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	<title>Economia Archivi &#8211; MondoDem</title>
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	<description>Laboratorio di Politica Internazionale</description>
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	<title>Economia Archivi &#8211; MondoDem</title>
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		<title>Se Atene piange, Sparta non ride: le traiettorie del debito italiano e francese</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Indro Furlanetto]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Oct 2025 06:49:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Commissione UE]]></category>
		<category><![CDATA[debito pubblico]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[finanza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Riflessioni ad un anno dal rapporto Draghi Il 19 settembre Fitch ha innalzato il giudizio sul debito italiano&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Riflessioni ad un anno dal rapporto Draghi</p>



<p>Il 19 settembre <strong>Fitch ha innalzato il giudizio sul debito italiano a BBB+</strong> con previsione stabile, certificando <strong>una crescente fiducia dei mercati</strong> verso il nostro enorme debito pubblico (<strong>135% del PIL</strong>, secondo solo a quello greco, pari al <strong>154% del PIL</strong>). Il momento positivo riguarda un po’ tutta l’area sudeuropea – un tempo indicata con l’autoesplicativo acronimo <strong>PIIGS</strong> (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna) – che beneficia di una crescita economica più o meno sostenuta. Al contrario, <strong>Germania e Francia</strong>, storicamente i motori dell’economia europea, <strong>soffrono</strong>. Parigi in particolare attraversa un momento complesso, con una doppia crisi politica e finanziaria, spingendo alcuni a definirla <strong>il prossimo malato d’Europa </strong>ed altri, dall’Italia, a guardare Oltralpe con malcelata soddisfazione. D’altra parte, <strong>se Atene piange, Sparta non può ridere</strong>. Nelle prossime righe vedremo quindi quali sono le ragioni dietro al miglioramento italiano ed al peggioramento francese, cercando di capire se si tratti di un fenomeno strutturale e se l’Italia possa ritenersi davvero fuori pericolo.</p>



<p>Partendo dal giudizio di Fitch, l<strong>a stabilità del debito di Roma e Parigi è influenzata in primis dalla stabilità politica.</strong> Un governo solido è infatti una delle prime garanzie di veder ripagato il debito pubblico e, come evidenziato dalle agenzie di rating, <strong>Roma</strong> – per la prima volta da anni – <strong>gode di un governo che pare capace di completare ordinatamente il proprio mandato.</strong> Al contrario, <strong>Parigi</strong> <strong>affronta il quarto cambio di primo ministro</strong> dall’inizio del secondo mandato del presidente Macron, in un contesto in cui la coalizione centrista che fa capo all’Eliseo è in minoranza nell’Assemblea Nazionale.</p>



<p><strong>La differente stabilità dei due governi influenza anche la capacità di portare avanti le riforme</strong> necessarie a ridurre il deficit, esploso in entrambi i Paesi sotto il COVID. Da un lato <strong>il governo Meloni</strong>, pur sotto pressione da parte degli alleati per aumentare fortemente la spesa pubblica, <strong>riesce a tenere a freno il deficit e ad avanzare</strong> – con preoccupante lentezza – l<strong>e riforme istituzionali richieste dall’UE </strong>e la spesa dei fondi del Recovery Fund; dall’altro, <strong>Macron</strong>, dopo l’aumento dell’età pensionabile, <strong>non è più stato capace di passare le riforme necessarie</strong>, impasse esemplificata dalla caduta del governo Bayrou sulla fiducia verso un pacchetto di tagli sostanziali alla spesa.</p>



<p><strong>L’Italia può quindi sorridere?</strong> Probabilmente <strong>no</strong>. Se l’attuale instabilità politica francese è unica nella Quinta Repubblica, la fragile stabilità italiana – motivo principale della fiducia dei mercati verso l’Italia – è una novità che può facilmente dissiparsi sotto i colpi di una prossima crisi, a partire dalle regionali autunnali o <strong>dall’intensificarsi dell’instabilità globale a causa dei dazi di Trump </strong>(ricordiamo che Roma, a differenza di Parigi, è un esportatore netto).</p>



<p>Allo stesso tempo, <strong>l’Italia non sta sopravanzando gli altri Paesi europei, semmai sta recuperando il distacco accumulato negli anni</strong>. Se il consolidamento bancario ha reso il settore uno dei più forti d’Europa, si allarga il gap nella produttività imprenditoriale con le principali economie d’Europa, Parigi inclusa. Allo stesso tempo, <strong>Roma continua a convivere con la seconda bolletta energetica più alta d’Europa</strong>, che penalizza famiglie ed imprese e che i rimedi governativi non sembrano aver risolto. Infine, <strong>la crescita pubblica italiana, trainata dal Recovery Fund, rimane nettamente inferiore a quella degli altri ex-PIIGS,</strong> a partire dalla Spagna guidata dal Sanchez, e rischia di esaurirsi con la fine dei fondi straordinari UE e dell’onda lunga del bonus 110%, specialmente nel Sud Italia.</p>



<p>Ricordiamo quindi le recenti parole di Mario Draghi, pronunciate ad un anno dalla pubblicazione del suo rapporto: <strong>il modello economico europeo sta svanendo sotto i colpi di una crescente competizione globale, mentre il fabbisogno di investimenti europei non fa che allargarsi. </strong>In questo contesto, la Commissione fatica ad implementare le necessarie riforme per rilanciare la produttività, mentre l’Italia stagna. È fondamentale quindi <strong>lavorare di concerto per l’implementazione dell’intelligenza artificiale, la riduzione della burocrazia e la creazione di grandi giganti europei,</strong> facilitando gli investimenti a livello europeo e i consumi come parziali sostituti delle esportazioni. <strong>Berlino ha già avviato una propria ricetta autonoma</strong>, grazie al vasto margine di spesa garantito da un debito pubblico basso. Per evitare però che le differenti capacità di spesa trasformino l’Europa in un mosaico di politiche pubbliche tanto nazionali quanto inefficienti a fronte dei grandi colossi americani e cinesi, <strong>è fondamentale che si ridia slancio all’integrazione europea</strong>, tramite progetti comuni e l’accelerazione sull’emissione di debito europeo comune, oggi più che mai attrattivo a fronte della crescente crisi del dollaro ma bisogno delle giuste riforme.</p>



<p>In questo senso, <strong>per Roma è strategico collaborare con Parigi</strong>, seppellendo personalismi che hanno in passato portato a dannosi quanto inutili scontri. La debolezza di Parigi rende infatti impellenti quelle riforme che beneficerebbero ampiamente anche l’Italia. <strong>Se Atene piange, è fondamentale che Sparta si rimbocchi le mani per evitare il collasso di tutta la Grecia</strong>.</p>



<p></p>
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		<title>Quoi qu&#8217;il en coûte: dalla transizione ecologica e digitale al rilancio della competitività per far ripartire la Francia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Claudia Schettini]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 21 Mar 2021 17:02:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Macroaree]]></category>
		<category><![CDATA[COVID-19]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Francia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A causa della pandemia di Covid-19 e delle sue drammatiche conseguenze, la Francia si trova di fronte alla&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">A causa della pandemia di Covid-19 e delle sue drammatiche conseguenze, la Francia si trova di fronte alla più grave recessione economica dal 1945. Il PIL è diminuito del 8,3%, le esportazioni si sono ridotte del 28,9% e le importazioni del 20,7%, con effetti negativi sul già grave deficit commerciale. L’Istituto di statistica francese ha stimato una perdita di circa 600.000 posti di lavoro soltanto nel settore privato e un tasso di disoccupazione pari al 9%. Se il 2020 si è dunque confermato un <em>annus horribilis </em>per l’economia francese, il 2021, grazie ai fondi dell’Unione Europea e, in particolare, all’entrata in vigore del piano <em>France Relance</em>, potrebbe essere l’anno della sua ripresa.</p>



<p>Nel quadro del Next Generation EU, l’Unione Europea ha previsto per la Francia uno stanziamento di <strong>40 miliardi </strong>di euro, interamente sotto forma di sussidi a fondo perduto. Con riferimento ai programmi minori, per il React-EU sono stati stanziati 3 miliardi e circa 15 sono stati previsti nel contesto del Quadro Finanziario Pluriennale (2021-2027).</p>



<p>“<em>Quoi qu’il en coûte</em>”, così il presidente Emanuel Macron ha presentato, lo scorso 3 settembre, il piano di ripresa economica <strong><em><a href="https://www.gouvernement.fr/france-relance" target="_blank" rel="noreferrer noopener">France Relance</a></em>, </strong>rievocando, un po’, il famoso “<em>Whatever it takes</em>” di draghiana memoria. In effetti, differentemente da altri paesi europei, la maggior parte delle risorse finanziarie non provengono dai fondi dell’Unione bensì da <strong>risorse nazionali che ammontano a ben 100 miliardi di euro</strong>. Già prima del <em>France Relance</em>, il governo francese aveva reagito velocemente ed efficacemente con un piano di emergenza, strutturato su tre direttrici: garanzie sui prestiti alle imprese e un fondo di solidarietà per le imprese; un dispositivo di disoccupazione parziale; un programma di capitalizzazioni a protezione delle imprese più strategiche.</p>



<p>Il piano “<em>France Relance</em>”, considerato dai suoi architetti un piano di investimenti e sviluppo a lungo termine, ha due obiettivi fondamentali: accelerare la transizione ecologica e, parimenti, quella digitale, e sostenere la creazioni di nuovi posti di lavoro, riservando un’attenzione particolare alle esigenze e le opportunità dei più giovani. Aggiornato al 20 gennaio 2021, la sua impostazione poggia su tre pilastri: <em>ecologia</em>, <em>competitività industriale</em>, <em>coesione sociale e territoriale.</em></p>



<ol class="wp-block-list" type="1"><li><strong>ECOLOGIA</strong>: dei 100 miliardi del piano, 30 saranno investiti nella transizione ecologica affinché il paese diventi la prima grande economia europea a zero emissioni. Gli investimenti principali riguardano la decarbonizzazione industriale, a cui saranno destinati 1,2 miliardi dei fondi; l’isolamento termico degli edifici pubblici e il sostegno alla sostenibilità dei trasporti. L’investimento più importante in questo settore è il piano “<em>MaPrimeRénov’: mieux chez moi, mieux pour la planète”, </em>volto ad incoraggiare le famiglie a realizzare lavori di riqualificazione energetica delle proprie abitazioni (ma anche di edifici pubblici) con l’obiettivo finale di finanziare il risanamento di 500.000 appartamenti ad anno, beneficiando di un ulteriore finanziamento di 2 miliardi di euro per il biennio 2021-2022.</li></ol>



