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	<title>Europa Archivi &#8211; MondoDem</title>
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	<description>Laboratorio di Politica Internazionale</description>
	<lastBuildDate>Thu, 03 Jul 2025 10:54:17 +0000</lastBuildDate>
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	<title>Europa Archivi &#8211; MondoDem</title>
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		<title>Autonomia o dipendenza: la sfida strategica dell’Europa – Appunti sul Rapporto Draghi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Samuele Borrini]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Jul 2025 10:51:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[autonomia strategica]]></category>
		<category><![CDATA[draghi]]></category>
		<category><![CDATA[energia]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[tecnologica]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Questo articolo fa parte di una serie di approfondimenti tematici promossi da MondoDem sul “Rapporto Draghi” sul futuro della competitività&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/673494/">Autonomia o dipendenza: la sfida strategica dell’Europa – Appunti sul Rapporto Draghi</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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<p><em>Questo articolo fa parte di una serie di approfondimenti tematici promossi da MondoDem sul <strong>“Rapporto Draghi” sul futuro della competitività europea</strong>. Crediamo che, per affrontare davvero le sfide delineate nel Rapporto, sia necessario declinare le sue proposte in chiave progressista, tenendo insieme innovazione, giustizia sociale e sostenibilità. Per questo abbiamo scelto di analizzare alcuni dei nodi principali emersi dal lavoro di Draghi, offrendo spunti e proposte utili al dibattito pubblico e all’elaborazione politica di chi vuole costruire un’Europa più equa, innovativa e democratica.</em></p>



<p>Il Rapporto Draghi dedica ampio spazio alle vulnerabilità esterne dell’UE, concentrandosi in particolare sulle materie prime critiche e sui semiconduttori, quali elementi essenziali per il futuro dell’industria europea.</p>



<p>Nel suo documento, Draghi connette i valori fondamentali dell’Unione Europea alla crescita e alla produttività. Ritiene infatti cruciale che l’UE sia in grado di fornire ai cittadini prosperità, libertà, pace, democrazia, giustizia e sostenibilità; valori che non possono essere sacrificati. L’unico modo per preservarli, secondo Draghi, è rendere l’Europa radicalmente più produttiva e autonoma, riducendone le vulnerabilità e il rischio di ricatti economici.</p>



<p>La crisi con la Russia ha evidenziato le forti dipendenze dell’Europa da attori esterni in settori strategici, in particolare in termini di risorse naturali. Sebbene i prezzi dell’energia siano diminuiti notevolmente rispetto al 2022, le imprese europee continuano a pagare l’elettricità da due a tre volte più cara rispetto agli Stati Uniti e i prezzi del gas naturale da quattro a cinque volte superiori.</p>



<p>Le materie prime critiche sono fondamentali per la transizione ecologica e digitale dell’UE, ma la loro crescente domanda globale sta ponendo nuove sfide. L’approvvigionamento è scarsamente diversificato e altamente dipendente da pochi fornitori. Per fare qualche esempio, litio, cobalto e nichel sono indispensabili per la produzione di batterie, mentre il gallio è essenziale per i semiconduttori. Materiali come il titanio e il tungsteno sono invece cruciali per il settore della difesa e dell’aerospazio. Un semplice smartphone, ad esempio, può contenere fino a 50 metalli diversi.</p>



<p>Nei prossimi anni, la domanda di questi materiali aumenterà significativamente: secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia (AIE), entro il 2040 il fabbisogno di minerali per le tecnologie pulite potrebbe crescere da quattro a sei volte. Questo trend potrebbe generare nuove dipendenze e rendere più costoso o difficile per l’UE progredire nei suoi obiettivi strategici.</p>



<p>In alcuni casi, la dipendenza è estrema: la Cina detiene una posizione predominante nell&#8217;estrazione globale delle terre rare, con il 68% della produzione, mentre controlla il 70% della produzione di grafite. Il 74% della produzione mondiale di cobalto è concentrato nella Repubblica Democratica del Congo, dove la Cina possiede 15 delle 19 miniere di rame e cobalto. Anche nel settore della raffinazione, la concentrazione è altissima: la Cina detiene la metà degli impianti chimici di litio, mentre l&#8217;Indonesia controlla quasi il 90% degli impianti di raffinazione globale del nichel.</p>



<p>La collusione potrebbe diventare una fonte di preoccupazione in futuro: sebbene non esista un&#8217;organizzazione di Paesi esportatori di materie prime critiche equivalente all&#8217;OPEC, la possibilità di un coordinamento tra i Paesi esportatori rappresenta un rischio significativo per l’UE. Circa il 40% delle importazioni europee proviene da un numero ristretto di fornitori, difficilmente sostituibili, e circa la metà di queste importazioni giunge da Paesi con cui l’Europa non è strategicamente allineata. Ciò espone l’Europa a ipotetici “arresti improvvisi” delle forniture, legati a tensioni geopolitiche.</p>



<p>La quota dell&#8217;UE contribuisce a meno del 7% della produzione globale della maggior parte delle materie prime critiche e, a differenza dei combustibili fossili, non solo dipende dalle importazioni, ma anche dalla lavorazione e raffinazione di questi materiali. Nel settore dei semiconduttori, la situazione è ancora più critica: tra il 75% e il 90% della capacità globale di produzione di wafer di silicio si trova in Asia.</p>



<p><strong>Per affrontare queste vulnerabilità, il rapporto propone un insieme di azioni strategiche, molte delle quali richiedono un impegno politico e finanziario coordinato a livello europeo:</strong></p>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>Diversificare le forniture</strong> attraverso nuovi accordi con Paesi produttori, sviluppando partenariati strategici (sull’esempio del Global Gateway) che includano investimenti in infrastrutture di estrazione e raffinazione nei Paesi partner, garanzie europee sugli investimenti e programmi di capacity building locali.</li>



<li><strong>Creare scorte strategiche comuni</strong> per rafforzare la sicurezza dell&#8217;approvvigionamento, tramite un meccanismo obbligatorio di stoccaggio a livello UE simile a quello già introdotto per il gas naturale.</li>



<li><strong>Semplificare e accelerare le procedure di autorizzazione</strong> per lo sviluppo di nuove miniere e impianti di raffinazione nell’UE, introducendo una “corsia preferenziale” per i progetti di interesse strategico europeo.</li>



<li><strong>Istituire una piattaforma di acquisto collettivo</strong> per negoziare migliori condizioni di fornitura, seguendo l’esperienza positiva della joint procurement dei vaccini durante la pandemia.</li>



<li><strong>Creare un Comitato europeo per le Materie Prime Critiche</strong>, incaricato di coordinare gli sforzi degli Stati membri, monitorare le catene di approvvigionamento e suggerire interventi rapidi in caso di interruzioni.</li>



<li><strong>Potenziare la ricerca e l’innovazione</strong> per sviluppare materiali alternativi, processi di riciclo avanzati e tecnologie di produzione meno dipendenti da materie prime critiche, finanziando questi progetti nell’ambito di Horizon Europe e creando un fondo dedicato per l’innovazione nelle catene di valore strategiche.</li>



<li><strong>Sviluppare strumenti finanziari europei</strong> per sostenere l’intera catena del valore: un fondo di investimento pubblico-privato per stimolare la capacità produttiva, abbinato a incentivi fiscali per le imprese che sviluppano soluzioni resilienti e sostenibili.</li>
</ul>



<p>Secondo Draghi, l’unica condizione per attuare queste strategie con successo è che l’UE agisca in modo unito e coordinato, sfruttando il proprio peso economico come leva nei mercati internazionali.</p>
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		<title>Il Piano Draghi e la sfida delle competenze, tra sostegno alla formazione e protezione dei lavoratori &#8211; Appunti sul Rapporto Draghi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Riccarda Lopetuso]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 20 Jun 2025 08:03:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[draghi]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Questo articolo fa parte di una serie di approfondimenti tematici promossi da MondoDem sul “Rapporto Draghi” sul futuro della competitività&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/673490/">Il Piano Draghi e la sfida delle competenze, tra sostegno alla formazione e protezione dei lavoratori &#8211; Appunti sul Rapporto Draghi</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>Questo articolo fa parte di una serie di approfondimenti tematici promossi da MondoDem sul <strong>“Rapporto Draghi” sul futuro della competitività europea</strong>. Crediamo che, per affrontare davvero le sfide delineate nel Rapporto, sia necessario declinare le sue proposte in chiave progressista, tenendo insieme innovazione, giustizia sociale e sostenibilità. Per questo abbiamo scelto di analizzare alcuni dei nodi principali emersi dal lavoro di Draghi, offrendo spunti e proposte utili al dibattito pubblico e all’elaborazione politica di chi vuole costruire un’Europa più equa, innovativa e democratica.</em></p>



<p>L’Europa ha davanti a sé sfide complesse legate all’invecchiamento della popolazione e conseguente diminuzione della forza lavoro, alla carenza di professionalità legate alla transizione digitale e alla rivoluzione legata all’AI.</p>



<p>Il cambiamento strutturale del mercato del lavoro &#8211; con l’aumento dei lavoratori inquadrati nella Gig economy e la perdita di alcuni posti di lavoro connessi alla transizione ecologica e all’AI &#8211;&nbsp; pone un serio&nbsp; problema di protezione sociale e di garanzia dei diritti dei lavoratori.</p>



