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	<title>Uncategorized Archivi &#8211; MondoDem</title>
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	<description>Laboratorio di Politica Internazionale</description>
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	<title>Uncategorized Archivi &#8211; MondoDem</title>
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		<title>La palude di veti che imprigiona i Balcani occidentali</title>
		<link>https://www.mondodem.it/2527/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Riccarda Lopetuso]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 Oct 2021 20:20:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[Balcani]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Una situazione di stallo, uno stop atteso ma ugualmente poco comprensibile. Chi lavora per integrare – la Commissione&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Una situazione di stallo, uno stop atteso ma ugualmente poco comprensibile.</p>



<p>Chi lavora per integrare – la Commissione – e chi pone continui ostacoli, come alcuni paesi membri.</p>



<p>Si può sintetizzare cosi il Summit di Brdo, in Slovenia, del 6 e 7 ottobre scorso tra i 27 e i 6 paesi dei Balcani occidentali candidati all’ingresso nell’Ue (Albania, Bosnia ed Erzegovina, Kosovo, Macedonia del Nord, Montenegro e Serbia).</p>



<p>Nessun passo concreto in avanti e nessuna prospettiva certa, a parte il pacchetto di aiuti da 30 miliardi e la volontà di arrivare – chissà quando – alla piena integrazione dei Balcani occidentali.</p>



<p>Il documento finale del Summit di Brno parla – esplicitamente – di allargamento, con l’Ue che si impegna a favore di questo processo e valuta positivamente lo sforzo dei paesi candidati a favore del primato della democrazia e dello stato di diritto.</p>



<p>Ma è troppo poco per i Balcani occidentali, per le sue leadership e cittadini che incessantemente&nbsp; bussano alla porta dell’Europa.</p>



<p>ll documento, a parte il richiamo al prossimo summit del 2022, non indica date e orizzonti concreti per l’ingresso di nessuno dei paesi candidati, nemmeno per Serbia e Montenegro che sono più avanti nei negoziati di adesione e tanto meno per Albania e Macedonia del Nord in attesa di aprire i negoziati ormai da due anni.</p>



<p>I nodi e gli ostacoli alla piena integrazione comunitaria dei Balcani sono molteplici e per lo più politici.</p>



<p>Primariamente, ci si chiede come far funzionare l’Unione e i suoi apparati cosi complessi con 29 e più avanti con 31 membri senza un nuovo trattato che riformi sostanzialmente il sistema Ue e sciolga le debolezze strutturali che impantanano il processo decisionale su alcuni temi cruciali, su tutti la politica estera.</p>



<p>Il paese più scettico all’allargamento a quei paesi di una regione da sempre centrale negli eventi,&nbsp; equilibri e non meno interessi strategici del vecchio continente resta la Francia, che già nel 2019 aveva posto il veto all’avvio dei negoziati di adesione per Albania e Macedonia del Nord.</p>



<p>Il no francese è giustificato con il desiderio di Macron di riformare l’Unione prima di allargarla.</p>



<p>Diversamente, i dubbi olandesi e danesi sono connessi a questioni di sicurezza, considerando il peso – oggettivamente un macigno- della criminalità organizzata e dei traffici che coinvolgono i paesi dei Balcani.</p>



<p>Ma il vero ostacolo è legato a questioni bilaterali, figlie di retaggi storici ed egoismi nazionali.</p>



<p>I rapporti tra Serbia e Kosovo sono ben lontani dall’essere normalizzati e nelle ultime settimane l’ennesima frattura ha avuto come oggetto le targhe automobilistiche.</p>



<p>Altrettanto difficile e conseguenza di nazionalismo e odio mai sopito è il veto che pone la Bulgaria alla Macedonia del Nord.</p>



<p>La Bulgaria difatti, penultimo paese ad essere stato accolto nella famiglia europea nel 2007, non vede di buon occhio l’ingresso nell’Unione della Macedonia del nord- di cui non riconosce l’identità storica e linguistica &#8211; paese che più di altri si è impegnato fortemente per raggiungere l’agognata integrazione europea, tanto da aver posto fine – con gli accordi di Prespa – alla disputa sul nome con la Grecia.</p>



<p>Rallentamenti e paludi che imprigionano anche l’Albania, il cui percorso comunitario procede parallelamente alla Macedonia del Nord.</p>



<p>Il paese delle Aquile – con la Macedonia del nord – attende di aprire formalmente i negoziati di adesione. Delusione, ma anche rassegnazione, filtrano dai leader – su tutti Edi Rama, premier albanese che ha incentrato la sua leadership sull’obbiettivo europeo, al pari del presidente macedone Zoran Zaev.</p>



<p>L’adesione dell’Albania all’Ue è fortemente sostenuta dall’Italia, che considera il paese al di là dell’Adriatico&nbsp; partner strategico&nbsp; sotto molti punti di vista, economico ( l’Italia è il primo partner commerciale del paese), geopolitico, culturale, e soprattutto per questioni legate alla sicurezza &nbsp;anche nazionale.</p>



<p>L’Italia da sempre – e con ogni governo – si conferma pro- allargamento, convinta che con l’Albania e i Balcani occidentali pienamente europei siano un vantaggio anche per gli interessi nazionali. Solo con l’Albania, al di là della vicinanza geografica e dei fatti del passato che hanno portato 30 anni fa migliaia di albanesi in Italia, l’interscambio economico tra i due paesi raggiunge percentuali importanti.</p>



<p>Ma lo stallo acclarato a Brno e la palude che imprigiona i Balcani e il processo di allargamento, impedisce di delineare prospettive e tempi certi, demotivando leader e cittadini di quei paesi, che impotenti vedono l’orizzonte europeo allontanarsi sempre di più.</p>



<p>Con il rischio&nbsp; &#8211; concreto – che i Balcani occidentali si lascino sedurre da altre potenze economiche e geopolitiche, Russia – che spera di riconquistare influenza nella regione – Turchia e Cina che già ha messo piede nella regione dopo il prestito non restituito al Montenegro per la costruzione dell’autostrada.</p>



