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	<title>Elezioni Archivi &#8211; MondoDem</title>
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	<description>Laboratorio di Politica Internazionale</description>
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	<title>Elezioni Archivi &#8211; MondoDem</title>
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		<title>Taiwan: la posta in gioco alle elezioni, dal rapporto con Pechino al futuro dei microchip</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gregorio Staglianò]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Jan 2024 17:33:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Asia-Pacifico]]></category>
		<category><![CDATA[chip]]></category>
		<category><![CDATA[Cina]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni]]></category>
		<category><![CDATA[Taiwan]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il 13 gennaio 2024 Taiwan andrà al voto per scegliere il successore di Tsai Ing-wen alla guida del&#8230;</p>
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<p>Il 13 gennaio 2024 Taiwan andrà al voto per scegliere il successore di Tsai Ing-wen alla guida del Paese fino al 2028. L&#8217;esito della consultazione elettorale delineerà il futuro dell’isola, soprattutto considerando le crescenti rivendicazioni della Cina, che percepisce Taiwan come parte integrante del suo territorio. Le elezioni influenzeranno notevolmente anche le relazioni con gli Stati Uniti, che ad oggi si trovano in un momento di forte sintonia. Questa convergenza è alimentata anche dalla politica estera dell&#8217;attuale presidenza taiwanese, che vede in Washington un solido alleato per frenare le mire espansionistiche cinesi. Ma è la relazione con la Cina che rappresenta la questione principale del confronto tra le forze in campo, e una dimensione particolare la riveste anche l’aspetto tecnologico.</p>



<p><strong>I contendenti alla presidenza</strong></p>



<p>A contendersi la presidenza sono i tre maggiori partiti. Il Koumintang (KMT), conservatore e favorevole ad una politica di vicinanza con Pechino sfiderà le urne con Hou Yu-ih, sindaco di Nuova Taipei. Hou ha più volte espresso la sua opposizione sia al modello “una Cina, due sistemi in stile Hong Kong, sia all’indipendenza formale di Taiwan, ribadendo la validità del Consensus del 1992 &#8211; un accordo tra le due sponde secondo cui esisterebbe una sola Cina, seppur con interpretazioni divergenti. Il Partito Popolare (PPT), di ispirazione centrista-populista, invece ha nominato l’ex sindaco di Taipei, Ko Wen-je come suo candidato. La posizione del PPT e di Ko rappresenta un&#8217;alternativa politica ai due principali partiti tradizionali, sebbene sulle relazioni con Pechino le loro posizioni sembrino più vicine ai conservatori del KMT che ai progressisti. Attualmente al potere e favorito nei sondaggi invece è il Partito Democratico Progressista (DPP), schierato su una posizione nettamente filo-occidentale e per questo fortemente inviso a Pechino. L’attuale vicepresidente Lai Ching-te è il candidato che proverà a sostituire la Presidente Tsai Ing-wen, collega di partito, ma impossibilitata a correre per un terzo mandato.</p>



<p>Taiwan non è però solo una “pedina” della contesa tra le due maggiori superpotenze: è anche una della realtà democratiche più vibranti dell’Asia, impegnata a mantenere un delicatissimo status-quo tra indipendenza informale dalla Cina, e peculiare proiezione internazionale grazie alle sue caratteristiche storiche, politiche, economiche e tecnologiche. Nell’isola infatti vengono prodotti e assemblati oltre la metà dei microchip essenziali al funzionamento di ogni dispositivo elettronico utilizzato quotidianamente, dagli smartphone ai computer, dalle apparecchiature sanitarie ai sistemi d’arma, dalle automobili agli elettrodomestici.</p>



<p><strong>Il ruolo di TSMC</strong></p>



<p>Le maggiori aziende produttrici di microchip taiwanesi guardano alle prossime elezioni con interesse, alla luce del ruolo che esercitano nella sfida tecnologica tra Stati Uniti e Cina. La Taiwan Semiconductor Manufacturing Company (TSMC), leader mondiale nel settore, è ad esempio al centro di una “corteggiamento” globale tra Stati Uniti, Giappone ed Europa, desiderosi di garantirsi impianti di produzione locali per ridurre la loro dipendenza tecnologica. La TSMC svolge un ruolo chiave nella fornitura per aziende come Nvidia, Apple e Broadcom e, insieme alla sudcoreana Samsung, è l’unica azienda in grado di produrre microchip a 3 nanometri, i più avanzati attualmente disponibili. La TSMC gestisce abilmente il dialogo con entrambe le superpotenze, sfruttando il suo know-how come leva diplomatica. Nonostante l’equidistanza tra Pechino e Washington, agli osservatori più attenti non sarà sfuggita l’apparizione di Morris Chang, fondatore della TSMC, al fianco del candidato del DPP, in più occasioni nel corso del 2023. Altre aziende, come la United Microelectronics Corporation (UMC), si sono schierate apertamente contro un&#8217;eventuale invasione cinese, mentre altre, come la Powerchip, mantengono una posizione più cauta, consci dell’importanza degli affari con la Cina continentale..</p>



<p><strong>Elezioni con conseguenze globali</strong></p>



<p>Sebbene la dimensione interna giochi un ruolo nel dibattito politico, è sul rapporto con la Cina che si sta giocando la campagna elettorale. Un’eventuale vittoria delle forze più vicine a Pechino, potrebbe accelerare i tempi di quella riunificazione che Xi Jinping considera ormai ineluttabile, oltre a rappresentare una potenziale involuzione democratica del sistema taiwanese. Ma quello che preoccupa è anche la possibilità che Pechino possa mettere le mani sull&#8217;industria dei microchip, una prospettiva problematica per l’Europa e gli Stati Uniti, che già dipendono fortemente dal mercato elettronico asiatico.</p>



<p>Lai Ching-te, il candidato del DPP, punta al r<a href="https://www.politico.eu/article/taiwan-presidential-hopeful-seeks-closer-ties-with-europe/">afforzamento del dialogo con Bruxelles</a>, sostenendo la comunanza di valori che Taiwan e l’Europa condividono: il rispetto dei principi democratici e dei diritti umani. E in effetti, in un momento in cui l’approccio europeo alla cooperazione con Pechino sia improntato al de-risking, Bruxelles e Taipei possono trovare lo spazio necessario a riformulare i loro rapporti bilaterali. L&#8217;allineamento della Cina con la Russia, dopo l’inizio della guerra in Ucraina, ha rafforzato la consapevolezza per Bruxelles che la sicurezza dell&#8217;area euro-atlantica e quella dell&#8217;Indo-Pacifico sono strettamente legate.</p>



<p>Una tornata elettorale che anche l’Italia, dopo aver abbandonato la Via della Seta nel dicembre 2023, guarda con maggiore attenzione. Il governo sembra intenzionato infatti a <a href="https://www.bloomberg.com/news/articles/2023-04-19/italy-eyes-taiwan-chip-deals-ahead-of-decision-on-china-pact">rafforzare la cooperazione tecnologica con Taipei</a> sulla produzione e l’esportazione di semiconduttori e a rafforzarne la <a href="https://formiche.net/2023/10/inaugurazione-ufficio-taiwan-milano/">rappresentanza diplomatica</a>, provando al contempo a rilanciare senza traumi le relazioni con Pechino, in un delicato equilibrismo non senza ambiguità.</p>



<p>Indipendentemente dal risultato elettorale, una cosa è certa: impegnarsi a tutelare il sistema democratico e solide relazioni con Taiwan, specie a livello europeo, allontanerebbe l’eventualità di una crisi o di un blocco dell’isola, che avrebbero ripercussioni economiche tali da stravolgere i già precari equilibri nella regione.</p>
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		<title>Le elezioni in Argentina, fra populismo e crisi economica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Riccarda Lopetuso]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 Sep 2023 11:08:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[USA e Americhe]]></category>
		<category><![CDATA[Argentina]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni]]></category>
		<category><![CDATA[Kirchner]]></category>
		<category><![CDATA[Milei]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’affacciarsi dell’estrema destra, la crisi economica, l’invito a entrare nei Brics, l’allarme insicurezza. A poche settimane dalle elezioni&#8230;</p>
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<p><em>L’affacciarsi dell’estrema destra, la crisi economica, l’invito a entrare nei Brics, l’allarme insicurezza. A poche settimane dalle elezioni di ottobre, per l’Argentina il futuro si tinge di incertezza.</em></p>



