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	<title>Iran Archivi &#8211; MondoDem</title>
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	<description>Laboratorio di Politica Internazionale</description>
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	<title>Iran Archivi &#8211; MondoDem</title>
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		<title>Guardare oltre il nostro lockdown: sollevare le sanzioni all’Iran</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Annalisa Perteghella]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 Mar 2020 11:24:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[Coronavirus]]></category>
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<p class="has-drop-cap">È difficile in questi giorni alzare lo sguardo da se stessi, dal proprio orizzonte. Sono giorni in cui l’orizzonte di ciascuno di noi coincide con la metratura della propria casa, in cui si vede al massimo ciò che si estende a portata delle nostre finestre, dei nostri terrazzi. Sono giorni di<strong> confino fisico e mentale</strong>, in cui siamo bersaglio di notizie che arrivano a senso unico, che irrompono nelle nostre case, nel nostro privato. Qualcuno decide di ripararsi, di rifiutarsi di rimanere esposto alle intemperie e allora spegne la radio, la televisione, non legge i giornali. Qualcuno fa appello al proprio spirito critico e si lascia interrogare, per poi ritrovarsi ancora più confuso e disorientato in questo stato di cronica incertezza. Qualcun’altro, pochi, tiene attive le antenne e continua a scandagliare il presente, cercando di allungare lo sguardo oltre a ciò che accade nella propria casa, o nel proprio paese. Addirittura allungando lo sguardo nel tempo, andando oltre il purgatorio del presente e cercando di immaginare cosa sarà dopo. Non c’è un atteggiamento giusto o sbagliato, non c’è una persona migliore o peggiore. È umano essere <strong>egoisti</strong> quando si percepisce un pericolo imminente, è umano preoccuparsi del nostro prossimo quando si percepisce che il pericolo riguarda tutti. È umano chiudersi nelle proprie letture, nel proprio lavoro, per tenere fuori tutto il resto, è umano pensare a tutto il resto per non rimanere chiusi in se stessi. </p>



<h5 id="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-705cbefa" class="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-705cbefa"><span id="lontani-ma-uniti-dallo-stesso-dolore">Lontani, ma uniti dallo stesso dolore</span></h5>



<p>Nella mia vita, nella mia casa, questa settimana hanno fatto irruzione <strong>due immagini</strong>. Non mi ci sono esposta volontariamente, non sono andata a cercarle. La prima, esterno notte, una colonna di <strong>mezzi militari</strong> trasporta fuori città le bare delle vittime che il forno crematorio di Bergamo non riesce più a processare. La seconda, esterno giorno, una <strong>ventina di persone immobili</strong> in mezzo a una strada in Iran, a un metro di distanza l’una dall’altra, composte nel dolore, prega in silenzio dietro un furgoncino che contiene la salma di una persona deceduta per Coronavirus. Questa seconda immagine mi ha colpito se possibile ancora più della prima. Ho assistito in passato a un funerale in Iran, so quanto è importante portare sulle proprie spalle la portantina e il sudario, starle vicino con la preghiera, pronunciare i riti funebri e abbracciarla un’ultima volta mentre viene calata nella nuda terra. Sono due immagini, queste, che mi hanno messa di fronte alla stessa evidenza, la stessa impossibilità di dare l’ultimo addio ai propri cari nella maniera che più si addice al momento. Sono due immagini legate da un filo lunghissimo, il bandolo della stessa matassa che Italia e Iran si trovano in questo momento a dover sbrogliare. </p>



<p>Non lo stanno però facendo ad armi pari, sebbene ci siano alcune somiglianze. In entrambi i paesi si piangono i propri morti da soli e in silenzio, in entrambi i paesi medici e infermieri sono in prima linea in una guerra contro il tempo, in entrambi i paesi si litiga tra diversi centri di potere su quale sia la strategia migliore. In Iran il governo di Rouhani <strong>non ha optato per il lockdown totale</strong> perché un paese con un’economia già stremata dalle sanzioni sa di non poterselo permettere e perché si rischia che i militari – che promettono di ripulire le strade e riportare la situazione alla normalità in dieci giorni – prolunghino oltre il necessario lo “stato di emergenza” cercando di volgere la situazione a proprio vantaggio. Ma, più di tutto, l’Iran è un paese sotto sanzioni. Abbiamo assistito attoniti nelle scorse settimane in Italia alla corsa all’accaparramento delle mascherine, con episodi di egoismo da parte di altri paesi, che ci hanno fatto giustamente indignare. Ecco, in Iran <strong>mancano le mascherine</strong>, mancano le tute protettive, mancano i ventilatori, mancano i kit per i tamponi. In Iran mancano le medicine, e non da una settimana e nemmeno da due, ma almeno da due anni, da quando sono rientrate in vigore le sanzioni statunitensi che anziché stringere nella morsa il regime hanno stretto nella morsa una popolazione che non può avere accesso a farmaci di uso comune (per non parlare di quelli di uso non comune come gli antitumorali) in tempi normali, figurarsi in questo momento. </p>



<h5 id="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-deb26b84" class="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-deb26b84"><span id="una-guerra-che-non-ha-ne-confini-ne-regimi">Una guerra che non ha né confini né regimi</span></h5>



<p>Se allungo lo sguardo nel tempo, è la preoccupazione lo stato d’animo dominante. Sono cosciente che quando tutto questo sarà finito servirà uno <strong>sforzo enorme</strong>, individuale e collettivo, per ricostruire un paese e fare ripartire un’economia come quella italiana che già in momenti normali non brilla per dinamismo. Ma so – auspico – che l’Italia non verrà lasciata sola, che abbiamo un paracadute che è l’Europa e che avremo accesso a tutti gli strumenti che verranno nel frattempo creati. Lo stesso non sarà per i cittadini iraniani, che non dispongono di questo paracadute e che sono anzi destinati a rimanere sempre di più nei prossimi mesi in balia della guerra – per ora fortunatamente solo di parole – tra la strategia americana della “massima pressione” e la strategia del governo iraniano della “massima resistenza”. </p>



<p>Penso che viviamo un momento straordinario, e che da questi momenti straordinari occorra cogliere tutte le opportunità che derivano. L’Iran chiede alla comunità internazionale che si sollevino le sanzioni almeno per la durata dell’emergenza, per far fronte – ad armi pari – <strong>a questa guerra che non conosce confini né regimi</strong>, che non distingue tra democrazie e autoritarismi, che colpisce la Cina e l’Italia, l’Italia e l’Iran. L’Iran chiede di non essere lasciato solo, e al suo appello hanno finora risposto la Cina, la Russia, la Turchia, e nel Golfo il Qatar, il Kuwait, l’Oman, gli EAU. In Europa, Francia, Germania e Regno Unito (gli E3) hanno promesso aiuto, ma sarebbe importante che si usasse questa occasione per svolgere un’azione ancora più incisiva, per segnalare che l’Europa c’è, che si ricorda ancora cosa vuole dire essere una potenza civile. In Iran c’è stato – e in parte c’è ancora, nonostante la delusione per le evoluzioni dell’accordo sul nucleare – tanto desiderio di rapporti più stretti con i paesi europei; Cina, Russia e in parte Turchia sono alternative di second’ordine, ciò che rimane e nelle cui braccia ti butti quando quello che desideri ti abbandona. Sarebbe altrettanto importante che l’Italia – pur presa nella propria stessa guerra – si ricordasse di alzare lo sguardo oltre le mura della propria stanza, oltre i propri confini, oltre ciò che vede dalla propria finestra. Sarebbe auspicabile che il nostro paese esprimesse con fermezza, forte della comune esperienza, un <strong>sostegno caldo e deciso verso la popolazione iraniana</strong>, e una altrettanto forte e decisa opposizione a una politica delle sanzioni vessatoria e anti-umanitaria. Una politica, e un’indifferenza, non all’altezza della lezione di sofferenza che noi stessi viviamo in questi giorni, e soprattutto non degna dei valori della comunità internazionale di cui ci fregiamo di essere parte.</p>
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		<title>L’Italia in cerca di se stessa rischia l’irrilevanza sul piano internazionale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Annalisa Perteghella]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 31 May 2018 12:40:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Italia nel mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[Libia]]></category>
		<category><![CDATA[Politica Estera]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Annalisa Perteghella Sembra ingenuo provare a introdurre nel dibattito politico di questi giorni l’elemento della politica estera&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Di Annalisa Perteghella</em></p>
<p>Sembra ingenuo provare a introdurre nel dibattito politico di questi giorni l’elemento della politica estera del nostro paese. Troppo profonda la crisi, troppo incerto l’orizzonte per dedicare tempo e pensieri a qualche cosa che viene percepito come residuale, accessorio: <em>prima</em> risolviamo i problemi interni, <em>poi</em> potremo pensare alla collocazione internazionale dell’Italia e agli appuntamenti internazionali che la attendono quest’anno. Eppure, questo percepire la dimensione internazionale come qualche cosa di altro e di subordinato a quella nazionale è profondamente sbagliato: non solo il nostro paese se non inserito in un chiaro sistema di alleanze rischia di autocondannarsi all’irrilevanza (geo)politica, ma il trascurare la dimensione internazionale rischia di avere pericolose conseguenze anche sulla dimensione nazionale. Il motivo per cui la politica estera viene troppo spesso relegata al ruolo di Cenerentola del dibattito politico è da imputare alla <strong>mancanza di un pensiero più ampio, che metta in relazione interesse nazionale e strategia internazionale.</strong> Essi sono invece strettamente collegati, e stupisce che siano proprio quei partiti che più a livello retorico enfatizzano la necessità di fare gli interessi dell’Italia a tralasciare completamente la dimensione internazionale, o a rivederla in maniera antitetica rispetto al vero interesse nazionale. Il drammatico prolungarsi dei tempi per la formazione di un governo, poi, si traduce nella perdita di tempo e occasioni per affermare il ruolo e gli interessi del nostro paese.</p>