<ul class="wp-block-list"><li><strong>COMPETITIVITA’</strong>: 34 miliardi saranno destinati al rilancio della competitività, ad una crescita economica sostenibile nonché all’innovazione tecnologica delle imprese, con un’attenzione particolare alle piccole e medie imprese che rappresentano un terzo del tessuto imprenditoriale francese. In particolare, il piano comprende quattro misure volte a potenziare il fabbisogno di capitale imprenditoriale: più risparmio per le imprese, devoluzione di 20 miliardi di capitale quasi proprio per consolidare i bilanci delle imprese tramite prestiti partecipativi, sostegno a progetti territoriali e rilocalizzazione dei fondi in alcuni settori strategici.</li></ul>



<ul class="wp-block-list"><li><strong>COESIONE SOCIALE E TERRITORIALE</strong>: come accade per la maggior parte dei paesi in tempi di crisi, una delle più grandi sfide che la Francia dovrà affrontare è l’aumento delle disuguagliane sociali. Per questo motivo, nel consacrare 36 miliardi del piano a questo pilastro, tre sono stati indicati come obiettivi principali: considerevole sostegno al sistema e alle infrastrutture sanitarie (6 miliardi); finanziamento agli enti territoriali da parte della <em>“Banque des Territoires</em>”; salvaguardia e creazione di nuovi posti di lavoro. Quest’ultimo punto è, senza dubbio, il più importante del pilastro della coesione in quanto risorse significative saranno destinate alla formazione professionale dei giovani e dei lavoratori più vulnerabili tramite contratti facilitati e “bonus assunzione” (<em>prime à l’embauche</em>). Tra i vari progetti lanciati, un esempio molto interessante è la creazione di percorsi di accompagnamento o re-inserimento dei giovani nel mondo lavorativo: si tratta del <em>PEC jeunes</em>, il percorso di assunzione delle competenze giovanili e lo <em>IAE jeunes</em>, un percorso di inclusione giovanile nei vari settori dell’attività economica.</li></ul>



<p>La discussione relativa alla <em>governance </em>per la gestione dei fondi del Recovery Fund, questione che, in alcuni paesi, ha comportato notevoli fibrillazioni governative, non è stata così sentita in Francia dove, fin dall’inizio, il presidente Macron ha mobilitato le migliori expertise della propria amministrazione pubblica affidando interamente il piano nelle mani del Ministro dell’Economia Le Maire. Tuttavia, ciò che ha permesso un immediato successo del piano è stato il metodo basato su una forte cooperazione interministeriale nonché sulla concertazione con regioni ed enti locali. Da subito il governo è andato  nella direzione di una forte inclusione e serrato dialogo fra tutti gli attori coinvolti nonché dell’immediata creazione di comitati di monitoraggio sia a livello nazionale, presieduti dal Primo Ministro al fine di assicurare l’esecuzione del piano di ripresa, sia a livello regionale per verificare l’avanzamento di specifici progetti territoriali e le necessarie risorse per la messa in opera degli stessi. Un aspetto molto interessante è che questi “<em>comités de suivi</em>” includono anche associazioni di amministratori locali, organizzazioni ambientaliste e associazioni attive nel sociale.</p>



<p>Il dibattito interno relativamente agli aspetti positivi e negativi del “<em>France Relance</em>” è stato quindi molto partecipato: dai parlamentari alle banche, dalle  confederazioni imprenditoriali alle associazioni ambientaliste. In generale, il mondo imprenditoriale (tra cui <em>MEDEF</em>, <em>il Movimento delle Imprese di Francia</em>, <em>CPME</em>, <em>la Confederazione delle Piccole e Medie Imprese </em>e <em>CCI</em>, le <em>Camere di Commercio e dell’Industria</em>) ha accolto in maniera ampiamente favorevole il piano considerandolo una mobilitazione di risorse economiche senza precedenti. Riscontri meno positivi sono invece arrivati da <em>U2P, l’Unione delle Imprese di Prossimità</em>, e da alcuni sindacati che temono per la tenuta delle piccole imprese a causa dell’insufficienza dei sussidi per l’impiego e la mancata riduzione delle imposte di produzione. Voci critiche arrivano da <em>WWF France </em>secondo cui il paese si troverebbe di fronte ad una situazione di <em>trade-off</em>: transizione ecologica e rilancio industriale sarebbero due obiettivi poco conciliabili soprattutto considerato il breve periodo di tempo entro cui sono stati stanziati i fondi (2022). All’interno dell’Assemblea il dibattito parlamentare si è acceso nel momento in cui la maggioranza del gruppo <em>LREM </em>in seno alla “Commissione Economica” ha votato un emendamento che obbliga le imprese beneficiarie di sovvenzioni ad attuare obblighi in materia ambientale che, secondo alcuni, rallenterebbero soltanto la ripresa economica.</p>



<p>Sebbene il negoziato con Bruxelles non sia ancora terminato, la Francia, preceduta soltanto  dalla  Spagna,  è  il  secondo paese europeo più avanzato nell’applicazione del piano. Una prima ed unica reazione da parte della Commissione europea nei confronti del <em>“France Relance” </em>è arrivata a fine novembre 2020: secondo l’esecutivo europeo, le misure adottate dalla Francia per rilanciare l’economia nazionale sarebbero poco sostenibili nel lungo periodo, poiché, sebbene generose, coprono soltanto il biennio 2021- 2022, mentre necessiterebbero di finanziamenti anche negli anni successivi. Tenendo, inoltre, conto dell’elevato livello di debito pubblico che attanagliava la Francia già prima dello scoppio della pandemia, è fondamentale che le misure adottate preservino la sostenibilità delle finanze francesi nel medio e lungo termine.</p>



<p>La Francia è stato, senza dubbio, il Paese che maggiormente ha spinto sui fondi europei dando dimostrazione di essere in grado di sfruttare al meglio tali risorse. La strutturazione del piano è stata guidata dall’ importante decisione di integrare la manovra finanziaria con le risorse europee. Punto di forza del piano “<em>France Relance</em>” è la grande cooperazione e il continuo dialogo con i vari attori coinvolti, in primis le regioni e gli enti locali, elemento del tutto assente nel panorama italiano. Per quanto la realizzazione del piano sarà un lavoro interministeriale, la scelta del presidente Macron di assumere per la <em>governance </em>del Recovery Plan solo un consigliere speciale presso il capo di gabinetto del Primo ministro è una scelta altamente strategica, fondamentale per limitare qualsiasi fibrillazione politica. Si tratta di un esempio che potrebbe rivelarsi estremamente utile per l’Italia, facilitando una reale cooperazione governativa ed evitando che i lunghi tempi delle necessarie soluzioni di compromesso finiscano per collidere con l&#8217;urgenza della definizione dei relativi progetti.</p>



<figure class="wp-block-table"><table><tbody><tr><td></td></tr><tr><td></td><td></td></tr></tbody></table></figure>
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		<title>L&#8217;istruzione alla base del Piano Nazionale di Rilancio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Reali]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 10 Oct 2020 13:32:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[PNR]]></category>
		<category><![CDATA[recovery fund]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il 22 maggio 2018, il Consiglio Europeo inseriva l’educazione all’interno dei pilastri europei dei diritti sociali, affermando come&#8230;</p>
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<p class="has-drop-cap">Il 22 maggio 2018, il Consiglio Europeo inseriva l’educazione all’interno dei pilastri europei dei diritti sociali, affermando come il diritto ad un’istruzione inclusiva e di qualità sia essenziale non solo per lo sviluppo economico, ma soprattutto alla luce delle attuali trasformazioni sociali. Entrambe le dimensioni, economica e sociale, hanno necessariamente risentito della pandemia, motivo per il quale il piano di ripresa deve guardare all’istruzione, specie quella terziaria, che è anello di congiunzione fra i giovani e il lavoro.</p>



<p>Un elevato livello di istruzione costituisce la base della competitività di un sistema economico avanzato, nonché un fondamento di una democrazia di qualità. Inoltre, un’attenzione verso la fascia di popolazione più giovane aiuta a contrastare gli effetti di quella che rappresenta la categoria più colpita – indirettamente – dalla crisi sanitaria e – direttamente – da quella economica. Tuttavia, l’Italia non investe sufficienti risorse nell’istruzione, nella formazione e nella ricerca, e i dati riflettono questa negligenza sia in termini relativi, sia di spesa, che in digitalizzazione.</p>



<p>Il tasso di immatricolazione si assesta al 54,7% (Francia: 66,2%; Germania: 68,3%; Spagna: 73%)<a href="#_ftn1">[1]</a>, tramutandosi in un basso grado di istruzione terziaria, pari al 19% nella fascia 25-64enni (media OCSE: 37%)<a href="#_ftn2">[2]</a> e intorno al 34% nella fascia di età 30-34enni (Sud e Isole: 26%; media UE: 45,6%)<a href="#_ftn3">[3]</a>.&nbsp; In termini di spesa, l’Italia investe solamente il 3,6% del PIL nell’istruzione, distaccandosi di 1,4 punti dalla media OCSE (5%)<a href="#_ftn4">[4]</a>. Infine, l’Italia si posiziona all’ultimo posto in Europa per digitalizzazione e competenze digitali<a href="#_ftn5">[5]</a>, mentre a livello nazionale risulta forte la disparità nell’utilizzo di strumenti digitali e la difficoltà nell’accesso all’istruzione tra le famiglie di diversa estrazione sociale<a href="#_ftn6">[6]</a>.</p>



<p>Questo ritardo sull’istruzione pecca sia in termini logici che etici: la pandemia ha minacciato non solo l’economia, ma anche il tessuto sociale. Essa ha imposto il ricorso alla creazione di ulteriore debito che dovrà essere ripagato dalle generazioni più giovani, le quali si trovano alle porte del mondo del lavoro. In quest’ottica, le priorità devono necessariamente essere i giovani e l’istruzione, attraverso una visione di lungo termine che vada ad incidere prontamente, per dotare degli strumenti necessari coloro che ripagheranno <em>stricto sensu </em>il debito e per evitare <em>lato sensu</em> l’inasprimento delle diseguaglianze socioeconomiche.</p>



