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	<title>Grande Medio Oriente Archivi &#8211; MondoDem</title>
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	<description>Laboratorio di Politica Internazionale</description>
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	<title>Grande Medio Oriente Archivi &#8211; MondoDem</title>
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		<title>Una visione progressista per il Piano Mattei</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 12 Jun 2024 17:19:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Africa subsahariana]]></category>
		<category><![CDATA[Grande Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Africa]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’aggressione russa all’Ucraina ha costretto l’Unione europea ad intervenire a sostegno di Kiev con una serie di provvedimenti&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>L’aggressione russa all’Ucraina ha costretto l’Unione europea ad intervenire a sostegno di Kiev con una serie di provvedimenti che, pur se ancora nel complesso insufficienti, hanno comunque dimostrato l’esistenza di una politica estera comune europea in grado di rispondere alle minacce alla sicurezza del continente. Tuttavia, inevitabilmente, la crisi ucraina ha portato ad una concentrazione delle risorse materiali e politiche dell’Unione europea sul suo fronte orientale a scapito del vicinato meridionale. L’Africa deve invece continuare ad essere al centro dell’azione politica dell’Unione europea.<br>Negli ultimi anni, la credibilità dell’Ue come promotore di sicurezza e di sviluppo in Africa ha subito un arretramento marcato, a causa della mancanza di coerenza tra gli obiettivi strategici nazionali e tra i diversi ambiti della sua azione internazionale, dall’energia alla promozione dei diritti umani, dal commercio alla cooperazione allo sviluppo. E’ anche il risultato di una presenza sempre più massiccia e aggressiva di attori regionali e internazionali come Russia, Cina, Paesi del Golfo, Turchia. Paesi che propongono modelli alternativi di cooperazione senza le briglie della condizionalità legata al rispetto dei principi democratici e dei diritti sociali e che stanno trovando sponde sempre più concrete tra i governi del Sud del mondo.<br>L’Unione deve riattivare un partenariato solido e per quanto possibile equilibrato con questi Paesi, facendo leva sugli strumenti economici, sociali, culturali e di innovazione tecnologica. In quest’ottica, il ruolo dell’Italia è fondamentale. La proposta di un Piano Mattei per l’Africa da parte del governo di Giorgia Meloni appare però anacronistica e soprattutto con poca sostanza. E’ anacronistico pensare che un singolo Paese europeo, anche un Paese come l’Italia che è molto vicino al continente africano e rappresenta il ponte tra le due sponde del Mediterraneo, possa fare da solo in un continente così vasto . Inoltre, guardando ai progetti annunciati finora, non si riesce a identificare con chiarezza una strategia complessiva E c’è molto poco anche per quel che riguarda le risorse.<br>Questo policy brief curato da Bernardo Tarantino per MondoDem, con contributi di Gregorio Staglianò, Benedetta Albano e Riccarda Lopetuso, analizza obiettivi e contenuti del Piano Mattei per l’Africa, al centro anche della proposta italiana per la sua presidenza del G7. Evidenzia le criticità della narrazione e i limiti concreti della proposta, focalizzandosi in particolar modo sui temi della sicurezza climatica, delle infrastrutture digitali e della formazione. Soprattutto, il brief propone un approccio e un piano d’azione alternativi che rispondono non solo a criteri di efficacia ed efficienza ma anche ad una visione progressista dello sviluppo e delle relazioni tra Europa (e Italia) e Africa. Un vademecum importante per chi vuole andare oltre le etichette politiche e instaurare un dialogo sostanziale sul futuro dei rapporti tra i due continenti.</p>



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		<title>L’atteggiamento della Cina sulla guerra tra Israele e Hamas: attendismo o neutralità anti-occidentale?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gregorio Staglianò]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 Dec 2023 20:02:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Grande Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Cina]]></category>
		<category><![CDATA[israele]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[palestina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dallo scoppio del conflitto tra Israele e Hamas lo scorso 7 ottobre, le strategie diplomatiche di Washington e&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Dallo scoppio del conflitto tra Israele e Hamas lo scorso 7 ottobre, le strategie diplomatiche di Washington e Pechino si sono distinte in maniera netta. In un periodo storico segnato da un generale disimpegno internazionale, il Presidente Biden ha voluto comunque sottolineare il fermo sostegno della Casa Bianca al suo principale alleato in una regione turbolenta e ricca di avversari. Gli Stati Uniti hanno espresso un chiaro sostegno al governo di Netanyahu, sottolineando la necessità di un contrattacco militare per difendere la sicurezza nazionale di Israele, proteggere i suoi cittadini e garantire la liberazione degli ostaggi detenuti da Hamas, seppur invitando Tel Aviv a moderare la propria reazione militare. La Cina ha invece adottato una posizione più complessa e sfumata. Il Ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, ha criticato apertamente i massicci bombardamenti israeliani su Gaza, definendoli come azioni che &#8220;hanno superato i limiti dell&#8217;autodifesa&#8221;. Al contempo, Pechino ha evitato di condannare esplicitamente le atrocità commesse da Hamas contro i civili, astenendosi dall&#8217;etichettare gli eventi dell&#8217;7 ottobre come &#8220;attacchi terroristici&#8221;. La Cina, seppur seguendo una <a href="https://www.jstor.org/stable/2536531">lunga tradizione anti-imperialista e anti-occidentale di sostegno alla causa palestinese</a> sin dai tempi di Mao Tse Dong, ha oggi una posizione più temperata &#8211; di “neutralità anti-occidentale” &#8211; complicata dalle strette relazioni commerciali con Tel Aviv, soprattutto nel settore tecnologico. Eppure, la sua posizione rimane ambigua.</p>



<p>Per comprendere meglio l’atteggiamento di Pechino è essenziale ampliare la prospettiva e comprendere che la politica estera cinese non può essere interpretata come un riflesso di quella americana. In una regione dove la Cina storicamente non ha goduto della stessa influenza dei suoi contendenti occidentali, l&#8217;obiettivo è presentarsi come una potenza mediatrice. Sostenere incondizionatamente le posizioni radicali di uno o dell&#8217;altro attore coinvolto risulterebbe controproducente, contribuendo solo a ulteriori destabilizzazioni nella regione.</p>



<p>Pechino non mira a sostituire Washington nel contesto del Medio Oriente, soprattutto da un punto di vista militare. La stabilità in questa regione è di vitale importanza per la Cina, per la quale rappresenta un crocevia geografico fondamentale per i suoi interessi economici. La presenza della Palestina, che ha <a href="http://ps.china-office.gov.cn/eng/zxxx/202212/t20221207_10986675.htm">aderito alla Belt and Road Initiative nel 2022</a>, assume particolare rilevanza lungo questa via che in Medio Oriente ha i suoi snodi centrali tra Teheran e Istanbul. La Cina detiene il ruolo di principale partner commerciale di molte nazioni mediorientali e costituisce il maggior acquirente di petrolio proveniente da Arabia Saudita e Iran, con il <a href="https://thechinaproject.com/2023/10/30/china-in-limbo-over-importing-middle-east-oil-overland-through-pakistan/">60% del fabbisogno interno soddisfatto attraverso tali transazioni</a>. Un esempio tangibile di questa connessione economica è rappresentato dal superamento dei 430 miliardi di dollari nel commercio totale tra la Cina e il mondo arabo nell&#8217;anno precedente.</p>



<p>Dal punto di vista delle relazioni politiche, la posizione apparentemente “equilibrista” della Cina sembra orientata verso il consolidamento della sua leadership nel cosiddetto “<em>Global South</em>”, dove la maggioranza dei Paesi esprime solidarietà nei confronti della Palestina. Numerosi governi del &#8220;Sud globale&#8221; considerano la Cina come una potenza guida, e Pechino cerca di ottenere il sostegno dei paesi in via di sviluppo per rafforzare la propria leadership. Questo approccio potrebbe mettere in discussione la &#8220;posizione morale&#8221; degli Stati Uniti nel conflitto tra Israele e Palestina, avviando un processo di pacificazione nel quale Washington non occuperebbe più la sua posizione di arbitro indiscusso. In sostanza, l&#8217;obiettivo finale è erodere la posizione degli Stati Uniti, sfruttando la simpatia dell&#8217;opinione pubblica verso i palestinesi, pur chiudendo un occhio sulle <a href="https://www.nytimes.com/2023/10/28/world/asia/china-israel-hamas-antisemitism.html">crescenti manifestazioni di antisemitismo</a> nel dibattito politico e sui social media cinesi.</p>



<p>Pechino si propone di emergere dalla risoluzione del conflitto con la prospettiva di essere considerata una forza che contribuisce alla soluzione anziché istigatrice di ulteriori problematiche. Per il Presidente Xi, preservare la reputazione della Cina come leader dei Paesi in via di sviluppo, ergendosi a modello alternativo per quei popoli oppressi dai regimi occidentali, e fungendo da mediatore per risolvere le controversie, rappresenta una priorità di prim&#8217;ordine. Questa posizione sembra ben conciliarsi con l’immagine affidabile&nbsp; e rispettabile che la Cina vuole dare di sé, preferendo l’utilizzo di un tono narrativo cauto all’assertività dell’azione diplomatica (<em>wolf warrior diplomacy</em>) dimostrata in passato da alcuni funzionari in relazione a specifiche tematiche sensibili a Pechino &#8211; Taiwan, su tutte.</p>



<p>Nonostante Pechino si sia limitata prevalentemente ad una serie di dichiarazioni, non intraprendendo nessuna azione concreta, la guerra in corso presenta diversi vantaggi, in una prospettiva più ampia, soprattutto nel contesto della rivalità con Washington. La situazione distrae l&#8217;attenzione degli Stati Uniti dall&#8217;Indo-Pacifico, ostacola gli sforzi della Casa Bianca per promuovere la normalizzazione tra Arabia Saudita e Israele e amplifica le tensioni regionali verso l&#8217;Occidente. Pur non essendo probabile che la Cina assuma un ruolo centrale nell&#8217;attuale crisi, è imperativo per l’Unione Europea assicurarsi che non diventi un elemento di “disturbo”. La polarizzazione globale attorno alla questione israelo-palestinese gioca a favore della narrativa cinese &#8211; e russa &#8211; sulla divisione tra Occidente e Sud del mondo. Interagire con la Cina nell&#8217;attuale crisi potrebbe essere cruciale nel disarticolare questo falso dualismo da cui Pechino sta traendo vantaggio.</p>
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		<title>La scelta cruciale della Turchia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ali Tirali]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 07 May 2023 12:28:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Grande Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Erdogan]]></category>
		<category><![CDATA[turchia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quando il Partito di Giustizia e Sviluppo (Adalet ve Kalkınma Partisi, AKP) prese il potere nel 2002, la&#8230;</p>
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<p>Quando il Partito di Giustizia e Sviluppo (Adalet ve Kalkınma Partisi, AKP) prese il potere nel 2002, la sua ideologia rifletteva lo zeitgeist dell’epoca post-11 settembre: un islamismo moderato alleato col mondo occidentale, un neoliberalismo in contrapposizione con la tradizione economica interventista della repubblica turca, una politica estera favorevole all’Unione Europea. Molti commentatori europei vedevano l’AKP come un attore in grado di costruire una Turchia&nbsp; musulmana, democratica ed pro-occidentale.</p>



