Questo articolo fa parte di una serie di approfondimenti tematici promossi da MondoDem sul “Rapporto Draghi” sul futuro della competitività europea. Crediamo che, per affrontare davvero le sfide delineate nel Rapporto, sia necessario declinare le sue proposte in chiave progressista, tenendo insieme innovazione, giustizia sociale e sostenibilità. Per questo abbiamo scelto di analizzare alcuni dei nodi principali emersi dal lavoro di Draghi, offrendo spunti e proposte utili al dibattito pubblico e all’elaborazione politica di chi vuole costruire un’Europa più equa, innovativa e democratica.
L’Europa ha davanti a sé sfide complesse legate all’invecchiamento della popolazione e conseguente diminuzione della forza lavoro, alla carenza di professionalità legate alla transizione digitale e alla rivoluzione legata all’AI.
Il cambiamento strutturale del mercato del lavoro – con l’aumento dei lavoratori inquadrati nella Gig economy e la perdita di alcuni posti di lavoro connessi alla transizione ecologica e all’AI – pone un serio problema di protezione sociale e di garanzia dei diritti dei lavoratori.
È quanto emerge anche dal Rapporto Draghi sulla competitività europea che, concentrato in 5 punti chiave per l’Europa di domani, vede proprio al primo punto il tema relativo alle competenze e alla coesione.
Un tema – quello della competitività europea – posto al centro della seconda Commissione Vor Der Leyen e che necessità di riforme economiche e strutturali in seno all’architettura europea.
Per rilanciare l’economia europea l’ex presidente della BCE indica alcune soluzioni da implementare ed individua il divario di competenze tra UE, Usa e Cina come uno dei principali ostacoli all’aumento della competitività del vecchio continente in un contesto geopolitico complesso e frammentato.
Un’Europa che inoltre dovrà affrontare una pesante diminuzione della forza lavoro, destinata a ridursi di 2 milioni all’anno entro il 2040, a cui è da aggiungersi un aumento dei pensionati e un pesante deficit di competenze legate ai settori che trascineranno l’economia europea, la transizione green e lo sviluppo dell’intelligenza artificiale.
Già attualmente molte imprese non riescono a trovare professionalità adeguatamente formate a causa di sistemi scolastici, universitari e di formazione professionale che non hanno ancora aggiornato i loro piani didattici al fabbisogno di competenze, con il risultato paradossale di un elevatissima disoccupazione – specie per gli under 30 i cosiddetti NEET – e di una domanda di lavoro che non riesce ad essere colmata. Il risultato sono aziende europee che non trovano personale formato specie nei settori legati al green e digitale.
Problema atavico del mercato del lavoro europeo è la difficoltà di implementare adeguate politiche attive che siano efficienti nella riqualificazione dei lavoratori per garantire loro un futuro lavorativo anche dopo la perdita del loro posto di lavoro, rischio concreto soprattutto nei settori legati a AI.
Attualmente, come rileva il report Draghi, la coesione è sostanzialmente garantita da robusti sistemi sociali e sanitari che assicurano ai cittadini europei sanità gratuita, istruzione, protezione sociale in caso di malattia, disoccupazione e inabilità al lavoro.
Quali possono essere le soluzioni da proporre – specie dal punto di vista progressista e riformista – implementare le preziose raccomandazioni dell’ex premier Mario Draghi?
Compito di queste forze politiche è da sempre sostenere la crescita garantendo i diritti sociali, già assicurati agli europei dallo Stato sociale europeo.
Primariamente, occorre rafforzare la protezione e i diritti per tutti i lavoratori, su tutti gli impiegati nella gig economy (lavoratori delle piattaforme), un settore che nel 2025 impiegherà in tutta Europa 43 milioni di lavoratori. Di questo tema critico si è occupata la Direttiva sui lavoratori delle piattaforme, approvata dopo un percorso durato anni e pieno di ostacoli.
La direttiva prevede divieti all’uso dell’algoritmo nella scelta di curriculum e criteri stringenti che garantiscano diritti a questi lavoratori che a tutti gli effetti sono lavoratori subordinati ma che sono attualmente considerati autonomi.
Auspicabile è che tutti gli stati membri si impegnino a recepire questa direttiva in tempi rapidi e che i partiti delle famiglie politiche più vicine alla tutela dei diritti sociali si attivino per accelerare questo processo.
Altra raccomandazione auspicabile, tesa a garantire protezione ai lavoratori che potrebbero perdere il lavoro, nonché di sostegno alle finanze pubbliche, sarebbe quella di rendere strutturale Sure, lo strumento usato durante il periodo pandemico che ha garantito sostegno al reddito a dipendenti e lavoratori autonomi attraverso prestiti agevolati agli stati membri finanziati con il debito comune europeo.
Ma come già detto il problema che più di ogni altri attanaglierà l’economia europea sarà il deficit di competenze nel settore dell’AI, delle nuove tecnologie e nella transizione verde.
Servirà tempo per formare queste professionalità e il treno della competitività non può aspettare.
Primariamente sarebbe indicato reindirizzare, attraverso specifici programmi europei finanziati con i fondi della politica regionale, i disoccupati e i percettori di ammortizzatori sociali verso programmi formativi specifici e magari esportare anche nel resto d’Europa il sistema ITS italiano che garantisce percorsi altamente professionalizzanti ascoltando il fabbisogno specifico delle imprese. Fondamentale resta garantire la coesione sociale, rendendo agevole l’ingresso nel mondo del lavoro alle donne – specie nei territori a rischio esclusione – con adeguati strumenti di aiuto alle lavoratrici madri potenziando il welfare ed estendendo esempi virtuosi di welfare aziendale.
Una possibile soluzione potrebbe inoltre essere quella di allargare la platea di alcuni programmi europei quali la Youth Guarantee, estendendola ai maggiori di 30 anni e prevedendo programmi specifici per le donne maggiormente escluse dal mondo del lavoro, colmando quel gap culturale che vede le donne ancora poco inclini a scegliere materie connesse alle nuove tecnologie.
Un rilancio della competitività che tuttavia non deve registrare un aumento delle diseguaglianze. Per questo servirà garantire e irrobustire lo Stato sociale europeo e i sistemi di welfare.
Ruolo dei partiti progressisti delle famiglie europee sarà quello di vigilare su questo processo. Avendo come stella polare la tutela dei diritti sociali ma senza trascurare la crescita e il progresso economico.