<p>Già oggi l’Italia figura 34esima al mondo in termini di mobilità sociale, ultima tra i paesi UE<a href="#_ftn7">[7]</a>. Un maggiore livello di diseguaglianze nell’accesso alle opportunità educative incide negativamente sia sulla diseguaglianza di reddito, sia sulla soddisfazione e la produttività dei lavoratori. In questo contesto, <strong>l&#8217;istruzione rappresenta il più incisivo &#8220;equalizzatore&#8221; di possibilità</strong>, configurandosi come fattore critico per tutte le economie. Educazione, reddito e produttività determinano l’andamento della mobilità sociale, la quale potrebbe essere rilanciata garantendo ai giovani italiani pari opportunità nell’accedere ad un’istruzione di qualità, vera chiave di volta nella ripartenza italiana.</p>



<p><strong>L’importanza di agire in ambito formativo-educativo, dunque, sposa linearmente una visione di rilancio economico</strong> all’interno del piano nazionale Next Generation EU: l’istruzione deve risultare centrale all’interno delle strategie di politica economica dei Paesi, specialmente in un contesto di crisi quale si trova oggi l’Italia.</p>



<p>Il miglioramento dell’istruzione funge da catalizzatore per quelle riforme interconnesse al mondo del lavoro, tra cui quelle misure volte a intervenire sulla disoccupazione giovanile e femminile, quindi in termini di riduzione del <em>gender gap</em>; facilitare e snellire la burocrazia, ammodernando e migliorando la pubblica amministrazione; rilanciare i sistemi produttivi, quindi le imprese, per favorirne l’innovazione; ridurre il divario fra centro-nord e sud-isole, all’interno del quale il Mezzogiorno risulta endemicamente svantaggiato e incastrato in un circolo vizioso di impossibilità di crescita; contrastare l’invecchiamento sistemico che caratterizza da diversi anni la nostra demografia.</p>



<p>In quest’ottica, risulta fondamentale investire nell’istruzione e nella ricerca per facilitare la trasformazione di competenze in un innesto strategico volto a migliorare il processo produttivo. Lo sviluppo di progetti di investimento in istruzione e formazione, oltre ad agire su un piano interno e nazionale, presenta anche la capacità esterna di attirare capitali privati ed esteri, quindi di generare un ritorno economico che alimenti la ripresa. È necessario quindi definire un piano organico di interventi per l’università e la ricerca, che non si limiti a livello centrale e nazionale, ma che coinvolga anche gli altri attori istituzionali, come i Ministeri, per ciò che concerne l’interconnessione delle riforme, e le Regioni, per ciò che riguarda quelle misure a sostegno del più generico diritto allo studio, quindi a sostegno dei giovani che intraprendono la carriera universitaria.&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Il Paese deve mettere al centro del dibattito politico ed economico i temi dell’istruzione, della ricerca e dell’innovazione, avviando un percorso con chiarezza di analisi, lungimiranza di obiettivi e immediatezza nell’agire. È essenziale e imprescindibile avvalorare e potenziare il nostro tessuto culturale-educativo in una prospettiva di avvio della ripresa e della ricrescita economica, unitamente all’intervento sul contesto sociale. Per queste ragioni, l’investimento nell’istruzione deve essere prioritario.</p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<p><a href="#_ftnref1">[1]</a> Rapporto Istruzione OECD 2020. Disponibile a: <a href="https://www.oecd.org/education/education-at-a-glance/EAG2019_CN_ITA_Italian.pdf">https://www.oecd.org/education/education-at-a-glance/EAG2019_CN_ITA_Italian.pdf</a></p>



<p><a href="#_ftnref2">[2]</a> <em>Ibidem</em>.</p>



<p><a href="#_ftnref3">[3]</a> Scheda Tematica per il Semestre Europeo. Disponibile a: <a href="https://ec.europa.eu/info/sites/info/files/file_import/european-semester_thematic-factsheet_tertiary-education-attainment_it.pdf">https://ec.europa.eu/info/sites/info/files/file_import/european-semester_thematic-factsheet_tertiary-education-attainment_it.pdf</a></p>



<p><a href="#_ftnref4">[4]</a> Rapporto Istruzione OECD 2020, <em>supra </em>nota 1.</p>



<p><a href="#_ftnref5">[5]</a> Rapporto Digital Economy and Society Index (DESI) 2020. Disponibile a: <a href="https://ec.europa.eu/digital-single-market/en/desi">https://ec.europa.eu/digital-single-market/en/desi</a></p>



<p><a href="#_ftnref6">[6]</a> Rapporto Annuale ISTAT 2020. Disponibile a: <a href="https://www.istat.it/it/archivio/244848">https://www.istat.it/it/archivio/244848</a></p>



<p><a href="#_ftnref7">[7]</a> Rapporto World Economic Forum “The Global Social Mobility Report 2020”. Disponibile a: <a href="http://www3.weforum.org/docs/Global_Social_Mobility_Report.pdf">http://www3.weforum.org/docs/Global_Social_Mobility_Report.pdf</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/2184/">L&#8217;istruzione alla base del Piano Nazionale di Rilancio</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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		<title>Gli ammortizzatori sociali e le politiche attive: la riforma che ci serve</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Riccarda Lopetuso]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 Sep 2020 16:59:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Analisi in Pillole]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Riforme]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le settimane drammatiche del picco della pandemia hanno impresso nei nostri occhi le immagini dell&#8217;emergenza sanitaria e le&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Le <strong>settimane drammatiche</strong> del picco della pandemia hanno impresso nei nostri occhi le immagini dell&#8217;emergenza sanitaria e le inevitabili ricadute economiche aggravate non solo dal lockdown, ma anche dalla lentezza e dalla difficoltà di garantire a tutti l&#8217;aiuto promesso dallo Stato, primariamente la <strong>Cassa Integrazione in deroga</strong>.</p>



<p>Problemi che hanno accentuato la necessità di mettere ordine nella complicata sfera degli <strong>ammortizzatori sociali</strong>, privilegiando – finalmente &#8211; il reinserimento dei lavoratori nel mercato del lavoro e non solo la conservazione del loro reddito.</p>



<p>E quale il momento migliore per ripensare gli strumenti di protezione e le politiche attive se non questo, nel quale si progetta il rilancio dell&#8217;Italia?</p>



<p>Com&#8217;è noto, nei prossimi mesi si metteranno in cantiere una serie di riforme strutturali  da portare ai tavoli europei nel quadro del programma <strong>Next Generation Eu</strong>.</p>



<p>Nel delineare le linee guida al <strong>Piano Nazionale di Rilancio e Resilienza</strong>, il Governo ha indicato riforme e interventi da adottare per il mercato del lavoro che avranno l&#8217;obiettivo di rilanciare l&#8217;occupazione, <strong>investire nella formazione e uniformare gli strumenti di sostegno al reddito</strong>.</p>



<p>Lasciando da parte questioni meramente fiscali che riguardano la<strong> riduzione del cuneo e la decontribuzione</strong>, in questa analisi sarà posta l&#8217;attenzione sugli interventi necessari per riformare la galassia degli ammortizzatori sociali e rendere più incisive e concrete le politiche attive del lavoro.</p>



<p>Per quanto concerne gli strumenti di sostegno al reddito, acclarato il bisogno di continuare a garantire <strong>un reddito ai lavoratori in difficoltà nei prossimi mesi</strong> ( anche grazie a SURE), un cantiere per la riforma degli ammortizzatori sociali è già in piedi al Ministero del Lavoro e dovrebbe portare alla tanto attesa riforma degli ammortizzatori sociali e alla nascita di una misura universale di sostegno al reddito. Ma con una novità, o meglio, con un diverso approccio, necessario e non più differibile: il nuovo ammortizzatore sociale mira a un&#8217;orizzonte più ampio, ovvero <strong>accompagnare il lavoratore nel reinserimento lavorativo attraverso un&#8217; ampliamento delle sue competenze.</strong></p>



<p>L&#8217;obiettivo è superare la storica tendenza italiana che porta unicamente a proteggere il reddito del lavoratore e la conservazione del posto  (vedi Naspi, Cassa integrazione e Mobilità) e studiare forme di reinserimento nel mercato del lavoro più incisive, forme che portino il lavoratore ad <strong>utilizzare il tempo di disoccupazione o Cassa Integrazione per formarsi e trovare altre opportunità lavorative.</strong></p>



<p>Essenziale è creare un percorso che <strong>accompagni il lavoratore nelle varie fasi</strong>, dalla perdita del lavoro alla scelta di un percorso formativo per riqualificarsi e alla ricerca di una nuova occupazione. Percorso che – oltre a considerare il bagaglio di conoscenze e esperienze del lavoratore – lo porti a misurarsi con le nuove professionalità ed esigenze del mercato, in una vera correlazione tra politiche passive e attive.</p>



<p>Le proposte del <strong>Ministro del lavoro Catalfo</strong> prevedono già dal Decreto Rilancio alcune misure che vanno i questa direzione, come l&#8217;istituzione del Fondo nuove competenze, un fondo che permetterà ad alcuni lavoratori di ridurre l&#8217;orario di lavoro e frequentare corsi di formazione senza perdere parte della retribuzione.</p>



<p>Ma non è sufficiente, non nel contesto che ci attende e non nel momento di programmare con uno sguardo lungimirante e a lungo termine il paese che verrà.</p>



<p>La <strong>fine del blocco dei licenziamenti</strong> a fine anno, ci metterà di fronte a una crisi sociale e occupazionale drammatica.</p>



<p>Occorrerà continuare a garantire il <strong>sostegno al reddito dei lavoratori </strong>che perderanno il loro lavoro ma anche cambiare la mentalità italiana che predilige l&#8217;assistenza e la protezione senza nessuna forma di riqualificazione e reinserimento grazie a politiche attive incisive.</p>



<p>E qui, nel quadro delle riforme necessarie per studiare il rilancio del paese, un ripensamento delle Politiche attive è essenziale. Inquadrate nella Strategia Europea per l&#8217;Occupazione, gli interventi di Politiche attive in Italia non brillano per performance.</p>



<p>L&#8217;esperienza del Reddito di cittadinanza, con <strong>circa il 2% di beneficiari che ha trovato un impiego lo testimonia</strong>. Centri per l&#8217;Impiego che non funzionano, poca sinergia tra Agenzie regionali, Enti formatori e aziende, difficoltà a incrociare domanda e offerta di lavoro. Quando il lavoro c&#8217;è..</p>