<p>Un rischio, quello di&nbsp; “perdere i suoi Balcani”,&nbsp; che l’Unione Europea non può assolutamente permettersi e che forse dovrebbe indurla a rivedere le sue priorità e strategie, mettendo in secondo piano i pensieri Indo- Pacifici.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/2527/">La palude di veti che imprigiona i Balcani occidentali</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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		<title>Sarà davvero global Britain? Il futuro della cooperazione in politica estera UE-UK</title>
		<link>https://www.mondodem.it/2511/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Leonardo De Agostini]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 22 Sep 2021 12:33:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’assenza di ogni riferimento all&#8217;Unione Europea nella Integrated Review del Regno Unito – documento programmatico della politica estera&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>L’assenza di ogni riferimento all&#8217;Unione Europea nella <em>Integrated Review</em> del Regno Unito – documento programmatico della politica estera britannica pubblicato ad inizio 2021- ha sorpreso più di un analista. Infatti, se i continui riferimenti del governo conservatore guidato da Boris Johnson ad una “global Britain”, e la ‘politica’ di Brexit, lasciavano presagire una svolta in questa direzione, nessuno si aspettava una posizione così netta: Il <strong>documento</strong> <strong>manca di qualsiasi riflessione su come interfacciarsi con l’Unione su temi di politica estera</strong>.</p>



<p>Ma quali sono le prospettive a lungo termine per una possibile cooperazione UE-UK in materia? Le mutevoli condizioni del sistema internazionale e i vantaggi reciproci fanno pensare ad una probabile collaborazione fra le parti. Una partnership nel campo della difesa e sicurezza infatti, potrebbe facilmente essere vista come un gioco a somma positiva. I legami storici e strategici, nonché le imponenti risorse britanniche nel campo della difesa &#8211; UK rappresentava circa il 25% delle spese di difesa UE- potrebbero giustificare la formulazione di un accordo ad hoc. Ad esempio, l’Unione potrebbe considerare di invitare il Regno Unito ai meeting del Consiglio Affari Esteri qualora si discutano temi PSDC, in una sorta di formato ‘EU27+1’. L’ambito della Politica di Sicurezza e di Difesa Comune potrebbe infatti rappresentare un ottimo punto d’inizio, data la sua natura intergovernativa e la flessibilità offerta dai suoi strumenti.</p>



<p>Un esempio calzante dell’attuale situazione è offerto dalle relazioni dell’ultimo anno dei due attori con Mosca. Infatti, nonostante la tanto discussa ‘<strong>svolta verso il Pacifico’</strong>, la Russia viene identificata nella <em>Review</em> come “la minaccia più acuta alla sicurezza britannica”, di un Regno Unito quindi, ancora strategicamente ancorato al continente. Il caso di Mosca, evidenziando i trend emergenti, può aiutarci a riflettere sulla futura cooperazione UE-UK, specialmente guardando a due temi: la minaccia cyber e le sanzioni.</p>



<p>Per quanto riguarda il primo, la Gran Bretagna era nettamente la prima potenza cyber nell’UE, al terzo posto al mondo secondo il ‘Cyber power Index’ del Belfer Center dell’Università di Harvard, davanti alla Russia stessa (4’), peraltro. Con Brexit gli Stati membri hanno così perso un leader in termini di risorse ed expertise, il Regno Unito, che tra l’altro si è da poco dotato di una nuova ‘National Cyber Force’ (NCF). Annunciata a novembre 2020, la nuova agenzia conterà più di 2000 operativi, provenienti dai servizi di intelligence e dalle forze armate. Quello del mondo cyber è quindi l’esempio di un campo nel quale Londra può permettersi di ‘fare da sola’, e dove gli alleati EU farebbero meglio a stare al passo, <a href="https://www.mondodem.it/osservatori/democrazia-2-0/cybersecurity-e-futuro-una-sfida-di-importanza-capitale/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Italia compresa</a>.</p>



<p>Al contrario, l’imposizione di sanzioni alla Russia è esemplificativa di interessi e metodi convergenti, che nel lungo periodo potrebbero – auspicabilmente- essere formalizzati in una cooperazione &#8211; anche minimamente- strutturata. Prendiamo ad esempio le sanzioni che hanno seguito l’avvelenamento di Alexei Navalny, ad ottobre 2021. Se è vero che Londra si è mossa in anticipo sanzionando Mosca &#8211; con sanzioni di tipo ‘<a href="https://www.mondodem.it/policy-brief/dopo-la-solidarieta-i-fatti-applicare-il-magnitsky-act-per-il-caso-regeni/">Magnitsky</a>’- già ad ottobre, mentre il consiglio UE ha atteso marzo 2021, va notato come entrambi abbiano, per la prima volta, introdotto sanzioni di questo tipo. È quindi interessante notare come, seppur con tempi diversi, sia UK che UE abbiano scelto lo stesso strumento per sanzionare Mosca, spingendosi oltre quanto fatto finora. Se, per loro natura, le sanzioni sono più efficaci tanto maggiore è il numero degli Stati che le impone, per la Gran Bretagna del dopo Brexit sarà quindi fondamentale procedere di comune accordo con i 27 per futuri regimi sanzionatori. Ancora una volta, un regime di co-implementazione ‘EU27+1’ sembrerebbe uno scenario auspicabile e le aspettative sono alte.</p>



<p>Se per il governo Johnson Brexit significa guardare oltre l’Europa, la realtà sembra bussare a Downing Street. Infatti, come evidenziato in un recente rapporto dell’EUISS (l’istituto per gli studi strategici dell’UE), la Gran Bretagna è destinata a rimane un cardine della difesa europea. Se, per ora, si è evidenziato un rifiuto di relazioni istituzionalizzate, nel lungo termine emergerà la necessità di riarticolare le relazioni diplomatiche in forma più strutturata, a partire da opzioni bi/tri-laterali su temi specifici. Di conseguenza, sia l’UE che UK dovranno ripensare le proprie ambizioni regionali e globali. Nelle parole dell’HR/VP Borrel: <em>“con Brexit molto diventa più complicato. Quanto, dipenderà dalle scelte che entrambe le parti faranno”</em>.</p>



