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	<title>Putin Archivi &#8211; MondoDem</title>
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	<description>Laboratorio di Politica Internazionale</description>
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	<title>Putin Archivi &#8211; MondoDem</title>
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		<title>Le quattro tesi putiniane sulla guerra in Ucraina: miti e realtà</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Michele Esposti Ongaro]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Mar 2025 16:27:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Russia e Asia centrale]]></category>
		<category><![CDATA[disinformazione]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Putin]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Più di due anni fa, un articolo del Corriere della sera pubblicava una lista dei “putiniani d’Italia<em>”</em>, dando l’impressione di volere creare liste di proscrizione. L’articolo rispecchiava una parallela denuncia della stampa tedesca contro i <em>Putinversteher</em>, “coloro che comprendono le ragioni di Putin”. Entrambi gli articoli commettevano l’errore di soffermarsi sulle persone, anziché sulle tesi. Perché di tesi “putiniane”, soprattutto sulle cause della guerra, ne esistono eccome e vanno riconosciute come tali. Ma cosa significa esattamente “putiniano” o “putinista”? Sono due termini che devono essere distinti e definiti sulla falsariga dei termini “marxista” e ”marxiano”. “Putinista” è una persona che sostiene ideologicamente Putin e giustifica l’invasione dell’Ucraina come una scelta obbligata. Non mancano i commentatori che sostengono tale opinione, ma si tratta di una minoranza. Il termine “putiniano”, al contrario, non dovrebbe riferirsi alle persone, ma ai modelli di argomentazione, esattamente come si fa con il termine “marxiano” (es. una categoria <em>marxiana</em>, la teoria <em>marxiana</em> del valore ecc.). Seguendo questa distinzione, possiamo affermare che, in Italia e altrove, il punto di vista “putiniano” sulla guerra sia ampiamente diffuso; chi lo adotta tende spesso a denunciare una presunta stampa “di regime” che li censurerebbe. Vi sono quattro principali tesi “putiniane” che riprendono fedelmente, anche inconsapevolmente, la narrativa del Cremlino. Ne esistono molte altre, ma queste sono le principali.</p>



<p>La prima tesi afferma che l’Ucraina sarebbe sempre stata una regione russa, e la sua creazione nel 1922 una concessione da parte di Lenin. È una tesi senza alcun fondamento storico, smentita da tutti i maggiori accademici internazionali.</p>



<p>La seconda tesi afferma che il cambio di regime del febbraio 2014 sarebbe stato un colpo di stato orchestrato dagli Stati Uniti, che avrebbero rovesciato un governo legittimamente eletto. Questa affermazione ignora il fatto che le proteste del 2013 nascevano da un diffuso desiderio di porre fine alla corruzione e di avvicinarsi all’Europa. Il criticabile intervento diplomatico americano e quello dei gruppi paramilitari fascisti si sono innestati solo in un secondo momento, dopo la repressione violenta dei manifestanti da parte della Berkut. Non solo: la deposizione di Yanukovich da parte del Parlamento, nonostante il parziale vizio di forma (votò per la deposizione del presidente il 73% dei parlamentari invece del 75% richiesto dalla Costituzione vigente, ma comunque il 100% di quelli presenti) non può essere chiamata “colpo di Stato”, soprattutto perché la forma e le istituzioni dello Stato non ne furono affette e nuove elezioni furono indette da lì a poco. Elezioni che furono dichiarate regolari dall’OSCE, organismo di cui fa parte anche la Russia. Si aggiunga che nella votazione per la destituzione del presidente, votarono a favore tutti i membri del Partito delle Regioni, a riprova che tutti erano concordi nel denunciare l’indegnità di Yanukovich.&nbsp;Si trattò dunque di un&nbsp;<em>cambio di regime&nbsp;</em>turbolento e ambiguo, ma non di un&nbsp;<em>colpo di Stato</em>.</p>



<p>La terza tesi, la più rilevante, afferma che la guerra civile del 2014 sarebbe stata iniziata dall’esercito e dai paramilitari ucraini, che avrebbero unilateralmente bombardato e massacrato per otto anni i civili del Donbass. In realtà, la prima mossa fu compiuta dai dai paramilitari filo-russi o addirittura russi: l’assedio e la conquista di Sloviansk da parte dei miliziani russi di Igor Strelkov avvenne prima dell’orribile massacro di Odessa del 2 maggio; l’assedio dell’aeroporto di Donetsk precedette la controffensiva ucraina del giugno 2014; l’uccisione dei 37 soldati ucraini a Zelenopillia l’11 luglio, provocata da missili sparati di là dal confine russo, precedette certamente la battaglia di Horlivka, nella quale fu l’aviazione ucraina a bombardare e a causare numerose vittime civili. Ad agosto 2014 i soldati russi, la Wagner, e i ceceni entrano ufficialmente nel conflitto, come testimoniato, per esempio dal tremendo massacro dei 400 regolari ucraini a Ilovaisk il 18 agosto 2014, che provocò uno shock immenso nell’opinione pubblica ucraina. Anche le forze ucraine, tra cui i discussi battaglioni Azov e Aidar, come documentato da Amnesty, commisero crimini contro la popolazione civile, ma la guerra del Dobass non fu mai una unilaterale aggressione ucraina contro civili infermi: si trattò piuttosto di una guerra sporca, fomentata e alimentata dalla Russia, o almeno dai suoi miliziani. Basti ricordare che Putin, dopo aver annesso la Crimea menzionò per la prima volta il concetto di&nbsp;<em>Novorussija&nbsp;</em>l’8 maggio 2014, o che i&nbsp;<em>Glazyev tapes</em>provavano il coinvolgimento russo nell’organizzazione della secessione già dai primissimi mesi del 2014.</p>



<p>La quarta tesi, propagata dal noto politologo americano John Mearsheimer (e copiata in Italia da tutta la pletora di sedicenti analisti <em>anti-mainstream</em>) asserisce che l’espansione verso est della NATO avrebbe costituito una minaccia esistenziale per la Russia. Si tratta di una tesi che si basa su tre tipologie di manipolazione linguistica, (la Nato <em>ha inglobato </em>i paesi dell’Est Europa, la Russia è stata <em>accerchiata </em>dalla Nato, l’occidentalizzazione<em> </em>dell’Ucraina costituisce una <em>minaccia esistenziale </em>per la Russia)<em> </em>e che, cosa più importante, è stata confutata da dati controfattuali: l’adesione della Finlandia e della Svezia alla Nato non ha provocato alcuna reazione militare da parte della Russia. La cosiddetta minaccia esistenziale non è altro che un pretesto per annettere un paese cui Putin nega identità e ragion d’essere.</p>



