<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Macron Archivi &#8211; MondoDem</title>
	<atom:link href="https://www.mondodem.it/tag/macron/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.mondodem.it/tag/macron/</link>
	<description>Laboratorio di Politica Internazionale</description>
	<lastBuildDate>Sun, 24 Apr 2022 17:00:11 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=6.8.3</generator>

<image>
	<url>https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2020/10/cropped-MondoDem_Logo_RGB_colored-min-1-1-32x32.png</url>
	<title>Macron Archivi &#8211; MondoDem</title>
	<link>https://www.mondodem.it/tag/macron/</link>
	<width>32</width>
	<height>32</height>
</image> 
	<item>
		<title>Tra il dibattito e il secondo turno francese: uno snodo centrale per l’Europa</title>
		<link>https://www.mondodem.it/2950/</link>
					<comments>https://www.mondodem.it/2950/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alice Fill e Sofia Scialoja]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 23 Apr 2022 11:21:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Francia]]></category>
		<category><![CDATA[Le Pen]]></category>
		<category><![CDATA[Macron]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.mondodem.it/?p=2950</guid>

					<description><![CDATA[<p>Il dibattito tra i candidati alla Presidenza della Repubblica, fortemente atteso in Francia in vista del voto di&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/2950/">Tra il dibattito e il secondo turno francese: uno snodo centrale per l’Europa</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Il dibattito tra i candidati alla Presidenza della Repubblica, fortemente atteso in Francia in vista del voto di domenica, ha fatto emergere le profonde differenze tra Emmanuel Macron e Marine Le Pen sui grandi temi di questa campagna elettorale: il potere d’acquisto, il ruolo dell’Unione Europea, la guerra in Ucraina, l’emergenza climatica. Con le sue due ore e mezza di botta e risposta, <em>le Débat </em>di mercoledì sera sarà probabilmente un tassello non indifferente di queste elezioni.</p>



<p>Da un lato, un Macron piuttosto sicuro di sé ed incalzante nel difendere l’operato degli ultimi cinque anni, per quanto costellati da crisi e tensioni sociali; dall’altro, una Le Pen che ha scelto di abbandonare la postura eccessivamente aggressiva (se non del tutto fuori luogo, come le è stato da più parti rimproverato) che aveva tenuto nel dibattito di cinque anni fa. La candidata ha questa volta optato per un tono più professionale e benevolmente rassicurante, che tuttavia non le ha impedito di giocare in larga parte sulla difensiva &#8211; spesso non rispondendo nel merito delle questioni sollevate dal Presidente uscente, che secondo i sondaggi resta in testa ed è uscito vincitore dal dibattito.&nbsp;</p>



<p>Per quanto sia evidentemente nell’interesse di Macron presentare il voto del secondo turno come un referendum su «chi siamo profondamente, da dove veniamo, cosa dobbiamo fare», è innegabile che questo nuovo round del confronto politico tra Macron e Le Pen restituisca pienamente la tensione tra due visioni opposte tanto della politica interna quanto del ruolo internazionale della Francia. Da un lato, Le Pen pretende di sostanzializzazione l’idea di popolo francese e di fare dell’Europa un luogo di mera promozione dell’interesse nazionale, difendendo un’Europa delle nazioni che tuteli il localismo e ponga un freno alla circolazione di beni propria del mercato del libero scambio. Tutto questo, dipingendo la Francia come una potenza mondiale prima che europea, con una malcelata nostalgia imperiale che vorrebbe il rilancio delle relazioni con il continente africano e con i <em>territoirs d’outre-mers</em>, assieme ad una stretta ingiustificabile sull’immigrazione e ad un disegno evidentemente nazionalista e securitario. Dall’altro, Macron invoca una sovranità nazionale che non può essere che europea, con il rilancio della coppia franco-tedesca come motore trainante dell’UE. L’Unione, che pure va riformata dall’interno, resta una sede imprescindibile per far fronte a sfide fondamentali come la transizione energetica e la difesa.&nbsp;</p>



<p>Su queste assi si gioca oggi il nuovo confronto politico, che non si riconosce più nel <em>clivage</em> tra destra e sinistra. Anche perché la sinistra, come già cinque anni fa, non è riuscita a rappresentare un’alternativa valida alla destra &#8211; non approdando al secondo turno.</p>



<p>Tuttavia, nonostante la sensazione di <em>déjà-vu</em>, la situazione è &#8211; per molti versi &#8211; ben diversa dal 2017.</p>



<p>In primo luogo, nel 2017 la Francia e le democrazie occidentali sembravano trovarsi ad un bivio che rischiava di scivolare pericolosamente nella direzione segnata dall’ascesa del populismo che aveva portato Donald Trump alla Casa Bianca, mentre quasi ovunque in Europa (Italia compresa) crescevano tensioni nazionaliste e xenofobe. Erano gli anni dall’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea e di un profondo discontento economico e sociale largamente strumentalizzato da un dibattito fazioso sull’immigrazione. Mentre la<a href="https://legrandcontinent.eu/fr/2018/06/21/la-doctrine-dorban/"> dottrina neo nazionalista di Viktor Orban</a> cercava di tenere insieme l’intrinsecamente instabile alleanza dei sovranisti verso quell’<em>Europa delle nazioni</em> tanto applaudita da Le Pen, i leader europei guardavano al Paese dei Lumi come all’ago della bilancia. Il voto che, cinque anni fa, ha visto la sconfitta di Le Pen portava il peso della paura di una possibile involuzione del sistema democratico, segnato da una profonda messa in discussione del progetto europeo e di una polarizzazione manichea del dibattito politico.</p>



<p>Da quel voto, tra pandemia, crisi economica e ritorno della guerra nel continente europeo, l’orizzonte emergenziale &#8211; a tratti, di sopravvivenza &#8211;&nbsp; delle sfide politiche non si è certo stemperato. Le crisi che hanno segnato gli ultimi due anni, tuttavia, hanno forse fatto emergere in modo evidente le contraddizioni su cui si è fondato il populismo &#8211; mettendo tra l’altro in luce la problematicità di alleanze e forme più o meno dirette di dipendenza, come, per quanto riguarda l’aggressione contro l’Ucraina, le relazioni con la Russia di Vladimir Putin. Per Marine Le Pen, la rapida presa di posizione contro la guerra, seguita dalla distruzione delle foto che la ritraevano con Putin, non è bastata a fare chiarezza su un rapporto nel migliore dei casi controverso. Pesa il debito per il finanziamento per la campagna elettorale ottenuto nel 2015 &#8211; poco tempo dopo l’annessione della Crimea &#8211; da una banca russa vicina al Cremlino, e non ancora totalmente restituito &#8211; elemento sottolineato con fermezza da Macron durante il dibattito di ieri sera. Una vicenda che, nonostante l’imbarazzo celato a fatica nel rispondere alle critiche del Presidente uscente, fino a qui pare non averla sfavorita eccessivamente nei sondaggi.</p>