<p>Ed è <strong>questo il tasto dolente</strong>.</p>



<p>I prossimi mesi ci consegneranno una <strong>realtà difficile</strong>, con migliaia di persone che avranno perso il lavoro, un lavoro che non tornerà più nelle forme pre-Covid.</p>



<p>In quel momento bisognerà <strong>farsi trovare preparati </strong>e sarà fondamentale investire sulla formazione  creando nuove figure professionali, non solo riqualificando quei lavoratori che hanno perso il lavoro a causa della pandemia, ma andando a cercare le persone escluse dal mercato già da tempo (donne – soprattutto al sud, e over 50)  per avvicinarle alle nuove opportunità che gli<strong> investimenti pubblici</strong> offriranno nel settore dell&#8217;economia circolare, del turismo sostenibile, dell&#8217;agricoltura e del digitale, mettendo in piedi progetti e sinergie tra comuni, enti di formazione e aziende.</p>



<p>In quest&#8217;ottica, il  Next Generation Eu ci offre <strong>una chance storica</strong> per pensare e formare nuove professionalità da inserire nei progetti di rilancio della nostra economia.</p>
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		<title>L&#8217;opportunità irripetibile di SURE</title>
		<link>https://www.mondodem.it/2078/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Riccarda Lopetuso]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Jun 2020 12:10:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Sure]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Gli acronimi, croce e delizia dell&#8217;Unione Europa. L’ultimo arrivato è SURE, per “Support to mitigate Unemployment Risks in&#8230;</p>
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<p class="has-drop-cap">Gli acronimi, croce e delizia dell&#8217;Unione Europa. L’ultimo arrivato è <a href="https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/it/QANDA_20_572" target="_blank" rel="noreferrer noopener">SURE</a>, per “<em>Support to mitigate Unemployment Risks in an Emergency</em>”. Si tratta di uno strumento proposto dalla Commissione per attenuare gli effetti della pandemia da<a href="https://www.mondodem.it/osservatori/covid-19/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"> Covid-19</a> sul mercato del lavoro e sui redditi dei lavoratori dipendenti, autonomi, pescatori e agricoltori. Finanzierà, a livello europeo, gli strumenti di sostegno al reddito e&nbsp; di riduzione dell&#8217;orario di lavoro che gli Stati membri più esposti alla pandemia hanno già predisposto nelle scorse settimane, con pesanti aggravi di spesa pubblica. Ursula Von Der Leyen ha parlato di una dotazione finanziaria di “100 miliardi per mantenere le persone nei loro posti di lavoro e sostenere le imprese”.</p>



<p>Nel dettaglio, lo strumento – temporaneo &#8211; dovrebbe funzionare come una cassa integrazione europea, la prima della storia, supportando le imprese e tutelando i posti di lavoro a rischio.I lavoratori si vedrebbero ridotto l&#8217;orario di lavoro, senza perdere la parte di retribuzione delle ore non lavorate. In queste ore libere, i lavoratori potrebbero frequentare corsi di formazione.</p>



<p>Il meccanismo SURE si baserà su garanzie nazionali per un valore fino a 25 miliardi, che consentiranno alla Commissione di emettere Bond tripla A, girati successivamente tramite prestiti agli Stati membri. In sostanza, la concretizzazione dei tanti demonizzati Eurobond.</p>



<p>I fondi SURE dovrebbero essere disponibili in tempi relativamente brevi, luglio o più tardi settembre. Nei piani della Commissione, lo strumento dovrebbe essere un antidoto alla disoccupazione e alla tempesta d&#8217;autunno che potrebbe dilaniare il mercato del lavoro nei paesi più colpiti dal virus, su tutti l&#8217;Italia. Un&#8217;ipotesi al vaglio del Governo italiano è quella di utilizzare i fondi SURE per rifinanziare la Cassa Integrazione in Deroga e bloccare fino alla fine dell&#8217;anno i licenziamenti. Una possibilità concreta e ragionevole, che potrebbe aiutare il nostro paese ad affrontare la crisi sociale e occupazionale che, inevitabilmente, attende il sistema Italia alla fine dell&#8217;Estate.</p>



<p>Di un Sussidio Europeo di Disoccupazione si parlava da tempo. Nel 2016 fu il Governo italiano, con il Ministro dell&#8217;Economia Padoan, a proporre l&#8217;istituzione di un fondo comune europeo per creare un sussidio di disoccupazione da elargire ai lavoratori che restano senza occupazione dopo shock economici che colpiscono i loro paesi. Ora che la Cassa integrazione europea sembra diventare realtà (anche se si tratta di uno strumento temporaneo e non strutturale), è auspicabile non sprecare l&#8217;occasione e intervenire sul sistema di protezione sociale dei lavoratori e il loro reinserimento nel mercato del lavoro, primariamente in Italia dove questi meccanismi sovente non sono sufficientemente efficaci né efficienti.</p>



<p>Se non ora quando, verrebbe da dire. Storicamente, l&#8217;Italia ha sempre perseguito la protezione del reddito dei lavoratori e la salvaguardia dell&#8217;occupazione, piuttosto che il suo ricollocamento nel mondo del lavoro. I principali ammortizzatori sociali quali l&#8217;indennità di disoccupazione NASpL e la Cassa Integrazione Guadagni (che sia Ordinaria &#8211; CIGO &#8211; o straordinaria &#8211; CIGS) rispondono a questa logica.</p>



<p>L&#8217;approccio comunitario alle politiche attive del lavoro è differente. L&#8217;Unione, in materia, si è innanzitutto dotata di uno strumento di coordinamento delle sue diverse politiche occupazionali, la Strategia Europa 2020.</p>



<p>Gli scopi principali di questa strategia sono la creazione di opportunità occupazionali per giovani e donne e il reinserimento lavorativo nel mercato del lavoro dei disoccupati. Questi obiettivi sono perseguiti principalmente attraverso i vari strumenti che costituiscono il Fondo Sociale Europeo. La misura più nota è la <em>Youth Guarantee</em>, programma rivolto ai giovani fino a 30 anni per consentire ragazzi che non studiano né lavorano (i cosiddetti <em>Neet</em>) di frequentare un corso di formazione o vivere esperienze lavorative con tirocini retribuiti. Fino ad ora, quindi, l&#8217;obiettivo dell&#8217;Unione Europea è stato sostenere l&#8217;occupazione e creare nuovi posti di lavoro e opportunità per i propri cittadini. SURE, pur se in misura temporanea, va invece nella direzione della salvaguardia di posti di lavoro e nel mantenimento degli attuali livelli occupazionali. Dal punto di vista delle politiche occupazionali, l’approccio europeo alla pandemia è quindi più vicino alla tradizionale risposta italiana.</p>



<p>Nell&#8217;era post Covid-19, un ruolo fondamentale per rilanciare l&#8217;occupazione e salvare i posti di lavoro a rischio sarà svolto dalla formazione professionale.</p>



<p>Il Governo italiano ha istituito – con il Decreto rilancio ( art. 88 Decreto-Legge 19 maggio 2020 n. 34)&nbsp; un Fondo Nuove Competenze, per permettere alle aziende di rimodulare l&#8217;orario di lavoro e consentire ai lavoratori di frequentare corsi di formazione. E’ un provvedimento opportuno, ma non basta.</p>



<p>Occorrono provvedimenti capaci di guardare anche a chi, fino ad ora, è rimasto ai margini del mercato del lavoro e per cui la pandemia ha peggiorato le prospettive di un inserimento lavorativo.</p>



<p>Larghe fette della popolazione italiana (giovani sopra i 30 anni, donne, principalmente al Sud) non trovano sbocchi lavorativi. Le regioni (che hanno competenza esclusiva in materia di Formazione professionale) prevedono corsi gratuiti&nbsp; di formazione, anzi in alcuni casi con una diaria per i corsisti. L’offerta di corsi di formazione risulta elevata. Tuttavia, la qualità risente di fondi insufficienti e materie di corsi inadatti alle richieste del mercato e alle peculiarità dei territori.</p>



<p>Nell&#8217;immaginare il mondo dopo la pandemia, si parla principalmente di ambiente e turismo, un nuovo turismo.</p>



<p>Allora perché non partire da questi settori e formare – anche con i fondi SURE &#8211; nuove professionalità, guardando magari all&#8217;economia circolare, al turismo sostenibile e al recupero dei borghi appenninici italiani? </p>



<p>Al di là dei ragionamenti sulle politiche attive e su un&#8217;auspicabile riforma dei sistemi di sostegno al reddito, non si può non riconoscere &#8211; dal punto di vista politico &#8211; il grosso passo in avanti che l&#8217;Integrazione europea compie, su spinta dei progressisti.<br>L&#8217;indennità di disoccupazione europea era nel programma del PD alle elezioni europee dello scorso anno ed è diventato &#8211; successivamente- un punto programmatico del gruppo dei Socialisti e Democratici tanto che Ursula Von Der Leyen ha esplicitamente fatto riferimento all&#8217;indennità europea di disoccupazione nel suo programma.<br>Oggi, in risposta alla crisi, grazie all&#8217;impegno del Commissario agli Affari economici Paolo Gentiloni, l&#8217;idea dell&#8217;indennità di disoccupazione europea diventa realtà e, seppur strumento temporaneo, si spera possa diventare strutturale.<br>Oltre a SURE la Commissione ha proposto il pacchetto NextGenerationEU da 750 miliardi, di cui l&#8217;Italia sarà il primo beneficiario e che includerà anche un programma di investimenti senza precedenti denominato InvestEU.</p>



<p></p>



<p></p>
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		<title>Il ritorno del welfare nell’Europa che verrà</title>
		<link>https://www.mondodem.it/2029/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Benedetta Albano]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 May 2020 14:09:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Analisi in Pillole]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[welfare]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Poco più di trent’anni fa l’allora Primo Ministro britannico Margaret Thatcher veniva intervistata per il periodico Woman’s Own.&#8230;</p>
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<p class="has-drop-cap">Poco più di trent’anni fa l’allora <strong>Primo Ministro britannico Margaret Thatcher </strong>veniva intervistata per il periodico <em>Woman’s Own</em>. L’intervista viene ricordata principalmente per la famosa frase che ha, per molti versi, simboleggiato l’epoca che ha visto la Lady di ferro come una dei protagonisti: “<em>There is no such thing as a society; there are individual men and women</em>” – in risposta  a chi si rivolgeva alla società, allo Stato,  per ottenere servizi di previdenza e assistenziali.</p>



