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	<title>Elezioni USA Archivi &#8211; MondoDem</title>
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	<description>Laboratorio di Politica Internazionale</description>
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	<title>Elezioni USA Archivi &#8211; MondoDem</title>
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		<title>Ostruzionismi pericolosi a cui si deve poter rispondere</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alberto Colombelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 Dec 2023 08:48:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[USA e Americhe]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni USA]]></category>
		<category><![CDATA[Trump]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>“</em><em>Comprendo la conseguenza della tattica dei repubblicani ed&nbsp;</em><em>è&nbsp;</em><em>Vladimir Putin che marcia dentro l</em><em>’</em><em>Europa</em>.”&nbsp;(Senatore&nbsp;Christopher S. Murphy, Partito Democratico, Connecticut, USA, 5 dicembre 2023)</p>



<p>La voce del Senatore democratico Chris Murphy risuona dentro l’aula del Senato degli Stati Uniti d’America, dando piena evidenza al concreto rischio che una interruzione del sostegno americano all’Ucraina può&nbsp;produrre soprattutto in Europa.</p>



<p>Avviene anticipando il momento in cui si pensava che questo potesse accadere, da sempre indicato come quello che verrebbe a coincidere con una eventuale rielezione di Donald Trump alle elezioni presidenziali del prossimo novembre 2024.</p>



<p>In particolare si verifica nel medesimo momento in cui anche proprio la stessa Unione europea appare vittima di una analoga ostruzione sul sostegno all’Ucraina e sull’avvio delle procedure per la sua adesione all’Ue da parte dell’Ungheria del Primo ministro&nbsp;Viktor Orbán.</p>



<p>C’è&nbsp;una frase che ci offre una sintesi immediata di quanto l’ostruzionismo di questi giorni negli Stati Uniti d’America e in Unione europea può&nbsp;produrre non solo sul futuro dell’Ucraina ma anche di tutti noi, oltre che sulle nostre coscienze:</p>



<p><em>“</em><em>Gli Stati Uniti e l</em><em>’</em><em>Europa lo hanno detto forte e chiaro:&nbsp;</em><em>“</em><em>sosterremo l</em><em>’</em><em>Ucraina fino in fondo, per tutto il tempo necessario e qualunque cosa costi</em><em>”</em><em>. Se abbandonassimo l</em><em>’</em><em>Ucraina ora e costringessimo Zelenskyj a scendere a compromessi, sarebbe la fine del nostro credito morale e della nostra autorit</em><em>à&nbsp;</em><em>politica. Per l&#8217;Occidente vergogna e suicidio.</em><em>”&nbsp;</em>(Bernard-Henri Lévy, 2 dicembre 2023)</p>



<p>Così&nbsp;non&nbsp;è&nbsp;possibile accettare di assecondare chi, in riferimento all’impegno a sostegno dell’Ucraina, da qualche tempo parla di&nbsp;<em>“</em><em>stanchezza</em><em>”</em>.</p>



<p>Non ce lo possiamo permettere, a maggior ragione se paragoniamo i nostri sacrifici rispetto all’assoluta tragedia direttamente vissuta in questi quasi due anni dalla popolazione ucraina.</p>



<p>E nemmeno possiamo considerare, alla luce degli ulteriori ultimi avvenimenti internazionali, l’ipotesi di definire ora una scala di priorità&nbsp;tra conflitti in base alla quale decidere a chi riservare in esclusiva il nostro impegno, derubricando il nostro concreto appoggio a favore dell’Ucraina.&nbsp;</p>



<p>Così&nbsp;il vertice europeo dei prossimi 14 e 15 dicembre viene ad assumere una rilevanza fondamentale per definire il futuro dell’Europa.</p>



<p>I Capi di Stato e di Governo dei paesi membri dell’Unione europea non solo dovranno trovare un accordo all’unanimità&nbsp;per proseguire nel loro congiunto sostegno all’Ucraina ma dovranno essere capaci di rilanciarlo con ulteriore maggiore forza per inviare anche un messaggio chiaro agli Stati Uniti d’America e, nel caso fosse necessario, poter anche parzialmente compensare una eventuale riduzione degli aiuti di provenienza statunitense.</p>



<p>Le trattative preparatorie al vertice europeo in queste ore sono febbrili, perché&nbsp;la posta&nbsp;è&nbsp;davvero alta.</p>



<p>Chiunque possa avere una influenza sul Primo ministro ungherese deve esercitarla al massimo delle sue possibilità.</p>



<p>Si sta ragionando anche su un eventuale sblocco di 10 dei 27 miliardi di euro di fondi destinati all’Ungheria al momento bloccati per violazioni dello Stato di diritto da parte del Governo ungherese.</p>



<p>Sarebbe un prezzo di&nbsp;<em>real politik</em>&nbsp;da pagare a beneficio di una posta in gioco troppo grande per poter essere sacrificata, ma allo stesso tempo anche determinato dall’incapacità&nbsp;di riuscire ad andare veramente fino in fondo nella realizzazione di obiettivi che con coraggio e visione erano stati fissati all’inizio di questa legislatura europea, che ponevano la revisione dei Trattati in un orizzonte non troppo lontano e che avevano permesso di gestire la pandemia (con l’attuazione di un comune piano vaccinale) e la post-pandemia (con l’adozione del Next Generation EU) dimostrando una capacità&nbsp;di innovazione che proiettava finalmente la speranza verso un’Europa più&nbsp;politica e più&nbsp;democratica.</p>



<p>Si apre ora la stagione della campagna elettorale per le elezioni europee di inizio giugno 2024, soprattutto per noi con un monito chiaro: non riduciamo queste elezioni all’ennesima occasione per una semplice conta interna dei consensi tra i partiti nazionali.</p>



<p>Rendiamola anche da noi questa volta l’occasione per decidere insieme quale Europa vogliamo, su quali ideali e valori promuoverla, su quali proposte concentrarsi per permettere al progetto europeo di realizzarsi pienamente, con una propria autonomia strategica, con una sua vera integrazione politica, con una sua capacità&nbsp;decisionale non condizionata da manovre speculative di chi vi&nbsp;è&nbsp;parte solo per sostenere istanze esterne e addirittura ostili.&nbsp;</p>



<p>E con una priorità&nbsp;da promuovere sin da questi giorni: che i paesi membri verso i quali il&nbsp;Parlamento europeo ha&nbsp;già&nbsp;approvato una risoluzione non legislativa&nbsp;che li&nbsp;ha&nbsp;definiti&nbsp;una&nbsp;&#8220;minaccia sistemica&#8221; ai valori fondanti dell&#8217;Unione europea&nbsp;e su cui sono condivisi i Trattati (come avvenuto nei confronti dell’Ungheria con voto parlamentare del settembre 2022) abbiano&nbsp;effettivamente il&nbsp;diritto di voto sospeso in Consiglio dell’Unione europea e in Consiglio europeo dei Capi di Stato e di Governo.</p>
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		<title>La democrazia in America &#8211; dalle midterms alle prossime elezioni presidenziali</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Nov 2022 10:07:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Appuntamenti]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni USA]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Qual é lo stato della democrazia americana? Cosa emerge dalle midterms del 2022 e cosa significa per la&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Qual é lo stato della democrazia americana? Cosa emerge dalle midterms del 2022 e cosa significa per la presidenza Biden? Seguite l’evento di Mondodem di venerdì 2 dicembre, online alle 18.30 per saperne di più.</p>



<p><strong>Programma:</strong></p>



<p>Saluti introduttivi di Nicoletta Pirozzi, Presidente di Mondodem</p>



<p><a></a>Coordina Sofia Eliodori, Ricercatrice, esperta di politica americana</p>



