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	<title>Francia Archivi &#8211; MondoDem</title>
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	<description>Laboratorio di Politica Internazionale</description>
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	<title>Francia Archivi &#8211; MondoDem</title>
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		<title>Se Atene piange, Sparta non ride: le traiettorie del debito italiano e francese</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Indro Furlanetto]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Oct 2025 06:49:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Commissione UE]]></category>
		<category><![CDATA[debito pubblico]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[finanza]]></category>
		<category><![CDATA[Francia]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Riflessioni ad un anno dal rapporto Draghi Il 19 settembre Fitch ha innalzato il giudizio sul debito italiano&#8230;</p>
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<p>Riflessioni ad un anno dal rapporto Draghi</p>



<p>Il 19 settembre <strong>Fitch ha innalzato il giudizio sul debito italiano a BBB+</strong> con previsione stabile, certificando <strong>una crescente fiducia dei mercati</strong> verso il nostro enorme debito pubblico (<strong>135% del PIL</strong>, secondo solo a quello greco, pari al <strong>154% del PIL</strong>). Il momento positivo riguarda un po’ tutta l’area sudeuropea – un tempo indicata con l’autoesplicativo acronimo <strong>PIIGS</strong> (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna) – che beneficia di una crescita economica più o meno sostenuta. Al contrario, <strong>Germania e Francia</strong>, storicamente i motori dell’economia europea, <strong>soffrono</strong>. Parigi in particolare attraversa un momento complesso, con una doppia crisi politica e finanziaria, spingendo alcuni a definirla <strong>il prossimo malato d’Europa </strong>ed altri, dall’Italia, a guardare Oltralpe con malcelata soddisfazione. D’altra parte, <strong>se Atene piange, Sparta non può ridere</strong>. Nelle prossime righe vedremo quindi quali sono le ragioni dietro al miglioramento italiano ed al peggioramento francese, cercando di capire se si tratti di un fenomeno strutturale e se l’Italia possa ritenersi davvero fuori pericolo.</p>



<p>Partendo dal giudizio di Fitch, l<strong>a stabilità del debito di Roma e Parigi è influenzata in primis dalla stabilità politica.</strong> Un governo solido è infatti una delle prime garanzie di veder ripagato il debito pubblico e, come evidenziato dalle agenzie di rating, <strong>Roma</strong> – per la prima volta da anni – <strong>gode di un governo che pare capace di completare ordinatamente il proprio mandato.</strong> Al contrario, <strong>Parigi</strong> <strong>affronta il quarto cambio di primo ministro</strong> dall’inizio del secondo mandato del presidente Macron, in un contesto in cui la coalizione centrista che fa capo all’Eliseo è in minoranza nell’Assemblea Nazionale.</p>



<p><strong>La differente stabilità dei due governi influenza anche la capacità di portare avanti le riforme</strong> necessarie a ridurre il deficit, esploso in entrambi i Paesi sotto il COVID. Da un lato <strong>il governo Meloni</strong>, pur sotto pressione da parte degli alleati per aumentare fortemente la spesa pubblica, <strong>riesce a tenere a freno il deficit e ad avanzare</strong> – con preoccupante lentezza – l<strong>e riforme istituzionali richieste dall’UE </strong>e la spesa dei fondi del Recovery Fund; dall’altro, <strong>Macron</strong>, dopo l’aumento dell’età pensionabile, <strong>non è più stato capace di passare le riforme necessarie</strong>, impasse esemplificata dalla caduta del governo Bayrou sulla fiducia verso un pacchetto di tagli sostanziali alla spesa.</p>



<p><strong>L’Italia può quindi sorridere?</strong> Probabilmente <strong>no</strong>. Se l’attuale instabilità politica francese è unica nella Quinta Repubblica, la fragile stabilità italiana – motivo principale della fiducia dei mercati verso l’Italia – è una novità che può facilmente dissiparsi sotto i colpi di una prossima crisi, a partire dalle regionali autunnali o <strong>dall’intensificarsi dell’instabilità globale a causa dei dazi di Trump </strong>(ricordiamo che Roma, a differenza di Parigi, è un esportatore netto).</p>



<p>Allo stesso tempo, <strong>l’Italia non sta sopravanzando gli altri Paesi europei, semmai sta recuperando il distacco accumulato negli anni</strong>. Se il consolidamento bancario ha reso il settore uno dei più forti d’Europa, si allarga il gap nella produttività imprenditoriale con le principali economie d’Europa, Parigi inclusa. Allo stesso tempo, <strong>Roma continua a convivere con la seconda bolletta energetica più alta d’Europa</strong>, che penalizza famiglie ed imprese e che i rimedi governativi non sembrano aver risolto. Infine, <strong>la crescita pubblica italiana, trainata dal Recovery Fund, rimane nettamente inferiore a quella degli altri ex-PIIGS,</strong> a partire dalla Spagna guidata dal Sanchez, e rischia di esaurirsi con la fine dei fondi straordinari UE e dell’onda lunga del bonus 110%, specialmente nel Sud Italia.</p>