<p>I risultati del primo turno, chiuso con Macron al 27,84% e Le Pen al 23,15%, hanno poi restituito un’immagine parzialmente diversa da quella di cinque anni fa – forse influenzata anche da un livello di astensione che non si vedeva dal 2002. La sinistra radicale della France Insoumise di Jean Luc Melenchon, al terzo posto e a soli 1,2 punti di distacco dal Rassemblement National, è riuscita a convincere un elettorato più diversificato, <a href="https://legrandcontinent.eu/fr/2022/04/13/50-cartes-pour-lire-le-premier-tour-de-la-presidentielle-de-2022/">distribuito </a>nelle periferie delle grandi città e nelle città stesse (compresi i quartieri più “bobo” e “popolari” di Parigi), di fatto riscuotendo un successo abbastanza omogeneo in tutto il territorio francese. Tra i sostenitori di Melenchon vi sono poi molti giovani, particolarmente sensibili alla questione climatica a cui la sinistra radicale ha dato un significativo risalto (sebbene <a href="https://twitter.com/FrMaselli/status/1513440800956424193">il tasso di astensione per gli under 24 arrivi al 43%).</a>&nbsp; A destra e con il 7,07%, il concentrato di dottrina reazionaria e xenofoba proposta da <a href="https://twitter.com/gc_mardis/status/1516471296829399043?s=24&amp;t=ruuFt58ZmTXWcOa9uKU4_Q">Eric Zemmour</a> &#8211; che ha costruito l’intera campagna ricorrendo a citazioni nazionaliste dell’estrema destra per mostrare la necessità di invertire la presunta decadenza della società francese aggravata dall’immigrazione &#8211; ha occupato lo spazio a destra dell’estrema destra, contribuendo a legittimare o quantomeno normalizzare le posizioni di Le Pen. In ogni caso, l’estrema destra, sommando i consensi per Zemmour e Le Pen, ha ottenuto più del 30% dei consensi. Sebbene la visione politica dei due candidati non sia troppo divergente &#8211; e alcuni dei sostenitori di Zemmour abbiano votato Le Pen seguendo la strategia del voto utile in vista del secondo turno &#8211; il voto ha fatto emergere delle differenze interessanti. Secondo <a href="https://legrandcontinent.eu/fr/2022/04/13/50-cartes-pour-lire-le-premier-tour-de-la-presidentielle-de-2022/">un’analisi pubblicata su<em> Le Grand Continent</em>,</a> l’elettorato di Le Pen si è concentrato soprattutto nelle campagne (vincendo più della metà dei comuni) e nei bacini industriali &#8211; facendo quindi breccia anche tra i “perdenti della globalizzazione”. Quello di Zemmour, invece, si trova soprattutto nei quartieri agiati delle grandi città, nelle zone particolarmente turistiche e sul littorale mediterraneo.&nbsp;</p>



<p>Quasi nulla è rimasto poi delle forze della quinta repubblica che hanno governato la Francia per sessant’anni, con la candidata del Partito repubblicano Valérie Pécresse che non ha superato la soglia del 5% che avrebbe permesso di rimborsare i costi della campagna (fallimento che non si può più spiegare con uno scandalo personale, come era stato per François Fillon), mentre la candidata del Partito sociailsta Anne Hidalgo, sindaca di Parigi, non è arrivata neppure al 2%. L’ennesima prova della progressiva personalizzazione dei grandi partiti francesi (e non solo), che tendono ad essere soppiantati da nuovi partiti totalmente centrati sulla figura del leader.</p>



<p>Sono poi gli stessi due principali candidati ad essere in una situazione per molte ragioni diversa rispetto al 2017. Macron, da un lato, ha perso la carica eversiva di politico emergente in grado di mettere in discussione gli schemi della politica tradizionale, non posizionandosi ​​«né a destra né a sinistra». Il presidente uscente &#8211; che nella sua (breve) campagna ha forse cercato di rievocare quello slancio pubblicando scatti<em> à la</em> Zelensky e facendosi ritrarre dopo la tappa marsigliese nella rilassata posa che ha fatto il giro del web &#8211; deve oggi difendere il bilancio del suo operato, assumendo piuttosto il ruolo di buon amministratore che ha saputo (bene o male) far fronte a profonde crisi interne e internazionali. La sfida per Macron di fronte al secondo turno di domenica &#8211; forte della sua posizione di “unica alternativa” per arginare il rischio di una svolta sovranista in Francia &#8211; è cercare di tendere la mano agli elettori di Melanchon, rincorrendo la narrativa del “fronte repubblicano” unito per contenere l’ascesa dell’estrema destra. Una «<a href="https://www.liberation.fr/idees-et-debats/tribunes/un-horizon-sans-promesse-par-didier-fassin-20220419_HWHBIPOCLNHZ5IJILG5DB2ADIY/">politica del male minore</a>», come la descrive l’antropologo francese Didier Fassin. Proprio in queste ore, si stanno moltiplicando gli appelli di politici ed intellettuali per sostenere il voto al Presidente uscente tanto dal centro quanto dalla sinistra, per evitare il pericolo sovranista.</p>



<p>Sebbene il suo programma non sia sostanzialmente cambiato dal 2017 &#8211; con l’eccezione di qualche punto ormai troppo impopolare come l’uscita dall’euro, elemento ancora ambiguo &#8211; anche grazie all’entrata in scena di Zemmour, Le Pen ha cercato di presentatarsi al primo turno “ripulita” dalle vesti di temibile estremista, mostrandosi al contempo empatica e formale, perseguendo il lungo processo di <em>de-diabolisation </em>dello storico partito paterno. Una<a href="https://www.challenges.fr/politique/une-femme-d-etat-pour-la-france-marine-le-pen-devoile-son-slogan-pour-2022_793637"> “Femme d&#8217;État”</a>, come cita lo slogan della sua campagna, in grado di avanzare proposte tecniche e non solo slogan psuedo ideologici, come quelle in sostegno al potere d’acquisto. Proprio su questo suo cavallo di battaglia &#8211; primo tema affrontato durante il dibattito di ieri &#8211; Le Pen ha tuttavia mostrato la profonda inadeguatezza e le contraddizioni delle sue proposte, che hanno mostrato una sostanziale impossibilità di restare in piedi in dibattito nel merito, tanto su temi economici quanto di politica estera..&nbsp;</p>



<p>Il voto di domenica non sarà dunque con certezza una replica di quello di cinque anni fa, ed il rischio di una svolta sovranista in Francia non può ritenersi sventato a priori. Nel semestre della Presidenza francese del Consiglio dell’Unione ed in un momento di estrema tensione internazionale legata alla crisi ucraina, l’esito di queste elezioni avrà un impatto radicale sull’Unione Europea come la conosciamo. La vittoria di Le Pen metterebbe in discussione l’unità faticosamente (e sorprendentemente) raggiunta dall’UE negli ultimi mesi, riproponendo una preferenza per la via nazionale che potrebbe mettere in moto dinamiche divisive non indifferenti, preoccupanti soprattutto in relazione ai rapporti con la Russia. Rimane da ricordare il ruolo centrale della società civile francese nella vita politica, da sempre profondamente conscia del significato e dei presupposti della cittadinanza, che, nel caso di vittoria di Le Pen, le renderebbe, tramite scioperi e manifestazioni, la governabilità del paese estremamente difficile. In tutti i casi, per i sostenitori della sinistra, Macron resta dunque il male minore da augurare alla Francia e all’Europa.&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/2950/">Tra il dibattito e il secondo turno francese: uno snodo centrale per l’Europa</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.mondodem.it/2950/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>L&#8217;SPD e la politica estera: un pallido futuro</title>
		<link>https://www.mondodem.it/1760/</link>
					<comments>https://www.mondodem.it/1760/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Michelangelo Freyrie]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 01 Dec 2019 10:37:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Lo stato della sinistra]]></category>
		<category><![CDATA[Germania]]></category>
		<category><![CDATA[Macron]]></category>
		<category><![CDATA[Spd]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.mondodem.it/?p=1760</guid>