<p>Per concludere, se Londra passa da un “europeismo pragmatico” a un impegno selettivo, con ambizioni e narrativa ‘globali’, l’Unione &#8211; e l’Italia- dovranno farsi trovare pronti: a cercare di coinvolgere il governo d’oltremanica quando possibile, ed il coordinamento sulla sanzioni potrebbe essere la scelta più ovvia. D’altra parte, nel sistema multi-polare post-Brexit, la Gran Bretagna per essere rilevante dovrà rendersi un membro indispensabile delle coalizioni di cui vuole far parte. Parallelamente, i 27 potranno continuare sulla strada di una maggiore integrazione europea in politica estera.</p>
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		<title>Quoi qu’il en coute: il Recovery Plan francese.</title>
		<link>https://www.mondodem.it/2932/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Mar 2021 17:16:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[recovery]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Iniziamo a entrare nel merito dei vari Recovery plan analizzati nel nostro Dossier: oggi sul nostro profilo Claudia Schettini discute con Francesco Maselli del&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Iniziamo a entrare nel merito dei vari Recovery plan analizzati nel nostro <a href="https://www.mondodem.it/dossier-recovery-fund/">Dossier</a>: oggi sul nostro profilo Claudia Schettini discute con Francesco Maselli del piano francese. <a href="https://www.instagram.com/tv/CMxUz3lIY_v/?utm_source=ig_web_copy_link">Rivedi qui.</a> </p>
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		<title>Export del vino italiano in Cina: le sfide per il mercato italiano e come uscirne vincitori</title>
		<link>https://www.mondodem.it/2250/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Livio di Salvatore]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 31 Oct 2020 16:51:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[Cina]]></category>
		<category><![CDATA[vino]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il settore del vino è stato colpito molto duramente dall’impatto del Covid19: a mettere in ginocchio numerose cantine&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Il settore del vino è stato colpito molto duramente dall’impatto del Covid19: a mettere in ginocchio numerose cantine italiane è stata la chiusura, durante il <em>lockdown</em>, di tutto il comparto HoReCa (hotel, bar e ristorazione). Questo, infatti, è uno sbocco importantissimo per tutto il settore del vino italiano, ma fondamentale per quelle cantine che non hanno le dimensioni, i volumi e la struttura per poter vendere il proprio prodotto sugli scaffali dei supermercati italiani in modo profittevole. Anche dopo la riapertura, la parziale paralisi dei mercati internazionali e il blocco del turismo hanno rallentato la ripresa delle aziende vinicole. <strong>Ma c’è un posto nel mondo in cui i consumi hanno ritrovato vitalità, in cui si è tornati a stappare bottiglie di vino importato</strong>, e che può dare respiro a coloro che producono vino: si tratta della Cina.</p>



<p>Certo, anche prima dell’epidemia quello cinese era un mercato che faceva gola a un gran numero di produttori, con i suoi 2,2 miliardi di euro di importazioni di vino nel 2019 – 140 milioni solo di vino italiano (dati Nomisma) – un <strong>import vinicolo sostanzialmente raddoppiato in pochi anni</strong>, con una crescita tumultuosa.</p>



<p>Tuttavia, la Cina è un mercato che offre tante opportunità quante sono le sfide.</p>



<p><strong>Quali sono gli ostacoli maggiori che incontra il vino italiano nell’accedere al ricco mercato cinese?</strong></p>



<p>Innanzitutto, una <strong>burocrazia</strong> complessa e delicata. Infatti, per poter superare i controlli della dogana cinese, le bottiglie di vino devono essere corredate di numerosi documenti tra certificati, analisi chimiche ed etichette tradotte in cinese.</p>



<p>Ostacolo ancora più importante è quello dei <strong>dazi</strong> – per andare a toccare un argomento particolarmente caldo di questi tempi quando si parla di Cina – che rischiano di neutralizzare un grande punto di forza del vino italiano, ovvero l’invidiabile rapporto qualità-prezzo.</p>



<p><strong>L’Italia è solo il quarto più grande produttore di vino importato in Cina</strong> – fino all’anno scorso era il quinto, ha da poco superato la Spagna – in coda ad Australia, Francia e Cile. Ad esclusione della Francia (anch’essa da poco tragicamente sorpassata dall’Australia), cosa accomuna gli altri due paesi? Non una gloriosa tradizione enologica, per lo meno se confrontati agli altri due contendenti, bensì l’assenza di dazi all’ingresso del mercato cinese. I dazi pagati dai vini australiani e cileni, infatti, sono pari a zero, a differenza di quelli italiani che, a seconda dei casi, pagano dal 14% al 20%. Questo comporta un significativo aumento di prezzo che viene scaricato sulle spalle del consumatore, il quale di conseguenza è meno invogliato a gettarsi nell’esplorazione del magnifico panorama enologico italiano.</p>



<p>Qui si tocca un altro tasto dolente: <strong>l’immensa varietà del vino del Bel Paese è risultata fino ad ora essere un peso </strong>piuttosto che una ricchezza. L’Italia ha avuto una scarsa capacità di fare sistema come nazione del vino, soprattutto se confrontata alla Francia che sin dagli anni ’80 ha saputo abilmente costruire un brand di 法国葡萄酒<em>faguo putaojiu</em> (vino francese) di inequivocabile ed eccezionale efficacia. Gli italiani, invece, impelagati in <strong>campanilismi e rivalità territoriali</strong>, giungono sul mercato cinese con una miriade di varietà differenti che, come gli stessi italiani ci tengono a specificare, sono assolutamente diverse tra loro. Il messaggio che passa non è “il vino italiano è di qualità”, bensì un microcosmo di molteplici varietà, in cui i prodotti vengono inquadrati in categorie man mano più ridotte, con il legittimo obiettivo di differenziare il proprio vino, rischiando tuttavia di perdere una visione d’insieme. Il caso francese dimostra che il mancato sforzo di semplificazione faccia sì che il consumatore cinese, mediamente ancora poco esperto, si trovi <strong>confuso, spaesato, scoraggiato.</strong></p>