<p>Riconoscere le tesi putiniane per quello che sono è essenziale per un dibattito onesto. Il problema non è demonizzare chi le sostiene, ma smontarle con rigore e fatti. Troppe volte, nel discorso pubblico italiano e internazionale, si lascia spazio a narrazioni che ricalcano fedelmente la propaganda russa senza contestualizzazione critica. Distinguere tra &#8220;putiniani&#8221; e &#8220;putinisti&#8221; aiuta a spostare l&#8217;attenzione dalle persone alle idee, stimolando un confronto basato sulla realtà storica e non sulle etichette.</p>
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		<title>End-Game: tre Europe possibili dopo il 24/02/2022</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giovanni Gasparini]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 31 Mar 2022 16:38:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Putin]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>
		<category><![CDATA[ucraina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A un mese dall’inizio dell’aggressione russa all’Ucraina bisogna iniziare a pensare i possibili scenari di riferimento in cui&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap is-style-default">A un mese dall’inizio dell’aggressione russa all’Ucraina bisogna iniziare a pensare i possibili <strong>scenari di riferimento</strong> in cui l’Europa dovrà operare nei prossimi decenni.</p>



<p>Le azioni degli attori europei e dell’Italia possono orientare questi esiti: <strong>bisogna iniziare ad agire e non solo a reagire</strong>.</p>



<p>Iniziamo dal <strong>first-best</strong>, quello evidentemente più desiderabile per l’Italia quale democrazia liberale all’interno di uno spazio di libertà, sicurezza e benessere euro-atlantico: la fine delle ostilità legata alla <strong>rimozione di Putin</strong> da parte di un regime russo non necessariamente democratico e liberale (non illudiamoci troppo, almeno nel medio periodo), ma quanto meno rispettoso delle leggi fondamentali della convivenza fra Stati, promotore di una politica estera e di difesa che rigetti l’attuale visione imperialista di natura geopolitica ‘a somma zero’.</p>



<p><strong>Cosa possono fare gli europei per ottenere questo risultato?</strong></p>



<p>&#8211; <em>supportare per tutto il tempo necessario la coraggiosa resistenza ucraina</em> con ogni mezzo indiretto, militare e non, in particolare cyber, interferenza elettronica, intelligence…</p>



<p>&#8211; <em>inasprire le sanzioni soprattutto</em> allargandole ai quadri intermedi della nomenklatura russa, ‘i colonnelli’, portare la Russia allo stato dell’URSS degli anni ’80 o peggio</p>



<p>&#8211; <em>ristabilire una deterrenza convenzionale e nucleare credibile</em> nell’ambito NATO ed europeo, rendendo esplicite le risposte proporzionali all’escalation russa, in particolare qualora essa si spinga all’uso di armi non convenzionali, chimiche e nucleari</p>



<p>&#8211; <em>isolare la Russia dalla Cina</em> con un mix di incentivi e possibili sanzioni indirette, facendo anche leva sulla gravissima crisi economica in cui versa il regime cinese</p>



<p><strong>Il costo di questa strategia</strong> è elevato, dal punto di vista economico per gli europei e dal punto di vista umano per gli ucraini, ma se condotta con la massima forza possibile nel breve periodo potrebbe rompere la volontà russa prima che essa riduca in polvere le città ucraine e vinca la resistenza ucraina.</p>



<p><em>Solo questa strategia però garantisce una stabilità di lungo periodo</em>, in cui progressivamente i rapporti con la Russia possono essere ri-socializzati in termini cooperativi, sostenendo da un lato la crescita economica del paese al di là dei beni energetici e minerari e delle oligarchie che li controllano, e progredendo nell’ambito della soluzione del dilemma della sicurezza tramite progressivi step irreversibili di riduzione delle forze militari russe nel teatro europeo.</p>



<p><strong>L’alternativa in seconda battuta</strong> sarebbe la fine delle ostilità in Ucraina con un compromesso più o meno favorevole alle forze russe, con Putin e la sua cricca ancora in sella al Cremlino e Kiev ridotta ad una terra di nessuno costantemente sottoposta ad infiltrazioni anche militari russe, legata ad un fragile accordo che già diverse volte la Russia ha dimostrato di non rispettare, da quello pivotale del 1994 a quelli del 2014.</p>



<p>Si tratterebbe di <em>un’equilibro fragilissimo</em>, in cambio del quale l’Europa potrebbe ricevere minori costi economici, poiché almeno parte delle sanzioni andranno ritirate per raggiungere l’accordo, e taglierebbe le gambe sia a qualunque coraggiosa resistenza partigiana ucraina, sia a chi in Russia si oppone a Putin e sta pensando alla sua rimozione.</p>



<p><em>Putin avrebbe cosi sostanzialmente vinto la battaglia</em>, e avrebbe tutto il tempo di preparare le prossime mosse militari, rassicurato ancora una volta dalla nostra debolezza.</p>



<p>Questo esito potrebbe anche determinarsi a causa di una chiara vittoria militare russa sul terreno, nel qual caso la situazione per gli europei sarebbe ancora peggiore, poiché l’Ucraina finirebbe sotto controllo russo, con tutte le sue importanti risorse alimentari ed economiche, e il Cremlino si rafforzerebbe nella sua opinione che l’uso della forza miliare è pagante.</p>



<p><em>Non abbiamo quindi solo un obbligo morale di armare l’Ucraina: anche dal punto di vista del realismo politico ci conviene</em>.</p>



<p>Per arrivare a questo scenario basta non sostenere la resistenza ucraina, esitare nel mantenere le sanzioni, continuare a dimostrarci capaci di rispondere alle minacce russe solo con la paura.</p>



<p>Il risultato di lungo periodo sarebbe il <strong>ritorno ad una specie di ‘Guerra Fredda’</strong> ma molto più calda di quella del 20mo secolo, con al comando della Russia un personaggio completamente inaffidabile col dito sul pulsante nucleare, e la possibilità che una conversione americana all’isolazionismo ci lasci soli ad affrontarlo.</p>



<p>Inoltre la mancata integrazione dell’Ucraina nel sistema europeo viene a far mancare nel lungo periodo la basi per l’indipendenza agroalimentare ed energetico-industriale del Continente.</p>



<p>Non è uno scenario particolarmente confortante..</p>



<p>Vi è poi lo <strong>scenario prodotto da una chiara vittoria russa</strong> in Ucraina, tuttora possibile ma reso improbabile della Resistenza; in questo caso, ci si deve aspettare una <em>escalation del conflitto</em> verso altri paesi dell’est Europa, in cui l’uso di armamento nucleare non è solo previsto, è dottrinalmente prescritto.</p>



<p>La debolezza occidentale favorirebbe inoltre il rafforzamento dell’alleanza russo-cinese, con le inevitabili conseguenze negative per l’occidente.</p>



<p>Per questo chi suggerisce l’”Appeasement” è, in buona fede o molto più probabilmente in mala fede, oggettivamente contrario al benessere dell’occidente e del suo sistema democratico ed economico di stampo liberale. Che poi è l’evidente obbiettivo strategico della Russia di Putin.</p>



<p><em>Abbiamo dunque veramente scelta?</em> Serve davvero trattare mentre le forze russe si raggruppano e come previsto distruggono indiscriminatamente città e persone? Ogni nostra debolezza aggiunge una crepa al sistema della deterrenza.</p>



<p>Se l’occidente ha una responsabilità in questo conflitto, è di essere stato troppo debole, minando la credibilità del nostro deterrente. La quinta colonna russa in America, l’amministrazione Trump, ha fatto il resto.</p>