<p>È quanto emerge anche dal Rapporto Draghi sulla competitività europea che, concentrato in 5 punti chiave per l’Europa di domani, vede proprio al primo punto il tema relativo alle competenze e alla coesione.</p>



<p>Un tema &#8211; quello della competitività europea &#8211; posto al centro della seconda Commissione Vor Der Leyen e che necessità di riforme economiche e strutturali in seno all’architettura europea.</p>



<p>Per rilanciare l’economia europea l’ex presidente della BCE indica alcune soluzioni da implementare ed individua il divario di competenze tra UE, Usa&nbsp; e Cina come uno dei principali ostacoli all’aumento della competitività del vecchio continente in un contesto geopolitico complesso e frammentato.</p>



<p>Un’Europa che inoltre dovrà affrontare una pesante diminuzione della forza lavoro, destinata a ridursi di 2 milioni all’anno entro il 2040, a cui è da aggiungersi un aumento dei pensionati e un pesante deficit di competenze legate ai settori che trascineranno l’economia europea, la transizione green e lo sviluppo dell’intelligenza artificiale.</p>



<p>Già attualmente molte imprese non riescono a trovare professionalità adeguatamente formate a causa di sistemi scolastici, universitari e di formazione professionale che non hanno ancora aggiornato i loro piani didattici al fabbisogno di competenze, con il risultato paradossale di un elevatissima disoccupazione &#8211; specie per gli under 30 i cosiddetti NEET &#8211; e di una domanda di lavoro che non riesce ad essere colmata. Il risultato sono aziende europee che non trovano personale formato specie nei settori legati al green e digitale.</p>



<p>Problema atavico del mercato del lavoro europeo è la difficoltà di implementare adeguate politiche attive che siano efficienti nella riqualificazione dei lavoratori per garantire loro un futuro lavorativo anche dopo la perdita del loro posto di lavoro, rischio concreto soprattutto nei settori legati a AI.</p>



<p>Attualmente, come rileva il report Draghi, la coesione è sostanzialmente garantita da robusti sistemi sociali e sanitari che assicurano ai cittadini europei sanità gratuita, istruzione, protezione sociale in caso di malattia, disoccupazione e inabilità al lavoro.</p>



<p>Quali possono essere le soluzioni da proporre &#8211; specie dal punto di vista progressista e riformista &#8211; implementare le preziose raccomandazioni dell’ex premier Mario Draghi?</p>



<p>Compito di queste forze politiche è da sempre sostenere la crescita garantendo i diritti sociali, già assicurati agli europei dallo Stato sociale europeo.</p>



<p>Primariamente, occorre rafforzare la protezione e i diritti per tutti i lavoratori, su tutti gli impiegati nella&nbsp; gig economy (lavoratori delle piattaforme), un settore che nel 2025 impiegherà in tutta Europa 43 milioni di lavoratori. Di questo tema critico si è occupata la Direttiva sui lavoratori delle piattaforme, approvata dopo un percorso durato anni e pieno di ostacoli.</p>



<p>La direttiva prevede divieti all’uso dell’algoritmo nella scelta di curriculum e criteri stringenti che garantiscano diritti a questi lavoratori che a tutti gli effetti sono lavoratori subordinati ma che sono attualmente considerati autonomi.</p>



<p>Auspicabile è che tutti gli stati membri si impegnino a recepire questa direttiva in tempi rapidi e che i partiti delle famiglie politiche più vicine alla tutela dei diritti sociali si attivino per accelerare questo processo.</p>



<p>Altra raccomandazione auspicabile, tesa a garantire protezione ai lavoratori che potrebbero perdere il lavoro, nonché di sostegno alle finanze pubbliche, sarebbe quella di rendere strutturale Sure, lo strumento usato durante il periodo pandemico che ha garantito sostegno al reddito a dipendenti e lavoratori autonomi attraverso prestiti agevolati agli stati membri finanziati con il debito comune europeo.</p>



<p>Ma come già detto il problema che più di ogni altri attanaglierà l’economia europea sarà il deficit di competenze nel settore dell’AI, delle nuove tecnologie e nella transizione verde.</p>



<p>Servirà tempo per formare queste professionalità e il treno della competitività non può aspettare.</p>



<p>Primariamente sarebbe indicato reindirizzare, attraverso specifici programmi europei finanziati con i fondi della politica regionale,&nbsp; i disoccupati e i percettori di ammortizzatori sociali verso programmi formativi specifici e magari esportare anche nel resto d’Europa il sistema ITS italiano che garantisce percorsi altamente professionalizzanti ascoltando il fabbisogno specifico delle imprese. Fondamentale resta garantire la coesione sociale, rendendo agevole l’ingresso nel mondo del lavoro alle donne &#8211; specie nei territori a rischio esclusione &#8211; con adeguati strumenti di aiuto alle lavoratrici madri potenziando il welfare ed estendendo esempi virtuosi di welfare aziendale.</p>



<p>Una possibile soluzione potrebbe inoltre essere quella di allargare la platea di alcuni programmi europei quali la Youth Guarantee, estendendola ai maggiori di 30 anni e prevedendo programmi specifici per le donne maggiormente escluse dal mondo del lavoro, colmando quel gap culturale che vede le donne ancora poco inclini a scegliere materie connesse alle nuove tecnologie.</p>



<p>Un rilancio della competitività che tuttavia non deve registrare un aumento delle diseguaglianze. Per questo servirà garantire e irrobustire lo Stato sociale europeo e i sistemi di welfare.</p>



<p>Ruolo dei partiti progressisti delle famiglie europee sarà quello di vigilare su questo processo. Avendo come stella polare la tutela dei diritti sociali ma senza trascurare la crescita e il progresso economico.</p>
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		<title>La riforma della Governance Europea nel Piano Draghi: una prospettiva progressista &#8211; Appunti sul Rapporto Draghi</title>
		<link>https://www.mondodem.it/673485/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Lucilla Troiano]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 Jun 2025 12:13:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Governance]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Rapporto Draghi]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Questo articolo fa parte di una serie di approfondimenti tematici promossi da&#160;MondoDem&#160;sul&#160;“Rapporto Draghi” sul futuro della competitività europea.&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/673485/">La riforma della Governance Europea nel Piano Draghi: una prospettiva progressista &#8211; Appunti sul Rapporto Draghi</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>Questo articolo fa parte di una serie di approfondimenti tematici promossi da&nbsp;MondoDem&nbsp;sul&nbsp;<strong>“Rapporto Draghi” sul futuro della competitività europea</strong>. Crediamo che, per affrontare davvero le sfide delineate nel Rapporto, sia necessario declinare le sue proposte in chiave progressista, tenendo insieme innovazione, giustizia sociale e sostenibilità. Per questo abbiamo scelto di analizzare alcuni dei nodi principali emersi dal lavoro di Draghi, offrendo spunti e proposte utili al dibattito pubblico e all’elaborazione politica di chi vuole costruire un’Europa più equa, innovativa e democratica.</em><br></p>



<p>Il rapporto Draghi, che tra gli altri, si pone l’obiettivo di migliorare la competitività economica e la capacità decisionale dell&#8217;UE attraverso un quadro di coordinamento strategico, il <em><a href="https://www.europarl.europa.eu/RegData/etudes/STUD/2024/747838/IPOL_STU(2024)747838_EN.pdf">Competitiveness coordination framework</a></em> rappresenta l’occasione di una riflessione cruciale sulla necessità di riformare la governance dell&#8217;UE.</p>



<p>Uno dei punti centrali del Rapporto è espresso dalla volontà di introdurre il&nbsp; voto a maggioranza qualificata nel Consiglio dell&#8217;UE, per ridurre l’impasse decisionale causato dall&#8217;attuale esigenza di unanimità. Tale&nbsp; cambiamento potrebbe impattare&nbsp; particolarmente&nbsp; settori strategici come la politica economica e industriale, troppo spesso frenati e condizionati dall&#8217;attuale sistema che a volte rallenta le risposte di Bruxelles a problematiche urgenti. Il Rapporto raccomanda, inoltre,&nbsp; di rafforzare il&nbsp; principio di sussidiarietà, che garantirebbe l&#8217;intervento dell&#8217;UE solo laddove potrebbe&nbsp; realmente apportare un valore aggiunto rispetto all’azione degli Stati membri.&nbsp;</p>



<p>Sebbene le proposte contenute nel Rapporto Draghi rappresentino un contributo utile e costruttivo al dibattito sul futuro dell’Europa, un’analisi più approfondita evidenzia una lacuna significativa: il tema della democratizzazione della governance europea non viene affrontato in modo sufficiente. Il rafforzamento della governance economica e finanziaria, pur essenziale, rischia di rimanere incompleto se non accompagnato da misure che garantiscano una maggiore partecipazione democratica e una più solida legittimazione politica delle istituzioni europee. Senza un equilibrio tra efficienza tecnica e rappresentanza democratica, il rischio è quello di alimentare il distacco dei cittadini dal progetto europeo, anziché favorire un’Unione più coesa e inclusiva. Il futuro dell’Unione Europea non può essere ridotto a una mera questione di efficienza: deve invece fondarsi su un progetto che sia inclusivo e sociale. Per rispondere in modo efficace alle sfide presenti e future, è fondamentale ampliare questa visione attraverso proposte progressiste che promuovano una maggiore inclusione sociale, una trasparenza più profonda e una democratizzazione concreta della governance europea.</p>



