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	<title>Libia Archivi &#8211; MondoDem</title>
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	<description>Laboratorio di Politica Internazionale</description>
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	<title>Libia Archivi &#8211; MondoDem</title>
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		<title>La Libia oggi: svolta politica, ma stallo militare</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nicolò Beda Zantomio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 21 Mar 2021 16:50:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Africa subsahariana]]></category>
		<category><![CDATA[Macroaree]]></category>
		<category><![CDATA[Libia]]></category>
		<category><![CDATA[Petrolio]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A dieci anni di distanza dalla caduta del regime di Gheddafi avvenuta nel 2011 il conflitto in Libia&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">A dieci anni di distanza dalla caduta del <strong>regime di Gheddafi</strong> avvenuta nel 2011 il conflitto in Libia sembra finalmente giunto ad una svolta. Incassata la fiducia all’unanimità di 132 deputati della Camera dei Rappresentanti, il nuovo governo guidato dal <strong>premier Dadaiba </strong>(che include, tra gli altri, la prima donna ministro degli Esteri Najla el-Mangoush) ha prestato giuramento lunedì 15 marzo. Questo nuovo gabinetto guiderà il paese verso le elezioni presidenziali e legislative nazionali previste per il prossimo 24 dicembre. Altra tappa fondamentale nel processo di stabilizzazione del paese avrà luogo il prossimo 22 marzo, data in cui il Parlamento libico si riunirà a Tripoli per votare il primo bilancio unificato dal 2014. Questi ultimi sviluppi vanno letti positivamente, nonostante il paese rimanga pericolosamente esposto ad <strong>un’elevata frammentazione politica</strong>, con il generale Haftar che per primo non vede con soddisfazione il nuovo corso istituzionale intrapreso dalla Libia.</p>



<p>Oltre alle divisioni sul piano politico, la pacificazione definitiva del paese nordafricano risente anche dell’attuale <strong>situazione militare</strong>. Ciò che deve preoccupare maggiormente i governi occidentali è la presenza sempre più radicata di Turchia e Russia, prevalentemente attraverso truppe mercenarie e milizie tribali. Secondo le Nazioni Unite a dicembre 2020 le unità di combattenti straniere presenti sul territorio libico erano<strong> circa 20.000</strong> e l’ultimatum per un ritiro, previsto il 23 gennaio nel quadro di accordi tra il GNA di al-Serraj ed il LNA di Haftar, è rimasto di fatto inosservato. Ad oggi la situazione sul campo appare sempre più cristallizzata, con nessuno dei contendenti che sembra disposto a rinunciare alle posizioni sinora conquistate.</p>



<p>Da una parte vi sono i militari turchi, inviati da Ankara nel gennaio 2020 a sostegno di al-Serraj assieme a <strong>circa 5-6.000 mercenari siriani </strong>e concentrati in alcune località dell’Ovest del paese. Il dispositivo turco fa perno su un triangolo costituito dalla città di Tripoli, il porto di Khoms dove stazionano unità navali e la base aerea di al-Watiya, che è diventata lo snodo principale per i rifornimenti dell’Aeronautica turca. Lo scorso agosto la Turchia ha inoltre firmato con il Qatar un protocollo per la creazione di un centro di addestramento militare. Sull’altro fronte invece si registra la presenza di <strong>circa 2-3.000 mercenari russi</strong> della società Wagner, inviati in Libia a supporto del generale Haftar, posizionatisi intorno alla città di Sirte. Questi, sostenuti dai caccia MiG e dai sistemi antiaerei Pantsir forniti da Mosca, operano principalmente nella Libia orientale e meridionale. Il sistema difensivo russo è costruito attorno ad una trincea tra Sirte e Jufra lunga oltre 70 chilometri e dotata di <strong>più di 30 postazioni fortificate</strong>. I mercenari russi hanno anche accelerato i lavori di espansione delle basi aeree di Jufra e Brak al-Shati. Questa posizione strategica consente loro di mantenere non solo una certa pressione sui territori a Ovest ma anche il controllo del bacino petrolifero di Sirte. Non va infine sottovalutato il loro radicamento a Sidra e Ras Lanuf, nonchè nella regione meridionale libica, tra il campo petrolifero di Sharara, Ghat e al-Wigh.</p>



<p>Tutto questo accade di fronte alle <strong>coste della Sicilia</strong>, strategiche per il fianco sud della NATO. Sarebbe forse utile per l’Italia valutare la possibilità di<strong> proporre l’apertura di un tavolo internazionale</strong> per l’istituzione di una forza di interposizione, magari a guida USA, sotto l’egida dell’ONU, con ‘boots on the ground’ sul suolo libico. L’Italia dovrebbe quindi farsi promotrice di una coalizione militare internazionale presso il Segretario di Stato Anthony Blinken ed il Consigliere per la Sicurezza Nazionale Jake Sullivan.</p>



<p>A livello diplomatico sarebbe invece fondamentale da un lato <strong>pressare gli Emirati</strong>, principali sostenitori di Haftar assieme all’Egitto ad interrompere i pagamenti verso la Russia, costringendo così la Wagner ad abbandonare il terreno, dall’altro cercare una sponda da parte del Qatar per esercitare una ‘moral suasion’ sulla Turchia affinché questa proceda alla rimozione dei propri militari e dei miliziani siriani operativi al fianco del GNA;</p>



<p>Sarebbe altresì utile <strong>promuovere una iniziativa internazionale per rilanciare la produzione di petrolio libico</strong>. La produzione petrolifera in Libia, prima nazione in Africa per riserve stimate, è <strong>crollata dai 1,2 milioni di barili al giorno di inizio 2020 ai 100 mila barili circa</strong>, in conseguenza del blocco dei terminal di esportazione e lo stop ai giacimenti attuato da Haftar il 17 gennaio (alla vigilia della Conferenza di Berlino) per mezzo delle<strong> tribù a lui fedeli</strong>. L’Italia e l’Unione Europea dovrebbero quindi convocare quanto prima un tavolo europeo dei Ministri, competenti in materia energetica, dei paesi che operano con proprie compagnie in Libia (la spagnola Repsol, la francese Total, l’austriaca OMV e la norvegese Statoil), al fine di garantire la piena sicurezza e continuità delle attività estrattive della National Oil Corporation di Tripoli.</p>



<p>Infine, un <strong>rapporto redatto dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu afferma chiaramente che da ottobre 2019 a gennaio 2021 l’embargo sul traffico di armi si è dimostrato totalmente inefficace</strong>. Si renderebbe quindi necessaria una revisione dell’operazione IRINI, diretta dall’Ammiraglio Agostini, sul piano degli assetti, su quello operativo (numero di ore di volo disponibili?) e sulle regole di ingaggio (le ispezioni delle navi). Un’altra possibilità potrebbe essere infine quella di aprire un <strong>dialogo tra IRINI e AfriCom</strong>, il Comando del Pentagono per l’Africa. Uno scambio informativo tra questi due attori migliorerebbe ancor più l’efficienza operativa di IRINI e andrebbe a rafforzare la presenza europea nel quadrante nordafricano.</p>
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		<title>L’Italia in cerca di se stessa rischia l’irrilevanza sul piano internazionale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Annalisa Perteghella]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 31 May 2018 12:40:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Italia nel mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[Libia]]></category>
		<category><![CDATA[Politica Estera]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Annalisa Perteghella Sembra ingenuo provare a introdurre nel dibattito politico di questi giorni l’elemento della politica estera&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Di Annalisa Perteghella</em></p>
<p>Sembra ingenuo provare a introdurre nel dibattito politico di questi giorni l’elemento della politica estera del nostro paese. Troppo profonda la crisi, troppo incerto l’orizzonte per dedicare tempo e pensieri a qualche cosa che viene percepito come residuale, accessorio: <em>prima</em> risolviamo i problemi interni, <em>poi</em> potremo pensare alla collocazione internazionale dell’Italia e agli appuntamenti internazionali che la attendono quest’anno. Eppure, questo percepire la dimensione internazionale come qualche cosa di altro e di subordinato a quella nazionale è profondamente sbagliato: non solo il nostro paese se non inserito in un chiaro sistema di alleanze rischia di autocondannarsi all’irrilevanza (geo)politica, ma il trascurare la dimensione internazionale rischia di avere pericolose conseguenze anche sulla dimensione nazionale. Il motivo per cui la politica estera viene troppo spesso relegata al ruolo di Cenerentola del dibattito politico è da imputare alla <strong>mancanza di un pensiero più ampio, che metta in relazione interesse nazionale e strategia internazionale.</strong> Essi sono invece strettamente collegati, e stupisce che siano proprio quei partiti che più a livello retorico enfatizzano la necessità di fare gli interessi dell’Italia a tralasciare completamente la dimensione internazionale, o a rivederla in maniera antitetica rispetto al vero interesse nazionale. Il drammatico prolungarsi dei tempi per la formazione di un governo, poi, si traduce nella perdita di tempo e occasioni per affermare il ruolo e gli interessi del nostro paese.</p>