<p>I risultati del “Paso” del 13 agosto, una sorta di primaria a cui devono partecipare tutti i partiti per determinare le candidature alle elezioni, hanno consegnato uno scenario politico che vede in testa ai tre contendenti che si sfideranno alle presidenziali il candidato dell’estrema destra de La Libertad Avanza Javier Milei, da molti accostato per stile e idee a Trump e Bolsonaro. Seconda è arrivata l’ex ministro della sicurezza della coalizione di centro destra Juntos per El cambio Patricia Bullrich e terzo il ministro dell’economia Sergio Massa, esponente del peronismo. Saranno loro a giocarsi la Casa Rosada tra alcune settimane, dopo delle elezioni primarie mai cosi poco partecipate. Milei, candidato di estrema destra ultraliberista, ha accolto la vittoria in pieno stile populista: ha annunciato che – se dovesse diventare presidente &#8211; metterà fine alla casta rappresentata dai partiti tradizionali. L’allusione è al partito della dinastia Kirchner rappresentato dalla coalizione Union por la Patria&nbsp; e al centrodestra dell’ex presidente Macri.</p>



<p>Il successo di Milei alle primarie ha inevitabilmente destabilizzato e creato scompiglio in vista delle elezioni&nbsp; nei due principali schieramenti: i peronisti di governo e l’opposizione di centrodestra. L’aria più pesante si respira dalle parti di Union por la Patria. La coalizione peronista vede come candidato l’attuale ministro per l’economia Massa, ben visto dal Fondo monetario internazionale (Fmi) che appare come il vero sconfitto delle primarie. Per i peronisti eredi della dinastia politica Kirchner si tratta del peggior risultato della storia.</p>



<p>Ma l’Argentina deve davvero temere l’onda nera della destra nel paese in cui è nato il populismo? É difficile fare previsioni. Le elezioni sono altra cosa rispetto al Paso, peseranno i voti degli argentini che si sono astenuti alle primarie e le decisioni economiche che prenderà Massa, ministro dell’economia e candidato peronista.</p>



<p>Milei d’altra parte &nbsp;è sconosciuto, non ha appoggi politici ed economici, non&nbsp; ha partiti strutturati alle spalle e lobby dalla sua parte. Tuttavia con messaggi di estrema destra è riuscito a sfruttare il senso di sofferenza e la frustrazione che una parte del paese oppressa dalla crisi economica, aggravata dalla pandemia e successivamente dalla siccità che ha colpito il settore agricolo.</p>



<p>Nel suo programma di governo c’è poi spazio per la privatizzazione dei servizi pubblici, la cancellazione della Banca centrale, un taglio agli impiegati pubblici e la dollarizzazione della moneta. L’irruzione sulla scena politica argentina di Milei, un leader populista nella terra in cui ha avuto origine il populismo, ha provocato un vero e proprio tsunami nel paese, 40 anni dopo la fine della Dittatura e il ritorno della democrazia.</p>



<p>Dal 2001, dopo la gravissima crisi economica, hanno sempre governato i partiti usciti sconfitti dal candidato ultraliberista.&nbsp; Saranno, a prescindere da chi si insedierà alla Casa Rosada, elezioni che chiudono un ciclo per Buenos Aires e per il peronismo, anima politica del paese. Con esse cala definitivamente il sipario sul kirchnerismo che ha guidato l’Argentina per quasi due decenni con l’esclusione della legislatura di Macri, prima con Nestor Kircnher e poi Cristina Kirchner con i suoi due mandati, e infine l’attuale presidente Fernandez.</p>



<p>In questi anni il peronismo dei Kircnher, con le due politiche progressiste di isiprazione socialista, ha portato ad abbattere povertà e analfabetismo. Questi risultati sono stati però superati dalla nuova crisi economica che ha investito il Paese, perennemente dipendente dal Fmi e nuovamente a un passo dal default. In Argentina l’inflazione raggiunge il 115% e la povertà si attesta sul 43%. Gli effetti della svalutazione della moneta riduce il potere d’acquisto e getta sempre più argentini nella fame e nella povertà. &nbsp;Il Paese ha registrato la peggiore siccità degli ultimi 60 anni, con gravi ripercussioni sulle esportazioni di soia e mais.</p>



<p>È probabilmente per questo che Massa, ministro dell’economia e candidato peronista, ha scontato la sua posizione come membro del governo. Non a caso, all’indomani delle primarie Massa ha annunciato una serie di misure nell’ambito di un Programma di rafforzamento dell’attività economica e del reddito. Assieme all’economia, L’altro tema per la campagna elettorale che già scalda le piazze e divide i candidati è la proposta arrivata a Buenos Aires di entrare nei Brics a partire dal 1° gennaio 2024 insieme a Arabia Saudita, Egitto, Emirati Arabi Etiopia e Iran.</p>



<p>Il presidente in carica Fernandez ha accolto positivamente la proposta di ingresso nei Brics (sponsor di Buenos Aires è stato il presidente Lula), a differenza dell’opposizione di centrodestra, Massa incluso, che ha già annunciato la sua contrarietà. Ma sarà il futuro inquilino della Casa Rosada a prendere una decisione. </p>
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		<title>Sostenere la Democrazia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 08 Sep 2022 08:24:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Appuntamenti]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ecco il video dell’evento “Sostenere la democrazia. Per una politica estera progressista” che si è tenuto il 13&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Ecco il video dell’evento “Sostenere la democrazia. Per una politica estera progressista” che si è tenuto il <strong>13 settembre dalle 11 alle 13 presso la Sala David Sassoli, Sede Nazionale del PD.</strong> Ringraziamo Radio Radicale per la registraziome. </p>



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		<title>La sfida sulla cybersicurezza che i partiti rischiano di non raccogliere</title>
		<link>https://www.mondodem.it/3038/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Gregorio Staglianò]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 Sep 2022 07:51:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Cyber]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La dimensione cyber ha assunto una posizione di preminenza nello scenario globale e nella competizione strategica tra le&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>La dimensione cyber ha assunto una posizione di preminenza nello scenario globale e nella competizione strategica tra le potenze. A seguito dei mutamenti delle forme conflittuali, della fisiologica digitalizzazione della società e dei servizi pubblici, della rilevanza dei dati, della necessità di interconnettere ogni tipo di infrastruttura, e della sempre più ampia disponibilità – a costi relativamente bassi – di strumenti offensivi, i rischi e le minacce connessi al “cyber domain” sono balzati in cima alla lista dell’agenda dei decision-makers. Basta un rapido sguardo alle misure di ripresa post-COVID e ai documenti strategici partoriti negli ultimi due anni, per rendersi conto della portata del fenomeno.</p>



<p><strong>Gli sforzi europei (e italiani) per la digitalizzazione</strong></p>



<p>Oltre ai finanziamenti provenienti da “<a href="https://horizoneurope.apre.it/he-in-breve/">Horizon Europe</a>” – 95.51 miliardi di euro entro il 2027 per sostenere la creazione e la diffusione di conoscenze e tecnologie di eccellenza &#8211; per rafforzare la sovranità tecnologica europea la Commissione ha varato il “<a href="https://digital-strategy.ec.europa.eu/en/activities/digital-programme">Digital Europe Programme</a>”, che mira a colmare il divario tra la ricerca sulle tecnologie digitali e la diffusione sul mercato, con un bilancio totale di 7,59 miliardi di euro entro il 2027. Il PNRR, dal canto suo, ha dedicato al settore della digitalizzazione oltre 1.5 miliardi di euro: 623 milioni dei quali specificamente alla cybersecurity &#8211; <a href="https://www.governo.it/sites/governo.it/files/PNRR.pdf">per raggiungere gli obiettivi della missione 1.5.</a> Ai “Servizi cyber nazionali” – dimensione entro quale è rientrata la creazione dell’Agenzia di Cybersicurezza Nazionale (ACN) nel 2021 – sono stati destinati 174 milioni; altri 147.3 sono stati destinati ai laboratori tecnici e di certificazione e una tranche di 301.7 milioni è stata investita nel potenziamento della resilienza cyber della PA.</p>