<p><strong>Interventi di:</strong></p>



<p>Emidio Diodato: professore ordinario di scienza politica dell’Università per stranieri di Perugia</p>



<p>Valeria Manieri: giornalista, cofounder de Le Contemporanee</p>



<p>Enrico Zanon: circolo Pd New York</p>



<p>Matteo Muzio: giornalista, Direttore di Jefferson &#8211; Lettere sull’America</p>



<p>Conclusioni di Andrea Sgrulletti, responsabile cultura del Pd Lazio e tesoriere di Mondodem</p>



<p><em>Se vuoi partecipare sulla piattaforma <a href="https://www.facebook.com/events/875881100490599/?ref=newsfeed">Zoom</a> scrivi una mail ad associazione@mondodem.it oppure segui l’evento sulla <a href="https://www.facebook.com/mondodemlab">pagina</a> Facebook di Mondodem</em></p>
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		<title>Elezioni di Midterm: la mezza vittoria di Biden</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Sofia Eliodori]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Nov 2022 17:55:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[USA e Americhe]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni USA]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Nel momento in cui scriviamo, a due giorni dalle elezioni, ancora non c’è la certezza matematica di quale partito otterrà la maggioranza nelle due camere del Congresso americano. L’unica certezza che abbiamo è che, sebbene il GOP abbia ottenuto dei buoni risultati, l’ondata rossa, che qualcuno aveva definito addirittura <em>tsunami</em>, non c’è stata. La scommessa lanciata dall’ex presidente Trump, un <em>all-in</em> per riaffermare la propria supremazia politica e imporre una eventuale ricandidatura per il 2024, ha visto i repubblicani fermarsi al palo di un risultato deludente rispetto ad aspettative così gonfiate. Più che di onda rossa, in questo caso conviene parlare di bolla rossa montata dai sondaggi – in particolare dal celebre <a href="https://projects.fivethirtyeight.com/2022-election-forecast/">FiveThirtyEight</a> di Nate Silver – che dava i repubblicani stra-favoriti per la Camera e favoriti per il Senato. Contrariamente alle aspettative, in entrambi i casi si sta verificando un sostanziale pareggio, come nelle elezioni dei governatori, dove su 36 stati al voto 20 dovrebbero andare ai Rep. e 16 ai Dem., ma con Maryland e Massachusetts persi dai primi a favore dei secondi e vicini a ribaltare il terzo, ovvero l’Arizona. Insomma, anche se i repubblicani dovessero aggiudicarsi la maggioranza in entrambe, sarebbe sottilissima, facile da ribaltare con l’aiuto di qualche volontario più moderato.</p>



<p>Come noto, nelle elezioni generali del 2020 Biden vinse il voto popolare con un vantaggio di circa 7 milioni di voti ed anche il voto dei grandi elettori 306 contro 232. Ciononostante, il presidente uscente contestò duramente i risultati elettorali definendoli truccati e scatenando un movimento che portò sostanzialmente all’insurrezione del 6 gennaio 2021. Ancora, sebbene i voti siano stati più volte certificati sia a livello locale che federale, la narrazione della ‘elezione rubata’ è stata posta al centro della campagna elettorale da parte di alcuni candidati repubblicani e di Donald Trump, ancora forte della sua leadership nel partito. Alla Camera i democratici ottennero una sottilissima maggioranza, 222 a 213, mentre al Senato la situazione fu ancor più difficile con un pareggio di 50 a 50 e una traballante maggioranza sorretta dal voto della Vice Kamala Harris che la presiede. Se i dem mantenessero la camera più alta sarebbe considerato per il partito del presidente un grande successo, considerato che alle elezioni di metà mandato si dà per scontato – statistiche alla mano – che chi governa perda almeno la maggioranza alla Camera bassa. Man mano che i voti vengono contati sembra che, almeno a questa tornata, la strategia del puntare tutto su ‘l’elezione rubata’ accorpando questo tema con quello ancor più delicato del diritto all’aborto, sia stato fallimentare, andando a motivare ancor di più il voto dei democratici comunque critici verso la presidenza (il tasso di approvazione di Biden è misurato oggi <a href="https://projects.fivethirtyeight.com/biden-approval-rating/?cid=rrpromo">poco sopra al 40%</a>). Mentre i critici di Trump dentro e fuori dal partito esultano, sottolineando che se avesse optato per un profilo più basso, concentrandosi sui temi economici, una vittoria potesse essere a portata di mano, benché stemperata da un’affluenza molto bassa.</p>



<p>Ingrandendo la cartina elettorale alcune elezioni sembrano dare il passo per il futuro, destando particolare attenzione negli osservatori: l’imponente riconferma del governatore repubblicano Ron DeSantis in Florida, l’unico ad oggi che sembra in grado di sfilare la leadership ancora salda nelle mani di Trump, e l’elezione del senatore democratico John Fetterman in Pennsylvania, mentre cala il consenso dei dem nel confinante stato di New York, sempre blu intenso negli ultimi anni; in Georgia, invece delude di nuovo (dopo la sconfitta del 2020) la candidatura a governatrice di Stacey Abrams che si ferma al 46% in uno degli stati cruciali che alla scorsa tornata garantirono la vittoria proprio ai dem. Quella che sembrava poter diventare una sconfitta terribile per Biden sembra trasformarsi in una mezza vittoria, in un paese alle prese con la crisi economica e con una politica estera imbrigliata dalla guerra in Ucraina, un paese ancora alle prese con una polarizzazione identitaria di cui l’elettorato sembra essere stanco, mentre il mondo osserva con attenzione.</p>
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		<title>Il punto sulle Elezioni Presidenziali USA2020 a cento giorni dal voto</title>
		<link>https://www.mondodem.it/2136/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Sofia Eliodori]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Jul 2020 11:28:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Elezioni USA 2020]]></category>
		<category><![CDATA[USA e Americhe]]></category>
		<category><![CDATA[Biden]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni USA]]></category>
		<category><![CDATA[Trump]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Mancano poco più di tre mesi all’appuntamento elettorale più atteso di quest’anno: le elezioni presidenziali americane che si&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Mancano poco più di tre mesi all’appuntamento elettorale più atteso di quest’anno: le elezioni presidenziali americane che si terranno il 3 di novembre. Sebbene molti sondaggi nazionali attribuiscano un vantaggio al candidato democratico Joe Biden, la strada è ancora lunga. La crisi ha reso necessario un cambio di strategia per Donald Trump, che ha degradato il suo <em>campaign manager</em> Brad Parscale per dar spazio Bill Stepien. Dall’altro lato Biden si trova a pochi passi dal rendere pubblica la decisione più cruciale, quella della donna che gli sarà accanto nel ticket presidenziale.</p>



<p><strong>Donald Trump alla prova per la rielezione</strong></p>



<p>Come noto, nel 2016 Donald Trump vinse di misura contro Hillary Clinton grazie soprattutto ad alcuni <em>swing states</em> che l’<em>incumbent</em> mira a riconquistare a novembre. Come noto, i sondaggi effettuati a livello nazionale vanno presi con estrema cautela perché, seppur sintomo di un andamento generale positivo per i <em>Democrats</em>, possono essere un semplice specchietto per le allodole, come alla precedente tornata contro la favorita Clinton. The Donald paga lo scotto della pandemia col suo elettorato. Il Presidente Trump ha evitato di imporre misure sanitarie a livello federale, delegando gran parte della gestione ai singoli stati, questa mancanza di responsabilità è stata aggravata da un atteggiamento di malcelata sottovalutazione emerso soprattutto durante i coronavirus <em>brifieng</em>. Dichiarazioni controverse su cure non sperimentate o sospetti sulla provenienza del virus, il lungo rifiuto di indossare la mascherina ed interrompere gli eventi pubblici, hanno lasciato spazio ad un Trump più circospetto dopo il fallimento della <a href="https://www.mondodem.it/analisi-in-pillole/il-pelo-uovo-di-colombo/">Convention di Tulsa</a>. Improvvisamente, per il Presidente, chi indossa la mascherina è un patriota mentre la Convention Repubblicana di Jacksonville non s’ha da fare. Il rischio, cinicamente, è anche quello di perdere i pensionati della Florida che lo sostenerono quattro anni fa.</p>