<p>I due esempi più lampanti in questo momento sono <strong>il dossier libico e quello iraniano</strong>: nel primo caso, abbiamo assistito nei giorni scorsi all’ennesima iniziativa francese per la pacificazione del paese forse più cruciale per gli interessi italiani, con un Macron impegnato in una roboante quanto incerta iniziativa unilaterale mentre l’Italia, che avrebbe numerose carte da giocare e che potrebbe ritagliarsi un ruolo da leader dell’iniziativa multilaterale in sede Onu, ha un ministro degli Esteri dimissionario; nel caso dell’Iran, invece, mentre le cancellerie europee fervono nella ricerca di soluzioni che possano tutelare le proprie aziende di fronte all’uscita USA dall’accordo sul nucleare, non si registra alcuna presa di posizione (tranne quella del Presidente del Consiglio in uscita Paolo Gentiloni) in difesa dell’<em>Iran deal</em>, né si ravvisa alcuna progettualità per salvare quell’interscambio da 5 miliardi di euro che fa del nostro paese il primo partner commerciale UE di Teheran.</p>
<p>Ma altri e numerosi sono gli appuntamenti all’orizzonte. L’8-9 giugno il <strong>G7 in Canada</strong>, occasione in cui tentare di ricucire lo strappo inferto da Trump al multilateralismo e al liberismo commerciale: sotto l’ombra della minaccia dei dazi americani su acciaio e alluminio, l’Italia ha tutto l’interesse a fare fronte comune con gli altri paesi del G7 affinché il presidente Usa rinnovi le esenzioni verso l’Europa. Il mese di giugno sarà poi dedicato alla discussione sulla riforma del processo di Dublino, fondamentale per la gestione dei flussi migratori verso il continente europeo. In questo caso, è interesse del nostro paese continuare a chiedere il rispetto del principio di solidarietà intra-europea, come ribadito nel <a href="https://g8fip1kplyr33r3krz5b97d1-wpengine.netdna-ssl.com/wp-content/uploads/2018/04/Position-paper-Dublin.pdf"><em>position paper</em></a> presentato a fine aprile dai governi dei paesi più esposti ai flussi in arrivo: Italia, Spagna, Grecia, Cipro e Malta. Vi è poi il cruciale appuntamento del <strong>Consiglio europeo del 28-29 giugno</strong>, in cui su impulso franco-tedesco verrà con ogni probabilità avviata la discussione sul processo per il rafforzamento dell’eurozona, che prevede per ora la creazione di un bilancio dell’Eurozona, l’introduzione della figura del ministro delle Finanze Ue e il completamento dell’Unione bancaria, in cambio della quale la Germania e i paesi del nord Europa chiederanno con ogni probabilità una riduzione dei rischi nei paesi dell’Eurozona. Al centro dell’agenda del Consiglio sarà anche la decisione circa il rinnovo o meno delle sanzioni verso la Russia (attualmente in vigore fino al 31 luglio 2018) in seguito alla valutazione dello stato di attuazione del processo di Minsk sul cessate il fuoco in Ucraina. Vi è poi il <strong>Summit NATO a Bruxelles dell’11-12 luglio</strong>, nel corso del quale verrà discusso l’orientamento strategico dell’Alleanza per i prossimi anni, con le questioni chiave dello sviluppo delle capacità militari dei paesi membri fino al raggiungimento del target del 2% delle spese militari/pil, della risposta alla strategia di <em>hybrid warfare</em> della Russia, e della risposta alla minaccia sempre presente del terrorismo. Dopo la pausa estiva, l’Italia dovrà affrontare entro il prossimo <strong>30 settembre la questione del rifinanziamento delle missioni militari all’estero</strong>: la decisione dovrà obbligatoriamente essere accompagnata a una riflessione strategica su quali siano i teatri principali per il nostro paese. Il governo Gentiloni ha ad oggi diminuito la presenza nei teatri afghano e iracheno, per un maggiore orientamento verso il continente africano, con il nodo cruciale della missione in Niger. Le difficoltà di avvio di questa missione, che ha la funzione di contrastare i traffici illeciti che alimentano organizzazioni terroristiche e criminalità organizzata nel Sahel, esigono la presenza di un governo stabile e nel pieno delle proprie funzioni. Lega e M5S, nel Contratto di Governo siglato nelle scorse settimane, hanno dichiarato di voler “rivalutare la presenza dei contingenti italiani nelle missioni internazionali geopoliticamente e geograficamente, e non solo, distanti dall’interesse nazionale italiano”: sarebbe opportuno che entrambi questi partiti chiariscano la propria idea di interesse nazionale, e le scelte che verranno intraprese di conseguenza. <strong>Il 30 novembre e l’1 dicembre sarà la volta del G20 in Argentina</strong>, che ha luogo in un momento in cui le spaccature della comunità internazionale si fanno sempre più evidenti; anche in questo caso, interesse dell’Italia è ricucire le divisioni su Russia e Iran, scongiurare le conseguenze nefaste di una guerra commerciale tra Usa e Cina, e nel complesso agire affinché il summit torni a essere occasione per la discussione di soluzioni per la tutela dei beni pubblici internazionali, anziché dei particolarismi. Infine, l’anno si chiuderà <strong>il 6-7 dicembre con il</strong> <strong>Consiglio ministeriale OSCE</strong> a Milano. Nell’anno di presidenza italiana dell’Organizzazione, il nostro paese dispone di un’occasione per stabilire le priorità di azione sul fronte sicurezza e difesa: come rapportarsi al processo di Minsk per la risoluzione del conflitto in Ucraina? Come rispondere alle sfide provenienti dalla regione del Mediterraneo?</p>
<p>Questi sono alcuni degli appuntamenti principali che si presenteranno nei prossimi sei mesi: l’agenda è fitta, e lo è ancora di più se si considera anche quella rete di incontri bilaterali e di attività di cooperazione che vengono messi in atto per avanzare l’interesse del nostro paese. Ecco che dunque non basta ribadire una generica “collocazione europea ed atlantica” &#8211; sebbene questa rappresenti un obiettivo minimo. Occorre che le forze che si apprestano a governare chiariscano <strong>quali priorità guideranno l’azione internazionale del nostro paese nei prossimi mesi</strong>, e soprattutto in quale modo intendono realizzare l’interesse nazionale italiano, al di là dei proclami. Occorre che esse sciolgano, senza ambiguità, il nodo delle relazioni con la Russia, che pregiudica l’azione europea e internazionale del nostro paese. In un momento in cui gli indicatori della solidità delle democrazie liberali sembrano rilevare un generale arretramento, occorre, in definitiva, che esse chiariscano una volta per tutte <strong>quale idea di mondo e quale idea di Italia</strong> guidano la loro azione, e spieghino al popolo italiano in che modo queste idee possono contribuire al benessere e alla realizzazione degli interessi del paese.</p>
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		<title>La sfida delle migrazioni per l’Italia e l’Europa: come affrontarne i rischi e coglierne le opportunità</title>
		<link>https://www.mondodem.it/770/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Nov 2017 16:29:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Policy brief]]></category>
		<category><![CDATA[#migrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Libia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Roberto Forin* Attualmente, in Italia e altrove in Europa, sembra che “come affrontare i rischi”, reali o percepiti,&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #000000;"><em>Roberto Forin*</em></span></p>
<p>Attualmente, in Italia e altrove in Europa, sembra che “<em>come affrontare i rischi</em>”, reali o percepiti, legati ai flussi migratori si sia delineata come una imprescindibile priorità politica, spesso invocata come reazione necessaria all’affermarsi di una forte retorica populistica anti-immigrazione. Ne sono un buon esempio le recenti iniziative Italiane nel Mediterraneo, e particolarmente in Libia, mirate al contenimento dei flussi. Tuttavia, nonostante la loro efficacia di breve termine, nel medio-lungo termine tali politiche rischiano di dimostrarsi inefficaci e, peggio ancora, controproducenti, come cercherò di dimostrare.</p>
<p>Le “<em>migrazioni</em>” non sono né un fenomeno contemporaneo né temporaneo. Sono parte integrante di più ampi processi di trasformazione sociale ed economica, legati alla globalizzazione. Come è stato più volte evidenziato da numerosi economisti e sociologi, le migrazioni stanno già dando un importante contributo alla crescita economica e alla trasformazione sociale del nostro paese. Ecco perché, anche in Italia, una prospettiva di medio-lungo termine, mirante a “cogliere le opportunità” legate a tale contributo, dovrebbe fare parte integrante di ogni discussione riguardante le politiche migratorie.</p>
<p>Detto ciò, considerando la complessità della questione e la brevità di questo paper il mio contributo si limiterà all’analisi di alcune delle più recenti iniziative in Libia e Italia. L’obiettivo è quello di identificare alcuni dei rischi e delle opportunità legati a tali iniziative e presentare alcune proposte concrete di policy ad esse associate.</p>
<p><strong><em><u>Politiche migratorie nel Mediterraneo</u></em></strong></p>
<p>Dopo il picco di arrivi attraverso la cosiddetta rotta balcanica nel 2015/2016, la rotta del Mediterraneo centrale è ridiventata la principale porta d’entrata verso l’Europa. Nel 2016, più di 180.000 migranti irregolari, di cui la stragrande maggioranza diretta verso Italia, sono stati intercettati nel Mediterraneo centrale. Il 2016 è anche stato l’anno record per le vittime in mare, con più di 4.500 vittime durante la traversata. Nel 2017, al 31 Ottobre, 111.397 migranti  avevano raggiunto le coste Italiane, 95% dei quali provenienti dalla Libia. I primi cinque paesi di origine, per ordine di importanza, erano Nigeria (16%), Guinea (9%), Bangladesh (8%), Costa d’Avorio (8%), Mali (6%)</p>
