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	<title>COVID-19 Archivi &#8211; MondoDem</title>
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	<description>Laboratorio di Politica Internazionale</description>
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	<title>COVID-19 Archivi &#8211; MondoDem</title>
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		<title>Lo spazio europeo dell’Istruzione: verso una formazione più inclusiva nell’era post-Covid</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Claudia Schettini]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Sep 2021 08:47:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Coronavirus]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’istruzione è uno dei pilastri fondamentali dello stato sociale. L’acquisizione di nuove conoscenze, la formazione personale e lo&#8230;</p>
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<p class="has-drop-cap">L’istruzione è uno dei pilastri fondamentali dello stato sociale. L’acquisizione di nuove conoscenze, la formazione personale e lo sviluppo di uno spirito critico individuale avvengono in gran parte all’interno delle mura scolastiche, a partire dalla prima infanzia. A qualunque grado e livello, l’istituzione scolastica ha sempre cercato di svolgere il ruolo di “ascensore sociale”, ponendosi come uno degli strumenti più potenti per favorire la mobilità sociale, per far sì che chi nasce in una situazione svantaggiata riesca ad avere accesso ad un’istruzione di qualità, e da lì ad un’occupazione che consenta di esprimere al meglio il proprio talento. Ormai da anni si sta assistendo ad un blocco di tale ingranaggio, in particolare nel nostro Paese in cui le possibilità di progredire tramite l’istruzione sono inesistenti come denuncia l’ultimo rapporto Ocse-Pisa: «Equità nell’istruzione: abbattere le barriere alla mobilità sociale». Si tratta di una situazione resa ancora più drammatica dal dilagarsi della pandemia e dal ricorso alla didattica a distanza (DAD) che ha gettato luce sull’immagine di un paese estremamente diseguale.</p>



<p>Da tale constatazione è nata l’esigenza di dare concretezza al progetto di uno “Spazio europeo dell’istruzione” che operi in sinergia con lo “European Research Area” (ERA) allo scopo di promuovere la collaborazione tra gli Stati membri dell&#8217;Unione europea per arricchire ulteriormente la qualità e l&#8217;inclusività dei rispettivi sistemi di istruzione e formazione e, soprattutto, colmare le grandi differenze tra i Paesi, rese ancora più evidenti dalla pandemia. Tale progetto è, quindi, perfettamente in linea con il Next Generation EU, con cui condivide l’obiettivo di un&#8217;Europa moderna e più sostenibile, in grado di far fronte alle transizioni digitale e verde e I cui finanziamenti forniranno un importante sostegno alle riforme e agli investimenti nel settore dell&#8217;istruzione e della formazione, dalle infrastrutture e dall&#8217;edilizia alla formazione, ai dispositivi digitali e ai finanziamenti per le risorse didattiche a distanza.</p>



<p>L’idea di creare uno spazio europeo dell&#8217;istruzione non è nuova ma, per la prima volta, è stata avallata nel 2017 dai leader europei durante il vertice sociale di Göteborg, avanzando la proposta di sviluppare un approccio olistico all&#8217;azione dell&#8217;UE nel settore dell&#8217;istruzione, della formazione e della ricerca. La Commissione europea, guidata da Ursula von der Leyen, ha promesso la realizzazione di tale progetto entro il 2025, contribuendo ad intensificare l&#8217;azione in materia di investimenti nell&#8217;istruzione e nella formazione e fornendo un sostegno specifico agli enti locali, regionali e nazionali per facilitare l&#8217;apprendimento reciproco, l&#8217;analisi e la condivisione delle buone pratiche in materia di investimenti nelle infrastrutture dell&#8217;istruzione.</p>



<p>È interessante notare come i pilastri su cui si fonda tale iniziativa sono esattamente uguali alle componenti delle missioni dedicate all’istruzione e alla ricerca contenute all’interno dei vari piani nazionali di ripresa e resilienza. In particolare, volendo fare nuovamente l’esempio dell’Italia, la Missione 4, dedicata all’Istruzione e alla Ricerca, prevede un finanziamento di circa 31 miliardi di euro con l’obiettivo finale di rafforzare le condizioni per lo sviluppo di un’economia ad alta intensità di conoscenza, di competitività e di resilienza, partendo dal riconoscimento delle criticità di tale settore. Si tratta, fondamentalmente, delle stesse aspirazioni dello Spazio europeo che mira a migliorare le competenze di base, comprese quelle digitali, agevolare la mobilità internazionale di studenti e docenti nonché la collaborazione internazionale tra istituti scolastici e universitari, promuovere il multilinguismo e garantire un’istruzione e una formazione inclusiva e svincolata dal contesto sociale, economico e culturale di appartenenza.</p>



<p>Altro pilastro del Next Generation EU è la sostenibilità ambientale e, proprio nel rispetto di quest’ultima, la Commissione europea ha proposto l’istituzione di una coalizione “Istruzione per il clima” con l’obiettivo ultimo di dar vita ad una società civile europea che sia “climate-neutral”. Tale coalizione dovrà, dunque, canalizzare gli investimenti in infrastrutture verdi per l&#8217;istruzione e la formazione, dovrà garantire che insegnanti e formatori abbiano opportunità di sviluppo professionale orientato alla sostenibilità e alla Green Economy che sia permanente, nonché promuovere l&#8217;apprendimento tra pari e progetti internazionali comuni di ricerca e innovazione orientati alla transizione verde e alla sostenibilità ambientale.</p>



<p>Come già sottolineato, lo Spazio Europeo dell’Istruzione opererà in sinergia con lo Spazio Europeo per la ricerca, meglio noto come The European Research Area (ERA) la cui ambizione è quella di creare un mercato singolo e senza frontiera per la ricerca, l’innovazione e la tecnologia che comprenda tutti i paesi dell’Unione. Con il varo del Next Generation EU è stato varato anche il cosiddetto ERAvsCORONA Action Plan, sostenuto dai Ministri dell’Istruzione e della Ricerca dei 27 paesi membri che hanno indicato dieci azioni prioritarie tutte orientate verso la una ricerca coordinata a livello europeo soprattutto per evitare l’implementazione di trattamenti, vaccini e diagnosi che si posino sul continente a macchia di leopardo.</p>



<p>Quanto detto rimarca l’importanza che riveste la dimensione europea dell’istruzione, della formazione e dell’attività di ricerca, per garantire a tutti un’educazione, intesa in senso lato, inclusiva e di qualità, per eliminare le grandi iniquità e diseguaglianza del sistema in diversi Paesi Membri e, soprattutto, per contribuire a creare e mantenere una società europea coesa, partendo dalle fondamenta dell’istruzione.</p>
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		<title>Cosa abbiamo imparato dalle Olimpiadi di Tokio?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Sgrulletti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Aug 2021 18:53:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Asia-Pacifico]]></category>
		<category><![CDATA[Coronavirus]]></category>
		<category><![CDATA[COVID-19]]></category>
		<category><![CDATA[olimpiadi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I Giochi olimpici di Tokyo 2020 sono stati “le Olimpiadi del Covid-19”, per molte altre ragioni rispetto a&#8230;</p>
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<p>I Giochi olimpici di Tokyo 2020 sono stati “le Olimpiadi del Covid-19”, per molte altre ragioni rispetto a quelle ovvie e abbondantemente dibattute nel corso dell’evento, concernenti la risposta sanitaria nazionale nipponica, con relative polemiche domestiche, e la politica precauzionale adottata a salvaguardia di atleti, operatori e volontari. Infatti, nessuno degli eventi sportivi precedentemente celebrati a mo’ di recupero delle manifestazioni sospese o annullate a seguito della diffusione pandemica del contagio, compresi quelli di dimensioni ragguardevoli, come gli Europei o la <em>Copa América</em> di calcio, poteva per ragioni numeriche e simboliche chiamare in causa le ragioni del globalismo e del localismo, che sono dei corollari inevitabili delle politiche internazionali di contrasto al virus.</p>



<p>Sarebbe dunque fuorviante non considerare tutta la discussione sull’opportunità dello svolgimento dei Giochi (e altrettanto dicasi per i paralimpici, che sono in procinto di iniziare) sotto questo punto di vista, a suo modo epocale: per il CIO, una delle organizzazioni internazionali che più iconicamente rappresentano i tempi del globalismo, essere riusciti nell’impresa di portare a termine Giochi olimpici caratterizzati dal record di discipline e specialità, con defezioni nazionali attinenti a ragioni differenti e pregresse rispetto alla pandemia da Covid-19 (si veda il caso della Russia, con gli atleti che hanno gareggiato sotto il vessillo olimpico per lo scandalo del doping di Stato; o quello della Corea del Nord, caratterizzato dalle vicende geopolitiche a tutti i nostri lettori ben note), rappresenta un innegabile successo ed è impossibile non notare quanto un esito differente dell’impresa in Sol Levante avrebbe reso inimmaginabili i toni di lieta speranza che hanno caratterizzato l’annuncio di Parigi 2024, da parte del Presidente della Repubblica francese Macron e della Sindaca Hidalgo.</p>



<p>Le dimensioni dell’evento olimpico, che sono andate in costante crescendo durante la storia, non sono dunque conseguenza di processi ineluttabili, ma merito di organizzazione e lavoro. Questo assunto rende gelido il rammarico per l’occasione persa da Roma per l’organizzazione dei prossimi Giochi, oltre a responsabilizzare la nostra organizzazione olimpica in vista di Milano-Cortina 2026, che sarà preceduta dalle Olimpiadi invernali dell’anno prossimo a Pechino. La Capitale cinese e tutto lo Stato si apprestano a rispondere ai vicini giapponesi con la seconda rassegna olimpica nel breve volgere di quattordici anni, in una sfida per l’egemonia culturale, ma non solo, sul Continente asiatico, che è tutt’altro che sottaciuta dai rispettivi governi.</p>