<p>A cornice del poderoso sforzo economico immaginato per facilitare la ripresa e prendere il largo nella missione digitalizzatrice della società europea, si aggiungano le linee guida previste dalla <a href="https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/en/IP_20_2391">Strategia dell’UE per la cybersicurezza</a> del dicembre 2020, quanto sottolineato nella <a href="https://www.consilium.europa.eu/it/press/press-releases/2022/03/21/a-strategic-compass-for-a-stronger-eu-security-and-defence-in-the-next-decade/">Bussola Strategica per la difesa e la sicurezza dell’UE</a> varata nel marzo del 2022 e i <a href="https://www.nato.int/strategic-concept/">recenti indirizzi strategici dell’Alleanza Atlantica</a>. A riprova della volontà dell’Italia di non rimanere indietro nella grande sfida digitale globale, il governo Draghi – oltre ad istituire la già menzionata ACN &#8211; ha inoltre varato la <a href="https://www.acn.gov.it/ACN_Strategia.pdf">Strategia Nazionale di Cybersicurezza</a> nel maggio scorso, costruita attorno a 5 pilastri e a ben 82 obiettivi da raggiungere entro il 2026.</p>



<p><strong>Come risponde la politica italiana</strong></p>



<p>Obiettivi, questi, che sembrano lontani se confrontati con il poco spazio riservato alla cybersicurezza nei programmi elettorali delle forze politiche in campo per le prossime elezioni del 25 settembre. Le compagini politiche rischiano di non cogliere il <em>momentum</em> favorevole e di rimandare la sfida digitale al futuro. Nonostante il framework legislativo e strategico sia stato già tracciato, ciò che si nota scorrendo <a href="https://dait.interno.gov.it/elezioni/trasparenza/elezioni-politiche-2022">i programmi politici depositati al Ministero dell’Interno</a> è che la cybersicurezza non rappresenta una priorità per nessuna di esse. A parte qualche menzione alla transizione digitale, all’innovazione, alla protezione delle infrastrutture e qualche cenno sul controllo dei dati personali e sull’utilizzo di un approccio critico al mondo digitale, risulta arduo trovare uno schema, un progetto per il raggiungimento degli obiettivi fissati dalla Strategia Nazionale di Cybersicurezza, o per concretizzare gli investimenti e i finanziamenti europei in materia. Confrontando i programmi delle forze politiche più attentamente, appare chiaro che i partiti e le coalizioni che vogliono porsi in continuità con l’operato di Palazzo Chigi riservino alla materia una maggiore attenzione, seppur lieve.</p>



<p><strong>Poche righe dedicate alla cyber non possono bastare</strong></p>



<p>A tale realtà occorre far fronte, agendo secondo un approccio che includa l’adozione di misure di prevenzione e mitigazione del rischio volte a innalzare la resilienza delle infrastrutture digitali. Non solo: considerando che queste ultime non includono soltanto reti, sistemi e dati, ma anche, e soprattutto, utenti, la cui consapevolezza – siano essi attori istituzionali, imprese private o cittadini – è necessario levare gli scudi attraverso la diffusione di un cultura della cybersicurezza e l’implementazione di misure concrete a protezione del sistema Paese. Se ad oggi, infatti, esiste una diffusa percezione dei rischi correlati alla sicurezza fisica, lo stesso non può dirsi per la dimensione digitale, dei cui rischi non si ha ancora piena consapevolezza.</p>



<p>I recenti trend in materia forniscono un quadro preoccupante: gli attacchi e i rischi cyber – aumentati &nbsp;esponenzialmente negli ultimi anni – possono arrecare danni economici e reputazionali per imprese, posso interrompere l’operatività di infrastrutture energetiche, malfunzionamenti di sistemi informativi impiegati da aziende ospedaliere e sanitarie, possono diffondere dati personali che possono mettere in serio pericolo l’incolumità di individui e intere comunità.</p>



<p>Sebbene l’Italia abbia dimostrato fino ad ora una spiccata sensibilità per le sfide del “quinto dominio”, quello cyber, l’apparente scarsa attenzione di chi sarà chiamato a formare un nuovo governo induce a pensare che di strada da percorrere ce n’è ancora parecchia. Bisogna comprendere che gli investimenti sulla cybersicurezza non possono essere relegati ad una mera voce di spesa da approvare, ma devono essere una misura di salvaguardia per la tenuta della democrazia e per sicurezza dei cittadini.</p>
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		<title>Elezioni in Argentina: nubi all&#8217;orizzonte per i Fernandez</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Dec 2021 09:53:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[USA e Americhe]]></category>
		<category><![CDATA[Argentina]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni]]></category>
		<category><![CDATA[Sudamerica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Si prospettano mesi complicati per il Presidente Alberto Fernandez e la sua coalizione di governo Frente de Todos.&#8230;</p>
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<p class="has-drop-cap">Si prospettano mesi complicati per il Presidente Alberto Fernandez e la sua coalizione di governo Frente de Todos. Nelle elezioni di medio-termine che si sono svolte a metà novembre per il rinnovo di metà della Camera &#8211; legislatura di 4 anni &#8211; e un terzo del Senato (8 anni) i peronisti di governo perdono la maggioranza al Senato &#8211; presieduto dalla vicepresidente ed ex presidente Cristina Kirchner &#8211; e si trovano di fronte a scenari difficili anche alla Camera. Un tracollo per il kirchnersimo &#8211; peronismo di sinistra impersonato dai governi e dalle politiche di Nestor e Cristina Kirchner- che vede nel Presidente Alberto Fernandez il volto moderato e in Cristina Kirchner custode dell’ortodossia e dell’area più a sinistra.</p>



<p>Come ampiamente previsto dai sondaggi della vigilia e dalle primarie di settembre, le opposizioni della coalizione di centrodestra Juntos Por el Cambio strappano il Senato alla maggioranza peronista che mantiene la maggioranza relativa alla Camera. La sconfitta però, è stata mitigata dal recupero nella provincia di Buenos Aires – roccaforte dei peronisti &#8211; dove la coalizione di governo è riuscita a recuperare terreno rispetto alle primarie di settembre. Il tracollo, tuttavia, resta importante, con un Senato che era sempre stato in mano ai peronisti dal 1983, ritorno della democrazia nel paese.</p>



<p>Da qui ai prossimi due anni, Alberto Fernandez – che ha minimizzato sulla sconfitta &#8211; si troverà davanti a una situazione complicata e dovrà cercare sostegno per governare nelle forze di sinistra e dialogare con l’opposizione. Una crisi politica che si inserisce in un contesto già difficile per il paese, alle prese con gli strascichi della crisi economica e con l’emergenza sanitaria che ancora rende difficile la ripresa. Reduce dal lockdown durato quasi un anno, con una campagna vaccinale gestita male e macchiata dallo scandalo legato ai vaccini per politici e funzionari, nel paese regna sovrana la sfiducia e il disagio sociale, con la povertà che torna ai livelli di vent’anni fa.</p>



<p>Le politiche messe in campo dalla Casa Rosada per contrastare l’inflazione e incidere sulle difficoltà strutturali dell’economia argentina – troppo dipendente dal settore primario e poco attraente agli occhi degli investitori &#8211; non sembrano convincere gli argentini a giudicare dai risultati delle elezioni. Sulla testa del governo e di tutti gli argentini, inoltre, aleggia lo spettro del default e dell’enorme debito che il paese non riesce ad onorare.</p>