<p>In Libia, gli sforzi del governo Italiano si sono concentrati sulla riduzione delle partenze verso l’Italia. Negli ultimi mesi, questo approccio ha portato a una significativa riduzione degli arrivi (80% in meno rispetto a Ottobre rispetto al 2016). Tuttavia, in seguito a tale riduzione, una serie di nuove problematiche sono emerse (o si sono acuite) in Libia.</p>
<p><strong>L’effetto più preoccupante, ampiamente dibattuto nelle ultime settimane, è il  numero crescente  di migranti bloccati nel Paese, esposti a sistematiche violazioni dei diritti </strong><strong>umani, particolarmente nei centri di detenzione per migranti. </strong>In Libia, il conflitto e l’instabilità hanno portato al collasso dello stato di diritto in vaste aree. Approfittando dell’impunità, molte milizie, gruppi criminali e individui partecipano allo sfruttamento e agli abusi dei migranti, particolarmente nei centri di detenzione.</p>
<p><strong>Nel contesto Libico, un approccio di breve termine basato esclusivamente sul contenimento dei flussi rischia di rivelarsi controproducente nel medio/lungo termine. </strong> Diverse ricerche hanno documentato come la discriminazione e gli abusi verso i migranti, causando il loro progressivo “disempowerment”, piuttosto che “contenerli” in Libia rischia semplicemente di spingerli verso la decisione  di continuare il viaggio verso paesi più sicuri, quali l’Italia.</p>
<p><strong>Nel lungo termine l’approccio attuale rischia di compromettere ulteriormente la già  fragile economia locale Libica, l’economia della regione del Sahara e, per finire, la stabilità dell’intera area.  </strong>L’approccio attuale sottovaluta il fatto che la Libia è storicamente, e rimane a tutt’oggi, la destinazione di molti migranti, soprattutto di quelli provenienti dai Paesi affacciati sull’altra sponda del deserto.  Particolarmente nel sud della Libia, i migranti forniscono un contributo fondamentale all’economia della regione. Inoltre, attraverso le rimesse e i movimenti stagionali, essi contribuiscono positivamente all’economie delle loro Nazioni d’origine.</p>
<p><strong><em><u>Politiche migratorie in Italia</u></em></strong></p>
<p>In Italia ci sono approssimativamente 2.700.000 lavoratori stranieri. Fra questi, circa 600.000 lavorano come badanti, baby-sitter e personale domestico, 450.000 lavorano in agricoltura e circa 250.000 nell’edilizia. Negli ultimi quattro anni il numero di imprese gestite da lavoratori stranieri è aumentato del 20%,  arrivando a rappresentare il 10% del totale delle piccole imprese Italiane. Nel 2016 il loro contributo all’economia nazionale è stato stimato intorno ai 123 miliardi di Euro, il 9% del PIL.</p>
<p>Appare dunque chiaro come, al di là della gestione dei flussi attraverso il Mediterraneo, la creazione in Italia delle condizioni appropriate affinché le migrazioni possano continuare a contribuire all’economia del paese sia un obiettivo di  fondamentale importanza. In tal senso, le politiche migratorie dovrebbero essere viste come delle opportunità per rilanciare l’innovazione e il capitale umano nel nostro Paese.</p>
<p>L’introduzione dello <em>Ius solis</em> e dello <em>Ius culturae, </em>in discussione al Senato, darebbe un contributo positivo concreto all’integrazione di un numero significativo di famiglie di stranieri in Italia. Tuttavia, tale iniziativa dovrebbe essere accompagnata da altre misure miranti alla creazione di un sistema di accesso dei lavoratori stranieri al mercato del lavoro più organizzato, efficiente e trasparente. Tali misure contribuirebbero simultaneamente alla riduzione  del numero di lavoratori stranieri irregolari presenti sul territorio e  all’integrazione dei lavoratori stranieri regolari.</p>
<ol>
<li><strong><u>Proposte di politiche migratorie in Libia </u></strong></li>
</ol>
<p><strong>Nel breve periodo: rafforzare la protezione dei migranti nei centri di detenzione e l’accesso ai servizi di base</strong></p>
<p>L’affermarsi in Libia di un governo centrale legittimo e efficiente rimane un obiettivo distante. Il controllo del territorio da parte del Governo di Unità Nazionale, presieduto dal Primo Ministro Fayez al Sarraj, rimane estremamente limitato e gli ultimi sviluppi sul terreno non lasciano intravedere una soluzione rapida a tale situazione di impasse. Ciononostante, pur rimanendo realista rispetto ai progressi che il paese Nord Africano può compiere nella gestione dei flussi migratori, l’Italia dovrebbe fissarsi una serie di chiari obbiettivi  strategici di breve e medio termine in tale ambito. Tali obbiettivi dovrebbero formare parte integrante di più ampie relazioni diplomatiche fra i due Paesi, nonché del ruolo che l’Italia dovrebbe rivestire nelle politiche riguardanti la zona del Mediterraneo sia a livello bilaterale che nell’ambito delle politiche Europee.</p>
<p>In linea con l’art. 5 dell’accordo fra il Governo Italiano e il Governo di Unità Nazionale Libico stipulato a Roma il 2 Febbraio 2017 e con i principi dei precedenti accordi fra i due paesi (2012 e 2008), qualsiasi tipo di supporto alle autorità libiche dovrà essere condizionato al rispetto dei diritti dei migranti. Tale supporto include le attività di rafforzamento delle capacità e di supporto tecnico ai centri di detenzione previsti dall’art. 2 del suddetto accordo nonché le azioni intese a rafforzare la capacità della Libia di controllo delle frontiere proposte dall’Italia e dalla Commissione Europea e finanziate attraverso il Fondo Fiduciario EU-Africa (€46 milioni)</p>
<p>In questa prospettiva, le misure che dovrebbero essere immediatamente adottate dalle autorità Libiche includono:</p>
<ul>
<li>La chiusura dei centri di detenzione che agiscono in violazione della giurisdizione del Dipartimento per la Lotta alla Migrazione Illegale (DCIM).</li>
<li>La cessazione della detenzione arbitraria dei migranti;</li>
<li>L’apertura di indagini sui rapporti di violazioni dei diritti umani da parte dei funzionari governativi</li>
<li>Il miglioramento delle condizioni di detenzione nei centri gestiti dal Dipartimento per la lotta alla Migrazione Illegale (DCIM)</li>
</ul>
<p>Per facilitare l&#8217;attuazione di tali misure, l&#8217;accesso ai centri di detenzione da parte dell&#8217;Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR), dell&#8217;Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (IOM), nonché delle organizzazioni della società civile libica dedite alle attività di monitoraggio delle condizioni nei centri di detenzione dovrebbero essere facilitati dal Governo di Unità Nazionale.</p>
<p>Al fine di perseguire gli obiettivi summenzionati, il Governo italiano potrebbe fare riferimento all&#8217;art. 3 dell’accordo del 2017, che prevede la creazione di un comitato direttivo per accompagnare l&#8217;attuazione dei termini dell&#8217;accordo.</p>
<p><strong>Nel medio-lungo periodo: riforma del quadro giuridico e rilancio dell’economia locale </strong></p>
<p>Il prerequisito essenziale per l’attuazione di una strategia di medio-lungo periodo nell’ambito delle politiche migratorie in Libia è il progressivo consolidamento di un governo centrale legittimo, stabile e capace di affermare la propria autorità sulla totalità del territorio. In tal senso, l’adozione del progetto costituzionale approvato dal Governo di Unità Nazionale nel Luglio del 2017, ancora in corso di negoziazione fra i vari centri di potere, sembra essere un primo e fondamentale passo.</p>
<p>In questa prospettiva, una strategia di medio-lungo termine dovrebbe mirare al  riconoscimento delle esigenze di protezione dei migranti vulnerabili e dei richiedenti asilo in Libia, alla promozione della loro integrazione nella  struttura socio economica libica attraverso il miglioramento delle condizioni di lavoro dei lavoratori stranieri nel paese. Dovrebbero invece essere evitati  interventi miranti a “sigillare” i confini meridionali libici con il Ciad, il Niger e il Sudan. Tali misure comprometterebbero le attuali dinamiche di mobilità nella regione, basati sull’informalità, sulla porosità delle frontiere e sulla migrazione stagionale. Rischierebbero quindi di avere conseguenze negative per le economie locali, creando in ultima istanza un terreno fertile per l’aumento delle attività di contrabbando e di traffico di esseri umani piuttosto che per una loro riduzione.</p>
<p>Sulla base di queste premesse, le seguenti azioni dovrebbero essere avviate:</p>
<ol>
<li><u> Promuovere la adozione di una legge nazionale sul asilo e la decriminalizzazione del reato d’immigrazione clandestina. </u></li>
</ol>
<p>La Libia, pur non essendo parte contraente della Convenzione di Ginevra, ha tuttavia ratificato la Carta africana dei diritti dell’uomo e dei popoli (1981), che all’art. 12 riconosce il diritto di ricercare e ricevere asilo in territorio straniero e vieta le espulsioni collettive. Ha inoltre ratificato la Convenzione sugli aspetti propri ai problemi dei rifugiati in Africa, che prevede, all’art. II, il divieto di refoulement. L’Italia dovrebbe supportare la trasposizione dell’istituto dell’Asilo Politico e del principio di <em>non-refoulement </em>nella giurisdizione nazionale. Fra l’altro è importante far notare che il riconoscimento di tali principi è contenuto nella bozza di costituzione sopra menzionato che all’art. 14 stabilisce che <em>“lo Stato garantisce l’Asilo Politico. E’ proibita il trasferimento dei rifugiati politici con l’eccezione dei tribunali internazionali, le cui condizioni e circostanze sono stabilite per legge” </em>(traduzione del autore).</p>
<p>Inoltre, la revisione dell’attuale Legge 19 del 2010 sulla “lotta all’immigrazione clandestina” dovrebbe essere considerata. Criminalizzando l’immigrazione irregolare, questo quadro giuridico esclude <em>de iure</em> e <em>de facto</em> ogni possibile iniziativa nell’ambito delle alternative ala detenzione, che potrebbero altrimenti messe in atto attraverso il supporto della comunità internazionale.</p>