<p>C’è ormai consapevolezza nell’opinione pubblica che quelle del 2022 saranno anche le seconde olimpiadi e paralimpiadi in tempi di Covid-19 e non può non notarsi come le prime siano state la rassegna sportiva globale più caratterizzata nella storia dal tema della salute mentale: dall’ultima tedofora Naomi Osaka, ad una delle atlete che si attendevano come protagoniste assolute della rassegna olimpica, la ginnasta statunitense Simone Biles, fino alla grande promessa del nuoto italiano Benedetta Pilato, sono state particolarmente le atlete a far irrompere nel racconto a cinque cerchi la questione che, come conseguenza delle restrizioni alla socializzazione obbligate in tutto il mondo dal Covid-19, sta diventando vieppiù cruciale nel dibattito politico sul welfare durante e dopo la pandemia.</p>



<p>Le paralimpiadi di Tokyo saranno inoltre le più viste di sempre nel mondo: si prevede infatti un pubblico di circa 4 miliardi di telespettatori e si discute in questi giorni se consentire anche una limitata presenza di pubblico negli impianti sportivi, in particolare tra i giovanissimi studenti delle scuole nipponiche, nell’ottica della diffusione del messaggio di inclusione e apertura sociale universale, cui le istituzioni giapponesi, come oggettivamente il CIO, hanno dato prova innegabile di tenere molto. Dalla scelta della pallavolista italiana Paola Egonu per rappresentare l’Europa tra gli atleti che portavano il vessillo olimpico, lei lesbica e di colore; alla prima partecipazione di un’atleta transgender, la neozelandese Laurel Hubbard nella categoria +87 kg del sollevamento pesi, sono stati diversi i messaggi simbolici di valore storico lanciati da Tokyo 2020.</p>



<p>Mentre la rappresentativa olimpica dei rifugiati politici ha contato 29 atleti, quasi tre volte quelli presenti a Rio, provenienti da 13 nazioni diverse e con un proprio <em>entourage</em>, un missione olimpionica vera e propria, con relativa organizzazione, la questione dei rifugiati, c’è da crederlo purtroppo, si porrà con rinnovato vigore sia durante le paralimpiadi al via, sia durante i prossimi appuntamenti pentacerchiati, alla luce degli sviluppi drammatici della crisi afghana, che in termini di organizzazione sportiva hanno comportato anche la necessaria rinuncia del Comitato paralimpico nazionale alla partecipazione programmata, per l’impossibilità di raggiungere Tokyo in sicurezza per delegazione ed atleti. Tra questi, in particolare, ha destato emozione e mobilitazione nell’opinione pubblica internazionale e nel mondo dello sport il caso di Zakia Khudadadi, che ha potuto lasciare il Paese in sicurezza grazie all&#8217;accoglienza umanitaria del Governo australiano e potrebbe tuttora riuscire a partecipare, come prima donna afghana, alle paralimpiadi di Tokyo.</p>
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		<title>Germania: tre modelli economici e il rebus dei negoziati di coalizione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Michelangelo Freyrie]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 Jul 2021 18:16:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[COVID-19]]></category>
		<category><![CDATA[Germania]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>È molto probabile che gli esiti delle elezioni in Germania vengano decisi nelle ultime settimane di campagna, complici&#8230;</p>
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<p class="has-drop-cap">È molto probabile che gli esiti delle elezioni in Germania vengano decisi nelle ultime settimane di campagna, complici le incertezze causate dall’aumento di infezioni e le vacanze estive. Ciò che è però chiaro fin da oggi è che la prossima coalizione di governo richiederà con ogni probabilità lunghe negoziazioni per vedere la luce, specialmente se si renderà necessario un accordo a tre. Già nel 2017 si era assistito a complesse contrattazioni fra CDU, Verdi e Liberali (FDP) nel tentativo di formare un governo alternativo alla grande coalizione fra cristianodemocratici e SDP. I liberali guidati da Christian Lindner ebbero vita molto difficile per aver rifiutato una possibile partecipazione di governo, e se non fosse stato per il soqquadro economico e le restrizioni delle libertà civili causate dal Covid, è interamente plausibile che il partito avrebbe perso parecchi consensi a questa nuova tornata.</p>



<p>Benché tutti i partiti abbiano un interesse a non rischiare l’irrilevanza politica a cui sono stati condannati i liberali a livello federale, è comunque difficile credere che la formazione del prossimo governo non sarà altrettanto combattuta. A settembre i tedeschi dovranno infatti scegliere molto più che il successore di Angela Merkel alla cancelleria. Il voto per questo o quel partito, così come le derivanti costellazioni di governo, andranno a delineare il consenso sul modello socioeconomico preferito dai cittadini nell’epoca post-pandemica, con un occhio di riguardo su crisi climatica e instabilità globale. Tutte le formazioni politiche hanno infatti proposto modelli nettamente diversi per superare lo status quo, enfatizzando aspetti diversi della transizione ecologica e della modernizzazione economica tedesca.</p>



<p>L’agenda di riforma più omnicomprensiva è indubbiamente quella dei Verdi. Complice una nomenclatura di partito pescata direttamente dagli ambienti accademici e dai ceti professionali, i Grüne hanno arricchito il loro programma con iniziative estremamente precise e volte a reindirizzare vigorosamente la direzione dello sviluppo economico tedesco. Il risoluto piano per completare la <em>Energiewende¸ </em>la transizione energetica, esclude qualsiasi compromesso o passo intermedio, esigendo una totale decarbonizzazione da qui al 2040. Unito a un ambizioso piano di investimenti e di redistribuzione volto a compensare le classi meno abbienti dei costi della transizione, il programma dei Verdi rappresenterebbe un importante cambio di passo per il sistema economico tedesco. Si parlerebbe di un passaggio da un’economia basata primariamente sull’export a una governance più attenta ai consumi interni, un passaggio fondamentale per sopperire alla levitazione dei costi industriali dovuti a carbon tax, elettrificazione e pesanti programmi di R&amp;D.</p>



<p>Un approccio simile è condiviso dai socialdemocratici, che a differenza dei Verdi sembrano più orientati a un modello di concertazione industriale, puntando all’interesse delle grandi industrie (specialmente automobilistiche) ad anticipare gli obiettivi governativi, come il divieto di produrre macchine a benzina, diesel o ibride dal 2030. Il vantaggio socialdemocratico è rappresentato dalle azioni del partito al governo, dove da qualche mese prova a dimostrare le proprie credenziali ambientali con feroci critiche al partner CDU. Un esempio è stato l’ammodernamento della legge sulle rinnovabili, creata agli inizi del 2001 e chiave della <em>Energiewende</em> tedesca. Analogamente, l’SPD cerca anche di sfruttare le proprie competenze in politica estera, intestando al ministro Scholz il successo delle negoziazioni su una tassazione minima globale e al ministro del lavoro Hubertus Heil la nuova <em>Lieferkettengesetz¸ </em>imponendo alle aziende tedesche di garantire un minimo di due diligence umanitaria ed ambientale lungo la propria catena del valore estera.</p>



<p>Il partito che ha più difficoltà nell’affermare una convincente agenda di cambiamento è la CDU/CSU. Ultimo partito ad aver presentato il programma, l’<em>Union</em> sconta la contraddizione di essere una formazione favorevole allo status quo ma con la reputazione da buona gestrice di crisi. Che la catastrofe climatica richieda cambiamenti radicali ha messo i due partiti in difficoltà, producendo un piano piuttosto scarno e spoglio di dati precisi. È da anni che i notabili del partito temono che i divieti proposti dai partiti progressisti possano danneggiare la competitività delle industrie tedesche all’estero, mentre gli investimenti espansivi proposti dai socialdemocratici non sono riconciliabili col rigore fiscale della <em>schwarze Null</em>. Il partito si oppone quindi a buona parte delle misure qua descritte, con l’eccezione di misure già previste dal governo (come un lento aumento del prezzo della CO2) e puntando sull’innovazione e lo sviluppo di tecnologie industriali meno inquinanti. Punto interessante è il ruolo che per i conservatori dovrebbe giocare l’idrogeno nella transizione ecologica tedesca. Accettando l’idrogeno blu (cioè prodotto tramite gas e petrolio) come una tecnologia-ponte verso un’ulteriore diminuzione delle emissioni, la CDU conta di poter muovere il paese verso la decarbonizzazione senza metterne in discussione l’architettura economica esistente.</p>



