Tra il dibattito e il secondo turno francese: uno snodo centrale per l’Europa

Il dibattito tra i candidati alla Presidenza della Repubblica, fortemente atteso in Francia in vista del voto di domenica, ha fatto emergere le profonde differenze tra Emmanuel Macron e Marine Le Pen sui grandi temi di questa campagna elettorale: il potere d’acquisto, il ruolo dell’Unione Europea, la guerra in Ucraina, l’emergenza climatica. Con le sue due ore e mezza di botta e risposta, le Débat di mercoledì sera sarà probabilmente un tassello non indifferente di queste elezioni.

Da un lato, un Macron piuttosto sicuro di sé ed incalzante nel difendere l’operato degli ultimi cinque anni, per quanto costellati da crisi e tensioni sociali; dall’altro, una Le Pen che ha scelto di abbandonare la postura eccessivamente aggressiva (se non del tutto fuori luogo, come le è stato da più parti rimproverato) che aveva tenuto nel dibattito di cinque anni fa. La candidata ha questa volta optato per un tono più professionale e benevolmente rassicurante, che tuttavia non le ha impedito di giocare in larga parte sulla difensiva – spesso non rispondendo nel merito delle questioni sollevate dal Presidente uscente, che secondo i sondaggi resta in testa ed è uscito vincitore dal dibattito. 

Per quanto sia evidentemente nell’interesse di Macron presentare il voto del secondo turno come un referendum su «chi siamo profondamente, da dove veniamo, cosa dobbiamo fare», è innegabile che questo nuovo round del confronto politico tra Macron e Le Pen restituisca pienamente la tensione tra due visioni opposte tanto della politica interna quanto del ruolo internazionale della Francia. Da un lato, Le Pen pretende di sostanzializzazione l’idea di popolo francese e di fare dell’Europa un luogo di mera promozione dell’interesse nazionale, difendendo un’Europa delle nazioni che tuteli il localismo e ponga un freno alla circolazione di beni propria del mercato del libero scambio. Tutto questo, dipingendo la Francia come una potenza mondiale prima che europea, con una malcelata nostalgia imperiale che vorrebbe il rilancio delle relazioni con il continente africano e con i territoirs d’outre-mers, assieme ad una stretta ingiustificabile sull’immigrazione e ad un disegno evidentemente nazionalista e securitario. Dall’altro, Macron invoca una sovranità nazionale che non può essere che europea, con il rilancio della coppia franco-tedesca come motore trainante dell’UE. L’Unione, che pure va riformata dall’interno, resta una sede imprescindibile per far fronte a sfide fondamentali come la transizione energetica e la difesa. 

Su queste assi si gioca oggi il nuovo confronto politico, che non si riconosce più nel clivage tra destra e sinistra. Anche perché la sinistra, come già cinque anni fa, non è riuscita a rappresentare un’alternativa valida alla destra – non approdando al secondo turno.

Tuttavia, nonostante la sensazione di déjà-vu, la situazione è – per molti versi – ben diversa dal 2017.

In primo luogo, nel 2017 la Francia e le democrazie occidentali sembravano trovarsi ad un bivio che rischiava di scivolare pericolosamente nella direzione segnata dall’ascesa del populismo che aveva portato Donald Trump alla Casa Bianca, mentre quasi ovunque in Europa (Italia compresa) crescevano tensioni nazionaliste e xenofobe. Erano gli anni dall’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea e di un profondo discontento economico e sociale largamente strumentalizzato da un dibattito fazioso sull’immigrazione. Mentre la dottrina neo nazionalista di Viktor Orban cercava di tenere insieme l’intrinsecamente instabile alleanza dei sovranisti verso quell’Europa delle nazioni tanto applaudita da Le Pen, i leader europei guardavano al Paese dei Lumi come all’ago della bilancia. Il voto che, cinque anni fa, ha visto la sconfitta di Le Pen portava il peso della paura di una possibile involuzione del sistema democratico, segnato da una profonda messa in discussione del progetto europeo e di una polarizzazione manichea del dibattito politico.