<p><strong>Cosa possono fare le istituzioni per risolvere questi problemi?</strong></p>



<p>È risaputo come la Cina propenda per trattative bilaterali con i singoli Stati piuttosto che l’adesione a trattati multilaterali. L’Australia ha saputo sfruttare i rapporti commerciali estremamente privilegiati con la Cina per dare spinta a un settore con grande potenziale. Il Cile ha deciso a tavolino, facendo sedere insieme filiera produttiva e istituzioni, che avrebbero fatto decollare il vino cileno attraverso uno sforzo collettivo, facendo in più leva sui buoni rapporti diplomatici con la Cina (grazie alla sua politica terzomondista di lunga data) per strappare condizioni favorevoli per l’export.</p>



<p>L’Italia, le cui esportazioni valgono un terzo del PIL, potrebbe leva sia sulla <strong>congiuntura relativamente positiva in fatto di rapporti diplomatici sino-italiani</strong> che sul grande potere del brand “Made in Italy” in fatto di lusso e moda, così come le nostre eccellenze del know-how in campo meccanico e farmaceutico. Tuttavia, non bisogna neanche far sì che uno sforzo per incrementare l’esportazione di uno specifico bene venga percepito, da parte cinese o di paesi terzi, come una generale volontà italiana di accettare la logica cinese della prevalenza dei rapporti bilaterali. Incrinare il fronte europeo nei rapporti commerciali con la Cina significherebbe, per l’Italia, accettare di negoziare da junior partner con il gigante cinese, invece che da pari a pari come UE. Già la firma del Memorandum d’Intesa per la Nuova Via della Seta, da tutti interpretata per il suo valore politico-strategico e non commerciale, è sembrata incrinare non poco la collocazione euro-atlantica del nostro paese.</p>



<p>Meno politicamente sensibile ma altrettanto fruttuoso sarebbe invece agire dentro i confini italiani, investendo su organi nazionali veramente autorevoli e super partes che sappiano <strong>creare una visione unitaria, coerente e chiara per l’export vinicolo italiano</strong>; che sappiano cioè creare quel messaggio forte che dica “il vino italiano è di qualità”. Mettere insieme gli attori della filiera e delle istituzioni, rinunciando tutti a un pizzico di orgoglio in cambio di grandi vantaggi per l’intero paese, è un’impresa difficile, ma sicuramente non impossibile.</p>
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		<title>Cosa sta succedendo a Hong Kong</title>
		<link>https://www.mondodem.it/2041/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessia Paolillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 29 May 2020 14:56:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[Cina]]></category>
		<category><![CDATA[Hong Kong]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Una nota di aggiornamento su quello che succede a Hong Kong Per quanto riguarda Hong Kong, su MondoDem&#8230;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<h4 id="una-nota-di-aggiornamento-su-quello-che-succede-a-hong-kong" class="has-text-align-center wp-block-heading">Una nota di aggiornamento su quello che succede a Hong Kong</h4>



<p class="has-drop-cap">Per quanto riguarda <strong>Hong Kong,</strong> su MondoDem ci siamo lasciati a fine novembre dell’anno scorso. Dopo aver tirato le somme delle grandi proteste che hanno infervorato le vie della città e delle elezioni per i consigli distrettuali che hanno visto una <strong>vittoria dei partiti pandemocratici</strong>, gli Stati Uniti, sempre più presenti e attenti alle vicende di Hong Kong, hanno emanato l’<strong>Hong Kong Human Rights and Democracy Act. </strong>Con tale provvedimento gli USA si sono dotati dello strumento atttraverso il quale emanare sanzioni per la Cina o gli ufficiali di Hong Kong responsabili per la violazione dei diritti umani a Hong Kong.</p>



<p>Il 23 gennaio 2020 Hong Kong presenta una <strong>legge</strong>, da approvare a luglio, <strong>contro il vilipendio dell’inno nazionale cinese</strong>.</p>



<p>Il 27 gennaio a Hong Kong alcuni manifestanti danno fuoco ad una struttura adibita ad ospitare dei cittadini provenienti da Wuhan affetti da coronavirus presenti in quel momento sul suolo Hongkonghese.</p>



<p>A febbraio inizia la quarantena per la città, che viene poi rinnovata ad aprile per una seconda volta, dopo una prima sospensione.</p>



<p>A maggio termina definitivamente il <em>lockdown</em> e le proteste riprendono in modo massiccio, prima nei centri commerciali, poi in strada.</p>



<p> Questo breve riepilogo ci è utile per mostrare come la tensione ad Hong Kong non sia in realtà mai calata, e come Pechino non abbia mai mollato la presa sulla regione amministrativa speciale.</p>



<p>Venerdì 22 maggio è stata inaugurata <strong>la tredicesima Assemblea Nazionale del Popolo</strong>, con due mesi di ritardo rispetto alla consuetudine – l’assemblea infatti si riunisce generalmente a marzo – a causa dell’emergenza coronavirus. L’evento è tendenzialmente caratterizzato da un’agenda prefissata e prevedibile, che tendenzialmente esalta le grandi conquiste raggiunte nel corso dell’anno precedente e preannuncia le nuove, che dovranno essere raggiunte nell’anno venturo. Ma quest’anno è diverso. Non solo Pechino deve fronteggiare la grande emergenza sanitaria che ha sconvolto il Paese – che ha registrato per la prima volta dal 1976 un calo sostanziale della crescita del PIL – ma si ritrova a fare i conti con una “provincia ribelle” che sembra non avere intenzione di arrestarsi facilmente.</p>