<p>Ed è proprio la diversità di queste visioni che renderà parecchio dolorosa la formazione di una nuova maggioranza. Le concessioni in ambito negoziale saranno difficilmente tollerate dalle basi dei partiti, dando forse un vantaggio a quei leader con una maggior capacità di sedare le rivolte nelle proprie stesse strutture (qualcosa che sembra attualmente mettere in difficoltà soprattutto la CDU). Resta da vedere quale risultato riusciranno a negoziare i tre principali partiti.</p>
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		<title>Quoi qu&#8217;il en coûte: dalla transizione ecologica e digitale al rilancio della competitività per far ripartire la Francia</title>
		<link>https://www.mondodem.it/2404/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Claudia Schettini]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 21 Mar 2021 17:02:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Macroaree]]></category>
		<category><![CDATA[COVID-19]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Francia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A causa della pandemia di Covid-19 e delle sue drammatiche conseguenze, la Francia si trova di fronte alla&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">A causa della pandemia di Covid-19 e delle sue drammatiche conseguenze, la Francia si trova di fronte alla più grave recessione economica dal 1945. Il PIL è diminuito del 8,3%, le esportazioni si sono ridotte del 28,9% e le importazioni del 20,7%, con effetti negativi sul già grave deficit commerciale. L’Istituto di statistica francese ha stimato una perdita di circa 600.000 posti di lavoro soltanto nel settore privato e un tasso di disoccupazione pari al 9%. Se il 2020 si è dunque confermato un <em>annus horribilis </em>per l’economia francese, il 2021, grazie ai fondi dell’Unione Europea e, in particolare, all’entrata in vigore del piano <em>France Relance</em>, potrebbe essere l’anno della sua ripresa.</p>



<p>Nel quadro del Next Generation EU, l’Unione Europea ha previsto per la Francia uno stanziamento di <strong>40 miliardi </strong>di euro, interamente sotto forma di sussidi a fondo perduto. Con riferimento ai programmi minori, per il React-EU sono stati stanziati 3 miliardi e circa 15 sono stati previsti nel contesto del Quadro Finanziario Pluriennale (2021-2027).</p>



<p>“<em>Quoi qu’il en coûte</em>”, così il presidente Emanuel Macron ha presentato, lo scorso 3 settembre, il piano di ripresa economica <strong><em><a href="https://www.gouvernement.fr/france-relance" target="_blank" rel="noreferrer noopener">France Relance</a></em>, </strong>rievocando, un po’, il famoso “<em>Whatever it takes</em>” di draghiana memoria. In effetti, differentemente da altri paesi europei, la maggior parte delle risorse finanziarie non provengono dai fondi dell’Unione bensì da <strong>risorse nazionali che ammontano a ben 100 miliardi di euro</strong>. Già prima del <em>France Relance</em>, il governo francese aveva reagito velocemente ed efficacemente con un piano di emergenza, strutturato su tre direttrici: garanzie sui prestiti alle imprese e un fondo di solidarietà per le imprese; un dispositivo di disoccupazione parziale; un programma di capitalizzazioni a protezione delle imprese più strategiche.</p>



<p>Il piano “<em>France Relance</em>”, considerato dai suoi architetti un piano di investimenti e sviluppo a lungo termine, ha due obiettivi fondamentali: accelerare la transizione ecologica e, parimenti, quella digitale, e sostenere la creazioni di nuovi posti di lavoro, riservando un’attenzione particolare alle esigenze e le opportunità dei più giovani. Aggiornato al 20 gennaio 2021, la sua impostazione poggia su tre pilastri: <em>ecologia</em>, <em>competitività industriale</em>, <em>coesione sociale e territoriale.</em></p>



<ol class="wp-block-list" type="1"><li><strong>ECOLOGIA</strong>: dei 100 miliardi del piano, 30 saranno investiti nella transizione ecologica affinché il paese diventi la prima grande economia europea a zero emissioni. Gli investimenti principali riguardano la decarbonizzazione industriale, a cui saranno destinati 1,2 miliardi dei fondi; l’isolamento termico degli edifici pubblici e il sostegno alla sostenibilità dei trasporti. L’investimento più importante in questo settore è il piano “<em>MaPrimeRénov’: mieux chez moi, mieux pour la planète”, </em>volto ad incoraggiare le famiglie a realizzare lavori di riqualificazione energetica delle proprie abitazioni (ma anche di edifici pubblici) con l’obiettivo finale di finanziare il risanamento di 500.000 appartamenti ad anno, beneficiando di un ulteriore finanziamento di 2 miliardi di euro per il biennio 2021-2022.</li></ol>



<ul class="wp-block-list"><li><strong>COMPETITIVITA’</strong>: 34 miliardi saranno destinati al rilancio della competitività, ad una crescita economica sostenibile nonché all’innovazione tecnologica delle imprese, con un’attenzione particolare alle piccole e medie imprese che rappresentano un terzo del tessuto imprenditoriale francese. In particolare, il piano comprende quattro misure volte a potenziare il fabbisogno di capitale imprenditoriale: più risparmio per le imprese, devoluzione di 20 miliardi di capitale quasi proprio per consolidare i bilanci delle imprese tramite prestiti partecipativi, sostegno a progetti territoriali e rilocalizzazione dei fondi in alcuni settori strategici.</li></ul>



<ul class="wp-block-list"><li><strong>COESIONE SOCIALE E TERRITORIALE</strong>: come accade per la maggior parte dei paesi in tempi di crisi, una delle più grandi sfide che la Francia dovrà affrontare è l’aumento delle disuguagliane sociali. Per questo motivo, nel consacrare 36 miliardi del piano a questo pilastro, tre sono stati indicati come obiettivi principali: considerevole sostegno al sistema e alle infrastrutture sanitarie (6 miliardi); finanziamento agli enti territoriali da parte della <em>“Banque des Territoires</em>”; salvaguardia e creazione di nuovi posti di lavoro. Quest’ultimo punto è, senza dubbio, il più importante del pilastro della coesione in quanto risorse significative saranno destinate alla formazione professionale dei giovani e dei lavoratori più vulnerabili tramite contratti facilitati e “bonus assunzione” (<em>prime à l’embauche</em>). Tra i vari progetti lanciati, un esempio molto interessante è la creazione di percorsi di accompagnamento o re-inserimento dei giovani nel mondo lavorativo: si tratta del <em>PEC jeunes</em>, il percorso di assunzione delle competenze giovanili e lo <em>IAE jeunes</em>, un percorso di inclusione giovanile nei vari settori dell’attività economica.</li></ul>



<p>La discussione relativa alla <em>governance </em>per la gestione dei fondi del Recovery Fund, questione che, in alcuni paesi, ha comportato notevoli fibrillazioni governative, non è stata così sentita in Francia dove, fin dall’inizio, il presidente Macron ha mobilitato le migliori expertise della propria amministrazione pubblica affidando interamente il piano nelle mani del Ministro dell’Economia Le Maire. Tuttavia, ciò che ha permesso un immediato successo del piano è stato il metodo basato su una forte cooperazione interministeriale nonché sulla concertazione con regioni ed enti locali. Da subito il governo è andato  nella direzione di una forte inclusione e serrato dialogo fra tutti gli attori coinvolti nonché dell’immediata creazione di comitati di monitoraggio sia a livello nazionale, presieduti dal Primo Ministro al fine di assicurare l’esecuzione del piano di ripresa, sia a livello regionale per verificare l’avanzamento di specifici progetti territoriali e le necessarie risorse per la messa in opera degli stessi. Un aspetto molto interessante è che questi “<em>comités de suivi</em>” includono anche associazioni di amministratori locali, organizzazioni ambientaliste e associazioni attive nel sociale.</p>



<p>Il dibattito interno relativamente agli aspetti positivi e negativi del “<em>France Relance</em>” è stato quindi molto partecipato: dai parlamentari alle banche, dalle  confederazioni imprenditoriali alle associazioni ambientaliste. In generale, il mondo imprenditoriale (tra cui <em>MEDEF</em>, <em>il Movimento delle Imprese di Francia</em>, <em>CPME</em>, <em>la Confederazione delle Piccole e Medie Imprese </em>e <em>CCI</em>, le <em>Camere di Commercio e dell’Industria</em>) ha accolto in maniera ampiamente favorevole il piano considerandolo una mobilitazione di risorse economiche senza precedenti. Riscontri meno positivi sono invece arrivati da <em>U2P, l’Unione delle Imprese di Prossimità</em>, e da alcuni sindacati che temono per la tenuta delle piccole imprese a causa dell’insufficienza dei sussidi per l’impiego e la mancata riduzione delle imposte di produzione. Voci critiche arrivano da <em>WWF France </em>secondo cui il paese si troverebbe di fronte ad una situazione di <em>trade-off</em>: transizione ecologica e rilancio industriale sarebbero due obiettivi poco conciliabili soprattutto considerato il breve periodo di tempo entro cui sono stati stanziati i fondi (2022). All’interno dell’Assemblea il dibattito parlamentare si è acceso nel momento in cui la maggioranza del gruppo <em>LREM </em>in seno alla “Commissione Economica” ha votato un emendamento che obbliga le imprese beneficiarie di sovvenzioni ad attuare obblighi in materia ambientale che, secondo alcuni, rallenterebbero soltanto la ripresa economica.</p>



<p>Sebbene il negoziato con Bruxelles non sia ancora terminato, la Francia, preceduta soltanto  dalla  Spagna,  è  il  secondo paese europeo più avanzato nell’applicazione del piano. Una prima ed unica reazione da parte della Commissione europea nei confronti del <em>“France Relance” </em>è arrivata a fine novembre 2020: secondo l’esecutivo europeo, le misure adottate dalla Francia per rilanciare l’economia nazionale sarebbero poco sostenibili nel lungo periodo, poiché, sebbene generose, coprono soltanto il biennio 2021- 2022, mentre necessiterebbero di finanziamenti anche negli anni successivi. Tenendo, inoltre, conto dell’elevato livello di debito pubblico che attanagliava la Francia già prima dello scoppio della pandemia, è fondamentale che le misure adottate preservino la sostenibilità delle finanze francesi nel medio e lungo termine.</p>