					<description><![CDATA[<p>Le diatribe sulla porzione “social” di socialdemocrazia sono un evergreen di tutta la sinistra europea, ma lo sono&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1760/">L&#8217;SPD e la politica estera: un pallido futuro</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<h6 id="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-dfec8895" class="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-dfec8895" style="color:#000000;font-style:normal;text-transform:none"><span id="allindomani-dellelezione-della-nuova-leadership-dellspd-sorgono-molti-dubbi-su-dove-la-politica-estera-tedesca-andra-nei-prossimi-mesi">All&#8217;indomani dell&#8217;elezione della nuova leadership dell&#8217;SPD sorgono molti dubbi su dove la politica estera tedesca andrà nei prossimi mesi. </span></h6>



<p class="has-drop-cap"> Le diatribe sulla porzione “social” di socialdemocrazia sono un evergreen di tutta la sinistra europea, ma lo sono in particolare per uno dei pochi partiti sopravvissuto a due cambi di secolo, due guerre mondiali, una dittatura totalitaria e tre costituzioni. Molti <em>Genossen </em>(il termine tedesco per “compagni” che nessuno spasmo ideologico ha saputo scardinare) commentano la possibilità che il partito abbandoni il governo di coalizione di Angela Merkel come un’occasione per rafforzare il proprio profilo politico, certo, ma anche come una rottura nei confronti di quella tradizione di responsabilità che può avere solo un partito più vecchio della repubblica federale stessa. </p>



<p>In questo clima
di incertezza il <a href="https://www.auswaertiges-amt.de/de/newsroom/maas-tiergarten-konferenz/2282660">discorso</a> del ministro degli esteri Heiko
Maas sulla politica estera socialdemocratica è forse il miglior indicatore di
cosa agiti Berlino in questo momento. Non poteva esserci miglior palco che la
Friedrich-Ebert-Stiftung, la grande fondazione di ricerca dell’SPD e intitolata
al primo presidente della Repubblica di Weimar. Pensava a lui Maas mentre
guardava la folla internazionale raccolta a pochi passi dal Tiergarten? Alla
dolorosa decisione allearsi con l’esercito guglielmino per reprimere le
insurrezioni comuniste pur di salvare la neonata repubblica dall’oblio?
Probabilmente no. L’imperativo di prendersi le proprie responsabilità oggi
agita l’SPD e la Germania in maniera molto differente, a partire dalle ultime
elezioni. La minaccia della Cina, l’imprevedibilità Trumpiana e lo sberleffo
russo nei confronti dell’ordine liberale basterebbero già a mettere qualsiasi
governo sotto pressione. </p>



<p>E poi c’è Macron. Le dichiarazioni sulla NATO, il veto sul processo di ammissione di Albania e Macedonia del Nord all’UE, le aperture a Mosca senza consultare gli alleati: tutto ciò sta mettendo a dura prova quel tandem franco-tedesco che molti speravano potesse essere ravvivato da un presidente energico e una Germania sempre più preoccupata dal declino delle istituzioni multilaterali. La think-tanker berlinese Claudia Major, nello stesso numero dell’Economist sulla “morte cerebrale” della NATO, ha osservato che “We constantly feel like the French want something from us, and that it is so annoying”. </p>



<p>Il discorso del 28 novembre è la summa delle politiche che Berlino ha la capacità di intraprendere, e proprio per questo si contraddistingue per un certo pragmatismo. Fin da subito, il ministro ha ribadito il commitment tedesco nei confronti dell’Europa dell’Est, mostrandosi più morbido sulle violazioni della rule of law rispetto ai toni perentori di Bruxelles. Anche il rifiuto esplicito di un’Europa a due velocità, lo spauracchio per molti paesi dell’Est spaventati dall’idea di diventare membri di serie B, può essere letto in questo modo. Meno incoraggiante è l’intenzione di spingere per degli standard lavorativi minimi paneuropei, osteggiati da molti perché a rischio di compromettere la competitività dei bassi salari a est dell’Oder. C’è anche da chiedersi come verrà percepita, nonostante la difesa a spada tratta della NATO, l’assenza di critiche degne di nota nei confronti della Russia, controbilanciata invece da critiche più insistenti alla Cina e agli Stati Uniti, considerati partner di rilievo soprattutto in Polonia e <a href="https://www.ecfr.eu/publications/summary/exploring_eu_coalitions_7230">Ungheria</a>.&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-style-large is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p> “La politica estera tedesca non può essere dirompente. Non può  trattarsi di una competizione fra idee, bensì la capacità di tenere le  cose assieme – l’UE, le Nazioni Uniti, i trattati internazionali”.&nbsp;  </p><cite>Heiko Maas</cite></blockquote>



<p>Il vero cavallo di battaglia di Maas è però “<a href="https://www.dw.com/en/germany-launches-alliance-for-multilateralism/a-50600084">l’alleanza dei multilateralisti</a>”, un insieme di paesi votati a salvare la cooperazione internazionale dal collasso. Rivendicando i primi successi nelle negoziazioni per limitare l’uso bellico dell’intelligenza artificiale, non sono mancati attacchi molto poco velati a Macron e delle sue dichiarazioni shock. “La politica estera tedesca non può essere dirompente [disruptiv]. Non può trattarsi di una competizione fra idee, bensì la capacità di tenere le cose assieme – l’UE, le Nazioni Uniti, i trattati internazionali”.&nbsp; </p>



<p>Questa enfasi
sulla costruzione di nuove capacità, sul dialogo e sulla cooperazione riflette
in fondo una combinazione di fattori differenti. C’è, certamente, la necessità
per un paese esportatore come la Germania di preoccuparsi della stabilità globale,
quindi di voler evitare di versare altra benzina sui numerosi fuochi che
divampano in giro per il mondo. Esiste indubbiamente anche la volontà di offrire
un paradigma internazionale alternativo a quello francese, non sempre
apprezzato nelle istituzioni comunitarie e in Europa orientale. Tuttavia,
bisogna anche ricordare che una leadership internazionale più decisa sarebbe in
ogni caso limitata dai giochi di potere all’interno dei partiti politici
federali. Solo il mese scorso Annegret Kramp-Karrenbauer, segretaria della CDU
e ministro della difesa, aveva proposto lo schieramento di una forza di
peacekeeping nel nord della Siria a protezione dei curdi. La mossa è stata
interpretata da alcuni come un tentativo di rafforzare il proprio profilo
securitario a discapito dei suoi rivali all’interno del partito.&nbsp; Che il ministero degli esteri non fosse stato
informato ha tuttavia causato parecchie perplessità, superate solo
dall’imbarazzo provocato dalla liquidazione dell’iniziativa da parte di Maas
durante un summit ad Ankara. </p>