<p>Ricordiamo quindi le recenti parole di Mario Draghi, pronunciate ad un anno dalla pubblicazione del suo rapporto: <strong>il modello economico europeo sta svanendo sotto i colpi di una crescente competizione globale, mentre il fabbisogno di investimenti europei non fa che allargarsi. </strong>In questo contesto, la Commissione fatica ad implementare le necessarie riforme per rilanciare la produttività, mentre l’Italia stagna. È fondamentale quindi <strong>lavorare di concerto per l’implementazione dell’intelligenza artificiale, la riduzione della burocrazia e la creazione di grandi giganti europei,</strong> facilitando gli investimenti a livello europeo e i consumi come parziali sostituti delle esportazioni. <strong>Berlino ha già avviato una propria ricetta autonoma</strong>, grazie al vasto margine di spesa garantito da un debito pubblico basso. Per evitare però che le differenti capacità di spesa trasformino l’Europa in un mosaico di politiche pubbliche tanto nazionali quanto inefficienti a fronte dei grandi colossi americani e cinesi, <strong>è fondamentale che si ridia slancio all’integrazione europea</strong>, tramite progetti comuni e l’accelerazione sull’emissione di debito europeo comune, oggi più che mai attrattivo a fronte della crescente crisi del dollaro ma bisogno delle giuste riforme.</p>



<p>In questo senso, <strong>per Roma è strategico collaborare con Parigi</strong>, seppellendo personalismi che hanno in passato portato a dannosi quanto inutili scontri. La debolezza di Parigi rende infatti impellenti quelle riforme che beneficerebbero ampiamente anche l’Italia. <strong>Se Atene piange, è fondamentale che Sparta si rimbocchi le mani per evitare il collasso di tutta la Grecia</strong>.</p>



<p></p>
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		<title>La Francia è ingovernabile? Appunti per una soluzione socialista</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Simone Martuscelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 06 Sep 2023 07:07:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Lo stato della sinistra]]></category>
		<category><![CDATA[Francia]]></category>
		<category><![CDATA[Sinistra]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>All’inizio di Europa 33, una raccolta di scritti di George Simenon, il padre del commissario Maigret, il magazine&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>All’inizio di <em>Europa 33</em>, una raccolta di scritti di George Simenon, il padre del commissario Maigret, il magazine <em>Voilà</em> cita un misterioso poeta che, stando all’intervistatore, un giorno avrebbe scritto “Ogni uomo ha due patrie: la propria e la Francia”. Se prendiamo per vere le parole di un non meglio identificato poeta, dunque, sarà il caso di provare a capire le dinamiche politiche di questa seconda patria comune: per capire meglio la prima e tutte le altre patrie.</p>



<p><strong>La protesta perpetua e il deficit democratico</strong></p>



<p>Il presidente Emmanuel Macron non ha aspettato l’arrivo di settembre per riunire i leader dei principali partiti del paese, compresi quelli dell’opposizione, in una “<em>Initiative politique d’ampleur</em>”. L’incontro, che si è tenuto il 30 agosto a Saint-Denis, è inevitabilmente parte di una strategia con cui Macron vuole ricostruire un terreno comune con le altre forze politiche per rilanciare la legittimità della propria azione di governo.</p>



<p>Negli ultimi mesi, la Francia è stata ininterrottamente teatro di proteste. Dalle contestazioni contro la riforma delle pensioni alla rivolta nella banlieue di Nanterre dopo l’omicidio del 17enne Nahel Marzouk, ad essere investita è stata infatti la stessa autorevolezza di un presidente uscito indebolito &#8211; forse a sua stessa insaputa &#8211; dalla doppia tornata elettorale del 2022. Le presidenziali lo hanno riconfermato in carica, ma con un margine molto ridotto su una candidata ancora reputata “impresentabile” come Marine Le Pen. Soprattutto, le legislative hanno lasciato Macron zoppo, privo di una maggioranza parlamentare che validi democraticamente l’operato dell’Eliseo.</p>



<p>La mozione di censura che ha fatto vacillare il governo di Élisabeth Borne lo scorso marzo è stata un campanello d’allarme arrivato forte e chiaro alle orecchie del presidente. Macron sa di non potersi più permettere fughe in avanti che vadano ad ampliare la già profonda faglia che separa l’esecutivo dalla popolazione. E non è un caso se una delle opzioni sul tavolo dei “<em>Rencontres de Saint-Denis</em>” è quella di un referendum su differenti temi, anche per tastare una volta di più il polso del Paese.</p>



<p>Ma il deficit di legittimità ha un carattere più profondo rispetto alle singole scelte di un governo, e chiama in causa un sistema legislativo lontano sia dall’attuale situazione politica in Francia &#8211; un tripolarismo di fatto che mal si sposa con il semi-presidenzialismo &#8211; sia, forse, dalle sensibilità di una larga fetta dei francesi, che al potere esercitato dall’Eliseo vorrebbero vedere contrapposto un maggiore peso dell’Assemblée Nationale, che meglio rispecchia la composizione sociale del Paese.</p>



<p><strong>La chimera dell’unità della sinistra</strong></p>



<p>In questo contesto di ridiscussione complessiva del sistema politico francese, dove si colloca la sinistra? Come in molti altri casi in Europa le frammentazioni interne paralizzano la capacità di elaborazione di un progetto coerente.</p>



<p>La Nupes (<em>Nouvelle Union Populaire Écologique et Sociale)</em>, la piattaforma nata in occasione delle elezioni legislative di giugno 2022 che riunisce al suo interno socialisti, verdi, comunisti e gli <em>insoumis</em> guidati da Jean-Luc Mélenchon, sembra destinata a non sopravvivere al dibattito su una lista unica per le elezioni europee del 2024.</p>



<p>Le europee, infatti, sono l’unica tornata elettorale del Paese con un impianto totalmente proporzionale: ciò significa che nessuna delle forze di sinistra ha la chiara contezza delle probabilità di superare lo sbarramento del 5% in caso di corsa solitaria. Se si esclude il <em>Parti Communiste</em>, &nbsp;<em>Les Verts </em>e il <em>Parti Socialiste</em> , possono contare rispettivamente su un buon trend storico nelle elezioni europee e su un radicamento territoriale rimasto saldo nonostante gli sconquassi degli &nbsp;ultimi anni.</p>