<p>La Francia è stato, senza dubbio, il Paese che maggiormente ha spinto sui fondi europei dando dimostrazione di essere in grado di sfruttare al meglio tali risorse. La strutturazione del piano è stata guidata dall’ importante decisione di integrare la manovra finanziaria con le risorse europee. Punto di forza del piano “<em>France Relance</em>” è la grande cooperazione e il continuo dialogo con i vari attori coinvolti, in primis le regioni e gli enti locali, elemento del tutto assente nel panorama italiano. Per quanto la realizzazione del piano sarà un lavoro interministeriale, la scelta del presidente Macron di assumere per la <em>governance </em>del Recovery Plan solo un consigliere speciale presso il capo di gabinetto del Primo ministro è una scelta altamente strategica, fondamentale per limitare qualsiasi fibrillazione politica. Si tratta di un esempio che potrebbe rivelarsi estremamente utile per l’Italia, facilitando una reale cooperazione governativa ed evitando che i lunghi tempi delle necessarie soluzioni di compromesso finiscano per collidere con l&#8217;urgenza della definizione dei relativi progetti.</p>



<figure class="wp-block-table"><table><tbody><tr><td></td></tr><tr><td></td><td></td></tr></tbody></table></figure>
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		<title>I tormenti dell&#8217;Argentina</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Riccarda Lopetuso]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 25 Jan 2021 14:55:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Macroaree]]></category>
		<category><![CDATA[USA e Americhe]]></category>
		<category><![CDATA[Argentina]]></category>
		<category><![CDATA[COVID-19]]></category>
		<category><![CDATA[Lockdown]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un lockdown durato sette mesi, un debito da rinegoziare e la morte – improvvisa – del dio Maradona,&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Un <strong>lockdown</strong> durato sette mesi, un <strong>debito</strong> da rinegoziare e la morte – improvvisa – del dio <strong>Maradona</strong>, ma anche la <strong>patrimoniale</strong> per finanziare le spese Covid e la <strong>legalizzazione</strong> – storica &#8211; dell&#8217;aborto.</p>



<p>Quello appena trascorso è stato un anno difficile per l&#8217;Argentina, l&#8217;anno che – prima che l&#8217;inaspettata pandemia toccasse anche il paese &#8211; doveva rappresentare la rinascita dopo le elezioni vinte da <strong>Alberto Fernandez</strong> e il ritorno del kirchnerismo al potere, grazie anche vicepresidenza di <strong>Cristina Fernandez De Kirchner</strong>, ancora popolarissima e molto influente nel paese.</p>



<p>Dopo il mandato di <strong>Mauricio Macrì</strong>, il ritorno del peronismo di sinistra alla <strong>Casa Rosada</strong> apriva spiragli nella patria del primo populismo moderno, ma anche nel paese sudamericano – come ovunque nel mondo – il ciclone Covid-19 ha rovesciato le agende politiche, dettato altre priorità e messo il governo davanti a numeri spaventosi.</p>



<h5 id="il-covid-e-laumento-della-poverta" class="wp-block-heading">Il Covid e l&#8217;aumento della povertà</h5>



<p>L&#8217;Argentina &#8211; che al momento conta circa <strong>45 mila vittime e quasi 2 milioni di contagiati</strong> su una popolazione di 45 milioni di abitanti &#8211; appare uno dei paesi più colpiti a mondo e può rivendicare un triste primato che riguarda il lockdown, durato sette mesi, da marzo a novembre. Il più lungo del mondo.</p>



<p>Lockdown che ha aggravato una <strong>condizione economico-sociale già precaria</strong> all&#8217;insediamento dei Fernandez, negli ultimi mesi sfociata nel dramma e nell&#8217;incertezza per il futuro: si stima che la <strong>povertà</strong> tra gli argentini abbia raggiunto il <strong>44 %</strong> , una pericolosa regressione per il paese che aveva ridotto l&#8217;indigenza negli anni di presidenza dei coniugi Kirchner (Nestor e in seguito i due mandati di sua moglie Cristina, attuale vicepresidente) merito delle politiche socialiste dei presidenti peronisti, ossia un&#8217;agenda di governo basata su nazionalizzazioni ed elargizione di sussidi che, indubbiamente, ha ottenuto risultati importanti su <strong>lotta alla fame e all&#8217;alfabetizzazione</strong> delle aree più povere del paese.</p>



<p>Fame che è tornata ad attanagliare soprattutto i segmenti più fragili della società, tra cui i bambini che vivono nelle periferie delle grandi città, con <strong>6 su 10</strong> che hanno difficoltà a sfamarsi.</p>



<p>Eppure, all&#8217;inizio dell&#8217;emergenza sanitaria, a marzo, si prevedeva che il paese reggesse meglio dei suoi vicini della regione, grazie alle decisioni – dure – intraprese dal presidente Alberto Fernandez, intenzionato a mettere la <strong>salute pubblica davanti all&#8217;economia</strong>.</p>



<p>Ma purtroppo il lockdown durato sette mesi, non ha ottenuto i risultati sperati in termini di salvaguardia di vite umane ed ha, innegabilmente, affondato il paese in una <strong>crisi economica</strong> che già scontava errori del passato e la spada di Damocle del debito – ammontante a <strong>44 miliardi di dollari</strong> – con il Fondo Monetario Internazionale.</p>



<p>La scorsa estate è stato raggiunto un&#8217; accordo con tre dei grandi creditori per la <strong>ristrutturazione di 67 miliardi di debito pubblico</strong> grazie a cui è stato evitato l&#8217;ennesimo default per il paese.</p>



<p>Ma la situazione della Repubblica Argentina continua a essere compromessa, con <strong>un&#8217;inflazione che raggiunge il 50%</strong> e un calo di gradimento del governo – nonostante la popolarità indiscutibile – di Cristina Kirchner.</p>



<h5 id="tassa-patrimoniale-e-legge-sullaborto" class="wp-block-heading">Tassa patrimoniale e legge sull&#8217;aborto</h5>



<p>Governo che – tuttavia – non ha paura di portare avanti provvedimenti forti quali la legalizzazione – storica dell&#8217;aborto e l&#8217;imposizione di una <strong>tassa patrimoniale per finanziare le spese Covid</strong>.</p>



<p>Il provvedimento, molto discusso da chi teme un&#8217;ulteriore fuga di investitori dal paese, colpirà i <strong>patrimoni più ricchi</strong> (sopra a 200 milioni di pesos, equivalente a 2 milioni di euro) e servirà a coprire le spese mediche, i contributi alle imprese e le borse di studio agli studenti.</p>



<p>Una decisione che ha trovato la <strong>coalizione Frente de todos</strong> che appoggia il governo, compatta nell&#8217;approvazione di questa patrimoniale che colpirà lo 0,8% degli argentini.</p>



<p>Coalizione peronista coesa e granitica anche davanti al provvedimento in grado di caratterizzare la presidenza dei Fernandez, la legge attesa dal paese da <strong>decenni</strong> e che Alberto Fernandez aveva inserito nel suo programma elettorale.</p>



<p>Parliamo della legge sull&#8217;interruzione di gravidanza, vietata nel paese dal 1921, che lo rendeva possibile solo nei casi di violenza sessuale e rischio di vita per la madre. Questa volta, a differenza del <strong>2018</strong> quando la legge sull&#8217;interruzione volontaria di gravidanza<strong> era stata approvata dalla camera e bocciata dal senato</strong>, entrambe le camere hanno votato la legge e dallo scorso dicembre il paese ha compiuto un deciso passo avanti sulla strada dei diritti sociali e della libertà di scelta delle donne.</p>



<p>La volontà politica è stata determinante. Il presidente Alberto Fernandez è riuscito a ottenere <strong>l&#8217;appoggio del Parlamento</strong> e a portare avanti un punto programmatico importante del suo programma elettorale, nonostante in Argentina l&#8217;influenza della <strong>chiesa cattolica</strong> sia ancora molto forte, a prescindere dalla nazionalità dell&#8217;attuale pontefice.</p>



<p>La legge da un lato potrebbe incrinare il rapporto – ottimo fino ad ora – <strong>tra il presidente e papa Bergoglio</strong>, dall&#8217;altro incitare anche gli altri Stati sudamericani che ancora non consentono l&#8217;interruzione legale di gravidanza a imitare l&#8217;Argentina, magari sulla spinta dei <strong>movimenti femministi</strong> ispirati dai fazzoletti verdi.</p>



<p>Questa conquista di civiltà è l&#8217;unico <strong>barlume di luce</strong> che ha attraversa il cielo argentino in un periodo di <strong>forti incertezze e paure</strong>, dal Covid alla piaga del debito e della povertà che funestano la vita degli argentini e il loro futuro.</p>
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		<title>Da SURE una leva per il rilancio delle politiche occupazionali</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Riccarda Lopetuso]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Dec 2020 15:06:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[COVID-19]]></category>
		<category><![CDATA[EU]]></category>
		<category><![CDATA[Sure]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I fondi di “Sure” (Support to Mitigate Unemployment Risk in a Emergency), lo strumento della Commissione Europea per&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>I fondi di “Sure” (<em>Support to Mitigate Unemployment Risk in a Emergency</em>), lo strumento della Commissione Europea per salvaguardare l&#8217;occupazione, serviranno a sostenere il welfare italiano in un momento in cui le nostre finanze hanno già subito pesanti aggravi di spesa pubblica.</p>