<p>È difficile non
leggere nel dogma della moderazione come un tentativo di far di necessità virtù,
richiamandosi ai soliti miti della responsabilità socialdemocratica (parola
d’ordine <em>Ostpolitik</em>, d’obbligo nella
retorica politica tedesca). Se tuttavia allarghiamo lo sguardo a ciò che sta
succedendo altrove non possono che sorgere dubbi su quanto un approccio cosi limitato
possa essere utile. </p>



<p>La vittoria del
tandem di sinistra Esken/Walter-Borjans difficilmente attenuerà la lotta all’interno
al partito, anzi. L’ipotizzato rimpasto di governo, una rinegoziazione del
contratto di governo o addirittura il ritiro dei ministri potrebbero aumentare
le frizioni fra correnti anche su questioni di politica estera. È scontato che anche
nei rapporti con la CDU si intensifichi il fuoco incrociato fra ministri: nonostante
il successo dell’ultimo congresso, Kramp-Karrenbauer ancora rischia
ammutinamenti nel proprio partito. Anche qui, temi di politica estera e di
sicurezza spesso rappresentano scuse per regolamenti di conti interni, come è stato
il tentativo di alcuni membri del partito di scavalcare la posizione moderata
della segretaria sul coinvolgimento di Huawei nella rete 5G tedesca. </p>



<p>Per quanto la politicizzazione
di questi temi possa essere positiva in una società democratica, per ora in
Germania ciò sembra aver prodotto solo una leadership disunita e consumata da
conflitti interni. </p>



<p>Nel bene e nel
male, politici più radicali al di là della manica e dell’oceano hanno sfruttato
il malessere internazionale per lanciare spunti di riflessione su una politica
estera fondata sulla lotta alla <a href="https://foreignpolicy.com/2019/10/05/eu-us-fight-corruption-kleptocracy/">cleptocrazia</a> e <a href="https://labour.org.uk/press/jeremy-corbyn-speech-at-the-united-nations-geneva/">all’ingiustizia economica</a> globale. Ma
all’apertura di una conferenza incentrata su un modello diverso di politica
estera ci si sarebbe potuto legittimamente aspettare una visione più ambiziosa
che il tentativo di difendere lo status quo. Perché il cambiamento sia
inconciliabile con una politica responsabile, non è chiaro. </p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1760/">L&#8217;SPD e la politica estera: un pallido futuro</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.mondodem.it/1760/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Sulla Libia, Macron balla da solo</title>
		<link>https://www.mondodem.it/683/</link>
					<comments>https://www.mondodem.it/683/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Jul 2017 14:15:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Grande Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[L'Italia nel mondo]]></category>
		<category><![CDATA[haftar]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Libia]]></category>
		<category><![CDATA[Macron]]></category>
		<category><![CDATA[serraj]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.mondodem.it/?p=683</guid>

					<description><![CDATA[<p>di Arturo Varvelli* Ci risiamo, verrebbe da dire. Francia e Italia sono due dei principali partner europei ma&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/683/">Sulla Libia, Macron balla da solo</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <em>Arturo Varvelli*</em></p>
<p><strong>Ci risiamo, verrebbe da dire.</strong> Francia e Italia sono due dei principali partner europei ma da sempre sono due storici rivali nel Mediterraneo. Gli interessi sono spesso divergenti e il caso della Libia lo dimostra più di tutti. Dopo circa un anno di assenza di Parigi sul capitolo libico il neo-presidente Macron rilancia il ruolo francese. Circa un anno fa tre agenti dei servizi francesi venivano uccisi in Libia mentre fornivano supporto al generale Khalifa Haftar, il leader militare della Cirenaica. Da allora Hollande aveva sospeso ogni iniziativa, almeno a livello pubblico. Ora Macron torna in scena convocando il presidente del Consiglio Presidenziale del Governo di Unità Nazionale (GNA, voluto dalle Nazioni Unite) e il suo rivale, appunto il generale Haftar. Ciò avviene senza una vera interlocuzione e preparazione con gli altri attori internazionali se non con un preventivo raccordo con il Regno Unito, secondo quanto riportato dalla stampa internazionale.<br />
<strong>Cosa ci dobbiamo aspettare? Partirei da cosa non ci deve sorprendere.</strong> Non sorprende in realtà che Parigi non chiami Roma. Roma non ha chiamato Parigi negli ultimi mesi. Il ministro degli Interni Marco Minniti e quello degli Esteri Angelino Alfano hanno fatto la spola costante tra Italia e Libia, con alterne fortune a dire la verità. Minniti si è recato più volte nel Fezzan, il sud della Libia, che storicamente la Francia considera una propria sfera di influenza affine al mondo saheliano di cui è padrino e nel quale Macron ha compiuto il primo viaggio all’estero per rimarcarne la centralità nel disegno francese di “françafrique”. L’Italia è comunque in grado di una profondità di dialogo (con le milizie, con i rappresentanti locali e tribali) che la Francia in questo momento non ha. L’Italia ha richiamato la Francia su un aspetto importante: ha cercato di evidenziare come i tutti i flussi migratori che arrivano in Libia passino dal Niger, chiedendo a Parigi di farsi carico di questo aspetto.<br />
