End-Game: tre Europe possibili dopo il 24/02/2022

Europa

A un mese dall’inizio dell’aggressione russa all’Ucraina bisogna iniziare a pensare i possibili scenari di riferimento in cui l’Europa dovrà operare nei prossimi decenni.

Le azioni degli attori europei e dell’Italia possono orientare questi esiti: bisogna iniziare ad agire e non solo a reagire.

Iniziamo dal first-best, quello evidentemente più desiderabile per l’Italia quale democrazia liberale all’interno di uno spazio di libertà, sicurezza e benessere euro-atlantico: la fine delle ostilità legata alla rimozione di Putin da parte di un regime russo non necessariamente democratico e liberale (non illudiamoci troppo, almeno nel medio periodo), ma quanto meno rispettoso delle leggi fondamentali della convivenza fra Stati, promotore di una politica estera e di difesa che rigetti l’attuale visione imperialista di natura geopolitica ‘a somma zero’.

Cosa possono fare gli europei per ottenere questo risultato?

supportare per tutto il tempo necessario la coraggiosa resistenza ucraina con ogni mezzo indiretto, militare e non, in particolare cyber, interferenza elettronica, intelligence…

inasprire le sanzioni soprattutto allargandole ai quadri intermedi della nomenklatura russa, ‘i colonnelli’, portare la Russia allo stato dell’URSS degli anni ’80 o peggio

ristabilire una deterrenza convenzionale e nucleare credibile nell’ambito NATO ed europeo, rendendo esplicite le risposte proporzionali all’escalation russa, in particolare qualora essa si spinga all’uso di armi non convenzionali, chimiche e nucleari

isolare la Russia dalla Cina con un mix di incentivi e possibili sanzioni indirette, facendo anche leva sulla gravissima crisi economica in cui versa il regime cinese

Il costo di questa strategia è elevato, dal punto di vista economico per gli europei e dal punto di vista umano per gli ucraini, ma se condotta con la massima forza possibile nel breve periodo potrebbe rompere la volontà russa prima che essa riduca in polvere le città ucraine e vinca la resistenza ucraina.

Solo questa strategia però garantisce una stabilità di lungo periodo, in cui progressivamente i rapporti con la Russia possono essere ri-socializzati in termini cooperativi, sostenendo da un lato la crescita economica del paese al di là dei beni energetici e minerari e delle oligarchie che li controllano, e progredendo nell’ambito della soluzione del dilemma della sicurezza tramite progressivi step irreversibili di riduzione delle forze militari russe nel teatro europeo.

L’alternativa in seconda battuta sarebbe la fine delle ostilità in Ucraina con un compromesso più o meno favorevole alle forze russe, con Putin e la sua cricca ancora in sella al Cremlino e Kiev ridotta ad una terra di nessuno costantemente sottoposta ad infiltrazioni anche militari russe, legata ad un fragile accordo che già diverse volte la Russia ha dimostrato di non rispettare, da quello pivotale del 1994 a quelli del 2014.

Si tratterebbe di un’equilibro fragilissimo, in cambio del quale l’Europa potrebbe ricevere minori costi economici, poiché almeno parte delle sanzioni andranno ritirate per raggiungere l’accordo, e taglierebbe le gambe sia a qualunque coraggiosa resistenza partigiana ucraina, sia a chi in Russia si oppone a Putin e sta pensando alla sua rimozione.

Putin avrebbe cosi sostanzialmente vinto la battaglia, e avrebbe tutto il tempo di preparare le prossime mosse militari, rassicurato ancora una volta dalla nostra debolezza.

Questo esito potrebbe anche determinarsi a causa di una chiara vittoria militare russa sul terreno, nel qual caso la situazione per gli europei sarebbe ancora peggiore, poiché l’Ucraina finirebbe sotto controllo russo, con tutte le sue importanti risorse alimentari ed economiche, e il Cremlino si rafforzerebbe nella sua opinione che l’uso della forza miliare è pagante.

Non abbiamo quindi solo un obbligo morale di armare l’Ucraina: anche dal punto di vista del realismo politico ci conviene.

Per arrivare a questo scenario basta non sostenere la resistenza ucraina, esitare nel mantenere le sanzioni, continuare a dimostrarci capaci di rispondere alle minacce russe solo con la paura.

Il risultato di lungo periodo sarebbe il ritorno ad una specie di ‘Guerra Fredda’ ma molto più calda di quella del 20mo secolo, con al comando della Russia un personaggio completamente inaffidabile col dito sul pulsante nucleare, e la possibilità che una conversione americana all’isolazionismo ci lasci soli ad affrontarlo.

Inoltre la mancata integrazione dell’Ucraina nel sistema europeo viene a far mancare nel lungo periodo la basi per l’indipendenza agroalimentare ed energetico-industriale del Continente.

Non è uno scenario particolarmente confortante..

Vi è poi lo scenario prodotto da una chiara vittoria russa in Ucraina, tuttora possibile ma reso improbabile della Resistenza; in questo caso, ci si deve aspettare una escalation del conflitto verso altri paesi dell’est Europa, in cui l’uso di armamento nucleare non è solo previsto, è dottrinalmente prescritto.

La debolezza occidentale favorirebbe inoltre il rafforzamento dell’alleanza russo-cinese, con le inevitabili conseguenze negative per l’occidente.

Per questo chi suggerisce l’”Appeasement” è, in buona fede o molto più probabilmente in mala fede, oggettivamente contrario al benessere dell’occidente e del suo sistema democratico ed economico di stampo liberale. Che poi è l’evidente obbiettivo strategico della Russia di Putin.

Abbiamo dunque veramente scelta? Serve davvero trattare mentre le forze russe si raggruppano e come previsto distruggono indiscriminatamente città e persone? Ogni nostra debolezza aggiunge una crepa al sistema della deterrenza.

Se l’occidente ha una responsabilità in questo conflitto, è di essere stato troppo debole, minando la credibilità del nostro deterrente. La quinta colonna russa in America, l’amministrazione Trump, ha fatto il resto.

Non abbiamo veramente scelta, se davvero vogliamo una vera pace in Europa, non una ‘Pax Sovietica” (ehm russa…), dobbiamo lavorare per il first-best.

Subito e senza esitazioni.

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