<p>Da una prospettiva progressista, la riforma della governance europea non può prescindere da&nbsp;<a href="https://feps-europe.eu/publication/eu-treaties-why-they-need-targeted-changes/">una revisione dei trattati</a>, che abbia come obiettivo centrale un processo di maggiore&nbsp;<strong>democratizzazione dei meccanismi decisionali dell’Unione</strong>. Un primo passo in tal senso,&nbsp; potrebbe essere rappresentato dall&#8217;implementazione di occasioni&nbsp; di partecipazione diretta dei cittadini nei processi decisionali: strumenti come assemblee civiche e consultazioni pubbliche digitali possono ampliare la partecipazione e garantire maggiore trasparenza, migliorando la<strong>&nbsp;legittimità democratica</strong>&nbsp;dell&#8217;UE, avvicinando i cittadini alle istituzioni europee. È essenziale creare uno spazio in cui i cittadini possano non solo esprimere opinioni, ma contribuire attivamente alla costruzione delle politiche comunitarie. Ciò&nbsp; rappresenterebbe un passo decisivo verso la costruzione di un&#8217;Unione più equa e inclusiva, in grado di dare voce a tutte le sue componenti sociali.</p>



<p>Nel contesto delle riforme proposte, un aspetto di grande rilevanza deve essere quello relativo all&#8217;inclusione di gruppi sociali spesso marginalizzati nei processi decisionali. Minoranze etniche, giovani e cittadini provenienti da regioni svantaggiate sono spesso esclusi dalle dinamiche politiche europee, e ciò favorisce un generale senso di disaffezione verso le istituzioni comunitarie. Promuovere una maggiore partecipazione di questi gruppi contribuirebbe a migliorare&nbsp; la&nbsp;<strong>coesione sociale</strong>&nbsp;all&#8217;interno dell&#8217;Unione, rafforzando il sostegno popolare per le politiche europee. Il loro coinvolgimento non solo consoliderebbe la democrazia europea, ma favorirebbe anche la costruzione di un consenso più ampio e inclusivo intorno alle decisioni dell’UE. Questo, a sua volta, contribuirebbe a rendere l’Unione non solo più resiliente sul piano interno, ma anche più competitiva e autorevole sulla scena internazionale, capace di affrontare le sfide globali con maggiore unità e forza.</p>



<p>A tal fine,&nbsp;<strong>rafforzare il ruolo del Parlamento Europeo</strong>&nbsp;è una delle chiavi per costruire un&#8217;Unione più democratica. Estendere la procedura legislativa ordinaria a nuove aree di competenza – come le politiche sociali e la lotta alla corruzione – garantirebbe un processo decisionale più trasparente e inclusivo. Il Parlamento, essendo l’unica istituzione dell’UE direttamente eletta dai cittadini, deve avere un ruolo centrale nelle decisioni che riguardano il futuro dell&#8217;Unione. Una riforma dei suoi poteri e delle sue prerogative, rappresenterebbe una svolta verso una maggiore<strong>&nbsp;responsabilizzazione delle istituzioni comunitarie</strong>, contribuendo a rafforzare il legame di fiducia tra i cittadini e l’UE.</p>



<p>Accanto alla riforma delle istituzioni democratiche, è indispensabile rafforzare il “pilastro sociale” all&#8217;interno della governance dell&#8217;UE. La promozione di una convergenza economica e sociale tra gli Stati membri richiede una gestione condivisa in settori chiave come la protezione sociale e il mercato del lavoro. L&#8217;introduzione di diritti europei più robusti, come la tutela digitale e il sostegno all&#8217;occupazione, potrebbe svolgere un ruolo cruciale nel ridurre le disuguaglianze e nel costruire un’Unione più equa e inclusiva. Questo pilastro sociale non dovrebbe limitarsi a rispondere alle disuguaglianze già esistenti, ma configurarsi come una visione lungimirante, che ponga i diritti e il benessere delle persone al centro delle politiche europee e della sua governance.</p>



<p>Un altro tema centrale per una riforma in chiave progressista della governance europea è la questione dell’autonomia&nbsp;<strong>strategica</strong>..&nbsp; L’UE deve essere in grado di agire autonomamente in settori cruciali come la sicurezza energetica, la difesa e la transizione ecologica: parlare di auotonomia europea non significa isolarsi, ma piuttosto sviluppare le capacità necessarie per rispondere alle sfide globali, riducendo al contempo le dipendenze esterne. In questo contesto, l’autonomia strategica non dovrebbe essere interpretata come una forma di protezionismo, ma come uno strumento per garantire la sostenibilità e la resilienza dell’Unione di fronte alle crisi globali.&nbsp;</p>



<p>La giustizia climatica costituisce un ulteriore elemento fondamentale in questa visione. La transizione verso un&#8217;economia verde non deve limitarsi a un obiettivo ambientale, ma deve diventare il motore di una crescita inclusiva, capace di ridurre le disuguaglianze sociali e territoriali. In una governance europea rinnovata, la sostenibilità dovrebbe occupare una posizione centrale, orientando le politiche verso una competitività equilibrata, che sia al tempo stesso rispettosa dei limiti ambientali e promotrice di un futuro più equo e resiliente.&nbsp; Il cambiamento climatico è una delle sfide più urgenti che l&#8217;Unione si trova ad affrontare e la sua gestione non può essere lasciata esclusivamente agli Stati membri: per questo motivo è fondamentale che la lotta al cambiamento climatico diventi una competenza condivisa dell&#8217;UE, con l&#8217;adozione di leggi più rigorose e vincolanti per garantire che l&#8217;Unione mantenga i propri impegni internazionali.&nbsp;</p>



<p>Tutti questi aspetti devono essere integrati all’interno di un nuovo quadro di governance che tenga conto di una visione di&nbsp;<a href="https://feps-europe.eu/wp-content/uploads/2024/10/PB-Cohesion-Policy-DIGITAL-v2.pdf">coesione territoriale</a>. Colmare il divario competitivo tra le diverse aree geografiche è un obiettivo cruciale per garantire una crescita sostenibile e inclusiva in tutta l&#8217;Unione. Incentivare progetti di innovazione verde e digitale nelle regioni meno sviluppate, al fine di ridurre il divario competitivo tra le diverse aree dell&#8217;UE, e adottare un sistema di governance che promuova la coesione sociale e territoriale attraverso politiche industriali mirate, aiuterebbe a bilanciare le esigenze di decarbonizzazione e autonomia strategica con la necessità di sviluppare capacità economiche regionali. Ciò sarebbe fondamentale per favorire una coesione che, a sua volta, potenzierebbe la competitività complessiva dell’Unione.</p>



<p>In questo contesto, un&#8217;espansione delle politiche basate sul luogo (place-based policies) nella governance europea rappresenterebbe una leva determinante per assicurare che tutte le regioni contribuiscano in modo equo alla competitività dell’UE, riducendo il rischio di amplificare le disuguaglianze interne.</p>



<p>Un’Unione Europea che ambisce a essere competitiva e giusta deve mettere al centro una governance trasparente, inclusiva ed equa. Una competitività che non ponga il benessere del cittadino al suo cuore non sarà in grado di affrontare con successo le sfide globali. Per una visione progressista, è essenziale garantire una crescita sostenibile e maggiore giustizia sociale per tutti i cittadini europei; in caso contrario, l’UE perderà l’opportunità di un rilancio significativo, compromettendo i suoi valori fondativi.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/673485/">La riforma della Governance Europea nel Piano Draghi: una prospettiva progressista &#8211; Appunti sul Rapporto Draghi</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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		<title>Capital Markets Union: prospettive per il mercato unico europeo &#8211; Appunti sul Rapporto Draghi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Benedetta Albano]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 30 May 2025 07:14:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[BCE]]></category>
		<category><![CDATA[investimenti]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[mercati finanziari]]></category>
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		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Questo articolo fa parte di una serie di approfondimenti tematici promossi da MondoDem sul “Rapporto Draghi” sul futuro della competitività europea.&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>Questo articolo fa parte di una serie di approfondimenti tematici promossi da MondoDem sul <strong>“Rapporto Draghi” sul futuro della competitività europea</strong>. Crediamo che, per affrontare davvero le sfide delineate nel Rapporto, sia necessario declinare le sue proposte in chiave progressista, tenendo insieme innovazione, giustizia sociale e sostenibilità. Per questo abbiamo scelto di analizzare alcuni dei nodi principali emersi dal lavoro di Draghi, offrendo spunti e proposte utili al dibattito pubblico e all’elaborazione politica di chi vuole costruire un’Europa più equa, innovativa e democratica.</em></p>



<p>Una delle proposte più ambiziose del piano Draghi riguarda il tema di maggiore integrazione dei mercati finanziari europei, che era già stato oggetto di proposte ad hoc della stessa Commissione negli ultimi anni, così come da parte della Banca Centrale Europea (BCE).</p>



<p>Nella sua analisi, Draghi riporta come uno dei principali ostacoli per la competitività dell&#8217;Unione Europea sia riconducibile alla frammentazione del settore finanziario, poichè limita la crescita degli investimenti privati. La questione finanziaria è particolarmente rilevante sia per la trasformazione dell&#8217;economia in chiave sostenibile sia per il finanziamento di progetti europei strategici, come la difesa comune.&nbsp;</p>



