Riflessioni ad un anno dal rapporto Draghi
Il 19 settembre Fitch ha innalzato il giudizio sul debito italiano a BBB+ con previsione stabile, certificando una crescente fiducia dei mercati verso il nostro enorme debito pubblico (135% del PIL, secondo solo a quello greco, pari al 154% del PIL). Il momento positivo riguarda un po’ tutta l’area sudeuropea – un tempo indicata con l’autoesplicativo acronimo PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna) – che beneficia di una crescita economica più o meno sostenuta. Al contrario, Germania e Francia, storicamente i motori dell’economia europea, soffrono. Parigi in particolare attraversa un momento complesso, con una doppia crisi politica e finanziaria, spingendo alcuni a definirla il prossimo malato d’Europa ed altri, dall’Italia, a guardare Oltralpe con malcelata soddisfazione. D’altra parte, se Atene piange, Sparta non può ridere. Nelle prossime righe vedremo quindi quali sono le ragioni dietro al miglioramento italiano ed al peggioramento francese, cercando di capire se si tratti di un fenomeno strutturale e se l’Italia possa ritenersi davvero fuori pericolo.
Partendo dal giudizio di Fitch, la stabilità del debito di Roma e Parigi è influenzata in primis dalla stabilità politica. Un governo solido è infatti una delle prime garanzie di veder ripagato il debito pubblico e, come evidenziato dalle agenzie di rating, Roma – per la prima volta da anni – gode di un governo che pare capace di completare ordinatamente il proprio mandato. Al contrario, Parigi affronta il quarto cambio di primo ministro dall’inizio del secondo mandato del presidente Macron, in un contesto in cui la coalizione centrista che fa capo all’Eliseo è in minoranza nell’Assemblea Nazionale.
La differente stabilità dei due governi influenza anche la capacità di portare avanti le riforme necessarie a ridurre il deficit, esploso in entrambi i Paesi sotto il COVID. Da un lato il governo Meloni, pur sotto pressione da parte degli alleati per aumentare fortemente la spesa pubblica, riesce a tenere a freno il deficit e ad avanzare – con preoccupante lentezza – le riforme istituzionali richieste dall’UE e la spesa dei fondi del Recovery Fund; dall’altro, Macron, dopo l’aumento dell’età pensionabile, non è più stato capace di passare le riforme necessarie, impasse esemplificata dalla caduta del governo Bayrou sulla fiducia verso un pacchetto di tagli sostanziali alla spesa.
L’Italia può quindi sorridere? Probabilmente no. Se l’attuale instabilità politica francese è unica nella Quinta Repubblica, la fragile stabilità italiana – motivo principale della fiducia dei mercati verso l’Italia – è una novità che può facilmente dissiparsi sotto i colpi di una prossima crisi, a partire dalle regionali autunnali o dall’intensificarsi dell’instabilità globale a causa dei dazi di Trump (ricordiamo che Roma, a differenza di Parigi, è un esportatore netto).
Allo stesso tempo, l’Italia non sta sopravanzando gli altri Paesi europei, semmai sta recuperando il distacco accumulato negli anni. Se il consolidamento bancario ha reso il settore uno dei più forti d’Europa, si allarga il gap nella produttività imprenditoriale con le principali economie d’Europa, Parigi inclusa. Allo stesso tempo, Roma continua a convivere con la seconda bolletta energetica più alta d’Europa, che penalizza famiglie ed imprese e che i rimedi governativi non sembrano aver risolto. Infine, la crescita pubblica italiana, trainata dal Recovery Fund, rimane nettamente inferiore a quella degli altri ex-PIIGS, a partire dalla Spagna guidata dal Sanchez, e rischia di esaurirsi con la fine dei fondi straordinari UE e dell’onda lunga del bonus 110%, specialmente nel Sud Italia.
Ricordiamo quindi le recenti parole di Mario Draghi, pronunciate ad un anno dalla pubblicazione del suo rapporto: il modello economico europeo sta svanendo sotto i colpi di una crescente competizione globale, mentre il fabbisogno di investimenti europei non fa che allargarsi. In questo contesto, la Commissione fatica ad implementare le necessarie riforme per rilanciare la produttività, mentre l’Italia stagna. È fondamentale quindi lavorare di concerto per l’implementazione dell’intelligenza artificiale, la riduzione della burocrazia e la creazione di grandi giganti europei, facilitando gli investimenti a livello europeo e i consumi come parziali sostituti delle esportazioni. Berlino ha già avviato una propria ricetta autonoma, grazie al vasto margine di spesa garantito da un debito pubblico basso. Per evitare però che le differenti capacità di spesa trasformino l’Europa in un mosaico di politiche pubbliche tanto nazionali quanto inefficienti a fronte dei grandi colossi americani e cinesi, è fondamentale che si ridia slancio all’integrazione europea, tramite progetti comuni e l’accelerazione sull’emissione di debito europeo comune, oggi più che mai attrattivo a fronte della crescente crisi del dollaro ma bisogno delle giuste riforme.
In questo senso, per Roma è strategico collaborare con Parigi, seppellendo personalismi che hanno in passato portato a dannosi quanto inutili scontri. La debolezza di Parigi rende infatti impellenti quelle riforme che beneficerebbero ampiamente anche l’Italia. Se Atene piange, è fondamentale che Sparta si rimbocchi le mani per evitare il collasso di tutta la Grecia.