<p>Al fine di perseguire tali obiettivi di medio termine l’Italia dovrebbe impegnarsi  sia sul fronte del supporto alle autorità Libiche che attraverso una posizione di leadership in ambito Europeo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li>In Libia l’Italia dovrebbe appoggiare la formazione e i lavori del Consiglio Nazionale per i Diritti Umani, uno degli organismi costituzionali indipendenti previsti dalla sopra citata bozza di Costituzione (art. 159). Fra le funzioni di tale organismo la bozza di costituzione prevede il monitoraggio del rispetto dei diritti umani, la difesa dei diritti inscritti nel testo costituzionale, la ratifica e/o accessione dei trattati internazionali in difesa dei Diritti Umani e la cooperazione con organizzazioni nazionali e internazionale in questo ambito.</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li>A livello Europeo, l’Italia dovrebbe inserire le sopra citate riforme legislative come una delle tappe di una più ampia strategia volta a rilanciare le discussioni per l&#8217;inclusione della Libia nella Politica Europea di Vicinato (ENP)</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="2">
<li><u>Rilanciare lo sviluppo socio-economico e l’inclusione dei migranti nella economia locale </u></li>
</ol>
<p>Al di là dell&#8217;obiettivo immediato della stabilizzazione del Paese, il recupero della economia libica è una precondizione essenziale per la messa in atto di qualsiasi politica migratoria fruttuosa. Rilanciare l’economia locale significherebbe creare delle opportunità che riporterebbero molti trafficanti verso la legalità e, allo stesso tempo, aumenterebbero le occasioni di lavoro a favore dei migranti provenienti dall’Africa Subsahariana e altrove.  Appare quindi chiaro come il rilancio dell’economia libica, particolarmente a livello locale, debba essere una delle priorità del governo italiano nel medio termine.</p>
<p>L’iniziativa del Forum Economico di Agrigento, tenutosi nel Luglio 2017, segna sicuramente un primo passo nella giusta direzione. Tuttavia sarebbe opportuno andare al di la degli aspetti meramente economici con iniziative collaterali miranti al rafforzamento della cooperazione fra l’Italia e la Libia in altri importanti settori, quali ad esempio la cultura e l’educazione. Alcuni dei punti inclusi nel trattato di amicizia Italo-Libico del 2008 (articolo 15 e articolo 16) rappresenterebbero un precedente di cooperazione interessante in questo ambito e potrebbero quindi essere riesaminati con le controparti libiche.</p>
<ul>
<li>Lo sviluppo socio-economico, gli scambi culturali e la cooperazione nell’ambito dell’alta formazione in Libia dovrebbero essere incluse nelle priorità del “Fondo Africa” 2017-2020</li>
</ul>
<p>Il rilancio dello sviluppo socio-economico e l’inclusione dei migranti nelle economie locali sono anche punti chiave del piano d’azione varato a La Valletta nel 2015, fortemente voluto dall’Italia. Tuttavia, solamente 42 dei 136 milioni di euro stanziati dal Fondo Fiduciario Europeo per l’Africa per le attività nel paese libico saranno destinati allo sviluppo locale. Anche in questo caso è importante notare come la bozza di costituzione del 29 luglio fornirebbe un quadro giuridico adeguato per questo tipo di iniziative, sia a livello bilaterale che europeo. L’articolo 159 della bozza di costituzione sancisce che <em>“… le unità di  governo locale stabiliscono, sotto la supervisione dal governo centrale, relazioni di partenariato e cooperazione all’estero con l’ obiettivo di supportare uno sviluppo equo e sostenibile.” </em>(traduzione del autore).</p>
<ul>
<li>L’Italia dovrebbe farsi promotrice a livello europeo di un aumento del budget stanziato per lo sviluppo socio-economico e la <em>governance</em> a livello municipale e regionale. Sul piano bilaterale l’Italia dovrebbe provvedere supporto tecnico alle istituzioni locali e nazionali libiche per un uso efficace e trasparente dei fondi (gestione dei progetti, <em>monitoring &amp; evaluation).</em></li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<ol>
<li><strong><u>Proposte di politiche migratorie in Italia </u></strong></li>
</ol>
<p>E’ estremamente importante evitare di accreditare la percezione, attualmente abbastanza diffusa in molti paesi del Nord Africa e dell’ Africa Subsahariana, che la Comunità Europea e l’Italia vogliano trasformare la Libia nei guardiani dell’ Europa, a ogni costo. Occorre quindi dare dei segnali forti di apertura e dimostrare che l’Italia e l’Europa sono anche disposte a mettersi in gioco direttamente. In tal senso, il dialogo bilaterale e multilaterale con i Paesi africani nell’ ambito dei canali di migrazione legale, quali i visti di studio e lavoro, i programmi di <em>resettlement</em> e i corridoi umanitari, vanno rilanciati. Non si tratta solamente di rispondere ad un imperativo morale e a interessi di politica estera: l’apertura di canali di migrazione legale ha il potenziale di ridurre gli arrivi di migranti irregolari in Italia, creando allo stesso tempo le condizioni necessarie affinché la forza lavoro dei migranti possa contribuire allo sviluppo economico e alla prosperità del Paese.</p>
<p>Anche in questo caso, l’Italia dovrebbe combinare un impegno bilaterale con i partner africani (in linea con il “Fondo Africa” di recente costituzione) con una leadership più incisiva e dinamica a livello europeo, dove l’Italia dovrebbe <em>“lead by example”</em> e attraverso un protagonismo rinnovato nei dialoghi esistenti.</p>
<ul>
<li>Sulla base di accordi bilaterali con i principali Paesi d’origine dei migranti in Italia, l’Italia dovrebbe aumentare le attuali quote lavoro annuali (solamente 30.000 nel 2017), il numero dei visti per studio e delle borse di studio (in linea con le iniziative europee Erasmus e Blue Card)</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li>L’Italia dovrebbe contribuire al programma di <em>resettlement </em>dell’ Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (ACNUR) e promuovere i corridoi umanitari (vedi l’iniziativa della comunità di Sant’Egidio), permettendo alle organizzazioni e comunità locali di assumere responsabilità per gestire direttamente il <em>resettlement</em> dei richiedenti asilo e la loro accoglienza.</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li>A livello europeo, in linea con il lavoro intrapreso attraverso il <em>Migration Compact</em> del 2015, l’Italia dovrebbe assumere la leadership per l’implementazione della seconda priorità del piano d’azione di La Valletta, “Migrazioni legali e mobilità”, attraverso i processi di Rabat e Khartoum e il <em>“Migration and Mobility Dialogue”.</em></li>
</ul>
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<p><em>Questa proposta si basa sulle ricerche riguardanti le esperienze dei migranti bloccati in Libia durante il conflitto del 2011, effettuate presso l’università di Oxford e per il Humanitarian Policy Group del Overseas Development Institute (vedi https://www.odi.org/sites/odi.org.uk/files/resource-documents/10527.pdf ). </em><em>Si basa anche, in parte, sul risultato delle ricerche sullo sfruttamento lavorativo dei migranti nel settore dell’ agricoltura realizzate per il Migration Policy Group del Istituto Universitario Europeo di Firenze (pubblicazione in corso).  </em></p>
<p>&nbsp;</p>
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<p>* Roberto Forin lavora come responsabile della ricerca per I’International Centre for Migration Policy Development (ICMPD) con sede a Vienna, dove coordina un progetto di ricerca sulla tratta lungo le rotte migratorie in Europa e si occupa di migrazione nei paesi in crisi, in particolare la Libia . Prima di entrare all’ICMPD, ha lavorato come Vice Capomissione per il Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR) in Grecia nel 2015/2016. Roberto ha oltre dieci anni di esperienza nella protezione e assistenza dei rifugiati e delle popolazioni sfollate in zone di conflitto in Africa, Medio Oriente e Sud America, principalmente con il CICR e l&#8217;Organizzazione internazionale per le migrazioni (IOM). Dal 2014, dopo un anno di studi sulle migrazioni  presso l&#8217;Università di Oxford, ha approfondito le problematiche migratorie nel Mediterraneo e nel Nord Africa come ricercatore e operatore umanitario. A Oxford, ha condotto ricerche sull’“immobilità involontaria” e sulle migrazioni in paesi in crisi. Successivamente, ha collaborato con il Migration Policy Center presso l&#8217;Istituto Universitario Europeo di Firenze e il Humanitarian Policy Group presso l&#8217;Overseas Development Institute per delle ricerche sullo sfruttamento lavorativo dei migranti in Italia e sulla protezione dei migranti in Libia.</p>
<p><em>Il presente paper rappresenta il contributo dell&#8217;autore per la conferenza &#8220;La politica estera ed europea dell&#8217;Italia: le proposte del PD&#8221;. Esso non impegna in alcun modo il Partito e il suo programma. </em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/770/">La sfida delle migrazioni per l’Italia e l’Europa: come affrontarne i rischi e coglierne le opportunità</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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		<title>Sulla Libia, Macron balla da solo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Jul 2017 14:15:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Grande Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[L'Italia nel mondo]]></category>