<p>L’Argentina è debitrice di 19 miliardi di dollari al FMI – residuo di un debito contratto dall’ex presidente Macrì nel 2018 &#8211; ed è impegnata nelle difficili trattative per la ristrutturazione di questo debito. L’accordo a cui sta lavorando il ministro dell’economia Guzman è atteso entro marzo e dovrà passare da un voto parlamentare. Su questo fronte la coalizione di governo mostra cenni di spaccature tra il presidente Fernandez e l’ex presidente e attuale vice Cristina Fernandez de Kirchner, portatrice della linea dura nei confronti del FMI.</p>



<p>Nel paese l’inflazione raggiunge percentuali superiori al 50% mentre negli ultimi due anni si è assistito a un aumento della povertà, tornata ai livelli di quindici anni fa, prima che le politiche progressiste del Kirchnerismo abbattessero fame e indigenza. Subito dopo le primarie di settembre, il governo di Fernandez è intervenuto, nel tentativo di evitare la sconfitta elettorale, con l’aumento del salario minimo e con un rafforzamento delle politiche di welfare. Una riedizione lontana di quelle politiche socialiste portate avanti da Nestor e Cristina Kirchner- popolarissima e ancora amatissima dagli argentini che vedono in lei la nuova Evita Peron &#8211; e che agli inizi degli anni ‘2000 trasformarono il paese abbattendo analfabetismo e fame.</p>



<p>Ma mettere soldi nelle tasche degli argentini non è servito a ribaltare le previsioni e a riportare serenità in una colazione di governo che vede in Cristina Kirchner portatrice della leadership del kirchnerismo e forse del governo e che adesso, alla luce delle difficoltà di Alberto Fernandez potrebbe avere la forza per imporre la sua linea nel governo e andare alla resa dei conti interna. Intanto nell’opposizione, galvanizzata dal risultato delle elezioni di metà novembre, serpeggia ottimismo per le presidenziali del 2023, dove – secondo alcuni rumors – il candidato alla presidenza potrebbe essere il sindaco di Buenos Aires Horacio Rodriguez Larreta.</p>
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		<title>Elezioni israeliane: l&#8217;ennesimo stallo e il ruolo dei partiti arabi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Jessica Panigada]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 Apr 2021 10:38:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Grande Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Macroaree]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni]]></category>
		<category><![CDATA[israele]]></category>
		<category><![CDATA[palestina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le recenti elezioni israeliane non hanno prodotto alcun risultato concreto rispecchiando la profonda divisione del paese tra sostenitori&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Le recenti elezioni israeliane non hanno prodotto alcun risultato concreto rispecchiando la profonda divisione del paese tra sostenitori e oppositori del Primo Ministro <strong>Benjamin Netanyahu</strong>.</p>



<p>Il voto israeliano non è rivolto ai singoli candidati, quanto a liste di partito. <strong>I 130 seggi della Knesset</strong> sono assegnati sulla base della percentuale dei voti. Ad oggi, non è mai capitato che un singolo partito abbia raggiunto la maggioranza dei <strong>61 seggi</strong> necessari per la formazione di un governo, quindi si è sempre parlato di coalizione di governo. Questo significa che un candidato deve lavorare con i partner alleati o cercare di attirare a sé partiti contrari e marginali al fine di ottenere la maggioranza di 61 seggi.</p>



<p>Nonostante il <strong>Likud</strong>, partito del Primo Ministro Benjamin Netanyahu, sia senza ombra di dubbio il partito con più seggi, il conteggio finale dei voti rilasciato il <strong>25 marzo</strong> non ha portato nessuna coalizione alla vittoria parlamentare, lasciando il paese in una situazione di stallo politico che vede aumentare la possibilità di una quinta elezione in poco più di due anni.</p>



<figure class="wp-block-table"><table><tbody><tr><td><strong>PARTITI</strong>&nbsp;</td><td><strong>SEGGI</strong>&nbsp;</td></tr><tr><td><strong><em>Pro-Netanyahu</em></strong><strong><em>:</em></strong>&nbsp;</td><td><strong><em>52</em></strong>&nbsp;</td></tr><tr><td>Likud (destra)&nbsp;</td><td>30&nbsp;</td></tr><tr><td>Shas&nbsp;(ultraortodosso)&nbsp;</td><td>9&nbsp;</td></tr><tr><td>United Torah&nbsp;Judaism&nbsp;(ultraortodosso)&nbsp;</td><td>7&nbsp;</td></tr><tr><td>Sionismo religioso&nbsp;</td><td>6&nbsp;</td></tr><tr><td><strong><em>Anti-Netanyahu</em></strong><strong><em>:</em></strong>&nbsp;</td><td><strong><em>57</em></strong>&nbsp;</td></tr><tr><td>Yesh&nbsp;Atid&nbsp;(centrista)&nbsp;</td><td>17&nbsp;</td></tr><tr><td>Blue and White (centrista)&nbsp;</td><td>8&nbsp;</td></tr><tr><td>Yisrael&nbsp;Beitenu&nbsp;(destra secolare)&nbsp;</td><td>7&nbsp;</td></tr><tr><td>Labor&nbsp;(sinistra)&nbsp;</td><td>7&nbsp;</td></tr><tr><td>New Hope (destra)&nbsp;</td><td>6&nbsp;</td></tr><tr><td>Joint List (sinistra araba)&nbsp;</td><td>6&nbsp;</td></tr><tr><td>Meretz&nbsp;(sinistra)&nbsp;</td><td>6&nbsp;</td></tr><tr><td><strong><em>Non schierati</em></strong>&nbsp;</td><td><strong><em>11</em></strong>&nbsp;</td></tr><tr><td>Yamina (destra)&nbsp;</td><td>7&nbsp;</td></tr><tr><td>Raam&nbsp;(Islamisti&nbsp;arabi)&nbsp;</td><td>4&nbsp;</td></tr></tbody></table></figure>



<p>A questo punto, sarà l’ennesimo<strong> governo provvisorio</strong> ad assumere il potere fino al momento in cui una coalizione di maggioranza non verrà formata o fino a quando non verranno indette nuove elezioni.</p>



<p>Come si evince dai risultati finali rilasciati dalla commissione elettorale israeliana, due sono i partiti che non hanno preso una posizione: <strong>Yamina</strong>, un partito nazionalista che ha ottenuto 7 seggi ed è guidato da un ex consigliere di Netanyahu, e <strong>Ra’am</strong>, un partito arabo islamista con 4 seggi. Il premier Netanyahu può ancora tentare di corteggiare i partiti che non si sono schierati, tuttavia, le profonde divisioni presenti sia nei blocchi a favore che in quelli all’opposizione di Netanyahu potrebbero complicare il percorso per raggiungere la maggioranza.</p>



<p><em>&#8220;È chiaro che Netanyahu non ha la maggioranza per formare un governo sotto la sua guida. Ora è necessario agire per realizzare la possibilità di formare un governo per il cambiamento&#8221;</em> ha affermato <strong>Gideon Sa’ar</strong>, l’ex alleato del Primo Ministro che ora si trova all’opposizione alla guida del partito<strong> New Hope</strong>.</p>



<p>I sostenitori di Netanyahu sostengono sia un qualificato statista idoneo a guidare il paese e che la sua campagna elettorale si è concentrata sull’efficiente gestione del programma vaccinale anti-Covid 19 così come sugli accordi diplomatici raggiunti con quattro paesi arabi durante lo scorso anno. Per contro i suoi oppositori dichiarano, invece, che c’è stata molta confusione nella gestione della crisi dovuta al Covid-19 e che una persona così inaffidabile non dovrebbe essere alla guida del paese.</p>



<p>A questo punto il governo provvisorio ha <strong>sei settimane</strong> di tempo per costruire una maggioranza di 61 seggi basandosi su le varie fazioni che hanno ottenuto seggi alla Knesset. Nel caso in cui nessun partito riesca in questo lasso di tempo a formare un nuovo governo, la Knesset verrà sciolta e saranno indette <strong>nuove elezioni</strong> entro tre mesi.</p>