Da quel voto, tra pandemia, crisi economica e ritorno della guerra nel continente europeo, l’orizzonte emergenziale – a tratti, di sopravvivenza –  delle sfide politiche non si è certo stemperato. Le crisi che hanno segnato gli ultimi due anni, tuttavia, hanno forse fatto emergere in modo evidente le contraddizioni su cui si è fondato il populismo – mettendo tra l’altro in luce la problematicità di alleanze e forme più o meno dirette di dipendenza, come, per quanto riguarda l’aggressione contro l’Ucraina, le relazioni con la Russia di Vladimir Putin. Per Marine Le Pen, la rapida presa di posizione contro la guerra, seguita dalla distruzione delle foto che la ritraevano con Putin, non è bastata a fare chiarezza su un rapporto nel migliore dei casi controverso. Pesa il debito per il finanziamento per la campagna elettorale ottenuto nel 2015 – poco tempo dopo l’annessione della Crimea – da una banca russa vicina al Cremlino, e non ancora totalmente restituito – elemento sottolineato con fermezza da Macron durante il dibattito di ieri sera. Una vicenda che, nonostante l’imbarazzo celato a fatica nel rispondere alle critiche del Presidente uscente, fino a qui pare non averla sfavorita eccessivamente nei sondaggi.

I risultati del primo turno, chiuso con Macron al 27,84% e Le Pen al 23,15%, hanno poi restituito un’immagine parzialmente diversa da quella di cinque anni fa – forse influenzata anche da un livello di astensione che non si vedeva dal 2002. La sinistra radicale della France Insoumise di Jean Luc Melenchon, al terzo posto e a soli 1,2 punti di distacco dal Rassemblement National, è riuscita a convincere un elettorato più diversificato, distribuito nelle periferie delle grandi città e nelle città stesse (compresi i quartieri più “bobo” e “popolari” di Parigi), di fatto riscuotendo un successo abbastanza omogeneo in tutto il territorio francese. Tra i sostenitori di Melenchon vi sono poi molti giovani, particolarmente sensibili alla questione climatica a cui la sinistra radicale ha dato un significativo risalto (sebbene il tasso di astensione per gli under 24 arrivi al 43%).  A destra e con il 7,07%, il concentrato di dottrina reazionaria e xenofoba proposta da Eric Zemmour – che ha costruito l’intera campagna ricorrendo a citazioni nazionaliste dell’estrema destra per mostrare la necessità di invertire la presunta decadenza della società francese aggravata dall’immigrazione – ha occupato lo spazio a destra dell’estrema destra, contribuendo a legittimare o quantomeno normalizzare le posizioni di Le Pen. In ogni caso, l’estrema destra, sommando i consensi per Zemmour e Le Pen, ha ottenuto più del 30% dei consensi. Sebbene la visione politica dei due candidati non sia troppo divergente – e alcuni dei sostenitori di Zemmour abbiano votato Le Pen seguendo la strategia del voto utile in vista del secondo turno – il voto ha fatto emergere delle differenze interessanti. Secondo un’analisi pubblicata su Le Grand Continent, l’elettorato di Le Pen si è concentrato soprattutto nelle campagne (vincendo più della metà dei comuni) e nei bacini industriali – facendo quindi breccia anche tra i “perdenti della globalizzazione”. Quello di Zemmour, invece, si trova soprattutto nei quartieri agiati delle grandi città, nelle zone particolarmente turistiche e sul littorale mediterraneo. 