<p>Per raffrozare il mercato finanziario comune europeo e superare l&#8217;importante gap che l&#8217;Unione ha con partner commerciali come gli Stati Uniti, Draghi suggerisce proposte sia legislative che di riforma della governance.&nbsp;</p>



<p>Quelle più interessanti sono legate alla riforma dell&#8217;Autorità dei Mercati Europea (ESMA), la quale, secondo Draghi, dovrebbe avvicinarsi quanto più possibile al modello di governance della BCE e ispirarsi alla Securities and Exchange Commission (SEC) americana, per promuovere un mercato che sia veramente unico e non strettamente legato agli interessi nazionali; inoltre, il settore finanziario dovrebbe superare l&#8217;iper-regolamentazione che ha caratterizzato il mondo bancario post crisi del 2008, a partire dalla promozione di strumenti quali la cartolarizzazione, che al momento si trova sotto un controllo particolarmente stringente da parte del regolatore.</p>



<p>Draghi sottolinea inoltre l&#8217;importanza di promuovere la cosiddetta Banking Union, un progetto ancora&nbsp; incompiuto a causa della&nbsp; mancanza di accordi tra gli Stati Membri.Una possibile soluzione potrebbe essere l’istituzione di una giurisdizione &#8220;speciale&#8221; per quelle banche che operano prevalentemente a livello transfrontaliero, riconoscendole de facto come entità transnazionali, sia in termini di supervisione che di gestione.&nbsp;</p>



<p>Draghi immagina la Banking Union integrata in modo complementare dalla Capital Markets Union, favorendo così una maggiore&nbsp; coesione nel mondo finanziario europeo e ispirandosi all’attuale modello statunitense.: Questo approccio porterebbe a un sostanziale aumento della competitività dell&#8217;Unione, e la renderebbe più attraente per gli investimenti di capitali stranieri.&nbsp;</p>



<p>Oltre alle proposte legislative di carattere più tecnico, volte a supportare l&#8217;architettura dei mercati finanziari, Draghi delinea una visione di governance radicalmente diversa da quella attuale. Propone una nuova composizione del bilancio europeo, focalizzata sulle priorità strategiche dell&#8217;Unione, attraverso strumenti come il coinvolgimento della Banca Europea per gli Investimenti Inoltre, suggerisce l&#8217;introduzione di un asset liquido comune per finanziare progetti di investimento congiunto.&nbsp;</p>



<p>L&#8217;ispirazione è chiaramente il modello del Next Generation EU: secondo Draghi, uno strumento di debito comune europeo è indispensabile per sostenere le priorità politiche e strategiche dell&#8217;Unione. La sua emissione contribuirebbe, inoltre, ad aumentare la&nbsp; liquidità del mercato obbligazionario comune.&nbsp;</p>



<p>La riforma della governance emerge anche nella proposta di ridurre gli oneri amministrativi per le piccole e medio-imprese, facilitandone la crescita economica.&nbsp; A ciò si aggiunge la volontà di estendere il voto a maggioranza qualificata del Consiglio su un numero ampio di temi, compresi quelli i relativi ai mercati finanziari.&nbsp;</p>



<p>In conclusione, Draghi riporta in auge una delle proposte più ambiziose degli ultimi anni: la creazione di un mercato internazionale europeo realmente integrato, capace di servire le priorità politiche e strategiche dell&#8217;Unione.&nbsp; Un’idea che in passato si è arenata a causa delle resistenze fra gli Stati Membri, più inclini a proteggere i propri mercati nazionali rispetto al progetto comune europeo.</p>



<p>Una cosa è certa: la transizione green e digitale dell&#8217;economia, così come le sfide geopolitiche attuali, richiedono massicci investimenti finanziari ed economici che non possono basarsi esclusivamente sulle risorse pubbliche. Draghi riconosce questa esigenza e&nbsp; propone un nuovo assetto per l’architettura finanziaria europea, offrendo agli Stati Membri una visione di governance che sia una vera espressione di integrazione europea.</p>



<p></p>
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		<title>Scuola di Formazione di Politica Estera Europea 2025</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 May 2025 13:53:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Appuntamenti]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[FES Italy]]></category>
		<category><![CDATA[Politica Estera]]></category>
		<category><![CDATA[scuola di formazione]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dopo due edizioni di successo, la&#160;Scuola di Formazione di Politica Estera Europea,&#160;promossa da MondoDem e dalla&#160;Friedrich-Ebert-Stiftung Italia,&#160;torna e&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Dopo due edizioni di successo, la&nbsp;<strong>Scuola di Formazione di Politica Estera Europea,</strong>&nbsp;promossa da <strong>MondoDem</strong> e dalla&nbsp;<strong>Friedrich-Ebert-Stiftung Italia,</strong>&nbsp;torna e si rinnova: da appuntamento unico diventa un&nbsp;<strong>percorso formativo annuale</strong>, rivolto a giovani under 35 dall’Italia, dalla Germania e dal resto d’Europa.</p>



<p>L’obiettivo resta lo stesso: contribuire alla costruzione di una&nbsp;<strong>nuova generazione progressista europea</strong>, consapevole e competente, capace di comprendere le trasformazioni globali e di incidere nel dibattito pubblico.</p>



<p>Il nuovo formato – con momenti online e in presenza distribuiti lungo l’anno – offre più tempo per approfondire i temi chiave della politica internazionale, confrontarsi con esperti e coetanei, e costruire una rete transnazionale solida e attiva.&nbsp;Il coinvolgimento dei partecipanti non si limiterà agli appuntamenti della School: chi verrà selezionato e lo desidererà, potrà entrare a far parte di&nbsp;<strong>una community di alumni</strong>, con eventi dedicati, opportunità di networking e momenti di formazione.</p>



<p><strong>l programma della Scuola di Formazione 2025 si articola in quattro tappe:</strong></p>



<ol class="wp-block-list">
<li><strong>Primo evento online (giugno/luglio)</strong><br>Un incontro introduttivo dedicato ai <strong>rapporti transatlantici</strong>, per analizzare insieme le dinamiche tra Europa e Stati Uniti in un contesto geopolitico in rapida trasformazione.<br></li>



<li><strong>Secondo evento online (settembre/ottobre)</strong><br>Un approfondimento sull’<strong>agenda europea</strong>, con uno sguardo ai principali dossier politici, economici e istituzionali dell’Unione.</li>



<li><strong>Drink &amp; Think – evento informale in presenza (ottobre, Roma)</strong><br>Un’occasione conviviale per incontrarsi di persona prima della Scuola di Formazione: un momento di dialogo libero, conoscenza reciproca e confronto informale tra partecipanti, organizzatori e ospiti.<br></li>



<li><strong>Scuola di Formazione in presenza (novembre, Roma)</strong><br>Due giornate intense di&nbsp;<strong>formazione, dibattito e networking</strong>, nella sede della FES Italia, con esperti, decisori politici e giovani da tutta Europa, per discutere di politica estera e integrazione europea in ottica progressista.</li>
</ol>



<p>Vi aspettiamo!</p>



<p><em>N.B.&nbsp;Le candidature da persone di ogni identità di genere e provenienza geografica sono fortemente incoraggiate, con particolare attenzione alla partecipazione femminile e a una rappresentanza equa delle diverse realtà sociali e territoriali del Paese.</em></p>



<p><br>Le candidature sono aperte fino al<strong> 16 giugno 2025.</strong><br><br>Per inviare la candidatura&nbsp;<a href="https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLSfxXybuezT046UMcn8tn6aFRFXnP-HCeIR5zW92GBmmzu3r3A/viewform" target="_blank" rel="noreferrer noopener">clicca qu</a><a href="https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLSfxXybuezT046UMcn8tn6aFRFXnP-HCeIR5zW92GBmmzu3r3A/viewform?usp=dialog" target="_blank" rel="noreferrer noopener">i</a>.</p>



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		<title>Colmare il divario tecnologico senza che nessuno resti indietro &#8211; Appunti sul Rapporto Draghi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gregorio Staglianò]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 May 2025 07:35:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[draghi]]></category>
		<category><![CDATA[rapporto]]></category>
		<category><![CDATA[tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[transizione digitale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Questo articolo fa parte di una serie di approfondimenti tematici promossi da MondoDem sul &#8220;Rapporto Draghi&#8221; sul futuro della competitività europea.&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>Questo articolo fa parte di una serie di approfondimenti tematici promossi da MondoDem sul <strong>&#8220;Rapporto Draghi&#8221; sul futuro della competitività europea</strong>. Crediamo che, per affrontare davvero le sfide delineate nel Rapporto, sia necessario declinare le sue proposte in chiave progressista, tenendo insieme innovazione, giustizia sociale e sostenibilità. Per questo abbiamo scelto di analizzare alcuni dei nodi principali emersi dal lavoro di Draghi, offrendo spunti e proposte utili al dibattito pubblico e all’elaborazione politica di chi vuole costruire un’Europa più equa, innovativa e democratica.</em></p>