<p><strong>Lunedì 5 aprile</strong> sono iniziati i negoziati nei quali i partiti arabi giocheranno un ruolo fondamentale. Nonostante questi abbiano effettivamente perso il 33% delle loro forze con la scissione del partito Ra’am che si è staccato dalla <strong>Joint List</strong>, i risultati delle elezioni mostrano come la posizione che assumerà <strong>Ra’am</strong> sarà molto probabilmente determinante per il futuro del governo israeliano: da un lato al Premier Netanyahu non sarà sufficiente portare <strong>Yamina</strong> dalla sua parte raggiungendo gli eventuali 59 seggi, e dunque la scelta di Ra’am potrebbe fare la differenza. Dall’altro anche per il fronte anti-Netanyahu i quattro seggi di Ra’am sarebbero determinanti, portando la coalizione pro-cambiamento ai 61 seggi previsti per la formazione di un governo.</p>



<p>Questa nuova importanza dei <strong>partiti arabi</strong> potrebbe essere vista, tra qualche anno, come un momento rivoluzionario della storia politica israeliana in cui i partiti arabi sono legittimati come partner fondamentali di coalizione per il futuro. È un avvenimento con una carica semantica significativa per il paese perché è importante che una minoranza così consistente possa far sentire la sua voce e possa essere in grado di influenzare il modo in cui le risorse del paese vengono spese. Avere potere politico aumenterà la sensazione di sentirsi parte del paese.</p>



<p>Questi sono gli obbiettivi del leader di Ra’am, <strong>Mansour Abbas</strong> che intende rompere con le convenzioni e lavorare con qualsiasi governo israeliano al fine di assicurare agli arabi israeliani alloggio, buona istruzione, lavoro e sicurezza personale. Con questa scommessa Abbas ha deciso di staccarsi dalla Joint List concentrando gli sforzi per<strong> migliorare le vite degli arabi israeliani</strong>, e al momento, si trova ad essere corteggiato da entrambi i blocchi e a prendere una decisione che risulterà determinante.</p>
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		<title>Israele di nuovo al voto: quarte elezioni parlamentari in due anni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Jessica Panigada]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Mar 2021 12:48:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Grande Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Macroaree]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni]]></category>
		<category><![CDATA[israele]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Parlamento]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il 23 marzo 2021 Israele torna a votare. Si tratta del quarto round di elezioni in due anni.&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<h2 id="il-23-marzo-2021-israele-torna-a-votare-si-tratta-del-quarto-round-di-elezioni-in-due-anni" class="wp-block-heading">Il 23 marzo 2021 Israele torna a votare. Si tratta del quarto round di elezioni in due anni.</h2>



<p class="has-drop-cap">Il 2020 e gli <strong>Accordi di Abramo</strong> hanno segnato un cambio di rotta per gli sviluppi mediorientali dando inizio ad una distensione formale tra Israele e i <strong>paesi MENA</strong>. Tuttavia, con le elezioni di marzo per la nomina dei <strong>120 membri della Knesset</strong>, il Parlamento israeliano, si trovò per l’ennesima volta in una situazione di stallo, risolta infine con un governo di coalizione con primo ministro a rotazione:<strong> Benjamin Netanyahu</strong>, leader del partito Likud, per i primi 18 mesi e <strong>Benny Gantz</strong> per i successivi.</p>



<p>Nonostante l’accordo, tale rotazione non è avvenuta. Nell’<strong>autunno 2020</strong> il ministro della Difesa Gantz annunciò la formazione di una <strong>commissione d’inchiesta governativa</strong> con il fine di far luce sull’acquisto statale plurimiliardario di sottomarini dalla tedesca Thyssenkrupp, che pare coinvolga il primo ministro in persona. Questo fu il primo segnale di rottura nel fronte di governo che raggiunse il suo apice nel novembre 2020 quando si pose una questione di vecchia data: l’<strong>approvazione della legge di bilancio 2021-2022</strong>. La coalizione non sopravvisse a tali prove, ed il 22 dicembre venne respinto il voto per evitare lo scioglimento della Knesset con 49 voti contrari e 47 a favore. Il giorno seguente il Parlamento si sciolse e furono indette <strong>nuove elezioni</strong>.</p>



<p>Tra i temi centrali dell’attuale campagna elettorale rientrano certamente la <strong>pandemia di Covid-19</strong> e il <strong>processo di corruzione</strong> che coinvolge il premier uscente Netanyahu.</p>



<p>In gennaio 2021 <strong>Menchaem Lazar </strong>ha condotto un sondaggio per Panels Research su 522 intervistati con un margine di errore del 4,4%. I numeri indicano che potrebbe costituirsi una<strong> coalizione di governo senza Likud, Shas UTJ e la Joint List </strong>(cioè i partiti della destra radicale e ultraortodossi). Likud avrebbe 28 seggi, ma i partiti impegnati a sostenere il premier uscente non risulterebbero sufficienti per raggiungere la maggioranza parlamentare di 61 seggi.</p>



<p><strong>Naftali Bennett</strong>, leader del partito Yamina non ha escluso la possibilità di schierarsi a sostegno di Netanyahu. Tuttavia, al momento, anche gli 11 seggi di Yamina non risultano sufficienti per consentire la formazione di un governo.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><a href="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2021/03/image.png"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="642" height="346" src="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2021/03/image.png" alt="" class="wp-image-2388" srcset="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2021/03/image.png 642w, https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2021/03/image-300x162.png 300w" sizes="(max-width: 642px) 100vw, 642px" /></a></figure></div>



<p>Tale situazione ha peraltro determinato una <strong>rinnovata attenzione verso l’elettorato arabo</strong>, tendenza che senza dubbio rompe con le dinamiche elettorali classiche del passato. La possibilità del premier uscente di ottenere una maggioranza dipenderebbe soprattutto dalla possibilità che i partiti a lui contrari non riescano a raggiungere la soglia minima per entrare nella Knesset.</p>



<p>Secondo <strong>recenti sondaggi</strong>, tra i partiti certi di superare la soglia dei dieci seggi nessuno è di sinistra. Israele è stato governato per anni dalla sinistra producendo leader di spicco come David Ben Gurion, Ytzak Rabin e Shimon Peres ma non indica un primo ministro da vent’anni. Una <strong>ventata d’aria fresca</strong> è stata portata alla sinistra israeliana a fine gennaio 2021 quando il <strong>Partito Laburista </strong>ha eletto il suo nuovo leader con la speranza di risollevare le sorti del partito. La nuova leader è <strong>Merav Michaeli</strong>, membro della Knesset dal 2013. La sua figura carismatica emerse esponenzialmente in occasione della sua opposizione alla scelta del Partito Laburista di entrare a far parte di un governo di coalizione con il Likud e il partito Blu e Bianco. La Michaeli fu l’unica dei deputati del suo partito a rimanere nell’opposizione e ora che ha vinto le primarie con il 77% dei voti dovrà darsi da fare per dare nuova linfa al partito guadagnando consensi, tramite una campagna elettorale efficace, in un periodo decisamente limitato.</p>



<p>Frattanto le <strong>proteste degli israeliani contro il premier uscente Netanyahu</strong> raggiungono la ventinovesima settimana consecutiva. Il fulcro delle proteste ruota attorno al processo che lo accusa di frode, abuso d’ufficio e corruzione, che però è stato rimandato a causa del <strong>lockdown nazionale</strong>. A questo si aggiunge anche un malcontento derivante dalla gestione della pandemia di Covid-19. Nonostante un piano economico da 25 miliardi di dollari, il più imponente della storia israeliana, gravi ripercussioni hanno colpito l’economia di Israele, che registra una<strong> diminuzione del -6% del Pil nel 2020</strong> e un <strong>tasso di disoccupazione</strong> che si è assestato intorno al 15% a novembre, dopo aver raggiunto il picco massimo del 27% nella fase più acuta della pandemia.</p>