<p>Questo <strong>paradigma sociale e economico</strong>, già messo in discussione negli ultimi anni, sembra destinato a tramontare definitivamente in una fase come quella che stiamo vivendo, dove più che mai è emersa <strong>la necessità di uno Stato e di una collettività forte per fronteggiare la pandemia e la crisi economica che ne conseguirà</strong>, a livello sia nazionale che europeo.</p>



<h5 id="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-fe06d9f7" class="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-fe06d9f7"><span id="welfare-una-necessita-da-garantire-con-misure-straordinarie">Welfare: una necessità da garantire con misure straordinarie</span></h5>



<p>In questi mesi abbiamo visto un susseguirsi di proposte in Europa e nel nostro Paese che avranno conseguenze non solo dal punto di vista economico ma anche politico: <strong>è rientrato nell&#8217;immaginario collettivo un discorso sul welfare come necessità da garantire ai propri cittadini, specialmente per quanto riguarda ambiti quali la sanità e il lavoro</strong>. Come rispondere a queste domande è il terreno su cui si giocherà la grande sfida dei prossimi anni, in particolare per la ripartizione delle competenze che avverrà fra Stati nazionali e Unione Europea. Una ripartizione che porterà al delinearsi dell’Europa che verrà, in base alle scelte che gli Stati membri faranno su questi temi.</p>



<p>Nel giro di due mesi sono state introdotte <strong>misure che prima della pandemia sembravano quasi impossibili</strong>: un MES senza condizionalità per sostenere le spese sanitarie, la promozione e i finanziamenti per la ricerca per i trattamenti medici contro il virus, la creazione di un sistema di cassa integrazione a livello europeo a beneficio dei lavoratori dei settori più colpiti, l’allargamento del <em>quantitative easing</em> operato dalla BCE, i prestiti alle imprese garantiti dalla BEI e la sospensione  del patto di stabilità previsto nei Trattati. La proposta certamente più ambiziosa è quella legata al c.d. <em>Recovery Fund</em>, un fondo garantito dal bilancio dell’Unione Europea con lo scopo di emettere titoli obbligazionari, che in questi giorni è in corso di definizione per quanto riguarda l’ammontare e le modalità di utilizzo. </p>



<h5 id="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-aa6a08b0" class="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-aa6a08b0"><span id="leuropa-e-limportanza-di-un-welfare-comunitario">L&#8217;Europa e l&#8217;importanza di un welfare comunitario</span></h5>



<p>Sul tavolo c’è un’azione coordinata dell’Unione, che sembra intenzionata a reagire in maniera radicalmente diversa a questa crisi rispetto a quelle che l’hanno preceduta, come ad esempio la crisi finanziaria del 2008. Attraverso l’approvazione di queste misure di finanziamento e sostegno in vari ambiti – da quello più strettamente sanitario a quello lavorativo e di supporto all’economia – lo scenario europeo che ci troviamo di fronte è cambiato. Spesso l’Europa è stata accusata di essere un mero mercato comune e di non perseguire nella realtà dei fatti gli obiettivi di protezione dei diritti e solidarietà fra i popoli che hanno ispirato la sua fondazione: le misure sopracitate sembrano tracciare un percorso ancora non battuto a livello europeo, che potrebbe portare a una maggiore integrazione e connessione fra gli Stati membri.</p>



<p><strong>Il tema del welfare è essenziale in questa fase</strong>: garantendo ai cittadini quanto è necessario per fronteggiare questo periodo storico incerto e difficile, si potrà costruire una società e un’Europa più equa per chi la vive a livello politico, sociale e civile. Questa impostazione è legata a doppio filo con una visione del mondo che ha guidato il progetto europeo fin dal suo inizio: il rifiuto categorico delle dittature della prima metà del Novecento e la volontà di fornire ai propri cittadini uno spazio democratico in cui essi possano trovare la loro piena espressione e realizzazione.</p>



<p>Per rispondere idealmente alla citazione di Margaret Thatcher all’inizio di questo articolo, sceglieremmo sicuramente la frase del Presidente Pertini, che ci pare molto più attuale per i tempi che stiamo vivendo:<em><strong> “Non vi può essere vera libertà senza giustizia sociale, così come non vi può essere vera giustizia sociale senza libertà.”</strong></em> Una frase che ci ricorda come i valori fondamentali di libertà ed uguaglianza che hanno ispirato la fondazione dell’Unione possano essere anche quelli che la guideranno in questa nuova era politica.</p>
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		<title>Coronavirus, da crisi sanitaria ad un nuovo 2008. La Cina come modello?</title>
		<link>https://www.mondodem.it/1938/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Mauro Dellisanti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Apr 2020 08:29:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Asia-Pacifico]]></category>
		<category><![CDATA[Covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[Cina]]></category>
		<category><![CDATA[Coronavirus]]></category>
		<category><![CDATA[COVID-19]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In questo momento critico tutti i paesi sono, giustamente, concentrati a limitare il contagio in modi più o&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">In questo momento critico tutti i paesi sono, giustamente, concentrati a limitare il contagio in modi più o meno condivisibili: dalle misure estreme prese dal governo cinese, gradualmente allentate, a quelle “simil-cinesi” dell’Italia, fino a quelle inizialmente molto blande, poi rettificate, del Regno Unito. Ogni paese, come ovvio che sia, ha le sue specificità, il suo sistema e la sua cultura che ne direzionano la politica, tuttavia la risposta, dopo iniziali tentennamenti, è stata la stessa: <strong>limitare i contatti sociali</strong>. È chiaro che il COVID-19 segna un punto critico, una variabile che qualcuno ha definito “cigno nero”. Dall’inizio del 2020, è cambiato il corso dell’economia e <a href="https://www.mondodem.it/regioni/europa/lunione-europea-e-lemergenza-sociale/">delle nostre vite</a>, e così sarà per un periodo di cui non si annuncia breve. </p>



<p>Possiamo sfortunatamente attenderci una crisi economica peggiore del 2008 data dall’interruzione brusca della creazione di ricchezza, cioè di tutti quei movimenti che formano il valore aggiunto delle cose che ci circondano: una catena del valore spezzata, dalle materie prime che non si trasformano in prodotti finiti, fino alle ramificazioni nel settore terziario. Per sostenere l’economia italiana vanno sicuramente nella direzione giusta, nonostante gli intoppi, i parziali ristori erogati dall’INPS, così come la cassa integrazione per i lavoratori costretti a casa. Così come vanno nella direzione giusta le misure finora adottate dall’UE. Ciononostante, l’unico modo per evitare un vero collasso è quello di guadagnare credibilità agli occhi dei cittadini italiani e stranieri, che investono nei titoli di stato e nelle nostre aziende, <strong>progettando da subito un piano credibile di adattamento dell’economia ad un distanziamento sociale prolungato</strong>. Ciò non significa riaprire tutto oggi, ma sfruttare il tempo a disposizione fino al 3 maggio per progettare le regole e piani di risposta a seconda dell’evoluzione del contagio per i mesi a venire. </p>



<h5 id="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-549616c0" class="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-549616c0"><span id="coronavirus-la-cina-e-litalia-a-confronto">Coronavirus: la Cina e l&#8217;Italia a confronto</span></h5>



<p>Guardando alla Cina, la situazione attuale in Italia rispecchia ciò che è avvenuto nel paese di mezzo tra gennaio e febbraio: <strong>lockdown totale</strong> e interazioni vicine allo zero, con restrizioni ancora più stringenti nell’Hubei, epicentro del contagio, e nelle regioni confinanti. In questa situazione sono stati incoraggiati lo smart working, la distribuzione di pasti e la spesa con applicazioni di <strong>home delivery e pagamenti online</strong>, già rodate e conosciute dalla popolazione, che si è facilmente adeguata a rimanere a casa per giorni senza dover uscire nemmeno per andare al supermercato. Per quanto riguarda le attività produttive, queste avevano potuto richiedere la riapertura tra il 10 e il 17 febbraio al governo locale, che ne avrebbero autorizzato il ripristino delle attività a seconda delle circostanze e soprattutto tenendo conto della disponibilità delle aziende a fornire ai lavoratori i <strong>dispositivi di protezione individuale</strong>: guanti, mascherine, disinfettanti con scorte per almeno tre giorni. Allo stesso tempo, le autorità hanno imposto un tassativo divieto di assembramenti, il controllo continuo di temperatura, e l’allontanamento, la quarantena, e i test per i lavoratori a rischio. Le aziende hanno anche beneficiato di <strong>dilazione e rinvio del pagamento delle imposte</strong>, con un incoraggiamento da parte del governo alla concessione di linee di credito, facilitato dalle banche di proprietà statale. </p>



<p>Al 16 aprile 2020, le misure di distanziamento sociale sembrano aver funzionato, in combinazione con il <strong>tracciamento dei movimenti dei cittadini</strong> tramite i cellulari, tutt’ora in vigore. Il tracciamento avviene attraverso<a href="https://intl.alipay.com/"> Alipay</a>, una app cinese per i pagamenti, che include anche un codice QR verde, giallo o rosso a seconda del rischio. Tra le misure precauzionali ancora valide rientrano controlli di temperatura nelle zone sensibili, soprattutto le stazioni della metropolitana, quarantene dedicate in strutture alberghiere per viaggiatori rientrati dall’estero, e l’obbligatorietà di indossare la mascherina nei luoghi pubblici. L’insieme delle misure pare funzionare tanto che, ad esempio, le autorità cittadine di Shanghai hanno annunciato che entro fine aprile alcune classi torneranno a scuola, e che un graduale rientro sarà portato avanti entro maggio. </p>