		<category><![CDATA[haftar]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Libia]]></category>
		<category><![CDATA[Macron]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Arturo Varvelli* Ci risiamo, verrebbe da dire. Francia e Italia sono due dei principali partner europei ma&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di <em>Arturo Varvelli*</em></p>
<p><strong>Ci risiamo, verrebbe da dire.</strong> Francia e Italia sono due dei principali partner europei ma da sempre sono due storici rivali nel Mediterraneo. Gli interessi sono spesso divergenti e il caso della Libia lo dimostra più di tutti. Dopo circa un anno di assenza di Parigi sul capitolo libico il neo-presidente Macron rilancia il ruolo francese. Circa un anno fa tre agenti dei servizi francesi venivano uccisi in Libia mentre fornivano supporto al generale Khalifa Haftar, il leader militare della Cirenaica. Da allora Hollande aveva sospeso ogni iniziativa, almeno a livello pubblico. Ora Macron torna in scena convocando il presidente del Consiglio Presidenziale del Governo di Unità Nazionale (GNA, voluto dalle Nazioni Unite) e il suo rivale, appunto il generale Haftar. Ciò avviene senza una vera interlocuzione e preparazione con gli altri attori internazionali se non con un preventivo raccordo con il Regno Unito, secondo quanto riportato dalla stampa internazionale.<br />
<strong>Cosa ci dobbiamo aspettare? Partirei da cosa non ci deve sorprendere.</strong> Non sorprende in realtà che Parigi non chiami Roma. Roma non ha chiamato Parigi negli ultimi mesi. Il ministro degli Interni Marco Minniti e quello degli Esteri Angelino Alfano hanno fatto la spola costante tra Italia e Libia, con alterne fortune a dire la verità. Minniti si è recato più volte nel Fezzan, il sud della Libia, che storicamente la Francia considera una propria sfera di influenza affine al mondo saheliano di cui è padrino e nel quale Macron ha compiuto il primo viaggio all’estero per rimarcarne la centralità nel disegno francese di “françafrique”. L’Italia è comunque in grado di una profondità di dialogo (con le milizie, con i rappresentanti locali e tribali) che la Francia in questo momento non ha. L’Italia ha richiamato la Francia su un aspetto importante: ha cercato di evidenziare come i tutti i flussi migratori che arrivano in Libia passino dal Niger, chiedendo a Parigi di farsi carico di questo aspetto.<br />
<strong>Ma l’Italia è oggi sotto accusa perché si sarebbe fatta “scippare” la Libia dalla Francia</strong> a causa della propria inattività. Lo sentiamo ripetere almeno dal 2011, ossia da quando i francesi seguendo le volatili percezioni di cambiamento della rivolta libica decisero di assecondare i gruppi armati anti-gheddafiani. Non andò a finire bene e la Francia non ci ha guadagnato nulla. La Libia è ancora lì con una serie di problematiche difficilmente risolvibili da un vertice rapidamente preparato dalla diplomazia del pur caparbio ministro degli esteri Le Drian.<br />
<strong>Secondo punto quindi: non ci dobbiamo aspettare un risultato decisivo.</strong> Stupirebbe il contrario. Se fonti del Consiglio presidenziale di Tripoli rivelano oggi a <a href="http://www.repubblica.it/esteri/2017/07/23/news/libia_serraj_haftar_vertice_parigi-171479581/">Repubblica </a>che il presidente Serraj ha deciso di volare a Parigi solamente per rispetto nei confronti del presidente Macron, ma che incontrerà Haftar solo a titolo personale e non per un negoziato, l’iniziativa francese nasce morta. Oppure no ed è utile, ma non alla soluzione della crisi politica libica. È utile a Macron per segnare il territorio. Sancisce alla comunità internazionale e al nuovo inviato speciale delle Nazioni Unite, il professore libanese con trascorsi a Sciences Po Ghassan Salamé, che gli interessi francesi vanno tenuti ben presenti. Ribadisce, al di là di tutte le dichiarazioni di facciata, che Haftar gode ancora dei favori di Parigi e che è un punto fondamentale sul quale ricostruire gli equilibri del paese. Costituisce inoltre una bella vetrina per Macron dotandolo di una allure internazionale di mediatore.<br />
<strong>In realtà ci sarebbe bisogno di un coordinamento.</strong> È logico che ogni attore internazionale abbia i propri interessi. È illogico continuare a perseguirli reiterando il risultato di una “somma zero”. L’Italia è in una posizione privilegiata per conoscenza del paese, per familiarità con molti degli attori locali e per la presenza della propria ambasciata – al momento l’unica tra i paesi occidentali – a Tripoli. Ma l’Italia da sola non potrà cambiare le sorti della crisi libica sovvertendo dinamiche centrifughe che hanno radici interne ed esterne, determinate dalla continua azione di pressione e influenza sugli attori locali da parte delle potenze esterne. Come evidenziato in un <a href="http://www.ispionline.it/it/pubblicazione/foreign-actors-libyas-crisis-17134">recente rapporto ISPI – Atlantic Council </a>descrivere la situazione libica come una lotta tra due fazioni, ricorrendo alla divisione tra GNA di Tripoli da una parte e Parlamento di Tobruk/Haftar dall’altra, e ai rispettivi protettori internazionali, sarebbe oggi una semplificazione eccessiva. Non solo perché al loro interno i due campi appaiono variamente compositi, tanto che sembra sempre più difficile pensare che una delle due parti, da sola, abbia la capacità di unificare militarmente il paese sotto il proprio controllo; ma anche perché l’ultimo periodo ha mostrato una grande mutabilità delle alleanze tra le varie fazioni o gruppi, che non sembrano omogenei né all’una né all’altra fazione. Questa divisione tra gli attori locali, e al contempo tra quelli internazionali, appare destinata ad aumentare insieme al venire meno della capacità dello Stato Islamico (IS) di controllare parte del territorio libico. La presenza di IS a Sirte aveva infatti focalizzato contro di esso le attenzioni di molti attori locali e internazionali, contribuendo a creare una momentanea convergenza nella lotta al gruppo.<br />
<strong>Più che convocare Haftar e Serraj quindi sarebbe importante convocare gli attori internazionali più influenti,</strong> trovare una posizione comune e parlare con una sola voce ai libici. È forse illusorio, ma è l’unica soluzione. Ormai da sei anni a questa parte.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Arturo Varvelli è Senior Research Fellow presso l&#8217;Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) di Milano</em></p>
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		<title>Crisi libica, quale via di uscita?</title>
		<link>https://www.mondodem.it/491/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Mar 2017 13:46:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Italia nel mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Libia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Esistono differenti interpretazioni su come analizzare la crisi libica. Alcuni studiosi puntano il dito contro la fragile identità&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Esistono differenti interpretazioni su come analizzare la crisi libica. Alcuni studiosi puntano il dito contro la fragile identità del paese e ne attribuiscono l’ingovernabilità alla sua tipica frammentazione: tribalismo, localismo e regionalismo giocherebbero su più piani come forze centrifughe dirompenti. Un&#8217;altra interpretazione attribuisce la responsabilità di questa prolungata crisi a un processo di polarizzazione politica tra le forze laiche e quelle islamiste. Entrambi i punti di vista potrebbero essere affascinanti, ma entrambi sono parziali, incompleti e talvolta semplicistici poiché trascurano lo scenario internazionale che fa da corona al paese nordafricano e il ruolo cruciale degli attori esterni.<br />
Attualmente nel sistema internazionale, e in particolare nella regione mediorientale e mediterranea, la gerarchia di potere e prestigio sembra cambiare piuttosto rapidamente e la sua continua evoluzione rappresenta un fattore chiave di insicurezza. L&#8217;assertività di attori regionali e il ruolo sempre più influente della Russia sembrano essere emblematici della natura mutevole della schieramenti politici internazionali. Anche i primi passi della nuova amministrazione degli Stati Uniti sembrano confermare una costante attenzione al bilanciamento degli impegni e delle risorse, contribuendo ad accelerare i processi di cambiamento nella regione. Alla luce di questo quadro, il Mediterraneo allargato sembra essere l&#8217;epicentro del disordine globale e la crisi libica si pone come uno dei rinnovati e principali capitoli.<br />
In Libia, l&#8217;interferenza delle potenze regionali e internazionali hanno contribuito a spaccare il paese e reso ancora più difficile dare il via un vero e proprio processo di riconciliazione nazionale. Dal momento che il regime di Gheddafi è stato rovesciato nel mese di ottobre 2011, il paese si è alternato tra fasi di conflitto e di distensione. La Libia di oggi è ancora divisa tra un parlamento a Tobruk e il Consiglio di Presidenza sostenuto dalle Nazioni Unite (guidato da Fayez al-Sarraj) a Tripoli, primo nucleo di un governo di Accordo Nazionale (GNA). Tuttavia, nessuno dei due &#8211; e neppure il terzo incomodo islamista, ossia il vecchio esecutivo guidato da Ghwell che ancora in modo piuttosto surreale vanta legittimità &#8211; può effettivamente essere in grado di governare. Il paese è ancora “ostaggio&#8221; delle milizie che controllano diverse aree del paese: il generale Khalifa Belqasim Haftar in Cirenaica tiene in scacco il parlamento di Tobruk, le milizie di Misurata e Tripoli tengono vivo il fragile governo di Serraj, le milizie più radicali, che hanno nel gran mufti al Gharyani un riferimento politico, non si rassegnano e sono in grado di interferire chiaramente nella scena militare come appurato con il recente blitz che ha permesso loro di espellere le forze di Haftar dalle zone della Sirtica dove sono presenti i terminal petroliferi. Il ginepraio libico è composto da alleanze mutevoli dove lo spazio per la politica non sembra più esistere e chi ha le armi non vive di strategia ma di tattica: l’unico obiettivo importante sembra che non sia far vincere il proprio nemico.<br />