<p>Le radici islamisti di AKP hanno impedito un tale progetto. AKP e il suo leader Recep Tayyip Erdoğan&nbsp; hanno costruito un regime autoritario simile alla Russia di Putin. Quando la natura del regime in Turchia è stata compresa, l&#8217;opinione pubblica europea non era più quella ottimista e pro-allargamento dei primi anni 2000, e il popolo turco è rimasto solo a confrontarsi con un regime sempre più autoritario. In un dubbio referendum tenutosi nel 2017, la Turchia è passata al regime presidenziale (%51,4 voti a favore, % 48,6 voti contrari)<a href="#_ftn1" id="_ftnref1">[1]</a>, caratterizzato da deboli meccanismi di controllo ed equilibrio.</p>



<p>Il 14 maggio in Turchia si terranno le elezioni generali e presidenziali. I candidati sono quattro: Recep Tayyip Erdoğan (presidente attuale, islamista), Kemal Kılıçdaroğlu (il leader dell’opposizione, socialdemocratico), Muharrem İnce (populista) e Sinan Oğan (ultranazionalista, panturchista). Gli ultimi due candidati non hanno molte possibilità di successo alle elezioni.</p>



<p>&nbsp;Ci sono due blocchi e tre alleanze in competizione: l’Alleanza Popolare, che include AKP, il suo alleato ultra-nazionalista Partito del Movimento Nazionalista (Milliyetçi Hareket Partisi &#8211; MHP) e alcuni piccoli partiti di destra islamista; l’Alleanza Nazionale, che include il partito socialdemocratico Partito Repubblicano del Popolo (Cumhuriyet Halk Partisi &#8211; CHP) guidato da Kılıçdaroğlu con i suoi alleati centristi, nazionalisti e conservatori; ed un terzo blocco, detto l’Alleanza del Lavoro e Libertà, formato dal partito pro-curdo Partito di Sinistra Verde (Yeşil Sol Parti -YSP) ed i suoi alleati di sinistra, che supporta ugualmente Kılıçdaroğlu.</p>



<p>La politica economica di Erdoğan ha fatto precipitare il Paese in una crisi economica iniziata nel 2018: il presidente turco riteneva che, pur abbassando i tassi d’interesse, si potesse comunque tenere sotto controllo l’inflazione. Questo approccio, combinato con i problemi strutturali dell’economia turca, ha innescato invece una massiccia inflazione, una crisi del debito e il deprezzamento della lira turca. La situazione è stat ulteriormente aggravata dal catastrofico terremoto del 6 Febbraio 2023, che ha distrutto importanti città come Antakya, Kahramanmaraş ed Adıyaman. La mancata adozione delle necessarie precauzioni in queste città, notoriamente zona sismica, e l&#8217;incompetenza dello Stato dopo il disastro hanno creato una profonda disperazione.</p>



<p>Questi elementi rendono CHP e la sua alleanza nazionale ed il suo leader Kemal Kılıçdaroğlu i favoriti delle prossime elezioni. La media di dieci sondaggi fatti in aprile 2023 suggerisce che Kılıçdaroğlu riceverà il 47,5% dei voti. Erdoğan lo segue con 44,4%. Con questi risultati l&#8217;elezione andrebbe al ballottaggio e i due candidati più votati si affronterebbero &nbsp;il 28 maggio<a href="#_ftn2" id="_ftnref2">[2]</a>.</p>



<p>&nbsp;Il CHP é il partito più vecchio di Turchia. Il suo fondatore é Mustafa Kemal Atatürk, il padre della Turchia moderna. CHP ha governato il paese come partito unico nel periodo 1923-1945. Questo periodo era l’epoca “rivoluzionaria” della Turchia moderna, in cui sono state realizzate numerose riforme. Negli anni sessanta, lo stesso CHP ha riformato il suo programma politico e si é trasformato in partito socialdemocratico. Il partito é stato chiuso e bandito dal regime militare dopo il colpo di stato di 1980, il suo leader Bülent Ecevit (1925-2006) imprigionato. Nella Turchia degli anni 1980, l’islamismo e il nazionalismo hanno raccolto i sostenitori tra le classi popolari. Questo ha spianato la strada all’arrivo degli islamisti al potere nel 2002.</p>



<p>Kılıçdaroğlu, esperto burocrate che ha servito come direttore generale dell’Organizzazione di Sicurezza Sociale, rappresenta l’opposto di ciò che viene rappresentato da Erdoğan in politica. Soprannominato il “Gandhi turco”, la sua immagine pubblica é di un burocrate laborioso, tranquillo e modesto. Il suo manifesto elettorale include il ritorno al sistema parlamentare,alla Convenzione di Istanbul e alla libertà di stampa. Dal punto di vista sociale, propone un supporto nutrizionale gratuito per bambini in età scolare, la risoluzione della grave questione abitativa ed uguale retribuzione a parità di lavoro. La transizione verde é un altro elemento importante del manifesto, e sarebbe supportata da una “banca del clima” da istituire. In politica estera, la risoluzione dei problemi con Armenia e Grecia, la contribuzione alla pace armeno-azera sono menzionate come priorità regionali. La libera circolazione dei cittadini turchi nella zona Schengen é la promessa più popolare del manifesto. La questione dei profughi siriani (secondo i numeri ufficiali, il loro numero é vicino a quattro milioni, ma ci sono anche stime&nbsp; più alte) è uno dei punti critici dell&#8217;agenda da risolvere nel dialogo con l’Unione Europea. <a href="#_ftn3" id="_ftnref3">[3]</a></p>



<p>Sebbene Kılıçdaroğlu abbia maggiori probabilità di vincere, è difficile fare una previsione precisa. Chi vincerà le elezioni dovrà affrontare una situazione economica molto preoccupante. La Turchia sotto Kılıçdaroğlu, col suo atteggiamento pro-occidentale e democratico, può ottenere gli investimenti esteri tanto necessari. Tuttavia, il successo della democratizzazione in Turchia non dipenderà solo da Kılıçdaroğlu e dai suoi alleati o dalle dinamiche interne della Turchia. I democratici ed i progressisti d&#8217;Europa dovrebbero anche sostenere lo sviluppo della democrazia in Turchia, perché una Turchia democratica è un&#8217;assicurazione non solo per la Turchia ma anche per l&#8217;Europa, il Medio Oriente e la vasta regione eurasiatica. In un mondo in cui la democrazia è regredita contro i regimi autoritari, la democrazia non è più una questione solamente nazionale per nessun paese.</p>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<p><a href="#_ftnref1" id="_ftn1">[1]</a> http://www.liberation.fr/planete/2017/04/17/referendum-turc-victoire-etriquee-et-truquee_1563373/</p>



<p><a href="#_ftnref2" id="_ftn2">[2]</a> http://tr.euronews.com/2023/04/27/cumhurbaskanligi-secimi-son-anketlerin-ortalamasi-kac-kilicdaroglu-ve-erdogan-kac-oy-aliyo</p>



<p><a href="#_ftnref3" id="_ftn3">[3]</a> Per un riassunto del manifesto, vedi <a href="http://www.gazeteduvar.com.tr/millet-ittifaki-ortak-mutabakat-metnini-acikladi-haber-1600760.">http://www.gazeteduvar.com.tr/millet-ittifaki-ortak-mutabakat-metnini-acikladi-haber-1600760.</a> Il testo completo del manifesto si può scaricare dal sito di CHP: http://chp.org.tr/yayin/ortak-politikalar-mutabakat-metni/Open</p>
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		<title>Transizione energetica nel Mediterraneo: sfide e opportunità per la cooperazione italo-tedesca</title>
		<link>https://www.mondodem.it/2961/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Annalisa Perteghella]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 08 May 2022 08:13:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Grande Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Policy brief]]></category>
		<category><![CDATA[Clima]]></category>
		<category><![CDATA[energia]]></category>
		<category><![CDATA[Mediterraneo]]></category>
		<category><![CDATA[transizione energetica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Questo policy paper è stato scritto nel contesto di un workshop tenutosi a Roma il 5 maggio 2022,&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/2961/">Transizione energetica nel Mediterraneo: sfide e opportunità per la cooperazione italo-tedesca</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>Questo policy paper è stato scritto nel contesto di un <a href="https://www.mondodem.it/2957/">workshop</a> tenutosi a Roma il 5 maggio 2022, in collaborazione con la Friedrich Ebert Stuftung Italia. Scaricalo in formato pdf <a href="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2022/05/Transizione-nel-Med.pdf">qui</a>.</em></p>



<p class="has-drop-cap">La regione del Mediterraneo è un hotspot del cambiamento climatico<a href="#_ftn1" id="_ftnref1">[1]</a>. Questo nonostante la regione abbia contribuito solamente al 3% delle emissioni globali dal 1850 a oggi. Mentre i paesi europei hanno cominciato a ridurre le proprie emissioni nette a partire dal 1990, per i paesi della sponda sud ed est del Mediterraneo questo è il periodo in cui le emissioni sono più che raddoppiate rispetto al periodo precedente, raggiungendo quasi il livello europeo<a href="#_ftn2" id="_ftnref2">[2]</a>. Il fenomeno del cambiamento climatico è ampiamente visibile nella regione. A oggi, circa il 40% della popolazione è stata esposta a siccità o eventi estremi riconducibili al cambiamento climatico<a href="#_ftn3" id="_ftnref3">[3]</a>. Nel corso del 2020, diversi paesi tra cui Libano e Sudan sono stati colpiti da alluvioni e inondamenti, mentre ondate di calore e incendi si sono verificati in Libano, Giordania, Siria, Iraq, Algeria. Nel 2021, l’intera regione compresa tra l’Iran e il Medio Oriente è stata colpita da una violenta ondata di calore che ha portato a temperature record fino a 52°C, di circa sette gradi più elevate della media stagionale nella regione. Temperature simili sono state raggiunte nello stesso periodo anche nella città di Siracusa, in Sicilia, a testimonianza di quanto sponda nord e sponda sud del Mediterraneo siano già oggi ampiamente interconnesse anche dal punto di vista climatico, e di quanto i destini delle due regioni siano inestricabilmente legati.</p>



<p>In assenza di adeguate politiche di mitigazione – ovvero di taglio delle emissioni – il fenomeno del cambiamento climatico è destinato a intensificarsi. Sebbene sia molto difficile fare previsioni in questo campo, modelli e strumenti scientifici sempre più sofisticati consentono di formulare stime su aumento delle temperature e diminuzione delle precipitazioni, così come su fenomeni collegati quali innalzamento del livello dei mari, scarsità idrica e perdita di biodiversità. Gli scienziati dell’IPCC, il gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico, hanno elaborato diversi scenari circa gli impatti del cambiamento climatico, ciascuno dipendente dal tipo e dall’intensità delle politiche di mitigazione messe in atto. In tutti gli scenari tracciati dall’IPCC, a prescindere dalle politiche di mitigazione implementate, la regione del Mediterraneo è destinata a subire un aumento delle temperature di circa 2°C tra il 2021 e il 2039<a href="#_ftn4" id="_ftnref4">[4]</a>. Ciò perché gli effetti positivi delle politiche di mitigazione non si dispiegano nell’immediato, ma solamente in un secondo momento, dal 2039 in avanti. Quello che accade oltre questa data dipende invece dalle politiche che verranno messe in atto fin da oggi. La mancanza o la scarsità di azione sul fronte del cambiamento climatico – propria dei paesi industrializzati così come dei paesi in via di sviluppo – deriva proprio da questo lag tra azioni di policy e conseguenze: il cambiamento climatico non è in cima all’agenda dei policymaker mondiali perché percepito come un problema meno urgente rispetto alle molte altre questioni che si pongono alla loro attenzione. È invece fondamentale agire nel presente allo scopo di evitare maggiori danni nel futuro.</p>