<p>I due esempi più lampanti in questo momento sono <strong>il dossier libico e quello iraniano</strong>: nel primo caso, abbiamo assistito nei giorni scorsi all’ennesima iniziativa francese per la pacificazione del paese forse più cruciale per gli interessi italiani, con un Macron impegnato in una roboante quanto incerta iniziativa unilaterale mentre l’Italia, che avrebbe numerose carte da giocare e che potrebbe ritagliarsi un ruolo da leader dell’iniziativa multilaterale in sede Onu, ha un ministro degli Esteri dimissionario; nel caso dell’Iran, invece, mentre le cancellerie europee fervono nella ricerca di soluzioni che possano tutelare le proprie aziende di fronte all’uscita USA dall’accordo sul nucleare, non si registra alcuna presa di posizione (tranne quella del Presidente del Consiglio in uscita Paolo Gentiloni) in difesa dell’<em>Iran deal</em>, né si ravvisa alcuna progettualità per salvare quell’interscambio da 5 miliardi di euro che fa del nostro paese il primo partner commerciale UE di Teheran.</p>
<p>Ma altri e numerosi sono gli appuntamenti all’orizzonte. L’8-9 giugno il <strong>G7 in Canada</strong>, occasione in cui tentare di ricucire lo strappo inferto da Trump al multilateralismo e al liberismo commerciale: sotto l’ombra della minaccia dei dazi americani su acciaio e alluminio, l’Italia ha tutto l’interesse a fare fronte comune con gli altri paesi del G7 affinché il presidente Usa rinnovi le esenzioni verso l’Europa. Il mese di giugno sarà poi dedicato alla discussione sulla riforma del processo di Dublino, fondamentale per la gestione dei flussi migratori verso il continente europeo. In questo caso, è interesse del nostro paese continuare a chiedere il rispetto del principio di solidarietà intra-europea, come ribadito nel <a href="https://g8fip1kplyr33r3krz5b97d1-wpengine.netdna-ssl.com/wp-content/uploads/2018/04/Position-paper-Dublin.pdf"><em>position paper</em></a> presentato a fine aprile dai governi dei paesi più esposti ai flussi in arrivo: Italia, Spagna, Grecia, Cipro e Malta. Vi è poi il cruciale appuntamento del <strong>Consiglio europeo del 28-29 giugno</strong>, in cui su impulso franco-tedesco verrà con ogni probabilità avviata la discussione sul processo per il rafforzamento dell’eurozona, che prevede per ora la creazione di un bilancio dell’Eurozona, l’introduzione della figura del ministro delle Finanze Ue e il completamento dell’Unione bancaria, in cambio della quale la Germania e i paesi del nord Europa chiederanno con ogni probabilità una riduzione dei rischi nei paesi dell’Eurozona. Al centro dell’agenda del Consiglio sarà anche la decisione circa il rinnovo o meno delle sanzioni verso la Russia (attualmente in vigore fino al 31 luglio 2018) in seguito alla valutazione dello stato di attuazione del processo di Minsk sul cessate il fuoco in Ucraina. Vi è poi il <strong>Summit NATO a Bruxelles dell’11-12 luglio</strong>, nel corso del quale verrà discusso l’orientamento strategico dell’Alleanza per i prossimi anni, con le questioni chiave dello sviluppo delle capacità militari dei paesi membri fino al raggiungimento del target del 2% delle spese militari/pil, della risposta alla strategia di <em>hybrid warfare</em> della Russia, e della risposta alla minaccia sempre presente del terrorismo. Dopo la pausa estiva, l’Italia dovrà affrontare entro il prossimo <strong>30 settembre la questione del rifinanziamento delle missioni militari all’estero</strong>: la decisione dovrà obbligatoriamente essere accompagnata a una riflessione strategica su quali siano i teatri principali per il nostro paese. Il governo Gentiloni ha ad oggi diminuito la presenza nei teatri afghano e iracheno, per un maggiore orientamento verso il continente africano, con il nodo cruciale della missione in Niger. Le difficoltà di avvio di questa missione, che ha la funzione di contrastare i traffici illeciti che alimentano organizzazioni terroristiche e criminalità organizzata nel Sahel, esigono la presenza di un governo stabile e nel pieno delle proprie funzioni. Lega e M5S, nel Contratto di Governo siglato nelle scorse settimane, hanno dichiarato di voler “rivalutare la presenza dei contingenti italiani nelle missioni internazionali geopoliticamente e geograficamente, e non solo, distanti dall’interesse nazionale italiano”: sarebbe opportuno che entrambi questi partiti chiariscano la propria idea di interesse nazionale, e le scelte che verranno intraprese di conseguenza. <strong>Il 30 novembre e l’1 dicembre sarà la volta del G20 in Argentina</strong>, che ha luogo in un momento in cui le spaccature della comunità internazionale si fanno sempre più evidenti; anche in questo caso, interesse dell’Italia è ricucire le divisioni su Russia e Iran, scongiurare le conseguenze nefaste di una guerra commerciale tra Usa e Cina, e nel complesso agire affinché il summit torni a essere occasione per la discussione di soluzioni per la tutela dei beni pubblici internazionali, anziché dei particolarismi. Infine, l’anno si chiuderà <strong>il 6-7 dicembre con il</strong> <strong>Consiglio ministeriale OSCE</strong> a Milano. Nell’anno di presidenza italiana dell’Organizzazione, il nostro paese dispone di un’occasione per stabilire le priorità di azione sul fronte sicurezza e difesa: come rapportarsi al processo di Minsk per la risoluzione del conflitto in Ucraina? Come rispondere alle sfide provenienti dalla regione del Mediterraneo?</p>
<p>Questi sono alcuni degli appuntamenti principali che si presenteranno nei prossimi sei mesi: l’agenda è fitta, e lo è ancora di più se si considera anche quella rete di incontri bilaterali e di attività di cooperazione che vengono messi in atto per avanzare l’interesse del nostro paese. Ecco che dunque non basta ribadire una generica “collocazione europea ed atlantica” &#8211; sebbene questa rappresenti un obiettivo minimo. Occorre che le forze che si apprestano a governare chiariscano <strong>quali priorità guideranno l’azione internazionale del nostro paese nei prossimi mesi</strong>, e soprattutto in quale modo intendono realizzare l’interesse nazionale italiano, al di là dei proclami. Occorre che esse sciolgano, senza ambiguità, il nodo delle relazioni con la Russia, che pregiudica l’azione europea e internazionale del nostro paese. In un momento in cui gli indicatori della solidità delle democrazie liberali sembrano rilevare un generale arretramento, occorre, in definitiva, che esse chiariscano una volta per tutte <strong>quale idea di mondo e quale idea di Italia</strong> guidano la loro azione, e spieghino al popolo italiano in che modo queste idee possono contribuire al benessere e alla realizzazione degli interessi del paese.</p>
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		<title>Il bullo Trump e la debolezza europea nel Mediterraneo</title>
		<link>https://www.mondodem.it/1067/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Caterina Cerroni e Michele Masulli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 23 May 2018 21:10:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Grande Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>  È lancinante la contrapposizione tra i festeggiamenti di Gerusalemme Ovest, dove dignitari plaudenti si sono recati per&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em> </em></p>
<p>È lancinante la contrapposizione tra i <strong>festeggiamenti di Gerusalemme Ovest</strong>, dove dignitari plaudenti si sono recati per festeggiare l’apertura dell’ambasciata statunitense nella Città Santa, nella data del <strong>70esimo compleanno dello Stato d’Israele</strong>, e gli scontri che avvenivano a pochi chilometri di distanza, vedendo la <strong>morte di 59 persone ed il ferimento di più di 2.000</strong>. Né può essere derubricato ad orrenda casualità il fatto che nelle ore in cui si celebra la <em>true friendship</em> tra Stati Uniti ed Israele (“È un grande giorno!” ha esultato Donald Trump) ai confini di Gaza si consumi l’ennesimo massacro.</p>
<p>Risulta evidente una precisa responsabilità della politica estera americana. È noto, infatti, che il conflitto arabo-israeliano non sarà risolto finché non sarà sciolta la questione sullo <strong><em>status </em>di Gerusalemme</strong>, terra di molteplici appartenenze e identità, proclamata da Israele propria Capitale e non riconosciuta in quanto tale dalla gran parte degli Stati del mondo.</p>
<p>Già nel dicembre scorso, quando Donald Trump aveva annunciato la volontà di trasferire l’ambasciata USA da Tel Aviv a Gerusalemme, voci di dissenso si erano levate da parte della Comunità internazionale, l’Assemblea generale della Nazioni Unite aveva bocciato la decisione e gli scontri nel mondo arabo avevano preso fuoco. Un’intenzione, quella comunicata, che sapeva più della provocazione che dell’impegno, tanto che il Segretario di Stato Rex Tillerson si era affrettato a precisare che lo spostamento non si sarebbe realizzato a breve, e quasi sicuramente non prima della fine del mandato del Presidente americano. Al contrario, Tillerson oggi non è più Segretario di Stato, sollevato dall’incarico senza troppi riguardi, ma Trump ha deciso di compiere il trasloco nel giorno in cui Israele festeggia la sua nascita e che ai palestinesi ricorda la <em>nakba</em>, la catastrofe, l’esodo di centinaia di migliaia di persone costrette ad abbandonare le proprie case. Un evento che segue 2 mesi di proteste, che avevano già fatto 40 morti.  In questo modo, il Presidente americano ha dato attuazione al <strong><em>Jerusalem Embassy Act</em></strong>, approvato dal Congresso nel 1995 e la cui implementazione era finora sempre stata rinviata dai Capi di Stato americani, in quanto, come pure disse Clinton, amico di Israele, “avrebbe potuto ostacolare il processo di pace”.<em> </em>Altri Paesi potrebbero seguire gli Stati Uniti nella scelta (Guatemala, Paraguay, Honduras) e 4 sono gli Stati europei che hanno presenziato all’inaugurazione dell’ambasciata USA a Gerusalemme (Romania, Repubblica Ceca, Austria e Ungheria), alcuni dei quali rappresentano il volto più nazionalista e xenofobo dell’Unione.</p>
<p><strong>Tuttavia, a spostarsi insieme all’ambasciata americana, è, cosa ancora più grave, il baricentro della politica estera a stelle e strisce</strong>. Infatti, da decenni, pur nel quadro di una consolidata amicizia tra i due Paesi, oltre che di rapporti economici, sociali e culturali strettissimi, gli Stati Uniti hanno tradizionalmente provato a svolgere una funzione di mediazione tra le parti e di facilitazione del percorso di pacificazione. Trump, probabilmente per ragioni di politica interna, sceglie di interrompere in modo marcato questa linea e di schierarsi al fianco di uno dei due soggetti in campo, collocandosi senza mezze misure a sostegno della destra di Netanyahu, che contende la guida sia della politica israeliana sia del movimento sionista.</p>