<p>Fin dal primo giorno dell’Assemblea è stata annunciata l’intenzione, poi confermata il 28 maggio, di redigere e approvare una <strong>legge sulla sicurezza nazionale</strong> per Hong Kong. Quindi, dal 28 maggio, è stata approvata la risoluzione che prevede per il comitato permanente dell’Assemblea l’inizio della scrittura di una bozza di legge – questa infatti non esiste già e non è ancora in vigore. Sebbene non ancora definita, la legge presenta già una cornice ben definita dall’Assemblea. Essa dovrà <strong>condannare</strong> tutti quegli <strong>atti</strong> che vengano registrati come “<strong>sovversivi, secessionisti, terroristici o di interferenza internazionale</strong>”.  Le leggi verranno applicate “per promulgazione”, bypassando il parlamento locale, secondo una formula che, sebbene legale, risulta evidentemente una forzatura.</p>



<p>Il timore infatti è che Pechino possa e voglia accelerare notevolmente il processo di rientro di Hong Kong nella <em>mainland</em>, rinuncciando al principio “un paese-due sistemi” su cui si è fondato il rapporto della città con la Repubblica Popolare dal 1997, anno in cui è tornata nel territorio cinese dopo un accordo stretto con l’Inghilterra. Il rischio è l&#8217;imposizione di un nuovo paradigma <strong>“un paese-un sistema”</strong>, nel quale Hong Kong perderebbe lo stato di autonomia conquistato fino a questo momento e tanto rivendicato con le molteplici manifestazioni. Sia Pechino che Hong Kong non hanno intenzione di indietreggiare rispetto ai loro obiettivi, tanto più data la situazione contingente a livello sia interno che esterno.</p>



<p>A livello domestico, infatti, la Cina sta inasprendo la sua politica nei confronti di Hong Kong per stimolare nella popolazione quel sentimento nazionalista che le viene incontro nei momenti di grave crisi: <strong>l’arretramento del PIL</strong> pone un grande <strong>problema alla leadership</strong> e alla fiducia che la popolazione vi ripone. Si sta registrando, infatti, la perdita di ingenti posti di lavoro in aperto contrasto con uno dei progetti principali di Xi Jinping, quello di “una società moderatamente benestante”.</p>



<p>A livello internazionale, gli <strong>Stati Uniti</strong> hanno rimarcato nuovamente il divario che li divide dalla Cina, con la dichiarazione di Mike Pompeo che ha affermato come <strong>l’alto grado di autonomia di Hong Kong non esista più</strong>. Hong Kong verrebbe considerata quindi come parte integrante della Cina e sottoposta a sanzioni. Trump ha convocato per oggi, 29 maggio, una conferenza stampa interamente a tema Cina, ormai cavallo di battaglia della sua campagna di corsa alla presidenza.</p>



<p>In un momento storico in cui la situazione legata alla vicenda di Hong Kong, ormai inevitabilmente intrecciata ad altre grandi questioni internazionali, sembra correre più veloce di quanto previsto, viene spontaneo domandarsi quali possano essere i suoi sviluppi: Cina e Stati Uniti si scontreranno direttamente? I movimenti di rivolta verranno definitivamente soppressi? Hong Kong riuscirà a resistere alla morsa di ferro della Cina?</p>