<p>Tali dinamiche hanno portato ad un <strong>indebolimento dello Stato</strong> e alla conseguente perdita di fiducia nelle istituzioni. Questa disfunzione all’interno del governo israeliano rappresenta una della più grandi minacce alla stabilità del Paese e alla sua situazione strategica. La pandemia di Covid-19 ha portato ad una crisi su più fronti, da quello sociale a quello economico e politico.</p>



<p>Tenendo in considerazione questi dati, difficilmente la prossima tornata elettorale produrrà un vincitore. La causa è da imputarsi alla mancata stabilità della maggioranza inserita in un contesto politico estremamente precario così come l’ascesa del nuovo partito <strong>New Hope</strong> di Gideon Sa’ar conferisce maggiore instabilità allo scenario. Inoltre, alla domanda su chi sia più adatto ad essere primo ministro tra Netanyahu e Gideon Sa’ar, il 43% ha risposto Netanyahu e il 42% Sa’ar: la differenza più piccola dall’inizio delle elezioni. L’unico punto certo al momento è l’affermazione della frammentata destra israeliana, salvo un miracolo della Michaeli. Tuttavia, la <strong>speranza più grande</strong> delle prossime elezioni del 23 marzo risiede nel superamento dello stallo attraverso vari compromessi che permettano il ritrovamento dell’armonia tra le varie fazioni.</p>
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		<title>Austria, una tornata elettorale storica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 Oct 2017 11:55:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[#Austria]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni]]></category>
		<category><![CDATA[nazionalismi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Paolo Bovio Le elezioni di domenica 15 ottobre in Austria sono state vinte con il 31,6% dai&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Di Paolo Bovio</em></p>
<p><strong>Le elezioni di domenica 15 ottobre in Austria sono state vinte con il 31,6% dai conservatori guidati dal brillante 31enne Sebastian Kurz</strong>, ex ministro degli Esteri, seguiti dai socialdemocratici del cancelliere uscente Christian Kern (26,9%) e dai populisti di destra della FPÖ di Heinz-Christian Strache (26%). Si può affermare che la tornata elettorale è stata storica. Per molti motivi.</p>
<p>PRIMATI<br />
<strong>Mai ÖVP ed FPÖ erano state così forti, insieme, a livello nazionale</strong>: le loro percentuali sommate danno 57,7%. E mai, di riflesso, la somma dei voti raccolti da socialdemocratici e verdi era stata così bassa: 30,6%. I verdi fanno segnare una serie di record negativi: prima volta in cui un partito rappresentato 31 anni in parlamento ne esce, prima volta che un partito perde due terzi dei propri elettori rispetto al voto precedente, prima volta che un partito si ferma così vicino alla soglia di sbarramento del 4%.</p>
<p>NEOFESCHIST<br />
<strong>I primati più rilevanti potrebbe conquistarli Sebastian Kurz. Com’è ormai noto, il 31enne ministro degli esteri uscente, capace di riportare i conservatori al successo elettorale, diventerebbe il Kanzler più giovane di sempre, nonché più giovane capo di governo in Europa e primo politico della generazione Millennial alla guida di un Paese occidentale.</strong> Del suo essere un Wunderkind e una sorta di predestinato, molto s’è già detto e scritto, così come dei paralleli con Macron e addirittura Renzi. Kurz è riuscito nell’operazione di conquistare lo storico Partito Popolare in un momento di dura crisi e tensioni interne, accentrare su di sé l’autorità, e rivoluzionarne l’immagine presentandosi – pur essendo lui uno tra i membri più longevi del governo uscente, e l’ÖVP al potere ininterrottamente dal 1987 – come una novità assoluta. E vincere. Una rottamazione compiuta, si potrebbe dire. Ma il vero capolavoro di Kurz è stato la capacità di lucrare politicamente su un determinante spostamento a destra dell’elettorato che non era stato lui a preparare, bensì i populisti della FPÖ. A Kurz è bastato, un’affermazione provocatoria dopo l’altra (sul Brennero, sul contrasto all’Islam politico, sull’Australia come modello di gestione dei rifugiati), spostare a destra la sua ÖVP, contemporaneamente mantenendo immagine e retorica da moderato, per passare all’incasso. Il giovane leader conservatore, insomma, ha vinto posizionandosi come interprete più presentabile, più affidabile e mainstream, delle istanze populiste. Armin Thürmer, fondatore del settimanale della sinistra radical viennese Falter, gli ha affibbiato il nomignolo di Neofeschist, un’etichetta che gioca sull’assonanza con “neofascista” e l’aggettivo fesch, slang austriaco per “figo”, “elegante”. Un possibile modello per gli altri leader conservatori in Europa, in erosione costante di consensi a favore delle forze più estremiste?</p>
<p>KANZLERMACHER<br />
<strong>Dopo aver conquistato 1,5 milioni di voti al primo turno delle presidenziali 2016 e aver mancato di poco una storica vittoria nel ballottaggio, tutti si aspettavano che il partito populista di Heinz-Christian Strache avrebbe fatto la parte del leone nelle elezioni legislative attese per l’autunno del 2018, scadenza naturale della legislatura.</strong> Le mosse di Kurz – che ha fatto convocare elezioni anticipate e sottratto consensi alla FPÖ spostando i conservatori a destra – hanno inizialmente colto di sorpresa il Partito delle Libertà, scopertosi in competizione là dove si supponeva in fuga solitaria. Ma vicende della campagna elettorale, con le ultime settimane caratterizzate dagli scandali del dirty campaigning (ci arriviamo) e dalle reciproche furiose accuse tra SPÖ ed ÖVP, hanno offerto a Strache un ottimo posizionamento: tanto più serio e affidabile quanto più i due ex partner della coalizione erano impegnati a litigare. La FPÖ, che ha aumentato ulteriormente i propri consensi (+5% rispetto al 2013), è finita terza, ma ha vinto perché sarà in ogni caso l’ago della bilancia nella formazione del nuovo governo. Kanzlermacher, come si dice in gergo, “creatore di cancelliere”. Tutto fa pensare a un’alleanza con i conservatori, ma Strache ha chiarito che ciò avverrà a condizioni precise, tra cui l’assegnazione a un esponente del suo partito (preferibilmente lui stesso) dell’incarico di Ministro dell’Interno. In caso contrario, il leader FPÖ potrebbe essere tentato da un accordo con i socialdemocratici: la distanza ideologica tra i due partiti è ampia, ma non incolmabile, come aveva sottolineato lo stesso Kern quando all’inizio del 2017 si cominciavano a ipotizzare gli scenari. In una coalizione di destra con i conservatori, o in un’edizione nazionale della strana alleanza rot-blau già sperimentata nel governo regionale del Burgenland, il partito populista è sicuro di fare parte del prossimo esecutivo.</p>
<p>DIRTY CAMPAIGNING<br />