<p>Non è solo nell’ambito del conflitto israelo-palestinese che Trump e alleati aprono una nuova fase. Il <strong>ritiro dell’accordo sul nucleare con l’Iran</strong>, quando il JCPOA rappresenta un fattore di stabilizzazione dell’area e di freno alla proliferazione nucleare, le conseguenze in termini di <strong>indebolimento delle parti moderate e riformiste iraniane</strong> e di irrobustimento delle forze reazionarie, con il seguito di tensione in regione, a partire dallo scenario siriano; gli <strong>scontri militari tra Israele e Iran proprio in Siria</strong>; le sanzioni comminate negli ultimi giorni da Usa, Arabia Saudita e Paesi del Golfo ad Hezbollah, uscita rafforzata dalle elezioni in Libano; il <strong>ruolo di Russia e Turchia</strong> e le opportunità economiche, politiche e strategiche che si aprono per la Cina in regione sono alcuni degli elementi principali che compongono il quadro.</p>
<p>Emerge, quindi, l’insufficienza della <strong>politica estera europea</strong>, nonostante l&#8217;impegno indiscutibile e la determinazione dell&#8217;<strong>Alto rappresentante Federica Mogherini</strong>. Sugli s<strong>contri di Gaza</strong>, l&#8217;UE non riesce ad andare oltre le pur giuste dichiarazioni di condanna dell’uso sproporzionato delle armi da fuoco israeliane e del disprezzo del diritto di manifestare pacificamente del popolo palestinese e di biasimo per la facilità con cui le leadership palestinesi continuano a non riconoscere l’esistenza dello Stato israeliano e Hamas non si cura di evitare la morte di centinaia di persone. Non si è in grado, invece, di evitare stragi già previste, e che in questo caso si ripetono da settimane, di intervenire in maniera effettiva a tutela dei diritti umani e civili della popolazione palestinese, che vive una grave crisi umanitaria, e di favorire la fine del blocco di Gaza. Allo stesso modo non mancano le prese di distanza dalle decisioni unilaterali di Trump, così come gli appelli alla moderazione, ma non s’intravede una forza politica in grado di limitare il raggio d&#8217;azione del trait d’union che lega la destra americana e quella israeliana, lavorando su un progetto di pacificazione in Terra Santa, che abbia il coraggio di muoversi su strade nuove rispetto al passato; forse è tempo, ad esempio, di prendere atto che la soluzione “due popoli in due Stati”, ripetuta come un mantra per decenni, oggi risulta difficilmente praticabile, a causa dei tanti sviluppi della storia recente, che procede nonostante l&#8217;attendismo della politica internazionale, e che c’è necessità di inventare formule nuove per risolvere il conflitto israelo-palestinese.</p>
<p>Similmente <strong>non è sufficiente l’indignazione per una Presidenza americana che arriva a minacciare sanzioni verso Paesi alleati, nel caso di mancato ritiro del JCPOA, o la volontà di mantenere fede agli impegni presi</strong>. Né si possono registrare in modo impotente le pericolose e provocatorie decisioni assunte da altri Stati: a queste bisognerebbe rispondere agendo in maniera unitaria e a tutti i livelli come fattore di stimolo alla comunità internazionale e di stabilità, pacificazione, creazione di benessere, soprattutto se si tratta di aree limitrofe e di interesse strategico. Alla critica delle azioni altrui, va fatta seguire un’iniziativa politica e diplomatica che sia all’altezza delle ambizioni di un grande attore globale. È una grande sfida per il pensiero progressista.</p>
<p><strong>Anche per questo, perché crediamo che i temi della giustizia, della pace e della prosperità del mondo debbano essere in cima alle preoccupazioni della politica e della sinistra</strong> in particolare, abbiamo deciso come Giovani Democratici di ospitare il 22 e il 23 giugno prossimi a Roma il Comitato Mediterraneo dell’Unione Internazionale dei Giovani Socialisti, che porterà in Italia 20 giovani dirigenti politici delle forze socialiste e democratiche di Israele, Palestina, Libano, Marocco, Tunisia, Sahara Occidentale, Spagna, Portogallo, Cipro, Malta, Iran, Iraq per discutere insieme a noi e a politici ed esperti del nostro Paese delle politiche utili alla risoluzione dei conflitti e alla costruzione della pace, al governo dei flussi migratori, ad alimentare la partecipazione pubblica dei più giovani in Stati nei quali molto spesso l’impegno politico pregiudica la propria vita. Crediamo possa essere un’ottima occasione per dare centralità a questi temi nel dibattito e riteniamo giusto che a farlo debba essere la nostra generazione.</p>
<p>Caterina Cerroni &#8211; Vicepresidente dell&#8217;Unione Internazionale dei Giovani Socialisti (IUSY)</p>
<p>Michele Masulli &#8211; Presidente dei Giovani Democratici</p>
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		<title>L’Unione Europea pronta a difendere l’accordo con l’Iran, anche da Donald Trump</title>
		<link>https://www.mondodem.it/714/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Cinzia Bianco]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Aug 2017 21:19:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Grande Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[L'Italia nel mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[Sanzioni]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
		<category><![CDATA[Trump]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Cinzia Bianco Sin dall’inizio del mandato presidenziale di Donald Trump, l’Europa e gli Stati Uniti hanno intrapreso&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Di Cinzia Bianco</em></p>
<p>Sin dall’inizio del mandato presidenziale di Donald Trump, l’Europa e gli Stati Uniti hanno intrapreso strade sempre più diverse nella gestione del rapporto con l’Iran. Già durante la sua campagna presidenziale, Trump aveva attaccato l’accordo sul nucleare firmato a luglio 2015 tra i cinque membri del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e l’Iran, con la mediazione dell’Unione Europea.</p>
<p>Considerato tra i primi successi della diplomazia europea, l’accordo corona tentativi di negoziazione che gli Europei hanno guidato almeno sin dall’inizio degli anni 2000, quando l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica ha scoperto un programma clandestino di arricchimento dell’uranio nella Repubblica Islamica. Il ruolo fondamentale degli europei è sempre stato incoraggiato, tra le altre cose, dal fattore fondamentale dei significativi interessi economico-commerciali ed energetici esistenti tra Europa e Iran.  Proprio quegli interessi erano stati pesantemente danneggiati dal regime sanzionatorio internazionale imposto nel 2009 e, soprattutto, dal suo rinvigorimento nel 2012. Il potenziale rappresentato dalla ripresa delle relazioni dopo-sanzioni è considerato, dunque, estremamente significativo. Per l’Italia, ad esempio, l’Iran rappresenta un mercato interessante sotto diversi aspetti, e già negli ultimi due anni sono stati firmati accordi per un valore di 20 miliardi di euro di joint venture nell’industria pesante, quella automobilistica, energetica, infrastrutturale.</p>
<p>Per andare incontro a questo potenziale, l’Unione Europea è rimasta alla guida degli sforzi per l’implementazione dell’accordo nucleare e il ritiro delle sanzioni, con scambi di visite storiche tra Capi di Stato e funzionari dell’UE, missioni commerciali e un notevole impegno nei singoli paesi europei per stimolare nuove opportunità. Nonostante l’interesse di molte aziende europee, lo sviluppo di una più stretta cooperazione con l’Iran è rimasto limitato da sanzioni statunitensi che rimangono sul sistema missilistico iraniano e dall’esitazione degli istituti finanziari con forti legami negli Stati Uniti, che considerano ancora troppo rischioso assicurare o fornire capitali per fare affari con la Repubblica Islamica. Nonostante ciò, aziende tedesche, francesi e italiane  hanno investito in settori come quello energetico, infrastrutturale e dell’industria pesante. Il consorzio francese che si occupa della produzione di Peugeot e Citroen ha recentemente dichiarato che le proprie vendite sono triplicate in Medio Oriente e in Africa nella prima metà dell’anno grazie alle nuove produzioni in Iran. A giugno il colosso energetico francese Total ha firmato un importante accordo sul gas, del valore di circa 5 miliardi di dollari. Il progetto, che coinvolge anche la compagnia cinese National Petroleum e l’iraniana Petropars, punta a sviluppare i giacimenti meridionali iraniani di gas di South Pars, il tutto concordato con un contratto ventennale. Si tratta del primo grande contratto energetico tra l’Iran e una compagnia energetica europea che, per quanto deludente rispetto alle aspettative del 2015, rappresenta un passo importante che ribadisce come l’Europa stia andando in una direzione opposta rispetto agli Stati Uniti sul dossier Iran.</p>
<p>Nel circolo della Casa Bianca, l’accordo negoziato dall’ex Presidente Barack Obama è sempre più giudicato come una dimostrazione di debolezza nei confronti di un paese considerato una minaccia per gli interessi americani e la stabilità regionale. Influenti membri dell’attuale amministrazione USA spingono per sanzioni più dure contro Teheran, e, ogni 90 giorni, quando l’amministrazione deve fare una verifica sul rispetto dell’accordo nucleare da parte iraniana, fanno trapelare la loro contrarietà. Fonti statunitensi hanno confermato che l’intenzione di indebolire l’accordo sia condivisa nei circoli intorno a Trump e che entro ottobre l’amministrazione rilascerà gli esiti di una sue ri-valutazione dello stesso. Lo stesso Presidente ha inoltre costruito stretti rapporti di alleanza con le monarchie arabe del Golfo e, soprattutto, con l’Arabia Saudita, competitor geopolitico dell’Iran.</p>
<p>Insomma la distanza non potrebbe essere maggiore tra le due sponde dell’Atlantico. Gli Europei hanno intrapreso il sentiero della riconciliazione, mentre gli Stati Uniti prevedono una politica di isolamento e contenimento. Inoltre, sembra che gli Europei siano intenzionati ad andare avanti nonostante i dubbi dell’amministrazione USA. Pur mantenendo una posizione di compromesso e tentando di trattenere gli Stati Uniti sulle stesse posizioni, gli Europei puntano anche a dimostrare che in presenza di un’opposizione USA considerata irragionevole, saranno costretti ad andare avanti in opposizione a Washington. Notevole è stato ad esempio che, nell’arco di una settimana, l’ultima di luglio, gli Stati Uniti abbiano approvato nuove sanzioni contro l’Iran, spingendo il governo iraniano ad accusarli di aver violato l’accordo sul nucleare, e l’Alto Rappresentante per la Politica Estera dell’Unione Europea, Federica Mogherini, ha annunciato che sarà presente alla cerimonia di insediamento di Hassan Rouhani.</p>