<p>Ma sono anche altri i temi che bollono in pentola già da qualche mese. Il primo è quello del razzismo sistemico collegato alle riforme della polizia, il secondo è quello della Cina sempre più nel mirino della presidenza. La condotta degli affari internazionali da parte di Trump ha un indice di gradimento scarso (<a href="https://www.realclearpolitics.com/epolls/other/president_trump_job_approval_foreign_policy-6183.html">disapprove al 55% per RCP</a>) perciò, oltre alla legittima difesa degli interessi economici e geopolitici degli USA, dietro questa levata di scudi contro Pechino sembrano esserci motivazioni molto più elettoralmente prosaiche. Bisogna vedere quanta pressione la Repubblica Popolare Cinese sia disposta a sopportare considerato che, a Xi Jinping, nonostante le apparenze potrebbe fare persino comodo che resti in carica Donald Trump, soprattutto perché il disimpegno multilaterale di Washington ha concesso margini di manovra. Non si escludono colpi di scena più eclatanti da parte di Donald Trump per catalizzare l’attenzione in vista dell’appuntamento elettorale.</p>



<p><strong>La corsa Dem è sempre in salita</strong></p>



<p>La corsa per i Democratici è sempre in salita, questo non bisogna dimenticarlo neppure quando i sondaggi sembrano parlare chiaro: +9 nella media nazionale di RealClearPolitics.com<a href="#_ftn1"><sup>[1]</sup></a>.&nbsp; Per Joe Biden la strategia emergerà quando sarà svelato il nome della running-mate che lo accompagnerà nella sfida a Trump.</p>



<p>Le incognite sembrano ancora troppe e il momento poco propizio, dato che l’annuncio dovrebbe far focalizzare i media sulla campagna democratica mentre al momento ci sono altre questioni chiave nel mirino, come gli scontri tra manifestanti e polizia a Portland o l’aumento di casi Covid in Florida. Sappiamo che la VP sarà donna ma nelle settimane trascorse, con la <a href="https://www.mondodem.it/osservatori/elezioni-usa-2020/la-corsa-alla-vicepresidenza-tutte-le-candidate-di-biden/">lista delle aspiranti che si allungava</a>, la figura che dovrà accompagnare l’ex Vice di Obama ha assunto le forme di una chimera.</p>