<p>Certamente l’esempio cinese non può essere traslato in Italia. Tuttavia, è necessario riaprire il mercato e far organizzare gli imprenditori che vorranno soddisfare i bisogni della popolazione, con tutte le precauzioni di sicurezza necessarie. Allo stesso tempo, il governo dovrà portare avanti continui controlli e spingere le banche a fare credito. Alcune soluzioni cinesi da cui magari prendere spunto potrebbero riguardare il sistema di <strong>consegne a domicilio ed i pagamenti online</strong>, ancora insufficienti nel nostro paese. I tracciamenti via telefono, sebbene in discussione, sembrano ancora di difficile attuazione a causa delle normative sulla privacy e sul trattamento dei dati personali. Questa situazione durerà per i mesi a venire. Di conseguenza, la pianificazione, la corretta comunicazione di tutti gli scenari possibili e l’imposizione di regole chiare, possibilmente uniti ad un <strong>processo di sburocratizzazione</strong>, potrebbero essere la chiave per resistere nell’attesa della soluzione definitiva data da un vaccino. Sarà necessario e doveroso aumentare il debito pubblico nella transizione, cioè chiedere agli investitori e risparmiatori italiani e stranieri di fidarsi di noi: ma potremo farlo solo se li convinceremo, grazie a serie misure sostenibili nel medio periodo, che tra qualche tempo rivedranno i loro soldi e avranno fatto bene a scommettere su di noi.</p>
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		<item>
		<title>La Global Economic Governance e gli interessi economici nazionali: politica economica fra multilateralismo e bilateralismo</title>
		<link>https://www.mondodem.it/1847/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Massimiliano Abri]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 07 Mar 2020 11:46:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Analisi in Pillole]]></category>
		<category><![CDATA[Cina]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dall’analisi dei dati economici degli ultimi due anni notiamo un significativo rallentamento delle singole economie nazionali all’interno dell’economia&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Dall’analisi dei dati economici degli ultimi due anni notiamo un significativo rallentamento delle singole economie nazionali all’interno dell’economia globale. Tale trend negativo sembra essere diretta conseguenza delle politiche economiche conflittuali di tipo protezionistico ed unilaterale attuate da U.S.A. e Cina. Dopo un primo periodo caratterizzato da una decrescita generale dei flussi economici a livello internazionale, la presenza di effetti di instabilità nei mercati statunitense e cinese hanno condotto i governi delle due superpotenze economiche a porre le basi per una concreta pace commerciale attraverso uno schema di accordo bilaterale.</p>



<h5 id="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-a26efe7e" class="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-a26efe7e" style="color:#000000;font-style:normal;text-transform:none"><span id="le-conseguente-politiche-ed-economiche-dellitalia-e-delleuropa">Le conseguente politiche ed economiche dell&#8217;Italia e dell&#8217;Europa</span></h5>



<p>Tale accordo si concentra su due intenti chiave: da una parte creare omogeneità fra le tutele normative in materia di commercio e proprietà industriale fra i due Paesi, dall’altra prevede un accordo di acquisizione reciproca e programmata di particolari merci. Sebbene questo accordo aiuterà a tranquillizzare i mercati, è importante sottolineare come l’inserimento di <strong>un importante accordo bilaterale all’interno di un sistema di commercio internazionale su base multilaterale possa comportare importanti squilibri economici</strong>. E’ plausibile infatti che nuove contingenze economiche possano produrre ulteriori squilibri nel mercato globale, ponendoci di fronte ad una complessa situazione di conflitto fra diversi sistemi di tutela. <strong>Quali sono quindi le conseguenze politiche ed economiche che sia l’Italia che l’Europa intera devono affrontare?</strong><br> Dal punto di vista strettamente economico basta leggere le stime di crescita dell’eurozona: </p>



<ul class="wp-block-list"><li>la produzione in Europa diminuisce sempre di più tendendo verso una situazione di stagnazione; </li><li>il rallentamento delle produzioni ed esportazioni tedesche su vari settori influiscono negativamente sulla intera economia europea; </li><li>la stessa economia europea che si alimenta principalmente grazie a scambi interni fra Stati membri rallenta.</li></ul>



<p>Anche dal punto di vista politico-istituzionale non mancano i problemi. La difficoltà di cooperazione fra i vari Stati membri nell’attuazione di una politica comune si evince dalla convivenza conflittuale fra i grandi Trattati di libero commercio (Mercato interno, T.T.I.P., C.E.T.A. etc.) ed una lunghissima lista di accordi bilaterali fra i singoli Stati membri e paesi terzi.</p>



<p>Se da una parte il ‘mercato interno’ dell’Unione europea rappresenta uno degli esempi più importanti di accordi sub-regionali del <em>W.T.O</em>., dall’altra parte si hanno ancora difficoltà ad attuare delle efficaci politiche comuni in materia di scambi commerciali con i Paesi terzi.</p>



<p>In questo contesto la situazione dell’Italia appare chiaramente legata sia alle sorti del rallentamento economico della Germania, poiché restiamo un polo industriale europeo strategico ma non autosufficiente, sia legata alla diminuzione dell’export verso U.S.A. e Russia (causate da dazi e sanzioni). Sebbene il nostro paese abbia un potenziale molto importante, sia il nostro alto debito pubblico sia la fragilità che sta vivendo il nostro comparto industriale non ci consentono di possedere una struttura economica tale da competere da soli contro colossi economici quali U.S.A. e Cina. </p>



<h5 id="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-ef25b1e9" class="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-ef25b1e9" style="color:#000000;font-style:normal;text-transform:none"><span id="le-politiche-economiche-da-adottare">Le politiche economiche da adottare </span></h5>



<p>Perciò la domanda da porci è: quali politiche economiche dovremmo attuare per uscire da questa fase di crescita zero? Sia la storia che gli studi di politica economica dimostrano come <strong>un Sistema-Paese tende a perdurare e a prosperare nel tempo solo se il ‘policy maker’ gestisce le variabili in gioco attraverso scelte ed azioni che tendono all’equilibrio</strong>. Se è vero che il mercato globale non è in grado di autoregolarsi, è altrettanto chiaro che la regolamentazione del mercato globale passa dalla valutazione di soluzioni che devono saper tutelare i diversi interessi economici nazionali.</p>



<p>In tal senso è interessante registrare un crescente desiderio da parte di 17 rappresentanti dei Governi fra quelli presenti al <em>World Economic Forum</em> a Davos di trovare un’intesa per riaprire un dialogo multilaterale per modificare l’attuale assetto del <em>W.T.O.</em> Il principale punto di incontro è la richiesta di potenziare i poteri regolatori e sanzionatori del <em>W.T.O</em>. e trovare strumenti giurisdizionali volti a contrastare le recenti tendenze ad attuare pratiche unilaterali e protezionistiche in politica economica al fine di tutelare gli interessi economici degli Stati più deboli e di tutto il sistema in generale.</p>



<h5 id="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-9f26a22f" class="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-9f26a22f" style="color:#000000;font-style:normal;text-transform:none"><span id="la-necessita-di-uneuropa-piu-coesa-e-credibile">La necessità di un&#8217;Europa più coesa e credibile</span></h5>



<p>Possiamo quindi concludere che strategie di conflitto “<em>face to face</em>” producono in generale effetti economici negativi che tendono ad influenzare il normale flusso dell’economia globale. Bisogna altresì comprendere che <strong>un tale approccio di politica economica autoritaria risulta inutile e controproducente per Stati economicamente fragili come l’Italia, i quali risulterebbero privi di ‘potere contrattuale’ nel complesso gioco degli accordi bilaterali</strong>. Bisogna quindi puntare decisamente sulla riapertura di un dialogo interno fra i Governi degli Stati membri dell’Unione per trovare una sintesi politica capace di portare le esigenze di tutti i soggetti interni alla U.E. attraverso una proposta unica capace di avere un maggior peso all’interno del dialogo internazionale.</p>