<p>Anche Russia e Cina  hanno, in questi due anni, rafforzato la loro cooperazione, già importante con l’Iran: mentre la Russia è saldamente nel campo iraniano in Siria, la Cina è interessata all’Iran sia come fonte energetica che come snodo strategico nei suoi progetti commerciali di una nuova ‘Via della Seta’. In caso la Casa Bianca decida di spingere per una rinegoziazione dell’accordo o per inserire nuove sanzioni internazionali, insomma, si troverebbe importanti difficoltà a coinvolgere gli altri firmatari.</p>
<p>Tra i punti più interessanti dell’approccio europeo all’Iran è che l’attuale leadership dell’Unione Europea ha più volte dichiarato apertamente che vede Teheran non solo come un partner economico, ma anche, potenzialmente, come un partner politico che potrebbe contribuire alla stabilità del Medio Oriente. L’idea, espressa anche dall’ex Presidente Obama pubblicamente, è contribuire all’emergere di un equilibrio di potenza in Medio Oriente in cui i leader regionali mantengano sfere di influenza senza che questo sfoci in guerre per procura. Un’idea dal grande potenziale, che poteva essere spinta dal momentum dell’accordo, tra il 2013 e il 2015, e che però si è trasformata piuttosto in un’utopia con l’emergere di leader globali e regionali fortemente e ideologicamente anti-iraniani.</p>
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		<title>Nuove sanzioni Usa contro Russia, Iran, Corea del Nord: cui prodest?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Aug 2017 21:12:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Policy brief]]></category>
		<category><![CDATA[Corea del Nord]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>
		<category><![CDATA[Sanzioni]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
		<category><![CDATA[Trump]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Carolina de Stefano e Annalisa Perteghella Introduzione Lo scorso 27 luglio il Congresso americano ha approvato alla&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Di<em> Carolina de Stefano e Annalisa Perteghella</em></p>
<p><strong>Introduzione</strong></p>
<p>Lo scorso 27 luglio il Congresso americano ha approvato alla quasi unanimità (419 contro 3 alla Camera, 48 contro 2 al Senato) una legge intitolata ‘<em>Countering America&#8217;s Adversaries through Sanctions Act</em>’<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a> che sanziona allo stesso tempo, con misure diverse, la Russia, l’Iran e la Corea del Nord. Il 2 agosto il Presidente Trump ha apposto la sua firma, accompagnando però la sua approvazione formale con due distinte dichiarazioni in cui sottolinea l’incostituzionalità di numerosi articoli del testo, il suo disappunto per alcune misure e la sua speranza che la legge non mini le relazioni con l’Unione Europea.<a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a></p>
<p>Tale posizione ambivalente non sorprende, perché è la manifestazione della lacerazione inter- e intra-partitica americana attuale e, in particolare, del feroce conflitto in corso tra il Congresso e il Presidente americano. Se da un lato è importante che le Camere portino avanti riforme legislative grazie a un accordo Democratici-Repubblicani e che, così facendo, riescano a ridurre le incertezze e l’imprevedibilità delle iniziative personali di Donald Trump, la riconfigurazione dello spettro politico americano in senso bipartisan introduce però alcuni elementi di preoccupazione. Le ultime sanzioni approvate ne sono un chiaro esempio, in quanto non avranno altro effetto se non quello di peggiorare ulteriormente le relazioni degli Stati Uniti tanto con la Russia quanto con l’Iran, per diverse ragioni.</p>
<p>Alcune sono di carattere generale, e riguardano le condizioni necessarie affinché le sanzioni in quanto strumento di pressione di un paese su un altro siano efficaci; altre, specifiche, sono dovute invece a come gli Stati Uniti mostrano di voler gestire oggi i dossier russo e iraniano.</p>
<p><strong>Le sanzioni: uno strumento utile, ma solo a certe condizioni </strong></p>
<p>In sé, le sanzioni economiche non sono uno strumento inefficace: dipende da caso a caso, e dal contesto.</p>
<p>Quello che è certo, però, è che la sanzioni funzionano solo a certe condizioni. La loro naturale, principale ragion d’essere è quella di esercitare pressione su un paese al fine di ottenere qualcosa in cambio, il più delle volte un passo indietro rispetto a iniziative ritenute inaccettabili dal paese che le impone. È il caso delle sanzioni europee e americane in risposta all’annessione unilaterale russa della Crimea nel 2014, o delle sanzioni congiunte applicate soprattutto nei tardi anni 2000 in risposta allo sviluppo del programma nucleare di Teheran.</p>
<p>Come viene ricordato in questo editoriale del New York Times<a href="#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a>, numerosi studi mostrano che le sanzioni hanno funzionato nei casi in cui sono state indirizzate contro paesi non particolarmente potenti (“not terribly powerful”), dipendenti economicamente dal paese autore della misura, e quando esse siano state finalizzate a una riparazione concreta, come nel caso della sospensione degli aiuti americani alla Guinea-Bissau per costringere il Presidente a indire nuove elezioni. Al contrario, non hanno praticamente mai portato a modificare la posizione di Stati di medio-grande potenza e in assenza di una finalità precisa e ben delimitata.</p>
<p>Tuttavia, anche quando non riescono a indurre a una revisione di determinate iniziative del paese colpito, le sanzioni possono comunque svolgere un ruolo importante, tanto a livello nazionale che internazionale. Innanzitutto esse mandano un chiaro messaggio, di carattere nazionalista, alla propria popolazione: “non resteremo inermi di fronte a aperte provocazioni o atti che minacciano la sicurezza del nostro paese”. Soprattutto, e più in generale, le sanzioni servono a stabilire, nella pratica come nell’immaginario collettivo, quali siano i confini da non superare nelle relazioni tra due paesi e per potere essere considerati legittimi membri della comunità internazionale. Questo effetto lo si ottiene in particolare quando sono il risultato di una decisione non unilaterale, bensì multilaterale e coordinata.</p>
<p>Pur nella mancanza di risultati visibili, cioè, la portata simbolica delle sanzioni può essere molto rilevante, ma è proprio questa loro funzione “morale” a renderle uno strumento delicato: non può essere usato indiscriminatamente e deve rientrare in una strategia coerente di politica estera.</p>
<p>In caso contrario &#8211; in assenza di un obiettivo chiaro e di una visione complessiva delle relazioni con un altro paese &#8211; in effetti, le sanzioni perdono ogni credibilità e, quel che è peggio, finiscono per avere esclusivamente effetti negativi. Non solo non risolvono la questione, ma rischiano di alienare la popolazione del paese colpito, in due maniere: perché riducono le relazioni, i contatti, gli scambi con quel paese, ma anche perché diventano un facile espediente utilizzato dai loro leader – generalmente autoritari – per giustificare la chiusura a influenze occidentali e l’assenza di un sistema democratico.</p>
<p>Le ultime sanzioni americane nel confronti della Russia e dell’Iran mancano tanto di coerenza e di credibilità morale, quanto di efficacia. Un primo segnale inequivocabile è il fatto che il Congresso abbia approvato un’unica legge per tre potenze estremamente diverse tra loro e con cui gli Stati Uniti intrattengono, di conseguenza, relazioni differenti.</p>
<p>Di seguito, considerata la rilevanza di questi paesi per l’Italia, si prenderanno in esame il caso russo e quello iraniano.</p>
<p><strong>Il caso della Russia</strong></p>
<p>Nel caso russo, l’ultimo pacchetto di sanzioni manca di credibilità innanzitutto perché l’obiettivo preponderante è di politica interna. Lontana dall’essere espressione di una politica estera coerente, la nuova legge è la manifestazione dell’attuale caos all’interno dell’amministrazione presidenziale e del partito dei Repubblicani. È, soprattutto, il risultato del dibattito sulle interferenze russe in campagna elettorale e sulla presunta collusione di Trump con il Cremlino che ha intossicato la politica americana degli ultimi nove mesi.</p>
<p>L’introduzione delle nuove sanzioni è giustificata sulla base di un report della CIA del gennaio 2017 che afferma che “il Presidente Putin ha ordinato una campagna di influenza nel 2016 indirizzata alle elezioni presidenziali americane”.<a href="#_ftn4" name="_ftnref4">[4]</a> Al di là delle probabili interferenze russe, del <em>Russiagate</em> (le cui indagini sono ancora in corso) e dello specifico merito del report (criticato da molti per l’assenza di prove<a href="#_ftn5" name="_ftnref5">[5]</a>, almeno nella versione resa pubblica), è evidente dal testo della legge che queste sanzioni, più che essere un’iniziativa direttamente rivolta alla Russia, rappresentano una manovra del Congresso per impedire che Trump, quando si tratta delle relazioni con Mosca, possa agire in maniera indipendente.</p>
<p>La sezione della legge dedicata alla Russia – contrariamente ai casi nello stesso testo relativi a Iran e Corea del Nord – introduce una procedura inedita ed estremamente complessa che impedisce al Presidente di sollevare le sanzioni senza passare dal Congresso, e che lo obbliga inoltre a dichiarare alle due Camere, per ogni decisione rilevante riguardante i rapporti con la Russia, se è sua intenzione “modificare sostanzialmente (<em>significantly alter</em>) la politica estera americana nei confronti della Russia o meno”.<a href="#_ftn6" name="_ftnref6">[6]</a></p>
<p>Se già la decisione di approvare le nuove misure tramite legge priva le sanzioni di quella flessibilità che le renderebbero utili e funzionali a possibili negoziati bilaterali, il nuovo sistema di controllo del Congresso cerca di impedire sul lungo periodo l’apertura di qualunque finestra di dialogo tra Stati Uniti e Russia, e segnala così tanto una preoccupante incapacità di controllare il Presidente in altro modo, quanto una pericolosa assenza di dibattito e di visione di lungo termine nelle relazioni con la Russia.</p>