<strong>Ma l’Italia è oggi sotto accusa perché si sarebbe fatta “scippare” la Libia dalla Francia</strong> a causa della propria inattività. Lo sentiamo ripetere almeno dal 2011, ossia da quando i francesi seguendo le volatili percezioni di cambiamento della rivolta libica decisero di assecondare i gruppi armati anti-gheddafiani. Non andò a finire bene e la Francia non ci ha guadagnato nulla. La Libia è ancora lì con una serie di problematiche difficilmente risolvibili da un vertice rapidamente preparato dalla diplomazia del pur caparbio ministro degli esteri Le Drian.<br />
<strong>Secondo punto quindi: non ci dobbiamo aspettare un risultato decisivo.</strong> Stupirebbe il contrario. Se fonti del Consiglio presidenziale di Tripoli rivelano oggi a <a href="http://www.repubblica.it/esteri/2017/07/23/news/libia_serraj_haftar_vertice_parigi-171479581/">Repubblica </a>che il presidente Serraj ha deciso di volare a Parigi solamente per rispetto nei confronti del presidente Macron, ma che incontrerà Haftar solo a titolo personale e non per un negoziato, l’iniziativa francese nasce morta. Oppure no ed è utile, ma non alla soluzione della crisi politica libica. È utile a Macron per segnare il territorio. Sancisce alla comunità internazionale e al nuovo inviato speciale delle Nazioni Unite, il professore libanese con trascorsi a Sciences Po Ghassan Salamé, che gli interessi francesi vanno tenuti ben presenti. Ribadisce, al di là di tutte le dichiarazioni di facciata, che Haftar gode ancora dei favori di Parigi e che è un punto fondamentale sul quale ricostruire gli equilibri del paese. Costituisce inoltre una bella vetrina per Macron dotandolo di una allure internazionale di mediatore.<br />
<strong>In realtà ci sarebbe bisogno di un coordinamento.</strong> È logico che ogni attore internazionale abbia i propri interessi. È illogico continuare a perseguirli reiterando il risultato di una “somma zero”. L’Italia è in una posizione privilegiata per conoscenza del paese, per familiarità con molti degli attori locali e per la presenza della propria ambasciata – al momento l’unica tra i paesi occidentali – a Tripoli. Ma l’Italia da sola non potrà cambiare le sorti della crisi libica sovvertendo dinamiche centrifughe che hanno radici interne ed esterne, determinate dalla continua azione di pressione e influenza sugli attori locali da parte delle potenze esterne. Come evidenziato in un <a href="http://www.ispionline.it/it/pubblicazione/foreign-actors-libyas-crisis-17134">recente rapporto ISPI – Atlantic Council </a>descrivere la situazione libica come una lotta tra due fazioni, ricorrendo alla divisione tra GNA di Tripoli da una parte e Parlamento di Tobruk/Haftar dall’altra, e ai rispettivi protettori internazionali, sarebbe oggi una semplificazione eccessiva. Non solo perché al loro interno i due campi appaiono variamente compositi, tanto che sembra sempre più difficile pensare che una delle due parti, da sola, abbia la capacità di unificare militarmente il paese sotto il proprio controllo; ma anche perché l’ultimo periodo ha mostrato una grande mutabilità delle alleanze tra le varie fazioni o gruppi, che non sembrano omogenei né all’una né all’altra fazione. Questa divisione tra gli attori locali, e al contempo tra quelli internazionali, appare destinata ad aumentare insieme al venire meno della capacità dello Stato Islamico (IS) di controllare parte del territorio libico. La presenza di IS a Sirte aveva infatti focalizzato contro di esso le attenzioni di molti attori locali e internazionali, contribuendo a creare una momentanea convergenza nella lotta al gruppo.<br />
<strong>Più che convocare Haftar e Serraj quindi sarebbe importante convocare gli attori internazionali più influenti,</strong> trovare una posizione comune e parlare con una sola voce ai libici. È forse illusorio, ma è l’unica soluzione. Ormai da sei anni a questa parte.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Arturo Varvelli è Senior Research Fellow presso l&#8217;Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) di Milano</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/683/">Sulla Libia, Macron balla da solo</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.mondodem.it/683/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>La sinistra di Macron</title>
		<link>https://www.mondodem.it/621/</link>
					<comments>https://www.mondodem.it/621/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 May 2017 12:13:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lo stato della sinistra]]></category>
		<category><![CDATA[Osservatori]]></category>
		<category><![CDATA[Francia]]></category>
		<category><![CDATA[Macron]]></category>
		<category><![CDATA[Sinistra]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.mondodem.it/?p=621</guid>