<p>La candidata perfetta, che sembra non esistere in natura, dovrebbe avere alcune caratteristiche: ad oggi l’elettorato si aspetta che sia di colore, anche se al contempo dovrebbe attrarre il voto delle casalinghe bianche dei suburbia; dovrebbe essere piuttosto giovane, ma aver accumulato abbastanza esperienza a Capitol Hill, in modo da essere per Biden una solida spalla e una futura candidata forte alla presidenza; dovrebbe essere un volto riconoscibile a livello nazionale ma mantenere un solido legame con il territorio di provenienza, magari proprio uno swing state; dovrebbe piacere ai giovani e alle minoranze, ma non essere troppo progressista. Si capisce che, almeno tra i nomi che sono stati fatti finora, nessuna candidata possieda tutte queste caratteristiche e che quindi, a seconda di quale sarà la scelta si capirà più chiaramente la strategia democratica. Alcuni danno per favorita la senatrice Kamala Harris, che però sembra penalizzata dal non aver costruito un buon rapporto con Biden in questi mesi. L’attesa si fa trepidante, soprattutto perché in gioco c’è il futuro della politica globale. Far crescere l’entusiasmo del proprio elettorato, ma anche semplicemente far registrare le persone al voto, non sarà semplice per i democratici costretti ad una Convention Online tra il 17 e il 20 agosto. Le carte saranno presto svelate, mentre il mondo resta a guardare, col fiato sospeso.</p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<p><a href="#_ftnref1"><sup>[1]</sup></a> Dato riferito al 27 luglio 2020 nella media dei sondaggi nazionali General Election Trump vs Biden, <a href="https://www.realclearpolitics.com/epolls/2020/president/us/general_election_trump_vs_biden-6247.html">https://www.realclearpolitics.com/epolls/2020/president/us/general_election_trump_vs_biden-6247.html</a></p>
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		<title>La corsa alla Vicepresidenza – Tutte le candidate di Biden</title>
		<link>https://www.mondodem.it/1978/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Edoardo Maggi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 01 May 2020 14:53:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Elezioni USA 2020]]></category>
		<category><![CDATA[Osservatori]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni USA]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Mancano pochi mesi al 3 novembre 2020, quando sarà eletto il 46° Presidente degli Stati Uniti d’America. Joe&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Mancano pochi mesi al 3 novembre 2020, quando sarà eletto il<strong> 46° Presidente degli Stati Uniti d’America</strong>. Joe Biden sfiderà Donald Trump, ma ci manca ancora un tassello fondamentale per completare la cornice: <strong>la scelta del vicepresidente</strong>, figura che ricopre un importante ruolo a livello costituzionale –(presiede le sedute del Senato ed è primo nella linea di successione presidenziale) e a livello politico, soprattutto in questo momento. Presidente e vice vengono infatti eletti congiuntamente: sbagliare la scelta del nome per il ticket elettorale potrebbe compromettere seriamente le chances di vittoria.</p>
<h5 id="le-nove-possibilita-di-joe-biden">Le nove possibilità di Joe Biden</h5>
<p>Trump sembra intenzionato a riconfermare il suo attuale vice <strong>Mike Pence</strong>,. mentre Biden non ha ancora sciolto la riserva sul nome che lo affiancherà nella corsa. L’ex numero due di Obama ha però annunciato che il suo running mate sarà una <strong>donna</strong>. Nove sono i nomi in lizza per la nomination: le senatrici e già ex candidate democratiche alla presidenza<strong> Kamala Harris</strong> (Senatrice della California), <strong>Amy Klobuchar</strong> (Senatrice del Minnesota) ed Elizabeth Warren (Senatrice del Massachusetts), le governatrici del New Mexico <strong>Michelle Lujan Grisham</strong> e del Michigan <strong>Gretchen Whitmer</strong>, <strong>Catherine Cortez Masto</strong> (Senatrice del Nevada), <strong>Tammy Baldwin</strong> (Senatrice del Wisconsin), <strong>Tammy Duckworth</strong> (Senatrice dell’Illinois) e l’ex candidata governatrice della Georgia <strong>Stacey Abrams</strong>.</p>
<p>La scelta terrà conto di due fattori importanti: <strong>l’età e l’esperienza politica</strong>. Se eletto, Biden diventerebbe il Presidente più anziano della storia degli USA e i suoi 78 anni a novembre potrebbero rendere difficile una riconferma per un secondo mandato. In più, proprio in vista della nomination del 2024, l’ex senatore del Delaware ha espresso la volontà di dare spazio a giovani donne del Partito altamente qualificate, in grado di poter guidare il paese nel prossimo futuro.</p>
<h5 id="le-caratteristiche-principali-delle-candidate">Le caratteristiche principali delle candidate</h5>
<p>Tuttavia, basare questa scelta solamente su criteri anagrafici potrebbe avere delle ripercussioni negative. In base all’età verrebbero eliminate dalla competizione figure di valore come Baldwin, Klobuchar, Whitmer e la stessa Warren, tutte provenienti dal Mid West, importante bacino elettorale con Stati come il Michigan che i democratici devono assolutamente cercare di riconquistare se vogliono avere chances di vittoria. In questo senso Biden potrebbe guardare a Tammy Duckworth. 56 anni, sarebbe la prima statunitense di <strong>origine asiatica</strong> ad essere candidata alla carica di vicepresidente, ed anche la <strong>prima disabile</strong> (a causa di una ferita di guerra). Duckworth ha alle spalle una notevole esperienza politica: prima donna veterana insieme a Tulsi Gabbard ad essere eletta al Congresso, è stata Rappresentante alla Camera per lo Stato dell’Illinois, di cui è attualmente senatrice.</p>
<p>La preferenza di Biden potrebbe ricadere anche su una candidata esponente delle <strong>minoranze etniche statunitensi</strong>, visto il grande ruolo che giocheranno alle urne. Kamala Harris sarebbe una scelta quasi obbligata. Amica di Beau Biden, conosciuta a livello nazionale, Harris ha recentemente incassato le congratulazioni di Joe Biden per aver guidato un’ottima campagna elettorale. Potrebbe però essere penalizzata dal fatto che il suo Stato, la California, è saldamente democratico, dunque le si potrebbe preferire una figura in grado di contribuire alla vittoria in uno swing state.</p>
<p>Lujan Grisham e Cortez Masto, entrambe con radici che affondano nella minoranza <strong>ispano-americana</strong>, che sta crescendo a ritmi molto elevati, hanno buone carte da giocare. Michelle Lujan Grisham, 60 anni, è considerata tra le migliori politiche di origini ispano-americane del Paese e per molti anni ha rappresentato politicamente un’area sempre più importante degli USA, il sud-est. Catherine Cortez Masto è attualmente la Presidente designata alla guida del Comitato che si occupa delle campagne elettorali per le elezioni del Senato. A spingere per la sua candidatura c’è Harry Reid, ex leader della maggioranza al Senato, i cui suggerimenti potrebbero persuadere il vecchio amico e collega Biden.</p>
<p>Giovane, prima afroamericana ad essere sia candidata dal Partito Democratico alla carica di Governatrice della Georgia, Stacey Abrams gode di una buona visibilità e supporto a livello nazionale: <strong>nel 2019 è stata lei a rispondere al discorso sullo Stato dell’Unione pronunciato da Trump</strong>. Ma il più grande ostacolo alla sua candidatura è la poca esperienza politica. Biden su questo è stato molto chiaro, la figura che vuole al suo fianco deve essere in grado di ricoprire una posizione delicata in cui la poca preparazione si paga cara.</p>
<h5 id="il-futuro-del-paese-e-del-partito">Il futuro del Paese e del Partito</h5>
<p>Nei prossimi giorni potrebbero salire le quotazioni di esponenti politiche che hanno mantenuto fino ad ora un profilo basso, come l’attuale sindaca di Atlanta <strong>Keisha Lance Bottoms</strong>. In più, non devono essere sottovalutate le chances di <strong>Michelle Obama</strong>. Seppur abbia in più occasioni ribadito che non intende candidarsi per nessuna carica, il suo nome continua ad essere tenuto in considerazione. L’ex First Lady gode non solo della massima stima da parte di Joe Biden, ma anche di un alto grado di apprezzamento tra l’elettorato democratico e quello indipendente. Con Obama al fianco di Biden, inoltre, le chances di rielezione per Trump crollerebbero considerevolmente.</p>
<p>Biden, dunque, si trova davanti ad una scelta che avrà <strong>notevoli conseguenze</strong>: in ballo non c’è solo una campagna elettorale, ma anche il futuro del Paese e del Partito. In caso di vittoria democratica alla fine dell’anno, la prossima vicepresidente potrà iniziare fin da subito a preparare il terreno per le elezioni del 2024. Con Biden fuori dai giochi per motivi anagrafici, la strada alla possibile elezione di una donna al campidoglio potrebbe risultare meno difficoltosa.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1978/">La corsa alla Vicepresidenza – Tutte le candidate di Biden</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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		<title>Due perdenti fanno un vincitore? &#8211;  Le primarie Dem dopo il Super Tuesday</title>
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					<comments>https://www.mondodem.it/1854/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Sofia Eliodori]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Mar 2020 17:55:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Elezioni USA 2020]]></category>
		<category><![CDATA[Osservatori]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni USA]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Con il raggiungimento della maggioranza relativa in 10 dei 14 Stati in ballo nel Super Tuesday, l’ex Vicepresidente&#8230;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Con il raggiungimento della maggioranza relativa in 10 dei 14 Stati in ballo nel Super Tuesday, l’ex Vicepresidente Joe Biden ha acquisito un sostanzioso numero di delegati per la Convention di luglio. Biden  e Bernie Sanders sembrerebbero ormai aver coagulato intorno a loro, rispettivamente, il campo moderato e quello più  di sinistra dell&#8217;elettorato Democratico.</p>



<h5 id="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-1325b816" class="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-1325b816" style="color:#000000;font-style:normal;text-transform:none"><span id="lanalisi-dei-risultati">L&#8217;analisi dei risultati</span></h5>



<p>Analizzando le percentuali emergono però due elementi che
suggeriscono che non sia ancora così. Il primo è che, sebbene il campo dei
contendenti si sia notevolmente ristretto, Biden e Sanders raramente superano
il 50% dei consensi negli Stati in cui vincono. Le loro sono, dunque, maggioranze
relative.</p>



<p>Il secondo elemento sono gli altri due candidati che, dopo aver partecipato con risultati deludenti al Super Tuesday, si sono ritirati: Mike Bloomberg ed Elizabeth Warren. Sia l’uno che l’altra erano stati additati dai rispettivi fronti di appartenenza come l’unico ostacolo verso l&#8217;affermazione, rispettivamente, di Biden e Sanders. Anche con il loro ritiro, però, i due candidati favoriti stentano ad ottenere la maggioranza. Il problema non erano quindi le due candidature “di disturbo&#8221;, ma il fatto che né Biden né Sanders hanno convinto a pieno l’elettorato democratico. Anzi, ancora peggio: non convincono a pieno neppure la propria area di riferimento all’interno dell’elettorato democratico.</p>



<p>Da qua scaturisce la domanda provocatoria: due “perdenti”, e
utilizziamo il termine in modo letterale, fanno un vincitore? Come fu per
Hillary Clinton nel 2016, sia Sanders sia Biden hanno già tentato la corsa alla
presidenza, il primo andandoci vicino alla scorsa tornata mentre il secondo ben
due volte, nel 1988 e nel 2008, qualificandosi a malapena. Onestamente, guardando
questi due ottantenni si può dire tutto tranne che siano sulla breccia
dell’onda o all’apice del loro successo politico. Anzi. Entrambi rappresentano
due esperienze, due approcci essenziali all’identità del Partito Democratico,
ancora irrisolti ma sbiaditi. E se, come si sta delineando nelle ultime ore,
Biden riceverà la nomination, servirà uno sforzo collettivo per superare queste
divisioni.</p>