<p>Purtroppo, come l’esperienza ci insegna, sarà solo lo scorrere degli eventi a dircelo.</p>
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		<title>La politica italiana e la nuova mania degli osservatori Osce. Ma chi sono costoro?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Nov 2017 16:32:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[Di Maio]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni 2018]]></category>
		<category><![CDATA[OSCE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Cono Giardullo* Mai si è sentito tirare in ballo nel dibattito politico un’organizzazione internazionale come l’OSCE quanto&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/886/">La politica italiana e la nuova mania degli osservatori Osce. Ma chi sono costoro?</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Di Cono Giardullo*</em></p>
<p>Mai si è sentito tirare in ballo nel dibattito politico un’organizzazione internazionale come l’OSCE quanto in questi giorni. Chi sono e cosa fanno <strong>questi fantomatici osservatori dell’OSCE</strong>, gli unici a poter controllare la “validità del voto”, secondo il Movimento 5 Stelle?</p>
<p>Le prime domande sono sorte a ridosso delle elezioni regionali siciliane del 5 Novembre scorso, quando il candidato premier del Movimento 5 Stelle, <strong>Luigi di Maio, ha <a href="http://www.beppegrillo.it/2017/10/losce_monitori_le_elezioni_del_5_novembre_in_sicilia_iovotolibero.html">richiesto</a> l’intervento dell’OSCE</strong> per avviare un’attività di monitoraggio elettorale e far fronte al “serio problema della libertà di voto”. La Presidente di Fratelli d’Italia-Alleanza Nazionale, Giorgia Meloni, ha però tenuto a <a href="https://twitter.com/GiorgiaMeloni/status/925374371195162624">ricordare</a> (sic!) che gli osservatori OSCE “di norma vanno in scenari di guerra o dove la democrazia è a rischio”.</p>
<p>Respinta la <a href="http://documenti.camera.it/leg17/resoconti/commissioni/bollettini/pdf/2017/10/31/leg.17.bol0901.data20171031.com01.pdf">risoluzione</a> in Commissione Affari Costituzionali del M5S e la <a href="http://www.beppegrillo.it/immagini/Lettera%20-%20OSCE%20-%20richiesta%20vigilanza%20su%20elezioni.pdf">lettera</a> del candidato alla Presidenza regionale Cancelleri, il Governo italiano non ha richiesto all’OSCE di condurre una missione di valutazione elettorale. E’ utile ricordare che organizzazioni come l’OSCE/ODIHR si basano su ben consolidate consuetudini. <strong>Di rado l’ODIHR monitora elezioni locali e quando si prodiga, lo fa coprendo l’interezza del territorio nazionale.</strong> A mo’ di paragone: nel 2016 su 20 elezioni programmate, il monitoraggio in elezioni locali è avvenuto solo in Bosnia Erzegovina; nel 2017, su 19 elezioni calendarizzate, gli osservatori hanno monitorato le elezioni locali solo in Macedonia; e per il 2018 delle 18 elezioni programmate, neanche una sarà locale. In ogni caso, a nostra conoscenza, l’ODIHR non ha mai osservato un’elezione regionale, e di certo non in Italia.</p>
<p>Ma la diatriba si è rinnovata in questi giorni, quando il 25 novembre scorso Di Maio ha lanciato <strong>un nuovo <a href="https://twitter.com/luigidimaio/status/934401671932928001">appello</a> all’OSCE affinché monitori la campagna elettorale</strong> in Italia per evitare il voto di scambio e la diffusione di <em>fake news</em>, mentre la Meloni il 29 novembre ha <a href="https://twitter.com/GiorgiaMeloni/status/935923162776326144">tacciato</a> la nuova dichiarazione dei 5 Stelle di allarmismo, perché ancora una volta l’OSCE interviene “nei paesi in guerra dove la democrazia è sospesa”.</p>
<p><em><u>Cos’è l’ODIHR e quali elezioni monitora?</u></em></p>
<p><strong>L’Ufficio per le Istituzioni Democratiche e i Diritti Umani</strong> (OSCE/ODIHR) è l’istituzione principale dell’OSCE per assistere i <a href="http://www.osce.org/it/participating-states">57 Stati Partecipanti dell’OSCE</a> “ad assicurare il pieno rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali, ad attenersi allo stato di diritto, a promuovere i principi della democrazia e (…) a edificare, rafforzare e tutelare le istituzioni democratiche, nonché a promuovere la tolleranza nella società” (Documento del Summit di Helsinki, 1992).</p>
<p>L’OSCE/ODIHR, con sede a Varsavia (Polonia), ha iniziato a operare nel 1991 ed è la più importante agenzia europea nell’ambito dell’osservazione elettorale. Ogni anno coordina e organizza il dispiegamento di migliaia di osservatori per valutare se le elezioni nell’area OSCE si svolgano in linea con gli impegni OSCE, gli altri standard internazionali per elezioni democratiche e la legislazione nazionale. <strong>L’ODIHR può monitorare le elezioni in ognuno degli Stati Partecipanti.</strong></p>
<p>Su invito della Rappresentanza diplomatica presso l’OSCE a Vienna o l’ODIHR a Varsavia, o su invito del governo, di solito in Italia formulato dal Ministero degli Interni o degli Esteri, l’ODIHR invia una Missione di Esplorazione che raccomanda, a seconda dei bisogni identificati, in scala crescente: a) di non procedere con <strong>nessun ulteriore invio</strong> di una missione di valutazione elettorale, es. elezioni parlamentari in <a href="http://www.osce.org/odihr/elections/france/311081?download=true">Francia</a> nel giugno 2017; b) una <strong>squadra di esperti elettorali</strong> (<em>EET, </em>dall’acronimo in inglese), es. elezioni parlamentari in <a href="http://www.osce.org/odihr/elections/norway/333011?download=true">Norvegia</a> nel settembre 2017; c) una <strong>missione di valutazione elettorale </strong>(EAM), es. elezioni parlamentari in <a href="http://www.osce.org/odihr/elections/czech-republic/333691?download=true">Repubblica Ceca</a> nell’ottobre 2017; d) una <strong>missione di valutazione elettorale limitata</strong> (<em>LEOM</em>), es. elezioni presidenziali in <a href="http://www.osce.org/odihr/elections/mongolia/313571?download=true">Mongolia</a> nel giugno 2017; oppure e) una <strong>missione di osservazione elettorale </strong>(EOM), es. elezioni presidenziali in <a href="http://www.osce.org/odihr/elections/329346?download=true">Kirghizistan</a> nell’ottobre 2017.</p>
<p><a href="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2017/11/OSCE.png"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-887" src="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2017/11/OSCE.png" alt="" width="499" height="639" srcset="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2017/11/OSCE.png 499w, https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2017/11/OSCE-234x300.png 234w" sizes="(max-width: 499px) 100vw, 499px" /></a></p>