<p><em>La France Insoumise</em> invece, cannibalizzatrice del voto di sinistra nel 2022 anche grazie alla figura del leader Mélenchon, potrebbe pagare dazio in un’elezione meno incentrata sulla personalizzazione del voto. E mentre il programma degli <em>insoumis</em> resta un riferimento in materia di politiche sociali, l’ambiguità su questioni internazionali come il rapporto con l’Unione Europea (si parla di una non meglio precisata “revisione dei trattati”) e con la Nato (su cui Mélenchon si è espresso in maniera molto critica anche allo scoppio della guerra in Ucraina) potrebbe rivelarsi questa volta controproducente.</p>



<p><strong>Quali lezioni trarre</strong></p>



<p>Da questa situazione complessa, tuttavia, è possibile ricavare qualche elemento utile non solo per analizzare lo scenario francese, ma anche per delineare una proposta progressista europea in vista dell’appuntamento elettorale della prossima primavera.</p>



<p>L’ultimo ciclo di proteste in Francia ha rimesso al centro la necessità di un costante dialogo con la popolazione, della conservazione e dell’apertura di nuovi spazi democratici, anche al di là dei canali tradizionali. Il governo Borne, nato da poco più di un anno, è già il secondo nella storia della Francia ad aver utilizzato più volte (11) l’articolo 49.3 della Costituzione, che permette di approvare un provvedimento scavalcando il parere dell’Assemblée.</p>



<p>Di fronte all’assenza di una maggioranza, in questa prima fase del suo secondo mandato &nbsp;Macron ha optato per una serie di colpi di mano piuttosto che cedere ad un’interazione costruttiva con altre parti sociali. Ora sembra voler raddrizzare la rotta, ma potrebbe essere uno sforzo insufficiente e tardivo. Se i meccanismi di rappresentanza impongono, talvolta, anche scelte impopolari, è pur vero che governare senza un riscontro o in aperta controtendenza con le sensibilità dell’elettorato &nbsp;non fa altro che svuotare di contenuti i sistemi democratici e aprire spazi alle forze di estrema destra.</p>



<p>Le forze di sinistra, infine, non possono esimersi dall’elaborare una piattaforma che coniughi la giustizia sociale con una prospettiva europea. Un’esigenza che vale soprattutto per il <em>Parti Socialiste</em>, chiamato ad uscire dalla tenaglia Macron-Mélenchon che ne ha svuotato il bacino elettorale negli ultimi anni. Il processo di recupero di un’identità propria, in questo caso, ha bisogno di passare da una netta discontinuità con le politiche economiche della <em>macronie</em>,&nbsp; che guardi quindi alle proposte provenienti dalle forze alla sua sinistra. Queste devono essere calate in una cornice che non solo ribadisca l’auspicabilità del progetto europeo, ma sappia anche elaborare proposte concrete per una maggiore integrazione politica tra gli Stati membri. Partire dalla Francia, quindi, per creare davvero una patria comune.</p>
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		<title>Tra il dibattito e il secondo turno francese: uno snodo centrale per l’Europa</title>
		<link>https://www.mondodem.it/2950/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Alice Fill e Sofia Scialoja]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 23 Apr 2022 11:21:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Francia]]></category>
		<category><![CDATA[Le Pen]]></category>
		<category><![CDATA[Macron]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il dibattito tra i candidati alla Presidenza della Repubblica, fortemente atteso in Francia in vista del voto di&#8230;</p>
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<p class="has-drop-cap">Il dibattito tra i candidati alla Presidenza della Repubblica, fortemente atteso in Francia in vista del voto di domenica, ha fatto emergere le profonde differenze tra Emmanuel Macron e Marine Le Pen sui grandi temi di questa campagna elettorale: il potere d’acquisto, il ruolo dell’Unione Europea, la guerra in Ucraina, l’emergenza climatica. Con le sue due ore e mezza di botta e risposta, <em>le Débat </em>di mercoledì sera sarà probabilmente un tassello non indifferente di queste elezioni.</p>



<p>Da un lato, un Macron piuttosto sicuro di sé ed incalzante nel difendere l’operato degli ultimi cinque anni, per quanto costellati da crisi e tensioni sociali; dall’altro, una Le Pen che ha scelto di abbandonare la postura eccessivamente aggressiva (se non del tutto fuori luogo, come le è stato da più parti rimproverato) che aveva tenuto nel dibattito di cinque anni fa. La candidata ha questa volta optato per un tono più professionale e benevolmente rassicurante, che tuttavia non le ha impedito di giocare in larga parte sulla difensiva &#8211; spesso non rispondendo nel merito delle questioni sollevate dal Presidente uscente, che secondo i sondaggi resta in testa ed è uscito vincitore dal dibattito.&nbsp;</p>



