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	<title>Balcani Archivi &#8211; MondoDem</title>
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	<description>Laboratorio di Politica Internazionale</description>
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	<title>Balcani Archivi &#8211; MondoDem</title>
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		<title>Ricostruire l&#8217;Ucraina: Le lezioni apprese dall’esperienza dei Balcani</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 19 Jul 2023 11:33:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Appuntamenti]]></category>
		<category><![CDATA[Balcani]]></category>
		<category><![CDATA[Cooperazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>MondoDem ha organizzato nella giornata del 13 luglio 2023, presso la sede nazionale del Partito Democratico in via&#8230;</p>
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<p>MondoDem ha organizzato nella giornata del 13 luglio 2023, presso la sede nazionale del Partito Democratico in via Sant’Andrea delle Fratte, un seminario sulle possibilità di ricostruzione dell&#8217;Ucraina, prendendo ispirazione dalle lezioni apprese dai Balcani. Ha avuto luogo un confronto con esperti, attori della società civile e delle ONG. Durante l&#8217;incontro, i partecipanti hanno condiviso le proprie esperienze, conoscenze e prospettive sul tema, aprendo un dibattito costruttivo sulla sfida di ricostruire un Paese dopo un conflitto con delle conseguenze sul tessuto sociale molto visibili. I paralleli fra Ucraina e Balcani sono molti, ma conta soprattutto il fatto che molti dei meccanismi con la quale la cooperazione italiana è predisposta ad affrontare il conflitto attuale (l’approccio “di rete”, i gemellaggi con comuni e regioni italiane, alcune Ong e attori economici sociali, gli strumenti tecnici legali) affondano radici in quella fase della storia recente.</p>



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<p>L&#8217;incontro ha visto la partecipazione di esperti, giornalisti e rappresentanti di organizzazioni non governative che hanno giocato un ruolo significativo nella ricostruzione dei Balcani, all’indomani delle guerre che portarono alla dissoluzione della ex Jugoslavia. Dario D&#8217;Urso, esperto di Balcani e Political Advisor per il Consiglio d&#8217;Europa, ha offerto una panoramica introduttiva, esaminando le esperienze passate e tracciando possibili linee di azione per l&#8217;Ucraina.</p>



<p><strong>Un punto chiave emerso dal seminario è stata l&#8217;importanza di coinvolgere la società civile nella ricostruzione.</strong> Le ONG italiane hanno svolto un ruolo determinante nei Balcani, cercando di ricucire le ferite e promuovendo la riconciliazione: l&#8217;accoglienza dei profughi e il supporto logistico sono stati i primi passi intrapresi, seguiti da un impegno a lungo termine nella ricostruzione delle comunità locali. È stata sottolineata, per l’appunto, l&#8217;importanza di un approccio che comprenda vari aspetti fisici, economici e sociali oltre alla necessità di promuovere una cultura di riconciliazione duratura e che, quindi, possa rappresentare un impatto sostenibile nel lungo periodo nelle popolazioni coinvolte.</p>



<p>L’esperienza dei Balcani insegna molto su questi punti. L’erogazione dei fondi pubblici in risposta alla guerra degli anni 90 è stata a volte farraginosa e non sempre soggetta a un buon coordinamento. Detto questo, sono stati comunque creati casi sostenibili anche al di fuori dello sviluppo di un tessuto economico vivace.</p>



<p>Durante il seminario, sono stati evidenziati anche i punti di forza e le sfide specifiche che l&#8217;Ucraina affronterà nel suo percorso di ricostruzione: <strong>la presenza di una vasta diaspora ucraina all&#8217;estero (in assenza di una politica di ritorni la </strong>forza lavoro ucraina potrebbe dimunuire di un terzo, da 17 a 11 milioni di persone) <strong>&nbsp;e la questione delle minoranze etniche russe sono state indicate come aspetti cruciali da considerare</strong>. È emerso il bisogno di sviluppare strumenti tecnici, economici e politici adeguati ad affrontare tali sfide e coinvolgere attivamente territori, enti locali e la diaspora ucraina residente in Italia. Il monito dei Balcani è qui importante. La sida della riconciliazione a livello etnico e sociale non è stata del tutto vinta. Gli sforzi profusi per la politica di ritorni dei rifugitati non sono sempre stati sufficienti e hanno avuto risultati modesti.</p>



<p>Il seminario ha anche messo in luce l&#8217;importanza di un <strong>approccio multilaterale</strong> e del coinvolgimento di attori diversi, tra cui organizzazioni non governative, istituzioni politiche e media, nel processo di ricostruzione: quello che è emerso è che l&#8217;esperienza delle ONG italiane, insieme ad altre esperienze internazionali, può svolgere un ruolo fondamentale nel fornire supporto e modelli di sviluppo per l&#8217;Ucraina.</p>



<p>È anche evidente che l’allargamento dell’Unione Europea non possa non giocare un ruolo cruciale nella ricostruzione ucraina. Oggi come allora, il tema è soggetto alla sovrapposizione di diverse agende: lo <em>state</em> e <em>nation building</em>, la ricostruzione fisica del paese e la competizione globale fra potenze esterna. Se si guarda a Balcani, la politica <strong>di allargamento Ue è ciò che ha coordinato questi piani</strong>, mancando però in ultima analisi l’obiettivo. Se ne possono derivare alcune lezioni: l’importanza della tempestività, l’importanza di passare da un’agenda umanitaria a un’agenda di sviluppo che vada però al di là di semplice politiche di mercato, dati gli squilibri economici che una liberalizzazione troppo rapida può creare, e <strong>infine porre al centro un modello basato sullo sviluppo sostenibile e la crescita del capitale umano.</strong></p>