<p><strong>Non abbiamo veramente scelta, se davvero vogliamo una vera pace in Europa, non una ‘Pax Sovietica” (ehm russa…), dobbiamo lavorare per il first-best.</strong></p>



<p>Subito e senza esitazioni.</p>
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		<title>Responsabilità penali individuali per l’aggressione in corso in Ucraina: 4 proposte sul possibile ruolo dell’Italia</title>
		<link>https://www.mondodem.it/2878/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea de Guttry, Luca Poltronieri Rossetti, Emanuele Sommario]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 01 Mar 2022 19:16:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Policy brief]]></category>
		<category><![CDATA[Russia e Asia centrale]]></category>
		<category><![CDATA[Putin]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>
		<category><![CDATA[ucraina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’aggressione della Federazione Russa contro l’Ucraina è un evento di enorme portata per le sue implicazioni sul quadro&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap is-style-default">L’aggressione della Federazione Russa contro l’Ucraina è un evento di enorme portata per le sue implicazioni sul quadro politico e giuridico internazionale. La reazione della Comunità internazionale si è tradotta principalmente in sanzioni contro la Russia. Vi sono però anche profili di responsabilità penale individuale a carico di quanti sono coinvolti nel conflitto: si tratta di aspetti assai rilevanti anche perché possono avere un impatto significativo.</p>



<p>Né l’Ucraina, né la Federazione Russa e neppure la Bielorussia sono Stati Parte allo Statuto della Corte penale internazionale (CPI). Ciò nonostante, l’Ucraina si è avvalsa della facoltà di accettare la competenza della Corte tramite un’apposita dichiarazione. Tale dichiarazione, fatta dal Governo ucraino nel 2015, conferisce alla Corte competenza su quanto accade sul territorio ucraino “a partire dal 20 aprile 2014” e “per una durata illimitata”.</p>



<p>L’attacco da parte della Russia e della Bielorussia contro l’Ucraina è, dal punto di vista tecnico, un “atto di aggressione”, capace di dar luogo alla responsabilità penale individuale di chi lo ha deciso, pianificato, iniziato ed eseguito in base allo Statuto della CPI. Nel caso di specie, le regole della Corte le precludono la possibilità di procedere per il crimine di aggressione. La Corte potrà però esercitare pienamente la sua competenza per gli altri presunti crimini – da qualunque parte vengano commessi – in territorio ucraino, ossia atti di genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra in virtù di una iniziativa autonoma del Procuratore. A tal fine servirebbe una previa autorizzazione di una Camera preliminare della Corte, che non sarebbe tuttavia necessaria nel caso fosse uno Stato parte a riferire il caso alla CPI. Lo stesso Procuratore ha già affermato la propria volontà di aprire un’indagine.</p>



<p>Peraltro, il sistema della Corte si basa sul principio di complementarità: spetterebbe anzitutto agli Stati Parte adoperarsi per perseguire e reprime i crimini; la Corte interverrà solo se questi si rivelino incapaci o non intenzionati a procedere. Va infatti ricordato che tutti gli Stati hanno potenzialmente titolo per perseguire i presunti crimini internazionali commessi o in corso di commissione in Ucraina in base ai criteri di competenza previsti dalle rispettive legislazioni penali. Gli Stati il cui diritto penale consente di procedere sulla base della cosiddetta “giurisdizione universale” (ossia anche in assenza di qualunque collegamento territoriale o personale con lo Stato che procede), potrebbero non solo colmare il deficit di competenza della Corte penale internazionale sul crimine di aggressione, ma anche rappresentare una seria spina nel fianco per i presunti autori degli altri crimini internazionali. Questi potrebbero vedere infatti limitata la propria libertà di circolazione in quanto possibili destinatari di mandati di arresto o a comparire davanti a tribunali nazionali.</p>



<p>La combinazione di indagini e procedimenti penali al livello internazionale e nazionale consentirebbe – se opportunamente utilizzata – di chiamare i responsabili di presunti crimini internazionali commessi in Ucraina a rispondere davanti alla giustizia, con la possibilità di limitarne la libertà di movimento e, se effettivamente sottoposti a processo e condannati, di irrogare nei loro confronti condanne penali e di costringerli a riparare il pregiudizio causato alle vittime. Infine, va ricordato che per molte delle condotte che costituiscono crimini internazionali vige in base a norme di trattati internazionali l’obbligo o di sottoporre a processo penale o di estradare (c.d. <em>aut dedere aut judicare</em>) i presunti responsabili che si trovino nella disponibilità dello Stato.</p>



<p>È auspicabile che su iniziative di questo genere si possa formare un’ampia convergenza tra gli Stati della Comunità internazionale affinché la drammatica situazione in Ucraina possa rappresentare una importante occasione per rinnovare l’impegno di tutti per la difesa e promozione del diritto e della giustizia internazionali.</p>



<p>Di seguito quattro proposte concretamente percorribili dall’Italia per favorire l’accertamento di responsabilità penali in riferimento ai fatti in corso in Ucraina e in altri futuri scenari di conflitto</p>



<h2 id="le-proposte" class="cnvs-block-section-heading cnvs-block-section-heading-1646162636776 halignleft" >
	<span class="cnvs-section-title">
		<span>Le Proposte</span>
	</span>
</h2>



<ol class="wp-block-list"><li><strong>L’Italia potrebbe adoperarsi, anche presso gli altri Paesi dell’UE e/o in seno all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, affinché sia presentata collettivamente da più Stati una comunicazione o una denuncia formale congiunta al Procuratore della CPI &#8211; che ha già dichiarato la propria intenzione di procedere &#8211; invitandolo direttamente ad effettuare indagini su quesSsta situazione al fine di determinare se una o più persone particolari debbano essere accusate per crimini di genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra.</strong></li><li><strong>L’Italia potrebbe dare un importante segnale di coerenza dando piena attuazione nel proprio ordinamento penale al crimine di aggressione, come disciplinato dallo Statuto della Corte penale internazionale, al pari di altri Paesi europei.&nbsp;</strong></li><li><strong>L’Italia potrebbe prendere in considerazione di introdurre nel proprio ordinamento giuridico il principio di giurisdizione universale per i crimini internazionali, dal quale potrebbero scaturire in futuro processi penali capaci di dare giustizia alle vittime di crimini per i quali risulti impossibile o estremamente difficile esercitare la competenza a livello internazionale.</strong></li><li><strong>L’Italia potrebbe rendersi protagonista di iniziative diplomatiche nelle sedi internazionali affinché  gli Stati che condannano gli atti di violenza occorsi sul territorio ucraino dichiarino espressamente che daranno piena attuazione all’obbligo <em>aut dedere aut judicare</em> previsto da norme dei trattati internazionali, per assicurare che non vi sia impunità per crimini internazionali.</strong></li></ol>