<p>Un ulteriore motivo per cui le ultime sanzioni contro la Russia sono meno credibili di quelle approvate di comune accordo con l’UE in precedenza, poi, risiede nella loro sostanza. Ad alcune tra le misure approvate, in effetti, il Congresso mostra di dare un’applicazione extraterritoriale, dichiarando che verranno sanzionate non solo imprese americane, ma anche importanti aziende energetiche europee coinvolte in progetti congiunti con i russi, tra cui Nordstream 2. Sebbene quest’ultima previsione, per entrare in vigore, necessiti di una decisione presidenziale volontaria e successiva, molti osservatori e politici europei hanno criticato duramente la nuova legge, sostenendo che si tratta di un’evidente e malcelata volontà americana di portare avanti interessi economici nazionali – in particolare la ricerca di nuovi mercati per esportare il gas – a discapito di nazioni europee, tra tutte la Germania.<a href="#_ftn7" name="_ftnref7">[7]</a></p>
<p>Dal punto di vista dell’efficacia, il primo motivo per cui queste ultime sanzioni sono molto più dannose che utili è l’assenza di coordinamento con i partner europei, criticata ufficialmente dalla Commissione Europea.<a href="#_ftn8" name="_ftnref8">[8]</a> Il problema fondamentale è che esse si inseriscono in un sistema già esistente, e complesso, di misure restrittive nei confronti della Russia approvate e riconfermate più volte in maniera concordata da USA e UE a partire dal 2014. Ad oggi le sanzioni mostravano una loro coerenza e valenza, anche simbolica, perché erano finalizzate a obiettivi ben precisi (restituzione della Crimea all’Ucraina e implementazione degli accordi di Minsk) e perché segnalavano alla Russia una forte, e intransigente, unità transatlantica e all’interno dell’UE nei confronti di violazioni del diritto internazionale ritenute inaccettabili.</p>
<p>L’aggiunta a questa lista delle nuove sanzioni americane ha così indebolito la posizione negoziale della comunità internazionale di fronte alla Russia, perché ha creato divisioni tra i paesi europei – in particolare tra Francia e Germania da un lato, Polonia dall’altro<a href="#_ftn9" name="_ftnref9">[9]</a> – e perché ha segnalato che, anche per ragioni legate a dinamiche interne e all’incognita Trump, l’obiettivo americano al momento non è la sicurezza europea, bensì l’inasprimento di uno scontro bilaterale con la Russia.</p>
<p>Se si considera che il Presidente Putin ad oggi non ha mai cambiato posizione in risposta alle sanzioni, ma ha esclusivamente replicato con controsanzioni, è impossibile pensare che le nuove misure, così come sono e per come sono state presentate, porteranno a qualcosa di buono o di costruttivo. Come noto, la risposta del Cremlino è già arrivata, e consiste nel chiedere che il personale diplomatico americano presente in Russia venga ridotto in maniera da raggiungere lo stesso numero del personale russo negli Stati Uniti.<a href="#_ftn10" name="_ftnref10">[10]</a></p>
<p>Per concludere, come scrive il giornalista Leonid Bershidsky, le sanzioni “sono un altro regalo per Putin”.<a href="#_ftn11" name="_ftnref11">[11]</a> Soprattutto in vista delle elezioni presidenziali russe del 2018, esse possono infatti essere molto facilmente strumentalizzate, e offrono così al Presidente un insperato, ed efficace, tema da giocarsi in campagna elettorale in assenza di un’agenda di riforme da proporre alla popolazione. L’argomento suonerà così: “come mostrano queste misure osteggiate perfino dai principali paesi europei, la politica americana quando si tratta della Russia, è irrazionale, emotiva, russofoba, e ciò a prescindere da ciò che Mosca possa fare o non fare, indipendentemente dal Donbass o dalla Crimea. Per questo, non solo gli Stati Uniti non sono un modello da imitare, ma ogni segnale di apertura nei loro confronti e di democratizzazione potrebbe trasformarsi in una minaccia concreta al nostro paese”.</p>
<p><strong>Il caso dell’Iran</strong></p>
<p>Anche nel caso del nuovo pacchetto di sanzioni contro l’Iran, rivolte in particolar modo contro il suo programma di sviluppo missilistico, vi è un problema di credibilità e un problema di inefficacia, ai quali si somma un problema di mancanza di visione e conoscenza delle dinamiche politiche interne del paese, che fa sì che si ignorino i reali effetti che le nuove sanzioni potrebbero scatenare.</p>
<p>Partendo dal problema della credibilità, anche in questo caso è da segnalare da una parte un conflitto interno all’Amministrazione Usa, con il presidente Trump che sembra cedere alle sirene dei <em>neocon</em> e dei falchi che da tempo invocano il <em>regime change</em> a Teheran; e dall’altra l’ossessione del presidente Trump per il rovesciamento dell’eredità obamiana. In riferimento all’Iran, oltre a una certa aggressività retorica, l’ostilità di Trump si configura per il momento nell’affidamento di un mandato esplorativo ai propri collaboratori affinché cerchino – e trovino – un modo per distruggere l’accordo sul nucleare faticosamente raggiunto nel luglio 2015, senza che però le colpe ricadano sugli Usa stessi.</p>
<p>Ciò si collega al problema della inefficacia: se da una parte è vero che è stato il profondo e complesso impianto sanzionatorio vigente nei confronti dell’Iran a portare il paese al tavolo negoziale, è altresì vero che tale decisione da parte della Guida Suprema Khamenei è stata presa in seguito all’inasprimento delle sanzioni che ha visto protagonista anche l’Unione Europea, e in particolar modo in seguito all’embargo sul petrolio in vigore dal luglio 2012.</p>
<p>Prima che il dossier nucleare iraniano catturasse il centro dell’attenzione erano già in vigore sanzioni da parte di Usa, Ue e Onu che miravano a colpire Teheran per le sue attività di “sostegno al terrorismo internazionale” e per il suo scarso record di rispetto dei diritti umani.  Tuttavia, il regime iraniano ha dimostrato negli anni una profonda resilienza, dando anzi modo a un vero e proprio settore economico parallelo di svilupparsi e proliferare, lucrando proprio sul “mercato nero”. Prova ne è che il regime e il cosiddetto “stato profondo” – <em>pasdaran</em>, settore giudiziario, fondazioni caritatevoli che gestiscono i soldi dell’elemosina islamica – gode tutt’oggi di ottima salute, Lo stesso non si può dire della popolazione iraniana, per cui – scegliendo un solo esempio tra molti<a href="#_ftn12" name="_ftnref12">[12]</a> – è diventato difficile anche solo procurarsi delle medicine che non fossero quelle del mercato nero, con gravi effetti sulla salute, soprattutto tra le fasce più deboli.</p>
<p>Le nuove sanzioni contenute nel decreto Usa non colpiscono direttamente la popolazione civile, ma lo fanno indirettamente: aumentando il clima di incertezza e di conseguenza scoraggiando investitori internazionali e imprese dall’intraprendere rapporti economici e commerciali con l’Iran, contribuiscono al mantenimento del suo isolamento. Si è già visto come in questi due anni dalla firma dell’accordo che ha portato alla sospensione delle sanzioni relative al programma nucleare, le ricadute economiche sulla popolazione non siano state pari alle attese. Ciò di cui ci sarebbe bisogno in questo momento – e del resto ciò che l’ex Segretario di Stato John Kerry aveva provato a fare negli ultimi mesi del suo mandato – è un’azione di rassicurazione delle imprese, non certo il varo di misure che vanno nella direzione opposta.</p>
<p>Venendo ora alla questione della dannosità: le misure prese dall’Amministrazione Trump lasciano presagire che – come ha affermato il diplomatico americano William J. Burns, che ha contribuito a negoziare il JCPOA – gli Usa stiano cercando di affossare l’accordo poco a poco: “a death by a thousand cuts”<a href="#_ftn13" name="_ftnref13">[13]</a>. Con il varo di un nuovo pacchetto sanzionatorio che l’Iran ritiene essere contrario allo spirito del JCPOA (tanto da minacciare di convocare una riunione della Joint Task Force incaricata di vigilare sull’accordo e dirimere le eventuali controversie), gli Usa sperano di provocare in Teheran una reazione “di pancia” che la vedrebbe riavviare le attività di arricchimento dell’uranio sospese dal JCPOA in risposta alle minacce statunitensi. In altre parole, i falchi americani scommettono sui falchi iraniani, i quali hanno sempre espresso diffidenza nei confronti degli Stati Uniti e dello stesso presidente Rouhani e del suo ministro degli esteri Zarif, che sarebbero “venuti a patti col diavolo” svendendo il glorioso programma di sviluppo nucleare in cambio di un sollevamento delle sanzioni che nella realtà non ha portato i benefici attesi.</p>
<p>Una politica che si configura come l’esatto contrario di quella attuata da Obama, e che si caratterizza per una decisiva miopia, dettata da una scarsa conoscenza del paese e dall’offuscamento ideologico con cui i <em>neocon</em> tradizionalmente guardano all’Iran. Impostando una politica aggressiva nei confronti di Teheran, l’effetto che si può ottenere è solamente quello di scatenare una maggiore aggressività. L’Iran, contrariamente a quanto sedicenti analisti vorrebbero far credere, non è un paese irrazionale, suicida o ideologico. Il principio della sopravvivenza del sistema (<em>maslahat</em>) è ciò che guida le azioni del regime ed è stato ciò che ha portato alla creazione di un consenso tra le fazioni affinché venisse raggiunto un accordo sul nucleare. Se però si mette in atto un comportamento aggressivo, ignorando che uno dei fondamenti della sua politica estera è il profondo senso di “solitudine strategica” che lo attanaglia fin dai tempi della guerra Iran-Iraq del 1980-1988, si aumenta a livello esponenziale il livello di percezione della minaccia, portando il paese a mobilitare la propria “difesa avanzata”, vale a dire i gruppi quali Hezbollah e gli altri <em>proxies</em> dislocati nella regione, contro obiettivi statunitensi.</p>
<p>In definitiva, può non piacere il fatto che l’Iran a partire dal 2003 abbia notevolmente esteso la sua influenza nella regione, e che si prepari a raccogliere le spoglie del conflitto siriano così come a mantenere una forte influenza sull’Iraq post-Isis, ma tutto questo non significa che si tratti di un attore con il quale non si debba dialogare. Anzi, proprio in considerazione del suo ruolo fondamentale nell’arco di crisi regionale, mantenere aperto il canale di dialogo ed evitare irrigidimenti e comportamenti provocatori è quanto mai fondamentale.</p>
<p><strong>Conclusioni</strong></p>