<p>Durante la prima ondata di Covid-19 della scorsa primavera l&#8217;Italia ha speso complessivamente 15 miliardi di euro per Cassa Integrazione in Deroga e altre forme di assistenza a circa 11 milioni di italiani. Il successivo prolungamento della Cassa Integrazione in deroga e il blocco dei licenziamenti fino al 31 marzo 2021 sono stati dettati&nbsp; dalle conseguenze che il nuovo&nbsp; lockdown avrà sulla nostra economia e sul nostro mercato del lavoro. Senza dubbio, l&#8217;aver potuto contare sui prestiti di Sure ha reso le scelte del Governo meno insostenibili per il nostro bilancio: &nbsp;i primi 16,5 miliardi (dei 27,4 totali previsti) di Sure hanno coperto i costi della Cassa Integrazione fino alla fine dell&#8217;anno, dopo l&#8217;ulteriore prolungamento fino a metà novembre della copertura per un totale di 18 settimane.</p>



<p>Sure, peraltro, si è dimostrato uno strumento molto apprezzato anche dai mercati e dagli investitori. La Commissione Europea per finanziare Sure ha scelto uno strumento obbligazionario denominato “Social bond”, lanciando sul mercato il 20 ottobre scorso obbligazioni per 17 miliardi di euro con&nbsp; scadenze a 10 e 20 anni e tornando con altre due emissioni, l&#8217;ultima di pochi giorni fa.</p>



<p>Il primo social bond dell&#8217;Unione Europea – per sostenere gli strumenti di sostegno al reddito nazionali – è stato richiesto in misura 13 volte superiore all&#8217;offerta. Un successo, da leggere in un ottica doppia. Da un lato, la buona performance del social bond porta una ventata di fiducia per i prossimi collocamenti di obbligazioni, dall&#8217;altro – come dichiarato dal Commissario Gentiloni “&#8221;L&#8217;emissione di bond per Sure è stata più di un&#8217;operazione di mercato di successo: è stato un enorme voto di fiducia nel piano di ripresa dell&#8217;Unione europea e nel nostro futuro economico comune&#8221;.</p>



<p>Sure – strumento temporaneo &#8211; ammonta complessivamente a 87,9 miliardi e prevede prestiti agli Stati membri per tutelare i posti di lavoro e proteggere l&#8217;occupazione nelle varie forme di strumenti di sostegno al reddito nazionali.</p>



<p>Anche se si tratta di una misura emergenziale, le prospettive per rendere Sure strutturale e tracciare un cammino verso un&#8217;Europa del lavoro sono concrete.</p>



<p>Già nel 2016 fu l&#8217;allora Ministro dell&#8217;Economia e delle Finanze Pier Carlo Padoan ad avanzare l&#8217;idea di un sostegno comune europeo contro la disoccupazione e lo stesso obiettivo era parte del programma del Partito Democratico alle elezioni europee del 2019.</p>



<p>Si tratta di un punto programmatico entrato successivamente anche nel programma di presidenza di Ursula von Der leyen, trovando una sponda nel gruppo dei Socialisti e Democratici.</p>



<p>Sure quindi può essere considerato <strong>un primo passo – su spinta politica dai progressisti – per giungere a un Europa più solidale</strong> anche in questioni che toccano nervi scoperti e delicati per la coesione sociale degli Stati membri: la tutela dell&#8217;occupazione e i regimi di sostegno al reddito.</p>



<p>In Italia il governo sta lavorando ad una riforma del sistema degli Ammortizzatori Sociali che – si auspica –metta ordine nei molteplici strumenti di sostegno al reddito, cambiando radicalmente i pilastri su cui si basano gli strumenti di protezione dei lavoratori e le politiche attive: non solo sostegno economico, ma aiuto concreto per riqualificare i lavoratori e aiutarli, attraverso la formazione e l&#8217;acquisizione di nuove competenze, a trovare nuove opportunità lavorative.</p>



<p>La riforma – che dovrebbe portare alla nascita di uno strumento di sostegno universale &#8211;&nbsp; include anche una novità interessante e attesa da decenni: uno strumento di protezione anche per i lavoratori autonomi, professionisti e occasionali iscritti alla Gestione separata e alle Casse di previdenza private. Un passo necessario, per tutelare lavoratori – le Partite IVA- a cui non sono riconosciuti interventi di welfare pubblico.</p>



<p>Il futuro del mercato del lavoro nel nostro paese, pur nella drammaticità dei numeri e delle prospettive che ci attendono, deve essere pronto a scelte coraggiose e a politiche occupazionali che vadano nella direzione segnata dal Next Generation Eu e dal nostro Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.</p>



<p>Molti lavori non torneranno più, o almeno non torneranno in tempi brevi e non nelle forme a cui siamo stati abituati prima che la pandemia cambiasse la nostra quotidianità e la nostra vita.</p>



<p>Bisogna continuare a garantire il sostegno al reddito del lavoratori ma anche preparasi all&#8217;emergenza sociale che inevitabilmente ci troveremo ad affrontare in primavera.</p>



<p>Se nel breve termine si perderanno, almeno temporaneamente, migliaia di posti di lavoro nei settori del turismo, della ristorazione e dello spettacolo, buone prospettive occupazionali si potranno cercare nei settori individuati come strategici per la ripresa del nostro paese come la trasformazione verde, la transizione digitale e le opere infrastrutturali.</p>



<p>In questi campi, se le amministrazioni e gli enti locali riusciranno&nbsp; a mettere in campo rapidamente progetti in linea con gli obbiettivi europei, avvalendosi di strutture con governance snelle, una ripresa occupazionale è possibile, ma è essenziale partire il prima possibile nel formare le professionalità che saranno necessarie,&nbsp; anche sfruttando questi mesi di inattività forzata di molti lavoratori.</p>
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		<title>Un Piano Marshall per il clima? Opportunità e rischi per l’Italia</title>
		<link>https://www.mondodem.it/2200/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Bergamaschi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 19 Oct 2020 09:59:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ecologia]]></category>
		<category><![CDATA[COVID-19]]></category>
		<category><![CDATA[Green Deal]]></category>
		<category><![CDATA[green economy]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Gli ingenti investimenti che saranno messi in campo con il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza fino al&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Gli ingenti investimenti che saranno messi in campo con il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza fino al 2023 e con il nuovo budget europeo fino al 2027 potrebbero fare da volano per la crescita, la creazione di migliaia di nuovi posti di lavoro e permettere al debito nazionale di rientrare a livelli pre-COVID in tempi relativamente rapidi, se utilizzati con un focus specifico per la transizione ecologica. Questo è quanto emerge dall’analisi redatta da oltre trenta economisti e ricercatori italiani <a href="mailto:https://www.ref-e.com/it/focus-light/ossigeno-per-la-crescita">“Ossigeno per la crescita. La decarbonizzazione al centro della strategia economica Post-Covid”</a>, la prima in Italia a guardare alla decarbonizzazione come un cambio di sistema. L&#8217;impatto economico in Italia di una spesa incentrata su decarbonizzazione e resilienza sarebbe imponente: un tasso di crescita medio annuo vicino al 5% per i primi anni e del 3,5% nel medio termine, convergendo al 2% nel lungo termine. Sarebbe l’unico modo per riportare il debito pubblico italiano ai livelli pre-COVID entro il 2030, e di ottenere entro la stessa data un aumento complessivo del PIL del 30%, e del tasso di occupazione dell&#8217;11%.</p>



<p>Inoltre, un utilizzo dei fondi del PNRR centrato sulla riconversione ecologica sarebbe anche l’unico modo per raggiungere i nuovi obiettivi climatici al 2030 (è in discussione il taglio delle emissioni di almeno il 55% rispetto al 1990, il Parlamento Europeo chiede il 60%) e la neutralità climatica – ovvero la somma zero tra emissioni rimanenti e quelle assorbite – al 2050.</p>



<p>L’altra buona notizia arriva dalle <a href="mailto:https://www.ilsole24ore.com/art/anche-il-gas-ora-l-aie-intravvede-declino-nell-energia-trionfera-sole-ADSeZrv">nuove proiezioni dell’Agenzia internazionale dell’energia</a>: le rinnovabili sono oggi più competitive dei fossili. In particolare, il fotovoltaico è diventato nella maggior parte del mondo molto più vantaggioso rispetto a gas o carbone. Il tramonto di tutti i combustibili fossili subirà un’accelerazione nei prossimi anni. Per l’Italia, tra i paesi più ricchi di energia solare, è un’opportunità senza precedenti di ripensare il suo ruolo: passare cioè da <em>hub</em> del gas ad <em>hub</em> del solare ed eolico). Questo, però, a patto che la politica italiana riveda l’attuale politica incentrata sull’industria fossile più potente e influente in Italia: quella appunta del gas. Quest’ultimo non può più essere &nbsp;considerato un combustibile di transizione, vista la disponibilità di tecnologie che permettono di integrare e gestire il flusso variabile delle rinnovabili in tutta sicurezza (batterie, reti elettriche intelligenti e digitalizzazione, ).</p>



<p>Insomma, i capitali ci sarebbero e la tecnologia a zero emissioni è matura e competitiva. Ora la politica deve definire le scelti “verdi” che vuole adottare. Occorre specificare su quali tecnologie e in quali infrastrutture si vuole puntare, perché queste determineranno il percorso industriale ed emissivo dei prossimi 30 anni. Il rischio di <em>greenwashing</em> è molto alto. Ci sono scelte da prendere: ad esempio, l’Italia investirà i miliardi a disposizione nell’idrogeno blu, cioè la produzione di idrogeno da gas con sequestro della CO2 nel sottosuolo favorita dall’industria fossile, o nell’idrogeno verde, cioè la produzione di idrogeno a zero emissioni da rinnovabili favorita dall’industria pulita?</p>