<p>Per quanto sia evidentemente nell’interesse di Macron presentare il voto del secondo turno come un referendum su «chi siamo profondamente, da dove veniamo, cosa dobbiamo fare», è innegabile che questo nuovo round del confronto politico tra Macron e Le Pen restituisca pienamente la tensione tra due visioni opposte tanto della politica interna quanto del ruolo internazionale della Francia. Da un lato, Le Pen pretende di sostanzializzazione l’idea di popolo francese e di fare dell’Europa un luogo di mera promozione dell’interesse nazionale, difendendo un’Europa delle nazioni che tuteli il localismo e ponga un freno alla circolazione di beni propria del mercato del libero scambio. Tutto questo, dipingendo la Francia come una potenza mondiale prima che europea, con una malcelata nostalgia imperiale che vorrebbe il rilancio delle relazioni con il continente africano e con i <em>territoirs d’outre-mers</em>, assieme ad una stretta ingiustificabile sull’immigrazione e ad un disegno evidentemente nazionalista e securitario. Dall’altro, Macron invoca una sovranità nazionale che non può essere che europea, con il rilancio della coppia franco-tedesca come motore trainante dell’UE. L’Unione, che pure va riformata dall’interno, resta una sede imprescindibile per far fronte a sfide fondamentali come la transizione energetica e la difesa.&nbsp;</p>



<p>Su queste assi si gioca oggi il nuovo confronto politico, che non si riconosce più nel <em>clivage</em> tra destra e sinistra. Anche perché la sinistra, come già cinque anni fa, non è riuscita a rappresentare un’alternativa valida alla destra &#8211; non approdando al secondo turno.</p>



<p>Tuttavia, nonostante la sensazione di <em>déjà-vu</em>, la situazione è &#8211; per molti versi &#8211; ben diversa dal 2017.</p>



<p>In primo luogo, nel 2017 la Francia e le democrazie occidentali sembravano trovarsi ad un bivio che rischiava di scivolare pericolosamente nella direzione segnata dall’ascesa del populismo che aveva portato Donald Trump alla Casa Bianca, mentre quasi ovunque in Europa (Italia compresa) crescevano tensioni nazionaliste e xenofobe. Erano gli anni dall’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea e di un profondo discontento economico e sociale largamente strumentalizzato da un dibattito fazioso sull’immigrazione. Mentre la<a href="https://legrandcontinent.eu/fr/2018/06/21/la-doctrine-dorban/"> dottrina neo nazionalista di Viktor Orban</a> cercava di tenere insieme l’intrinsecamente instabile alleanza dei sovranisti verso quell’<em>Europa delle nazioni</em> tanto applaudita da Le Pen, i leader europei guardavano al Paese dei Lumi come all’ago della bilancia. Il voto che, cinque anni fa, ha visto la sconfitta di Le Pen portava il peso della paura di una possibile involuzione del sistema democratico, segnato da una profonda messa in discussione del progetto europeo e di una polarizzazione manichea del dibattito politico.</p>



<p>Da quel voto, tra pandemia, crisi economica e ritorno della guerra nel continente europeo, l’orizzonte emergenziale &#8211; a tratti, di sopravvivenza &#8211;&nbsp; delle sfide politiche non si è certo stemperato. Le crisi che hanno segnato gli ultimi due anni, tuttavia, hanno forse fatto emergere in modo evidente le contraddizioni su cui si è fondato il populismo &#8211; mettendo tra l’altro in luce la problematicità di alleanze e forme più o meno dirette di dipendenza, come, per quanto riguarda l’aggressione contro l’Ucraina, le relazioni con la Russia di Vladimir Putin. Per Marine Le Pen, la rapida presa di posizione contro la guerra, seguita dalla distruzione delle foto che la ritraevano con Putin, non è bastata a fare chiarezza su un rapporto nel migliore dei casi controverso. Pesa il debito per il finanziamento per la campagna elettorale ottenuto nel 2015 &#8211; poco tempo dopo l’annessione della Crimea &#8211; da una banca russa vicina al Cremlino, e non ancora totalmente restituito &#8211; elemento sottolineato con fermezza da Macron durante il dibattito di ieri sera. Una vicenda che, nonostante l’imbarazzo celato a fatica nel rispondere alle critiche del Presidente uscente, fino a qui pare non averla sfavorita eccessivamente nei sondaggi.</p>



<p>I risultati del primo turno, chiuso con Macron al 27,84% e Le Pen al 23,15%, hanno poi restituito un’immagine parzialmente diversa da quella di cinque anni fa – forse influenzata anche da un livello di astensione che non si vedeva dal 2002. La sinistra radicale della France Insoumise di Jean Luc Melenchon, al terzo posto e a soli 1,2 punti di distacco dal Rassemblement National, è riuscita a convincere un elettorato più diversificato, <a href="https://legrandcontinent.eu/fr/2022/04/13/50-cartes-pour-lire-le-premier-tour-de-la-presidentielle-de-2022/">distribuito </a>nelle periferie delle grandi città e nelle città stesse (compresi i quartieri più “bobo” e “popolari” di Parigi), di fatto riscuotendo un successo abbastanza omogeneo in tutto il territorio francese. Tra i sostenitori di Melenchon vi sono poi molti giovani, particolarmente sensibili alla questione climatica a cui la sinistra radicale ha dato un significativo risalto (sebbene <a href="https://twitter.com/FrMaselli/status/1513440800956424193">il tasso di astensione per gli under 24 arrivi al 43%).</a>&nbsp; A destra e con il 7,07%, il concentrato di dottrina reazionaria e xenofoba proposta da <a href="https://twitter.com/gc_mardis/status/1516471296829399043?s=24&amp;t=ruuFt58ZmTXWcOa9uKU4_Q">Eric Zemmour</a> &#8211; che ha costruito l’intera campagna ricorrendo a citazioni nazionaliste dell’estrema destra per mostrare la necessità di invertire la presunta decadenza della società francese aggravata dall’immigrazione &#8211; ha occupato lo spazio a destra dell’estrema destra, contribuendo a legittimare o quantomeno normalizzare le posizioni di Le Pen. In ogni caso, l’estrema destra, sommando i consensi per Zemmour e Le Pen, ha ottenuto più del 30% dei consensi. Sebbene la visione politica dei due candidati non sia troppo divergente &#8211; e alcuni dei sostenitori di Zemmour abbiano votato Le Pen seguendo la strategia del voto utile in vista del secondo turno &#8211; il voto ha fatto emergere delle differenze interessanti. Secondo <a href="https://legrandcontinent.eu/fr/2022/04/13/50-cartes-pour-lire-le-premier-tour-de-la-presidentielle-de-2022/">un’analisi pubblicata su<em> Le Grand Continent</em>,</a> l’elettorato di Le Pen si è concentrato soprattutto nelle campagne (vincendo più della metà dei comuni) e nei bacini industriali &#8211; facendo quindi breccia anche tra i “perdenti della globalizzazione”. Quello di Zemmour, invece, si trova soprattutto nei quartieri agiati delle grandi città, nelle zone particolarmente turistiche e sul littorale mediterraneo.&nbsp;</p>