<p>A seconda delle politiche messe in atto oggi, la regione è infatti destinata a conoscere nel 2059 un aumento delle temperature che varia tra i +2°C (in caso di implementazione di politiche di mitigazione molto stringenti) e i +4°C (nello scenario “business as usual”, ovvero mancanza di politiche di mitigazione)<a href="#_ftn5" id="_ftnref5">[5]</a>. Quest’ultimo scenario comporterebbe un aumento delle giornate con temperature superiori ai 35°C, con punte di 47°C, non solo nei mesi estivi ma a partire da aprile fino a ottobre; sulla regione si abbatterebbero poi ondate di calore di maggiore durata e intensità, con punte di 56°C<a href="#_ftn6" id="_ftnref6">[6]</a>.</p>



<p>L’aumento delle temperature dà origine a conseguenze a catena, su più livelli: se ad un primo livello esso comporta una ridotta disponibilità di risorse idriche, quest’ultima ha a sua volta effetti su agricoltura e sicurezza alimentare; a loro volta, le ridotte possibilità di sostentamento in contesti agricoli, così come l’aumento dei prezzi delle materie prime alimentari, possono dare origine a rivolte sociali e portare così a instabilità politica, che a sua volta può dare origine a fenomeni migratori o proliferazione della violenza e nascita di movimenti terroristici. Allo stesso modo, se ad un primo livello il cambiamento climatico comporta l’innalzamento del livello dei mari, nelle regioni costiere interessate, specie se densamente abitate come la città di Alessandria in Egitto o Tunisi in Tunisia, si avranno migrazioni interne e perdite nel settore del turismo; ancora una volta questi fenomeni possono dare origine a instabilità socio-economica e alle relative conseguenze. Proprio per questa capacità di generare effetti a cascata, il cambiamento climatico è ritenuto essere un “moltiplicatore delle minacce”<a href="#_ftn7" id="_ftnref7">[7]</a>. Va dunque da sé che per scongiurare gli effetti negativi a valle, è necessario agire a monte cercando di arginare il fenomeno e ridurne le conseguenze negative.</p>



<h4 id="il-nesso-clima-energia" class="wp-block-heading">Il nesso clima-energia</h4>



<p>Insieme agli impatti del cambiamento climatico, la scienza permette oggi di stabilire un nesso molto stretto tra cambiamento climatico e politiche energetiche, a partire dal riconoscimento della responsabilità del settore dell’energia nel produrre emissioni che alterano gli equilibri climatici. Dal momento che ai combustibili fossili è attribuito il maggiore ruolo nella produzione di emissioni (l’89% delle emissioni di CO<sub>2 </sub>nel 2018), gli sforzi dei paesi industrializzati si sono concentrati sulla ricerca di fonti energetiche alternative e sulla decarbonizzazione delle proprie economie. Con il Green Deal , l’UE intende ridurre le proprie importazioni di petrolio del 23-25% al 2030 e del 78-79% al 2050, rispetto ai livelli del 2015. Allo stesso modo, le importazioni di gas naturale caleranno del 13-19% al 2030 e del 58-67%<a href="#_ftn8" id="_ftnref8">[8]</a>. Questi target, formulati dall’Ue nel 2019, non tengono chiaramente conto dell’accelerazione imposta dall’attuale crisi nei rapporti con la Russia. Sebbene manchino ancora stime ufficiali, per quanto riguarda il gas si prevede una diminuzione delle importazioni molto più consistente e repentina.</p>



<p>La riduzione delle importazioni di combustibili fossili è destinata a trasformare le relazioni dell’Unione europea e dei suoi paesi membri con i paesi produttori ed esportatori: paesi come Libia, Algeria, paesi del Golfo e, in misura minore, Egitto, vedranno diminuire le proprie esportazioni di combustibili fossili verso l’UE, e con esse la rendita economica derivante. Per questi paesi, dunque, la sfida che si prospetta è duplice: sviluppare fonti di energia alternative per alimentare le proprie economie senza precluderne la crescita, e trovare nuove fonti di introiti per sostenere la spesa pubblica. La risposta ad entrambe queste sfide passa dalla diversificazione delle proprie economie e dalla transizione ecologica. La risposta al cambiamento climatico non è limitata dunque alle sole politiche in questo settore. La sfida, piuttosto, è molteplice e riguarda il piano economico, così come quello sociale e politico. Sostenendo la transizione energetica nei paesi del Mediterraneo, l’Unione europea e i suoi paesi membri possono dunque contribuire a ridisegnare le traiettorie di sviluppo economico e sociale nella regione in senso più inclusivo, con ricadute positive sulla stabilità politica e sui processi democratici.</p>



<p>Tutti i paesi della regione hanno firmato l’accordo di Parigi, e tutti lo hanno ratificato a esclusione di Libia, Yemen e Iran. Come richiesto dall’accordo, i paesi firmatari si sono dati dei target di riduzione delle emissioni (Nationally Determined Contributions, NDCs), distinguendoli in condizionali e non condizionali. Mentre il raggiungimento dei primi è subordinato al sostegno economico-finanziario internazionale, gli impegni non condizionali non sono subordinati ad alcunché, se non alla volontà politica del paese firmatario. Considerati il limitato spazio fiscale dei paesi della regione e la limitatezza delle risorse economiche a disposizione (con l’eccezione dei paesi del Golfo), la maggior parte degli impegni ricade nella prima categoria. Allo stato attuale, tuttavia, solamente il Marocco risulta in linea con i propri impegni di riduzione delle emissioni. Il sostegno della comunità internazionale, e in particolar modo dell’Unione europea, alla transizione nella regione appare dunque fondamentale.</p>



<h4 id="le-ripercussioni-della-guerra-in-ucraina-rischi-e-opportunita-per-la-transizione-ecologica-nel-mediterraneo" class="wp-block-heading">Le ripercussioni della guerra in Ucraina: rischi e opportunità per la transizione ecologica nel Mediterraneo</h4>



<p>L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia ha dato avvio a diverse dinamiche, che hanno visto l’Unione europea acquisire quella dimensione geopolitica che la commissione Von der Leyen aveva indicato nel 2019&nbsp; tra le proprie ambizioni e priorità. Elemento fondamentale del nuovo calcolo strategico europeo è la dimensione della sicurezza energetica, strettamente legata alla volontà di ridurre e, in prospettiva, azzerare la propria dipendenza dalla Federazione russa. Il concetto di sicurezza energetica, che già negli anni scorsi era stato oggetto di una revisione tesa a includere non solo la sicurezza degli approvvigionamenti di risorse energetiche ma anche quella di materiali critici, così come la resilienza delle catene del valore, è oggi destinato a mutare ulteriormente in conseguenza della rottura delle relazioni con la Russia. La nuova Strategia internazionale per l’energia, che verrà presentata il prossimo 18 maggio dalla Commissione europea, includerà la ridefinizione di tale concetto, così come le linee guida per l’engagement globale dell’Unione europea e dei suoi paesi membri sul fronte dell’energia. Insieme alla Strategia, verrà presentata anche la forma finale del piano di azione REPowerEU introdotto lo scorso 8 marzo come risposta immediata all’esigenza di ridurre la dipendenza europea dalla Russia<a href="#_ftn9" id="_ftnref9">[9]</a>. Il piano introduce una strategia basata su due pilastri: la diversificazione degli approvvigionamenti in modo da diminuire e, al 2030, azzerare la dipendenza dalla Russia, e l’accelerazione su sviluppo di rinnovabili ed efficienza energetica, in modo da diminuire la dipendenza europea dai combustibili fossili.</p>



<p>La regione del Mediterraneo riveste un ruolo fondamentale nell’implementazione del piano REPowerEU. Da un lato, paesi come Algeria ed Egitto, che già ricoprono il ruolo di esportatori di gas verso l’UE, vengono considerati fondamentali per la diversificazione delle forniture. Dall’altro, la regione viene considerata di particolare interesse per lo sviluppo di una partnership su rinnovabili e idrogeno verde. La serie di accordi conclusi dal governo italiano e da ENI in Algeria ed Egitto sembrano confermare il ruolo di questi due paesi come esportatori chiave. Tuttavia, dalle scelte prese in questo particolare frangente dipende la traiettoria futura della transizione energetica nella regione, e con essa lo scenario futuro relativo al cambiamento climatico.</p>



<p>Guardando all’Algeria e al quadrante del Mediterraneo occidentale, è possibile formulare alcune osservazioni. In primo luogo, la produzione algerina di gas naturale risulta stagnante da diversi anni: per aumentarla sensibilmente sarebbero stati – e sarebbero tutt’oggi – necessari ingenti investimenti<a href="#_ftn10" id="_ftnref10">[10]</a>. Negli anni passati, tuttavia, nessuna major occidentale era pronta ad attuare questi investimenti, in parte per la scarsa redditività del settore oil&amp;gas algerino, in parte perché non in linea con gli obiettivi di decarbonizzazione e con la decisione europea di non finanziare più progetti nel settore dei combustibili fossili. In secondo luogo, un’ampia parte della produzione algerina è destinata a coprire la domanda interna, in crescita. Unendo dunque una produzione stagnante e una domanda interna in crescita, si ottiene uno spazio limitato di crescita delle esportazioni. I 9 bcm aggiuntivi di gas naturale al 2024 ottenuti dall’Italia con l’accordo dello scorso 11 aprile derivano dalle esportazioni “risparmiate” dal governo algerino dopo la chiusura del gasdotto Maghreb-Europe che univa l’Algeria alla Spagna attraverso il Marocco. La rottura delle relazioni con il Marocco decisa dall’Algeria nel novembre 2021 – il culmine di relazioni tese da decenni – ha portato alla chiusura da parte di Algeri del tratto che collega Algeria e Marocco. Sebbene l’Algeria abbia in un primo momento garantito alla Spagna la continuità degli approvvigionamenti, la decisione da parte del governo Sanchez di assecondare la posizione marocchina nella disputa sul Sahara occidentale che oppone Algeri e Rabat ha indispettito la leadership algerina, che ha minacciato Madrid dapprima di aumentare il prezzo del gas, e in un secondo momento di interrompere in toto le forniture. Sebbene la Spagna sia dotata di ampia capacità di rigassificazione e possa dunque ricevere e stoccare le esportazioni statunitensi di LNG aggiuntive che Washington si è impegnata a consegnare, la fornitura di gas incontra però un collo di bottiglia quando raggiunge i Pirenei, per via della scarsa capacità esistente di connessione tra Spagna e Francia. A meno di nuovi investimenti in questo settore, Madrid non può dunque contribuire in maniera significativa alla sicurezza energetica europea. Inoltre, le vicissitudini tra Spagna e Algeria ci ricordano quanto i paesi europei siano vulnerabili alle richieste arbitrarie dei paesi produttori.</p>