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<blockquote class="twitter-tweet" data-width="550" data-dnt="true"><p lang="it" dir="ltr">Grazie a chi è intervenuto al seminario di <a href="https://twitter.com/MondoDemLab?ref_src=twsrc%5Etfw">@MondoDemLab</a> “Ricostruire l’Ucraina. Le lezioni apprese dai Balcani”, discutendo di allargamento e riforme, giustizia, società civile, democrazia e riconciliazione.<br>Qui la registrazione <a href="https://twitter.com/RadioRadicale?ref_src=twsrc%5Etfw">@RadioRadicale</a> <a href="https://t.co/ZDjGpA0c14">https://t.co/ZDjGpA0c14</a> <a href="https://t.co/iPpT2u6NFH">pic.twitter.com/iPpT2u6NFH</a></p>&mdash; Lia Quartapelle (@LiaQuartapelle) <a href="https://twitter.com/LiaQuartapelle/status/1679820124440649729?ref_src=twsrc%5Etfw">July 14, 2023</a></blockquote><script async src="https://platform.twitter.com/widgets.js" charset="utf-8"></script>
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<p>Diversamente dai Balcani<strong>, il tema delle garanzie di sicurezza è un nodo cruciale</strong>. Il settore privato non investe in un paese senza stabilità, ma un modello di sicurezza basato su una “<em>oversecurity</em>” è eccessiva militarizzazione potrebbe mettere in pericolo la salute della democrazia ucraina. Data la natura del conflitto, più che un modello balcanico di riconciliazione (al netto delle questioni legate alle popolazioni russofone in Crimea e a casi locali lungo la linea del fronte) <strong>sarebbe utile guardare al riavvicinamento pragmatico come quello fra Turchia e Armenia più che una vera pacificazione. </strong><strong></strong></p>



<p>Non poteva infine mancare un momento di discussione su quelle che sono e possono essere le sfide future che attendono l&#8217;Ucraina, sottolineando la necessità di un approccio lungimirante e del coinvolgimento attivo della società civile: è stato evidenziato da diversi interlocutori che l&#8217;Ucraina <strong>non può essere ricostruita senza un impegno congiunto e una cooperazione internazionale mirata</strong>, anche tenendo conto dalla lezione che si è imparata dalla ricostruzione balcanica dei decenni scorsi.</p>
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		<title>Al via i negoziati di adesione per Albania e Nord Macedonia. L’Ue prova a superare l’Enlargment fatigue</title>
		<link>https://www.mondodem.it/3023/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Riccarda Lopetuso]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 Jul 2022 15:58:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Albania]]></category>
		<category><![CDATA[Balcani]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un passo avanti, finalmente, sulla strada dell&#8217;integrazione dei Balcani occidentali E’ presto per affermare che l’Europa si sia&#8230;</p>
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<p>Un passo avanti, finalmente, sulla strada dell&#8217;integrazione dei Balcani occidentali</p>



<p>E’ presto per affermare che l’Europa si sia liberata di quell’Enlargment fatigue che l’affligge da più di un lustro, ma indubbiamente l’aver superato lo stallo che andava avanti da 3 anni è un progresso positivo da registrare per l’Ue e i suoi candidati.</p>



<p><br>Si è sbloccata, dopo un compromesso difficile e sofferto, la situazione di Macedonia del Nord e Albania per l&#8217;apertura dei negoziati di adesione, avviati il 19 luglio con la prima conferenza intergovernativa a cui hanno partecipato i premier albanese e nord macedone e Ursula Von Der Leyen. 3 anni di attese per Tirana e Skopje, 3 anni di promesse infrante e veti incrociati che hanno provocato frustrazione e delusione nelle leadership e nei cittadini ma che – al contempo- hanno cementificato il desiderio di integrazione nell’Ue da parte dei due candidati.</p>



<p>Con la prima conferenza intergovernativa svoltasi a Bruxelles, Albania e Nord Macedonia hanno ufficialmente avviato i negoziati di adesione, raggiungendo, nello status di candidati, Montenegro e Serbia che hanno avviato i negoziati nel 2012 e nel 2014.</p>



<p>Non sarà un percorso breve quello di Tirana e Skopje, ma l’avvio formale dei negoziati permette ai due candidati non solo di iniziare a uniformare i propri ordinamenti giuridici all’Aquis comunitario, ma anche di stringere partnership con l’Ue; l’Albania ad esempio entrando nel meccanismo di Protezione civile e la Macedonia del Nord nell’agenzia Frontex.</p>



<p>Soddisfazione unanime non solo da parte delle istituzioni comunitarie, ma anche dalle leadership dei due candidati, che si sono fortemente impegnate politicamente per raggiungere questo obiettivo. Per giungere all’avvio dei negoziati di adesione per i due candidati, prigionieri negli ultimi tre anni di veti bilaterali e della Enlargemet fatigue che ha impantanato il processo di allargamento dopo la mega adesione del 2004, è stata fondamentale la presidenza francese del Consiglio e la mediazione politica di Emanuel Macron.</p>



<p></p>



<p>A sbloccare la situazione, è stata la proposta del Presidente francese nella contesa tra Nord Macedonia e Bulgaria, che con il proprio veto in consiglio ha bloccato nell’ultimo anno l’avvio dei negoziati. La diatriba tra Bulgaria e Nord Macedonia riguarda la lingua macedone, che la Bulgaria considera una variante del bulgaro, e la memoria dell’eroe nazionale Goce Delcev, contesa da Bulgaria e Nord Macedonia.</p>



<p>Il compromesso avanzato dalla Francia al momento è stato approvato dai parlamenti di Skopje e Sofia e ha permesso di superare l’empasse sull’avvio dei negoziati, portando i due paesi alla firma di un Protocollo bilaterale.</p>



<p>Ma la proposta non è stata accolta del tutto favorevolmente dalla Macedonia del Nord, che si troverà costretta a modificare la propria costituzione e che e&#8217; spaccata in Parlamento e nell’opinione pubblica tra favorevoli e contrari al compromesso con Sofia.</p>



<p>Per il Nord Macedonia, peraltro, la strada verso l’Ue rappresenta una vera e propria scalata.</p>



<p>Iniziata dal 2005 con la richiesta di adesione, il paese ha già superato l’ostacolo con la Grecia sul nome, risolto con l’accordo di Prespa del 2018 e il cambio nome in Macedonia del nord.</p>