<p>Negli ultimi anni si è spesso diviso il dibattito politico fra chi chiedeva ‘più Europa’ e chi ‘ meno Europa’; <strong>ciò che necessita adesso è una Europa più coesa e credibile che possa quindi fungere da ago della bilancia nel complesso dialogo di riforma degli accordi del <em>W.T.O.</em></strong> D’altronde se è vero che i fondamenti del <em>W.T.O.</em> sono partecipazione e ricerca di soluzioni comuni, appare abbastanza chiaro come il dialogo politico tra U.S.A., Cina, Unione europea assieme agli altri Global Players presenti nel panorama internazionale possa coadiuvare i lavori di riforma del sistema regolamentare del commercio internazionale garantendo sia l’incontro di differenti competenze tecniche in materia che la tutela di tutti i soggetti macro e microeconomici presenti nel mercato globale.</p>
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		<title>Spesa Pubblica: conta come spendi!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 02 Oct 2018 08:48:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[#spesapubblica]]></category>
		<category><![CDATA[#unioneeuropea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Fabrizio Macrì Nel dibattito politico italiano degli ultimi anni, su temi economici, si è affermata, diventando quasi&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Di Fabrizio Macrì</em></p>
<p><strong>Nel dibattito politico italiano degli ultimi anni, su temi economici, si è affermata, diventando quasi senso comune, universalmente accettato, l’opinione secondo la quale l’Italia possa uscire dalla trappola del debito, mettendo in atto politiche fiscali espansive e cioè aumentando di fatto la spesa pubblica ed uscendo dalla spirale recessiva indotta dalle politiche di austerity.</strong> Più spesa pubblica aumenta il denominatore della frazione tra debito e PIL ed il rapporto diminuisce. Nell’affermare questa teoria, si cita anche <strong>Keynes</strong>, illustre economista vissuto a cavallo tra il XIX ed il XX secolo, che riteneva che lo Stato dovesse giocare un ruolo attivo e anticiclico compensando con iniezioni di spesa pubblica le fasi calanti del reddito e della domanda aggregata.</p>
<p>Questa impostazione, spesso usata in modo semplicistico e demagogico, prescinde da tre dati di fatto:</p>
<ol>
<li><strong>Non è vero che l’Italia venga da anni di austerity e cioè di draconiani tagli alla spesa</strong>; la spesa pubblica italiana sul PIL è al di sopra della media europea, paragonabile (Austria e Svezia) se non superiore (Olanda e Germania) a quella di paesi in cui qualità e quantità dei servizi pubblici sono nettamente superiori alle nostre. Il rapporto tra spesa pubblica e PIL in Italia è del 51%, mentre in Germania è del 47%. Lo stesso dato è applicabile anche al tema delle pensioni. <strong>Non è vero che la percentuale degli italiani ultrasessantenni costretti a lavorare sia sproporzionata e che quindi tolga lavoro ai giovani</strong>: in Paesi come Germania, Svizzera, Austria e Nord-Europa, dove i tassi di occupazione giovanile sono superiori ai nostri (ci vuole poco), la percentuale degli ultrasessanteni al lavoro è compresa tra il 60 ed il 70%, mentre in Italia è del 52% contro una media europea del 57%. Tra il 2005 ed il 2014, in anni di presunta austerithy, la spesa pubblica pro-capite è cresciuta di 1600 euro mentre il reddito cresceva della metà. Il contrario di quanto affermato dalla teoria del moltiplicatore di Keynes che sostiene che gli effetti sul reddito degli aumenti di spesa pubblica sono più che proporzionali. Non credo si sbagli Keynes ma i suoi odierni sedicenti sostenitori.</li>
</ol>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="2">
<li><strong>La spesa pubblica italiana è largamente inefficiente ed improduttiva</strong>. In una situazione come quella italiana, in cui il reddito prodotto dall’economia privata è sceso dagli anni 90 ad oggi dal 50% al 45% del PIL ed in cui la spesa pubblica incide per più della metà sul reddito complessivo, non è lecito aspettarsi tassi di crescita elevati, perché sostanzialmente più della metà dell’economia non è sottoposta a concorrenza e non è stimolata ad aumentare efficienza, produttività e resa della propria forza lavoro. Questo sarà tanto più vero in un paese come il nostro affetto dal diffuso cancro del clientelismo e della corruzione. Inoltre, maggiore è la quota pubblica dell’economia e maggiore sarà il carico fiscale sulla parte privata, che deve sostanzialmente lavorare per mantenerla, usufruisce di servizi pubblici largamente al di sotto del valore della spesa sostenuta per ottenerli e non ha margini per investire in ricerca e sviluppo e aumenti della produttività reale. Nel contesto odierno, di accresciuta concorrenza internazionale in cui per sopravvivere devi competere, il fatto che la quota della nostra economia che compete si stia restringendo (nonostante il formidabile aumento dell’export) e quella che si protegge si stia allargando, non è una buona notizia.</li>
</ol>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="3">
<li><strong>Aumentare la spesa pubblica e basta</strong>, come gli ultimi anni e le cifre sopra elencate dimostrano, può non avere effetti sul reddito, ma tramite l’aumentato carico fiscale sulle imprese, <strong>rischia addirittura di avere effetti recessivi ed «<em>anti-keynesiani</em>»</strong>.</li>
</ol>
<p>Se si decidesse, quindi, di avviare una fase espansiva, con forti iniezioni di Spesa Pubblica, <strong>bisognerebbe partire dall’identificare le priorità strategiche del Paese</strong>. Nel caso italiano, a mio modo di vedere, le due priorità coincidono con i punti di tenuta del Sistema Italia, ovvero dai presupposti della nostra sopravvivenza come sistema paese nel contesto della globalizzazione:</p>
<ul>
<li><strong>Formazione</strong>;</li>
<li><strong>Industria</strong>.</li>
</ul>
<p>La Spesa Pubblica si compone di diverse voci. In una situazione di forte indebitamento, scarsa occupazione, scarsa produttività e domanda interna stagnante come la nostra, <strong>gli sforzi si dovrebbero concentrare sull’obiettivo di riavviare la macchina soprattutto manifatturiera del secondo paese industriale d’Europa</strong>, non quindi sulla spesa corrente (necessaria per il normale funzionamento dello Stato), né sulle spese ordinarie (stipendi della PA e pensioni), ma <strong>sulle spese produttive</strong> (cioè sugli investimenti pubblici, per esempio in infrastrutture), <strong>direttamente connesse alla crescita dell’attività delle imprese e quindi indirettamente connesse all’aumento dell’occupazione reale del Paese</strong>. In questa logica, <strong>potrebbero rientrare anche delle defiscalizzazioni mirate sugli investimenti privati e riduzione del cuneo fiscale</strong>, concentrandosi sui settori produttivi a più alto tasso di crescita e con un maggiore mercato potenziale in proiezione futura. Utilizzando le risorse residue per rendere partecipi il più alto numero di imprese alla crescita della domanda globale con <strong>mirate politiche sull’internazionalizzazione</strong>.</p>
<p><strong>Un aumento invece della Spesa Pubblica, teso ad aumentare sussidi e pensioni minime, è meritorio dal punto di vista morale</strong> ed ha anche una sua logica economica, perché destinato a sostenere i consumi, <strong>ma rischia di disincentivare i beneficiari dei sussidi a cercare un lavoro vero</strong>. Inoltre il suo impatto sulla domanda non è dirompente come un intervento sugli investimenti, non ha effetti diretti sul mercato del lavoro e sulla produttività delle aziende e soprattutto non porta benefici permanenti e strutturali al sistema Paese non essendo direttamente connesso alla competitività della sua offerta: in due parole «<em>domanda sprecata</em>».</p>
<p>Per non parlare degli effetti che un aumento della Spesa, che non abbia effetti sulla nostra competitività e quindi sulla nostra capacità di far crescere il reddito, può avere sulla nostra credibilità nei confronti dei nostri creditori nazionali e internazionali. Il rischio di aumento dello spread e cioè di aumento dei rendimenti sui nostri titoli di stato affinché questi continuino ad essere acquistati sui mercati, nonostante il rischio Paese, è molto alto e genera una spesa per interessi sul debito che sottrae risorse al Governo per fare altro.</p>
<p><strong>Tutto quindi ci induce a pensare che qualsiasi mossa nel senso di un aumento sostanziale del deficit andrebbe fatta non inveendo contro l’Europa ed i mercati ma d’accordo almeno con i nostri maggiori partner europei</strong>, a fronte di un piano chiaro di investimenti produttivi e aumento dell’efficienza della spesa che ci renda credibili.</p>
<p>Da un recente studio dell’Istituto Bruno Leoni, che mette a confronto la Spesa Pubblica di Italia e Germania, emerge che la nostra Spesa, oltre ad essere nettamente superiore rispetto al PIL di quella tedesca (51% a fronte del 47% tedesco), è allocata anche male visto che spendiamo ad esempio tra il 20 ed il 40% in meno per l’istruzione. Lo stesso studio rivela che questa maggiore spesa e questa sua cattiva allocazione incide tanto negativamente sulla nostra credibilità, come pagatori di chi ci presta i soldi per il nostro debito, che il Paese paga annualmente in termini di rendimenti sui titoli di stato 45 miliardi in più della Germania: il 2,9% del PIL, 2 manovre finanziarie, circa 5 redditi di cittadinanza.</p>
<p>Il quanto conta insomma, ma è sul come che dovremmo concentrarci.</p>
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		<title>I dazi di Donald Trump: quali rischi per l’economia italiana?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 Mar 2018 19:43:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Italia nel mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Policy brief]]></category>
		<category><![CDATA[#dazi]]></category>
		<category><![CDATA[#imprese]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Trump]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Bernardo Tarantino* L’articolo intende fornire un’analisi dei dazi introdotti recentemente da Donald Trump e dei potenziali effetti&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1011/">I dazi di Donald Trump: quali rischi per l’economia italiana?</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>di Bernardo Tarantino*</em></p>
<p>L’articolo intende fornire un’analisi dei dazi introdotti recentemente da Donald Trump e dei potenziali effetti sull’economia italiana. La prima parte illustrerà la portata dei provvedimenti protezionistici del Governo statunitense nel settore siderurgico. La seconda parte sarà dedicata ai potenziali effetti dei dazi sulle aziende italiane esportatrici di acciaio e alluminio. Infine, si illustreranno le tappe di una possibile <em>escalation</em> tariffaria e le potenziali conseguenze sull’export italiano.</p>
<p><strong><em> </em></strong></p>
<ol>
<li><strong><em>I motivi e gli obiettivi della scelta di Trump</em></strong></li>
</ol>
<p>Lo scorso 23 marzo, il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha introdotto dazi del 25% per l’acciaio e del 10% per l’alluminio. I motivi principali di questa decisione risiedono nella crisi che il settore siderurgico statunitense ha conosciuto negli ultimi due decenni. In particolare, il rapporto del Dipartimento per il Commercio USA del 16 febbraio considera l’eccedenza delle importazioni di acciaio e alluminio una minaccia per la sicurezza nazionale e l’occupazione. Il rapporto, oltre a rilevare una diminuzione negli ultimi vent’anni del 35% degli occupati nel settore dell’acciaio e del 58% tra il 2013 e il 2016 nel settore dell’alluminio, raccomanda misure di politica commerciale volte a tutelare i comparti produttivi nazionali.</p>