<p>Per quanto riguarda invece l’Egitto e il quadrante del Mediterraneo orientale, la crisi recente e la ricerca europea di forniture alternative ha riacceso le speranze del Cairo di diventare l’hub regionale per l’esportazione del gas naturale. Allo stato attuale, però, la capacità di esportazione egiziana è pari solamente a 12,2 bcm: questo in parte perché, come in Algeria, la maggior parte della produzione è destinata a coprire il fabbisogno interno, ma soprattutto perché questa è la quantità processabile dai due impianti LNG di Damietta e Idku. L’obiettivo egiziano è quello di esportare tramite i propri impianti anche gas proveniente da altri giacimenti sottomarini nel Mediterraneo orientale, appartenenti ad altri paesi. Già oggi Il Cairo esporta gas israeliano proveniente dai giacimenti Leviathan e Tamar, e in prospettiva, intende diventare export hub anche per i giacimenti ciprioti di Aphrodite. In questo contesto, è tornato al centro del dibattito il gasdotto EastMed che, collegando Israele, Cipro, l’isola greca di Creta e – tramite l’estensione Poseidon – l’Italia, permetterebbe di aumentare i flussi diretti in Europa. La costruzione di EastMed, tuttavia, è stata finora rimandata per via della scarsa viabilità economica e commerciale del progetto, oltre che delle tensioni geopolitiche a cui darebbe adito. L’entità modesta dei giacimenti non giustificherebbe infatti costi decisamente elevati (6 miliardi di euro) a fronte di prezzi del gas fino agli scorsi mesi molto bassi e della diminuzione della domanda di gas prevista dagli obiettivi europei di decarbonizzazione. Inoltre, il gasdotto escluderebbe la Turchia, che ha infatti in passato intrapreso azioni ostili per rivendicare la propria sovranità su determinate porzioni di acque territoriali contese a Cipro, e il proprio diritto a essere parte della grande partita del gas nel Mediterraneo orientale.</p>



<p>Tanto per il caso algerino quanto per quello egiziano, la decisione più importante che i paesi europei sono chiamati a prendere oggi è quale tipo di futuro vogliano disegnare per la regione, ovvero su che cosa vogliano investire. In un editoriale congiunto (tradotto in italiano il 3 maggio sul quotidiano La Repubblica<a href="#_ftn11" id="_ftnref11">[11]</a>), l’Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza UE Josep Borrell e il presidente della Banca Europea degli Investimenti&nbsp; Werner Hoyer prendono una posizione molto netta: “la ricerca di fornitori di gas naturali diversi — per quanto necessaria nel breve periodo — non deve rinchiuderci in una nuova dipendenza a lungo termine, con grossi investimenti in infrastrutture per il trasporto di combustibili fossili. Questo sarebbe oneroso, catastrofico per il pianeta e alla fine dei conti inutile, viste le opzioni più rispettose del clima che sono disponibili”. L’editoriale prosegue con l’impegno da parte della BEI a sostenere, da oggi al 2030, 1 miliardo di euro di investimenti in progetti climatici e sostenibilità ambientale: “l’Unione Europea è pronta a sostenere la comunità internazionale nello sforzo di mettere fine alla dipendenza dai combustibili fossili.” Se dunque la situazione attuale fa sorgere il rischio di rallentare (ulteriormente) la transizione ecologica nel Mediterraneo attraverso nuovi investimenti nel settore fossile, dall’altra essa apre l’opportunità di accelerare l’azione in questo senso, attraverso investimenti mirati allo sviluppo delle enormi potenzialità di energia rinnovabile offerte dalla regione.</p>



<p>Sulla base di queste considerazioni, Italia e Germania dovrebbero agire in maniera congiunta per adottare le seguenti indicazioni di policy:</p>



<p>Assumere la leadership a livello UE nella costruzione di partnership per la giusta transizione (“Just Energy Transition Partnerships”, o JETPs) nei paesi esportatori di combustibili fossili, a partire da Algeria ed Egitto. Su modello della partnership offerta al Sudafrica per la transizione dal carbone all’energia pulita in occasione della COP26 di Glasgow, Italia e Germania dovrebbero guidare la costruzione di una simile piattaforma per la transizione dal gas alle rinnovabili nei paesi del Mediterraneo. L’Italia, forte della propria storica proiezione nella regione, potrebbe avviare il dialogo con i paesi della sponda sud del Mediterraneo in questo senso, mentre la Germania, come presidente del G7, potrebbe guidare la costruzione del consenso necessario a livello internazionale per la raccolta dei finanziamenti necessari.&nbsp;</p>



<p>Aumentare in maniera significativa gli interventi sul fronte dell’adattamento. Come dimostrano i rapporti IPCC, la regione del Mediterraneo è destinata a risentire significativamente degli impatti del cambiamento climatico da qui al 2039 a prescindere dalle politiche di mitigazione messe in atto da oggi in avanti. Per questo motivo, è necessario affiancare a stringenti politiche di riduzione delle emissioni anche un ampio supporto ad azioni di adattamento e costruzione di resilienza, come ad esempio la costruzione di barriere architettoniche per la protezione delle aree costiere dagli allagamenti, l’adozione di metodi di irrigazione a goccia, la costruzione di abitazioni anfibie e di sistemi di allarme precoce (“early-warning mechanisms”).</p>



<p>Agire in modo unitario in ambito europeo per supportare progetti infrastrutturali green. Anziché investire in nuove infrastrutture per il trasporto di combustibili fossili come il gasdotto EastMed, Italia e Germania dovrebbero agire in maniera congiunta per lo sviluppo delle interconnessioni elettriche, in particolar modo l’Euro-Asia Interconnector e l’Euro-Africa Interconnector. A differenza delle infrastrutture fossili, infatti, questo tipo di interconnessioni non è destinata a divenire stranded asset e, al contrario, incentiva lo sviluppo di rinnovabili per la produzione di elettricità. L’interconnessione delle reti elettriche presenta al contempo un’importante dimensione geopolitica: connettere l’area Mediterranea alla rete elettrica europea, e dunque ai suoi standard, ha infatti una notevole valenza strategica, specialmente a fronte della crescente competizione cinese in questo settore. Oltre a connettere la rete elettrica mediterranea a quella elettrica, è necessario aumentare gli sforzi per l’integrazione della rete elettrica regionale. In questo modo, sarà possibile tra le altre cose ovviare ai cronici problemi di mancanza di elettricità nelle ore di punta sfruttando i diversi fusi orari.</p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<p><a href="#_ftnref1" id="_ftn1">[1]</a> Tuel, A and Eltahir, EAB. 2020. &#8220;Why Is the Mediterranean a Climate Change Hot Spot?.&#8221; Journal of Climate, 33 (14)</p>



<p><a href="#_ftnref2" id="_ftn2">[2]</a> Co2 emissions (kt), Middle East &amp; North Africa, European Union, World Bank (https://data.worldbank.org/indicator/EN.ATM.CO2E.KT?locations=ZQ-EU)</p>



<p><a href="#_ftnref3" id="_ftn3">[3]</a> UNDP, Climate Change Adaptation in the Arab States – Best practices and lessons learned, Bangkok, 2018 (https://www.undp.org/publications/climate-change-adaptation-arab-states).</p>



<p><a href="#_ftnref4" id="_ftn4">[4]</a> Varela, R., Rodríguez-Díaz, L. and de Castro, M., ‘Persistent heat waves projected for Middle East and North Africa by the end of the 21st century’, Plos One, 2020 (https://journals.plos.org/plosone/article?id=10.1371/journal.pone.0242477).</p>



<p><a href="#_ftnref5" id="_ftn5">[5]</a> World Bank, Climate Change Knowledge Portal, Middle East and North Africa, projections.</p>



<p><a href="#_ftnref6" id="_ftn6">[6]</a> Zittis, G., ‘Business-as-usual will lead to super and ultra-extreme heatwaves in the Middle East and North Africa’, Nature, March 2021 (https://www.nature.com/articles/s41612-021-00178-7).</p>



<p><a href="#_ftnref7" id="_ftn7">[7]</a> Center for Naval Analyses, National Security and the Threat of Climate Change, Alexandria, VA, United States, 2007 (https://www.cna.org/cna_files/pdf/national%20security%20and%20the%20threat%20of%20climate%20change.pdf).</p>



<p><a href="#_ftnref8" id="_ftn8">[8]</a> Leonard, M., Pisani-Ferry, J., Shapiro, J., Tagliapietra, S., and Wolff, G., ‘The geopolitics of the European Green Deal’,</p>



<p>Policy Brief, European Council on Foreign Relations, 3 February 2021 (https://ecfr.eu/publication/the-geopolitics-of-theeuropean-green-deal/).</p>



<p><a href="#_ftnref9" id="_ftn9">[9]</a> REPowerEU: Joint European Action for more affordable, secure and sustainable energy, COM/2022/108 final, 8 marzo 2022 (<a href="https://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/?uri=COM%3A2022%3A108%3AFIN">https://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/?uri=COM%3A2022%3A108%3AFIN</a>)</p>



<p><a href="#_ftnref10" id="_ftn10">[10]</a> Fakir I., ‘Given capacity constraints, Algeria is no quick fix for Europe’s Russian gas concerns’, Middle East Institute, 8 marzo 2022 (<a href="https://www.mei.edu/publications/given-capacity-constraints-algeria-no-quick-fix-europes-russian-gas-concerns">https://www.mei.edu/publications/given-capacity-constraints-algeria-no-quick-fix-europes-russian-gas-concerns</a>)</p>



<p><a href="#_ftnref11" id="_ftn11">[11]</a> Borrell J., Hoyer W., ‘La via green alla sicurezza’, La Repubblica, 5 maggio 2022 (<a href="https://www.repubblica.it/commenti/2022/05/02/news/cosa_serve_alleuropa_per_unenergia_pulita_e_giusta-347833419/">https://www.repubblica.it/commenti/2022/05/02/news/cosa_serve_alleuropa_per_unenergia_pulita_e_giusta-347833419/</a>)</p>


<a href="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2022/05/Transizione-nel-Med.pdf" class="pdfemb-viewer" style="" data-width="max" data-height="max" data-toolbar="bottom" data-toolbar-fixed="off">Transizione-nel-Med</a>
<p class="wp-block-pdfemb-pdf-embedder-viewer"></p>
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		<title>Il governo Bennett-Lapid e la fine del Regno Netanyahu: una nuova fase per la politica israeliana?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Reali]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 24 Jun 2021 17:50:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Grande Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Bennett]]></category>
		<category><![CDATA[Lapid]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A poche settimane dall&#8217;accordo raggiunto tra Hamas e il governo israeliano su un &#8220;cessate il fuoco&#8221; e la&#8230;</p>
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<p class="has-drop-cap">A poche settimane dall&#8217;accordo raggiunto tra Hamas e il governo israeliano su un &#8220;cessate il fuoco&#8221; e la riapertura di numerosi scenari per la composizione del nuovo governo israeliano, lo Stato ebraico intravede potenzialmente la fine di una delle sue fasi storico-politiche più instabili e precarie. Dopo due anni di stallo politico e quattro elezioni inconcludenti, l’impasse sembra essere giunto al termine, seppur in un clima comprensibilmente ancora molto teso e incerto, tra manifestazioni filopalestinesi in varie zone del mondo arabo &#8211; e non solo – e gli attriti ancora frequenti a Gerusalemme Est.</p>