<div data-wp-interactive="core/file" class="wp-block-file"><object data-wp-bind--hidden="!state.hasPdfPreview" hidden class="wp-block-file__embed" data="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2022/03/Report_CPI-2.pdf" type="application/pdf" style="width:100%;height:600px" aria-label="Incorporamento di Embed of Report_CPI-2.."></object><a id="wp-block-file--media-58de02bf-a3a4-4599-8b71-4d106646bb62" href="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2022/03/Report_CPI-2.pdf">Report_CPI-2</a><a href="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2022/03/Report_CPI-2.pdf" class="wp-block-file__button" download aria-describedby="wp-block-file--media-58de02bf-a3a4-4599-8b71-4d106646bb62">Download</a></div>
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			</item>
		<item>
		<title>America Assertiva: Biden, Putin e i dossier sul tavolo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Sofia Eliodori]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 21 Mar 2021 16:29:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Macroaree]]></category>
		<category><![CDATA[USA e Americhe]]></category>
		<category><![CDATA[America]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Joe Biden]]></category>
		<category><![CDATA[Putin]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ha suscitato clamore in tutto il mondo la definizione di “assassino” data da Joe Biden a Vladimir Putin.&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/2398/">America Assertiva: Biden, Putin e i dossier sul tavolo</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Ha suscitato clamore in tutto il mondo la definizione di <strong><em>“assassino”</em></strong> data da Joe Biden a Vladimir Putin. Al di là di questo caso specifico, gli elementi di tensione tra Stati Uniti e Russia sono numerosi e, dopo la pausa dell’amministrazione Trump, questi fattori sono tornati ad emergere anche nel dibattito pubblico e nella public diplomacy. Il Presidente Biden, il nuovo Segretario di Stato Blinken e gli altri advisor hanno il <strong>compito urgente di ricalibrare la politica estera USA</strong> sulla Russia ma anche su alcuni dossier estremamente delicati, tra cui spicca quello cinese. La linea generale sembra essere quella esplicitata dal presidente proprio in quella stessa intervista e resa al pubblico con un’efficace frase idiomatica statunitense, ossia che l’America è <em><strong>‘capace di camminare masticando una gomma’</strong></em>. Significa che gli Stati Uniti cercheranno di fare due cose contemporaneamente: da un lato utilizzeranno la diplomazia, un cavallo di battaglia che Biden ha sottolineato più volte con lo slogan<em><strong> “diplomacy is back” </strong></em>per segnare la discontinuità con Donald Trump; dall’altro lato utilizzeranno il proprio hard power, non solo militare ma anche economico, per tornare a essere incisivi nello scacchiere internazionale. Ma le motivazioni per una rinnovata asprezza dei toni con la Russia sono diversificate, complesse, e includono non solo il<strong> caso Navalny e la disputa sull’Ucraina</strong>. Tale approccio non significa, dunque, che la cooperazione con la Russia si sia arrestata, infatti, è di poche settimane fa il rinnovo quinquennale del trattato <strong>New Strategic Arms Reduction Treaty</strong> (START), un accordo bilaterale sul controllo degli armamenti nucleari, eredità di quegli stessi trattati che impedirono alla Guerra Fredda di detonare.</p>



<h3 id="nuove-interferenze-nelle-elezioni-usa" class="wp-block-heading">Nuove interferenze nelle Elezioni USA</h3>



<p>Il 15 marzo è stata pubblicata la versione <strong>declassificata del rapporto del National Intelligence Council</strong> (tavolo che riunisce organi della sicurezza e dell’intelligence USA e diversi ministeri) sulle minacce esterne alle elezioni del novembre 2020 (Foreign Threats to the 2020 Federal Elections). Dal rapporto emerge come la Russia, con responsabilità e decisione diretta del Presidente Putin, abbia investito risorse consistenti in propaganda digitale con molteplici obiettivi, tra cui in primis indebolire la credibilità pubblica di Joe Biden, favorire la rielezione di Donald Trump, minare la fiducia dei cittadini statunitensi nei processi democratici, esacerbare la polarizzazione politica. Tali contenuti vanno a corroborare le indagini precedenti sulle influenze russe rispetto alle elezioni del 2016. Infatti, il rapporto asserisce che queste attività d’interferenza siano continuativamente in atto già dal 2014 quando Biden era Vicepresidente. In senso più ampio, le istituzioni statunitensi prendono atto che la <strong>cyber warfare</strong> della propaganda è ormai uno strumento di politica estera utilizzato dai regimi autoritari sia per sostenere i propri interessi contro paesi democratici, sia per alimentare la narrazione che le democrazie siano sistemi obsoleti, caotici e inefficaci. È proprio su questo dossier che Biden si è pronunciato in maniera più netta nell’intervista, poiché su interferenze di questo tipo non c’è margine di diplomazia che tenga, tanto da dire che in qualche modo la Russia ‘pagherà’ per queste gravi intromissioni.</p>



<h3 id="il-gasdotto-nord-stream-2" class="wp-block-heading">Il gasdotto Nord Stream 2</h3>



<p>L’altro terreno dei <strong>rapporti con la Russia</strong> su cui gli Stati Uniti puntano ad un approccio muscolare è quello relativo al completamento del gasdotto Nord Stream 2, che fornirà ulteriore <strong>approvvigionamento energetico a Germania e Europa</strong>, giunto quasi al completamento e contro cui gli USA si oppongono a partire dall’era Obama. Finora, gli strumenti diplomatici messi in atto per</p>



<p>spingere la Germania a rinunciare sono falliti, lasciando spazio alle sanzioni economiche nei confronti delle imprese russe coinvolte nella costruzione. Si tratta per Biden di una prova molto importante anche di fronte agli avversari del Partito Repubblicano, tra cui<strong> Ted Cruz,</strong> che stanno attuando pressioni sul Congresso e sul Segretario di Stato affinché l’azione USA si dimostri efficace. Le sanzioni, infatti, erano iniziate durante l’amministrazione Trump e sono frutto di una collaborazione bipartisan sul tema, tanto da far pensare che il tema della dipendenza energetica dell’Europa dalla Russia sia centrale non solo per l’assetto geopolitico del vecchio continente ma anche per il futuro assetto delle relazioni multilaterali. Gli Stati Uniti, infatti, sarebbero pronti a utilizzare un loro avvallo del gasdotto come contropartita per un maggiore supporto europeo alla politica di contenimento nei confronti della Cina.</p>



<p>Si tratta, dunque, di un banco di prova fondamentale per la nuova amministrazione Biden che, per dimostrare a avversari e alleati che <em><strong>‘l’America è tornata’</strong></em>, deve dosare il giusto mix di soft e hard power che per Nye costituiscono l’essenza di una superpotenza intelligente.</p>
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		<title>Russia: spiragli di cambiamento?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Anna Zafesova]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Sep 2019 07:45:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Russia e Asia centrale]]></category>
		<category><![CDATA[Mosca]]></category>
		<category><![CDATA[Putin]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Lo scambio di prigionieri tra Russia e Ucraina, 35 prigionieri per parte, è stato il primo di questa&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Lo scambio di prigionieri tra Russia e Ucraina, 35 prigionieri per parte, è stato il primo di questa portata in cinque anni di guerra. Dalle prigioni russe sono stati liberati il regista crimeano Oleg Sentsov – riconosciuto dalla comunità internazionale come detenuto politico e insignito dal Parlamento Europeo del Premio Sakharov – e i 24 marinai militari sequestrati dalla Russia nell&#8217;incidente dello stretto di Kerch nel novembre scorso, oltre ad altri prigionieri politici. I russi restituiti al Cremlino sono stati mostrati nelle foto ufficiali con i volti coperti dalla sgranatura, che metteva ulteriormente in risalto i loro corpi muscolosi da membri delle truppe speciali: si tratta in prevalenza di guerriglieri e infiltrati nel Donbass. Rilevante è stata anche la differenza mediatica nel trattare l&#8217;evento nei due Paesi: in Ucraina, una festa nazionale, con il presidente Vladimir Zelensky – che ha realizzato la sua promessa elettorale di riportare a casa gli ucraini prigionieri – ad abbracciare gli ostaggi sotto la scaletta dell&#8217;aereo e autobus con i vetri scuri scortati dalla polizia&nbsp;per i russi atterrati a Mosca.</p>