<p>Il recente pacchetto di sanzioni nei confronti di Russia, Iran e Corea del Nord è estremamente rivelatore della radicalizzazione della politica americana a seguito dell’elezione di Donald Trump e, in particolare, dell’assenza al momento di una visione coerente di politica estera. Al contrario, l’Amministrazione è segnata da un profondo caos istituzionale interno, che ne mina la credibilità sul piano esterno.</p>
<p>In ossequio al principio dell’“America First”, insieme ai chiari interessi economici incorporati nelle ultime sanzioni, torna in auge, poi, una certa demonizzazione delle altre potenze – nucleari e non – esistenti sullo scacchiere internazionale, che non è però accompagnata da una strategia di lungo termine per relazionarsi con esse.</p>
<p>Nel caso russo, la cosa più grave è che le nuove sanzioni, oltre a acuire le tensioni con Mosca, indeboliscono l’efficacia di quelle già in vigore e finalizzate al rispetto degli accordi di Minsk, perché mostrano una volontà di sanzionare per punire e non per negoziare e, così facendo, dividono l’unità transatlantica e anche l’unità infraeuroepea sul tema. Il risultato è un notevole indebolimento della posizione comune di opposizione alle iniziative russe e del processo di pace <em>tout court.</em></p>
<p>Nel caso iraniano, esse rischiano di far naufragare l’accordo sul nucleare faticosamente raggiunto grazie a uno sforzo multilaterale nel luglio 2015. Un accordo che, come certificato periodicamente dall’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA), sta funzionando. L’eventuale naufragio dell’accordo avrebbe effetti pericolosi tanto sul piano interno quanto su quello internazionale. Dal punto di vista domestico, il fallimento dell’accordo verrebbe facilmente dipinto dagli ultra-radicali come il fallimento del presidente Rouhani, con l’elevata probabilità che le redini del paese tornino – tra quattro anni, alle prossime elezioni – nelle mani delle fazioni ultraradicali. Sul breve periodo, invece, il naufragio dell’accordo potrebbe mettere in seria difficoltà il processo di dialogo recentemente riapertosi tra Iran e Unione europea, così come provocherebbe una ripresa delle attività nucleari da parte di Teheran, con un conseguente aumento dell’insicurezza percepita nella regione.</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> <em>H.R.3364 &#8211; Countering America&#8217;s Adversaries Through Sanctions Act</em>, Congress.gov <a href="https://www.congress.gov/bill/115th-congress/house-bill/3364">https://www.congress.gov/bill/115th-congress/house-bill/3364</a></p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> Per i testi integrali delle due dichiarazioni: <a href="https://www.whitehouse.gov/the-press-office/2017/08/02/statement-president-donald-j-trump-signing-countering-americas">https://www.whitehouse.gov/the-press-office/2017/08/02/statement-president-donald-j-trump-signing-countering-americas</a>; <a href="https://www.whitehouse.gov/the-press-office/2017/08/02/statement-president-donald-j-trump-signing-hr-3364">https://www.whitehouse.gov/the-press-office/2017/08/02/statement-president-donald-j-trump-signing-hr-3364</a>.</p>
<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> E. Porter, <em>To Punish Putin, Economic Sanctions Are Unlikely to Do the Trick</em>, The New York Times, 25 July 2017, <a href="https://www.nytimes.com/2017/07/25/business/economy/economic-sanctions-russia-congress.html?smid=tw-share">https://www.nytimes.com/2017/07/25/business/economy/economic-sanctions-russia-congress.html?smid=tw-share</a></p>
<p><a href="#_ftnref4" name="_ftn4">[4]</a> Sec. 211, c. 6 della legge. Per il testo integrale del report: https://www.dni.gov/files/documents/ICA_2017_01.pdf</p>
<p><a href="#_ftnref5" name="_ftn5">[5]</a>D. Klion, <em>No bombshell: the intelligence report on Russia and the election was ineffective</em>, The Guardian, 9 January 2017, <a href="https://www.theguardian.com/commentisfree/2017/jan/09/no-bombshell-intelligence-report-russia-us-election-was-ineffective">https://www.theguardian.com/commentisfree/2017/jan/09/no-bombshell-intelligence-report-russia-us-election-was-ineffective</a>.</p>
<p><a href="#_ftnref6" name="_ftn6">[6]</a> Sec. 216, c. 3.</p>
<p><a href="#_ftnref7" name="_ftn7">[7]</a> E. Mazneva, P. Donahue, A. Shiryaevskaya, <em>Germany, Austria Tell U.S. Not to Interfere in EU Energy</em>, Bloomberg, 15 giugno 2017, <a href="https://www.bloomberg.com/news/articles/2017-06-15/u-s-toughens-stance-on-russian-gas-as-engie-defends-new-pipe">https://www.bloomberg.com/news/articles/2017-06-15/u-s-toughens-stance-on-russian-gas-as-engie-defends-new-pipe</a>; <em>Germany urges EU countermeasures against U.S. over Russia sanctions</em>, Reuters, 31 luglio 2017, <a href="https://www.reuters.com/article/us-usa-trump-russia-germany-idUSKBN1AG0SJ">https://www.reuters.com/article/us-usa-trump-russia-germany-idUSKBN1AG0SJ</a>.</p>
<p><a href="#_ftnref8" name="_ftn8">[8]</a> J. Brunsden, C. Weaver, <em>EU ready to retaliate against US sanctions on Russia</em>, Financial Times, 23 luglio 2017,  <a href="https://www.ft.com/content/211de800-6fbc-11e7-aca6-c6bd07df1a3c">https://www.ft.com/content/211de800-6fbc-11e7-aca6-c6bd07df1a3c</a></p>
<p><a href="#_ftnref9" name="_ftn9">[9]</a> S. Erlanger, N. MacFarquhar, <em>E.U. Is Uneasy, and Divided, About U.S. Sanctions on Russia</em>, The New York Times, 25 luglio 2017, <a href="https://www.nytimes.com/2017/07/25/world/europe/eu-uneasy-about-impact-of-new-us-sanctions-on-russia.html">https://www.nytimes.com/2017/07/25/world/europe/eu-uneasy-about-impact-of-new-us-sanctions-on-russia.html</a></p>
<p><a href="#_ftnref10" name="_ftn10"><em><strong>[10]</strong></em></a><em> La vendetta va servita fredda. Putin espelle 775 diplomatici americani</em>, Il Foglio, 31 luglio 2017, <a href="http://www.ilfoglio.it/esteri/2017/07/31/news/la-vendetta-va-servita-fredda-putin-espelle-775-diplomatici-americani-146952/">http://www.ilfoglio.it/esteri/2017/07/31/news/la-vendetta-va-servita-fredda-putin-espelle-775-diplomatici-americani-146952/</a>; <a href="https://republic.ru/posts/85470">https://republic.ru/posts/85470</a></p>
<p><a href="#_ftnref11" name="_ftn11">[11]</a> L. Bershidsky, <em>U.S. Sanctions Are Another Gift to Putin</em>, Bloomberg, 31 luglio 2017, <a href="https://www.bloomberg.com/view/articles/2017-07-31/u-s-sanctions-are-another-gift-to-putin">https://www.bloomberg.com/view/articles/2017-07-31/u-s-sanctions-are-another-gift-to-putin</a>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="#_ftnref12" name="_ftn12">[12]</a> N. Bajoghli, <em>When I ran out of birth control in Iran</em>, HuffPost, 29 luglio 2013, <a href="http://www.huffingtonpost.com/narges-bajoghli/when-i-ran-out-of-birth-control_b_3671688.html">http://www.huffingtonpost.com/narges-bajoghli/when-i-ran-out-of-birth-control_b_3671688.html</a></p>
<p><a href="#_ftnref13" name="_ftn13">[13]</a>L. Nasseri, <em>The Iran Nuclear Deal Faces ‘Death by a Thousand Cuts’</em>, Bloomberg, 29 giugno 2017, <a href="https://www.bloomberg.com/news/articles/2017-06-28/after-surviving-trump-day-one-iran-deal-risks-a-lingering-death">https://www.bloomberg.com/news/articles/2017-06-28/after-surviving-trump-day-one-iran-deal-risks-a-lingering-death</a></p>
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		<title>Quel ‘terrore sovrano’ che è arrivato in Iran</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 Jun 2017 18:48:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Grande Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[golfo persico]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Terrorismo]]></category>
		<category><![CDATA[Trump]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Lia Quartapelle Sono giorni di stravolgimento in Medio Oriente, questi. E di grande preoccupazione e contrapposizione sul&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Di Lia Quartapelle</em></p>
<p><strong>Sono giorni di stravolgimento in Medio Oriente, questi.</strong> E di grande preoccupazione e contrapposizione sul tema del terrorismo di matrice jihadista. Ma sono giorni che possono presentare opportunità di chiarire le linee di relazione tra l’Unione europea e la regione.</p>
<p><strong>Prima la brusca chiusura delle relazioni con il Qatar </strong>da parte di Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrain, Yemen, la parte della Libia controllata da Haftar, le Maldive e la Giordania con l’accusa di “sostenere e proteggere numerosi gruppi terroristici che minano a destabilizzare la regione, come i Fratelli musulmani, l’Isis e al Qaida”, che ha spaccato il campo dei paesi del Gulf Cooperation Council, con azioni eclatanti come la chiusura dei voli e l’espulsione degli ambasciatori che rischiano di spingere la tensione nella regione a livelli di non ritorno.</p>
<p><strong>Poi, le notizie di terrore che arrivano da Teheran,</strong> che sono senza precedenti perché mai l’Iran era stato teatro di attentati di Daesh, avendone però più volte subito la minaccia.</p>
<p><strong>Tutti i paesi coinvolti dalle notizie di questi giorni sono paesi che in un modo o nell’altro usano l’arma del “terrore sovrano”,</strong> nella azzeccata definizione di Marina Calculli e Francesco Strazzari, come strumento della loro politica estera. Tanto che a livello regionale non è mai stato possibile arrivare a una definizione di ciò che è terrorismo e ciò che non lo è, perché gli Stati utilizzano il finanziamento e l’appoggio a gruppi estremisti o gruppi terroristi affiliati a Daesh e Al Qaida come strumenti per mantenere la propria influenza nei conflitti regionali, a partire dalla Siria, e per diminuire la coesione interna nei paesi rivali.</p>
<p><strong>L’utilizzo, in certi casi aperto, come con Hamas e Hezbollah, in altri obliquo come gli appoggi che Al Qaida, Daesh e altri gruppi ricevono da vari paesi del Golfo, del terrorismo</strong> come strumento delle relazioni internazionali nella regione è la ragione principale di una scarsa efficacia delle azioni internazionali di contrasto a Daesh. Perché l’Occidente combatte militarmente un mostro che non è considerato dal regime siriano il nemico principale e che continua a ricevere finanziamenti e appoggi da alcuni paesi della regione. I sauditi hanno per anni diffuso la loro formula salafita dell’islam in chiave anti-iraniana. E da questa si sono dipanate poi le ideologie jihadiste. Oggi molti privati del Golfo finanziano illegalmente il terrorismo, soprattutto attraverso il Kuwait.</p>