<p></p>



<p>Percorso incidentato e complesso che ha trascinato anche l’Albania, candidata dal 2014, il cui percorso verso l’adesione procede parallelo a quello della &nbsp;Macedonia del nord. Ragion per cui ogni veto e rallentamento a Skopje si è riflesso anche su Tirana.</p>



<p>Gli ultimi tre anni hanno registrato &nbsp;veti da Francia, Danimarca e Paesi bassi, spaventati da democrazie ancora fragili e dalla prospettiva di un Europa a 31.</p>



<p>I paesi candidati hanno tuttavia sempre potuto contare sul sostegno politico della Commissione – che preme per accelerare il processo di allargamento &#8211; e dell’Italia, vicina ai Balcani e in particolar modo alla vicina Albania, di cui è sponsor politico e forte sostenitore sulla strada dell’Ue.</p>



<p></p>



<p>Il primo passo è stato faticosamente fatto, ma è ancora presto per stabilire tempi e orizzonti certi sull’integrazione non solo di Albania e Macedonia del Nord, ma anche di Serbia e Montenegro, più avanti nel processo di adesione, con colloqui avviati e alcuni capitoli negoziali già chiusi.</p>



<p></p>



<p>La guerra di Putin ha inciso profondamente nel processo di allargamento, sulle condizioni di stabilità e sicurezza nella regione e sulla “Prospettiva europea” dei Balcani occidentali .</p>



<p>In particolare, Belgrado – che non ha applicato le sanzioni a Mosca- continua a destreggiarsi tra la voglia di adesione all’Ue e la vicinanza all’alleato russo.</p>



<p>Pesa per la Serbia anche la tensione mai calata con il Kosovo, i cui rapporti bilaterali sono ben lontani dall’essere normalizzati. Interessati alla regione, se l’Ue continuerà a trascurare i “suoi” Balcani, sono la Russia ma anche Turchia e Cina, con Pechino particolarmente vicina alla Serbia, svincolo strategico sulla Nuova via della Seta.</p>



<p>Segnali che dovrebbero preoccupare l’Ue spingendola ad accelerare l’integrazione dei Balcani occidentali, non solo per stabilizzare quei paesi, ancora fragili democraticamente, ma per l’Europa stessa, per ragioni di sicurezza, controllo delle frontiere e opportunità commerciali. Motivi che dovrebbero aiutare l’Ue a spogliarsi della sua Enlargment fatigue e della politica dei veti, prima di perdere i Balcani occidentali e ritrovarsi i suoi nemici e “rivali sistemici sull’uscio di casa.</p>
</div>
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		<title>L&#8217;Unione Europea al bivio dei Balcani</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Riccarda Lopetuso]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 04 Apr 2022 15:01:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Policy brief]]></category>
		<category><![CDATA[Balcani]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Una sorta di enclave non ancora comunitaria, circondata dall’Ue e già europea di fatto.Una regione le cui leadership,&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Una sorta di enclave non ancora comunitaria, circondata dall’Ue e già europea di fatto.Una regione le cui leadership, istituzioni e cittadini sono impegnati da anni a percorrere un percorso difficile, pieno di ostacoli, dai tempi incerti e insidioso, anche per l’Unione stessa. Potrebbe bastare questa immagine per descrivere il cammino comunitario dei Balcani occidentali verso l’Unione Europea.</p>



<p>Un tema – quello dell’allargamento dell’Ue – che torna centrale in queste settimane, dopo&nbsp; l’invasione russa dell’Ucraina, che da un lato ha portato negli uffici di Bruxelles le richieste di adesione di Ucraina, Moldavia e Georgia; e dall’altro fa temere la riapertura di fratture proprio nei Balcani. Albania, Serbia, Macedonia del Nord, Montenegro, Bosnia Erzegovina e Kosovo. Sono i 6 paesi – circa 18 milioni di abitanti – che hanno, in tempi diversi formalmente chiesto di aderire all’Unione Europea, in risposta a quella “Prospettiva europea” ribadita dal Consiglio europeo di Salonicco del 2003.</p>



<p>Al momento, Serbia e Montenegro hanno aperto i negoziati di adesione, Albania e Macedonia del nord sono candidati in attesa di aprire formalmente i negoziati mentre Kosovo e Bosnia Erzegovina sono ancora potenziali candidati all’ingresso nell’Ue. Un’Unione che &#8211; peraltro – non potrà mai sentirsi completa senza i paesi balcanici che europei lo sono già per storia cultura, geografia, e che da anni bussano alle porte dell’Europa. Una regione – quella dei Balcani occidentali – strategica e centrale da sempre per le vicende del vecchio continente. Terra di confine e incontro di culture, all’interno del quale convivono da secoli cristiani e musulmani, la geografia considera i Balcani occidentali, ponte tra Mediterraneo e Oriente, l’ultimo lembo di Europa prima della Regione asiatica. Fiumi e montagne inospitali, territori ambiti e conquistati, al centro dei giochi di potere tra oriente e occidente.</p>



<p>E se secoli fa erano le potenze europee e l’impero ottomano a contendersi i Balcani, oggi la storia sembra riportare la regione indietro nel tempo. Da una parte la voglia di Europa e di integrazione, dall’altra le sirene russe, cinesi e turche che provano a insediarsi e a influenzare i paesi e le economie fragili dei candidati in attesa di una prospettiva europea. E l’Unione Europea – con le sue istituzioni – che lavora per integrare questi paesi, ma che deve gestire veti e difficoltà che inevitabilmente ci sono, dinnanzi alla possibilità di un’Europa a 29 e 31 e che non ha ancora deciso di ripensarsi e riformarsi.  Dubbi condivisibili. Se non funziona un’Europa a 27, come possiamo immaginare un’Europa che prende decisioni di politica estera con 29 o 31 membri ? Per queste e altre ragioni, legate a veti e questioni bilaterali, il processo di allargamento non prevede una timeline certa. Il Summit di Brdo in Slovenia dello scorso ottobre tra i 27 e i 6 paesi candidati ha certificato lo stallo.</p>