<p>Inizialmente, i provvedimenti di politica commerciale dell’Amministrazione Trump avrebbero dovuto colpire quasi tutti i partner commerciali degli Stati Uniti. Gradualmente, l’asprezza delle misure tariffarie si è affievolita. Canada e Messico, rispettivamente primo e quarto partner commerciale degli Stati Uniti nel settore siderurgico, sono stati subito esentati dai dazi. A ridosso della firma del Proclama presidenziale, l’Unione europea, il Brasile, la Corea del Sud, l’Argentina e l’Australia hanno ottenuto un’esenzione temporanea. La Cina, primo produttore mondiale di acciaio e alluminio, è pertanto il destinatario principale delle misure tariffarie imposte da Trump. Ciò nondimeno, il rischio di una guerra commerciale tra Stati Uniti e Unione europea non è da sottovalutare. La data del primo maggio indicata dall’Amministrazione Trump per concludere i negoziati su dazi e relazioni commerciali sembra poco realistica e la Commissione europea sostiene che l’esenzione dai dazi debba essere permanente e non solo temporanea.</p>
<p>I dazi di Trump rappresentano una sfida senza precedenti per l’industria siderurgica globale. Gli USA sono il maggior importatore mondiale di acciaio (circa 31 milioni di tonnellate) e le ripercussioni dei dazi non tarderanno a farsi sentire. Per i paesi esportatori, una tassa aggiuntiva alle importazioni rappresenta un problema di non poco conto, in quanto molti prodotti rischiano di vedere le proprie esportazioni drasticamente diminuite.</p>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="2">
<li><strong><em> I dazi di Trump avrebbero effetti negativi su alcuni comparti della siderurgia italiana caratterizzati da un significativo valore aggiunto</em></strong></li>
</ol>
<p>I rapporti commerciali tra Stati Uniti e Italia sono eccellenti. L’interscambio supera i 55 miliardi di euro. Il saldo della bilancia commerciale è nettamente a favore dell’Italia. Nel 2017, con <strong>40,5 miliardi di fatturato</strong>, l’Italia si è piazzata all’ottavo posto dei paesi da cui provengono le importazioni degli Stati Uniti. Le importazioni italiane dagli Stati Uniti si attestano a 15 miliardi di euro.</p>
<p>Nel settore siderurgico<a href="#_ftn1" name="_ftnref1"><sup>[1]</sup></a>, l’Italia rappresenta soltanto l’1% del valore complessivo delle importazioni degli Stati Uniti. Il peso degli Stati Uniti, nel totale delle vendite all’estero di prodotti siderurgici italiani è pari al 3,8%, appena lo 0,2% dell’export manifatturiero. Tuttavia, i potenziali effetti negativi non sono da sottovalutare. Le aziende italiane specializzate nella produzione di acciaio e alluminio esportano complessivamente verso gli Stati Uniti <strong>470 mila tonnellate d’acciaio l’anno</strong> per un valore di circa <strong>653 milioni di euro</strong><a href="#_ftn2" name="_ftnref2"><strong><sup>[2]</sup></strong></a>.</p>
<p>Se si analizzano nel dettaglio le performance dei singoli prodotti, emerge un ruolo più rilevante  per l’Italia nel commercio di semilavorati ad alto valore aggiunto. La categoria che rischierebbe di essere più colpita dai dazi di Trump è  infatti quella dei <strong>lingotti in acciai inox</strong> per i quali le esportazioni negli Stati Uniti rappresentano il <strong>57</strong><strong>,4%</strong> del totale (21.603 tonnellate su 37.613). Relativamente più contenuto, ma comunque rilevante, sarebbe l’impatto anche sulle <strong>barre e profilati in acciai inossidabili</strong> (18,5% le esportazioni negli USA sul totale),<strong> i tubi senza saldatura</strong> (13,1%), <strong>i fili in acciai legati </strong>(12,5%) ed i <strong>lingotti in acciai legati </strong>(9,3%).<a href="#_ftn3" name="_ftnref3"><sup>[3]</sup></a></p>
<p>Una stretta sui dazi non sarebbe quindi senza conseguenze per l’industria italiana. Per molti prodotti il mercato americano non rappresenta solo una delle destinazioni più remunerative, ma anche una delle aree con maggiori prospettive di crescita. Uno studio di Prometeia considera il mercato statunitense una combinazione di “<strong>ampie prospettive di sviluppo”</strong> per il prossimo biennio ed elevato<strong> “peso specifico”</strong>, in termini di volumi potenzialmente assorbibili,<strong> </strong>per i settori dei “tubi in acciaio” e della “lavorazione a freddo dell’acciaio”.</p>
<p>Alla luce di questi dati, secondo il Presidente di Federacciai Gozzi, le imprese italiane potenzialmente colpite dai dazi di Trump non supererebbero la decina. Tra di esse, si segnala il caso di <strong>Arinox (Gruppo Arvedi) </strong>situata a Riva Trigoso, azienda specializzata nella produzione di acciaio inossidabile che ha recentemente trasmesso il proprio parere al Dipartimento del Commercio USA. Altro caso da segnalare è quello dell’acciaieria<strong> Valbruna, </strong>con sedi a Vicenza, Bolzano e nello Stato dell’Indiana, che esporta 40 mila tonnellate di acciaio inossidabile negli USA.</p>
<p>Prima dell’annuncio dell’imposizione dei dazi su acciaio e alluminio, l’Amministrazione Trump aveva già imposto un dazio provvisorio del 22,6% alle importazioni di <strong>vergella</strong> italiana colpendo principalmente l’azienda friulana <strong>Ferriere Nord </strong>e la veronese<strong> Ferriere Valsider</strong>. Gli Stati Uniti sostengono che parte delle esportazioni italiane di vergella sono in dumping a causa di sussidi statali. Nel 2016 le esportazioni italiane di vergella negli USA ammontavano a 12 milioni di dollari per un totale di 30 mila tonnellate. Nei primi 8 mesi del 2017 l’Italia ha esportato negli USA circa 19 mila tonnellate di vergella.</p>
<p>Infine, sembra opportuno descrivere brevemente gli <strong>effetti indiretti</strong> che i dazi sui prodotti cinesi avrebbero sul mercato siderurgico europeo. Le esportazioni cinesi di acciaio e alluminio verso gli USA, colpite dai dazi, potrebbero riversarsi sui mercati dei Paesi membri dell’UE danneggiando tutte le aziende del settore. A tal proposito sono state espresse preoccupazioni per la concorrenza che la <strong>filiera siderurgica lecchese</strong> subirebbe dai competitor asiatici.  Con i suoi 19.857 addetti il distretto industriale lecchese ha generato un export pari a <strong>1,8 miliardi</strong> nei primi nove mesi del 2017. Questi risultati potrebbero essere compromessi da una maggiore disponibilità sui mercati europei di prodotti di acciaio e alluminio provenienti dalla Cina e che, non trovando più sbocco negli USA, potrebbero dirigersi sull’Europa. Tuttavia, le esportazioni cinesi verso gli USA hanno un peso relativamente modesto in quanto costituiscono solo il 3% del totale delle importazioni USA di acciaio e alluminio.</p>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="3">
<li><strong><em> Nel caso di escalation tariffaria gli effetti sull’export italiano sarebbero rilevanti</em></strong></li>
</ol>
<p>Benché al momento poco probabile, non è da escludere l’avvio di un’escalation di ritorsioni tariffarie.  La Commissione europea si è attivata per ottenere un’esenzione dai dazi sull’acciaio e l’alluminio. Come si è evidenziato, il Governo americano ha concesso un’esenzione temporanea i cui profili giuridici ed operativi risultano poco chiari. L’Unione europea chiede un’esenzione permanente e sta studiando una triplice strategia per rispondere al protezionismo americano.</p>
<p>a) L’Unione europea potrebbe fare richiesta di arbitrato presso l’Organo delle risoluzione delle controversie dell’Organizzazione Mondiale del Commercio. Tuttavia questa procedura richiede tempi molto lunghi.</p>
<p>b) Una seconda opzione sarebbe quella di adottare misure di salvaguardia provvisorie per impedire che i prodotti oggi esportati negli Usa dal resto del mondo, e che verranno bloccati dai dazi, si riversino nel mercato europeo creando seri danni all’industria siderurgica.</p>
<p>c) Infine, l’Ue potrebbe attivare una ritorsione commerciale che avrebbe però effetti dirompenti sul commercio internazionale. In tal caso, sembrerebbe che l’Ue abbia già stilato una lista di beni statunitensi a cui applicare dazi e che includono acciaio, alluminio, motociclette, jeans, whiskey, motori per imbarcazioni, riso, fragole, granoturco e molti altri beni per un valore totale di 2,83 miliardi di euro.</p>
<p>Nel caso di ritorsioni da parte dell’Unione europea, Trump ha annunciato di voler ampliare la lista dei prodotti europei da sottoporre a dazi, a cominciare dall’<strong>automotive</strong>. Gli esportatori italiani sarebbero i più colpiti insieme a quelli tedeschi. In particolare, il 23,0% dell’export industriale italiano negli Stati Uniti è costituito da <strong>mezzi di trasporto</strong>, il 18,7% da <strong>macchinari</strong>, il 10,1% da <strong>alimentari e bevande</strong> e il 9,5% da <strong>tessile, abbigliamento e calzaturiero</strong>. A livello regionale, <strong>Lombardia e Veneto sarebbero le regioni</strong> più colpite da un’escalation tariffaria. Si pensi che nel 2016 la Lombardia ha esportato negli Stati Uniti merci per 8,1 miliardi di euro e il Veneto per 4,8 miliardi.</p>
<p>È difficile prevedere gli <strong>effetti di un’escalation tariffaria</strong> sull’export italiano e sui singoli settori produttivi, soprattutto se non si conoscono l’ampiezza e la portata delle misure protezionistiche. Tuttavia, è evidente che il ritorno ai dazi in settori strategici dell’export italiano avrebbe un impatto rilevante sulla nostra economia determinando una perdita per le aziende. Uno studio di Prometeia sull’impatto dei dazi americani ha ipotizzato che se si riportassero le tariffe doganali ai livelli pre-OMC (precisamente ai livelli del 1989), gli ulteriori oneri doganali costerebbero alle imprese italiane circa <strong>800 milioni di euro </strong><a href="#_ftn4" name="_ftnref4"><sup>[4]</sup></a> , distribuiti diversamente tra i vari settori. Secondo lo studio, di questi 800 milioni, oltre 345 peserebbero sui settori tradizionali del Made in Italy: la moda, le calzature, il design e l’alimentare. Per 216 milioni sui mezzi di trasporto e la meccanica, per 62 milioni sui prodotti e materiali da costruzione. Per 43 milioni sulla metallurgia e per 32 milioni sulla chimica-farmaceutica. Tutto ciò escludendo eventuali misure sanitarie e fito-sanitarie che potrebbero ulteriormente colpire settori specifici del nostro export. Infine, occorre sottolineare che i dazi si applicherebbero a tutti i paesi dell’Unione europea e ciò provocherebbe un “effetto domino” sulle catene del valore internazionali determinando ulteriori perdite per economie aperte come quella italiana.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*Bernardo Tarantino è consulente relazioni internazionali e istituzionali. A Expo Milano 2015, si occupato dell’organizzazione delle attività internazionali e delle iniziative di Promozione del Sistema Paese all’estero. In qualità di allievo dell’École Nationale d’Administration, ha svolto servizio alla Rappresentanza permanente della Francia presso l’Unione europea ed è stato membro del gabinetto del Prefetto del Lot-et-Garonne (Fr).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1"><sup>[1]</sup></a> Federacciai conta 130 imprese associate. Gli addetti nel settore siderurgico in Italia sono 70.000. La produzione nazionale di acciaio ammonta a 22 milioni di tonnellate l’anno.</p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2"><strong><sup>[2]</sup></strong></a> Fonte: Federacciai</p>
<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3"><sup>[3]</sup></a> Elaborazione siderweb su dati ISTAT</p>
<p><a href="#_ftnref4" name="_ftn4"><sup>[4]</sup></a> Il calcolo è stato fatto a partire dai dati export del 2015</p>
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