<p><strong>La minaccia di Daesh è una minaccia globale, che colpisce i concerti e i parlamenti, da Westminster al Majlis iraniano,</strong> che semina il panico tra i copti d’Egitto così come tra gli avventori di una gelateria a Bagdad. Il fatto che questa minaccia riguarda tutti comporta la necessità di combatterla direttamente, smantellando al più presto il cinico utilizzo della narrativa del terrorismo per fini politici, come abbiamo visto in questi giorni da parte dell’Arabia saudita, dell’Egitto e dei paesi satelliti. Così come va evitato di ingerire negli affari interni di Stati sovrani utilizzando l’appoggio a milizie e gruppi politici. O nella regione si va affermando questa consapevolezza a breve oppure l’uso del terrorismo contro stati nemici rischia di impantanare tutta quell’area.</p>
<p><strong>In questo frangente i paesi europei dovrebbero svolgere questo ruolo,</strong> non per dare carta bianca a una delle fazioni in lotta nella regione, come ha deciso di fare il presidente Trump con l’idea di creare una Nato araba. L’Europa deve cogliere questa occasione per mostrare senza reticenze ai paesi della regione il pericolo che si annida nel definire in modo ambiguo e secondo i propri interessi il terrorismo, senza perseguire azioni che lo contrastino apertamente.</p>
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		<title>Rafsanjani, la rivoluzione e il prezzo dei meloni</title>
		<link>https://www.mondodem.it/81/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Annalisa Perteghella]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Jan 2017 12:44:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Grande Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[Islam]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Rivoluzione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“L’economia è una faccenda da asini (khar). Abbiamo fatto la rivoluzione per l’islam, non per il prezzo dei&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>“L’economia è una faccenda da asini (<em>khar</em>). Abbiamo fatto la <strong>rivoluzione</strong> per l’islam, non per il prezzo dei meloni (<em>kharboza</em>)”. Così parlò l’ayatollah Khomeini in un discorso a Qom nell’agosto 1979, pochi mesi dopo la vittoria della rivoluzione: la neonata repubblica islamica di <strong>Iran</strong> aveva abbandonato la corona per il turbante, il vicario dell’imam sedeva sulla poltrona di Guida della rivoluzione, l’antica utopia dello stato islamico diveniva realtà a Teheran, eppure bisognava dare una risposta anche a quelle masse di diseredati, <em>mostazafin</em>, che alla rivoluzione avevano chiesto giustizia e riscatto sociale. Deviando l’attenzione dalle cose terrene come il prezzo dei meloni, Khomeini inaugurava un difficile decennio: la lunga guerra con l’<strong>Iraq</strong> di Saddam Hussein, che impegnò i due paesi per otto lunghi anni (1980-1988) servì da una parte a cementificare le fondamenta della neonata Repubblica islamica, bagnandole nel sangue dei giovani <em>shahid</em> spediti al fronte con le chiavi del paradiso al collo, dall’altra però paralizzò il processo politico interno, subordinando ogni istanza di ricostruzione del paese all’esigenza della “sacra difesa”.</p>
<p><strong>Khomeini</strong> morì nel 1989 e forse non è esatto dire che gli succedette Ali Khamenei. Forse gli storici un giorno riconosceranno che a succedergli fu Ali Akbar Hashemi Rafsanjani, all’epoca cinquantacinquenne. L’hojjat-ol-islam <strong>Rafsanjani</strong>, proveniente da un’agiata famiglia di produttori di pistacchi, godeva di un consistente patrimonio personale e vantava una solida rete d’appoggio presso il bazaar. Formatosi a Qom sotto la guida anche di Khomeini, divenne presto parte della cerchia ristretta dei fedelissimi, restando accanto all’ayatollah prima, durante e dopo la rivoluzione, tanto che lo stesso Khomeini avrebbe dichiarato “finché c’è Rafsanjani, ci sarà la <strong>Repubblica islamica</strong>”. Proprio Rafsanjani fu cruciale nel portare l’anziano ayatollah, nei suoi ultimi mesi di vita, alla decisione di “bere l’amaro calice” e mettere fine alla guerra con l’Iraq. Una intuizione fondamentale, che sarebbe stata la cifra di tutto l’operato politico e non solo di Rafsanjani da quel momento in poi: per salvaguardare l’esistenza della Repubblica islamica, essa andava protetta soprattutto da se stessa. Difficile se non impossibile governare sulle macerie: non quelle delle città vicine al confine iracheno bombardate dall’aviazione di Saddam, bensì quelle più profonde, interne al sistema: nel 1988 il prodotto nazionale lordo iraniano era pari a quello di ventuno anni prima, vale a dire precedente a quel periodo di modernizzazione forzata varata dallo shah che era stata una delle cause della rivoluzione, il reddito degli iraniani era sceso del 40%, l’inflazione era alle stelle e 1,6 milioni di persone non avevano più una casa.</p>
<p>Con Rafsanjani nel ruolo di presidente e Ali Khamenei in quello di Guida suprema la Repubblica islamica aveva finalmente il suo Termidoro: “ricostruzione” divenne la parola chiave della Seconda repubblica iraniana, una repubblica in cui grazie all’emendamento costituzionale che aveva eliminato la figura del primo ministro e accentrato il potere esecutivo nelle mani del presidente, Rafsanjani si preparava a fare da kingmaker, coadiuvato da una vasta schiera di tecnocrati, del nuovo programma di sviluppo del paese. Per far ripartire l’economia era però necessario che l’Iran uscisse dallo stato di isolamento internazionale in cui era stato – o si era – rilegato dopo la rivoluzione e la guerra con l’Iraq: da qui le aperture di Rafsanjani prima verso Russia e repubbliche ex-sovietiche e poi verso l’Europa, con l’inaugurazione del “dialogo critico” il cui scopo ultimo doveva essere l’attrazione di capitali stranieri da unire a un processo di liberalizzazione economica interna. Alla ricostruzione di Rafsanjani faceva però da contraltare la costruzione, da parte di Khamenei, di un potente blocco burocratico in grado di favorirne l’ascesa politica. Khamenei infatti, privo tanto del carisma di Khomeini quanto dell’autorità teologica che doveva giustificarne l’autorità politica, procedette negli anni alla creazione di un vasto e capillare network di sostegno, parte fondamentale del quale fu la cooptazione degli ambienti militari in attività economiche statali o parastatali.</p>
<p>Al grido di “ricostruzione e sviluppo” il governo Rafsanjani varò un piano quinquennale che prevedeva una politica monetaria aggressiva, ingenti investimenti nelle infrastrutture, la creazione di zone speciali di libero commercio e altre misure per attrarre investimenti esteri, ma soprattutto una massiccia privatizzazione delle imprese statali. Tutte misure che costarono a Rafsanjani, che pur era implicato in affari e malaffari, le accuse di essere “amico dei capitalisti” e “propagatore dell’islam americano”. I radicali che sedevano nel Majles, il parlamento, non gli lasciarono molto margine d’azione: ebbero gioco relativamente facile nell’accusarlo di difendere gli interessi dei <em>mostakbarin, </em>gli “arroganti”<em>,</em> sia all’interno del paese, tramite le riforme di cui in ultima analisi avrebbero beneficiato solo i benestanti, sia all’esterno, aiutando le superpotenze a realizzare il loro piano di rinnovata subordinazione dell’Iran ai propri interessi.</p>
<p>Gli sforzi di Rafsanjani nel ricostruire l’<strong>economia</strong> del paese rimarranno in gran parte frustrati, mentre negli angoli più reconditi del sistema si andavano a creare rendite di posizione che avrebbero reso ogni sforzo di riforma profondamente, inesorabilmente, vano. Sforzi che proseguirono anche durante i due mandati di Mohammad Khatami, il presidente filosofo. Anche con Khatami, nonostante un aumento delle rendite petrolifere e una diminuzione della popolazione, il grande afflato riformatore rimase però in larga parte lettera morta: qualsiasi tentativo di liberalizzazione andava inevitabilmente a infrangersi contro lo scoglio rappresentato da conservatori religiosi e ultra-radicali, la cui paura dei “complotti stranieri” e la cui enfasi sull’autosufficienza si traducevano in un’opposizione dogmatica ai rapporti con l’Occidente, tant’è vero che la legge sugli investimenti esteri diretti venne approvata a fatica e imponendo un limite agli IDE del 35% nel settore industriale e del 25% negli altri settori. A bloccare qualsiasi processo di privatizzazione erano poi i potenti conglomerati economico-finanziari rappresentati dalle <em>bonyad</em>, legate a doppio filo all’élite di potere iraniana e ai pasdaran. La mancanza di posti di lavoro, unita all’aumento del costo della vita, causò una riduzione del benessere individuale e andò ad esacerbare il rancore di quanti appartenevano alle classi più disagiate e si sentivano di fatto esclusi dalle politiche del governo riformista, troppo occupato, secondo loro, a dibattere di questioni intellettuali e di libertà di espressione, tutte cause nobilissime, ma con le quali non si assicurava la sopravvivenza fisica e il diritto a condurre un’esistenza dignitosa dei propri cittadini.</p>
<p>Fu proprio questo rinnovato – o forse mai assopito – discontento tra i <em>mostazafin</em> che dette il colpo di grazia alla già traballante esperienza riformista. Ciò fornì un ottimo spunto alla campagna elettorale degli ultra-radicali, incentrata sui temi della giustizia sociale, della redistribuzione della ricchezza e della lotta alla corruzione e alle “mafie” economiche – delle quali Rafsanjani era l’emblema. Pur rappresentando la “seconda generazione” di rivoluzionari, la cosiddetta “generazione del fronte”, formatasi non con la rivoluzione ma con la guerra Iran-Iraq, Ahmadinejad riprese e fece propria la retorica dei rivoluzionari “di prima generazione”. Forte della propria umile origine – era figlio di un fabbro – egli si proponeva come “l’uomo del popolo”, venuto a dare finalmente ascolto alle istanze di quegli oppressi e diseredati ai quali la Repubblica islamica aveva promesso riscatto e ricompense, ma che a vent’anni dalla rivoluzione versavano ancora nelle stesse, indigenti, condizioni. Poco importa se durante il suo mandato il paese ha conosciuto la seconda più grave crisi economica dai tempi della guerra con l’Iraq. L’inasprimento della retorica radicale e il nuovo via libera agli “elmetti” portarono a una nuova, pesante, fase di isolamento, esacerbata dall’imposizione internazionale delle sanzioni per il programma nucleare.</p>