<p>Il ritorno degli ostaggi consolida ulteriormente la posizione di Zelensky, che in poco più di 100 giorni di presidenza ha già conquistato la maggioranza assoluta nella nuova Rada e nominato un nuovo governo senza concedere nulla all&#8217;opposizione. Resta da capire perché il Cremlino ha concesso a Zelensky una tale apertura di credito, considerando che il nuovo leader ucraino non sembra, nonostante le accuse dei suoi critici, incline a concedere qualcosa a Mosca, esigendo il ritorno all&#8217;Ucraina della Crimea e del Donbass. Un gesto di buona volontà per far ripartire il processo negoziale di Minsk, è la spiegazione ufficiale dei portavoce del Cremlino (che ha accettato anche l&#8217;eliminazione dalla trattativa di Viktor Medvedchuk, il “comare di Putin”, capo della lobby filorussa e tradizionale mediatore tra Kiev e Mosca). I giornali indipendenti hanno però indicato un altro aspetto della lunga e tormentata trattativa sullo scambio di prigionieri: Kiev è stata costretta a liberare e restituire ai russi Vladimir Zemakh, separatista del Donbass e testimone chiave dell&#8217;abbattimento del Boeing malese nel luglio 2014. La magistratura olandese (la maggior parte delle 298 vittime sull&#8217;aereo partito da Amsterdam alla volta di Kuala-Lumpur era dei Paesi Bassi) ha chiesto a Kiev di non estradare un testimone così prezioso, ma lo stesso Zelensky ha ammesso che altrimenti Mosca avrebbe cancellato lo scambio. &nbsp;</p>



<p>Esiste però anche una chiave di lettura più politica, da cercare nei risultati delle elezioni amministrative tenutesi domenica 8 settembre a Mosca, Pietroburgo e altre città russe. Nella capitale l&#8217;opposizione ha conquistato 22 seggi su 45, mancando per poche decine di voti la maggioranza nella Duma di Mosca: un trionfo di Alexey Navalny e dei suoi sostenitori, nonostante mesi di arresti, manifestazioni con manganellate, perquisizioni, conti bloccati e minacce agli attivisti. I candidati di Navalny sono stati esclusi dal voto, i brogli e le manipolazioni sono stati numerosi e documentati, ma nonostante questo i candidati del potere hanno subito in metà delle circoscrizioni una sonora sconfitta.&nbsp;</p>



<p>Merito della campagna di Navalny, tra Internet e piazza, feroce, chiara e ben organizzata, che alternava rivelazioni sulla corruzione dei candidati governativi – il capo del partito Russia Unita della capitale, Metelskij, ha perso contro un semisconosciuto dopo la pubblicazione del suo patrimonio estero, con tanto di catena di alberghi di lusso in Austria – al cosidetto “voto intelligente”, un&#8217;invenzione di Navalny per convogliare il voto di protesta su un solo nome, quello dell&#8217;oppositore con più chance. Una tattica che gli ha attirato molte critiche in quanto la maggioranza del “listino Navalny” era composta da comunisti, ma che ha prodotto un attacco senza precedenti alle istituzioni del regime.</p>



<p>L&#8217;affluenza al voto è stata bassissima, intorno a un quinto degli aventi diritto quasi ovunque. La maggior parte dei russi ha votato con i piedi e, considerato che i sondaggi da mesi ormai registrano una caduta a picco della popolarità del Cremlino, gli spin-doctor governativi non hanno incitato gli elettori a recarsi alle urne, preferendo manipolare lo zoccolo duro dei dipendenti pubblici. I membri di Russia Unita non hanno presentato nemmeno una lista, correndo tutti come “indipendenti” per non mostrare nelle schede un logo che avrebbe suscitato soltanto odio. La risposta positiva degli elettori al “voto intelligente” di Navalny però ha mostrato che lo scontento da diffuso può diventare organizzato e guidato, e che il regime è vulnerabile agli strumenti della democrazia, perfino se limitata da censura e repressione.&nbsp;</p>