<p>Non basta che gli altri candidati si siano ritirati: l’elevato livello di frammentazione, soprattutto all’interno del fronte moderato del partito, è una condizione profonda, che non va via con un colpo di spugna. Tale frammentazione potrebbe risultare  da un dubbio insinuatosi nei Democratici americani: questi due approcci antitetici, che abbiamo già visto andare in scena e confliggere quattro anni fa, sono poi così produttivi? Eppure, se si dovesse arrivare alla Convention Dem &#8211; a Milwaukee il 13 luglio – con un testa a testa Biden/Sanders, saremmo allo stesso esatto punto di allora. Con la differenza che gli elettori di Sanders si sono già turati il naso una volta per votare Hillary Clinton (e forse nemmeno tutti sono riusciti a farlo) e stavolta rivendicano per sé il diritto di dimostrare nelle urne di avere ragione. Anche il tema della contesa sembra essere sempre lo stesso, ossia: si può battere Trump andando a scalfirne il voto moderato oppure si batte Trump sottraendogli il voto di protesta, dei poveri e degli esclusi?</p>



<h5 id="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-15670662" class="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-15670662" style="color:#000000;font-style:normal;text-transform:none"><span id="una-fastidiosa-sensazione-di-deja-vu">Una fastidiosa sensazione di dejà vu </span></h5>



<p>L’altro nodo che deve affrontare il Partito Democratico
americano è quella fastidiosa sensazione di dejà vu, che non va sottovalutata. Abbiamo
già visto Bernie Sanders scagliarsi contro l’establishment del partito,
incarnato quattro anni fa da Hillary Clinton. A parte qualche iniezione di
consenso giovanile sostenuta ad esempio dall’endorsement di Alexandria Ocasio
Cortez, il senatore del Vermont ripropone oggi una campagna simile alla
precedente, ma con un sostegno ridotto. Certamente, gli elettori di Sanders
sono molto motivati, ma l’entusiasmo che li guida sembra aver subito una
diminuzione nella capacità di contagio. L’astio nei confronti di Warren ne è un
chiaro sintomo. Sanders ha affermato che sebbene il fronte democratico sia
diviso su tante questioni, sa perfettamente che queste differenze non sono
nulla in confronto a quelle con Trump. Ma l’impressione è che il suo elettorato
sia d’accordo solo in parte.</p>



<p>Dall’altro lato, l’ex Vicepresidente di Obama è stato considerato
il candidato di punta &#8211; avanti nei sondaggi per tutto il 2019- ma la realtà è
che Biden non ha mai convinto granché, aggirandosi a lungo attorno al 30% delle
preferenze o anche meno. La vittoria in South Carolina lo ha ringalluzzito per
il Super Tuesday, proiettandolo di nuovo alla guida del fronte moderato del
partito. Ma il fatto stesso che il fronte moderato del partito sia stato tanto
frammentato – vedi tra gli altri Buttigieg e Klobuchar – è sintomo della
fiacchezza della campagna di Biden. Per lui è stato un bene che la candidatura
di Bloomberg si sia sgonfiata molto velocemente, nonostante l’enorme capitale
investito dall’ex Sindaco di New York. Ora, è vero che le partite si possono
vincere anche ‘a tavolino’ se gli avversari si ritirano, ma è chiaro che non
sia proprio la stessa cosa di vincerle sul campo. Si ha ancora tutto da
dimostrare, e per Biden è così.</p>



<p>È inevitabile pensare che riproponendosi la polarizzazione
interna tra voto moderato e voto radicale, la corsa alla Casa Bianca potrebbe
farsi spiacevole per i Dem. Nel frattempo il Presidente Donald Trump, dopo aver
insultato anch’egli la Warren, ha reso noto che preferirebbe battersi contro
Bernie Sanders. La notizia emerge dopo mesi in cui le indiscrezioni avevano
fatto trapelare esattamente l’opposto, ovvero che Trump fosse preoccupato della
spinta ‘populista’ del Senatore del Vermont. Anche questa informazione può
essere letta in due modi opposti: potrebbe trattarsi della classica strategia
di psicologia inversa oppure un’ostentazione di sicurezza, perché si crede di
avere trovato il nervo scoperto dell’avversario. Nel frattempo ha già pronta in
mano la retorica contro Biden, fondata essenzialmente sul dargli del vecchio
rincoglionito. Resta il fatto che con il buco nell’acqua dell’impeachment e
queste primarie zoppicanti – ricordiamo l’epica figuraccia del conteggio dei
voti dei caucus in Iowa – il Presidente Trump sale nei sondaggi mentre i
democratici arrancano. Di sicuro sappiamo che per battere Donald Trump, già
ampiamente sottovalutato quattro anni fa, ci vuole ben più di così.</p>
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		<title>Elezioni USA 2020: le difficoltà che devono affrontare i Democratici</title>
		<link>https://www.mondodem.it/1836/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Edoardo Maggi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Feb 2020 16:04:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Elezioni USA 2020]]></category>
		<category><![CDATA[USA e Americhe]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni USA]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le primarie Democratiche per la nomination del candidato o della candidata Presidente, chiamati a battere Donald Trump il&#8230;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Le primarie Democratiche per la <em>nomination</em> del candidato o della candidata Presidente, chiamati a battere Donald Trump il prossimo 4 novembre, entrano nel vivo. Dopo il passaggio elettorale nei primi tre Stati – Iowa, New Hampshire e Nevada – vengono alla luce i rapporti di forza tra i pretendenti alla vittoria, che rispecchiano l’accentuata frammentazione non solo all’interno del Partito, ma anche tra i suoi votanti. &nbsp;L’elettorato democratico appare saldamente diviso in due blocchi che si tengono testa: da un lato spicca l’elettorato vicino a posizioni più radicali, dall’altro quello che fa riferimento al campo moderato. Quest’ultimo è da sempre la porzione più numerosa dell’elettorato Democratico, la “pancia” con cui ogni candidato deve fare i conti: rappresentarne gli interessi all’interno del proprio programma politico può contribuire in maniera decisiva alla vittoria. &nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



<h5 id="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-da03a018" class="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-da03a018" style="color:#000000;font-style:normal;text-transform:none"><span id="liter-dietro-la-campagna-elettorale">L&#8217;iter dietro la campagna elettorale</span></h5>



<p>La campagna elettorale per l’elezione del
Presidente degli Stati Uniti è solo l’ultima parte di un processo politico ben
più lungo, più complesso e strutturato. Prima di ricevere l’investitura nelle
Convention e vincere la <em>nomination</em> presidenziale, i candidati Democratici
e Repubblicani devono passare attraverso le primarie: una elezione pubblica
vera e propria, regolata dalle leggi dei singoli Stati, che con il tempo è
diventata un sistema istituzionalizzato, in cui i vari livelli governativi
collaborano con i partiti, e per cui esistono fondi pubblici dedicati.</p>



<p>Come ogni elezione che ha una sua propria strategia, anche nelle primarie statunitensi i candidati e le candidate si attengono a regole non scritte. Seguirle può fare la differenza tra ottenere la nomination oppure no.</p>



<h5 id="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-048d14e1" class="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-048d14e1" style="color:#000000;font-style:normal;text-transform:none"><span id="le-regole-nelle-primarie-democratiche">Le regole nelle primarie Democratiche</span></h5>