<p>“Non abbiamo fatto la rivoluzione per il prezzo dei meloni”, diceva Khomeini, eppure a quarant’anni di distanza dalla rivoluzione il prezzo dei meloni è tornato protagonista per spiegare quella che è stata salutata come la più grande svolta recente della storia politica della Repubblica islamica: l’elezione, nel giugno 2013, di Hassan Rouhani, lo “sceicco della diplomazia”, eletto con il chiaro mandato di porre fine a sanzioni e isolamento internazionale e dare agli iraniani, se non le discettazioni colte sulla democrazia islamica dei riformisti, almeno il melone a prezzi accessibili promesso dai pragmatici. L’elezione di Hassan Rouhani ha significato però anche il “ritorno” di Hashemi Rafsanjani: senza il suo appoggio e senza le sue manovre dietro le quinte per unire i fronti dei riformisti e dei conservatori pragmatici, l’esito delle elezioni non sarebbe stato scontato. E invece la sua intuizione del 1989, la necessità di aprire le valvole del sistema al fine di evitarne l’implosione, ha avuto la meglio.</p>
<p>Secondo l’International Energy Agency, nel corso del 2012, dopo l’entrata in vigore dell’embargo sul petrolio iraniano, la produzione di petrolio del paese è scesa da 3,7 milioni di barili al giorno a 2,65 milioni, con una perdita di 40 miliardi di dollari solo in proventi petroliferi. Alla diminuzione delle rendite petrolifere ha fatto seguito la riduzione delle riserve di valuta internazionale, causando il drastico aumento del tasso di cambio sul mercato interno e facendo precipitare la valuta nazionale: da 13.000 Rial per un dollaro a fine 2011 si è passati a 32.500 Rial a ottobre 2012. A tali effetti nefasti delle sanzioni si accompagnavano – e si accompagnano tutt’oggi – le croniche insufficienze strutturali: un tasso di <strong>inflazione</strong> storicamente elevato, associato a una crescita generalizzata dei prezzi, e un tasso di <strong>disoccupazione</strong> altrettanto storicamente elevato, mentre il sistema rimane bloccato dalle rendite di posizione. Se la firma dell’accordo sul nucleare prometteva di risolvere i problemi più contingenti alle sanzioni, in primo luogo dando nuova linfa al settore petrolifero, i problemi più strutturali rimangono il target dell’azione più ampia da parte del governo di Rouhani.</p>
<p>Oggi però, che gli effetti del deal tardano ad arrivare nonostante sia passato un anno dall’implementation day, problemi contingenti e problemi strutturali sono sempre più collegati: impossibile attirare davvero gli investitori internazionali se il sistema non si apre e non fornisce adeguate rassicurazioni in termini di trasparenza e affidabilità. Lo sanno bene gli oppositori di <strong>Rouhani</strong>, già oppositori di Rafsanjani, che attendono il presidente al varco delle prossime elezioni presidenziali, previste per il 19 maggio prossimo. È anche e soprattutto sugli effetti positivi del deal che Rouhani si giocherà la rielezione: dovrà riuscire nello sforzo di convincere gli iraniani a dare un secondo tempo alla speranza, che uscendo da un sistema sanzionatorio così complesso quale era quello verso l’Iran è normale che i tempi di ripresa siano lunghi, che ogni sforzo profondo di riforma del sistema richiede tempo. Con ogni probabilità Rafsanjani era pronto a gettare ancora una volta tutto il suo peso politico in difesa di quella visione, a manovrare tra le fazioni per portare acqua alla propria corrente. Ironia della sorte: questa settimana arriverà a Teheran il primo Airbus A321, che rientra nel contratto da 19 miliardi di dollari siglato dall’Iran con Airbus per la consegna di 100 velivoli. Un primo risultato visibile e tangibile del deal. Ma Rafsanjani non sarà lì a vederlo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Questo articolo è stato pubblicato in versione ridotta su “Il Foglio” del 10 gennaio 2017.</p>
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		<title>Il dossier iraniano nell’era Trump: i rischi e il possibile ruolo dell’UE</title>
		<link>https://www.mondodem.it/135/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Annalisa Perteghella]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Nov 2016 14:27:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Grande Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni USA]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[Nucleare]]></category>
		<category><![CDATA[Trump]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tra le numerose incognite che circondano l’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti ve n’è una&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Tra le numerose incognite che circondano l’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti ve n’è una che tiene con il fiato sospeso attori internazionali diversissimi fra loro: Cina, Russia, Unione europea, Iran. Proprio quest’ultimo paese infatti è stato oggetto di aspri attacchi da parte del neoeletto presidente, che più volte durante la campagna elettorale ha ribadito di voler “stracciare” l’accordo sul nucleare e negoziarne uno nuovo. È comprensibile che in questo delicato momento le cancellerie dei paesi coinvolti nel negoziato, così come gli stessi iraniani, guardino con un misto di ansia e preoccupazione a quello che succederà dopo l’insediamento. A destare preoccupazione non è tanto la possibilità che la nuova amministrazione possa “stracciare l’accordo” (cosa tecnicamente possibile ma politicamente sconsigliabile, in primis per le ripercussioni in termini di credibilità presso i propri alleati), quanto la possibilità che gli Stati Uniti possano intraprendere azioni fortemente punitive nei confronti dell’Iran, che finirebbero per inficiare i buoni risultati ottenuti finora in termini di costruzione del dialogo e della fiducia reciproca. Tali azioni, inoltre, renderebbero estremamente probabile una emarginazione dell’amministrazione moderata di Rouhani a favore delle ali più radicali del regime, portando dunque a una nuova “chiusura” del sistema e a un comportamento più aggressivo nella regione.</p>
<p>Due elementi concorrono a rafforzare la preoccupazione per quanto in questi giorni accade al di là dell’Atlantico: il fatto che il partito Repubblicano – tra i più forti oppositori dell’accordo – potrà dal prossimo gennaio trovare nella presidenza una sponda per le proprie istanze punitive nei confronti di Teheran (non ci sarà più Obama a porre il veto alle proposte di nuove sanzioni) e la mancanza di esperienza del neoeletto presidente, che lo porterà a delegare decisioni, o a essere fortemente influenzato, dalle persone di cui si circonderà. Guardando alla rosa dei nomi che ha preso a circolare in questa settimana, le premesse sono tutt’altro che rosee: John Bolton, Newt Gingrich, Rudy Giuliani (di cui si parla per incarichi alla segreteria di Stato e alla Difesa) si sono in passato distinti per posizioni radicali nei confronti dell’Iran, sposando, quando non avanzando, la tesi del <em>regime change</em>. Tutti e tre hanno partecipato – dietro lauto compenso – a manifestazioni organizzate dal gruppo Mojaheddin-e Khalq (MEK), un gruppo terrorista di stampo marxista incentrato sul culto personale del proprio leader, che dal 1979 si autoproclama governo iraniano in esilio e che avoca il cambiamento di regime a Teheran.</p>
<p>Per il momento, l’Iran reagisce con calma apparente: tanto il presidente Rouhani quanto il ministro degli Esteri Zarif hanno speso parole rassicuranti in questi giorni per tranquillizzare la popolazione circa il fatto che il risultato elettorale negli Usa non inciderà sull’accordo, “perché si tratta di un accordo multilaterale incastonato in una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite”. La Guida suprema, ayatollah Ali Khamenei, sembra invece al momento impegnata a tenere a bada i falchi con dichiarazioni che reiterano l’indifferenza di Teheran nei confronti del risultato elettorale di un paese di cui, comunque, “non ci si può fidare”. La calma è però, per l’appunto, solo apparente, per via delle motivazioni accennate sopra: l’attuale amministrazione teme che la rinnovata ostilità degli Stati Uniti possa fare il gioco delle fazioni del regime più radicali; nel caso, se non dello stralcio dell’accordo, del varo di nuove sanzioni, Rouhani incontrerebbe enorme difficoltà a giustificare la continuazione dell’attuale politica di “moderata apertura”; la mancata “delivery” in termini di benefici economici per la popolazione, infine, potrebbe costargli la rielezione il prossimo maggio (secondo un copione già visto nel 2005 con il passaggio da Mohammad Khatami a Mahmoud Ahmadinejad).</p>
<p>Di fronte all’incertezza per quello che accadrà negli Stati Uniti a partire da gennaio, e di fronte alle poche certezze che non lasciano molto spazio all’ottimismo, è questo il momento per l’Unione europea, che ha giocato un ruolo decisivo nella mediazione del negoziato tra i P5+1, di elevarsi in maniera ancora più decisiva a garante dell’accordo nucleare e di proseguire nell’invio di segnali distensivi a Teheran. Un ruolo, questo, che l’Alto rappresentante Federica Mogherini ha prontamente rivendicato lo scorso 13 novembre al termine della cena informale dei ministri degli Esteri Ue: “<em>Let me tell you very clearly that this is not a bilateral agreement, it is a multilateral agreement, endorsed by the UN Security Council resolution. </em><em>So it is in our European interest, but also in the UN interest and duty to guarantee that the agreement is implemented in full</em>”. Pur rimanendo nel solco dell’indispensabile dialogo transatlantico, l’Unione europea deve prepararsi nei prossimi mesi a compiere scelte coraggiose (non solo sul dossier iraniano).</p>
<p>A questo scopo, sarà cruciale nei prossimi mesi la capacità di mantenere compatto almeno il fronte degli EU3, i tre paesi (Francia, Germania, Regno Unito) che hanno preso parte al negoziato con Teheran. Purtroppo, dall’analisi del trend in corso non emergono segnali incoraggianti. Con un Regno Unito fuori dall’Unione europea e una Francia ostaggio il prossimo anno di un turno elettorale con ogni probabilità polarizzante (e di una politica estera tradizionalmente più vicina ai paesi del Golfo), al momento sembra rimanere un solo paese: la Germania. In questo contesto, l’Italia – forte di una relazione storica con l’Iran e di un atteggiamento finora pragmatico – potrebbe, e dovrebbe, giocare un nuovo ruolo propulsivo in sede europea per garantire che rimanga aperto il canale di dialogo, così come le relazioni economiche, con Teheran.</p>
<p>Solo tenendo saldo il timone si potrà passare indenni attraverso la tempesta in arrivo da oltre Atlantico: l’accordo nucleare con l’Iran, dopo aver rappresentato un successo della diplomazia europea, si candida a diventare uno dei possibili dossier che possono aiutare l’Ue a “diventare grande”. Solo così si potrà dimostrare che il multilateralismo e la soluzione negoziata delle crisi non sono sacrificabili sull’altare degli egoismi nazionali.</p>
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