<p>UE questo potrebbe spiegare anche l&#8217;improvvisa apertura verso l&#8217;Ucraina. La situazione domestica, con la crisi economica e uno scontento ormai a malapena gestibile, non permette a Putin di mantenere aperto un fronte di guerra. La retorica bellicosa, che negli anni precedenti aveva pagato elettoralmente, ora sembra suscitare soltanto rabbia, e le gesta “geopolitiche” appaiono un lusso. La riapertura del negoziato di Minsk con Zelensky, Macron e Merkel, con la possibile cooptazione di Trump come chiesto dal leader di Kiev, permetterebbe forse al Cremlino di concentrarsi sul fronte interno, anche aumentando la repressione che però l&#8217;Occidente, in caso di distensione sui fronti internazionali, sarebbe meno incline a criticare. Mosca ha un bisogno disperato di uscire dall&#8217;isolamento internazionale, alleviare le sanzioni, attirare gli investimenti, e riconquistare un consenso che permetta al regime di porsi degli obiettivi e non soltanto di lavorare per la propria&nbsp;sopravvivenza.</p>
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		<title>Caro Salvini, con Putin Presidente non saremmo un Paese migliore</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 03 Dec 2017 10:33:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Esteri a confronto]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Russia e Asia centrale]]></category>
		<category><![CDATA[#salvini]]></category>
		<category><![CDATA[Democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[Fakenews]]></category>
		<category><![CDATA[Putin]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Carolina De Stefano &#8220;Ritengo che Putin sia uno dei migliori uomini di governo al mondo ma lo&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Di Carolina De Stefano</em></p>
<p><em>&#8220;Ritengo che Putin sia uno dei migliori uomini di governo al mondo ma lo dico perché lo credo e lo dicono i fatti, non perché me lo suggerisce qualcuno, il fantasma o Facebook. Se avessimo un Putin in Italia staremmo ancora meglio, e questo lo dico perché ne sono convinto e non perché qualcuno mi paga per dirlo. Adesso, che ci siano gli hacker russi che fanno il lavaggio del cervello dalla notte al mattino a inglesi, italiani, tedeschi e americani è una barzelletta che non fa neanche ridere –</em></p>
<p><em>Matteo Salvini, Segretario federale della Lega Nord, 28 novembre 2017</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Quando Salvini dichiara, come ha fatto il mese scorso, che ‘<em>se avessimo un Putin in Italia staremmo ancora meglio</em>’, non è chiaro se si rende conto che se il presidente russo governasse in Italia la Lega Nord non esisterebbe, e che lui non potrebbe fare politica.</p>
<p>Non esisterebbe un sistema partitico in generale, nessuna vera campagna elettorale.</p>
<p>Le critiche alle istituzioni, alle autorità, al governo nazionale – figuriamoci i suoi insulti – in Russia sono a malapena presenti nelle discussioni private, perché è consapevolezza comune che nessuna opposizione, nel momento in cui rischia di diventare una forza politica credibile, è permessa.</p>
<p>Salvini mostra di non sapere quello che succede in Russia oggi e, quel che è peggio, quanto non gli interessi il nostro paese.</p>
<p>Uno, come si fa dire che l’Italia starebbe meglio in assenza di un sistema democratico e pluralistico?</p>
<p>Due, comparare la storia della Russia con quella dell’Italia e, di conseguenza, equipararne le esigenze, non ha alcun senso. Sono due paesi diversi, con storie completamente diverse. Se con il parallelo a casaccio Salvini intendeva semplicemente dire che per governare l’Italia serve un leader autoritario, allora è necessario che la Lega indichi esplicitamente nel programma di partito qual è la visione che ha del futuro del paese, e cosa un ‘Putin’ significherebbe nel concreto.</p>
<p>Tre, soprattutto, Salvini non è capace di vedere che la maggior parte delle azioni sulla quale è basata l’immagine putiniana ‘<em>dell’uomo forte’</em> che lui tanto ammira sono innanzitutto manifestazioni di un senso di accerchiamento e di insicurezza permanenti. Dalle proteste popolari del 2012 in poi (molto più che durante le due presidenze di Putin precedenti), c’è stata un decisa stretta del regime e l’establishment russo guarda ai sistemi democratici e l’Europa come una minaccia, presentandola come tale alla sua popolazione. Questo avviene non perché il Cremlino – come sembra credere Salvini – propone un modello politico vincente, alternativo, alle democrazie occidentali europee, ma, al contrario, perché è incapace di offrire ai propri cittadini sviluppo e prospettive comparabili, e ne teme l’attrattività.</p>
<p>Detto questo, le dichiarazioni di Salvini ci ricordano che dare eccessivo peso, con toni apocalittici, al ruolo potenziale delle interferenze russe e delle fake news nella campagna elettorale italiana fa il gioco di Lega Nord e Cinque Stelle e non farà vincere le elezioni. Anzi. L’attrattività della figura di Putin in Italia risale quantomeno a Berlusconi e non è intrinsecamente legata all’’ondata’ populista. È generalizzata e ha radici sociali più profonde.</p>
<p>È insensato e irrazionale pensare che un finanziamento, o un invito a cena a Mosca – e in questo, dispiace dirlo, Salvini ha ragione &#8211; siano l’origine del sostegno di centinaia di politici italiani alle iniziative russe, soprattutto in politica estera. Come <a href="http://www.ilfoglio.it/politica/2017/11/29/news/il-rischio-che-le-fake-news-diventino-il-nuovo-uomo-nero-della-sinistra-166050/">scrive</a> il Foglio di ieri, le fake news – e, aggiungo, la tesi aprioristica e ossessiva della collusione russa e dei suoi effetti &#8211; rischiano di diventare l’equivalente, fallimentare, della tesi della sinistra negli anni ’90 di un ‘paese sottilmente avvelenato da’, e ‘elettoralmente schiavo’, delle tv berlusconiane.</p>
<p>Come ormai <a href="https://www.bloomberg.com/view/articles/2017-11-02/facebook-ads-reveal-the-real-russian-game">è provato,</a> lo scopo delle interferenze russe, che ci sono state negli altri paesi e che è possibile ci saranno anche nel nostro, non è far vincere quello o quell’altro candidato (anhe perché non ci riuscerebbero), ma creare divisioni interne nelle società democratiche. Queste sono alimentate dalle tesi del complotto, che sono specialità dei populisti. Per vincere, il PD non deve rinunciare alla razionalità né nei confronti della Russia, né della Lega e dei Cinque Stelle.</p>
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		<title>Perché non bisogna eliminare le sanzioni contro la Russia</title>
		<link>https://www.mondodem.it/563/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Apr 2017 10:52:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Italia nel mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Putin]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sul blog di Beppe Grillo Fulvio Scaglione sostiene una posizione sulla Russia molto popolare in Italia. In nome&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p align="justify"><strong>Sul blog di Beppe Grillo Fulvio Scaglione sostiene una posizione sulla Russia molto popolare in Italia.</strong> In nome del pragmatismo, chiede che le sanzioni europee contro Mosca vengano eliminate al più presto, per due ragioni: i danni arrecati alle imprese italiane fin dal 2014 e l’interesse a collaborare con Mosca nella lotta contro il terrorismo islamico, in particolare in Medio Oriente. Insomma, senza le sanzioni europee, le relazioni UE-Russia riprenderebbero a fiorire.</p>
<p align="justify"><strong>Questa tesi attraente &#8211; presentata come una panacea per le relazioni Russia-Europa &#8211;</strong> è in realtà molto meno pragmatica e interessata al ‘bene’ dell’Italia di quanto sembri. Il problema, infatti, è che anche nonostante la tragicità dell&#8217;attentato dello scorso 3 aprile a San Pietroburgo, bisogna distinguere due questioni: la sanzione non è una soluzione alla cooperazione nè necessariamente la esclude. Eliminare le sanzioni alla Russia porterebbe al nostro paese molti più danni che benefici. Si, i rapporti commerciali con la Russia migliorerebbero. Ma la posizione internazionale dell’Italia diverrebbe molto più isolata; i rapporti politico-diplomatici con molti dei nostri principali alleati verrebbero danneggiati; la crisi ucraina rimarrebbe irrisolta. Infine, riprendendo a dialogare come se nulla fosse con Mosca, noi avremmo di fatto accettato come normale e legittimo l’uso della violenza per cambiare i confini territoriali di uno Stato sovrano (che è quanto ha fatto la Russia in Crimea, per quanto Scaglione sembri dimenticarsene).</p>