<p>Un altro tassello importante per la reale applicazione della ripresa verde è la condivisione degli obiettivi climatici con tutta la pubblica amministrazione ed il suo coinvolgimento, così come quello delle regioni e degli enti locali, nel processo di &nbsp;decarbonizzazione, per la coerenza delle priorità. In parallelo poi dovrà essere urgentemente potenziata la capacità tecnica e di risorse umane qualificate di questi attori se si vuole riuscire a spendere gli ingenti capitali in modo coerente e nei tempi richiesti.</p>



<p>La ripresa verde post-COVID può diventare dunque la più grande opportunità di ricostruzione e rilancio del tessuto industriale italiano. Viceversa,  perdere questa occasione significherà la perdita di migliaia di posti di lavoro con conseguenze sociali e politiche devastanti, inclusa la futura permanenza nell’Unione Europea. Una delle industrie più esposte è quella automotive con <a href="mailto:https://assets.ey.com/content/dam/ey-sites/ey-com/it_it/generic/generic-content/ey-settore-automotive-e-covid-19.pdf">oltre 300 mila unità nel 2018</a>. L’Italia parte da una situazione di svantaggio per i mancati investimenti in batterie e sistemi di produzione elettrici negli ultimi 10 anni. Oggi importiamo quasi la totalità delle batterie e molti componenti. Il piano di ripresa è l’ultima possibilità di costruire una base e catena manifatturiera per la mobilità elettrica. <a href="mailto:https://theicct.org/sites/default/files/publications/Combustion-engine-phase-out-briefing-may11.2020.pdf">Come Francia, Regno Unito, Spagna e altri paesi europei</a>, anche l’Italia dovrebbe pensare a uno stop alla vendita delle auto a combustione entro una certa data (per esempio il 2030). Ciò non deve essere visto come una politica ambientalista ma un principio economico per guidare gli investimenti, le scelte industriali e le scelte sindacali dei prossimi 10 anni e per salvaguardare la salute pubblica.</p>



<p>Perdere il treno della rivoluzione verde, cioè, significa fallire a livello politico, economico e occupazionale. Non è difficile immaginare come tale fallimento possa diventare terreno fertile per una seconda violenta ondata di sovranismo e anti-europeismo negli anni 20 di questo secolo, che addossi all’apertura dei mercati e alla competizione estera la responsabilità della futura nuova crisi industriale. La politica è allora chiamata a costruire con decisione le basi industriali e occupazionali della mobilità elettrica, accompagnando il declino dell’occupazione fossile attraverso programmi di giusta transizione.</p>



<p>La ripresa verde è, infine, anche una grande opportunità di ripensare la nostra politica estera. Se il gas non è più una soluzione sostenibile e se ne avremo sempre meno bisogno (la Commissione Europea stima per i prossimi 10 anni un calo di oltre un quarto della domanda di gas in Europa, rendendo nuove infrastrutture a gas &nbsp;superflue) occorre ripensare il modello di sviluppo che promuoviamo nel vicinano e oltre. Occorre immaginare e disegnare un <em>Green Deal</em> anche per Libano, Egitto, Algeria, ma anche Libia e Mozambico, che crei occupazione di qualità e di lungo periodo, diffusa sul territorio, che contrasti la disoccupazione giovanile creando filiere industriali sostenibili in loco. Possiamo partire tenendo fede a quando <a href="mailto:https://www.repubblica.it/politica/2019/09/04/news/programma_governo_conte_2_bis-235177774/">concordato nel programma di Governo del Conte bis</a> un anno fa: <em>“Bisogna introdurre una normativa che non consenta, per il futuro, il rilascio di nuove concessioni di trivellazione per estrazione di idrocarburi. In proposito, il Governo si impegna a promuovere accordi internazionali che vincolino anche i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo a evitare quanto più possibile concessioni per trivellazione.”</em></p>
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		<title>COVID-19: le implicazioni geopolitiche della corsa al vaccino</title>
		<link>https://www.mondodem.it/2071/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Claudia Schettini]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 06 Jun 2020 16:26:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[Osservatori]]></category>
		<category><![CDATA[Coronavirus]]></category>
		<category><![CDATA[COVID-19]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dopo la guerra sanitaria (non ancora vinta) adesso la guerra è di natura commerciale e ruota intorno alla&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Dopo la guerra sanitaria (non ancora vinta) <strong>adesso la guerra è di natura commerciale e ruota intorno alla frenetica ricerca per scoprire il vaccino contro il Covid-19</strong>, ritenuto l’unica soluzione per cercare di frenare il dilagarsi del virus tra la popolazione mondiale. È una guerra combattuta tra avversari potenti, ossia le industrie farmaceutiche e i governi che stanno agendo seguendo una logica nazionalistica dal momento che, al di là del valore sanitario, il valore economico del vaccino è enorme. Non va sottovalutato, inoltre, <strong>il valore simbolico della corsa al vaccino che potrebbe essere paragonata alla corsa allo Spazio degli anni Sessanta</strong>. Si riuscirà ad avere un vaccino che sia, come auspicato dall’OMS e dalle Nazioni Unite, un “bene comune globale e pubblico”? O l’antidoto al virus sarà attanagliato dalle logiche privatistiche del monopolio brevettuale e dagli egoismi nazionali?</p>



<h5 id="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-f149e7de" class="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-f149e7de"><span id="tutto-il-mondo-alla-ricerca-del-vaccino-per-il-covid-19">Tutto il mondo alla ricerca del vaccino per il COVID-19</span></h5>



<p>Governi, case farmaceutiche e laboratori di ricerca stanno lavorando a un ritmo mai visto prima nella storia della ricerca medica: <strong>allo stato attuale si registrano 295 trattamenti e 109 vaccini in sperimentazione</strong>, di cui uno promosso dal tandem Italia &#8211; Regno Unito.</p>



<p>Allo stesso tempo, si assiste ad una collaborazione scientifica internazionale senza precedenti promossa, in prima battuta, dall’Unione Europea. A fine aprile, la Presidente della Commissione Europea, Ursula Von der Leyen, insieme al direttore generale dell’OMS, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ad Emmanuel Macron e a Melinda Gates, ha promosso un raccolta fondi a livello mondiale per <strong>raccogliere 7,5 miliardi di dollari e finanziare la ricerca per il vaccino contro il Coronavirus</strong>. L’iniziativa, detta <em>“ACT Accelerator”, </em>ha come obiettivo finale, oltre all&#8217;accelerazione dello sviluppo di test, farmaci e trattamenti contro il COVID-19, assicurarsi che tutto il mondo abbia accesso a queste cure. Von der Leyen ha annunciato che l’UE mobiliterà un miliardo di euro grazie alla partecipazione di una quarantina di governi, di organizzazioni internazionali e donatori privati. <strong>Anche l’Italia ha assicurato la sua partecipazione, con un contributo di 140 milioni di euro</strong> che sarà diviso tra CEPI (Coalition for epidemic prepardness innovations), OMS e Alleanza per l’immunizzazione globale dal Covid, formata da Italia, Olanda, Germania e Francia. In particolare, quest’ultima è una strategia di investimenti comuni per accelerare il processo di sviluppo di una cura efficace, negoziando con potenziali produttori e aziende farmaceutiche al fine di consentirne la produzione sul territorio europeo e garantire quantità e possibilità di accesso sufficienti per tutta l’Ue e per i paesi a basso reddito, in particolare in Africa.</p>



<h5 id="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-62ff7bc6" class="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-62ff7bc6"><span id="anche-litalia-alla-rincorsa-del-successo-medico">Anche l&#8217;Italia alla rincorsa del successo medico</span></h5>



<p>In questo contesto, <strong>il governo italiano da un lato collabora all’iniziativa europea, dall’altro ha cominciato, anch’esso, la corsa allo sviluppo di un vaccino nazionale</strong>. L’azienda Irbm di Pomezia sta, infatti, da tempo lavorando a misure cliniche preventive insieme all’Università di Oxford, anche se mancano ancora due mesi prima che possa partire la sperimentazione sull’essere umano del vaccino in studio allo Spallanzani di Roma, lo <em>ChAdOx1 nCoV-19</em>.</p>



<p>Il problema principale è che <strong>il vaccino non potrà essere subito disponibile per tutti</strong>: aziende e investitori, seguiti dagli Stati, vogliono vincere questa corsa per ottenere una posizione economica oltre che scientifica di primo piano. L’Italia rischia così di dover fare i conti con cifre di acquisto elevatissime: sarà infatti avvantaggiato non solo chi ha la ricerca sul territorio nazionale, ma soprattutto chi ha investito e finanziato di più la cura. L’azienda italiana che sta lavorando insieme ad una inglese ha già firmato un accordo di prelazione con Londra nel quale si stabilisce che il Regno Unito sarà il primo Paese ad avere accesso al potenziale vaccino, avendo stanziato più fondi per finanziarlo. Per quanto la prospettiva dello sviluppo nazionale di un vaccino sembri essere la migliore in termini non solo sanitari ma, soprattutto, di prestigio politico e strategico, allo stato attuale l’opzione più conveniente per Roma, nonché la più realistica, sarebbe quella di contribuire maggiormente all’iniziativa dell’Unione europea, non avendo realistiche prospettive di successo  la corsa individuale al vaccino.</p>