<p>Negli ultimi decenni, l&#8217;Europa ha mantenuto un ruolo di primo piano in settori industriali consolidati come l&#8217;automotive e il manifatturiero, sostenuta dall&#8217;aumento della produttività e della crescita demografica. Tuttavia, di fronte a un preoccupante inverno demografico e alla stagnazione dell&#8217;innovazione industriale, la sua corsa verso la produttività sta rallentando, in particolare rispetto agli Stati Uniti e alla Cina. Guardando più a fondo, come evidenzia il Rapporto, il vero motore di questo crescente divario nella produttività tra l’UE e altre economie avanzate è stato il settore tecnologico, ambito in cui l’Europa rischia di perdere slancio in modo definitivo.</p>



<p>Fin dai primi sviluppi di Internet, l&#8217;Europa ha faticato a cogliere le potenzialità economiche della rivoluzione digitale, limitandosi spesso ad adattarsi anziché guidare. Mentre negli Stati Uniti nascevano giganti tecnologici e l’economia digitale prendeva piede, l’Europa sembrava incapace di riconoscere la portata storica di questa trasformazione. Ora, con l’alba di nuove tecnologie come l’intelligenza artificiale (IA), l’Internet of Things (IoT), la blockchain e l&#8217;informatica quantistica, l&#8217;UE rischia di ripetere lo stesso errore. Un segnale allarmante è il fatto, per esempio, che nessuna delle dieci aziende che investono maggiormente nel settore quantistico ha sede in Europa.</p>



<p>Stati Uniti e Cina oggi dominano e si contendono la supremazia nel settore tecnologico, cruciale per il futuro dell’economia globale, mentre l’Europa continua a perdere competitività. Per alcuni segmenti digitali, come sottolinea il Rapporto, l&#8217;opportunità di leadership sembra ormai sfumata; tuttavia, esistono ancora spazi in cui l&#8217;UE può capitalizzare su nuove ondate di innovazione, come quella dell’IA. Le implicazioni di questo approccio attendista non sono solo economiche, ma profondamente politiche: investire meno nel settore tecnologico implica una ridotta capacità di influenzare i rapporti di forza internazionali e, in ultima analisi, un ridimensionamento del ruolo dell&#8217;Europa come attore globale.</p>



<p>Il Rapporto Draghi lancia un messaggio forte e chiaro: l&#8217;Europa rischia di perdere il treno della Storia se non riconsidera a fondo le sue priorità strategiche, trovando la determinazione e il coraggio necessari per immaginare una strategia industriale che colmi il divario tecnologico con gli altri attori globali. Le forze di centro-sinistra, come il Partito Democratico, che hanno accolto con interesse le proposte dell&#8217;ex Presidente del Consiglio italiano, devono cogliere l&#8217;urgenza espressa nel Rapporto e tradurne i contenuti in proposte progressiste. Non è possibile immaginare una crescita industriale duratura senza valutarne l&#8217;impatto sociale, l&#8217;equità e la sostenibilità. L’Europa ha il dovere di puntare a un modello economico in cui innovazione tecnologica e benessere sociale non siano in conflitto, ma agiscano in sinergia per un progresso condiviso.</p>



<p><strong>Una transizione giusta verso l&#8217;innovazione tecnologica</strong></p>



<p>L’innovazione non dovrebbe lasciare indietro nessuno: per questo, accanto a investimenti in settori chiave come l&#8217;IA, i semiconduttori o il cloud computing, l&#8217;UE deve assicurarsi che i vantaggi di queste tecnologie siano diffusi a tutta la popolazione. Un “Fondo per l&#8217;Innovazione Inclusiva” potrebbe, ad esempio, sostenere le regioni e i settori più impattati dalla trasformazione digitale, aiutando le piccole imprese e i lavoratori a rimanere competitivi. Questo fondo dovrebbe finanziare la riqualificazione professionale dei lavoratori e l’accompagnamento delle imprese verso il digitale, specialmente nelle aree meno sviluppate.</p>



<p><strong>Una transizione omogena verso l’innovazione tecnologica</strong></p>



<p>Per promuovere la crescita delle imprese innovative, l&#8217;Europa deve provare a ridurre da un lato l’over-regulation al suo interno, e le frammentazioni normative tra i suoi Paesi membri, creando un mercato unico più omogeneo che consenta alle startup di crescere e competere senza ostacoli burocratici. È fondamentale però che questo avvenga in modo da proteggere i diritti dei lavoratori, garantendo condizioni lavorative adeguate.</p>



<p><strong>Una transizione verde verso l’innovazione tecnologica</strong></p>



<p>La produzione e la gestione di nuove tecnologie digitali – come i data center, le reti di telecomunicazioni e i semiconduttori – devono rispettare principi di sostenibilità ambientale. Per questo, l’Europa dovrebbe incentivare le imprese a sviluppare e adottare tecnologie a basse emissioni di carbonio, imponendo limiti chiari al consumo energetico nei settori tech e promuovendo un’economia circolare per ridurre al minimo i rifiuti tecnologici. Ciò garantirebbe che l’industria del futuro possa essere verde e sostenibile.</p>



<p><strong>Una transizione inclusiva verso l’innovazione tecnologica</strong></p>



<p>La transizione tecnologica e digitale può avere successo solo se accompagnata da investimenti in istruzione e formazione continua. Affinché nessuno resti indietro, l’UE dovrebbe trovare metodi e strumenti per formare tutti i cittadini europei, aiutandoli a sviluppare le competenze necessarie per partecipare all’economia del futuro. Ogni Stato membro dovrebbe includere nel proprio sistema educativo l’insegnamento delle digital skills di base, garantendo accesso gratuito e universale a corsi di aggiornamento professionale per coloro che lavorano in settori tradizionali.</p>



<p><strong>Una transizione sociale verso l’innovazione tecnologica</strong></p>



<p>L’espansione del settore tecnologico porterà con sé l&#8217;aumento di forme di lavoro atipico e digitale, spesso più precarie e meno tutelate. È fondamentale che l&#8217;Europa sviluppi un &#8220;welfare digitale&#8221; che protegga i lavoratori delle piattaforme digitali e di altre nuove forme di impiego. Ad esempio, la creazione di un sistema di assicurazione sociale europeo per i lavoratori digitali permetterebbe di garantire loro sicurezza economica e protezione in caso di disoccupazione, malattia o maternità, indipendentemente dal Paese in cui lavorano.</p>



<p>Insomma, l’Europa ha davanti a sé l’opportunità di creare un modello di sviluppo economico e industriale autonomo e inclusivo, che integri le esigenze della crescita tecnologica con la giustizia sociale e ambientale. Solo con un approccio integrato e attento alle persone sarà possibile costruire un futuro in cui l’Europa non sia semplicemente player di primo livello, ma un modello di progresso civile e sociale a livello globale.</p>
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		<title>Le quattro tesi putiniane sulla guerra in Ucraina: miti e realtà</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Michele Esposti Ongaro]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Mar 2025 16:27:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Russia e Asia centrale]]></category>
		<category><![CDATA[disinformazione]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Putin]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>
		<category><![CDATA[ucraina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Più di due anni fa, un articolo del Corriere della sera pubblicava una lista dei “putiniani d’Italia”, dando&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Più di due anni fa, un articolo del Corriere della sera pubblicava una lista dei “putiniani d’Italia<em>”</em>, dando l’impressione di volere creare liste di proscrizione. L’articolo rispecchiava una parallela denuncia della stampa tedesca contro i <em>Putinversteher</em>, “coloro che comprendono le ragioni di Putin”. Entrambi gli articoli commettevano l’errore di soffermarsi sulle persone, anziché sulle tesi. Perché di tesi “putiniane”, soprattutto sulle cause della guerra, ne esistono eccome e vanno riconosciute come tali. Ma cosa significa esattamente “putiniano” o “putinista”? Sono due termini che devono essere distinti e definiti sulla falsariga dei termini “marxista” e ”marxiano”. “Putinista” è una persona che sostiene ideologicamente Putin e giustifica l’invasione dell’Ucraina come una scelta obbligata. Non mancano i commentatori che sostengono tale opinione, ma si tratta di una minoranza. Il termine “putiniano”, al contrario, non dovrebbe riferirsi alle persone, ma ai modelli di argomentazione, esattamente come si fa con il termine “marxiano” (es. una categoria <em>marxiana</em>, la teoria <em>marxiana</em> del valore ecc.). Seguendo questa distinzione, possiamo affermare che, in Italia e altrove, il punto di vista “putiniano” sulla guerra sia ampiamente diffuso; chi lo adotta tende spesso a denunciare una presunta stampa “di regime” che li censurerebbe. Vi sono quattro principali tesi “putiniane” che riprendono fedelmente, anche inconsapevolmente, la narrativa del Cremlino. Ne esistono molte altre, ma queste sono le principali.</p>



<p>La prima tesi afferma che l’Ucraina sarebbe sempre stata una regione russa, e la sua creazione nel 1922 una concessione da parte di Lenin. È una tesi senza alcun fondamento storico, smentita da tutti i maggiori accademici internazionali.</p>