<p>Quasi nulla è rimasto poi delle forze della quinta repubblica che hanno governato la Francia per sessant’anni, con la candidata del Partito repubblicano Valérie Pécresse che non ha superato la soglia del 5% che avrebbe permesso di rimborsare i costi della campagna (fallimento che non si può più spiegare con uno scandalo personale, come era stato per François Fillon), mentre la candidata del Partito sociailsta Anne Hidalgo, sindaca di Parigi, non è arrivata neppure al 2%. L’ennesima prova della progressiva personalizzazione dei grandi partiti francesi (e non solo), che tendono ad essere soppiantati da nuovi partiti totalmente centrati sulla figura del leader.</p>



<p>Sono poi gli stessi due principali candidati ad essere in una situazione per molte ragioni diversa rispetto al 2017. Macron, da un lato, ha perso la carica eversiva di politico emergente in grado di mettere in discussione gli schemi della politica tradizionale, non posizionandosi ​​«né a destra né a sinistra». Il presidente uscente &#8211; che nella sua (breve) campagna ha forse cercato di rievocare quello slancio pubblicando scatti<em> à la</em> Zelensky e facendosi ritrarre dopo la tappa marsigliese nella rilassata posa che ha fatto il giro del web &#8211; deve oggi difendere il bilancio del suo operato, assumendo piuttosto il ruolo di buon amministratore che ha saputo (bene o male) far fronte a profonde crisi interne e internazionali. La sfida per Macron di fronte al secondo turno di domenica &#8211; forte della sua posizione di “unica alternativa” per arginare il rischio di una svolta sovranista in Francia &#8211; è cercare di tendere la mano agli elettori di Melanchon, rincorrendo la narrativa del “fronte repubblicano” unito per contenere l’ascesa dell’estrema destra. Una «<a href="https://www.liberation.fr/idees-et-debats/tribunes/un-horizon-sans-promesse-par-didier-fassin-20220419_HWHBIPOCLNHZ5IJILG5DB2ADIY/">politica del male minore</a>», come la descrive l’antropologo francese Didier Fassin. Proprio in queste ore, si stanno moltiplicando gli appelli di politici ed intellettuali per sostenere il voto al Presidente uscente tanto dal centro quanto dalla sinistra, per evitare il pericolo sovranista.</p>



<p>Sebbene il suo programma non sia sostanzialmente cambiato dal 2017 &#8211; con l’eccezione di qualche punto ormai troppo impopolare come l’uscita dall’euro, elemento ancora ambiguo &#8211; anche grazie all’entrata in scena di Zemmour, Le Pen ha cercato di presentatarsi al primo turno “ripulita” dalle vesti di temibile estremista, mostrandosi al contempo empatica e formale, perseguendo il lungo processo di <em>de-diabolisation </em>dello storico partito paterno. Una<a href="https://www.challenges.fr/politique/une-femme-d-etat-pour-la-france-marine-le-pen-devoile-son-slogan-pour-2022_793637"> “Femme d&#8217;État”</a>, come cita lo slogan della sua campagna, in grado di avanzare proposte tecniche e non solo slogan psuedo ideologici, come quelle in sostegno al potere d’acquisto. Proprio su questo suo cavallo di battaglia &#8211; primo tema affrontato durante il dibattito di ieri &#8211; Le Pen ha tuttavia mostrato la profonda inadeguatezza e le contraddizioni delle sue proposte, che hanno mostrato una sostanziale impossibilità di restare in piedi in dibattito nel merito, tanto su temi economici quanto di politica estera..&nbsp;</p>