					<description><![CDATA[<p>di Ugo Papi* La Francia ha scelto Macron e ha rigettato la destra xenofoba e populista. La maggioranza&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/621/">La sinistra di Macron</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>di Ugo Papi*</em></p>
<p>La Francia ha scelto Macron e ha rigettato la destra xenofoba e populista. La maggioranza dei francesi si sente oggi fiera di non aver seguito le sirene della paura come in Gran Bretagna, negli Usa, in Polonia o in Ungheria. A sentirsi sollevati siamo anche noi europei. Ci ha riempito il cuore vedere il nuovo presidente arrivare al Louvre sulle note del l’Inno alla Gioia prima che della Marsigliese. Macron ha vinto una scommessa impensabile solo pochi mesi fa. La sua corsa solitaria ha rotto tutti gli schemi della quinta repubblica, ha terremotato i partiti tradizionali e imposto uno stile diretto e coraggioso. Chi paga il prezzo più caro a questa rivoluzione del sistema politico francese è il partito Socialista, arrivato estenuato e diviso alla prova del voto, con un governo e un presidente uscente impauriti dai sondaggi e un candidato, Benoit Hamon, che ha fin dall’inizio rinunciato a una programma di governo per rifugiarsi in proposte massimaliste e poco credibili. Il magro risultato del primo turno, poco sopra il 6% sta a testimoniarlo. Macron, da progressista convinto si è presentato con un programma di governo ambizioso e che rompe gli schemi più invecchiati della divisione destra/sinistra. In primo luogo una riforma del mercato del lavoro che metta fine ad una rigidità atavica, sul modello della Germania di Schroder di una quindicina di anni fa, con l’obiettivo di mettere fine ad una crescente disoccupazione che destabilizza la Francia da almeno quarant’anni e che le ricette dei governi di destra e di sinistra non sono mai riusciti a risolvere. Probabilmente è molto più saggio prendere a modello la Germania socialdemocratica e il suo basso tasso di disoccupazione piuttosto che un reddito di cittadinanza universale proposto da Hamon o le 32 ore del populista di sinistra Melanchon, invischiato nella nuova ideologia della fine del lavoro. Anche in materia fiscale una tassazione progressiva accompagnata a esenzioni per le aziende che investono, ha sostituito nel programma di Macron lo sbandierato e mai applicato slogan di tutte le sinistre francesi “faison payer le riches”, che si è sempre scontrato con l’impossibilità di un applicazione draconiana e ricacciava la Francia verso tasse alte per tutti e un deficit pubblico in aumento. La stessa innovazione si ritrova nella ricetta sull’educazione e la scuola che prevede investimenti massicci e autonomia dei singoli istituti, senza insistere su una ideologica uniformità che non tiene conto delle differenze sociali e di retaggio familiare degli studenti e alla fine non garantisce né l’uguaglianza nè la promozione delle eccellenze. Sopra a tutto c’è l’Europa, difesa da Macron come la patria comune che sola potrà difendere i suoi cittadini dalle minacce del terrorismo, dalle sfide poste dalla globalizzazione e dai fenomeni dell’immigrazione massiccia. Sul terreno europeo il leader di En Marche ha mostrato un coraggio da leone contrastando tutte le tentazioni sovraniste e nazionaliste che a destra e a sinistra si scagliavano contro “L’Europa delle tecnocrazie e l’Euro delle banche”. Una sfida a viso aperto in un paese che ha sempre accarezzato la tentazione nazionalista senza aspettare l’ondata del populismo degli ultimi anni. Ora sappiamo che nella sfida per ridare vitalità e slancio all’Europa, la Francia sarà al fianco di tutti gli europeisti convinti, senza reticenze e senza secondi fini. Gli avversari di Macron hanno molto insistito sulla figura caricaturale del candidato dei banchieri e della finanza senza entrare nel merito delle sue proposte liberal democratiche, sociali, europeiste e progressiste. Ora il gioco si fa ancora più complicato. Eletto presidente, Macron dovrà al più presto presentare una compagine di governo che tenga conto delle promesse di rinnovamento. Soprattutto, entro un mese, Macron cercherà di conquistare al suo movimento una maggioranza parlamentare alle legislative, senza troppo dover dipendere dalle intese con Repubblicani e socialisti. Questo gli permetterà di governare per i prossimi 5 anni con una maggioranza solida e stabile. Il nuovo presidente dovrà riflettere anche su un tema di fondo non più eludibile in Francia. Una spaccatura sociologica di “classe” che lo porta ad avere il 90% di consensi a Parigi e a perdere nettamente nella Francia profonda e nelle zone deindustrializzate del nord e dell’est del paese. Gli operai, i poveri e i perdenti della globalizzazione per ora non si fidano. Dovrà convincerli con i fatti, per farne dei partecipanti attivi dei processi d&#8217;interdipendenze economiche, sociali, culturali, politiche e tecnologiche, per aumentarne i benefici effetti e limitarne gli effetti negativi. Se riuscirà a dare speranza anche a questa Francia, togliendola dalle grinfie dei pifferai della paura, il suo sarà un piccolo capolavoro.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>*Ugo Papi è giornalista e scrittore. Ha lavorato per Radio Rai e scrive di Oriente per Il Mattino, l’Unità e altri periodici. È stato nel 2006/07 Consigliere per l’Asia del Ministro degli Esteri. Ha svolto l’attività di Consigliere politico di Piero Fassino, in qualità di inviato Ue per la Birmania, dal 2007 al 2011. Per il Pd è stato responsabile Asia-Pacifico del Dipartimento internazionale e Consulente della Commissione Esteri della Camera dei Deputati.</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/621/">La sinistra di Macron</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.mondodem.it/621/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Il flop dei MacronLeaks e la bolla delle Fake News</title>
		<link>https://www.mondodem.it/604/</link>
					<comments>https://www.mondodem.it/604/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Eugenio Dacrema]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 May 2017 06:35:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Democrazia 2.0]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Osservatori]]></category>
		<category><![CDATA[Cybersecurity]]></category>
		<category><![CDATA[Francia]]></category>
		<category><![CDATA[Macron]]></category>
		<category><![CDATA[MacronLeaks]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.mondodem.it/?p=604</guid>