<p align="justify"><strong>La prima questione è che più passa il tempo</strong> e più le implicazioni del conflitto nel Donbass e dell’annessione russa alla Crimea si fanno complesse e le probabilità di una risoluzione rapida diminuiscono. L’Italia non può quindi realmente aspettarsi che singole iniziative unilaterali nei confronti della Russia &#8211; tra tutte l’eliminazione delle sanzioni &#8211; rappresentino delle soluzioni efficaci. È invece costretta a bilanciare i diversi interessi in gioco, considerando le priorità nazionali, valutando quali sarebbero le conseguenze delle proprie decisioni sulle relazioni con l’UE e con gli USA, e alla fine, piaccia o no, optando per il male minore.</p>
<p align="justify"><strong>In questo senso, le ricadute negative della crisi sulle imprese italiane,</strong> purtroppo, non possono prevalere sugli impegni e gli interessi economici dell’Italia in quanto membro dell’Unione Europea. La priorità assoluta italiana resta quella di cercare, con gli altri paesi dell’UE, una soluzione comune pacifica e di lunga durata alla crisi con la Russia e alla situazione in Ucraina. Inoltre, l’Italia non può rischiare di minare le relazioni con molte altre nazione europee in nome di un riavvicinamento a Mosca, visto che – tra l’altro &#8211; le relazioni commerciali italiane con i paesi europei superano, e di molto, i legami economici con la Russia.</p>
<p align="justify"><strong>Scaglione sottolinea poi, come molti, che le sanzioni andrebbero eliminate</strong> perché ad oggi non hanno portato la Russia a modificare nulla della sua posizione. Anche se è vero che le sanzioni non hanno restituito la Crimea all’Ucraina, il punto non è questo.</p>
<p align="justify"><strong>La forza delle sanzioni, il loro significato, non dipende tanto dalla capacità effettiva</strong> e immediata di far tornare sui propri passi la nazione colpita (è uno strumento di pressione, non un esercito). Le sanzioni sono innanzitutto una forte denuncia, comune e condivisa, della comunità internazionale. Si può quindi eventualmente contestare la decisione originaria europea e americana di rispondere all’annessione russa della Crimea in questa maniera ma, una volta che sono entrate in vigore, le sanzioni non possono essere ritirate senza ricevere nulla in cambio, perché ciò significherebbe il definitivo fallimento della politica europea, la perdita di ogni sua credibilità, l’inutilità di ogni azione comune.</p>
<p align="justify"><strong>Non possiamo poi dimenticare la gravità, l’inammissibilità dell’annessione unilaterale di un territorio,</strong> di un’intera penisola di uno Stato da parte di un altro nel mezzo dell’Europa e violando precisi vincoli internazionali. Il riconoscere che la Russia è potenzialmente un partner importante, strategico nella lotta contro il terrorismo non significa che l’Italia possa ‘chiudere un occhio’, come se niente fosse successo, di fronte agli eventi in Crimea e nel Donbass. Se è il nazionalismo a motivare la proposta di levare le sanzioni alla Russia, allora forse è importante capire cosa si intende per nazionalismo, perché molti risponderebbero che la nazione che hanno in testa e di cui sono fieri è uno Stato che antepone alcuni valori fondamentali ed esistenziali, come l’integrità dei confini statali europei, agli interessi del singolo.</p>
<p align="justify"><strong>Fin dall’inizio, nella gestione della crisi tra Russia e Occidente gli errori sono stati molti,</strong> da entrambe le parti. L’Italia, grazie al suo tradizionale rapporto privilegiato con la Russia, può ancora fare la differenza nelle negoziazioni, e ha la responsabilità di far prevalere insieme ad altri paesi il pragmatismo e l’interesse a una soluzione pacifica, rifiutando posizioni fortemente ideologiche, populiste ed ovviamente anche quelle apertamente russofobiche.</p>
<p align="justify"><strong>Ma due cose devono essere chiare: sanzioni o non sanzioni,</strong> è Mosca che deve fare il primo passo, mostrando che un margine per il dialogo c’è e, soprattutto, che è disposta a negoziare almeno qualcosa. Infine, e in generale, la tesi dell’indulgenza non ripagata, del ‘passiamoci sopra’, in politica estera non è sempre sinonimo di pragmatismo. Nel caso specifico è piuttosto un aperto, e comodo, atto di deresponsabilizzazione al posto di una, più complessa, visione dell’interesse nazionale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Carolina De Stefano</p>
<p><em>Dottoranda Scuola Superiore Sant&#8217;Anna di Pisa, visiting researcher Università di Varsavia e National Research University Higher School of Economics di Mosca.</em></p>
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		<title>Tra Washington e Mosca sarà vera distensione?</title>
		<link>https://www.mondodem.it/126/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 19 Nov 2016 14:20:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[USA e Americhe]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni USA]]></category>
		<category><![CDATA[Putin]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>
		<category><![CDATA[Trump]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Carolina de Stefano* Il 17 novembre l’ex generale Michael Flynn, descritto da molti come islamofobo e non&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="post-hero-image clear-fix"></div>
<div class="entry-content">
<p><em>Di Carolina de Stefano*</em></p>
<p>Il 17 novembre l’ex generale Michael Flynn, descritto da molti come islamofobo e non ostile invece a Putin, è stato nominato da Trump consigliere per la sicurezza nazionale, un ruolo chiave nella definizione della politica estera presidenziale che non richiede l’investitura del Senato.</p>
<p>Dal giorno delle elezioni si tratta della prima importante conferma istituzionale che le relazioni USA-Russia potrebbero distendersi, e questo nonostante sia impossibile prevedere quale forma prenderà (e quale grado di coerenza avrà) la politica estera di Trump.</p>
<p>L’esistenza di un potenziale margine per il ‘dialogo’ non si deduce da una presunta chiara idea di come i due paesi vogliano riconfigurare la loro relazione (idea totalmente assente da entrambe le parti), ma è creato indirettamente dalle loro rispettive priorità.</p>
<p>Nell’attesa di conoscere chi sarà il nuovo segretario di Stato, da parte americana la nomina di Flynn significa che, molto più che sulla sicurezza europea e di conseguenza sulla gestione della crisi ucraina, la Presidenza Trump si concentrerà sulla lotta al terrorismo islamico. Da un lato potrebbe quindi essere disposta a concedere di più nelle negoziazioni siriane con la Russia di quanto non abbia fatto ad oggi l’Amministrazione Obama. Dall’altro – immaginando tra l’altro che Trump non dia particolare peso al rispetto dei trattati e delle frontiere internazionali – si può pensare che la posizione americana sulla questione ucraina sarà meno intransigente; in particolare, che l’idea di fornire armi a Kiev per contrastare Mosca, più volte sostenuta da Hillary Clinton in campagna elettorale, non verrà presa per il momento in considerazione.</p>
<p>Da parte russa, invece, la vittoria di Trump è stata accolta, più che con entusiasmo, con grande sollievo: il Cremlino lo preferisce di gran lunga alla Clinton – con la quale l’ulteriore deterioramento delle relazioni era certo – e questo nonostante sia intimorito dai progetti politici umorali contradditori, incomprensibili del nuovo presidente.</p>
<p>Nella pratica, però, sarà molto difficile tradurre questo potenziale e la minore reciproca ostilità di principio in iniziative concrete e in una nuova relazione, per vari motivi.</p>