<h5 id="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-e8413a35" class="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-e8413a35"><span id="lo-scontro-tra-cina-e-usa-e-il-contesto-geo-politico">Lo scontro tra Cina e USA e il contesto geo-politico</span></h5>



<p>All’iniziativa globale avviata su proposta dell’UE non hanno preso parte i due competitors internazionali per eccellenza: <strong>USA e Cina</strong>. Con l’epidemia si sono infatti acuite le tensioni fra Pechino e Washington, entrambi a rischio di pesanti ripercussioni: chi prima ne uscirà, ripartirà con una marcia in più per la ripresa della successiva corsa. Mentre Xi Jinping, pur perseguendo uno sforzo individuale, ha garantito la condivisione di una potenziale scoperta della cura contro il Covid19, l’America di Trump ha, ancora una volta, adottato una politica del tipo “America first”, il cui obiettivo è la realizzazione di un vaccino entro la fine dell’autunno &#8211; obiettivo che, tuttavia, non sembra scientificamente sostenibile. La Casa Bianca <strong>non ha, inoltre, partecipato al vertice globale sui vaccini fissato tenutosi il 4 giugno</strong>.</p>



<p>È chiaro dunque che <strong>la ricerca del vaccino, a cui fa da sfondo un contesto geo-politico già di per sé molto teso, avrà profonde implicazione di carattere politico, economico ed industriale</strong>. Una strategia competitiva, piuttosto che collaborativa, a livello internazionale sarebbe solamente controproducente: la pandemia è, al momento, una sfida globale per affrontare la quale un vaccino potrebbe non essere sufficiente, se non se ne assicurasse la reperibilità a livello globale. È infatti necessario che il vaccino copra tutto il mondo, non solo per equità ma anche per essere certi che l’epidemia non continui a covare e fare vittime, e quindi a generare instabilità economica e poi politica. In altre parole, il virus non sarà sconfitto da nessuna parte finché non sarà sconfitto ovunque. Come ha più volte ribadito la presidente Von der Leyen: <em>«Battere il coronavirus richiederà un accesso prolungato su molti fronti. Abbiamo bisogno di una risposta globale a una pandemia globale».</em></p>
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		<title>Osservatorio Brexit, Speciale: Focus Coronavirus</title>
		<link>https://www.mondodem.it/2000/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Leonardo De Agostini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 May 2020 11:28:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Analisi in Pillole]]></category>
		<category><![CDATA[Covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[Osservatori]]></category>
		<category><![CDATA[Brexit]]></category>
		<category><![CDATA[Coronavirus]]></category>
		<category><![CDATA[COVID-19]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Questa breve analisi si concentra sull’impatto dell’emergenza Covid-19 sui negoziati in corso fra UE e Regno Unito per&#8230;</p>
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<p class="has-drop-cap">Questa breve analisi si concentra <strong>sull’impatto dell’emergenza Covid-19 sui negoziati in corso fra UE e Regno Unito</strong> per stabilire i dettagli della futura relazione post Brexit. Nonostante l’iniziale volontà di entrambe le parti di procedere con i negoziati anche durante l’epidemia, pare ormai evidente che le condizioni necessarie per un lavoro <em>business as usual</em> siano venute meno. Quali sono le possibili ripercussioni di questa interruzione? Londra potrebbe cambiare atteggiamento dopo l’aver affrontato un’emergenza globale di tale portata con un piede fuori dall’architettura UE? Si rafforza il rischio <em>no deal</em>?</p>



<h5 id="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-fb5ca552" class="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-fb5ca552"><span id="i-vari-round-dei-negoziati">I vari round dei negoziati</span></h5>



<p>Il primo round di negoziati, a marzo, si era chiuso con le dichiarazioni del capo negoziatore UE Michel Barnier secondo cui erano emerse <em><strong>“serie divergenze”</strong></em> con le controparti britanniche. Da allora sono passate diverse settimane senza progressi, data l’ovvia priorità dell’elaborazione di contromisure da attuare per l’emergenza sanitaria. Inoltre, come riportato da <a href="https://www.politico.eu/article/eu-trade-chief-uk-preparing-to-blame-coronavirus-for-brexit-fallout/">Politico.eu</a>, i primi tentativi di negoziati in videoconferenza sono stati rallentati sia dai dubbi di diversi negoziatori, secondo i quali tale modalità di dialogo si sarebbe rivelata lenta e controproducente, sia da preoccupazioni relative alla sicurezza delle comunicazioni.</p>



<p>Così, il secondo e terzo round di negoziati nei quali si sarebbe discussa la futura relazione fra l’Unione ed il Regno Unito sono stati cancellati dopo lo scoppio della pandemia: successivamente i due principali attori, Michel Barnier ed il capo negoziatore britannico David Frost, hanno dichiarato di aver avuto sintomi riconducibili al virus covid-19. Solo nell’ultima settimana di aprile è stato possibile riprendere i colloqui, articolatisi in più di <strong>40 sessioni in videoconferenza da parte di 10 team di negoziatori</strong>. </p>



<p>Ora un’altra importante scadenza è al centro dall’attenzione: <strong>il 30 giugno è infatti il termine entro il quale Londra dovrebbe notificare la sua eventuale volontà di richiedere un’estensione del periodo di transizione</strong>, il cui termine è attualmente fissato al 31 dicembre 2020. Nonostante i molti pareri contrari degli stessi esperti britannici, Downing Street, come ripetuto più volte da Frost, <em>“non desidera estendere il periodo di transizione, in quanto il lavoro può essere completato entro la fine dell’anno”</em>, anche in piena crisi coronavirus. Il rifiuto di Boris Johnson nel richiedere un’estensione – che protrarrebbe il periodo nel quale al Regno Unito si applicano le norme comunitarie senza che esso goda di rappresentanza nelle istituzioni – potrebbe risultare in un maggior rischio di <em>no deal</em>, nonostante la stipula di un accordo rimanga lo scenario più probabile.</p>



<h5 id="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-9791cace" class="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-9791cace"><span id="la-fase-di-impasse-tra-accuse-e-giustificazioni">La fase di impasse tra accuse e giustificazioni</span></h5>



<p>Siamo quindi ora in una fase di impasse, con entrambe le parti che si accusano vicendevolmente di ritardare i negoziati. Secondo Barnier il governo britannico starebbe <em>“facendo scorrere il tempo rallentando le discussioni più importanti”</em>, mentre ci si attende un appello di Boris Johnson alla presidente della Commissione europea Ursula Von Der Leyen con l’obbiettivo di coinvolgere maggiormente i leader europei nel negoziato, nella speranza che un approccio <em>top level</em> sblocchi la situazione.</p>



<p>Mentre comunità di cittadini e lavoratori europei residenti nel Regno Unito denunciano <strong>un mancato o difficile accesso agli strumenti di relief economico</strong>, sulla base di ostacoli burocratici legati allo ‘stato di residenza’, rischiando di vedere così violati i loro diritti, pare sempre più ovvio che – nelle parole di un diplomatico di Bruxelles &#8211; <em>“questo approccio da scommettitori non porterà ad un accordo commerciale”</em>. La stessa fonte diplomatica, in riferimento alla possibilità ventilata da parte di Bruxelles di estendere il periodo di transizione di uno o due anni, ha affermato che <em>“il continente è travolto dal virus quanto la Gran Bretagna, quindi non scommetterei sul fatto che i leader abbiano troppo tempo per soddisfare i capricci di Londra […] l’accordo con UK è necessario, ma non così urgente”</em>.</p>



<h5 id="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-a39e2f42" class="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-a39e2f42"><span id="cosa-spinge-ad-applicare-una-brexit-no-deal">Cosa spinge ad applicare una Brexit no deal?</span></h5>



<p>Sorge quindi spontaneo chiedersi cosa spinga il governo di Londra ad opporsi così ostinatamente ad una estensione del periodo di transizione. La risposta risiederebbe nella <strong>politica interna</strong>, in seno al paese ma anche al partito conservatore. Secondo il parere di due ricercatori del Federal Trust (think tank sul federalismo specializzato nelle relazioni tra Regno Unito e Unione europea), negli ultimi 4 anni il partito conservatore si sarebbe trasformato in una semplice associazione nella campagna pro-Brexit, subordinando alla causa tutte le altre attività.</p>



<p>La nuova leadership quindi, realmente o solo opportunisticamente euroscettica e consapevole del piccolo margine che ha consentito la vittoria del 2016, avrebbe tutta la volontà di chiudere il prima possibile il processo Brexit, anche con un <em>no deal</em>. La prospettiva di un’estensione dei negoziati di uno o due anni obbligherebbe la leadership del partito a confrontarsi con condizioni politiche nuove ed avverse, secondo gli analisti: <em>“una conclusione di Brexit rapida e ostile potrebbe essere la loro migliore garanzia che i cittadini britannici non cambino opinione sulla questione europea al risveglio dalla pandemia”</em>. </p>



<p>Meglio ancora se fosse possibile incolpare Bruxelles per l’interruzione dei negoziati e mascherare il collasso dell’economia tra gli effetti del virus. <em>“L’opinione pubblica post-Covid in UK sarà più rispettosa degli esperti (della scienza, dei fatti -ndr) e dei migranti di quanto era cinque anni fa”</em> continuano gli esperti del Federal Trust, accusando aspetti fondamentali della campagna per il <em>leave</em> del 2016, fondata su <em>“disonestà intellettuale e manipolazione propagandistica […] dove l’arma preferita erano vuoti slogan e i fatti non contavano”</em>. In sostanza, concludono, <em><strong>“oggi la Brexit è il partito conservatore, ed il partito conservatore è la Brexit”</strong></em>.</p>