					<description><![CDATA[<p>Il 6 maggio, 41 ore prima dell’apertura dei seggi per il ballottaggio delle elezioni presidenziali francesi, circa 9&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/604/">Il flop dei MacronLeaks e la bolla delle Fake News</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Il 6 maggio, 41 ore prima dell’apertura dei seggi per il ballottaggio delle elezioni presidenziali francesi, circa 9 gigabyte di mail e documenti sottratti dai computer dei membri dello staff di Emmanuel Macron sono stati resi pubblici online da una serie di account twitter legati all’estrema destra americana e ripresi da siti come 4chan e Wikileaks. Neanche un centinaio di ore più tardi Macron è diventato il 25° presidente della Repubblica Francese con oltre il 66 percento dei voti; addirittura 3% in più di quelli pronosticati dagli ultimi sondaggi disponibili.</p>
<p>Questa esperienza francese ci ha insegnato due cose: la prima è che piani coordinati e pianificati per influenzare le tornate elettorali delle democrazie occidentali esistono, e sono riconducibili con buona sicurezza agli ambienti dell’estrema destra americana ed europea e probabilmente perfino al governo russo. La seconda è che non funzionano. O, quantomeno, funzionano poco. E se quindi oggi Marine Le Pen può dire di avere ottenuto un terzo dei voti dei francesi forse le ragioni sono altre.</p>
<p>Quest’ultima affermazione può sembrare ardita, forse azzardata, e in parte lo è. Ma cerchiamo di analizzarla meglio. Prima di tutto è necessario dire che l’esistenza di una rete di siti internet di dubbia origine e proprietà a cui è legata una altrettanto dubbia rete di account social (soprattutto twitter) che ne spargono i contenuti è <a href="https://medium.com/hci-design-at-uw/information-wars-a-window-into-the-alternative-media-ecosystem-a1347f32fd8f">conclamata ormai da tempo</a>. Una fitta rete composta da centinaia di siti web in diverse lingue che si ispirano tutti allo stesso tipo di teorie cospirative, che attingono alle stesse fonti e che spesso si linkano a vicenda gli articoli è difficilmente casuale. Se poi aggiungiamo la presenza di gruppi di utenti reali e centinaia di bot che in modo coordinato fanno girare e amplificano nello stesso periodo di tempo le stesse informazioni, slogan e articoli la presenza di una organizzazione reale e “senziente” appare piuttosto certa. Appare evidente ormai anche <a href="https://www.theguardian.com/technology/2017/may/07/the-great-british-brexit-robbery-hijacked-democracy?CMP=share_btn_fb">il ruolo avuto da compagnie di comunicazione come Cambridge Analytica sia nella campagna in favore della Brexit, sia in quella per l’elezione di Donald Trump</a>. Infine, sia gli hack avvenuti a danno di singoli candidati come Hillary Clinton e Emmanuel Macron sia quelli che hanno colpito agenzie governative americane come il recente Vault 7 hanno in comune almeno due elementi: l’enorme mole di informazioni rese pubbliche nello stesso momento e la conseguente impossibilità di verificarle in tempi rapidi. Questi elementi però hanno uno scopo preciso: da una parte sfruttare la “fretta” giornalistica di pubblicare una notizia, e pubblicarla prima di chiunque altro. <a href="https://www.nytimes.com/2017/03/09/opinion/the-truth-about-the-wikileaks-cia-cache.html?_r=0">La necessità di verifica si scontra perciò con l’alto livello di competitività e la sempre maggiore necessità di immediatezza presenti nell’industria giornalistica</a>. Dall’altra parte questi elementi sfruttano la crescente “gossipizzazione” dell’industria mediatica, come <a href="https://www.buzzfeed.com/zeyneptufekci/dear-france-you-just-got-hacked-dont-make-the-same-mistakes?utm_term=.gkeXl789a5#.eankq5LDZj">spiegato bene in questo pezzo</a>.</p>
<p>C’è però una differenza abbastanza chiara che emerge dalla vicenda dell’hack avvenuto a danno dello staff di Emmanuel Macron che si può riassumere in una parola: sfacciataggine. In passato tempistiche e modalità degli hack che colpivano un candidato o un governo erano almeno all’apparenza casuali, solo remotamente legati a certe vicende elettorali. La Clinton non fu colpita dalla pubblicazione delle sue mail private a ridosso dell’elezione presidenziale ma molto prima, durante le primarie, mentre Vault 7 è stato pubblicato addirittura dopo l’elezione di Trump. Ovviamente già allora si riscontrarono elementi comuni: in primis, il fatto che si vada a colpire solo un candidato e non gli altri, e spesso il fatto che se ne sia parlato molto in anticipo rispetto all’appuntamento elettorale ha favorito la ripetizione massiccia di rivelazioni più o meno esatte (come quelle sulle famose mail della Clinton), elemento che certamente <a href="https://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=2958246">ha un ruolo nel solidificare alcune convinzioni</a>.</p>
<p>Nel caso del #MacronLeaks, però, tempistiche e modalità sono risultate talmente ovvie da essere forse controproducenti. 9 giga di informazioni relative alla campagna di un solo candidato – <a href="https://twitter.com/broderick/status/860417948539920385">già peraltro nel mirino di altre notizie false negli ultimi mesi</a> – rilasciate a poche ore dall’inizio del periodo di silenzio elettorale imposto dalla legge francese durante il quale Macron e il suo staff non avrebbero potuto difendersi a mezzo stampa. Una mole di informazioni inverificabili all’interno delle quali avrebbe potuto essere stati aggiunti documenti più o meno contraffatti le cui dimensioni chiaramente <a href="https://www.nytimes.com/2017/03/09/opinion/the-truth-about-the-wikileaks-cia-cache.html?_r=0">miravano a sfruttare le caratteristiche sopradescritte dell’industria mediatica</a>. In passato gli hack avevano avuto come obiettivo principale “dichiarato” quello dell’assoluta trasparenza, mentre il messaggio politico rimaneva solo implicito, per quanto chiaro, a favore di questo o quel candidato. Nel caso del MacronLeaks questo equilibrio è cambiato: il messaggio principale era uno solo, e senza veli particolari: “Domani non votate Macron, votate Le Pen”.</p>
<p>Ed è forse questa “sfacciataggine” che ha reso il messaggio più debole, unita al rifiuto dei media francesi di cadere nella dinamica in cui invece erano sempre caduti i media americani, <a href="https://medium.com/dfrlab/macronleaks-campaign-hits-resistance-4fa490e4ae55">favorendo una “contro-reazione” che ha infine portato l’intera vicenda a esaurirsi, almeno per ora, solamente in rete</a>. C’è chi specula anche sul fatto che questa volta lo staff di Macron fosse <a href="https://hackernoon.com/analyzing-a-counter-intelligence-cyber-operation-how-macron-just-changed-cyber-security-forever-22553abb038b">preparato all’eventualità dopo l’esperienza di Hillary Clinton, e avesse attuato innovative contromisure</a>. Ma forse l’elemento di cui più bisogna tenere conto è il fatto che questa volta non si trattava, come nel caso delle elezioni americane o del referendum sulla Brexit, di una corsa giocata intorno a una distanza di 2-3 punti percentuali. Specialmente dopo l’ultimo dibattito Macron aveva oltre 20 punti di distacco su Marine Le Pen e proprio per questo il MacronLeaks è apparso a molti più un tentativo disperato più che una sofisticata azione di cyber warfare.</p>
<p>Questa vicenda, e le sue differenze col passato, servono forse a darci soprattutto l’idea del fenomeno delle cosiddette “fake-news” in politica e della reale dimensione del problema. Come ha ammesso anche Carole Cadwalladr, autrice dell’inchiesta sul <a href="https://www.theguardian.com/technology/2017/may/07/the-great-british-brexit-robbery-hijacked-democracy?CMP=share_btn_fb">ruolo avuto da Cambridge Analytica nella campagna per la Brexit</a>, perfino le più sofisticate tecniche di condizionamento dell’opinione hanno effetto solo su un numero relativamente ristretto di elettori, commisurabile, nel caso della Gran Bretagna, in qualche centinaio di migliaia. Un nulla quando hai 20 punti di vantaggio ma certamente potenzialmente determinanti quando la partita di gioca su meno di un milione di indecisi. Ma è proprio questo il punto: se l’uscita dall’Unione Europea o l’elezione di un presidente come Donald Trump sono arrivati a doversi giocare sul filo delle centinaia di migliaia di voti forse il problema va ben oltre le fake news e i condizionamenti esterni, ma ha a che fare con fattori molto più strutturali a un sistema giunto a sentirsi sull’orlo dell’abisso ormai a ogni tornata elettorale.</p>
<p>Insomma, parlare di fake-news e condizionamenti esterni è giusto, perché il problema esiste e non farlo vuol dire mettere la testa sotto la sabbia. Ma forse imbrigliare internet in leggi e regolamenti che ne limitano la libertà di utilizzo in nome delle fake-news è altrettanto irresponsabile. Così come lo è pensare che tutti i mali delle democrazie occidentali siano appuntabili a qualche decina di bot su Twitter.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/604/">Il flop dei MacronLeaks e la bolla delle Fake News</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.mondodem.it/604/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Macron: nuovo spazio politico (a sinistra?)</title>
		<link>https://www.mondodem.it/503/</link>
					<comments>https://www.mondodem.it/503/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Erik Burckhardt]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Mar 2017 16:13:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lo stato della sinistra]]></category>
		<category><![CDATA[Francia]]></category>
		<category><![CDATA[Le Pen]]></category>
		<category><![CDATA[Macron]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.mondodem.it/?p=503</guid>