<p>La Commissione europea spinge per delineare una strategia chiara di integrazione, gli Stati membri pongono continui ostacoli, alcuni per ragioni di mera opportunità, come Francia e Olanda, mentre altri, come la Bulgaria, puntano su questioni bilaterali per opporre veti. Con il risultato di lasciare chissà per quanto tempo ancora i paesi candidati e potenziali candidati in un limbo che non aiuta l’Europa in primis, che rischia di perdere i suoi Balcani e di trovarsi i suoi competitor sull’uscio di casa. Quella di integrare i Balcani ed esercitarvi “soft power” appare onestamente, una sfida geopolitica e strategica imponente per l’Unione Europea, che non può tuttavia sottrarsi a quest’impegno con la storia, per la stabilità della regione primariamente, maggiormente dopo che la guerra è tornata in Europa.</p>



<p>In parte dell’opinione pubblica europea, prevale l’idea che i Balcani – nei cui territori si è consumata l’ultima guerra nei confini europei prima dell’invasione russa di Kiev &#8211; siano ancora una regione problematica e che i suoi cittadini siano troppo diversi, per questioni religiose e culturali, dal resto dell’Unione. Pregiudizi che possono essere giustificati dall’esperienza che l’Unione europea e i suoi cittadini hanno maturato in seguito all’allargamento a est del 2004, quando è prevalsa, in quel momento storico, la necessità di dare una prospettiva europea agli Stati dell’ex blocco comunista in paesi che probabilmente non erano ancora pronti ad abbracciare il progetto europeo. Da allora l’Unione è vittima di quella “enlargement fatigue” che ancora la condiziona.</p>



<p>Ma anche questa volta, come accaduto in passato, aprirsi ai Balcani è prioritario per l’Unione stessa, per molteplici motivi, a partire dalle questioni geopolitiche alla sicurezza fino all’economia e al commercio, senza dimenticare la voglia di integrazione e l’energia dei giovani balcanici che possono rappresentare linfa vitale a un’Unione che sembra perdere appeal agli occhi degli europei.</p>



<p>L’Unione europea ha avuto altro a cui pensare, si potrebbe obiettare. Da Brexit alle questioni migratorie, i rapporti con il vicinato russo e la competizione con la Cina, che prova a inserirsi nei Balcani per completare la sua Via della Seta,  fino agli ultimi due anni che hanno visto l’Unione, come tutti gli attori internazionali, concentrarsi sugli effetti economici e sociali della pandemia.Problemi che hanno distratto l’Europa che rischia seriamente di veder prevalere altri attori nella regione dei Balcani, pronti a sfruttare la debolezza dei paesi candidati. Candidati che – peraltro – hanno già compiuto passi importanti verso la democrazia e il multilateralismo con l’adesione alla Nato, come nel caso di Albania, Nord Macedonia e Montenegro.</p>



<p>Ma pur se pieno di ostacoli e senza tempi certi, l’allargamento dell’Ue a Serbia, Montenegro, Albania e Nord Macedonia è un processo irreversibile che dovrà – nel rispetto di differenze, storie e culture – concretizzarsi. Un ruolo importante, per la riuscita di questo processo, lo svolge l’Italia, interessata per questioni geografiche, economiche, culturali e strategiche alla piena “europeizzazione” dei Balcani, nella cui regione ha sempre esercitato influenza, specie tra gli anni ‘90 e 2000. Il nostro paese, primo partner commerciale di Serbia e Albania, nonché dirimpettaio nell’Adriatico che ci separa dai Balcani, è – con tutti i governi che si sono susseguiti negli ultimi anni – sponsor politico e convinto sostenitore dell’allargamento dell’Europa ai Balcani. Perché solo con i “suoi” Balcani occidentali l’Unione europea il progetto di integrazione regionale più grande e riuscito di sempre potrà dirsi davvero completa.</p>


<a href="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2022/04/Dossier-Balcani.pdf" class="pdfemb-viewer" style="" data-width="max" data-height="max" data-toolbar="bottom" data-toolbar-fixed="off">Dossier-Balcani</a>
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		<title>La palude di veti che imprigiona i Balcani occidentali</title>
		<link>https://www.mondodem.it/2527/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Riccarda Lopetuso]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 Oct 2021 20:20:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[Balcani]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Una situazione di stallo, uno stop atteso ma ugualmente poco comprensibile. Chi lavora per integrare – la Commissione&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Una situazione di stallo, uno stop atteso ma ugualmente poco comprensibile.</p>



<p>Chi lavora per integrare – la Commissione – e chi pone continui ostacoli, come alcuni paesi membri.</p>



<p>Si può sintetizzare cosi il Summit di Brdo, in Slovenia, del 6 e 7 ottobre scorso tra i 27 e i 6 paesi dei Balcani occidentali candidati all’ingresso nell’Ue (Albania, Bosnia ed Erzegovina, Kosovo, Macedonia del Nord, Montenegro e Serbia).</p>



<p>Nessun passo concreto in avanti e nessuna prospettiva certa, a parte il pacchetto di aiuti da 30 miliardi e la volontà di arrivare – chissà quando – alla piena integrazione dei Balcani occidentali.</p>



<p>Il documento finale del Summit di Brno parla – esplicitamente – di allargamento, con l’Ue che si impegna a favore di questo processo e valuta positivamente lo sforzo dei paesi candidati a favore del primato della democrazia e dello stato di diritto.</p>



<p>Ma è troppo poco per i Balcani occidentali, per le sue leadership e cittadini che incessantemente&nbsp; bussano alla porta dell’Europa.</p>



<p>ll documento, a parte il richiamo al prossimo summit del 2022, non indica date e orizzonti concreti per l’ingresso di nessuno dei paesi candidati, nemmeno per Serbia e Montenegro che sono più avanti nei negoziati di adesione e tanto meno per Albania e Macedonia del Nord in attesa di aprire i negoziati ormai da due anni.</p>



<p>I nodi e gli ostacoli alla piena integrazione comunitaria dei Balcani sono molteplici e per lo più politici.</p>