Durante l&#8217;ultimo anno, una trattativa con il generale Haftar, “uomo forte” della Cirenaica è stato discussa più volte, ad una condizione: che egli accettasse un ruolo all&#8217;interno del governo sostenuto dalle Nazioni Unite, limitando le sue ambizioni egemoniche sulla Libia e riconoscendo il primato del governo civile. Gli ultimi eventi stanno rendendo questa opzione sempre più remota, e il contesto internazionale sta clamorosamente indebolendo le possibilità di successo di un tale mediazione. L&#8217;approccio bottom-up delle Nazioni Unite ha fallito perché gli attori locali non sono dotati di incentivi per perseguire una mediazione. La crisi libica è sempre più percepita dalle potenze internazionali e regionali, come parte integrante di una crisi più grande. Molti di questi attori internazionali hanno continuato a sostenere un concorrente libica o l&#8217;altra secondo i propri interessi. Interessi divergenti da parte dei paesi arabi conservatori, Egitto, Stati Uniti, Europa e Russia hanno dato luogo a contrasti e contraddizioni.<br />
Negli ultimi mesi Moscaha fatto la sua irruzione sulla scena con un appoggio ad Haftar e poi con un tentativo di mediazione che ha visto anche Serraj andare in Russia. Difficile dire a cosa punti Mosca e a cosa punti Haftar. I due attori sembrano aver instaurato un matrimonio di convenienza. Fino a qualche tempo fa era chiaro che Haftar cercasse di prendere tempo, evitando un voto di fiducia di Tobruk verso Serraj e tentando di far deragliare il processo politico delle Nazioni Unite. A quel punto, dopo il fallimento del GNA, Haftar sarebbe rimasto l&#8217;unico attore credibile in campo. Nel frattempo si era rafforzato conquistando militarmente le strutture petrolifere nel tentativo di “lanciare un’Opa” sulla Libia. Chi controlla il petrolio controlla (indirettamente) la compagnia petrolifera nazionale e la Banca Centrale. Aprendo o chiudendo i rubinetti di fatto controlla l’economia.<br />
La Russia gioca forse una partita più ampia. La Libia non è la Siria per gli interessi strategici russi e forse, anche qui, è più opportunismo che strategia: gioca un ruolo dove gli USA non sono più in grado o non hanno più intenzione di farlo con la previsione di scambiare questa influenza con altre concessioni in zone più strategiche o semplicemente di accrescere la propria influenza nella regione. Haftar è alla ricerca di nuovi padrini. Gli egiziani &#8211; l&#8217;hanno dimostrato con il tentativo di incontro di poche settimane fa &#8211; sembrano titubanti nel valutare positivamente una opzione militare che porterebbe a un nuovo conflitto alle porte di casa. Emirati e Russia sembrano invece più propensi e danno corda ad Haftar.<br />
In questa serie di mutamenti l&#8217;Italia sta facendo il possibile per garantire la propria posizione sulla base di due presupposti: i principali interessi risiedono in Tripolitania ed ha quindi necessità che sia da quell’area che cominci a ricrearsi legittimità e stabilità; una vera stabilità non può che formarsi con un accordo maggioritario tra le parti e non con la sopraffazione di una parte sull’altra. Sulla base di ciò continua ad appoggiare il GNA. Non tutto è funzionato, a cominciare dalla scarsissima capacità di Serraj di governare, e ora Roma appare alla finestra. Lo scenario internazionale influenza la posizione italiana. Più di tutto ha influenza la relazione tra Russia e Usa. Roma ha perso il supporto dell&#8217;amministrazione Obama e sta cercando di indirizzare, con alterni risultati, la posizione di Trump. L&#8217;Italia ha rafforzato il più possibile Serraj, stabilendo patti con lui (immigrazione) e inviando un ospedale da campo militare a Misurata, suo principale alleato, convinta giustamente che per arrivare a una pace sia necessario che le parti siano in equilibrio. Ma ora l&#8217;attore esterno principale sembra Mosca. Se guardiamo alla recente ambigua dichiarazione congiunta tra Usa, Francia e Gran Bretagna, alla quale l’Italia non ha aderito, Roma appare sempre più sola nel credere ancora a una soluzione mediata.</p>
<p>Arturo Varvelli, Research Fellow, Istituto per gli Studi di Politica Internazionale</p>
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		<title>Le guerre in Siria e Iraq e le ricadute in Europa</title>
		<link>https://www.mondodem.it/210/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Tommaso Canetta]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 Oct 2016 16:03:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Russia e Asia centrale]]></category>
		<category><![CDATA[Aleppo]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Libia]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Siria]]></category>
		<category><![CDATA[Stato Islamico]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Se i due principali problemi per l’Europa sono l’emergenza migranti e il terrorismo – con le loro ricadute&#8230;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Se i due principali problemi per l’Europa sono l’emergenza migranti e il terrorismo – con le loro ricadute politiche e sociali, che stanno scuotendo l’Unione europea alle sue fondamenta – il massacro in corso a Aleppo in Siria e la prossima offensiva su Mosul (capitale dello Stato Islamico) in Iraq rischiano di aggravarli in modo significativo.</p>
<p><strong><em>L’aumento dei flussi di rifugiati e il rischio di radicalizzazione della popolazione locale.</em></strong></p>
<p>L’assedio del regime siriano sui quartieri orientali di Aleppo, controllati dai ribelli, dura da inizio settembre. Se la violenta offensiva in corso dei lealisti porterà alla caduta della zona est della città, è facile ipotizzare un incremento del numero di profughi. In molti cercheranno di scappare dalle milizie sciite e alauite, dalle ritorsioni della dittatura e dalla devastazione che delle loro case e delle loro vite ha lasciato giusto le macerie. Non solo. Si può anche immaginare che le fila delle formazioni più estremiste – come Jabhat Fateh al-Sham, già Jabhat al Nousra, branca siriana di Al Qaeda, e lo stesso Isis – saranno ingrossate da tanti disperati, sopravvissuti soli e senza mezzi alla distruzione di Aleppo, in cerca di vendetta contro Assad o anche solo di uno stipendio da mercenari. Allo stesso modo la prossima offensiva dell’esercito iracheno, aiutato dagli Stati Uniti ma anche (se non soprattutto) da milizie sciite filo-iraniane già tacciate in passato di violenze settarie, rischia di scatenare un esodo di massa della popolazione sunnita di Mosul e un travaso di consensi in favore dello Stato Islamico in Iraq.</p>
<p><strong><em>Che fare?</em></strong></p>
<p>Per quanto riguarda Mosul, una possibile strada sarebbe quella di fare pressione sugli Stati Uniti, affinché utilizzino le proprie leve per bloccare l’operazione voluta dal premier iracheno al Abadi, chiedendo che venga prima decisa una strategia su chi e come debba liberare la città e soprattutto sul dopo-liberazione.</p>
<p>Per quanto riguarda Aleppo invece il primo ostacolo da superare è di carattere teorico. C’è una diffusa convinzione secondo cui, per ottenere il prima possibile quella stabilità che è l’interesse principale dell’Europa, convenga lasciar fare a Putin e a Assad. In base a questa teoria, infatti, una volta conquistata la città, il regime e il suo alleato russo sarebbero disponibili a trattare una tregua stavolta reale, che porti anche a una spartizione delle aree di influenza nel Paese, se non del Paese stesso. Le critiche americane al massacro di Aleppo si spiegherebbero dunque come il tentativo di prolungare gli scontri fino all’insediamento del prossimo presidente che, magari attraverso una politica estera mediorientale più interventista, potrebbe riuscire nell’impresa di causare la caduta di Assad (cosa gradita, se non quasi pretesa, dagli alleati regionali dell’Occidente: Turchia e soprattutto Arabia Saudita).</p>
<p>Se la genuinità dell’idealismo americano può legittimamente suscitare qualche dubbio, il resto di questa teoria è però piuttosto debole. La maggioranza della popolazione siriana è composta da sunniti, molti di loro (anche se non tutti) vogliono la cacciata di Assad e non si fiderebbero di una sua permanenza al vertice del Paese. Anche tra le minoranze cristiana, sciita, drusa etc. – che pure temono l’eventuale ascesa al potere di estremisti religiosi sunniti – la dittatura trova critici e oppositori. Il regime è senza soldi e senza uomini. Viene tenuto in vita dai finanziamenti e dalle milizie che Russia e Iran riversano nel Paese. Difficilmente con Assad al potere, anche su una parte che non sia minoritaria del Paese, si uscirebbe mai da una situazione di conflitto perenne. Al momento, quindi, il meglio che si può fare – non solo umanitariamente ma anche in termini di interesse europeo – è fare pressione perché si interrompa la strage di Aleppo.</p>