<p>Normalmente, durante le primarie Democratiche, i candidati e le candidate ambiscono a ricevere il sostegno della maggioranza dell’elettorato di riferimento – con l’accortezza di non apparire estremisti. Solo dopo aver ottenuto la candidatura, convergono verso un’area più moderata di elettori Democratici, che è indispensabile convincere se si vogliono avere chances di vittoria. Ne sono sempre stati consapevoli anche Sanders e Warren, con le loro proposte radicali su molti temi centrali che saranno poi il terreno di scontro nella battaglia per la Casa Bianca. Vi è poi un’altra regola non scritta che riguarda il linguaggio politico di chi si candida alla nomination. È importante, infatti, dirsi portatori di una “nuova” idea di politica che prevede lo scardinamento del ruolo centrale e decisivo giocato da Washington, descritto come distante luogo di perdizione burocratica asservito agli interessi privati, all’interno del processo decisionale statunitense. Persino Buttigieg, ad ora uno dei candidati di punta del fronte moderato, non esita a sostenere che la sua elezione apporterà una nuova visione della politica nazionale, nella quale non sia solamente Washington a decidere come affrontare le sfide attuali e future, ma l’intero Paese. &nbsp;</p>



<p>Nel campo Democratico, rispettare queste regole contribuisce allo spostamento di attivisti e i militanti del partito su posizioni più radicali. A questo proposito, non è un caso che nei primi due appuntamenti importanti Sanders, considerato da sempre il candidato più radicale – e l’unico autodefinitosi socialista &#8211; abbia notevolmente distaccato Warren, l’altra candidata che contende al Senatore del Vermont il voto dell’ala sinistra del Partito. Dall’Iowa, dal New Hampshire e dal Nevada sembra però emergere una risposta chiara: tra il socialismo di Sanders e Warren, l’elettorato di sinistra non ha dubbi: se di sinistra, che sia radicale. </p>



<h5 id="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-7f18fa24" class="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-7f18fa24" style="color:#000000;font-style:normal;text-transform:none"><span id="riflessioni-su-pete-buttigieg">Riflessioni su Pete Buttigieg</span></h5>



<p>La grande performance di Pete Buttigieg, invece,
ci impone due riflessioni da tenere in considerazione. La prima è che anche
l’ala moderata del Partito chiede un vento di rinnovamento, che aggiorni le
istanze classiche del centrismo democratico e che allo stesso tempo riesca a
compattare i <em>democrats</em>. La vittoria di Buttigieg nel <em>caucus</em>
dell’Iowa e l’ottimo risultato in New Hampshire chiariscono la doppia anima
dell’elettorato democratico: quello socialista e anticapitalista da un lato e
quello più liberal e unitario dall’altro. La seconda è che la vittoria per la
leadership democratica passa attraverso la conquista del voto moderato. I voti
ottenuti fino ad ora dai centristi Buttigieg, Amy Klobchar e Biden – senza
contare il ruolo che giocherà Micheal Bloomberg, la cui candidatura sarà messa
alla prova solo nel <em>Super Tuesday </em>di marzo – se sommati superano il 50%
e disegnano un fronte moderato frammentato ma comunque maggioritario, a cui si
contrappone un’ala sinistra minoritaria, al momento ferma al 35%, se alla
percentuale di Sanders, sempre più forte nella sua area di riferimento, si
aggiunge quella di Warren.</p>



<p>I Democratici hanno maggiori possibilità di raggiungere fasce più ampie della popolazione rispetto a Donald Trump, che però può contare su un elettorato molto più compatto. Le dure contrapposizioni che si registrano nel Partito Democratico possono compromettere il risultato finale. La battaglia più dura si combatte sulla riforma del sistema sanitario. Sanders ha fatto del <em>Medicare for All</em> la punta di diamante del suo programma elettorale, a cui Buttigieg contrappone il suo <em>Medicare for All Who Want It</em>, che protegge e non modifica il ruolo delle assicurazioni private, che invece verrebbero completamente abolite nel piano del Senatore del Vermont. Anche Klobuchar e Biden hanno espresso la loro netta contrarietà ad uno stravolgimento totale del sistema sanitario. La senatrice del Minnesota punta ad attrarre, oltre che gli elettori indecisi e i Repubblicani spaventati da Trump, anche i non iscritti al Partito Democratico che vedono in Sanders l’agitatore di una rivoluzione socialista, che punta alla decostruzione e al rovescio del sistema-paese statunitense. </p>



<h5 id="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-76851734" class="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-76851734" style="color:#000000;font-style:normal;text-transform:none"><span id="le-questioni-da-affrontare-dopo-le-primarie">Le questioni da affrontare dopo le primarie</span></h5>



<p>Chi vincerà le primarie democratiche avrà due
importanti questioni da affrontare e risolvere, da cui dipende la vittoria
contro Donald Trump. Sarà importante convincere il maggior numero di moderati,
facendo convergere i contenuti dei programmi elettorali verso posizioni meno
radicali, mentre ricoprirà un ruolo fondamentale il comportamento dei
democratici il giorno delle elezioni presidenziali: la candidata, o il
candidato, sarà in grado di tenere unito il Partito, e dunque anche
l’elettorato?</p>



<p>Cosa potrebbero imparare i Democratici italiani
dall’esperienza delle Primarie statunitensi? È ancora troppo presto per
elaborare un’analisi valida e dettagliata, tuttavia si possono sicuramente
avanzare delle ipotesi.</p>



<p>La compattezza che il Partito Repubblicano mostra
nei confronti di Donald Trump può essere paragonata alla coesione della Lega
intorno al suo leader Matteo Salvini. Questa solidità si contrappone, negli
USA, al sottile strato di incertezza che aleggia sulle Primarie Democratiche,
mentre in Italia, alla continua frammentazione del campo progressista, che
contribuisce alla perdita di fiducia e di consenso. Se nelle tornate elettorali
i partiti che fanno capo al centro-sinistra si presentano divisi, le
possibilità di vittoria della destra aumentano. Questo vale sia in Italia, dove
le recenti elezioni regionali in Emilia-Romagna ci hanno dimostrato che l’unico
argine alla destra è un centro-sinistra compatto, e sia negli USA dove, grazie
anche ad un sistema elettorale maggioritario, un Partito Democratico non coeso
intorno al candidato presidente renderebbe più facile alla politica di Trump di
conquistare di nuovo la Casa Bianca. &nbsp;&nbsp;</p>
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		<title>Iowa caucus &#8211; inizia la corsa Dem alla presidenza</title>
		<link>https://www.mondodem.it/1819/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Sofia Eliodori]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 Feb 2020 16:22:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Elezioni USA 2020]]></category>
		<category><![CDATA[USA e Americhe]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni USA]]></category>
		<category><![CDATA[Iowa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sta per aprirsi la settimana più importante dell’anno per la democrazia americana. Anzi, a dire il vero si&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Sta per aprirsi la settimana più importante dell’anno per la democrazia americana. Anzi, a dire il vero si è già aperta ieri. Domenica 2 febbraio si è svolto l’evento mediatico che ogni anno raccoglie quasi cento milioni di telespettatori, il Super Bowl. Oggi, lunedì 3, si terranno i primi caucus in Iowa. Martedì 4 il Presidente Donald Trump terrà l’annuale discorso sullo “stato dell’unione”. Il giorno dopo, mercoledì, si arriverà alla conclusione dell’impeachment lampo, con il voto del Senato che, verosimilmente, assolverà Trump da ogni accusa per l’Ucrainagate. </p>