<p>Primariamente, ci si chiede come far funzionare l’Unione e i suoi apparati cosi complessi con 29 e più avanti con 31 membri senza un nuovo trattato che riformi sostanzialmente il sistema Ue e sciolga le debolezze strutturali che impantanano il processo decisionale su alcuni temi cruciali, su tutti la politica estera.</p>



<p>Il paese più scettico all’allargamento a quei paesi di una regione da sempre centrale negli eventi,&nbsp; equilibri e non meno interessi strategici del vecchio continente resta la Francia, che già nel 2019 aveva posto il veto all’avvio dei negoziati di adesione per Albania e Macedonia del Nord.</p>



<p>Il no francese è giustificato con il desiderio di Macron di riformare l’Unione prima di allargarla.</p>



<p>Diversamente, i dubbi olandesi e danesi sono connessi a questioni di sicurezza, considerando il peso – oggettivamente un macigno- della criminalità organizzata e dei traffici che coinvolgono i paesi dei Balcani.</p>



<p>Ma il vero ostacolo è legato a questioni bilaterali, figlie di retaggi storici ed egoismi nazionali.</p>



<p>I rapporti tra Serbia e Kosovo sono ben lontani dall’essere normalizzati e nelle ultime settimane l’ennesima frattura ha avuto come oggetto le targhe automobilistiche.</p>



<p>Altrettanto difficile e conseguenza di nazionalismo e odio mai sopito è il veto che pone la Bulgaria alla Macedonia del Nord.</p>



<p>La Bulgaria difatti, penultimo paese ad essere stato accolto nella famiglia europea nel 2007, non vede di buon occhio l’ingresso nell’Unione della Macedonia del nord- di cui non riconosce l’identità storica e linguistica &#8211; paese che più di altri si è impegnato fortemente per raggiungere l’agognata integrazione europea, tanto da aver posto fine – con gli accordi di Prespa – alla disputa sul nome con la Grecia.</p>



<p>Rallentamenti e paludi che imprigionano anche l’Albania, il cui percorso comunitario procede parallelamente alla Macedonia del Nord.</p>



<p>Il paese delle Aquile – con la Macedonia del nord – attende di aprire formalmente i negoziati di adesione. Delusione, ma anche rassegnazione, filtrano dai leader – su tutti Edi Rama, premier albanese che ha incentrato la sua leadership sull’obbiettivo europeo, al pari del presidente macedone Zoran Zaev.</p>



<p>L’adesione dell’Albania all’Ue è fortemente sostenuta dall’Italia, che considera il paese al di là dell’Adriatico&nbsp; partner strategico&nbsp; sotto molti punti di vista, economico ( l’Italia è il primo partner commerciale del paese), geopolitico, culturale, e soprattutto per questioni legate alla sicurezza &nbsp;anche nazionale.</p>



<p>L’Italia da sempre – e con ogni governo – si conferma pro- allargamento, convinta che con l’Albania e i Balcani occidentali pienamente europei siano un vantaggio anche per gli interessi nazionali. Solo con l’Albania, al di là della vicinanza geografica e dei fatti del passato che hanno portato 30 anni fa migliaia di albanesi in Italia, l’interscambio economico tra i due paesi raggiunge percentuali importanti.</p>



<p>Ma lo stallo acclarato a Brno e la palude che imprigiona i Balcani e il processo di allargamento, impedisce di delineare prospettive e tempi certi, demotivando leader e cittadini di quei paesi, che impotenti vedono l’orizzonte europeo allontanarsi sempre di più.</p>



<p>Con il rischio&nbsp; &#8211; concreto – che i Balcani occidentali si lascino sedurre da altre potenze economiche e geopolitiche, Russia – che spera di riconquistare influenza nella regione – Turchia e Cina che già ha messo piede nella regione dopo il prestito non restituito al Montenegro per la costruzione dell’autostrada.</p>



<p>Un rischio, quello di&nbsp; “perdere i suoi Balcani”,&nbsp; che l’Unione Europea non può assolutamente permettersi e che forse dovrebbe indurla a rivedere le sue priorità e strategie, mettendo in secondo piano i pensieri Indo- Pacifici.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/2527/">La palude di veti che imprigiona i Balcani occidentali</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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		<title>La sfida dell’allargamento UE ai Balcani occidentali: il necessario ritorno della politica</title>
		<link>https://www.mondodem.it/1706/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Dario D'Urso]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 12 Oct 2019 10:27:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Balcani]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I più di sei anni passati dall’ultimo allargamento dell’Unione Europea (la Croazia divenne il 28° Stato membro nel&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>I più di sei anni passati dall’ultimo allargamento dell’Unione Europea (la
Croazia divenne il 28° Stato membro nel luglio del 2013) rappresentano
probabilmente il migliore indicatore di quella <em>enlargement fatigue</em> che viene ormai assunta nelle capitali europee
come misura di qualsiasi nuova espansione dei confini comunitari verso i
Balcani occidentali – e che ha probabilmente spinto il presidente della
Commissione uscente Juncker, al momento della sua nomina, a rinominare la
delega all’Allargamento definendola ‘Negoziati per l’allargamento’, ed
affermando come il suo mandato non avrebbe visto alcun ingresso di nuovi paesi.
</p>



<p>La ‘crisi d’identità’ che l’Unione ha vissuto negli ultimi anni, tra i
crolli nell’Eurozona, Brexit e i fenomeni migratori, ha sicuramente relegato
l’allargamento al fondo della lista di priorità per Bruxelles, rafforzando
l’idea che si tratti di un processo meramente tecnocratico da affidare a ‘pesi
medi’ all’interno della Commissione, con l’austriaco Hahn prima e l’appena
nominato ambasciatore ungherese presso l’UE Várhelyi oggi. Al contrario,
l’allargamento ha una predominante dimensione politica di cui tutti gli attori
coinvolti dal lato comunitario – Commissione, SEAE, Parlamento e Stati Membri –
devono essere più consapevoli.&nbsp; </p>