Quasi nulla è rimasto poi delle forze della quinta repubblica che hanno governato la Francia per sessant’anni, con la candidata del Partito repubblicano Valérie Pécresse che non ha superato la soglia del 5% che avrebbe permesso di rimborsare i costi della campagna (fallimento che non si può più spiegare con uno scandalo personale, come era stato per François Fillon), mentre la candidata del Partito sociailsta Anne Hidalgo, sindaca di Parigi, non è arrivata neppure al 2%. L’ennesima prova della progressiva personalizzazione dei grandi partiti francesi (e non solo), che tendono ad essere soppiantati da nuovi partiti totalmente centrati sulla figura del leader.

Sono poi gli stessi due principali candidati ad essere in una situazione per molte ragioni diversa rispetto al 2017. Macron, da un lato, ha perso la carica eversiva di politico emergente in grado di mettere in discussione gli schemi della politica tradizionale, non posizionandosi ​​«né a destra né a sinistra». Il presidente uscente – che nella sua (breve) campagna ha forse cercato di rievocare quello slancio pubblicando scatti à la Zelensky e facendosi ritrarre dopo la tappa marsigliese nella rilassata posa che ha fatto il giro del web – deve oggi difendere il bilancio del suo operato, assumendo piuttosto il ruolo di buon amministratore che ha saputo (bene o male) far fronte a profonde crisi interne e internazionali. La sfida per Macron di fronte al secondo turno di domenica – forte della sua posizione di “unica alternativa” per arginare il rischio di una svolta sovranista in Francia – è cercare di tendere la mano agli elettori di Melanchon, rincorrendo la narrativa del “fronte repubblicano” unito per contenere l’ascesa dell’estrema destra. Una «politica del male minore», come la descrive l’antropologo francese Didier Fassin. Proprio in queste ore, si stanno moltiplicando gli appelli di politici ed intellettuali per sostenere il voto al Presidente uscente tanto dal centro quanto dalla sinistra, per evitare il pericolo sovranista.

Sebbene il suo programma non sia sostanzialmente cambiato dal 2017 – con l’eccezione di qualche punto ormai troppo impopolare come l’uscita dall’euro, elemento ancora ambiguo – anche grazie all’entrata in scena di Zemmour, Le Pen ha cercato di presentatarsi al primo turno “ripulita” dalle vesti di temibile estremista, mostrandosi al contempo empatica e formale, perseguendo il lungo processo di de-diabolisation dello storico partito paterno. Una “Femme d’État”, come cita lo slogan della sua campagna, in grado di avanzare proposte tecniche e non solo slogan psuedo ideologici, come quelle in sostegno al potere d’acquisto. Proprio su questo suo cavallo di battaglia – primo tema affrontato durante il dibattito di ieri – Le Pen ha tuttavia mostrato la profonda inadeguatezza e le contraddizioni delle sue proposte, che hanno mostrato una sostanziale impossibilità di restare in piedi in dibattito nel merito, tanto su temi economici quanto di politica estera.. 

Il voto di domenica non sarà dunque con certezza una replica di quello di cinque anni fa, ed il rischio di una svolta sovranista in Francia non può ritenersi sventato a priori. Nel semestre della Presidenza francese del Consiglio dell’Unione ed in un momento di estrema tensione internazionale legata alla crisi ucraina, l’esito di queste elezioni avrà un impatto radicale sull’Unione Europea come la conosciamo. La vittoria di Le Pen metterebbe in discussione l’unità faticosamente (e sorprendentemente) raggiunta dall’UE negli ultimi mesi, riproponendo una preferenza per la via nazionale che potrebbe mettere in moto dinamiche divisive non indifferenti, preoccupanti soprattutto in relazione ai rapporti con la Russia. Rimane da ricordare il ruolo centrale della società civile francese nella vita politica, da sempre profondamente conscia del significato e dei presupposti della cittadinanza, che, nel caso di vittoria di Le Pen, le renderebbe, tramite scioperi e manifestazioni, la governabilità del paese estremamente difficile. In tutti i casi, per i sostenitori della sinistra, Macron resta dunque il male minore da augurare alla Francia e all’Europa. 

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