<p>Dopo lunghe settimane di trattative, il lungo e divisivo regno di Benjamin Netanyahu si è ufficialmente concluso domenica 13 giugno, almeno per il momento, quando la Knesset ha accordato la fiducia al governo Bennett-Lapid, con un solo voto in più a favore: 60 contro 59, con un&#8217;astensione.</p>



<p><strong><em>Cosa (non) cambia con il governo del cambiamento?</em></strong></p>



<p>A partire dal giuramento, il nuovo governo vedrà Naftali Bennett come Primo Ministro e Lapid nelle vesti di Ministro degli Esteri; dopo due anni, i due si invertiranno, con Lapid al vertice e Bennett a ricoprire un ruolo chiave nel governo (o agli Esteri, o alla Difesa). Tuttavia, durante tutto l&#8217;intero periodo dell’accordo di governo, entrambi avranno una sorta di potere di veto sulle politiche da adottare, quindi anche se Bennett è nominalmente al di sopra di Lapid, quest&#8217;ultimo sarà in grado di bloccare le mosse del Primo Ministro a piacimento. Questo complesso meccanismo di condivisione del potere si rivela necessario in particolare per affrontare gli ampi disaccordi tra le due teste del governo. Più in generale, sarà un incessante lavoro di pesi e contrappesi per compensare gli squilibri di una coalizione all’interno della quale se anche un solo partito decidesse di staccarsi dalla compagine di governo, il castello di carte correrebbe seriamente il rischio di crollare, e Netanyahu, che intende rimanere come leader dell&#8217;opposizione, non si farebbe di certo scappare l’occasione per una controffensiva.</p>



<p>Ciononostante, nella maggior parte delle aree politiche chiave che Israele si trova ad affrontare, questo governo non sarà in grado di concordare cambiamenti significativi. Nel suo primo discorso, Bennett ha promesso di tracciare un nuovo corso volto a sanare le divisioni del Paese e ripristinare un senso di normalità. Tuttavia, basti prendere come primo esempio dell’enorme sfida cui si va incontro quella che è probabilmente la questione attuale più importante del paese: il conflitto con i palestinesi. Su questo argomento, Bennett e Lapid hanno opinioni di molto divergenti, con il primo a sostenere l&#8217;annessione di gran parte della Cisgiordania e fortemente in opposizione alla creazione di uno Stato palestinese, mentre il secondo sostiene una soluzione a due Stati negoziata con la leadership palestinese. La coalizione è ugualmente divisa, con alcune fazioni falco, come Yisrael Beiteinu, ed altre colombe, come Meretz e il partito arabo di Mansour Abbas. Quindi, è da escludersi una qualsiasi azione importante sui palestinesi in una direzione aggressiva o conciliante, la quale dividerebbe aspramente la “coalizione del cambiamento”. Il risultato più – tristemente &#8211; probabile è che finché il nuovo governo sarà al potere, il conflitto israelo-palestinese è destinato a rimanere sostanzialmente bloccato nel suo abissale status quo.</p>



<p>Tuttavia, nonostante non si prospettino passi in avanti sul piano internazionale con la Palestina, potrebbe esserci miglioramenti interni nello status dei cittadini palestinesi di Israele (noti anche come arabi israeliani). Il fatto stesso che uno dei leader di questo gruppo sia al governo per la prima volta è una testimonianza della crescente influenza e della crescente legittimità che gli arabi israeliani hanno nella comunità ebraica, politicamente dominante. Per mantenere Ra&#8217;am all’interno della compagine di governo, la nuova coalizione dovrà adottare politiche concrete a favore degli elettori più a lungo emarginati. Non a caso, Mansour Abbas ha già avanzato diverse richieste per finanziamenti più generosi per le infrastrutture nelle comunità arabe e la fine dei codici edilizi che svantaggiano gli arabi.</p>



<p>Inoltre, e forse più importante, il cambio di governo apre prospettive per un cambiamento più profondo della politica israeliana. Per 20 anni, la destra ha dominato la politica israeliana, permettendo a Netanyahu di insistere con l&#8217;occupazione della Cisgiordania e di minacciare la tenuta democratica all&#8217;interno dei confini di Israele, due tendenze strettamente correlate. Neutralizzare Netanyahu non porrà di certo fine all&#8217;occupazione, come si è detto, né fermerà del tutto l&#8217;allontanamento di Israele da alcuni ideali di democrazia. Tuttavia, con l’allontanamento di Bibi dal palcoscenico si apre le possibilità di andare oltre lo status quo politico, eliminando quell&#8217;effetto del consolidamento del potere per il quale gli elettori non possono immaginare nessun altro al governo in grado di risolvere le questioni più spinose. Un nuovo governo dimostrerebbe che c&#8217;è un’alternativa – o due, se la rotazione biennale Bennett-Lapid dovesse funzionare, giovando sicuramente alla politica e alla democrazia israeliana.</p>



<p>Ovviamente è anche possibile che le cose vadano diversamente e con Netanyahu fuori dai giochi, il suo partito Likud decida di unirsi ai membri di destra della coalizione e ai partiti religiosi in una coalizione di estrema destra, dando una nuova scossa al governo. Ma questa è proprio la natura del cambiamento: è imprevedibile. È difficile dire se alla fine questa nuova esperienza finirà nel bene o nel male, ma ciò che è chiaro è che finalmente sta arrivando un qualche tipo di cambiamento nella politica israeliana.</p>
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		<title>Elezioni israeliane: l&#8217;ennesimo stallo e il ruolo dei partiti arabi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Jessica Panigada]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 Apr 2021 10:38:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Grande Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Macroaree]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni]]></category>
		<category><![CDATA[israele]]></category>
		<category><![CDATA[palestina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le recenti elezioni israeliane non hanno prodotto alcun risultato concreto rispecchiando la profonda divisione del paese tra sostenitori&#8230;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Le recenti elezioni israeliane non hanno prodotto alcun risultato concreto rispecchiando la profonda divisione del paese tra sostenitori e oppositori del Primo Ministro <strong>Benjamin Netanyahu</strong>.</p>



<p>Il voto israeliano non è rivolto ai singoli candidati, quanto a liste di partito. <strong>I 130 seggi della Knesset</strong> sono assegnati sulla base della percentuale dei voti. Ad oggi, non è mai capitato che un singolo partito abbia raggiunto la maggioranza dei <strong>61 seggi</strong> necessari per la formazione di un governo, quindi si è sempre parlato di coalizione di governo. Questo significa che un candidato deve lavorare con i partner alleati o cercare di attirare a sé partiti contrari e marginali al fine di ottenere la maggioranza di 61 seggi.</p>



<p>Nonostante il <strong>Likud</strong>, partito del Primo Ministro Benjamin Netanyahu, sia senza ombra di dubbio il partito con più seggi, il conteggio finale dei voti rilasciato il <strong>25 marzo</strong> non ha portato nessuna coalizione alla vittoria parlamentare, lasciando il paese in una situazione di stallo politico che vede aumentare la possibilità di una quinta elezione in poco più di due anni.</p>



<figure class="wp-block-table"><table><tbody><tr><td><strong>PARTITI</strong>&nbsp;</td><td><strong>SEGGI</strong>&nbsp;</td></tr><tr><td><strong><em>Pro-Netanyahu</em></strong><strong><em>:</em></strong>&nbsp;</td><td><strong><em>52</em></strong>&nbsp;</td></tr><tr><td>Likud (destra)&nbsp;</td><td>30&nbsp;</td></tr><tr><td>Shas&nbsp;(ultraortodosso)&nbsp;</td><td>9&nbsp;</td></tr><tr><td>United Torah&nbsp;Judaism&nbsp;(ultraortodosso)&nbsp;</td><td>7&nbsp;</td></tr><tr><td>Sionismo religioso&nbsp;</td><td>6&nbsp;</td></tr><tr><td><strong><em>Anti-Netanyahu</em></strong><strong><em>:</em></strong>&nbsp;</td><td><strong><em>57</em></strong>&nbsp;</td></tr><tr><td>Yesh&nbsp;Atid&nbsp;(centrista)&nbsp;</td><td>17&nbsp;</td></tr><tr><td>Blue and White (centrista)&nbsp;</td><td>8&nbsp;</td></tr><tr><td>Yisrael&nbsp;Beitenu&nbsp;(destra secolare)&nbsp;</td><td>7&nbsp;</td></tr><tr><td>Labor&nbsp;(sinistra)&nbsp;</td><td>7&nbsp;</td></tr><tr><td>New Hope (destra)&nbsp;</td><td>6&nbsp;</td></tr><tr><td>Joint List (sinistra araba)&nbsp;</td><td>6&nbsp;</td></tr><tr><td>Meretz&nbsp;(sinistra)&nbsp;</td><td>6&nbsp;</td></tr><tr><td><strong><em>Non schierati</em></strong>&nbsp;</td><td><strong><em>11</em></strong>&nbsp;</td></tr><tr><td>Yamina (destra)&nbsp;</td><td>7&nbsp;</td></tr><tr><td>Raam&nbsp;(Islamisti&nbsp;arabi)&nbsp;</td><td>4&nbsp;</td></tr></tbody></table></figure>



<p>A questo punto, sarà l’ennesimo<strong> governo provvisorio</strong> ad assumere il potere fino al momento in cui una coalizione di maggioranza non verrà formata o fino a quando non verranno indette nuove elezioni.</p>



<p>Come si evince dai risultati finali rilasciati dalla commissione elettorale israeliana, due sono i partiti che non hanno preso una posizione: <strong>Yamina</strong>, un partito nazionalista che ha ottenuto 7 seggi ed è guidato da un ex consigliere di Netanyahu, e <strong>Ra’am</strong>, un partito arabo islamista con 4 seggi. Il premier Netanyahu può ancora tentare di corteggiare i partiti che non si sono schierati, tuttavia, le profonde divisioni presenti sia nei blocchi a favore che in quelli all’opposizione di Netanyahu potrebbero complicare il percorso per raggiungere la maggioranza.</p>



<p><em>&#8220;È chiaro che Netanyahu non ha la maggioranza per formare un governo sotto la sua guida. Ora è necessario agire per realizzare la possibilità di formare un governo per il cambiamento&#8221;</em> ha affermato <strong>Gideon Sa’ar</strong>, l’ex alleato del Primo Ministro che ora si trova all’opposizione alla guida del partito<strong> New Hope</strong>.</p>



<p>I sostenitori di Netanyahu sostengono sia un qualificato statista idoneo a guidare il paese e che la sua campagna elettorale si è concentrata sull’efficiente gestione del programma vaccinale anti-Covid 19 così come sugli accordi diplomatici raggiunti con quattro paesi arabi durante lo scorso anno. Per contro i suoi oppositori dichiarano, invece, che c’è stata molta confusione nella gestione della crisi dovuta al Covid-19 e che una persona così inaffidabile non dovrebbe essere alla guida del paese.</p>