<p>Innanzitutto ci sono dossier importanti, tra tutti l’accordo sul nucleare con l’Iran e le relazioni con la Cina, su cui Trump e Putin hanno visioni divergenti. In secondo luogo, la maggioranza dei deputati repubblicani al Congresso ha posizioni nettamente antiputiniane che, fosse anche per sole procedure decisionali, Trump non potrà del tutto ignorare. Terzo, come hanno sottolineato in molti, è difficile capire come lo slogan di Trump ‘Make America Great Again’ possa riflettersi in un atteggiamento nei confronti di Mosca, o di altri paesi, accondiscendente tanto da poterne minare la credibilità internazionale. Se poi nella lotta al terrorismo si può comprendere perché la nuova amministrazione potrebbe decidere di avvicinarsi alla Russia, è importante anche chiedersi cosa gli Stati Uniti – e Trump in particolare con il suo approccio da uomo d’affari – otterrebbero o invece perderebbero nel creare questa alleanza, in altri termini che cosa la Russia può realmente offrire in cambio di una rilegittimazione del suo ruolo nella comunità internazionale.</p>
<p>Su questo, la verità è non solo che la Russia è dei due la parte negoziale più debole, e che quindi ha meno da offrire economicamente e politicamente, ma soprattutto che le sue pretese al momento non sono realmente merci negoziabili, perché sono richieste radicali e unilaterali. La Russia si dice aperta al dialogo con la nuova amministrazione, ma chiede il riconoscimento internazionale dell’annessione della Crimea e l’eliminazione delle sanzioni occidentali allo stesso tempo. Una tale rigidità di posizioni, priva di margini negoziali, non porterà Trump a dare per non ricevere, e non smuoverà la politica americana dal netto maggiore interesse a mantenere forti le relazioni con i paesi europei, a partire da Regno Unito e Germania.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*<em> Visiting Scholar, George Washington University</em></p>
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		<title>In Siria la Russia si prepara a colpire duro, ma le sanzioni sarebbero state un boomerang</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Tommaso Canetta]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 22 Oct 2016 15:26:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Grande Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Russia e Asia centrale]]></category>
		<category><![CDATA[Assad]]></category>
		<category><![CDATA[Putin]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>
		<category><![CDATA[Sanzioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La speranza di fermare il massacro di Aleppo, se mai era nata, è già morta. Mosca sta preparando&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La speranza di fermare il massacro di Aleppo, se mai era nata, è già morta. Mosca sta preparando una vittoria militare sul campo. <strong>L’intera flotta del Nord e parte della flotta del Baltico della marina russa</strong> – di cui fanno parte la portaerei <em>Kuznetsov</em>, l’incrociatore a propulsione nucleare <em>Pyotr Veliky </em>(il più grande del mondo nella sua categoria), due cacciatorpediniere, un sottomarino d’attacco, una petroliera, un rimorchiatore e una nave di sorveglianza – <strong>sono partite il 15 ottobre dall’Artico con destinazione il Mar Mediterraneo</strong> <strong>orientale</strong>. Il convoglio di navi da guerra dovrebbe arrivare di fronte alla costa siriana entro fine mese. I quindici aeroplani, tra <em>Su-33</em> e <em>MiG-29K/KUB</em>, e i dieci elicotteri (<em>Ka-52K, Ka-27</em> e <em>Ka-31</em>) imbarcati andranno quindi a coordinarsi con la flotta aerea russa presente nella base di Khmeimim per sferrare l’attacco finale sui quartieri orientali di Aleppo, ancora controllati dai ribelli. Secondo gli esperti si tratta di <strong>una mossa che va letta più dal punto di vista del crescente confronto tra Russia e Nato che non in quello della guerra siriana</strong>. L’aumento della forza di aviazione potrà infatti avere un impatto sul conflitto forte ma non decisivo. Per quello servirebbero fanteria e carri armati, un’escalation che finora Mosca ha sempre voluto evitare. E tuttavia <strong>non si può sottovalutare l’impatto simbolico e tattico</strong> che il nuovo dispiegamento militare russo avrà <strong>sulla battaglia di Aleppo</strong>.</p>
<p>La tregua di pochi giorni, concessa dal Cremlino mentre la flotta navale discende verso il Mediterraneo, e pensata per far defluire civili e combattenti dai quartieri assediati, è servita a Mosca più per pulirsi la coscienza che non per indebolire le fila dei ribelli: secondo la versione del ministro degli Esteri russo Lavrov, i qaedisti dell’ex Al Nousra hanno impedito con la violenza ai civili e agli insorti di abbandonare la città. Una mezza verità, che trova però eco nella decisione dell’Onu di non procedere all’evacuazione dei feriti dai quartieri controllati dai ribelli “perché mancano le condizioni di sicurezza”. In ogni caso <strong>il fallimento dell’evacuazione da un lato e il rafforzamento da parte di Mosca di un apparato bellico già impressionante dall’altro lasciano presagire un finale tragico</strong>.</p>
<p>Di fronte a questo scenario <strong>può far storcere il naso la linea diplomatica scelta dall’Italia </strong>in seno all’Unione europea, di impedire che venissero decise altre sanzioni contro la Russia per via della Siria. Si tratta di una decisione di realpolitik, che affonda le sue ragioni profonde in questioni che vanno oltre quella siriana, e che tuttavia proprio sulla questione siriana potrebbe avere un effetto utile. Si può infatti supporre che la minaccia delle sanzioni non avrebbe impedito a Putin di portare a compimento il suo piano di battaglia per Aleppo. In compenso avrebbe reso ancor più tesi i rapporti tra Stati europei e Mosca. <strong>Adottare misure inefficaci, e al contempo ostili verso il Cremlino, non sarebbe stata una buona base di partenza per qualsiasi futura trattativa sulla Siria</strong> – che, innegabilmente, non potrà prescindere dalla Russia – e sulla regione. E che una trattativa resti necessaria anche dopo una eventuale caduta di Aleppo est nelle mani dei lealisti è evidente: il regime e i suoi alleati controllano meno del 50% del Paese, Assad rimane una figura fortemente divisiva e Mosca lo sa, i Paesi del Golfo non danno segnale di voler recedere da questa guerra per procura, lo Stato Islamico non è vicino alla sconfitta, la Turchia ha propri uomini e mezzi nel nord della Siria, e i curdi non sembrano intenzionati a rinunciare alle proprie mire autonomiste.</p>
<p>Le sanzioni, pur giuste eticamente, avrebbero logorato il filo di dialogo che ancora l’Europa tiene in vita con il Cremlino, con il risultato di schiacciare la Russia (che, a torto o a ragione, percepisce come ignorate le proprie istanze) su posizioni sempre più oltranziste, in Siria ma non solo. <strong>Mantenendo invece aperto il canale con Putin sarà forse possibile influire in futuro – sia per ridurre il dramma umanitario della Siria sia per tutelare i nostri interessi, come Italia e come Unione europea – in sede di negoziati. </strong></p>
<p>Non si deve ignorare la complessità del quadro geopolitico e economico, specie in un <strong>momento storico in cui il Medio Oriente è in ebollizione e le alleanze storiche dell’Occidente (in primis quella con la Turchia) sono sottoposte a spinte e torsioni senza precedenti. </strong>A questo quadro si aggiunge l’incertezza sulla futura politica estera americana. Di sicuro in questo preciso momento pensare di prescindere dal dialogo con quella che è diventata una super-potenza in Medio Oriente e nel Mediterraneo orientale – la Russia ha sfruttato abilmente la sponda sciita (Iran, Iraq, Assad, Hezbollah) per portare armamenti avanzati nella regione e imporre la sua superiorità bellica; dopo aver rischiato uno scontro frontale ha avvicinato a sé la Turchia come non era mai successo; è in buoni rapporti con Israele, con l’Egitto e con Haftar in Libia – significa pensare di prescindere dalla realtà. E, per citare Ytzhak Rabin, <strong>“la pace non si fa coi propri amici, ma coi propri nemici”.</strong></p>
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