<p>Inoltre, Johnson è stato eletto con una campagna fondata sullo slogan <em>“get Brexit done”</em>: forse l’unica promessa nella campagna pro-Brexit realmente realizzabile, ma sicuramente una magra consolazione per i cittadini che rischiano di affrontare la difficile situazione economica prevista per dicembre 2020.</p>
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		<title>La sinistra riparta dalla memoria delle lotte dei braccianti siciliani</title>
		<link>https://www.mondodem.it/1953/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Sara Manisera]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 27 Apr 2020 14:49:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Analisi in Pillole]]></category>
		<category><![CDATA[Diritti Umani]]></category>
		<category><![CDATA[Lo stato della sinistra]]></category>
		<category><![CDATA[Osservatori]]></category>
		<category><![CDATA[agricoltura]]></category>
		<category><![CDATA[COVID-19]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Sapete cosa hanno voluto scrivere i contadini nel contratto? Che il padrone doveva dare loro da bere un&#8230;</p>
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<p class="has-drop-cap"><em>&#8220;Sapete cosa hanno voluto scrivere i contadini nel contratto? Che il padrone doveva dare loro da bere un quarto di litro di vino. E poi aggiunsero anche una nota in fondo al contratto: “per vino deve intendersi vino buono e non il vinello o vino guasto”. E precisarono anche cosa si intendesse per minestra, perché sapevano che i padroni non rispettavano neanche i bisogni più elementari. Questi Patti di Corleone non avevano nulla di straordinario in fondo, perché stabilivano una mezzadria pura, ma per la prima volta i contadini divennero un soggetto politico. Da pietre e da oggetti, diventarono soggetti politici che dicevano al padrone “Se vuoi che vengo a lavorare nelle tue terre mi devi dare delle condizioni” .</em></p>



<p>(tratto dal contratto scritto a mano nel 1893 da Bernardino Verro e dai contadini siciliani, in <em><a href="https://www.lafeltrinelli.it/libri/sara-manisera/racconti-schiavitu-e-lotta-nelle/9788894448511" target="_blank" rel="noreferrer noopener" aria-label="“Racconti di schiavitù e lotta nelle campagne” (apre in una nuova scheda)">“Racconti di schiavitù e lotta nelle campagne”</a></em>, AutAut Edizioni).</p>



<p>Nelle ultime settimane si sta discutendo molto della <strong>crisi della filiera agricola</strong>. L’emergenza Covid-19 ha fatto emergere tutte le contraddizioni del settore. La questione abitativa, i salari, lo sfruttamento: contraddizioni già esistenti prima di questa crisi sanitaria ma che oggi esplodono, in seguito alle misure di contenimento del contagio introdotte negli ultimi mesi. Con il <em>lockdown</em> e la chiusura delle frontiere è difficile muoversi, migliaia di lavoratori stagionali sono bloccati nell’est Europa e altrettanti lo sono nei vari ghetti d’Italia, in condizioni igienico-sanitarie disastrose. L’assenza di lavoratori rischia di mettere in ginocchio una filiera fondamentale, quella del cibo e così si scopre che quei lavoratori sono fondamentali al sistema agricolo. E alla società intera. </p>



<p>Eppure basterebbe rileggere le pagine di una storia tutta italiana per comprendere il presente e ciò che accade oggi nelle campagne: la storia del movimento contadino più grande d’Europa, fatto di braccianti analfabeti e di coraggiosi sindacalisti che, dalla fine del 1800 fino al 1950, diedero origine a lotte memorabili contro lo strapotere feudale nelle campagne. E che riuscirono ad ottenere enormi conquiste sociali. Dalla prima forma di contratto, <em><strong>“I patti di Corleone”</strong></em> del 1893, fino alla <em>riforma agraria del 1950 </em>che, seppur incompiuta, mise per la prima volta un limite di duecento ettari alla proprietà della terra, e il restante andava redistribuito. </p>



<h5 id="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-94bb106c" class="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-94bb106c"><span id="una-sinistra-che-garantisca-diritti-e-regolarizzazioni-dei-braccianti">Una sinistra che garantisca diritti e regolarizzazioni dei braccianti</span></h5>



<p>Una politica di sinistra che prenda esempio dalle lotte bracciantili dello scorso secolo dovrebbe essere in grado di proporre la regolarizzazione e la sanatoria dei migranti irregolari non come un provvedimento temporale e funzionale a reperire la manodopera agricola ma come una questione di diritti. Di <strong>diritti dei lavoratori</strong>. Regolarizzare vuol dire tutelarli e tutelarci. Vuol dire più sicurezza e legalità per tutti. Vuol dire fare emergere gli invisibili dai coni d’ombra, dalla gestione criminale su di loro operata da organizzazioni criminali, padroni e caporali.&nbsp;</p>



<p>In secondo luogo, per garantire a queste persone l’accesso ai servizi e tutelare la salute pubblica ai tempi del Covid-19, le istituzioni e la politica dovrebbero elaborare un piano per smontare gli insediamenti formali e informali &#8211; ghetti, tendopoli &#8211; dove è impossibile attuare qualsiasi forma di distanziamento sociale. </p>



<h5 id="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-f2387e8f" class="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-f2387e8f"><span id="la-filiera-e-le-responsabilita-economiche-e-sociali">La filiera e le responsabilità economiche e sociali</span></h5>



<p>Invece di invocare l’impiego di studenti, disoccupati, persone in cassa integrazione o con il reddito di cittadinanza &#8211; pagati già dalla fiscalità, ovvero dai cittadini &#8211; <strong>bisognerebbe pretendere che sia la filiera stessa ad assumersi quei costi</strong>. Così come dovrebbe assumersi i costi per accogliere dignitosamente i lavoratori delle campagne (modalità già esistente in numerosi paesi europei). In un momento storico in cui la filiera agricola e soprattutto la grande distribuzione organizzata (GDO) stanno raddoppiando i profitti, perché l’accoglienza dei braccianti sfruttati non dovrebbe essere a carico loro? </p>



<p>È necessario analizzare i meccanismi che generano il <strong>caporalato</strong> e lo sfruttamento, elementi tipici di una filiera spesso disfunzionale. Le politiche del sottocosto, le aste al doppio ribasso, lo strapotere della GDO devono essere frenate dalla politica e dalle istituzioni. Per farlo è necessaria una<strong> battaglia culturale e politica</strong> per frenare lo squilibrio di potere e arginare certe pratiche sleali nel settore agroalimentare (su questo punto, il Parlamento europeo è riuscito a emanare nel 2019 una direttiva interessante che deve essere recepita dai vari stati membri, Italia inclusa). Contemporaneamente le istituzioni devono essere in grado di rispondere ai bisogni dell’agricoltura introducendo, tanto per fare alcuni esempi, un servizio pubblico efficace di intermediazione tra la domanda e l’offerta oppure degli ostelli per i braccianti, italiani e stranieri, gestiti dai Comuni e pagati dalle imprese (responsabilità sociale). </p>



<p>Le proposte di <strong>voucher</strong> sostenute dalle associazioni di categoria, come Coldiretti, e da alcuni partiti politici, difendono invece una classe agraria che si arricchisce sulla pelle dei braccianti attraverso strumenti di contrattazione che escludono i lavoratori dalla copertura sanitaria e da tutta l’assistenza in caso di infortuni e malattia. </p>



<h5 id="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-6d7c1ce9" class="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-6d7c1ce9"><span id="una-politica-visionaria-e-lungimirante">Una politica visionaria e lungimirante </span></h5>



<p>Bisogna chiamare in causa oggi più che mai <strong>una politica di sinistra visionaria e lungimirante</strong> capace di vedere nelle campagne il laboratorio economico e sociale del futuro. È necessaria la “contadinanza” e di una visione politica della terra: ciò significa riconoscere i contadini come figure sociali professionali, indispensabili per il cibo e per la tutela dell’ambiente. E la <a href="https://www.mondodem.it/osservatori/lo-stato-della-sinistra/il-pd-non-e-abbastanza-di-sinistra-non-ascolta-il-popolo-se-davvero-avessimo-perso-per-questo-sarebbe-una-pacchia-ma-purtroppo-la-verita-e-assai-piu-complessa/" target="_blank" rel="noreferrer noopener" aria-label="sinistra (apre in una nuova scheda)">sinistra</a> dovrebbe farsi portatrice di proposte politiche che proteggano proprio quei contadini, quelle aziende agricole e quei produttori, che sono dei grandi portatori di valore, non solo in termini di qualità del prodotto ma anche in termini di difesa dell’ambiente, dei diritti dei lavoratori e di un’economia sana. </p>



<p><em>“Se vuoi che vengo a lavorare nelle tue terre, mi devi dare delle condizioni”</em>, scrivevano i braccianti nei Patti di Corleone del 1893. Oggi la sinistra non può dimenticarsi di quelle lotte ma deve saperle adattare al contesto attuale. E ciò significa regolarizzare i braccianti, garantire il diritto alla salute e tutelare l’ambiente. Sono queste le condizioni minime da inserire in un nuovo patto agricolo.&nbsp; </p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1953/">La sinistra riparta dalla memoria delle lotte dei braccianti siciliani</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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