<p>La seconda tesi afferma che il cambio di regime del febbraio 2014 sarebbe stato un colpo di stato orchestrato dagli Stati Uniti, che avrebbero rovesciato un governo legittimamente eletto. Questa affermazione ignora il fatto che le proteste del 2013 nascevano da un diffuso desiderio di porre fine alla corruzione e di avvicinarsi all’Europa. Il criticabile intervento diplomatico americano e quello dei gruppi paramilitari fascisti si sono innestati solo in un secondo momento, dopo la repressione violenta dei manifestanti da parte della Berkut. Non solo: la deposizione di Yanukovich da parte del Parlamento, nonostante il parziale vizio di forma (votò per la deposizione del presidente il 73% dei parlamentari invece del 75% richiesto dalla Costituzione vigente, ma comunque il 100% di quelli presenti) non può essere chiamata “colpo di Stato”, soprattutto perché la forma e le istituzioni dello Stato non ne furono affette e nuove elezioni furono indette da lì a poco. Elezioni che furono dichiarate regolari dall’OSCE, organismo di cui fa parte anche la Russia. Si aggiunga che nella votazione per la destituzione del presidente, votarono a favore tutti i membri del Partito delle Regioni, a riprova che tutti erano concordi nel denunciare l’indegnità di Yanukovich.&nbsp;Si trattò dunque di un&nbsp;<em>cambio di regime&nbsp;</em>turbolento e ambiguo, ma non di un&nbsp;<em>colpo di Stato</em>.</p>



<p>La terza tesi, la più rilevante, afferma che la guerra civile del 2014 sarebbe stata iniziata dall’esercito e dai paramilitari ucraini, che avrebbero unilateralmente bombardato e massacrato per otto anni i civili del Donbass. In realtà, la prima mossa fu compiuta dai dai paramilitari filo-russi o addirittura russi: l’assedio e la conquista di Sloviansk da parte dei miliziani russi di Igor Strelkov avvenne prima dell’orribile massacro di Odessa del 2 maggio; l’assedio dell’aeroporto di Donetsk precedette la controffensiva ucraina del giugno 2014; l’uccisione dei 37 soldati ucraini a Zelenopillia l’11 luglio, provocata da missili sparati di là dal confine russo, precedette certamente la battaglia di Horlivka, nella quale fu l’aviazione ucraina a bombardare e a causare numerose vittime civili. Ad agosto 2014 i soldati russi, la Wagner, e i ceceni entrano ufficialmente nel conflitto, come testimoniato, per esempio dal tremendo massacro dei 400 regolari ucraini a Ilovaisk il 18 agosto 2014, che provocò uno shock immenso nell’opinione pubblica ucraina. Anche le forze ucraine, tra cui i discussi battaglioni Azov e Aidar, come documentato da Amnesty, commisero crimini contro la popolazione civile, ma la guerra del Dobass non fu mai una unilaterale aggressione ucraina contro civili infermi: si trattò piuttosto di una guerra sporca, fomentata e alimentata dalla Russia, o almeno dai suoi miliziani. Basti ricordare che Putin, dopo aver annesso la Crimea menzionò per la prima volta il concetto di&nbsp;<em>Novorussija&nbsp;</em>l’8 maggio 2014, o che i&nbsp;<em>Glazyev tapes</em>provavano il coinvolgimento russo nell’organizzazione della secessione già dai primissimi mesi del 2014.</p>



<p>La quarta tesi, propagata dal noto politologo americano John Mearsheimer (e copiata in Italia da tutta la pletora di sedicenti analisti <em>anti-mainstream</em>) asserisce che l’espansione verso est della NATO avrebbe costituito una minaccia esistenziale per la Russia. Si tratta di una tesi che si basa su tre tipologie di manipolazione linguistica, (la Nato <em>ha inglobato </em>i paesi dell’Est Europa, la Russia è stata <em>accerchiata </em>dalla Nato, l’occidentalizzazione<em> </em>dell’Ucraina costituisce una <em>minaccia esistenziale </em>per la Russia)<em> </em>e che, cosa più importante, è stata confutata da dati controfattuali: l’adesione della Finlandia e della Svezia alla Nato non ha provocato alcuna reazione militare da parte della Russia. La cosiddetta minaccia esistenziale non è altro che un pretesto per annettere un paese cui Putin nega identità e ragion d’essere.</p>



<p>Riconoscere le tesi putiniane per quello che sono è essenziale per un dibattito onesto. Il problema non è demonizzare chi le sostiene, ma smontarle con rigore e fatti. Troppe volte, nel discorso pubblico italiano e internazionale, si lascia spazio a narrazioni che ricalcano fedelmente la propaganda russa senza contestualizzazione critica. Distinguere tra &#8220;putiniani&#8221; e &#8220;putinisti&#8221; aiuta a spostare l&#8217;attenzione dalle persone alle idee, stimolando un confronto basato sulla realtà storica e non sulle etichette.</p>
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		<item>
		<title>UE e Indo-Pacifico: le Filippine al centro della strategia europea</title>
		<link>https://www.mondodem.it/673455/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Paola Lupi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Mar 2025 08:25:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Asia-Pacifico]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Filippine]]></category>
		<category><![CDATA[Indo-Pacifico]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ci sono due aspetti fondamentali da considerare nella situazione politica attuale delle Filippine. Il primo è che, sebbene&#8230;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Ci sono due aspetti fondamentali da considerare nella situazione politica attuale delle Filippine.</p>



<p>Il primo è che, sebbene le prossime elezioni presidenziali siano previste per il 2028, la campagna elettorale è già iniziata. Attualmente, il presidente è Ferdinand &#8220;Bongbong&#8221; Marcos Jr., mentre la vicepresidente è Sara Duterte, figlia dell’ex presidente Rodrigo Duterte. Tuttavia, con l&#8217;avvicinarsi delle elezioni di metà mandato, l’alleanza tra i due si sta incrinando. Gli occhi sono puntati sulla vicepresidente, che dopo il voto di metà mandato dovrà affrontare un possibile&nbsp;<a href="https://www.theguardian.com/world/2025/feb/06/sara-duterte-philippine-vice-president-impeached-over-allegations-including-plot-to-kill-president">impeachment</a>, al Senato. Questo passaggio sarà cruciale per determinare quale tra le due principali dinastie politiche del Paese – i Marcos e i Duterte – prevarrà sull’altra.&nbsp;</p>



<p>Il secondo aspetto riguarda la politica estera delle Filippine, in particolare il conflitto con la Cina nel Mar Cinese Meridionale. Negli ultimi anni, il Paese ha assunto&nbsp;<a href="https://apnews.com/article/philippines-south-china-sea-defense-secretary-gilberto-teodoro-air-defense-zone-4c63b28b674c63b1730a22dc9faa5f22">un atteggiamento sempre più deciso nei confronti di Pechino</a>, segnando una&nbsp;<a href="https://www.cfr.org/article/dutertes-ingratiating-approach-china-has-been-bust">netta discontinuità rispetto alla politica dell’ex presidente Duterte</a>. Quest’ultimo aveva cercato un riavvicinamento con la Cina, una strategia che, a posteriori, molti considerano&nbsp;<a href="https://thediplomat.com/2024/09/parsing-the-philippines-pivot-to-china-under-rodrigo-duterte/">fallimentare</a>.</p>



<p>Questi sviluppi politici interni hanno un impatto significativo sulle relazioni tra l’Europa e le Filippine. Durante la presidenza Duterte,&nbsp;<a href="https://www.euractiv.com/section/economy-jobs/news/eu-philippines-agree-to-relaunch-free-trade-talks/">l’UE ha dovuto ridimensionare il proprio coinvolgimento</a>, sia a causa delle&nbsp;<a href="https://www.hrw.org/tag/philippines-war-drugs">violazioni dei diritti umani</a>legate alla &#8220;guerra alla droga&#8221;, sia per l&#8217;orientamento pro-Cina del governo di allora. Sebbene Marcos Jr. provenga dalla stessa area politica del suo predecessore,&nbsp;<a href="https://www.lowyinstitute.org/the-interpreter/family-feud-philippines">ha adottato una linea più filo-occidentale e un atteggiamento più attento ai diritti umani</a>. Le elezioni di metà mandato – e ancor più quelle del 2028 – potrebbero nuovamente ridefinire gli equilibri tra Manila e Bruxelles.</p>



<p>Per l’UE, dunque, è arrivato il momento di decidere se e come costruire relazioni stabili e a lungo termine con le Filippine, concentrandosi in particolare su due ambiti.</p>



<p><strong>Accordi commerciali</strong></p>



<p>Nel 2017, l’UE ha interrotto i negoziati per un accordo di libero scambio (FTA) con le Filippine, a causa di divergenze con il governo Duterte. Il ritorno dell&#8217;Europa al tavolo negoziale nel 2024 è stato accolto con favore sia da Bruxelles sia da Manila,&nbsp;<a href="https://thediplomat.com/2024/12/the-importance-of-the-eu-philippines-trade-deal/">vista l&#8217;importanza economica delle Filippine per il continente europeo</a>. Il Paese occupa una posizione strategica nell’Indo-Pacifico, una regione cruciale per il commercio dell’UE (il Mar Cinese Meridionale è fondamentale per il&nbsp;<a href="https://ec.europa.eu/eurostat/web/products-eurostat-news/-/edn-20221128-1">40% delle rotte commerciali europee</a>). Inoltre, le Filippine possiedono&nbsp;<a href="https://www.pism.pl/publications/eu-looks-to-asean-countries-for-critical-raw-materials-supplies">risorse essenziali per la transizione ecologica e digitale dell’Europa</a>, tra cui nichel, rame e cromite.</p>