<p>A tale scopo sarebbe utile intensificare i rapporti con Mosca, alleato di ferro del regime fin dai tempi dell’Urss (in Siria, a Tartous, c’è l’unica base navale russa nel Mediterraneo), offrendole un’alternativa. Putin non vuole perdere una pedina fondamentale, meno che mai dopo aver investito nell’ultimo anno in Siria ingenti risorse economiche e militari, ma non sarebbe contrario a sostituire Assad con altra figura meno divisiva. Il fallimento nella ricerca di una tale alternativa ha reso finora la Russia feroce nel difendere Assad, ma anche al Cremlino sembra esserci scetticismo sulla possibilità che il dittatore riesca mai a pacificare il Paese. È dunque con Mosca che va cercato un compromesso, offrendo magari anche qualche contropartita in aree più strategiche per la Russia. Per farlo bisogna però negoziare un accordo anche con Teheran, capo-fila dell’asse sciita e protettore di Assad. Alla Repubblica Islamica iraniana servono infatti rassicurazioni analoghe a quelle richieste da Mosca circa la tutela dei propri interessi e della propria influenza. Considerato lo scontro in atto con l’Arabia Saudita in diversi scenari mediorientali, si potrebbe, in cambio di determinate garanzie, offrire a Teheran anche una riduzione del sostegno militare occidentale a Riad (oltre agli americani anche francesi e altri europei vendono miliardi di dollari di armi alla monarchia saudita). Se la logica dell’accordo sul nucleare stipulato con l’Iran l’anno scorso era quella di propiziare un balance of power regionale, tentare la via di un disarmo – imposto da parte dei fornitori – dei contendenti potrebbe funzionare meglio di quanto abbia invece fatto finora ingozzarli di armamenti e lasciarli scannare in un pigro (o voluto, si pensi allo Yemen) disinteresse occidentale.</p>
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		<title>Verso una strategia per la Libia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Tommaso Canetta]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 08 May 2016 16:10:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Grande Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Libia]]></category>
		<category><![CDATA[Stato Islamico]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Contributo di Arturo Varvelli (ISPI) La minaccia dello Stato Islamico Le risorse umane La Libia appare oggi sempre più&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Contributo di Arturo Varvelli (ISPI)</p>
<p><strong>La minaccia dello Stato Islamico</strong></p>
<p><em><strong>Le risorse umane</strong></em></p>
<p>La Libia appare oggi sempre più permeabile alla presenza di combattenti legati allo Stato Islamico (ISIS). Fonti affidabili reputano che ci siano complessivamente tra 5000 e 6000 miliziani Isis che operano in Libia (l’ONU a fine novembre dichiarava circa 3000-3500; il Dipartimento Stato USA a gennaio 5000; più recenti fonti di stampa attorno a 6000). Il nucleo principale di questa presenza si attesta nella città di Sirte, sulla costa mediterranea nella Libia centrale. Il contesto dell’ascesa di Isis a Sirte appare per certi versi simile a quello che lo aveva inizialmente favorito in Iraq, ossia l’esclusione di parte della popolazione da un processo di partecipazione politica. Non appare un caso che Sirte sia la città natale di Muammar Gheddafi, e territorio dove è presente la tribù Qaddafa. Dalla sua caduta, la tribù è stata emarginata e ostracizzata dal governo di Tripoli, accusata da altre milizie di connivenza con il passato regime e, in più di un’occasione, duramente colpita per questo motivo. Parte dei giovani della tribù e di seconde linee del regime (figure più defilate rispetto al caso iracheno), a cominciare dalla primavera 2015 hanno quindi sposato la causa dell’Isis, più per motivazioni politiche che ideologiche. Appare poi piuttosto certa e in costante aumento la presenza di stranieri, in particolare iracheni (tra i vertici) e tunisini.<br />
<em><strong>La presenza territoriale</strong></em></p>
<p>Il sedicente Stato islamico è presente nell’area di Sirte, dove pare controllare circa 180/200 chilometri di costa mediterranea. La debolezza delle forze locali che si oppongono a Isis, rischia di facilitare la conquista, più volte minacciata da parte del gruppo, delle infrastrutture petrolifere del Bacino della Sirte, che tra dicembre 2015 e febbraio 2016 sono state bersaglio di numerosi attacchi. L’eventuale caduta di queste aree, priverebbe lo Stato libico delle uniche entrate di cui dispone: i proventi del petrolio. In seconda battuta garantirebbe rendite consistenti al sedicente Stato Islamico, sebbene, data la posizione geografica, la vendita irregolare del greggio sia molto più complessa da operare rispetto a Siria e Iraq. La decisione di Isis di orientare il fronte operativo a est, garantirebbe al movimento un importante vantaggio strategico evitandogli, almeno per il momento, uno scontro diretto con le milizie di Misurata, tra le meglio attrezzate in Libia. L’Isis appare inoltre disporre di altre aree di controllo in tutto il paese, da Derna, dove aveva inizialmente stabilito una prima enclave alla fine del 2014, fino a Sabratha, dove un campo di addestramento è stato colpito di recente da un raid statunitense. Nelle ultime settimane, a seguito di una escalation degli scontri tra ISIS e le milizie limitrofe, vi è stata un’apparente mobilitazione di alcune forze (comprese quelle del Generale Khalifa Haftar) in vista di un possibile attacco alle zone sotto il controllo di ISIS. Le reali intenzioni sono da chiarire.<br />
<strong>Il quadro politico-strategico</strong></p>
<p>Il 17 dicembre scorso, nella cittadina marocchina di Skhirat, sotto l’egida dell’ONU e del nuovo inviato Martin Kobler, i rappresentanti di alcune fazioni hanno firmato un nuovo “Accordo Politico Libico” che prevede un governo di unità nazionale e la condivisione del potere tra il parlamento di Tobruk, espressione delle elezioni del giugno 2014, e quello di Tripoli, re-instaurato nel settembre dello stesso anno. L’accordo è stato ufficialmente adottato con la risoluzione Onu 2259, approvata il 23 dicembre 2015. La risoluzione obbliga gli stati membri a relazionarsi soltanto con il governo di unità nazionale scaturito dal processo di Skhirat mentre, al contempo, stabilisce che la comunità internazionale possa intervenire militarmente contro lo Stato Islamico solamente previa “richiesta del governo libico”. Faiez Serraj ha ricevuto l’incarico di guidare il governo, co-adiuvato da un Consiglio Presidenziale di 9 membri. A metà febbraio, Serraj ha presentato il proprio esecutivo composto da 18 nomi che è ora in attesa di approvazione da parte del parlamento di Tobruk, l’unico riconosciuto a livello internazionale. Il 13 febbraio il Consiglio di presidenza libico ha deciso di non attendere più il voto di fiducia del parlamento libico, e di auto-legittimarsi sulla base di un documento a favore del governo di unità nazionale firmato da 101 deputati del parlamento di Tobruk. Nell’ultimo mese il parlamento di Tobruk non è riuscito a raggiungere il numero legale (e votare l’approvazione del nuovo governo) a causa delle intimidazioni subite dai deputati favorevoli. La comunità internazionale e l’inviato speciale ONU Martin Kobler, hanno espresso pieno sostegno alla mossa del Consiglio di presidenza. Nella fase iniziale il nuovo governo di Serraj (GNA, General National Accord) ha operato dall’estero, in particolare da Tunisi, e non in Libia perché la capitale Tripoli, conquistata nell’estate del 2014, era – ed è ancora oggi in gran parte – sotto il controllo del General National Congress (GNC). Il 30 marzo il governo di Serraj è giunto a Tripoli via mare (l’aeroporto della capitale era stato fatto chiudere in precedenza pare proprio per evitare l’arrivo del governo unitario) e si è insediato nella base navale di Abu Sittah, a 3 km dal centro della città. Il governo/parlamento di Tripoli (GNC) sembra non essere più attivo. Serraj sembra aver consolidato la propria presenza nella capitale grazie al supporto di una parte delle milizie locali, tuttavia, permane il timore che il nuovo governo di unità nazionale sia percepito come una imposizione da parte della comunità internazionale, in particolare occidentale.<br />
<strong>Obiettivi politici</strong></p>
<p>Il presupposto fondamentale di ogni intervento armato è che sia chiaro l’obiettivo politico. Conseguentemente l’intervento deve essere valutato, nella sua opportunità e nelle modalità, in base a tale premessa che, sebbene appaia scontata, viene spesso dimenticata. Lo dimostra la scarsa chiarezza, in termini di obiettivi politici, che ha caratterizzato molti dei recenti interventi militari occidentali nei teatri mediorientali. Questa mancata chiarezza conduce a missioni a tempo indeterminato, la cui efficacia politica viene progressivamente erosa. Si pensi ancora al caso dell’Iraq o dell’Afghanistan.<br />
La finalità di un eventuale intervento in Libia, dovrebbe essere quella di contribuire al rafforzamento del governo unitario. Finora sono stati considerati requisiti necessari per una possibile azione militare straniera in Libia l’accordo tra fazioni libiche, la formazione del governo ed una successiva richiesta di intervento da parte dello stesso. Alcune recenti indiscrezioni, tuttavia, lasciano intendere che alcuni attori abbiano valutato l’opportunità di cambiare strategia, considerando l’ipotesi di avviare bombardamenti più massicci e interventi militari diretti contro l’Isis, anche senza una formale richiesta da parte di un legittimo governo libico. Il potenziale di rischio di una scelta in tal senso, come dimostrano numerose esperienze passate, compreso l’intervento NATO in Libia del 2011, è terribilmente alto.<br />
<strong>Presupposto per l’individuazione di un eventuale intervento</strong></p>