<p>Nella lunga marcia verso Bruxelles, i sei paesi del Balcani occidentali
procedono in ordine sparso: i <em>frontrunners</em>,
Montenegro e Serbia, hanno già aperto, rispettivamente, 32 e 16 capitoli sui 35
in cui è suddiviso l’<em>acquis communautaire
</em>(e chiudendone, nell’ordine, 3 e 2); in posizione mediana troviamo
Macedonia del Nord e Albania, candidati dal 2005 e dal 2014 e a cui entro
ottobre il Consiglio UE dovrebbe concedere (quasi sicuramente alla prima, meno
alla seconda) l’apertura dei negoziati di adesione; fanalino di coda,
Bosnia-Erzegovina e Kosovo, con la prima che non ha ancora ricevuto lo status
di candidato e il secondo legato alla UE da un semplice Accordo di
Stabilizzazione e Associazione, in attesa di una rivitalizzazione del processo
di normalizzazione dei rapporti con Belgrado. </p>



<p>In tutti i paesi sopramenzionati, l’aspirazione a far parte dell’Unione
Europea rappresenta il minimo comune denominatore in società spesso
politicamente molto polarizzate. Ma in un’area dove la percezione dell’eredità
dei conflitti degli anni ’90 e delle crisi successive è spesso più forte della
loro reale impronta, la ricerca della stabilità attraverso governi forti ha
spesso supplito, anche agli occhi di Bruxelles e di vari Stati membri, alla
mancanza di riforme e di un concreto avanzamento verso l’adesione. In altre
parole, l’emergere di leader forti e accentratori (come in Serbia, Montenegro,
Albania e, fino a poco tempo fa, Macedonia del Nord), con scarso rispetto per
le opposizioni e la libertà di stampa, spesso accompagnati da una concezione
quasi patrimonialista dello Stato e della magistratura, è stato a tratti
preferito ad un reale processo democratico e ad iniziative politiche
coraggiose. Per molti, quindi, la ‘stabilocrazie’ balcaniche hanno
rappresentato la ricetta per l’uscita della regione da un limbo che, invece,
non ha fatto altro che prolungarsi, allontanando le prospettive di adesione,
frustrando le classi medie e i giovani e favorendo soltanto gli uomini forti al
potere e le oligarchie che ad essi fanno riferimento. Caso emblematico di
questo approccio – errato – alla regione è forse la Serbia, dove le tendenze
autoritarie del presidente Vucic vengono tollerate in quanto unico leader con
abbastanza capitale politico per potere, ad un certo punto, far accettare a
tutte le fasce della popolazione serba la normalizzazione delle relazioni col
Kosovo. </p>



<p>L’emersione delle ‘stabilocrazie’ ha quindi costituito l’altra faccia della
mancanza di ‘politica’ da parte di Bruxelles nel gestire il processo di
adesione dei Balcani occidentali all’Unione, una mossa che ha contribuito ad
opacizzare l’appeal del progetto comunitario in quel paesi facendo percepire
l’UE come un progetto a favore del mantenimento di un establishment
cleptocratico e soffocante, senza che problemi di importanza capitale, come
l’emigrazione giovanile di massa, venissero affrontati. È stato quindi facile
per vari pesi massimi globali reinserirsi nel gioco balcanico, approfittando
del vuoto di politica che l’Unione fatica a riempire: gli ultimi anni hanno
visto un susseguirsi di lobbying politica ed economica da parte di attori che
possono contare su varie leve, come il panslavismo ortodosso usato dalla Russia
verso Serbia, Montenegro,&nbsp; Macedonia del
Nord e (in parte) Bosnia come contrappeso alle sirene della NATO, o il richiamo
alla tradizione ottomana e all’Islam sfruttato dalla Turchia verso Albania,
Kosovo e (anche stavolta, in parte) Bosnia. Oggi anche la Cina è ormai partner
di primo piano per i paesi dell’area, pienamente inseriti nella <em>Belt and Road Initiative</em> e potenziali
future vittime delle <em>debt traps</em> che
Pechino semina all’interno degli imponenti progetti infrastrutturali che
promuove, finanzia e realizza in tutto il mondo. Da ultimi, anche gli Stati
Uniti sono tornati prepotentemente sulla scena, proprio a fronte dello stallo
nel cammino europeo della regione, con l’amministrazione Trump che ha nominato
nel giro di pochi mesi due rappresentanti speciali – uno per i Balcani
occidentali, l’altro per i negoziati tra Serbia e Kosovo – instradando così due
concetti rischiosi per la zona e antitetici ai messaggi di Bruxelles: che
l’integrazione nella NATO ha più importanza di quella nella UE (idea che
Washington cerca di far passare specie in Bosnia) e che lo scambio di territori
possa costituire una modalità di risoluzione della controversia tra Belgrado e Pristina.
</p>



<p>In questo contesto, le sfide per l’Unione Europea sono immense: si tratta di recuperare il terreno perduto in questi anni e, allo stesso tempo, trovare ricette che rimettano in moto – a Bruxelles, tra gli Stati membri ma soprattutto nelle capitali balcaniche – il processo di allargamento. La soluzione passa per la politica, con il coinvolgimento di tutti gli attori comunitari, e iniziative coraggiose che non guardino solo all’establishment e necessariamente al mantenimento delle stabilocrazie. Così, la creazione di rapporti forti e strutturati, sempre nel rispetto dei ruoli, con le forze di opposizione e la società civile (sfruttando ad esempio le potenzialità del Parlamento Europeo), può smuovere le acque dei pantani dei palazzi del potere a Belgrado, Podgorica, Tirana e Sarajevo, tenendo a mente un esempio di successo come quello della Macedonia del Nord, che ha dimostrato come scelte coraggiose possano far recuperare decenni di immobilismo. Durante la sua audizione alla Commissione Affari Esteri del Parlamento Europeo, Josep Borrell ha dichiarato di voler effettuare la sua prima visita come nuovo Alto Rappresentante per la Politica Estera e di Sicurezza in Kosovo: un segnale importante – soprattutto se lanciato da un ex ministro degli esteri di un paese che non riconosce ancora l’ex provincia serba – che si spera possa aprire a un<em> re-engagement </em>politico dell’Unione Europea nei Balcani occidentali. </p>