<strong>Anche al candidato dei socialdemocratici Christian Kern andrà, suo malgrado, un primato: il cancellierato più breve della storia della Bundesrepublik Österreich, meno di un anno e mezzo.</strong> Ex amministratore delegato delle Ferrovie Austriache, messosi in luce per essere intervenuto con decisione nella crisi dei migranti dell’estate 2015 quando centinaia di migliaia di richiedenti asilo erano transitati dalla stazione centrale di Vienna, nel maggio 2016 Kern era stato chiamato a succedere a Werner Faymann, costretto alle dimissioni dopo la batosta subita dalla SPÖ al primo turno delle presidenziali. Aveva tentato di rilanciare l’azione di governo proponendo un ambizioso piano di riforme per mercato del lavoro, formazione, integrazione, sanità, il “Plan A für Österreich”; prontamente affossato, però, dai conservatori, decisi a non appoggiare proposte che avrebbero potuto avvantaggiare il nuovo cancelliere. Kern contava di avere come orizzonte l’autunno 2018 e come principale competitor la FPÖ di Strache, e per questo aveva fortemente voluto come consulente della comunicazione l’israeliano Tal Silberstein, specialista del negative campaigning. Il “cancelliere cool” (la definizione è ancora di Thürmer, per via degli eleganti completi slimfit preferiti da Kern) è stato perciò preso in contropiede dalle elezioni anticipate volute da Kurz. E quando è venuto fuori che Silberstein – poi finito in prigione in Israele con accuse di corruzione – aveva messo in piedi su Facebook due pagine fake per screditare il leader conservatore con contenuti antisemiti e complottisti, la candidatura di Kern ne è risultata danneggiata irreparabilmente. E l’espressione dirty campaigning è entrata nel lessico politico austriaco. Kern è almeno riuscito a riconfermare il risultato del 2013, aumentando lievemente i consensi, e ha promesso di continuare l’impegno per un’Austria “aperta al mondo, multiculturale e democratica”, dichiarando che il proprio obiettivo è “cambiare la cultura politica di questo Paese”. Il posizionamento sembra chiaro: i buoni, i difensori della società aperta e inclusiva contro la minaccia portata dalle destre, stanno da questa parte. Basterà a rilanciare i socialdemocratici, che probabilmente resteranno fuori dal governo per la prima volta in dieci anni?</p>
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		<title>Germania: Schulz, l’Spd e il “back to the roots”</title>
		<link>https://www.mondodem.it/554/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Apr 2017 10:04:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lo stato della sinistra]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Germania]]></category>
		<category><![CDATA[Martin Schulz]]></category>
		<category><![CDATA[Sinistra]]></category>
		<category><![CDATA[Spd]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Lo chiamano “Schulz-Hype”, l’incredibile vento di entusiasmo che sta portando il partito socialdemocratico tedesco (Spd) a traguardi, fino&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style="’text-align: justify’;"><strong>Lo chiamano “Schulz-Hype”, l’incredibile vento di entusiasmo</strong> che sta portando il partito socialdemocratico tedesco (Spd) a traguardi, fino a due mesi fa, impensabili. L’ex presidente del Parlamento europeo Martin Schulz e la sua marcia nelle fila dell’Spd verso le elezioni politiche di settembre stanno suscitando molto scalpore in Germania. Dopo aver toccato in gennaio il minimo storico (era dato al 20%), alcuni sondaggi indicano oggi l’Spd al 33%: una rimonta straordinaria che permette ora al partito socialdemocratico di essere in un testa a testa con l’unione avversaria, quella cristiano-democratica (Cdu-Csu) della cancelliera, anch’essa ferma al 33%. Altri sondaggi mostrano un risultato ancora più sorprendente: in caso di elezione diretta del cancelliere, il 50% dei tedeschi vorrebbe Schulz, solo il 34% Merkel. Che queste percentuali bastino a riportare cancelleria a guida Spd? Questa è la domanda più dibattuta al di là delle Alpi.</div>
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<strong>Gli elementi che spiegano questo exploit inaspettato sono riassumibili in tre punti.</strong> In primo luogo la carriera politica europea di Schulz e alcuni ritagli di vita personale lo rendono una personalità credibile, autentica e fanno di lui un candidato “nuovo”, non particolarmente legato all’Spd nazionale e poco coinvolto nei governi di Grande Coalizione. Oltre all’aspetto novità e alle note biografiche si aggiungono alcune difficoltà che da tempo rendono Merkel e l’unione Cdu-Csu vulnerabili. In Germania si denota una certa Merkel-Müdigkeit (“stanchezza nei confronti di Merkel”). Dopo tre cancellierati si percepisce come parte dell’opinione pubblica sia insoddisfatta del solito messaggio dell’unione: il mantra “avanti così”, versione moderna del “keine Experimente” (“nessun esperimento”) di Adenauer, sembra non essere più credibile poiché si scontra con due fattori importanti. Questa assenza di cambiamento fa apparire infatti l’unione di centrodestra vetusta rispetto ad un candidato “nuovo” e dinamico come Schulz. Questo slogan ricorda inoltre le divisioni che la “politica delle porte aperte” ha provocato in entrambi i partiti Cdu-Csu. Il terzo elemento che contraddistingue l’ascesa politica di Schulz e che peserà nei prossimi mesi è il fortissimo mandato che i delegati Spd gli hanno conferito il giorno della sua elezione a segretario e presidente del partito: con il 100% dei voti ha frantumato i precedenti record ottenuti da Kurt Schumacher che nel lontano 1948 prese il 99,71%, e dal carismatico Willy Brandt che nel 1966 ottenne il 99,36%. Anche quest’ultimo fattore permette di capire come Schulz sia visto dai suoi quasi come “salvatore”, anche in relazione a quello stagnante 20% che da mesi contrassegnava il partito.</div>
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<strong>Bastano questi fattori a far restare l’Spd sulla cresta dell’onda fino alle elezioni di settembre?</strong> Ovviamente no. Molto si giocherà sulla proposta politica che Schulz sarà in grado di offrire. Anche se si avrà un programma dettagliato solo da giugno, i temi della proposta politica dell’Spd si stanno lentamente delineando. Una maggiore attenzione ai giovani, la lotta alle disparità sociali, investimenti in cultura e istruzione, la parola fine alla Große Koalition sono parte della visione politica del socialdemocratico. A questi si aggiunge la volontà di rimettere in discussione l’Agenda 2010, il pacchetto di riforme del lavoro e della protezione sociale varato dal governo Schröder. Questo piano, che prevedeva per esempio un taglio al periodo del sussidio di disoccupazione, una diminuzione delle regole sui licenziamenti o l’introduzione di regole più stringenti per la copertura sanitaria, gli costò la rielezione e la perdita di un’ampia parte dell’elettorato di sinistra (dal 2003, anno di approvazione dell’Agenda, l’Spd ha perso dieci milioni di voti). L’obiettivo di Schulz è quello dunque di riconquistare molti di quei voti colpendo al cuore quelle riforme, e virando dunque a sinistra. Riconosciuti alcuni errori di quel pacchetto riformista, Schulz ha intenzione di correggere quest’ultimo al fine di ridurre le disparità sociali. I primi passi in questa direzione sono l’allungamento dei tempi dell’assegno di disoccupazione, una diminuzione radicale dei contratti a tempo per combattere la crescente precarietà giovanile e un supporto alle famiglie. Con quali fondi? Secondo “Mister 100%”, così è stato ribattezzato in patria, servendosi del generoso ammontare di surplus di bilancio.</div>
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<strong>Rimettendo al centro del dibattito temi come il welfare, l’equità e la dignità sociale,</strong> Schulz e la Spd dunque abbandonano la terza via blairiana per ritornare alla vecchia tradizione socialdemocratica. Questo ritorno al sociale e al bacino naturale del partito, questa “ri-tradizionalizzazione”, così come la chiama il politologo tedesco Gerd Mielke, incanala quindi le intenzioni politiche dell’Spd verso la riscoperta della sua identità. Se ormai si parla da tempo di crisi d’identità della sinistra europea (la disfatta olandese, un PS francese che rischia l’irrilevanza politica e una sinistra italiana alle prese con le lotte intestine di sempre), sembra che in Germania proprio un “back to the roots” possa essere la chiave non solo per scongiurare una crisi identitaria ma anche per ipotecare un ottimo risultato alle elezioni di settembre.</div>