<h6 id="dal-sito-osce-odihr-i-tipi-di-missione-elettorale"><em>Dal sito <a href="http://www.osce.org/odihr/elections/325441">OSCE/ODIHR</a>: i tipi di missione elettorale.</em></h6>
<p><em><u>Quali elezioni ha monitorato l’ODIHR in Italia?</u></em></p>
<p>L’ultima <a href="http://www.beppegrillo.it/immagini/immagini/letteraocse.pdf">lettera</a> del Movimento 5 Stelle, inviata all’ODIHR oggi grida vittoria, presentando un dettagliato resoconto delle presunte violazioni elettorali in Sicilia ed esprimendo soddisfazione per la notizia riportata da Varsavia quanto al possibile monitoraggio delle nostre elezioni. La questione però è l’ODIHR non verrà perché’ invitata dal M5S, e non monitora le elezioni nella nostra penisola per la prima volta”. Al contrario, l’intervento degli osservatori internazionali è una pratica consolidata durante gli ultimi tre turni di elezioni generali, e da oltre un decennio.</p>
<p>L’ODIHR ha monitorato le elezioni parlamentari italiane nel <a href="http://www.osce.org/it/odihr/elections/italy/19405?download=true">2006</a>, nel <a href="http://www.osce.org/it/node/33280?download=true">2008</a> e nel <a href="http://www.osce.org/odihr/98855?download=true">2013</a>. Nel 2013, l’invito è pervenuto dalla Rappresentanza permanente d’Italia presso l’OSCE e una Missione di Esplorazione (<em>NAM</em>) ha visitato il paese un mese e mezzo prima per valutare il clima pre-elettorale e la preparazione delle elezioni, conducendo una serie di incontri con interlocutori politici e funzionari ministeriali. Quest’ultima missione ha poi raccomandato all’ODIHR di organizzare una <em>Missione di Valutazione elettorale Limitata </em>(LEOM), composta da 10 osservatori di lungo periodo e un team principale di analisti (<em>core team</em>).</p>
<p>Nel 2008, a seguito dell’invito del Ministero degli Affari Esteri italiano e su raccomandazione della NAM, l’ufficio ha organizzato una <em>Missione di Valutazione elettorale</em> (EAM).</p>
<p>Nel 2006, su invito del Ministero dell’Interno italiano e su raccomandazione della NAM, l’ufficio ha organizzato una <em>Missione di Valutazione elettorale</em> (EAM). <strong>È stato il primo invito a osservare le elezioni in Italia rivolto all’ODIHR.</strong><strong> </strong></p>
<p>Considerati i tre precedenti, di certo il Governo italiano deciderà di invitare l’ODIHR a compiere una Missione di Esplorazione in vista delle elezioni parlamentari del Marzo 2018, come previsto e <a href="https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/11/28/elezioni-osce-se-invitati-valuteremo-se-mandare-gli-osservatori-durate-il-voto/4007072/">comunicato</a> il 28 novembre.</p>
<p><em>*Cono Giardullo: Salernitano, piccione viaggiatore, classe 1986. Attualmente in forze all’OSCE in Ucraina, dopo trascorsi in Centro Asia, con base a Bishkek, e Maghreb, partendo da Tunisi. Sempre occupandosi di diritti umani, ricerca e lavoro si basano su questioni relative allo stato di diritto in contesti post-rivoluzionari o di conflitto. Laureato in Giurisprudenza a Ferrara, con pit stop a Parigi, ha concluso gli studi al Collegio d’Europa in Relazioni Internazionali dell’UE. Dopo le lingue latine, si è dato al russo, non sapendo se ne porterà mai a termine lo studio, mentre collabora regolarmente con AffarInternazionali.it occupandosi di Europa orientale. Su Twitter appare come @conogiardullo</em></p>
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		<title>Thaler, un Nobel per l&#8217;economia dell&#8217;individuo imperfetto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Clara Capelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Oct 2017 11:38:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[behavioural economics]]></category>
		<category><![CDATA[nobel economia]]></category>
		<category><![CDATA[nudge]]></category>
		<category><![CDATA[thaler]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Proverò a spenderli nel modo più irrazionale possibile”, questa la risposta del Nobel 2017 per l’Economia Richard Thaler&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><span lang="IT" style="margin: 0px;line-height: 107%;font-family: 'Georgia',serif;font-size: 12pt"><span style="color: #000000">“Proverò a spenderli nel modo più irrazionale possibile”, questa la risposta del Nobel 2017 per l’Economia Richard Thaler (Università di Chicago) al New York Times che gli chiedeva come avrebbe utilizzato i soldi del premio assegnato ogni anno dalla Banca centrale svedese. </span></span></p>
<p><span lang="IT" style="margin: 0px;line-height: 107%;font-family: 'Georgia',serif;font-size: 12pt"><span style="color: #000000">Thaler ha dedicato la sua carriera accademica allo studio della cosiddetta “economia comportamentale” (o<em> behavioural economics</em>), disciplina che – semplificando – indaga le decisioni degli agenti economici appoggiandosi sulla psicologia. I suoi contributi più importanti riguardano proprio la questione della “razionalità” di tali soggetti: non sempre facciamo le scelte più razionali o efficienti, anzi, a volte ci comportiamo in modo decisamente irrazionale, con conseguenze nefaste per il sistema economico. </span></span></p>
<p><span lang="IT" style="margin: 0px;line-height: 107%;font-family: 'Georgia',serif;font-size: 12pt"><span style="color: #000000">Qualcuno si ricorderà infatti di Thaler per il suo cameo accanto alla pop star Selena Gomez nel film “La grande scommessa”, in cui spiega come un comportamento di fatto “non razionale” abbia contributo alla crisi finanziaria. Se le prime operazioni finanziarie, benché rischiose, hanno successo, un individuo sarà portato a continuare in quella direzione, convinto che la fortuna non lo abbandonerà. Persistendo su questa via, l’investitore finanziario amplificherà la bolla finanziaria fino a rimanerne anch’esso travolto quando questa esplode.</span></span></p>
<p>https://www.youtube.com/watch?v=WStmFKp1x3g</p>
<p><span lang="IT" style="margin: 0px;line-height: 107%;font-family: 'Georgia',serif;font-size: 12pt"><span style="color: #000000">Se i soggetti economici non sono razionali, si rende allora necessario predisporre una serie di misure per creare non degli incentivi, ma dei “pungoli”, o <i>nudges</i> come li ha definiti Thaler stesso in suo celebre libro del 2009, per orientare il comportamento di questi ultimi. Particolarmente diffusa e apprezzata nel mondo anglosassone, la teoria del nudge è stata adottata da alcuni progetti pilota della pubblica amministrazione, come per esempio il programma britannico Nest per incoraggiare i lavoratori a iscriversi a uno schema pensionistico. </span></span></p>