<p><em>Dario D’Urso è consigliere politico del Rappresentante Speciale UE in Bosnia-Hrzegovina. Le opinioni espresse in questo articolo sono personali. </em></p>
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		<title>Il Kosovo e il rischio di un jihadismo balcanico per l’Italia e l’Europa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Apr 2017 10:21:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Italia nel mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Balcani]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[jihadismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Possibile che i paesi balcanici che l’Europa e l’Occidente hanno sostenuto con convinzione, come il Kosovo, possano diventare&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style="’text-align: justify’;">
<p><strong>Possibile che i paesi balcanici che l’Europa e l’Occidente hanno sostenuto con convinzione,</strong> come il Kosovo, possano diventare una fucina di jihadisti? Quale evoluzione sociale e culturale stanno attraversando queste nazioni, i cui governi sono legati a doppio filo alle strutture di integrazione euro-atlantica?  E perché proprio il Kosovo, bastione euro-atlantico nei Balcani?Sono domande che sorgono naturalmente di fronte alla notizia dello smantellamento di una cellula jihadista a Venezia, costituita da cittadini kosovari. Le origini del fenomeno, però, vanno ricercate nella storia del movimento autonomista e indipendentista albanese di Kosovo e Metohija, così come negli esiti dello scontro con il governo serbo di Slobodan Milosevic, alla fine degli anni Novanta. La resistenza civile e non violenta di Ibrahim Rugova, fin dal 1992 capace di organizzare uno Stato parallelo albanese nella provincia, si è concretizzata in lotta armata, con il supporto occidentale, tra il 1998 e il 1999: e proprio Ie attività dell’UCK in opposizione all’esercito e alle forze di sicurezza serbe, con l’organizzazione della resistenza armata sulle montagne, il dominio del territorio, le azioni di guerriglia, sono il contesto in cui ha poi attecchito la propaganda islamista radicale e si sono attivati i gruppi jihadisti locali. L’antefatto rimane la secolare lotta tra comunità serba, cristiano ortodossa, e comunità kosovara albanese, in stragrande maggioranza musulmano sunnita.</p>
<p><strong>Come per le altre comunità islamiche dei Balcani</strong>, un aiuto concreto alla rinascita islamica – e dunque in parte alla propaganda per la mobilitazione jihadista – è venuta dalle confraternite e dalle fondazioni (per lo più saudite, qatarine, turche) che hanno elargito supporto e finanziamenti per le attività religiose delle comunità musulmane sunnite locali. È così che per rispondere alla chiamata dei reclutatori estremisti salafiti, raggiungere dai campi di addestramento del Kosovo – creati per i combattenti kosovari del conflitto serbo-albanese fin dalla fine degli anni Novanta – il fronte siriano-iracheno del cosiddetto Stato islamico non è poi un percorso così difficile. È nei numeri dei <em>foreign fighters</em> kosovari – 360 reclutati dal solo Kosovo, paese con meno di 2 milioni di persone – che riscontriamo il successo del radicalismo islamico. La precondizione identitaria etno-confessionale (musulmano sunnita), gli spazi sociali aperti alla propaganda islamista (in un paese da ricostruire economicamente e moralmente) e le facilitazioni logistiche rimaste come eredità della resistenza armata costituiscono degli <em>atout</em> straordinari come territori e popolazioni target dell’Islam radicale globale.</p>
<p><strong>Come dimostrano le inchieste giornalistiche, in Kosovo</strong> – come anche in Bosnia – le fasce più deboli di una società dopo un conflitto con caratteristiche etno-confessionali sono sensibili alla riscoperta dell’Islam: ciò avviene anche in forme radicali (come il wahabismo), attraverso giovani predicatori e imam anti-occidentali, attraverso i social network e le nuove tecnologie. Inoltre il contesto geografico dei Balcani, caratterizzato da un territorio difficile da controllare e frontiere da sempre permeabili, ha favorito la creazione di nuclei organizzativi e di centri di reclutamento per la jihad globale. Le solidarietà tribali, etniche e confessionali costituiscono poi il network di riferimento capace di ramificarsi nei paesi limitrofi e di più antica o più recente immigrazione, tra cui la Svizzera, la Germania, la Svezia, gli Stati Uniti, quindi l’Italia.</p>
<p><strong>Ecco che i campanelli di allarme sul reclutamento nella comunità kosovara</strong> – nelle carceri italiane, attraverso i social network, con la possibilità di addestramento in campi clandestini sul territorio kosovaro, nonostante la presenza della base militare americana di Camp Bondsteel in Kosovo – ci spingono ad alcune considerazioni. Prima di tutto ci fa considerare l’importanza di un’efficace strategia di prevenzione e controllo, come già segnata dal cambio di passo nella politica del ministro degli Interni Marco Minniti, verso potenziali jihadisti ed elementi vicini al radicalismo. Poi si deve riflettere sulla necessità di un forte supporto occidentale al processo di <em>nation building</em> che il Kosovo sta svolgendo con indubbie difficoltà, non soltanto attraverso il sostegno allo sviluppo economico locale, ma anche attraverso una reale integrazione dei kosovari nei programmi di <em>capacity building</em> – europei e bilaterali – a ogni livello. Continuare a vedere il Kosovo come un partner di secondo piano, come avviene ancora in questo periodo, lo rende in realtà solo più debole di fronte alla mobilitazione islamista: l’Italia, in questo senso, subisce in primis anche i rischi di paese culturalmente e territorialmente prossimo a quella che non deve diventare la palestra del jihadismo balcanico.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Andrea Carteny</em></p>
<p><em>Ricercatore di Storia dell&#8217;Europa orientale, nazionalismo e minoranze nazionali presso l&#8217;Università di Roma &#8220;Sapienza&#8221;</em></p>
</div>
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		<title>L’allargamento ai Balcani occidentali di un’Europa in crisi: quali prospettive per il ruolo Italiano?</title>