<p>Il Super Bowl, tradizionale appuntamento del
football americano, da tempo trascende l’ambito sportivo. Quest’anno è apparsa
sugli schermi anche una sfida politica che ha visto come protagonisti il
Presidente Trump e il candidato democratico Michael Bloomberg. Quest’ultimo sta
conducendo una campagna elettorale del tutto peculiare, decidendo di non
presentarsi in Iowa ma di investire milioni di dollari, entrando per 60 secondi
nelle case di tutti gli americani. L’Iowa, il piccolo stato del midwest degli
USA, è teatro del primo cruciale round delle primarie democratiche in una
formula unica nel suo genere: i caucus. Da cinquant’anni, i candidati Dem
iniziano la corsa alla Casa Bianca da questi raduni. I caucus sono aperti solo
agli elettori democratici, e non a tutti i cittadini come invece avviene nelle
primarie normali. A dispetto dell’assenza di Bloomberg – un azzardo strategico
– quest’anno i caucus saranno particolarmente affollati. Nei palazzetti dello
sport, nelle scuole e nei circoli culturali di tutto l’Iowa si voterà in due
turni. Al primo turno si potrà scegliere il candidato preferito &#8211; la cosiddetta
<em>first choice</em> &#8211; tra: Joe Biden, Bernie Sanders, Elizabeth Warren, Pete
Buttigeg, Andrew Yang e Amy Klobuchar. Al secondo turno, gli elettori dei
candidati che non raggiungeranno il 15% delle preferenze dovranno optare per la
‘seconda scelta’. La cosa divertente è che il voto non solo sarà palese ma sarà
fisico, visibile. Infatti, le persone dovranno dividersi a gruppi raggiungendo
le bandierine che simboleggiano i candidati. Inoltre, tra un turno e l’altro
avverrà un dibattito, in cui si cercherà di convincere a convergere verso uno
dei sopravvissuti allo sbarramento. Spesso gli aspiranti presidente degli Stati
Uniti, giungono in persona nelle sezioni, fanno comizi, si mescolano e
conoscono il proprio elettorato, vengono invitati a cena dai militanti. In base
alle percentuali ottenute da ciascun candidato, ogni sezione eleggerà dei
delegati che insieme ai membri permanenti dell’assemblea nazionale (i
“superdelegati”) nomineranno a luglio il vincitore/la vincitrice delle
primarie. </p>



<p>Il percorso delle primarie statunitensi è
lungo e complicato. Ogni Stato ha le sue regole, e qualcuno elegge i delegati
con i caucus mentre altri con primarie aperte a tutti. Ad ogni tornata vengono
introdotti degli aggiustamenti ai regolamenti, che contribuiscono a rendere
ogni elezione diversa dalla precedente. Ancora non si sono spente le polemiche
sulle primarie del 2016 quando, all’assemblea nazionale Dem, il maggiore peso
dei cosiddetti “superdelegati” garantì la nomination a Hillary Clinton, che
però aveva ricevuto meno preferenze dai delegati “normali” rispetto a Bernie
Sanders. Quest’anno il numero elevato di candidati, nessuno dei quali in netto
vantaggio rispetto agli altri, rende la corsa avvincente ma rischiosa. La
leadership diffusa dentro al Partito Democratico americano è frutto della
traumatica sconfitta contro Donald Trump. La polarizzazione tra Clinton e
Sanders spaccò il partito tra due aree, una più moderata l’altra più radicale.
Sanders ha avuto tempo per riorganizzare le proprie truppe in questi anni,
avvicinandosi soprattutto ai più giovani come Alexandria Ocasio Cortez e
diventando il candidato preferito tra gli under 30. Hillary si è ritirata,
lasciando dietro di sé rimpianti e rancori ancora non sopiti. Joe Biden, ex
vice di Obama &#8211; che è al secondo tentativo per la presidenza &#8211; si è candidato a
rappresentare i moderati, ma non convince fino in fondo. Lo scontro più atteso
di stasera è proprio quello fra Sanders e Biden, testa a testa nei sondaggi. In
molti però si chiedono se proseguire con un’ulteriore polarizzazione dentro al
partito sia una scelta vincente. Stasera capiremo se già tra gli elettori
democratici stia emergendo la necessità di trovare un candidato unitario, di
mediazione, magari premiando Warren o Klobuchar (che hanno ricevuto entrambe
l’endorsement del New York Times) o l’astro nascente Buttigeg. Insomma,
capiremo se tra i due litiganti il terzo gode.</p>



<p>Alla vigilia di questa prima sfida sul campo,
le carte sono ancora troppo mescolate per avere un quadro chiaro del caos Dem.
L’unica certezza è che il candidato da battere è Donald Trump, a tutti i costi,
e questa volta il partito non può permettersi di spaccarsi. </p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1819/">Iowa caucus &#8211; inizia la corsa Dem alla presidenza</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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		<title>Osservatorio USA 2020</title>
		<link>https://www.mondodem.it/1813/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Sofia Eliodori]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 Feb 2020 11:47:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Elezioni USA 2020]]></category>
		<category><![CDATA[Osservatori]]></category>
		<category><![CDATA[USA e Americhe]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni USA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le elezioni americane, che si terranno il 3 novembre 2020, avranno un riverbero internazionale anche più rilevante del&#8230;</p>
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<p class="has-drop-cap">Le elezioni americane, che si terranno il 3 novembre 2020, avranno un riverbero internazionale anche più rilevante del solito. Con il primo mandato del Presidente Donald Trump, abbiamo assistito ad una progressiva ed inedita incrinatura nelle relazioni transatlantiche, tra dazi, un crescente opportunismo unilaterale Usa e, non da ultimo, il sostegno del Presidente statunitense alla Brexit. A novembre scopriremo se questo mandato avrà un seguito oppure se si dovrà ripartire da capo con un’altra storia, un altro percorso, una nuova presidenza democratica. </p>



<p>Per questi e molti altri motivi gli esperti di
MondoDem si avvicenderanno su queste pagine per analizzare aspetti del percorso
elettorale che servano da spunto di riflessione, da stimolo, per far circolare
nuove idee e progetti nel campo progressista italiano.</p>



<p>Il partito democratico americano, dopo una lunga fase
che potremmo definire &#8211; con un’espressione che conosciamo bene in Italia – di
“analisi della sconfitta”, sta attuando una strategia di massima pressione nei
confronti dell’avversario. Questa strategia include due assi principali: da un
lato l’impeachment, appena approdato in Senato, dall’altro la lunga corsa delle
primarie. I due strumenti sono utilizzati in maniera complementare, attirando
l’attenzione una volta sull’uno e una volta sull’altro, per occupare il più
possibile il <em>news cycle</em> e contrastare le quotidiane trovate
presidenziali. L’impeachment è la pars destruens di questo processo, con la
quale si cercherà di mettere pubblicamente in crisi la figura del Presidente
evidenziando un utilizzo pericolosamente personale della politica estera: le
primarie&nbsp; sono la pars construens, quella
dove si discute dei programmi, dei temi caldi che interessano la società
americana come la sanità, il lavoro, l’istruzione, il clima. Basterà la
combattività mostrata dal Partito Democratico &nbsp;per vincere, anche se non è ancora emersa una
chiara leadership?</p>



<p>Cercheremo quindi di capire quali siano i punti di
forza e quali le criticità di questa strategia, ma non solo. Approfondiremo i
profili delle maggiori personalità in campo: l’ex Vicepresidente Joe Biden, il
Senatore del Vermont Bernie Sanders, la Senatrice del Massachussets Elizabeth
Warren, la Senatrice del Minnesota Amy Klobuchar, il Sindaco di una cittadina
dell’Indiana Pete Buttigeg, l’ex Sindaco di New York Mike Bloomberg. E i
protagonisti del 2016, Hillary Clinton e Barack Obama che comunque ancora
godono di notevole consenso nel Paese saranno in grado &nbsp;di dare la spinta necessaria per mobilitare la
parte di elettorato che ancora fa riferimento a loro, senza interferire troppo
nel percorso di successione al vertice? </p>