<p><span lang="IT" style="margin: 0px;line-height: 107%;font-family: 'Georgia',serif;font-size: 12pt"><span style="color: #000000">L’approccio di Thaler è significativamente diversa da quella del Premio Nobel 1995 per l’Economia Robert Lucas, padre insieme a Thomas Sargent (Premio Nobel nel 2011) della teoria delle “aspettative razionali”, secondo la quale un agente economico sceglie e opera sulla base di considerazioni informate ed efficienti. Proprio Lucas nel 2007 esprimeva sulle pagine del Wall Street Journal il suo scetticismo riguardo al fatto che i mutui subprime potessero contaminare il mercato e indurre una recessione. </span></span></p>
<p><span lang="IT" style="margin: 0px;line-height: 107%;font-family: 'Georgia',serif;font-size: 12pt"><span style="color: #000000">La visione di Lucas ci sembra ora troppo ottimista, centrata su un <i>homo oeconomicus</i> pressoché onnisciente. Eppure per molti anni ha modellato la teoria economica dominante, corroborando la convinzione che gli individui debbano essere lasciati liberi di agire come meglio credono, perché ciò porterà alla migliore e più efficiente configurazioni economica. Insieme ad altri filoni di ricerca, l’economia comportamentale ha mitigato e rimesso in discussione questo approccio; il Nobel a Thaler segue quelli assegnati a Daniel Kahnemann e Vernon Smith nel 2002, proprio per avere integrato la psicologia nello studio dei fenomeni economici, oppure a Robert Schiller nel 2013 per il suo lavoro sull’inefficienza dei mercati finanziari. </span></span></p>
<p><span lang="IT" style="margin: 0px;line-height: 107%;font-family: 'Georgia',serif;font-size: 12pt"><span style="color: #000000">La scelta della Banca centrale svedese pare dunque confermare un’apertura verso un’economia meno meccanicista e più orientata al grande assente delle teorie degli ultimi decenni: l’essere umano in tutte le sue imperfezioni, che solo la politica può avvicinare a un progetto virtuoso e condiviso. </span></span></p>
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		<title>Benvenuta MondoDem!</title>
		<link>https://www.mondodem.it/189/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 18 Oct 2016 15:27:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[MondoDem]]></category>
		<category><![CDATA[PD]]></category>
		<category><![CDATA[Politica Estera]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il primo principio di politica estera è un buon governo in patria, diceva Gladstone ai tempi della Regina&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="post-hero-image clear-fix"></div>
<div class="entry-content">
<p>Il primo principio di politica estera è un buon governo in patria, diceva Gladstone ai tempi della Regina Vittoria. Due secoli più tardi, nell´era della globalizzazione e del mondo sempre connesso e interdipendente, l’affermazione di Gladstone resta valida anche ribaltandola: oggi, il primo principio di un buon governo in patria è una saggia politica estera.</p>
<p>Perché non è possibile vincere le sfide che l’Italia ha di fronte senza conoscere le grandi questioni internazionali. Ridare fiato all’economia e uscire dalla crisi è una questione solo di politica interna o anche di politica europea e internazionale? La difesa delle nostre città dal terrorismo è solo un problema di pubblica sicurezza, o anche di politica europea e mediterranea?</p>
<p>Oggi nessun partito e nessuna forza di governo può pensare di essere efficace, responsabile e vincente a casa propria se non sa muoversi con sicurezza e competenza nelle grandi questioni che stanno cambiando il mondo in cui viviamo fuori dai nostri confini.</p>
<p>Per troppo tempo il nostro paese ci ha abituato a una politica estera a tratti improvvisata, non sempre coerente, sostenuta in modo intermittente dalla politica. A volte ci è sembrato di andare a rimorchio di altri, altri che sembravano sempre “sapere cosa fare”.</p>
<p>Ma in un mondo così complesso e interconnesso questa è una strategia pericolosa e nel lungo termine irrimediabilmente perdente. Per l´Italia e per il Partito Democratico è venuto il tempo di essere in grado di elaborare una politica estera più consapevole e attenta. Una politica estera in grado sostenere efficacemente i suoi valori, i suoi interessi e il suo futuro. Per saperci muovere con sicurezza in Europa e <em>con</em> l´Europa, nelle grandi questioni come le migrazioni, la sostenibilità del sistema di welfare, o il terrorismo internazionale. Questioni che gli eventi di questi anni ci hanno dimostrato già troppe volte non essere risolvibili semplicemente chiudendo un confine, come vorrebbero alcuni, e isolandosi dal resto del mondo.</p>
<p>Per questo nasce MondoDem. MondoDem vuole essere prima di tutto un serbatoio di conoscenze e competenze, una rete di più di 40 giovani esperti che a questi temi dedicano la propria vita professionale nell’accademia, nelle istituzioni, nelle imprese, nelle organizzazioni della società civile, nei media. MondoDem è anche un laboratorio per scambiare informazioni ed esperienze, e per elaborare idee e soluzioni al servizio della politica e dei cittadini, in forme nuove e produttive.</p>
<p>Una redazione formata da studiosi e professionisti si occupa di raccogliere e aggregare queste riflessioni e renderle accessibili attraverso il nostro blog e la nostra newsletter con commenti e analisi. Documenti specifici sulle maggiori sfide internazionali del momento e proposte concrete su ciò che l’Italia può fare per svolgere un ruolo efficace e propositivo sono messi a disposizione del Partito Democratico e di tutte le forze politiche progressiste e riformatrici.</p>
<p>Per essere di successo, la politica estera non può restare appannaggio di pochi, ma deve essere al centro di un dibattito serio e ampio, che noi miriamo ad alimentare anche attraverso le nostre pagine <a href="https://www.facebook.com/mondodemlab/">Facebook</a> e <a href="https://twitter.com/mondodemlab">Twitter</a>, e coinvolgendo i cittadini che vogliono informarsi attraverso una serie di incontri seminariali e pubblici. Questa è la sfida di MondoDem. Una sfida che siamo convinti che l’Italia abbia bisogno di vincere.</p>
<p>“La politica interna al massimo può sconfiggerci politicamente. La politica estera può ucciderci”, diceva Kennedy: un ragionamento cupo ma realistico. Oggi, conoscenza e visione strategica sono il più importante scudo contro le minacce globali. E anche il primo mattone per costruire una coscienza collettiva più consapevole, più attenta e più pronta per il mondo di domani.</p>
<p><em>La redazione di MondoDem</em></p>
</div>
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