<p>Il presupposto analitico della scelta politica di un intervento, si fonda sul fatto che il contenimento e/o contrasto militare all’ISIS – condotto principalmente tramite bombardamenti aerei – non sia sufficiente. Questo appare piuttosto evidente in Siria e Iraq. Se, inoltre, si tiene presente come le cause profonde dell’ascesa dell’ISIS, e di altri gruppi islamico radicali in Medio Oriente e Africa, siano da rintracciarsi principalmente nello sfaldarsi delle entità statuali – con le definizioni politologiche di “Stati fragili”, “Stati falliti” o “Stati in via di fallimento” – emerge chiaramente come soltanto attraverso il contributo con politiche attive alla ricostruzione di questi Stati, e in questo caso dello Stato libico, sia possibile arginare la minaccia di contesto anarchico favorevole all’espansione dello Stato Islamico.<br />
Quando nel corso degli ultimi cinque anni si è più volte ripetuto che “ci si deve occupare della Libia”, certamente si immaginava qualcosa di più di un nuovo intervento armato.<br />
Si intendeva, in primis, accompagnare il tentativo libico di sviluppare un sistema politico partecipativo, per il quale nel 2012 andarono a votare più del 60% degli aventi diritto, pur non avendo una chiara idea di cosa comportasse un sistema di voto democratico, dopo oltre 40 anni di regime di Gheddafi. Si intendeva la necessità di favorire il processo di “nation bulding” e di “state building” in un paese dall’identità nazionale ancora fragile, che si era retto negli ultimi decenni unicamente sulla figura di un leader totalitario che aveva smantellato sistematicamente ogni istituzione in gradi di agire da contrappeso alla sua personale gestione del potere. Un potere che gli derivava principalmente dai proventi del petrolio. Un obiettivo politico chiaro insomma, seppur estremamente complesso e articolato.<br />
Eppure, nel calderone delle semplificazioni giornalistiche di questi giorni, è spesso implicita una corrispondenza pericolosa: non dare immediatamente avvio ad una spedizione militare, vorrebbe dire non avere un ruolo. Ergo, vorrebbe dire non occuparsi della Libia. In realtà occuparsi della Libia significa affrontare le difficoltà del Paese. E non sembra che con i bombardamenti aerei si possa porre rimedio alla fragilità delle istituzioni, ricomporre il quadro politico, e ridare fiducia ad una popolazione che nel 2014 ha fatto registrare un’affluenza al voto per le elezioni legislativa soltanto del 18%, dimostrando come in pochi mesi, gran parte di coloro che avevano creduto in un processo di partecipazione democratica avevano già perso ogni fiducia. Occorre dunque continuare il percorso di ricostruzione del Paese. Serve un nuovo “patto civile e sociale” che faccia da argine alla frammentazione, serve affrontare i nodi politici interni e internazionali.<br />
<strong>Nodi politici irrisolti e rischi di un intervento senza accordo politico tra le fazioni libiche</strong></p>
<p>Pertanto, la stabilizzazione di un governo unitario dovrebbe essere l’obiettivo prioritario e, come tale, va perseguito con tutti gli strumenti possibili dalla comunità internazionale e dall’Italia. I nodi che finora hanno impedito il successo del negoziato sono ancora da sciogliere, in particolare il ruolo che avrà il generale Haftar nel futuro della Libia e la perdurante ostilità all’accordo di buona parte delle milizie e delle forze politiche della Tripolitania, che fanno riferimento al presidente islamista del Parlamento di Tripoli, Nuri Abu Sahmein. È poi logico pensare che un intervento armato in un paese che faticosamente cerca di ricomporre il quadro politico possa definitivamente compromettere le residue speranze di pacificazione. È molto facile che un intervento esterno faciliti il compattamento dei gruppi islamisti attorno alla forza preponderante, il sedicente Stato islamico, offrendo ad esso una potente arma propagandistica ed aumentandone il potenziale bacino di reclutamento. Il panorama politico libico sembra ancora vittima degli interessi di parte contro gli interessi generali della nazione. Nell’ultimo mese il parlamento di Tobruk non è riuscito a raggiungere il numero legale (e votare l’approvazione del nuovo governo) a causa delle forti intimidazioni subite dai deputati favorevoli. Non è d’altra parte auspicabile per gli interessi italiani ed europei, che si creino le condizioni di operatività del nuovo governo di Serraj senza che vi sia una piena volontà politica delle amministrazioni Tobruk e Tripoli di aderirvi.<br />
Vi è da considerare che agli occhi dei libici un nuovo intervento esterno, anche nel caso che fosse un governo libico unitario a richiederlo, potrebbe svuotare definitivamente quest’ultimo di qualsiasi credibilità, facendolo apparire palesemente irrilevante o peggio un “fantoccio” dell’Occidente, causandone rapidamente il boicottaggio da parte di numerosi paesi arabi. È bene ricordare che l’obiettivo finale dovrebbe essere una reale stabilità della Libia, e questo può essere conseguito soltanto attraverso politiche di stabilizzazione di lungo periodo. Per questo è necessario guardare non solo al quadro libico, ma a quello internazionale. Per esempio, è auspicabile rassicurare l’Egitto e trovare un accordo, affinché il governo si liberi della carta Haftar, che rappresenta un impedimento troppo rilevante al processo di riconciliazione nazionale. Nonostante lo scorrere del tempo favorisca l’Isis, sono necessarie pazienza ed una visione politica lucida e di lungo periodo, non aggressività militare.<br />
<strong>Politiche di stabilizzazione</strong></p>
<p>In sintesi, la comunità internazionale, l’Europa e i principali attori coinvolti nella crisi libica (Italia, Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna e Germania) dovrebbero:</p>
<ul>
<li>De-enfatizzare la questione della “legittimità” nelle dichiarazioni pubbliche e porre invece enfasi sulla partecipazione ai negoziati condotti dalle Nazioni Unite e sul comportamento degli attori sul terreno, in particolare l’aderenza al cessate il fuoco. Al contempo, è necessaria una decisa azione diplomatica per rafforzare il nuovo governo di Serraj e permettergli di prendere pieno possesso della capitale e dell’amministrazione reale del paese, attraverso consultazioni con le forze politiche libiche e le milizie, in particolare della Tripolitania. Continuare un processo di consultazione tra gli attori chiave del paese: partiti politici, rappresentanti locali delle municipalità, società civile, rappresentanti delle minoranze (tebu, tuareg, berberi) e delle tribù per quanto possibile (sulla traccia di quanto già iniziato a Skhirat). Il processo di legittimazione del nuovo governo deve avvenire in un costante processo di costruzione di consenso vero tra forze politiche e milizie.</li>
<li>Essere più espliciti nel confronto con gli attori regionali che contribuiscono ad alimentare ancora il conflitto fornendo armi o altro aiuto militare o politico – in particolare Ciad, Egitto, Qatar, Sudan, Turchia ed Emirati Arabi Uniti (EAU) – e incoraggiarli a premere i loro alleati libici a negoziare in buona fede alla ricerca di una soluzione politica. Gli attori regionali che tentano di sostenere i negoziati, in particolare Algeria e Tunisia, dovrebbero essere incoraggiati e sostenuti.</li>
<li>Elaborare strategie politiche e militari per combattere il terrorismo, in coordinamento con le forze politiche libiche di ogni area, astenendosi al contempo dal sostenere un intervento militare esterno per combattere l’ISIS, nonché facilitare in tal senso un coordinamento sul terreno delle forze vicine a Serraj e di quelle facenti capo a Haftar, anche come primo passo di appeasement politico.</li>
<li>Mantenere per ora l’embargo sulle armi delle Nazioni Unite, respingendo espressamente la sua revoca totale o parziale e rafforzarne invece l’attuazione, per quanto possibile.</li>
<li>Ampliare le sanzioni ONU e UE ad personam contro coloro che si oppongono al processo politico e al nuovo governo di unità nazionale sulla base di criteri trasparenti e oggettivi, in particolare contro chi si rende colpevole di incitamento o partecipazione a violenze.</li>
<li>Sostenere, anche militarmente laddove necessario, l’incolumità fisica dei nuovi rappresentanti politici, del governo e delle istituzioni economico-finanziarie, che devono essere messi in condizione di prendere decisioni senza le pressioni e le intimidazioni delle milizie.</li>
<li>Proteggere la neutralità e l’indipendenza delle istituzioni finanziarie e petrolifere: la Central Bank of Libya (CBL), la Società National Oil (NOC) e la Libyan Investment Authority (LIA); nonché garantire che queste gestiscano la ricchezza nazionale in modo da far fronte alle esigenze fondamentali dei cittadini e contribuire ad una soluzione politica negoziata.</li>
<li>Avviare programmi di disarmo, smobilitazione e reintegrazione per i miliziani che siano legati ad incentivi economici da parte del nuovo governo. Avviare reali programmi di integrazione di alcune milizie all’interno delle forze di polizia e dell’esercito. Terminare il pagamento indiscriminato ai miliziani subordinando tali pagamenti all’adesione dei programmi del nuovo governo.</li>
<li>Avviare un reale processo di “State-building / Institution building” con l’ausilio dell’ONU e della UE.</li>
<li>L’Italia si è dichiarata pronta a prendere il comando delle operazioni, ma è necessario che il compito di affrontare sul campo l’ISIS venga demandato alle forze libiche sostenute, addestrate e ‘consigliate’ da quelle internazionali sulla base del principio SFA (Security Forces Assistance): train, assist e advise in linea con quanto già avviene in altri teatri di guerra, dall’Afghanistan al Kurdistan.</li>
</ul>
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