<p>Il voto di domenica non sarà dunque con certezza una replica di quello di cinque anni fa, ed il rischio di una svolta sovranista in Francia non può ritenersi sventato a priori. Nel semestre della Presidenza francese del Consiglio dell’Unione ed in un momento di estrema tensione internazionale legata alla crisi ucraina, l’esito di queste elezioni avrà un impatto radicale sull’Unione Europea come la conosciamo. La vittoria di Le Pen metterebbe in discussione l’unità faticosamente (e sorprendentemente) raggiunta dall’UE negli ultimi mesi, riproponendo una preferenza per la via nazionale che potrebbe mettere in moto dinamiche divisive non indifferenti, preoccupanti soprattutto in relazione ai rapporti con la Russia. Rimane da ricordare il ruolo centrale della società civile francese nella vita politica, da sempre profondamente conscia del significato e dei presupposti della cittadinanza, che, nel caso di vittoria di Le Pen, le renderebbe, tramite scioperi e manifestazioni, la governabilità del paese estremamente difficile. In tutti i casi, per i sostenitori della sinistra, Macron resta dunque il male minore da augurare alla Francia e all’Europa.&nbsp;</p>
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		<title>L’arresto di sette ex Brigatisti: verso una cooperazione giudiziaria europea?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Claudia Schettini]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 May 2021 11:03:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Italia nel mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Osservatori]]></category>
		<category><![CDATA[Brigate Rosse]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Francia]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ha una portata storica la decisione del presidente francese, Emmanuel Macron, di arrestare sette ex terroristi rossi, tra&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Ha una portata storica la decisione del presidente francese, Emmanuel Macron, di arrestare sette ex terroristi rossi, tra cui i fondatori di Lotta Continua, ai fini dell&#8217;estradizione in Italia. Quali sono le motivazioni principali che hanno spinto la Francia ad attuare questa svolta distanziandosi dalla “Dottrina Mitterand”? E cosa, adesso, può fare l’Italia?</p>



<p>La c.d. “<em>dottrina Mitterand</em>” prende il nome dall’omonimo presidente socialista, a capo dell’Eliseo dal 1981. Si tratta diuna politica sul diritto d&#8217;asilo che ha permesso a decine di ex terroristi di rifugiarsi in Francia nel corso degli ultimi quarant&#8217;anni.&nbsp; Secondo alcuni storici ed analisti francesi, l’origine politica della dottrina risale al 1971, subito dopo il Congresso di Epinay, quando i socialisti francesi cominciarono a manifestare un forte interesse nei confronti dell’Italia, sperando in un accordo di unione della sinistra. In effetti, il Partito socialista francese aveva grande stima del Partito comunista italiano, considerato l’unico attore politico in grado di trasformare l’Italia in una vera democrazia.</p>



<p>La dottrina permetteva di non concedere l&#8217;estradizione a personaggi imputati o condannati, ricercati per&nbsp;«<em>atti di natura violenta ma d’ispirazione politica</em>» contro qualunque Stato tranne quello francese. Esclusi dalla dottrina erano coloro che avevano commesso un atto di&nbsp;«<em>terrorismo sanguinario, attivo, reale</em>». Il problema principale era che per tutti i casi di reati meramente ideologici, si apriva un’enorme zona grigia, soprattutto nei confronti di un certo numero d’italiani giunti in Francia che diventò una sorta di <em>buen retiro</em>&nbsp;per decine di ricercati stranieri.&nbsp; &nbsp;</p>



<p>Sebbene la dottrina Mitterand fosse, in realtà, già stata abrogata nel 2002 da Jean-Pierre Raffarin&nbsp;con l&#8217;estradizione di Paolo&nbsp;Persichetti e il&nbsp;Consiglio di Stato francese avesse poi, nel 2003, dichiarato&nbsp;priva di effetti giuridici la dottrina concedendo l&#8217;estradizione di&nbsp;<a href="http://www.ilmessaggero.it/t/cesare-battisti">Cesare Battisti</a>, solo adesso si pone fine a questa teoria ambigua e discutibile. Significative sono state, a tal proposito, le parole di Alfredo Bazoli, capogruppo Pd in commissione Giustizia alla Camera e figlio di una delle vittima della strage di Piazza della Loggia, secondo cui la strategia dell’ex Presidente ha&nbsp;per anni messo in dubbio la legittimità&nbsp; della democrazia italiana&nbsp;contro le minacce eversive di anni terribili.</p>



<p>Ma cosa ha spinto la Francia a tale svolta? Quali i principali fattori interni ed esterni? Bisogna, innanzitutto, considerare il contesto interno in cui negli ultimi anni versa la Francia che è stata fortemente toccata dal terrorismo e non può, di conseguenza, che comprendere il bisogno di giustizia da parte degli italiani. Nelle stesse ore in cui venivano arrestati i sette latitanti italiani, il governo parigino presentava una nuova legge contro il terrorismo jihadista che affligge il paese. Sebbene, infatti, si tratti di un altro tipo di terrorismo basato su diversi presupposti, gli attentati degli ultimi anni, scatenati dalla rabbia per una scarsa integrazione, sono stati covati proprio in quelle stesse&nbsp;<em>banlieu&nbsp;</em>un tempo nascondiglio dei terroristi rossi.</p>



<p>Se guardiamo al fattore esterno, un impulso fondamentale è senza dubbio imputabile all’arrivo di Mario Draghi alla presidenza del Consiglio italiano, catalizzatore di una maggiore cooperazione europea anche a livello giudiziario. Facendo un salto indietro nel passato,&nbsp; vi era già stato un tentativo di proposta, sebbene molto vaga, di uno “spazio giudiziario europeo”, dall’allora presidente Valéry Giscard d’Estaing. In effetti, durante la grande stagione del&nbsp;terrorismo rosso, l’Europa si era posta il problema di trattare collegialmente tale materia, ma non si riuscì mai ad adottare una convenzione che potesse disciplinare la complicata questione. Lo stesso Macron ha affermato di aver preso la decisione per una forma di responsabilità comune europea al fine di rispettare il pieno stato di diritto tra due paesi fondatori dell’UE. Al di là degli sviluppi giudiziari, in ogni caso, da tale questione l&#8217;asse tra Macron e Draghi ne esce rafforzato in vista delle prossime tappe europee per la ricostruzione post-Covid.&nbsp;</p>