<p><strong>Difesa e sicurezza regionale</strong></p>



<p>Il tema della difesa è strettamente legato agli accordi commerciali. Sebbene le recenti crisi internazionali abbiano spostato l’attenzione altrove, rafforzare le alleanze nell’Indo-Pacifico rimane&nbsp;<a href="https://commission.europa.eu/document/download/1fd85a66-b89a-492b-8855-89499106c1d4_en?filename=Mission%20letter%20-%20KALLAS.pdf">un obiettivo strategico della Commissione Europea</a>. Le Filippine, alleate della NATO e interessate ad&nbsp;<a href="https://www.factsasia.org/blog/how-europe-fits-in-the-philippines-strategic-diversification">ampliare le proprie partnership con i Paesi europei,</a>&nbsp;sono un punto di partenza ideale, soprattutto alla luce delle tensioni con la Cina. Schierarsi a fianco di Manila nel conflitto nel Mar Cinese Meridionale invierebbe un segnale chiaro sulla posizione dell’UE nella regione, mentre la formalizzazione dell’FTA potrebbe essere&nbsp;<a href="https://www.dw.com/en/how-can-eu-support-philippines-in-south-china-sea-dispute/a-68713048">un messaggio politico ancora più forte rivolto a Pechino</a>. Gli Stati Uniti restano&nbsp;<a href="https://www.aljazeera.com/news/2025/1/23/trump-administration-promises-ironclad-support-for-philippines-security">il principale alleato delle Filippine</a>, ma ciò non esclude che l’Europa possa – e debba – costruire una propria credibilità nell’area.</p>



<p><strong>Le priorità per l’UE</strong></p>



<p>Per rafforzare il proprio ruolo nelle Filippine, l’UE deve agire su due fronti principali:</p>



<ol start="1" class="wp-block-list">
<li><strong>Accelerare i negoziati per l’FTA</strong>. L&#8217;obiettivo attuale è concluderli prima del 2028, anno delle elezioni presidenziali. Accelerare il processo consentirebbe all’Europa di ottenere benefici economici immediati e, al tempo stesso, di rafforzare la propria reputazione in un’area che spesso percepisce l’UE come un partner poco affidabile dal punto di vista commerciale.</li>



<li><strong>Definire una posizione chiara sul Mar Cinese Meridionale</strong>. Negli ultimi anni, l’UE ha mantenuto un atteggiamento ambiguo su questa disputa territoriale, nonostante la questione sia cruciale per la sicurezza delle rotte commerciali nell’Indo-Pacifico. Le Filippine non sono l’unico Paese coinvolto nel contenzioso con la Cina, e una strategia più netta potrebbe favorire il dialogo con altre nazioni della regione.</li>
</ol>



<p>L’attuale instabilità politica filippina rende urgente un’azione da parte dell’Europa. Se oggi l’UE non può prevedere con certezza quale sarà l’evoluzione del potere nel Paese, costruire relazioni solide fin da ora garantirà all’Europa una posizione di vantaggio nei futuri negoziati. In questo modo, indipendentemente da chi sarà al governo nel 2028, la cooperazione con Bruxelles potrà restare un’opzione strategicamente conveniente per Manila.</p>
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		<title>Caos elettorale e proteste in Romania: una crisi con ripercussioni europee</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lucilla Troiano]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 13 Feb 2025 21:21:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Romania]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il 6 dicembre 2024, la Corte costituzionale romena ha annullato gli esiti del primo turno delle elezioni presidenziali&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Il 6 dicembre 2024, <strong>la Corte costituzionale romena ha annullato gli esiti del primo turno delle elezioni presidenziali</strong> tenutesi il 24 novembre, aprendo una <strong>crisi politica</strong> senza precedenti. Il candidato in testa, <strong>Călin Georgescu</strong>, è stato accusato di aver beneficiato di <a href="https://www.ilpost.it/2024/12/07/interferenze-russe-romania/"><strong>manipolazioni informatiche provenienti dall’estero</strong></a>, in particolare attraverso la piattaforma social <strong>TikTok</strong>. Il ballottaggio, previsto per l&#8217;8 dicembre, è stato sospeso e il <a href="https://www.balcanicaucaso.org/aree/Romania/Elezioni-in-Romania-cresce-il-campo-sovranista-234791">nuovo governo</a> eletto in seguito alle elezioni politiche del primo dicembre 2024 – nuovamente presieduto dal socialdemocratico <strong>Marcel Ciolacu</strong> – rappresenta una coalizione formata da Partito Social Democratico (PSD), Partito Nazional-Liberale (PNL), Unione Democratica dei Magiari della Romania (UDMR) e le altre minoranze rappresentate in parlamento. Ad uscire rafforzata nel futuro parlamento di Bucarest, anche in questa tornata elettorale, è stata<strong> l’estrema destra</strong>: <strong>circa il 30% dei deputati e senatori romeni appartengono ai tre partiti sovranisti che hanno superato la soglia di sbarramento</strong>, due di questi per la prima volta. La Romania riconferma, quindi, la sua direzione euro-atlantica, ma gli equilibri di potere sono stati profondamente trasformati da queste elezioni politiche.<br><br>La data per le nuove elezioni presidenziali non è ancora stata fissata formalmente, ma i partiti che sostengono il governo <a href="https://balkaninsight.com/2025/01/08/romania-sets-new-date-for-presidential-polls-after-vote-controversially-annulled/">hanno trovato un accordo</a> per organizzare i<strong>l primo turno il 4 maggio e il secondo il 18 maggio</strong>. </p>



<p>Dopo il primo turno delle elezioni presidenziali dello scorso novembre, il Consiglio Supremo di Difesa ha analizzato <strong>documenti declassificati dai servizi segreti romeni</strong>, i quali hanno denunciato una <strong>campagna di disinformazione a favore di Georgescu</strong>, potenzialmente orchestrata dalla <strong>Russia</strong>. Secondo i rapporti, 25.000 profili falsi su TikTok avrebbero promosso contenuti pro-Georgescu mentre penalizzavano quelli degli avversari. Il presidente uscente Klaus Iohannis ha quindi deciso di declassificare i dossier, provocando forti tensioni politiche.</p>



<p>La decisione della Corte costituzionale ha scatenato un&#8217;ondata di proteste, l’ultima delle quali è <a href="https://www.reuters.com/world/europe/romanian-protesters-demand-cancelled-presidential-election-should-go-ahead-2025-01-12/">quella del 12 gennaio scorso</a>: <strong>decine di migliaia di manifestanti</strong>, sostenuti dall’estrema destra dell&#8217;Alleanza per l’Unità dei Romeni (AUR), <strong>hanno accusato il governo di golpe istituzionale</strong>. La sfidante <strong>Elena Lasconi</strong> dell’USR ha denunciato un attacco alla democrazia, mentre il premier Marcel Ciolacu ha difeso la decisione della Corte, <a href="https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/romania-elezioni-da-rifare-democrazia-sotto-attacco-193892">evidenziando i rischi di interferenza straniera</a>.</p>



<p>Parallelamente, <strong>il Parlamento europeo <a href="https://www.politico.eu/article/eu-opens-investigation-into-tiktok-over-romanian-election/">ha avviato un’indagine sulla sicurezza informatica delle elezioni</a> </strong>e sul ruolo delle piattaforme social nella manipolazione del voto: <strong>TikTok ha negato qualsiasi coinvolgimento</strong>, sostenendo che i suoi algoritmi non favoriscono specifici candidati, ma gli esperti di cybersicurezza restano scettici.</p>



<p>In risposta alla crisi, che solleva seri dubbi a livello istituzionale e democratico in Romania e in Europa, <strong>la Commissione di Venezia del Consiglio d&#8217;Europa ha pubblicato il 27 gennaio 2025 <a href="https://venice.coe.int/webforms/documents/default.aspx?pdf=CDL-PI(2025)001-e&amp;lang=en">un rapporto</a> sulle condizioni legali che giustificherebbero l&#8217;invalidazione di elezioni</strong>: pur senza esprimersi sulla situazione romena specifica, il documento sottolinea che annullamenti di questo tipo devono avvenire <strong>solo in circostanze eccezionali</strong>, con rigorose garanzie legali. Tuttavia, la legittimità della decisione della Corte costituzionale romena resta oggetto di dibattito sia in Romania che in Europa.</p>



<p><strong>Il 10 febbraio 2025, il presidente Klaus Iohannis <a href="https://apnews.com/article/romania-president-europe-eu-klaus-iohannis-elections-a42440317c1ac55926789f4664656f60">ha annunciato le sue dimissioni</a></strong>, effettive dal 12 febbraio, per evitare una crisi politica derivante da una mozione di sospensione presentata dai partiti di estrema destra in parlamento. Il presidente del Senato, <strong>Ilie Bolojan</strong>, <strong>ha assunto la carica di presidente ad interim fino alle nuove elezioni</strong>. Bolojan, ex sindaco e leader del Partito Nazional-Liberale, ha dichiarato di essere pronto a garantire la stabilità del Paese durante questo periodo di transizione.</p>