<p>L’elettorato, ecco. La grande sfida è vincere, ovviamente, ma la vittoria in un sistema elettorale così rigido, apparentemente semplice ma al contempo macchinoso come quello statunitense, passa dalla costruzione di quella che gli americani chiamano <em>coalition</em>, la coalizione. Ossia quell’insieme di differenti pezzi della società, gruppi di persone che condividono caratteristiche eterogenee come il tipo d’impiego, l’età, i valori civili, rappresentando interessi che possano essere ricomposti in un’unica grande proposta politica. Tutto questo dovrà avvenire in uno Stato federale enorme, dove le certezze di un tempo sono state abbattute dalla travolgente propaganda trumpiana. </p>



<p>Come dicevamo, MondoDem si prepara a seguire il filo di tutte queste dinamiche con questo osservatorio, cura di Sofia Eliodori, cercando man mano di dipanare la matassa di argomenti, nei mesi che ci separano da qui alla nomination democratica, per poi giungere alle elezioni di novembre.</p>



<p>Ready. Steady. Go.</p>
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		<title>Di Populismo, Autoritarismo e Licantropia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Eugenio Dacrema]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Nov 2016 14:16:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Democrazia 2.0]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni USA]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Populismo]]></category>
		<category><![CDATA[Referendum]]></category>
		<category><![CDATA[Trump]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Come si diventa licantropi? Ebbene, esplorando brevemente la pagina di Wikipedia relativa all’argomento troviamo diverse teorie: per alcuni&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Come si diventa licantropi? Ebbene, esplorando brevemente la pagina di Wikipedia relativa all’argomento troviamo diverse teorie: per alcuni bisogna essere morsi da un licantropo, secondo altri è necessario indossare una testa di lupo, o ancora accettare da Satana un regalo dal valore estetico opinabile come una pelle scorticata di lupo mannaro.</p>
<p>Analogamente, da qualche mese si stanno spargendo teorie diverse, ma altrettanto ardite, sulle modalità necessarie per trasformarsi in elettore di Trump o, in generale, in un populista occidentale.Le spiegazioni si dividono innanzi tutto in due correnti di pensiero diverse: populista si nasce o si diventa?</p>
<p>Per coloro che pensano che il populismo sia una malattia congenita contratta alla nascita le spiegazioni sono abbastanza chiare: il populista è stupido, il populista è pazzo. O entrambe le cose. Un difetto innato nel suo sistema nervoso gli impedisce di soppesare correttamente la logica e l’opportunità delle sue decisioni che finiscono per essere guidate da istinti ferini magistralmente sfruttati dalla mefistofelica macchina propagandistica del <strong>populismo</strong> moderno.</p>
<p>Per la seconda corrente di pensiero si entra nel campo del fatalismo e dell’inevitabilità. Esclusione sociale, diseguaglianza disoccupazione, competizione e paura dello straniero. Economia insomma, distrutta e resa ingiusta dal diavolo neoliberista (a sinistra) o dall’immigrazione buonista e selvaggia (a destra). Il problema di questa narrazione, che ama riportare le lancette della storia indietro e ritornare alla cara e sempre verde (rossa) retorica della working class e dell’emarginazione sociale causata dal capitale, è che i poveri, quelli veri, in America non hanno votato per <strong>Trump</strong> ma per la diabolica paladina del neoliberismo Hillary Clinton. Tutti i dati finora pubblicati sull’elettorato di Trump dimostrano come i suoi elettori siano prevalentemente classe media, spesso alta classe media, bianchi, occupati e non certo vicini al deperimento per inedia.</p>
<p>Quindi quale delle due? Genetica o questionabile emarginazione? Per conciliare le due correnti pur mantenendo la spiegazione ancora strettamente nel campo del “genetismo” è riemersa una teoria vecchia di qualche anno proveniente nientemeno che dall’accademia di scienze sociali americana che introduce una precisa forma antropologica: l’<strong>Autoritarismo</strong> (“Authoritarianism”). In un articolo diventato virale di Vox (“The Rise of American Authoritarianism”) poi ripreso dal blog della London School of Economics, i politologi Marc Hetherington, Jonathan Weiler e Matthew McWilliams spiegano la loro teoria che abilmente concilia le diverse posizioni: l’”autoritario” è un individuo con una naturale predisposizione a preferire leader forti, gerarchie e regole assolute. L’autoritario però non si mostra sempre al mondo per quello che è. Come il lupo mannaro per molto tempo può apparire un umano come tutti gli altri e perfino “votare liberale” fino a quando la sua “autoritarietà” non viene “attivata”. Non con la luna piena in questo caso, ma attraverso alcune particolari condizioni ambientali come “crisi economiche” e “forti cambiamenti sociali”. Stando alla logica di questa nuova dotta narrazione, l’”Autoritarismo” si sarebbe diffuso in questi anni a macchia d’olio (non si capisce se perché gli autoritari si riproducono più velocemente o se c’è invece una qualche contaminazione infettiva) in tutta l’America e in Occidente soprattutto tra alcuni gruppi meno immunizzati di altri come la classe media bianca e rurale. Insomma, si critica la retorica di Trump perché crea gruppi-bersaglio come neri e messicani da dare in pasto all’odio del suo elettorato, e poi si crea l’immagine di un gruppo di “diversi”, di “<strong>licantropi</strong> politici”, da dare in pasto all’odio e allo smarrimento del proprio elettorato sconfitto.</p>
<p>È chiaro che per alcuni questo tipo di spiegazioni tranquillizzano e allontanano la responsabilità da campagne elettorali fallimentari e in generale dall’incapacità di comprendere e rappresentare i bisogni di interi strati sociali. Per altri, come chi scrive, nati e cresciuti in quartieri popolari abitati da piccole borghesia impoverita, rappresentano però una prospettiva terrificante e, vista l’enorme diffusione del gene/virus populista nei nostri quartieri, ormai viviamo nel terrore di poterci svegliare un giorno tifosi di Di Canio.</p>
<p>Ma nei momenti di tranquilla lucidità si fa fatica a ignorare una semplice verità: l’affinata e insuperabile capacità delle forze politiche mainstream occidentali, e soprattutto della sinistra, di trovarsi sempre sofisticate autogiustificazioni. Dal paese “inevitabilmente di destra” di D’Alema al “grillino stupido e ignorante” di oggi. Sembra incredibile come la sinistra italiana passata attraverso il fallimentare ventennio berlusconiano, continui a spendere molte più energie a giustificare raffinatamente la propria pochezza piuttosto che accettare una semplice verità: il populismo fornisce una risposta chiara e comprensibile ai problemi delle persone. Sbagliata il più delle volte, ma pur sempre una visione – il popolo soggiogato dalle élite corrotte – e delle soluzioni – uscire dall’Unione Europea, chiudere le frontiere.</p>
<p>Ma per ora poco sembra cambiare da noi, con la “sinistra sinistra” prontamente schierata dalla parte del probabile affossamento il prossimo 4 dicembre dell’unico vero esperimento riformista tentato in decenni in questo paese. Una visione alternativa a quella populista, quella di una Italia più liberale ed Europea, e delle risposte, dall’immigrazione al mercato del lavoro. Colpevole, non sia mai, di aver provato ad abbandonare l’elitismo e l’utopia priva di azione con parole comprensibili e pragmatismo. Ma per una volta è giusto ammettere che il cinismo e la pochezza della sinistra italiana non sono più un’eccezione internazionale. L’irresistibile tendenza all’autogiustificazione intellettuale sembra infatti aver infettato anche i corrispettivi d’oltralpe e d’oltreoceano. Chissà, forse attraverso il morso o la pelle di un grillino mannaro.</p>
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