<p>A questo punto il governo provvisorio ha <strong>sei settimane</strong> di tempo per costruire una maggioranza di 61 seggi basandosi su le varie fazioni che hanno ottenuto seggi alla Knesset. Nel caso in cui nessun partito riesca in questo lasso di tempo a formare un nuovo governo, la Knesset verrà sciolta e saranno indette <strong>nuove elezioni</strong> entro tre mesi.</p>



<p><strong>Lunedì 5 aprile</strong> sono iniziati i negoziati nei quali i partiti arabi giocheranno un ruolo fondamentale. Nonostante questi abbiano effettivamente perso il 33% delle loro forze con la scissione del partito Ra’am che si è staccato dalla <strong>Joint List</strong>, i risultati delle elezioni mostrano come la posizione che assumerà <strong>Ra’am</strong> sarà molto probabilmente determinante per il futuro del governo israeliano: da un lato al Premier Netanyahu non sarà sufficiente portare <strong>Yamina</strong> dalla sua parte raggiungendo gli eventuali 59 seggi, e dunque la scelta di Ra’am potrebbe fare la differenza. Dall’altro anche per il fronte anti-Netanyahu i quattro seggi di Ra’am sarebbero determinanti, portando la coalizione pro-cambiamento ai 61 seggi previsti per la formazione di un governo.</p>



<p>Questa nuova importanza dei <strong>partiti arabi</strong> potrebbe essere vista, tra qualche anno, come un momento rivoluzionario della storia politica israeliana in cui i partiti arabi sono legittimati come partner fondamentali di coalizione per il futuro. È un avvenimento con una carica semantica significativa per il paese perché è importante che una minoranza così consistente possa far sentire la sua voce e possa essere in grado di influenzare il modo in cui le risorse del paese vengono spese. Avere potere politico aumenterà la sensazione di sentirsi parte del paese.</p>



<p>Questi sono gli obbiettivi del leader di Ra’am, <strong>Mansour Abbas</strong> che intende rompere con le convenzioni e lavorare con qualsiasi governo israeliano al fine di assicurare agli arabi israeliani alloggio, buona istruzione, lavoro e sicurezza personale. Con questa scommessa Abbas ha deciso di staccarsi dalla Joint List concentrando gli sforzi per<strong> migliorare le vite degli arabi israeliani</strong>, e al momento, si trova ad essere corteggiato da entrambi i blocchi e a prendere una decisione che risulterà determinante.</p>
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		<title>Israele di nuovo al voto: quarte elezioni parlamentari in due anni</title>
		<link>https://www.mondodem.it/2387/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Jessica Panigada]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Mar 2021 12:48:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Grande Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Macroaree]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni]]></category>
		<category><![CDATA[israele]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Parlamento]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il 23 marzo 2021 Israele torna a votare. Si tratta del quarto round di elezioni in due anni.&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<h2 id="il-23-marzo-2021-israele-torna-a-votare-si-tratta-del-quarto-round-di-elezioni-in-due-anni" class="wp-block-heading">Il 23 marzo 2021 Israele torna a votare. Si tratta del quarto round di elezioni in due anni.</h2>



<p class="has-drop-cap">Il 2020 e gli <strong>Accordi di Abramo</strong> hanno segnato un cambio di rotta per gli sviluppi mediorientali dando inizio ad una distensione formale tra Israele e i <strong>paesi MENA</strong>. Tuttavia, con le elezioni di marzo per la nomina dei <strong>120 membri della Knesset</strong>, il Parlamento israeliano, si trovò per l’ennesima volta in una situazione di stallo, risolta infine con un governo di coalizione con primo ministro a rotazione:<strong> Benjamin Netanyahu</strong>, leader del partito Likud, per i primi 18 mesi e <strong>Benny Gantz</strong> per i successivi.</p>



<p>Nonostante l’accordo, tale rotazione non è avvenuta. Nell’<strong>autunno 2020</strong> il ministro della Difesa Gantz annunciò la formazione di una <strong>commissione d’inchiesta governativa</strong> con il fine di far luce sull’acquisto statale plurimiliardario di sottomarini dalla tedesca Thyssenkrupp, che pare coinvolga il primo ministro in persona. Questo fu il primo segnale di rottura nel fronte di governo che raggiunse il suo apice nel novembre 2020 quando si pose una questione di vecchia data: l’<strong>approvazione della legge di bilancio 2021-2022</strong>. La coalizione non sopravvisse a tali prove, ed il 22 dicembre venne respinto il voto per evitare lo scioglimento della Knesset con 49 voti contrari e 47 a favore. Il giorno seguente il Parlamento si sciolse e furono indette <strong>nuove elezioni</strong>.</p>



<p>Tra i temi centrali dell’attuale campagna elettorale rientrano certamente la <strong>pandemia di Covid-19</strong> e il <strong>processo di corruzione</strong> che coinvolge il premier uscente Netanyahu.</p>



<p>In gennaio 2021 <strong>Menchaem Lazar </strong>ha condotto un sondaggio per Panels Research su 522 intervistati con un margine di errore del 4,4%. I numeri indicano che potrebbe costituirsi una<strong> coalizione di governo senza Likud, Shas UTJ e la Joint List </strong>(cioè i partiti della destra radicale e ultraortodossi). Likud avrebbe 28 seggi, ma i partiti impegnati a sostenere il premier uscente non risulterebbero sufficienti per raggiungere la maggioranza parlamentare di 61 seggi.</p>



<p><strong>Naftali Bennett</strong>, leader del partito Yamina non ha escluso la possibilità di schierarsi a sostegno di Netanyahu. Tuttavia, al momento, anche gli 11 seggi di Yamina non risultano sufficienti per consentire la formazione di un governo.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><a href="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2021/03/image.png"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="642" height="346" src="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2021/03/image.png" alt="" class="wp-image-2388" srcset="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2021/03/image.png 642w, https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2021/03/image-300x162.png 300w" sizes="(max-width: 642px) 100vw, 642px" /></a></figure></div>



<p>Tale situazione ha peraltro determinato una <strong>rinnovata attenzione verso l’elettorato arabo</strong>, tendenza che senza dubbio rompe con le dinamiche elettorali classiche del passato. La possibilità del premier uscente di ottenere una maggioranza dipenderebbe soprattutto dalla possibilità che i partiti a lui contrari non riescano a raggiungere la soglia minima per entrare nella Knesset.</p>



<p>Secondo <strong>recenti sondaggi</strong>, tra i partiti certi di superare la soglia dei dieci seggi nessuno è di sinistra. Israele è stato governato per anni dalla sinistra producendo leader di spicco come David Ben Gurion, Ytzak Rabin e Shimon Peres ma non indica un primo ministro da vent’anni. Una <strong>ventata d’aria fresca</strong> è stata portata alla sinistra israeliana a fine gennaio 2021 quando il <strong>Partito Laburista </strong>ha eletto il suo nuovo leader con la speranza di risollevare le sorti del partito. La nuova leader è <strong>Merav Michaeli</strong>, membro della Knesset dal 2013. La sua figura carismatica emerse esponenzialmente in occasione della sua opposizione alla scelta del Partito Laburista di entrare a far parte di un governo di coalizione con il Likud e il partito Blu e Bianco. La Michaeli fu l’unica dei deputati del suo partito a rimanere nell’opposizione e ora che ha vinto le primarie con il 77% dei voti dovrà darsi da fare per dare nuova linfa al partito guadagnando consensi, tramite una campagna elettorale efficace, in un periodo decisamente limitato.</p>



<p>Frattanto le <strong>proteste degli israeliani contro il premier uscente Netanyahu</strong> raggiungono la ventinovesima settimana consecutiva. Il fulcro delle proteste ruota attorno al processo che lo accusa di frode, abuso d’ufficio e corruzione, che però è stato rimandato a causa del <strong>lockdown nazionale</strong>. A questo si aggiunge anche un malcontento derivante dalla gestione della pandemia di Covid-19. Nonostante un piano economico da 25 miliardi di dollari, il più imponente della storia israeliana, gravi ripercussioni hanno colpito l’economia di Israele, che registra una<strong> diminuzione del -6% del Pil nel 2020</strong> e un <strong>tasso di disoccupazione</strong> che si è assestato intorno al 15% a novembre, dopo aver raggiunto il picco massimo del 27% nella fase più acuta della pandemia.</p>



<p>Tali dinamiche hanno portato ad un <strong>indebolimento dello Stato</strong> e alla conseguente perdita di fiducia nelle istituzioni. Questa disfunzione all’interno del governo israeliano rappresenta una della più grandi minacce alla stabilità del Paese e alla sua situazione strategica. La pandemia di Covid-19 ha portato ad una crisi su più fronti, da quello sociale a quello economico e politico.</p>



<p>Tenendo in considerazione questi dati, difficilmente la prossima tornata elettorale produrrà un vincitore. La causa è da imputarsi alla mancata stabilità della maggioranza inserita in un contesto politico estremamente precario così come l’ascesa del nuovo partito <strong>New Hope</strong> di Gideon Sa’ar conferisce maggiore instabilità allo scenario. Inoltre, alla domanda su chi sia più adatto ad essere primo ministro tra Netanyahu e Gideon Sa’ar, il 43% ha risposto Netanyahu e il 42% Sa’ar: la differenza più piccola dall’inizio delle elezioni. L’unico punto certo al momento è l’affermazione della frammentata destra israeliana, salvo un miracolo della Michaeli. Tuttavia, la <strong>speranza più grande</strong> delle prossime elezioni del 23 marzo risiede nel superamento dello stallo attraverso vari compromessi che permettano il ritrovamento dell’armonia tra le varie fazioni.</p>
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		<title>Italy in the Mediterranean</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 Jun 2020 09:15:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articles in English]]></category>
		<category><![CDATA[Grande Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Mediterraneo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>On 22 June 2020 Mondodem and the Friedrich Ebert Stiftung will stream a discussion on tensions in the&#8230;</p>
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<p><em>On 22 June 2020 Mondodem and the Friedrich Ebert Stiftung will stream a discussion on tensions in the Mediterranean (Register <a href="https://www.facebook.com/events/2993348794094848/">here</a>). In preparation for the event we offer you four short reflections on the state of affairs in the region and the relevant Italian policy options.</em></p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<figure class="wp-block-image alignwide size-large"><img decoding="async" src="https://content.fortune.com/wp-content/uploads/2015/08/gettyimages-165109925.jpg" alt=""/></figure>



<p class="has-drop-cap">On an economic-energy basis, it no longer makes sense for Europe and Italy to invest in new gas infrastructure, such as pipelines or re-gasification plants. Already before COVID the existing ones were used at 50% of their capacity and the new TAP pipeline will contribute to this excess. Diversification of sources and security of supply are already guaranteed as assessed by the European Commission. The drop in demand for gas in Italy (minus 13%) and Europe has been structural since 2010. Post COVID this trend will be accentuated through the Green Deal. In the first five months of 2020, demand for gas in Europe plummeted by 7%, the sharpest drop recorded worldwide. The International Energy Agency estimates that gas demand in Europe will never again return to pre-COVID levels due to the advance of renewables. If we add the effect of energy efficiency in reducing gas consumption for heating (just think of the &#8220;ecobonus&#8221;) and within the industry, this trend will only increase. The Mediterranean gas thus loses the overly extolled strategic value, with the national interest changing towards securing a Green Deal also for the Mediterranean countries that will be most affected by climate change. Italy must therefore rethink its foreign policy in this perspective and use its diplomacy and alliances in a strategic way to influence the choices of others towards new cooperation objectives that shift from fossil to clean energy. <strong>&#8211; Luca Bergamaschi</strong></p>