<p>Ma a questo punto, cosa potrebbe fare l’Italia? Per ora l’orientamento espresso dalla procura francese è stato quello di non mettere in carcere i sette arrestati, riconoscendo che non c’è, per gli stessi, rischio di fuga. Considerando che l’arrivo in Italia dei suddetti non avverrà prima di qualche anno e potrebbe anche essere possibile che alcune delle estradizioni non vengano convalidate dalla procura francese, il presidente Mattarella potrebbe avere la possibilità di chiudere la pagina dei lunghi Anni di Piombo concedendo la grazia a prigionieri spesso anziani e ammalati, ma solo in quanto esito di un percorso incentrato sul concetto e sul valore della giustizia riparativa. La volontà italiana di richiedere nuovamente le estradizioni non risponde ad alcuna volontà di vendetta, ma ad un tassativo bisogno di chiarezza, punto di partenza necessario per qualunque possibilità di rieducazione, riconciliazione e riparazione, fini ultimi e imprescindibili della pena.</p>



<p>In ogni caso, qualunque processo di riconciliazione, in primis sociale e dopo ferite particolarmente profonde, quali quelle lasciate dal terrorismo degli Anni di Piombo, non può non partire dal riconoscimento di ciò che è accaduto e da una chiara assunzione di responsabilità.</p>
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		<title>Quoi qu&#8217;il en coûte: dalla transizione ecologica e digitale al rilancio della competitività per far ripartire la Francia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Claudia Schettini]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 21 Mar 2021 17:02:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Macroaree]]></category>
		<category><![CDATA[COVID-19]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Francia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A causa della pandemia di Covid-19 e delle sue drammatiche conseguenze, la Francia si trova di fronte alla&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">A causa della pandemia di Covid-19 e delle sue drammatiche conseguenze, la Francia si trova di fronte alla più grave recessione economica dal 1945. Il PIL è diminuito del 8,3%, le esportazioni si sono ridotte del 28,9% e le importazioni del 20,7%, con effetti negativi sul già grave deficit commerciale. L’Istituto di statistica francese ha stimato una perdita di circa 600.000 posti di lavoro soltanto nel settore privato e un tasso di disoccupazione pari al 9%. Se il 2020 si è dunque confermato un <em>annus horribilis </em>per l’economia francese, il 2021, grazie ai fondi dell’Unione Europea e, in particolare, all’entrata in vigore del piano <em>France Relance</em>, potrebbe essere l’anno della sua ripresa.</p>



<p>Nel quadro del Next Generation EU, l’Unione Europea ha previsto per la Francia uno stanziamento di <strong>40 miliardi </strong>di euro, interamente sotto forma di sussidi a fondo perduto. Con riferimento ai programmi minori, per il React-EU sono stati stanziati 3 miliardi e circa 15 sono stati previsti nel contesto del Quadro Finanziario Pluriennale (2021-2027).</p>



<p>“<em>Quoi qu’il en coûte</em>”, così il presidente Emanuel Macron ha presentato, lo scorso 3 settembre, il piano di ripresa economica <strong><em><a href="https://www.gouvernement.fr/france-relance" target="_blank" rel="noreferrer noopener">France Relance</a></em>, </strong>rievocando, un po’, il famoso “<em>Whatever it takes</em>” di draghiana memoria. In effetti, differentemente da altri paesi europei, la maggior parte delle risorse finanziarie non provengono dai fondi dell’Unione bensì da <strong>risorse nazionali che ammontano a ben 100 miliardi di euro</strong>. Già prima del <em>France Relance</em>, il governo francese aveva reagito velocemente ed efficacemente con un piano di emergenza, strutturato su tre direttrici: garanzie sui prestiti alle imprese e un fondo di solidarietà per le imprese; un dispositivo di disoccupazione parziale; un programma di capitalizzazioni a protezione delle imprese più strategiche.</p>



<p>Il piano “<em>France Relance</em>”, considerato dai suoi architetti un piano di investimenti e sviluppo a lungo termine, ha due obiettivi fondamentali: accelerare la transizione ecologica e, parimenti, quella digitale, e sostenere la creazioni di nuovi posti di lavoro, riservando un’attenzione particolare alle esigenze e le opportunità dei più giovani. Aggiornato al 20 gennaio 2021, la sua impostazione poggia su tre pilastri: <em>ecologia</em>, <em>competitività industriale</em>, <em>coesione sociale e territoriale.</em></p>



<ol class="wp-block-list" type="1"><li><strong>ECOLOGIA</strong>: dei 100 miliardi del piano, 30 saranno investiti nella transizione ecologica affinché il paese diventi la prima grande economia europea a zero emissioni. Gli investimenti principali riguardano la decarbonizzazione industriale, a cui saranno destinati 1,2 miliardi dei fondi; l’isolamento termico degli edifici pubblici e il sostegno alla sostenibilità dei trasporti. L’investimento più importante in questo settore è il piano “<em>MaPrimeRénov’: mieux chez moi, mieux pour la planète”, </em>volto ad incoraggiare le famiglie a realizzare lavori di riqualificazione energetica delle proprie abitazioni (ma anche di edifici pubblici) con l’obiettivo finale di finanziare il risanamento di 500.000 appartamenti ad anno, beneficiando di un ulteriore finanziamento di 2 miliardi di euro per il biennio 2021-2022.</li></ol>