<p>Con le <strong>nuove elezioni fissate per maggio 2025</strong>, i partiti tradizionali – PSD, PNL e UDMR – hanno deciso di <a href="https://it.euronews.com/my-europe/2024/12/11/romania-accordo-tra-i-partiti-pro-ue-per-un-governo-di-coalizione-senza-la-destra">sostenere un candidato comune</a> per arginare l’avanzata dell’estrema destra. Tuttavia, è indubbio il fatto che il caos elettorale ha alimentato la sfiducia nelle istituzioni e rafforzato i movimenti populisti. <strong>Georgescu, escluso dalla corsa presidenziale, ha presentato ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) – che ha <a href="https://euractiv.it/section/capitali/news/la-corte-europea-dei-diritti-delluomo-respinge-il-ricorso-sullannullamento-del-voto-in-romania/">respinto</a> – denunciando la violazione del diritto a elezioni libere.</strong></p>



<p><strong>La crisi romena evidenzia la necessità di un rafforzamento delle istituzioni democratiche europee di fronte alle minacce ibride</strong>: per prevenire future interferenze e garantire elezioni libere e trasparenti, l’Unione Europea deve adottare un approccio strategico su più livelli. È fondamentale accelerare <strong>l’implementazione del Digital Services Act e del Digital Markets Act</strong>, imponendo obblighi più stringenti per garantire la trasparenza degli algoritmi e prevenire la manipolazione elettorale: l<strong>’UE dovrebbe investire in infrastrutture digitali autonome e sviluppare piattaforme social europee regolamentate</strong>, riducendo la dipendenza da aziende extraeuropee e limitando l’impatto delle campagne di disinformazione che provengono dall’estero. La sicurezza del continente passa anche attraverso un rafforzamento del coordinamento con la NATO per proteggere il fianco orientale, aumentando <strong>gli investimenti nella cybersicurezza e nella protezione delle infrastrutture critiche</strong>.</p>



<p>Oltre a questo, la Commissione Europea dovrebbe <strong>condizionare i fondi UE a riforme concrete sulla trasparenza della spesa pubblica e sull’indipendenza della magistratura</strong>, così da ridurre il rischio di crisi istituzionali future.</p>



<p>Ma la vera risposta al populismo passa da un’Europa più sociale: le disuguaglianze economiche alimentano la sfiducia nelle istituzioni e il consenso ai movimenti sovranisti. <strong>L’UE deve rafforzare il <a href="https://eur-lex.europa.eu/IT/legal-content/glossary/european-pillar-of-social-rights.html">Pilastro Europeo dei Diritti Sociali</a> e investire in salari dignitosi, welfare e coesione economica</strong>. Se l’UE non saprà rispondere con misure concrete, il rischio sarà che eventi simili si ripetano altrove, compromettendo la coesione europea e aprendo la strada a derive autoritarie e populiste. <br><strong>La Romania è un banco di prova per la stabilità dell&#8217;Europa centro-orientale</strong>, e l’UE dovrebbe rafforzare il sostegno economico e politico ai Paesi più esposti alle influenze destabilizzanti.</p>



<p></p>



<p></p>
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		<title>I disastri climatici in Asia e il ruolo dell&#8217;Italia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Paola Lupi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 16 Nov 2024 07:52:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Asia-Pacifico]]></category>
		<category><![CDATA[Asia]]></category>
		<category><![CDATA[Clima]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quest’estate, l’Asia meridionale ha patito le conseguenze di una stagione dei monsoni cheha portato alluvioni devastanti in tutta&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Quest’estate, l’Asia meridionale ha patito le conseguenze di una stagione dei monsoni che<br>ha portato alluvioni devastanti in tutta la regione. Dall’Afghanistan al Bangladesh, abitazioni,<br>infrastrutture e vite umane sono state perse, e i governi hanno lanciato richieste di aiuto alla<br>comunità internazionale per soccorrere le loro popolazioni colpite.<br>Per fare degli esempi, a fine agosto, le Nazioni Unite riportavano 18 milioni di persone<br>colpite dalle alluvioni solo in Bangladesh, con gravi danni a terreni fondamentali per il<br>sostentamento delle popolazioni locali, soprattutto nelle regioni di Chattogram e Sylhet.<br>In Nepal, tra i molti morti a causa alluvioni, un tragico incidente è stato particolarmente<br>discusso, quando due autobus con 60 persone a bordo sono stati travolti da una frana e<br>trascinati in un fiume.<br>In questo contesto, è impossibile non chiedersi quali siano state le risposte internazionali<br>alle domande di aiuto, dopo aver sentito parlare così tanto di quanto il cambiamento<br>climatico sia un problema da affrontare globalmente, senza lasciare nessuno indietro.<br>Quest’estate in Asia meridionale, organizzazioni internazionali e ONG si sono attivate per<br>supportare le comunità locali, come per esempio la Croce Rossa e CARE, aiutando sia con<br>fondi monetari sia distribuendo articoli di emergenza e aiutando le regioni a rendere le<br>strade riutilizzabili il prima possibile. Altre, come l’UNICEF e il World Food Programme,<br>spingono per il continuo e accelerato investimento e aiuti umanitari. Questa richiesta arriva<br>dopo un autunno 2023 pieno di speranza, avendo sentito i governi dei paesi più ricchi del<br>mondo promettere grandi somme al Loss and Damages Fund al COP28. In realtà è stata<br>proprio l’Italia, a Dubai, a fare una delle prime grandi promesse per contribuire al L&amp;D Fund<br>con 100 milioni di euro, proponendosi come un paese leader nell’affrontare le distruzioni<br>causate dai disastri naturali collettivamente e coscienziosamente.<br>Queste promesse sono importanti, ma scenari devastanti al di fuori dell’Asia del Sud<br>potrebbero rallentare la loro vera implementazione. Infatti, non è stata solo questa regione a<br>soffrire le conseguenze di gravi alluvioni e l’effetto del cambiamento climatico quest’estate.<br>L’uragano Helene negli Stati Uniti ha colpito cinque stati: anche qui, morti e gravi danni alle<br>infrastrutture sono stati dichiarati, con governi statali e il governo federale preoccupati per<br>quello che sicuramente è solo l’inizio di eventi climatici disastrosi causati dal cambiamento<br>climatico, che li costringe a usare molto risorse umanitarie e monetarie per aiutare i civili e<br>proseguire alla ricostruzione delle infrastrutture perse. L’Europa non è stata risparmiata:<br>l’Austria, la Polonia, la Repubblica Ceca, la Slovacchia, la Spagna e anche l’Italia sono state<br>colpite da piogge torrenziali che hanno causato gravi alluvioni, che hanno costretto parte<br>delle popolazioni dei paesi ad abbandonare le loro abitazioni.<br>Ora come non mai, è possibile rendersi conto che il cambiamento climatico e sui effetti non<br>possono essere considerati come problemi nazionali o regionali: sono dilaganti, pericolosi<br>per tutti, e necessitano risposte collettive. Ma proprio mentre sempre più paesi si<br>confrontano con le conseguenze del cambiamento climatico, meno sembrano disponibili a<br>offrire supporti ad altri paesi a rischio. Per esempio, il Center for Strategic and International<br>Studies ha fatto appello al governo statunitense, esortandolo a mandare aiuti in Myanmar,<br>citando responsabilità collettiva per aiutare i paesi a rischio di cambiamento climatico,<br>soprattutto quando già fragile a causa di difficili situazioni politiche. Tuttavia, non è una<br>sorpresa che i gravi danni all’interno degli Stati Uniti hanno spostato i loro interessi,<br>allineandoli ai problemi nei suoi Stati.<br><br>Insomma, proprio mentre il cambiamento climatico richiede più aiuti internazionali, gli stati si<br>trovano a guardare internamente. Eppure, l’Italia e l’Europa farebbero bene a guardare il<br>contesto globale più ampiamente. In primis, perché non c’è dubbio che continuino ad essere<br>i paesi che contribuiscono meno alla crisi climatica a subirne i costi più pesanti: le alluvion<br>sono state affrontate in tre continenti quest’estate e autunno, ma nell’Asia meridionale hanno<br>causato morti e perdite sentite più fortemente, senza dubbio anche a causa di infrastrutture<br>e capacità di soccorsi meno preparate. Proprio per questo, non ci si deve dimenticare delle<br>promesse fatte per il L&amp;D Fund, ma anzi, diventare più ambiziosi. Inoltre, l’Italia anche e<br>soprattutto quando sente alle porte di casa le stesse crisi che ci sono in altri continenti deve<br>imporsi per costruire una comunità internazionale forte, collaborativa e capace di supportarsi l’un l’altro con risorse, fondi monetari e best practices. Esempi su cui l’Italia può basarsi sono l’European Union &#8211; South Asia Capacity Building for Disaster Risk Management<br>Program, che si è concentrato sul creare resilienza nella regione dell’Asia Meridionale, ma<br>allo stesso tempo ha contribuito alla creazione di sapere comune su come affrontare disastri<br>naturali con finanziamenti, partnership internazionali e attori nazionali. Inoltre, l’Italia ha già<br>fatto uso dell’EU Civil Protection Mechanism nel 2023: una volta richiedendo assistenza, e<br>un’altra portando supporti. Questo meccanismo dimostra che c’è possibilità di ampliare la<br>cooperazione internazionale, e che paesi come quelli dell&#8217;Asia Meridionale non devono<br>essere lasciati indietro, ma invece contribuire a strategie di disaster risk management più<br>efficaci. Partire da proposte come queste e contribuire al loro funzionamento e alla loro<br>creazione renderà l’Italia più coerente nella sua politica di affari esteri di L&amp;D, e più forte a<br>lungo termine, con strutture di cooperazione ben consolidate.</p>
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