					<description><![CDATA[<p>Se a determinare lo stato della sinistra in Francia fosse soltanto la salute del suo principale partito, il&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/503/">Macron: nuovo spazio politico (a sinistra?)</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="justify"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Se a determinare lo stato della sinistra in Francia fosse soltanto la salute del suo principale partito, il Partito Socialista, si potrebbe dire che non è affatto buono. Benoît Hamon, il candidato alla successione di François Hollande, uscito vincitore da delle primarie che hanno registrato una partecipazione al di sotto delle attese,  continua a perdere punti nei sondaggi e registra ormai soltanto il 12,5 per cento delle intenzioni di voto. Hamon è stato ormai raggiunto e rischia di essere superato dal candidato Jean-Luc Mélenchon, leader dell’altra formazione di sinistra </span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><i>la France insoumise</i></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"> e portatore di proposte massimaliste quali uscire dall’Unione europea per lanciarsi in “una rivoluzione dei cittadini contro la tirannia dell’oligarchia finanziaria”.</span></span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Così, lo storico partito di François Mitterrand, nato nel 1905 su impulso di Jean Jaurés, ribattezzato e ricostituito nel 1969 proprio con l’obiettivo di unire la sinistra in un grande partito di governo, rischierebbe oggi di essere condannato a una temporanea irrilevanza e, forse, anche a una definitiva sparizione.  A nulla sono serviti, infatti, gli sforzi di Hamon per trovare un accordo con Mélenchon, che ha voluto, semmai, proporre se stesso come unico candidato unitario possibile della sinistra.</span></span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><i>Eppur si muove&#8230;</i></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"> Il tragico epilogo della sinistra d’Oltralpe forse non è segnato. Emmanuel Macron è, infatti, la grande variabile delle elezioni presidenziali 2017. Colpito, ma per ora non ancora affondato dal Penelope-gate, il candidato della destra François Fillon cala nei sondaggi. Non cede terreno i socialisti, ma all’ex Ministro dell’Economia, dimessosi a fine agosto scorso per dedicarsi interamente al suo progetto politico, incarnato dal movimento </span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><i>En Marche!</i></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">, il cui acronimo corrisponde curiosamente, ma di certo non per caso, alle iniziali del suo leader. Stando agli ultimi sondaggi, Macron avrebbe ormai staccato Fillon nelle preferenze degli elettori francesi. Le chances di vederlo al secondo turno contro Marine Le Pen non sono più per niente remote. E quello che conta di più, al secondo turno sarebbe in grado di batterla con quasi venticinque punti di stacco.</span></span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Ma basta essere il migliore argine contro la destra conservatrice (Fillon) e contro la destra populista (Le Pen) per ergersi come il cavallo trionfante della sinistra? Non c’è domanda più dibattuta di questa. Per l’estrema sinistra, la sinistra della sinistra e la sinistra del PS, Emmanuel Macron è chiaramente di destra. Per l&#8217;estrema destra e la destra è invece indiscutibilmente di sinistra. Per i centristi François Bayrou e Jean-Christophe Lagarde è semplicemente un candidato ingombrante, con il quale è necessario stringere un’alleanza secondo il primo, da combattere invece strenuamente nella prospettiva del secondo. Per i suoi sostenitori, infine, Macron sarà sicuramente il prossimo Capo di Stato francese, il più giovane Presidente della Repubblica di sempre, anche di Luigi Napoleone Bonaparte che assunse l’incarico a quarant’anni.</span></span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Ecco che la questione dello stato della sinistra diventa profondamente identitaria. Non certo a causa della personalità di Macron che di sé stesso diffonde semmai un senso, una percezione e un’immagine fin troppo solidi e sicuri. È la sinistra a soffrire di una crisi d’identità. Una crisi che la travolge ormai da anni, ben oltre il perimetro dell’Esagono, ma che proprio in Francia ha impedito e continua a impedirle di riconoscersi nell’ex-banchiere e ispettore delle finanze Macron.</span></span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">In questo senso, va detto che il giovane candidato di </span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><i>En Marche!</i></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"> non ha contribuito a fare chiarezza e non è esente da responsabilità. Fiutando la crisi e la debolezza del PS, non ha infatti resistito alle sirene del nuovismo, tendenza tanto magnetica per parte dell’elettorato quanto repellente e irrispettosa nei confronti di chi ha all’attivo una lunga tradizione di militanza o di dirigenza negli storici partiti della sinistra. E se Macron non si presenta come candidato anti-sistema, qualifica di cui è indiscutibilmente titolare la candidata del </span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><i>Front National</i></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">, è pur vero che rifiuta di definirsi socialista e irrompe come candidato post-sistema, reo di stravolgere tutta la geografia politica d’Oltralpe. </span></span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">È quindi Macron un traditore della sinistra? Il boia del PS? O è invece una nuova forza propulsiva, sinonimo di cambiamento e speranza? È forse un infiltrato di quell’oligarchia finanziaria che sfrutta la debolezza del PS per fare a pezzi le virtù dello stato sociale francese? O è invece il rappresentante di una sinistra di governo, compiutamente post-ideologica e che guarda al centro, baluardo della democrazia liberale, difensore dei valori della Repubblica francese e, aspetto non trascurabile, dell’Unione europea sempre più insidiati dai populismi di destra e di sinistra?</span></span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">A queste domande<u><span style="color: #000000;"> <a style="color: #000000;" href="https://www.youtube.com/watch?v=RSteOxyUELc">ha voluto rispondere direttamente lo stesso Macron</a></span></u> quando, facendo riferimento alle misure contenute <u><span style="color: #000000;"><a style="color: #000000;" href="https://storage.googleapis.com/en-marche-fr/COMMUNICATION/Programme-Emmanuel-Macron.pdf">nel suo programma</a></span></u>, si è definito “il candidato delle classi medie e popolari”. Riforma del sistema previdenziale per ridurre le disparità tra il settore pubblico e quello privato, discriminazioni positive in favore di chi proviene da aree e territori svantaggiati, investimenti nell’istruzione e nell’industria 4.0, ecologia, laicità, rinnovamento della classe politica e poi ancora un ambizioso rilancio dell’Unione europea e una strenua difesa dell’ordine internazionale. Questi i titoli del programma con cui il candidato dice di volere “liberare la Francia e proteggere i francesi”.</span></span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Pur essendo atteso da settimane, non ha trovato l’eco mediatica sperata in giorni in cui l’attenzione è stata interamente concentrata sugli ultimi accattivanti episodi del Penelope-Gate. Non vi è dubbio, tuttavia, che si tratti di un programma dai contenuti ambiziosi che non placherà, bensì alimenterà il dibattito tra chi lo giudica degno di essere definito “di sinistra” e chi invece ne denuncerà un’essenza troppo liberista con l’irremovibile convinzione che tale dottrina sia antitetica ai valori della sinistra contemporanea. Trovare una risposta a queste domande è, in fondo, il difficile compito dei politologi, che non mancano di indagare sui criteri attorno ai quali sviluppare la diade destra/sinistra. Lo hanno fatto Norberto Bobbio nel libro<u><span style="color: #000000;"> <a style="color: #000000;" href="https://www.amazon.it/sinistra-Ragioni-significati-distinzione-politica/dp/8868430398">“Destra e sinistra Ragioni e significati di una distinzione politica”</a></span></u> (Donzelli), o in tempi più recenti Marco Revelli con <u><span style="color: #000000;"><a style="color: #000000;" href="https://www.amazon.it/Sinistra-destra-Lidentit%C3%A0-smarrita-Revelli/dp/8842083259">“Sinistra Destra. L’identità smarrita”</a></span></u> (Laterza) e Franco Cassano con <u><span style="color: #000000;"><a style="color: #000000;" href="https://www.amazon.it/Senza-storia-sinistra-nellera-cambiamento/dp/8858116216">“Senza il vento della storia. La sinistra nell&#8217;era del cambiamento”</a></span></u> (Laterza).</span></span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Tuttavia, a dare la vera risposta inappellabile saranno gli elettori tra sei settimane. I pronostici sono un esercizio ancora più difficile. Negli anni Novanta, gli ex politici socialisti Michel Rocard e Dominque Strauss-Kahn, e più recentemente lo stesso presidente François Hollande, sono stati messi alla gogna per avere provato a introdurre delle timide riforme di mercato in un paese che sembra profondamente affezionato non solo, come sarebbe giusto, al suo sistema di protezione sociale, ma anche alle relative disfunzioni. D’altro lato, oltre ad essere stato abile a sfruttare a suo vantaggio le debolezze del PS, Macron gode, finché durerà e se durerà, delle difficoltà di Fillon e dell’ostinazione con cui </span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><i>les Républicains </i></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">continuano, tutto sommato, a difenderne la candidatura.</span></span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">L’unica certezza è che al secondo turno, se a sfidare Marine Le Pen fosse davvero Emmanuel Macron, sarà davvero necessario unire le forze dell’arco di sinistra. L’alternativa, improbabile, ma pur sempre minacciosa, è che i consensi per il candidato post-sistema ed europeista che propone le riforme, finiscano per soccombere a quelli per la candidata anti-sistema e sovranista che promette le rivoluzioni. In questo caso, a trarne un certo tipo di giovamento sarebbe soltanto il lavoro dei politologi e degli storici, che forse si troverebbero a scrivere che mentre rifiutava di costruirsi una nuova identità adeguata alle sfide del suo tempo, la sinistra si condannava al suicidio.</span></span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/503/">Macron: nuovo spazio politico (a sinistra?)</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.mondodem.it/503/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>