		<link>https://www.mondodem.it/150/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 14 Nov 2016 14:56:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Italia nel mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Allargamento]]></category>
		<category><![CDATA[Balcani]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[NATO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Andrea Frontini* La pubblicazione, il 9 novembre scorso, del ‘Pacchetto Allargamento 2016’ (pagella periodica della Commissione sulla&#8230;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Di Andrea Frontini*</em></p>
<p>La pubblicazione, il 9 novembre scorso, del ‘Pacchetto Allargamento 2016’ (pagella periodica della Commissione sulla <em>performance</em> dei singoli paesi candidati all’ingresso nell’Unione Europea), e la discussione, nel Parlamento italiano, del Protocollo di adesione del Montenegro all’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord (NATO), hanno conferito nuova visibilità al processo di stabilizzazione e integrazione europea dei Balcani occidentali (in gergo meno burocratico, l’ex Yugoslavia socialista, meno Slovenia e Croazia, più Albania). Un <em>dossier</em> troppo spesso assente, se non su un piano prevalentemente retorico, dalle reali priorità politiche tanto di Bruxelles quanto, seppure con le specificità che si diranno, della stessa Roma.</p>
<p>Ciò avviene in una fase quantomeno critica per la generale stabilità della regione; una stabilità a lungo considerata ‘inevitabile’, dopo che lo storico Vertice di Salonicco del giugno 2003 aveva inteso rimediare agli orrori delle guerre balcaniche degli anni novanta, offrendo a termine l’ingresso in Europa dell’intera regione. Ma se il processo di allargamento ha pure registrato in questi anni importanti successi, tra cui l’ingresso della Croazia, l’accordo sulla normalizzazione serbo-kosovara o i progressi compiuti da Albania e Serbia verso l’adesione all’UE, i Balcani rimangono esposti a rischiose tensioni politiche e etnico-religiose, stagnazione socio-economica, debole stato di diritto e (conseguenti) fenomeni diffusi di corruzione e crimine organizzato. A ciò si sono aggiunte dinamiche senz’altro complicanti, quali la crisi migratoria lungo la ‘rotta balcanica’ dello scorso anno, e l’attivismo economico-commerciale e/o politico-strategico di Russia, Cina, Turchia e paesi del Golfo.</p>
<p>Anche nella ‘casa europea’ non mancano, del resto, difficoltà attinenti sia alle <em>technicalities</em> del <em>dossier</em> che al generale clima politico dell’UE. Da un lato, l’allargamento appare vittima di una pericolosa ‘nazionalizzazione’, con diversi Stati membri inclini a inasprire i requisiti tecnici e politici richiesti ai candidati balcanici al fine di trarne vantaggi in termini di consenso interno (anche a fronte di opinioni pubbliche euroscettiche) o concessioni sul piano bilaterale. Dall’altro, la profonda crisi politica, economica e in senso lato morale che attraversa da anni il Vecchio Continente, approfondita recentemente dagli esiti del <em>referendum</em> britannico, rischia di aggravare ulteriormente il già palpabile ‘affaticamento’ del sogno europeo dei Balcani.</p>
<p>Dinnanzi a questa formidabile combinazione di sfide e incertezze, l’Italia, Paese da sempre a favore dell’europeizzazione dei Balcani, rimane un attore-chiave per ridare credibilità, efficacia e certezza alla ‘promessa’ di Salonicco. Ruolo però, quello italiano, non sempre adeguatamente compreso e valorizzato dalla classe politica nazionale, con ricadute negative per l’azione diplomatica specifica, e la più generale visibilità, anche sul piano della comunicazione interna ed esterna, del nostro Paese.</p>
<p>In particolare, da storica priorità geografica della nostra politica estera, seconda forse al solo Mediterraneo, i Balcani hanno lentamente ma inesorabilmente ceduto il passo a temi più urgenti per la proiezione internazionale dell’Italia, dalla crisi migratoria, al <em>dossier</em> libico, ai rapporti con la Russia, venendo in parte, e di fatto, delegati alla gestione certo minuziosa ma essenzialmente tecnico-burocratica delle istituzioni europee.</p>
<p>Più in generale, e pur con le debite eccezioni, dall’agenda internazionale del Governo ai dibattiti in sede parlamentare sul tema, sembra evincere una certa, perdurante disattenzione della nostra classe dirigente verso i Balcani. Un’assenza che, se ha goduto del ruolo supplente che il mondo privato, la società civile e alcune Amministrazioni dello Stato come Esteri, Difesa, Giustizia ed Interni, hanno garantito in virtù del loro diverso operato nella regione, ha talvolta lasciato Roma ai margini di iniziative a forte valenza politica che, pur con un’etichetta europea, altre capitali hanno condotto nella regione, come il ‘Processo di Berlino’ a guida tedesca dell’estate 2015 o il ‘Piano per la Bosnia’ anglo-tedesco dell’inverno precedente.</p>
<p>Appare quindi necessario e doveroso, per il nostro Paese, riprendere con coraggio e visione il ‘timone’ della rotta europea dei Balcani. Un timone, beninteso, retto da più ‘mani’ – istituzioni UE, Stati membri e paesi candidati – ma che richiede sempre più un impulso politico rinnovato, una ‘bussola’ se si vuole, che permetta di superare i molteplici scogli che frappongono la regione a quell’integrazione europea rispondente, per ragioni a un tempo antiche ed attualissime, a un primario interesse italiano.</p>
<p>Alcune importanti finestre di opportunità dovrebbero essere abilmente sfruttate a tal fine da Governo e Parlamento nel prossimo futuro. Il disimpegno della Gran Bretagna dalla politica di allargamento UE che accompagnerà il ‘divorzio europeo’ di Londra offre, paradossalmente, un’opportunità preziosa per rafforzare il peso politico e negoziale di Roma in sede di Consiglio. La ‘Conferenza sui Balcani Occidentali’, ennesima tappa del ‘Processo di Berlino’ che si terrà a Roma nell’estate del 2017, potrebbe altresì costituire, se accompagnata da un robusto coinvolgimento in sede politica, un momento assai concreto nella riscoperta della ‘vocazione balcanica’ del nostro Paese, e di un suo nuovo e duraturo attivismo anche in sede europea.</p>
<p>Policy Analyst, European Policy Centre (EPC), Bruxelles</p>
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