiamo prima raggiungere un risultato accetabile.</p>
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