<figure class="wp-block-image alignwide size-large"><img decoding="async" width="1000" height="846" src="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2020/06/5b1da2ce92a07.jpg" alt="" class="wp-image-2089" srcset="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2020/06/5b1da2ce92a07.jpg 1000w, https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2020/06/5b1da2ce92a07-300x254.jpg 300w, https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2020/06/5b1da2ce92a07-768x650.jpg 768w" sizes="(max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></figure>



<p class="has-drop-cap">A dangerous rearmament has been going on in the Mediterranean for some years now, accompanied by a return to power politics and a serious retreat of multilateralism. Not only does arming Cairo not protect our national interest, but it threatens our own strategic objectives: al-Sisi&#8217;s Egypt is on the side of Haftar in Libya, therefore on a path contrary to Rome&#8217;s interests.<br>It is not, therefore, an operation, as has been said and written in its defence, which strengthens peace and security in the Mediterranean. Rather, it contributes to strengthening what is defined in international relations as the security dilemma: that situation which is triggered in the international system when the instruments used by a State to increase its security (such as the purchase of weapons systems) provoke a reduction in the security of other States, thus triggering a spiral of mutual insecurity which inevitably leads to conflict. If the objective, by arming Egypt, is to rebalance the relations of force towards a Turkey perceived as too aggressive, the final result may not be as hoped.<br>The assumption that Egypt is an indispensable partner for the stabilization of the MENA region is also false: we have all too often made the mistake in recent years of confusing authoritarianism with stability, but until individuals are guaranteed individual security and civil rights, any stability will only be a facade.<br>It is therefore not by militarily strengthening a military dictatorship that the foundations for stability and security in the region will be laid.<strong> &#8211; Annalisa Perteghella</strong></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" src="https://www.triesteallnews.it/wp-content/images/2019/06/giulio-regeni.jpg" alt=""/></figure>



<p class="has-drop-cap">For Italy, supplying armaments to Mediterranean countries is not simply a commercial or labour policy (issues whose importance I do not underestimate). In the Mediterranean, Italy has always tried to bring the contenders into contact and to promote peace and stability. At the moment, two camps are facing each other in the Mediterranean, one led by Turkey, the other by Egypt. In this context, given which we should strengthen our naval presence in the Mediterranean, instead of controlling the arms embargo in Libya and reduce tensions in the eastern Mediterranean, we do something totally different: we take away two ships that were commissioned by our navy and sell them to Egypt. Could we have done something different to pursue our strategic interests? I think so: we could have raised the issue of arms supply at the EU level, promoting a European initiative with Germany for a moratorium on arms sales (many of which end up being used in Libya, where we, on the other hand, are loudly demand parties to comply with the embargo). Italy has already raised the issue of arms sales to Egypt: Emma Bonino did so after the Al Sisi coup in 2013. Once the frigates are sold, how can we tell other European countries that we must promote peace instead of arming troops on the ground? Let&#8217;s not be mistaken: Al Sisi&#8217;s Egypt is not Mubarak&#8217;s Egypt. During Mubarak&#8217;s era, Western countries hypocritically closed their eyes to internal repression, in exchange for the protection that Mubarak gave to Western interests in the Mediterranean. Now this is no longer the case: Al Sisi employs a very heavy internal repression and at the same time &#8220;set himself up on his own&#8221; at international level, unscrupulously pursuing his own interests on the international chessboard. Finally, we no longer call Egypt an &#8220;ally&#8221; since it did not want to provide us with real assistance and cooperation in the judicial field on the Giulio Regeni affair. To the Regeni issue has been added the unwillingness to cooperate also for the fate of Patrick Zaky. This is a matter of national interest: for Italy (irrespective of government) it is necessary to get to the truth about the murder and torture suffered by the young Italian researcher in Cairo in 2016. The prestige of our nation is at stake, and it cannot accept incomplete and convenient explanations. Such a heinous act, carried out by the security forces of a country as important as Egypt, cannot remain without an attribution of responsibility certified by an impartial process. <strong>&#8211; Lia Quartapelle</strong></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" src="https://defbrief.com/wp-content/uploads/2020/03/European-Union-launches-Libyan-arms-embargo-mission-Irini.jpg" alt=""/></figure>



<p class="has-drop-cap">Although many observers continue to use the contrast between Iran and Saudi Arabia as the main filter for understanding the Middle East, since 2011 this dividing line has become less and less meaningful. For Europeans who wish to understand the southern shore of the Mediterranean, it is now appropriate to look at another much more important fault line of political division, namely the one that contrasts some nations such as the United Arab Emirates, Egypt and Saudi Arabia &#8211; which have become engines of the restoration of the authoritarian status quo in the Middle East after the shock of the Arab Spring &#8211; with emerging protagonists such as Turkey and Qatar, which since 2011 have become supporters of political Islam in various Middle Eastern contexts with the aim of overturning the balance of power in the region. Both these factions flirt with the West &#8211; Turkey is a NATO member while the UAE, Saudi Arabia, Egypt and Qatar have close relations with the US and the EU &#8211; but neither is in itself aligned with Western political goals and interests. The West, and especially Europe, today continue to be divided, with individual countries playing the game of squeezing one of the two factions, supporting it in the hope of making economic and/or political gains (as does France, which has been close to the UAE for years and is increasingly advocating an anti-Turkish policy), or to play on the side, trying to keep channels open with both factions in the hope, also in this case, to be able to draw contingent benefits (as do, albeit in different ways, both Italy and the USA of Trump). Both the first and the second strategy have shown all their limits in recent years in dossiers as vital for energy security and EU policy as Syria and Libya. The time has come for Europe to rediscover the great Mediterranean power that is &#8211; much more influential than the medium-small powers that are the individual European Mediterranean countries taken individually &#8211; by developing its own strategy modelled on its values and interests. <strong>&#8211; Eugenio Dacrema</strong><br></p>
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		<title>L&#8217;Italia nel Mediterraneo</title>
		<link>https://www.mondodem.it/2092/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 17 Jun 2020 13:50:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Grande Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Egitto]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Mediterraneo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il 22 giugno 2020 Mondodem e la Friedrich Ebert Stiftung trasmetteranno una discussione sulle tensioni nel Mediterraneo (Registratevi&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/2092/">L&#8217;Italia nel Mediterraneo</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>Il 22 giugno 2020 Mondodem e la Friedrich Ebert Stiftung trasmetteranno una discussione sulle tensioni nel Mediterraneo (Registratevi <a href="https://www.facebook.com/events/2993348794094848/">qui).</a> In vista dell&#8217;evento vi proponiamo quattro brevi riflessioni sulla situazione nella regione e sulle scelte politiche italiane.</em></p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<figure class="wp-block-image alignwide size-large"><img decoding="async" src="https://content.fortune.com/wp-content/uploads/2015/08/gettyimages-165109925.jpg" alt=""/></figure>



<p class="has-drop-cap">Su una base economico-energetica non ha più senso per l’Europa e l’Italia investire in nuove infrastrutture a gas, come gasdotti o rigassificatori. Già pre COVID quelle esistenti erano utilizzate per la metà e il nuovo gasdotto TAP contribuirà a questa eccedenza. La diversificazione delle fonti e la sicurezza degli approvvigionamenti sono già garantite secondo le valutazioni della Commissione Europea. Il calo della domanda di gas in Italia (meno 13%) e in Europa è strutturale dal 2010. Post COVID questo trend si accentuerà attraverso il Green Deal. Nei primi 5 mesi del 2020 la domanda di gas in Europa è crollata del 7%, il calo più severo registrato a livello mondiale. L’Agenzia Internazionale dell’Energia stima che la domanda di gas in Europa non tornerà mai più ai livelli pre-COVID grazie all’avanzata delle rinnovabili. Se aggiungiamo l’effetto dell’efficienza energetica nel ridurre i consumi di gas per il riscaldamento, si pensi all’ecobonus, e nell’industria questo trend non potrà che aumentare. Il gas del Mediterraneo perde così il troppo decantato tratto strategico e l’interesse nazionale cambia verso garantire un Green Deal anche ai paesi del Mediterraneo che più di tutti saranno colpiti dai cambiamenti climatici. L’Italia deve allora ripensare la sua politica estera in questa ottica e usare la sua diplomazia e le sue alleanze in modo strategico per influenzare le scelte di altri verso nuovi obiettivi di cooperazione che si spostano dal fossile all’energia pulita. <strong>&#8211; Luca Bergamaschi</strong></p>



<figure class="wp-block-image alignwide size-medium"><img decoding="async" width="300" height="254" src="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2020/06/5b1da2ce92a07-300x254.jpg" alt="" class="wp-image-2089" srcset="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2020/06/5b1da2ce92a07-300x254.jpg 300w, https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2020/06/5b1da2ce92a07-768x650.jpg 768w, https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2020/06/5b1da2ce92a07.jpg 1000w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></figure>



<p class="has-drop-cap">Nel Mediterraneo è in corso ormai da qualche anno un pericoloso riarmo, che si accompagna al ritorno della politica di potenza e a un grave arretramento del multilateralismo. Non solo armare Il Cairo non tutela il nostro interesse nazionale, ma minaccia i nostri stessi obiettivi strategici: l’Egitto di al-Sisi è schierato in Libia dalla parte di Haftar, dunque su una linea contraria agli interessi di Roma.<br>Non è dunque un’operazione, come pure è stato detto e scritto in sua difesa, che rafforza la pace e la sicurezza nel Mediterraneo. Contribuisce semmai a rafforzare quello che nelle relazioni internazionali viene definito il dilemma della sicurezza: quella situazione che si innesca nel sistema internazionale quando gli strumenti impiegati da uno Stato per accrescere la propria sicurezza (come l’acquisto di sistemi di arma) provocano una riduzione della sicurezza di altri Stati, innescando così una spirale di insicurezza reciproca che conduce inevitabilmente al conflitto. Se l’obiettivo, armando l’Egitto, è quello di riequilibrare i rapporti di forza nei confronti di una Turchia percepita come troppo aggressiva, il risultato finale potrebbe non essere quello sperato.<br>Falso è anche l’assunto secondo il quale l’Egitto è partner ineludibile per la stabilizzazione della regione Mena: abbiamo fatto troppo spesso l’errore in questi anni di confondere l’autoritarismo con la stabilità, ma fino a quando ai singoli non saranno garantiti sicurezza individuale e diritti civili, qualsiasi stabilità sarà solo di facciata.<br>Non è dunque rafforzando militarmente una dittatura militare che si gettano le basi per la stabilità e la sicurezza nella regione. <strong>&#8211; Annalisa Perteghella</strong></p>



<figure class="wp-block-image alignwide size-large"><img decoding="async" src="https://www.triesteallnews.it/wp-content/images/2019/06/giulio-regeni.jpg" alt=""/></figure>