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<strong>Tutto facile per l’Spd e Schulz? Affatto. Per prima cosa c’è da capire in che modo i socialdemocratici si relazioneranno con la sinistra di Linke.</strong> Nonostante le aperture a sinistra dell’Spd, i politici della Linke rimangono critici su molti punti del progetto di Schulz, ritenendolo troppo moderato e non sembrano disposti a voler fare accordi a livello nazionale con quest’ultimo. Lo scetticismo della Linke è in realtà dovuto anche all’assenza di un programma Spd chiaro ed articolato che, come detto, sarà presentato in giugno. Schulz dovrà inoltre prendere posizione sui dossier immigrazione, economia e politica estera; finora si è infatti espresso solo a grandi linee. Terzo fattore saranno le elezioni in due Land che avranno una forte influenza sull’andamento della campagna. Lo scorso weekend si è votato in Saarland, dove l’effetto Schulz non si è per nulla avvertito. La candidata Spd, pur guadagnando 6 punti rispetto ai sondaggi, non è andata oltre il 29,6% dei voti (-1% rispetto a cinque anni fa); la Cdu ha guadagnato invece 5,5% rispetto al 2012 attestandosi al 40,1%. La Linke si è confermata terza forza con il 12,9% (-3,2%) e l’Afd non è andata oltre il 6,2%. Ciò non permette ai due partiti di sinistra di poter formare una coalizione e si prevede quindi una riedizione della Grande Coalizione Cdu-Spd. Sconfitta questa per l’Spd? Sì, ma come afferma lo Spiegel online questa è una “vittoria ingannevole di Angela Merkel”. A maggio si terranno le elezioni in Schleswig-Holstein e, soprattutto, nella Renania Settentrionale-Vestfalia, Land più popoloso della Germania. I governatori uscenti Spd dei due Land sono dati per più che favoriti e una loro vittoria potrà dare una forte spinta alla campagna di Schulz. I risultati delle elezioni francesi (e italiane?) avranno, questo il quarto punto, un forte ascendente sulle elezioni tedesche e soprattutto se Le Pen vincerà le proprie. La crisi dei rifugiati e la loro gestione avevano portato la destra dell’Afd alla ribalta: solo un mese fa al 15%, oggi sotto il 10%. La vittoria di Le Pen e una nuova crisi in Grecia potrebbero spingere il partito nazionalista a percentuali migliori. C’è da capire poi se Merkel e l’unione cambieranno strategia, proponendo una vera alternativa alle proposte degli altri partiti. Infine giocheranno un ruolo decisivo le coalizioni post-elettorali. Qualora l’Spd vincesse, le opzioni sarebbero due: una coalizione Spd con i Verdi e la Linke o, nuovamente, una Große Koalition. Questa volta, però, a guida Schulz. La strada per la vittoria è ancora lunga. La speranza per l’Spd di governare il paese come partito di maggioranza sarà viva fino al giorno delle elezioni. Un 2017 entusiasmante per le forze progressiste tedesche? Sì.</div>
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<div style="’text-align: justify’;"><em>Luca Argenta</em></div>
<div style="’text-align: justify’;"><em>Collaboratore scientifico della Fondazione Friedrich-Ebert di Roma</em></div>
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		<title>Elezioni in Olanda tra sconfitte parziali e vittorie a metà</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 Mar 2017 17:29:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni]]></category>
		<category><![CDATA[Nazionalismo]]></category>
		<category><![CDATA[Olanda]]></category>
		<category><![CDATA[Populismo]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>È davvero una vittoria quella del Partito Popolare per la Libertà e la Democrazia, il VVD guidato dall’uscente Primo Ministro Rutte, che all’indomani delle elezioni in Olanda con 33 seggi, è diventato per la terza volta il primo partito olandese e possibilmente il leader del prossimo governo? E soprattutto, la sua è veramente una vittoria europea contro l’euroscetticismo? Non c’è una risposta chiara a queste domande. Quello che è ovvio è che nonostante la vittoria, il VVD ha registrato 8 seggi in meno rispetto al 2012. Invece, il suo principale sfidante, il Partito per la Libertà (PVV) &#8211; il partito euroscettico, nazionalista e xenofobo di Wilders &#8211; con i suoi 20 seggi, rimane sicuramente al secondo posto, ma ha visto un aumento della propria popolarità di ben 6 seggi.</p>
<p>Non si tratta quindi di un trionfo assoluto, ma della prima affermazione europea, seppur parziale, su quelle forze populiste che hanno condotto la Gran Bretagna nel caos della Brexit. In effetti, proprio la difficile situazione della Gran Bretagna, paese molto vicino all’Olanda, che tra le altre cose è stata tra i promotori della sua membership negli anni ‘70, può aver spinto i cittadini olandesi a prendere una decisione più oculata. Secondo quanto affermato dai numerosi media nazionali ed internazionali, in caso di vittoria di Wilders, l’UE avrebbe dovuto affrontare la possibilità di una Nexit, un’uscita dell’Olanda dall’Unione. Tuttavia, al di là del risultato elettorale, le ipotesi di una Nexit sono alquanto lontane. Sebbene il PVV abbia come secondo punto in programma l’uscita dell’Olanda dall’Unione e solo il 42% dei cittadini abbia un’idea positiva dell’UE, il 71% degli olandesi si sente europeo, non vuole uscire dall’eurozona e trova comunque vantaggioso per l’Olanda essere parte dell’Unione, che va però riformata.</p>
<p>Nonostante i dati, i fattori che hanno favorito il VVD non sono totalmente legati ad una retorica pro-europea, ma vanno anche ricercati altrove. Infatti, le elezioni nazionali si sono giocate anche su temi interni più che su dinamiche di politica estera ed europea. In primo luogo, nel suo scorso mandato, il Primo Ministro Rutte ha garantito uno sviluppo economico del paese, che nel 2017 registrerà una crescita del Pil del 2%, dato nettamente superiore alla media europea che si attesta attorno al 1,6%. L’Olanda ha anche notevolmente ridotto la disoccupazione, che si attesta attorno al 5,2% rispetto al 9,6% europeo e, nonostante i tagli al welfare perpetuati dal governo, è tra i paesi più felici su scala mondiale.</p>
<p>Inoltre, contrariamente da quanto ipotizzato da numerosi analisti, il recente scontro con la Turchia non ha favorito i partiti anti-establishment e islamofobi come ipotizzato. Al contrario, la risposta decisa alle provocazioni del governo di Erdogan da parte del Premier Rutte ha favorito il VVD, che ha dimostrato di poter far fronte a situazioni che minacciano la stabilità del paese. In questo frangente, nonostante la questione identitaria sia presente in Olanda come in altri paesi europei a fronte della globalizzazione, la risposta nazionalista di Wilders ha sicuramente garantito maggiori elettori al PVV, ma non abbastanza da permettergli di ottenere una vittoria. Infatti, al di là della questione identitaria, non sono l’immigrazione o l’islam per sé a destare preoccupazione agli occhi degli olandesi, ma la paura di perdere l’accesso ai servizi pubblici quale la sanità o l’educazione e il problema della sicurezza soprattutto a fronte degli attentati terroristici. Per questo motivo, anche se a tratti il Premier Rutte ha fatto dichiarazioni vagamente populiste, sostenendo che gli immigrati devono integrarsi oppure andarsene, sono state le azioni politiche portate avanti durante il suo governo, più che la retorica, a convincere gli olandesi a votare il VVD.</p>
<p>Inoltre, se le elezioni olandesi dimostrano qualcosa, è che è possibile avere risposte alternative al nazionalismo e al becero populismo. L’esempio lampante è la conquista da parte del partito dei Verdi di 14 seggi, rispetto ai 4 detenuti nel 2012. Vittoria, quest’ultima, che è avvenuta a discapito del Partito Laburista, che ha registrato solo 9 seggi, rispetto ai 39 del 2012. La disfatta del Partito Laburista è legata alla scelta di quest’ultimo di coalizzarsi nel 2012 con il governo di centro-destra liberale, che ha promosso tagli al welfare e politiche neoliberali. La perdita di un’identità politica lo ha delegittimato di fronte al proprio elettorato.</p>
<p>In conclusione, se le elezioni in Olanda possono dare una lezione agli altri paesi, specialmente in vista dei numerosi appuntamenti elettorali, è che nell’epoca della post-verità e delle fake news, i fatti contano più della retorica e sono l’unica arma dei partiti per combattere in maniera efficace il populismo.</p>
<p>Di Eleonora Poli</p>
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