<p class="has-drop-cap">Per l’Italia la fornitura di armi a paesi del Mediterraneo non è semplicemente una scelta di carattere commerciale o occupazionale (questioni di cui non sottovaluto l’importanza). Nel Mediterraneo l’Italia ha sempre cercato di avvicinare i contendenti, favorire la pace e la stabilità. In questo momento, nel Mediterraneo si stanno fronteggiando due schieramenti, uno capeggiato dalla Turchia, l’altro dall’Egitto. In questo contesto, in cui dovremmo rafforzare la nostra presenza anche navale nel Mediterraneo, per controllare l’embargo sulle armi in Libia, per ridurre le tensioni nel Mediterraneo orientale, facciamo una cosa totalmente diversa: togliamo due navi che erano state commissionate per la nostra Marina, e le vendiamo all’Egitto. Avremmo potuto fare qualcosa si diverso per perseguire i nostri interessi strategici? Io credo di sì: avremmo potuto porre la questione della fornitura di armi in sede europea, promuovendo con la Germania una iniziativa europea per una moratoria sulla vendita di armi (molte delle quali poi finiscono per essere usate in Libia, dove noi invece ci sgoliamo per il rispetto dell’embargo). L’Italia ha già sollevato il punto sulla vendita di armi all’Egitto: lo fece Emma Bonino dopo il colpo di stato di Al Sisi nel 2013. Una volta vendute le fregate, a che titolo potremo dire ad altri paesi europei che dobbiamo favorire la pace, invece di armare gli eserciti?Non sbagliamoci: l’Egitto di Al Sisi non è l’Egitto di Mubarak. Al tempo di Mubarak, i paesi occidentali chiudevano ipocritamente gli occhi sulla repressione interna, in cambio della tutela che Mubarak prestava agli interessi occidentali nel Mediterraneo. Ora non è più così: Al Sisi impiega internamente una repressione pesantissima e al tempo stesso “si è messo in proprio” sul piano internazionale, perseguendo in modo spregiudicato i propri interessi sullo scacchiere internazionale. Infine, noi non chiamiamo più “alleato” l’Egitto da quando non ha voluto fornirci una vera assistenza e cooperazione in campo giudiziario sulla vicenda di Giulio Regeni. Alla questione Regeni si è aggiunta anche l’indisponibilità a cooperare anche per la sorte di Patrick Zaky. Questa è una questione che attiene all’interesse nazionale: per l’Italia (non per questo o quel governo) è necessario arrivare alla verità sull’assassinio e le torture subite dal giovane ricercatore italiano al Cairo nel 2016. Ne va del prestigio della nostra nazione, che non può accettare spiegazioni lacunose e di comodo. Un atto così efferato, compiuto dalle forze di sicurezza di un paese importante come l’Egitto, non può restare senza una attribuzione delle responsabilità certificata da un processo imparziale. <strong>&#8211; Lia Quartapelle</strong></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" src="https://defbrief.com/wp-content/uploads/2020/03/European-Union-launches-Libyan-arms-embargo-mission-Irini.jpg" alt=""/></figure>



<p class="has-drop-cap">Nonostante molti osservatori continuino a usare la contrapposizione tra Iran e Arabia Saudita come principale filtro di comprensione del Medio Oriente, dal 2011 questa linea di divisione ha sempre meno significato. Per gli europei che desiderano comprendere la sponda meridionale del Mediterraneo è oggi opportuno guardare a un’altra faglia di divisione politica assai più importante, ovvero quella che contrappone alcune nazioni come gli Emirati Arabi Uniti, l’Egitto e l’Arabia Saudita – fattisi motori della restaurazione dello status quo autoritario in Medio Oriente dopo lo shock della Primavera Araba – a protagonisti emergenti come Turchia e Qatar, che dal 2011 si sono fatti sostenitori di istanze legate all’Islam politico in vari contesti mediorientali con lo scopo di sovvertire a proprio favore gli equilibri di potenza nella regione. Entrambe queste fazioni flirtano con l’Occidente – la Turchia è membro NATO mentre EAU, Arabia Saudita, Egitto e Qatar intrattengono strette relazioni con USA e Unione Europea – ma nessuna delle due è di per sé allineata con gli obiettivi politici e gli interessi occidentali. L’Occidente, e soprattutto l’Europa, oggi continuano a dividersi, con singoli paesi che giocano da comprimari di una delle due fazioni, sostenendola nella speranza di trarne profitti economici e/o politici (come fa la Francia, vicina da anni agli EAU e sempre più propugnatrice di una politica anti-turca), oppure a giocare di sponda, cercando di mantenere aperti canali con entrambe le fazioni nella speranza, anche in questo caso, di riuscire a trarne di volta in volta benefici contingenti (come fanno, seppur in modi diversi, sia l’Italia che gli USA di Trump). Sia la prima che la seconda strategia hanno mostrato tutti i propri limiti negli ultimi anni in dossier vitali per la sicurezza energetica e politica della UE come Siria e Libia. È venuto il tempo per l’Europa di riscoprirsi la grande potenza mediterranea che è – molto più influente delle medie-piccole potenze che sono i singoli paesi europei mediterranei presi singolarmente – elaborando una sua propria strategia modellata sui suoi valori e interessi. <strong>&#8211; Eugenio Dacrema</strong></p>
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		<title>Il caso Fremm: l&#8217;Italia di fronte al dilemma della sicurezza</title>
		<link>https://www.mondodem.it/2083/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Annalisa Perteghella]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Jun 2020 18:13:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Grande Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Egitto]]></category>
		<category><![CDATA[fremm]]></category>
		<category><![CDATA[Mediterraneo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Non si ravvisa una motivazione strategica dietro la decisione di procedere con la fornitura di due fregate Fremm&#8230;</p>
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<p class="has-drop-cap">Non si ravvisa una motivazione strategica dietro la decisione di procedere con la fornitura di due fregate Fremm all’Egitto. Nonostante i difensori dell’operazione l’abbiano presentata come un successo commerciale, essa appare come un successo decisamente di corto periodo.</p>



<p>Non è, come invece è stata dipinta, un’operazione a tutela del nostro interesse nazionale: nel Mediterraneo è in corso ormai da qualche anno un pericoloso riarmo, che si accompagna al ritorno della politica di potenza e a un grave arretramento del multilateralismo. La Libia è il caso più esemplare. Non solo armare Il Cairo non tutela il nostro interesse nazionale, ma minaccia i nostri stessi obiettivi strategici: l’Egitto di al-Sisi, junior partner della coalizione a guida saudita-emiratina che dal 2011 guida l’asse di repressione delle istanze democratiche nate sull’onda della primavera araba, è schierato in Libia dalla parte di Haftar, dunque su una linea contraria agli interessi di Roma.</p>



<p>Anche sulla questione della Grand Ethiopian Renaissance Dam (nel cui progetto è impegnata l’italiana Salini Impregilo), che oppone Egitto e Etiopia, rafforzare Il Cairo non appare in linea con i numerosi interessi italiani non solo nel progetto ma nell’intero Corno d’Africa.</p>



<p>Non è dunque un’operazione, come pure è stato detto e scritto in sua difesa, che rafforza la pace e la sicurezza nel Mediterraneo. Contribuisce semmai a rafforzare quello che nelle relazioni internazionali viene definito il dilemma della sicurezza: quella situazione che si innesca nel sistema internazionale quando gli strumenti impiegati da uno Stato per accrescere la propria sicurezza (come l’acquisto di sistemi di arma) provocano una riduzione della sicurezza di altri Stati, innescando così una spirale di insicurezza reciproca che conduce inevitabilmente al conflitto. Se l’obiettivo, armando l’Egitto, è quello di riequilibrare i rapporti di forza nei confronti di una Turchia percepita come troppo aggressiva, il risultato finale potrebbe non essere quello sperato.</p>



<p>Falso è anche l’assunto secondo il quale l’Egitto è partner ineludibile per la stabilizzazione della regione Mena: abbiamo fatto troppo spesso l’errore in questi anni di confondere l’autoritarismo con la stabilità, crogiolandoci nell’illusione che delegando a questi presunti bastioni di stabilità la gestione del caos che si agita alle porte dell’Italia e dell’Europa, noi saremmo stati in salvo, al riparo dai “barbari” in arrivo dal Medio Oriente. Non è stato così, come hanno dimostrato le successive ondate migratorie frutto della destabilizzazione della regione negli ultimi dieci anni, o gli attacchi dello Stato islamico arrivati nel cuore delle nostre città. Fino a che non ci saranno democrazia e inclusione, non ci sarà vera stabilità. Fino a quando ai singoli non saranno garantiti sicurezza individuale e diritti civili, qualsiasi stabilità sarà solo di facciata. La fortissima crisi economica che attanaglia Il Cairo non fa altro che aggiungere un ulteriore elemento al pesante malcontento che cova sotto le ceneri.</p>



<p>Come ben sappiamo, l’Egitto è ben lontano dal garantire diritti e sicurezza ai propri cittadini: lo vediamo dalle notizie di incarcerazioni e vendette sommarie contro famigliari di dissidenti che arrivano ogni giorno. Avremmo dovuto capirlo già quando un nostro connazionale, Giulio Regeni, è stato rapito, torturato e ucciso con la connivenza del regime egiziano, che da allora non ha fatto alcun passo concreto anche solo per fornirci una spiegazione di facciata. Quale cittadino italiano può sentirsi al sicuro e tutelato dal proprio stato, se sa che il proprio paese è pronto ad abbandonare qualsiasi rivendicazione di verità e giustizia in cambio di commesse commerciali?</p>



<p>Quale governo straniero si sentirà frenato dal riservarci lo stesso trattamento nella malaugurata ipotesi che un episodio simile accada di nuovo?</p>



<p>Non è giocando a Risiko nel Mediterraneo e ammantando di realpolitik scelte che sono invece esclusivamente commerciali e che rappresentano interessi di breve periodo, che si guadagna il rispetto degli altri paesi, la fiducia dei proprio cittadini, una posizione al tavolo negoziale. Ma soprattutto, non è rafforzando militarmente una dittatura militare che si gettano le basi per la stabilità e la sicurezza nella regione. Nessuna azione è priva di conseguenze. Ricercare solamente l’interesse economico e commerciale, slegando la connessa dimensione geopolitica e di sicurezza, rischia di avere conseguenze particolarmente pericolose.</p>



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<div class="wp-block-media-text alignwide is-stacked-on-mobile"><figure class="wp-block-media-text__media"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="477" src="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2020/06/105046145_267539778025496_7314427624706558668_o-1024x477.jpg" alt="" class="wp-image-2085" srcset="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2020/06/105046145_267539778025496_7314427624706558668_o-1024x477.jpg 1024w, https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2020/06/105046145_267539778025496_7314427624706558668_o-300x140.jpg 300w, https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2020/06/105046145_267539778025496_7314427624706558668_o-768x358.jpg 768w, https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2020/06/105046145_267539778025496_7314427624706558668_o.jpg 1338w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure><div class="wp-block-media-text__content">
<p class="has-normal-font-size"><strong>Il 22 giugno 2020  Mondodem e la Friedrich Ebert Stiftung trasmetteranno una discussione sulle tensioni nel Mediterraneo. Registratevi <a href="https://www.facebook.com/events/2993348794094848/">qui. </a></strong></p>
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