<ul class="wp-block-list"><li><strong>COMPETITIVITA’</strong>: 34 miliardi saranno destinati al rilancio della competitività, ad una crescita economica sostenibile nonché all’innovazione tecnologica delle imprese, con un’attenzione particolare alle piccole e medie imprese che rappresentano un terzo del tessuto imprenditoriale francese. In particolare, il piano comprende quattro misure volte a potenziare il fabbisogno di capitale imprenditoriale: più risparmio per le imprese, devoluzione di 20 miliardi di capitale quasi proprio per consolidare i bilanci delle imprese tramite prestiti partecipativi, sostegno a progetti territoriali e rilocalizzazione dei fondi in alcuni settori strategici.</li></ul>



<ul class="wp-block-list"><li><strong>COESIONE SOCIALE E TERRITORIALE</strong>: come accade per la maggior parte dei paesi in tempi di crisi, una delle più grandi sfide che la Francia dovrà affrontare è l’aumento delle disuguagliane sociali. Per questo motivo, nel consacrare 36 miliardi del piano a questo pilastro, tre sono stati indicati come obiettivi principali: considerevole sostegno al sistema e alle infrastrutture sanitarie (6 miliardi); finanziamento agli enti territoriali da parte della <em>“Banque des Territoires</em>”; salvaguardia e creazione di nuovi posti di lavoro. Quest’ultimo punto è, senza dubbio, il più importante del pilastro della coesione in quanto risorse significative saranno destinate alla formazione professionale dei giovani e dei lavoratori più vulnerabili tramite contratti facilitati e “bonus assunzione” (<em>prime à l’embauche</em>). Tra i vari progetti lanciati, un esempio molto interessante è la creazione di percorsi di accompagnamento o re-inserimento dei giovani nel mondo lavorativo: si tratta del <em>PEC jeunes</em>, il percorso di assunzione delle competenze giovanili e lo <em>IAE jeunes</em>, un percorso di inclusione giovanile nei vari settori dell’attività economica.</li></ul>



<p>La discussione relativa alla <em>governance </em>per la gestione dei fondi del Recovery Fund, questione che, in alcuni paesi, ha comportato notevoli fibrillazioni governative, non è stata così sentita in Francia dove, fin dall’inizio, il presidente Macron ha mobilitato le migliori expertise della propria amministrazione pubblica affidando interamente il piano nelle mani del Ministro dell’Economia Le Maire. Tuttavia, ciò che ha permesso un immediato successo del piano è stato il metodo basato su una forte cooperazione interministeriale nonché sulla concertazione con regioni ed enti locali. Da subito il governo è andato  nella direzione di una forte inclusione e serrato dialogo fra tutti gli attori coinvolti nonché dell’immediata creazione di comitati di monitoraggio sia a livello nazionale, presieduti dal Primo Ministro al fine di assicurare l’esecuzione del piano di ripresa, sia a livello regionale per verificare l’avanzamento di specifici progetti territoriali e le necessarie risorse per la messa in opera degli stessi. Un aspetto molto interessante è che questi “<em>comités de suivi</em>” includono anche associazioni di amministratori locali, organizzazioni ambientaliste e associazioni attive nel sociale.</p>



<p>Il dibattito interno relativamente agli aspetti positivi e negativi del “<em>France Relance</em>” è stato quindi molto partecipato: dai parlamentari alle banche, dalle  confederazioni imprenditoriali alle associazioni ambientaliste. In generale, il mondo imprenditoriale (tra cui <em>MEDEF</em>, <em>il Movimento delle Imprese di Francia</em>, <em>CPME</em>, <em>la Confederazione delle Piccole e Medie Imprese </em>e <em>CCI</em>, le <em>Camere di Commercio e dell’Industria</em>) ha accolto in maniera ampiamente favorevole il piano considerandolo una mobilitazione di risorse economiche senza precedenti. Riscontri meno positivi sono invece arrivati da <em>U2P, l’Unione delle Imprese di Prossimità</em>, e da alcuni sindacati che temono per la tenuta delle piccole imprese a causa dell’insufficienza dei sussidi per l’impiego e la mancata riduzione delle imposte di produzione. Voci critiche arrivano da <em>WWF France </em>secondo cui il paese si troverebbe di fronte ad una situazione di <em>trade-off</em>: transizione ecologica e rilancio industriale sarebbero due obiettivi poco conciliabili soprattutto considerato il breve periodo di tempo entro cui sono stati stanziati i fondi (2022). All’interno dell’Assemblea il dibattito parlamentare si è acceso nel momento in cui la maggioranza del gruppo <em>LREM </em>in seno alla “Commissione Economica” ha votato un emendamento che obbliga le imprese beneficiarie di sovvenzioni ad attuare obblighi in materia ambientale che, secondo alcuni, rallenterebbero soltanto la ripresa economica.</p>



<p>Sebbene il negoziato con Bruxelles non sia ancora terminato, la Francia, preceduta soltanto  dalla  Spagna,  è  il  secondo paese europeo più avanzato nell’applicazione del piano. Una prima ed unica reazione da parte della Commissione europea nei confronti del <em>“France Relance” </em>è arrivata a fine novembre 2020: secondo l’esecutivo europeo, le misure adottate dalla Francia per rilanciare l’economia nazionale sarebbero poco sostenibili nel lungo periodo, poiché, sebbene generose, coprono soltanto il biennio 2021- 2022, mentre necessiterebbero di finanziamenti anche negli anni successivi. Tenendo, inoltre, conto dell’elevato livello di debito pubblico che attanagliava la Francia già prima dello scoppio della pandemia, è fondamentale che le misure adottate preservino la sostenibilità delle finanze francesi nel medio e lungo termine.</p>



<p>La Francia è stato, senza dubbio, il Paese che maggiormente ha spinto sui fondi europei dando dimostrazione di essere in grado di sfruttare al meglio tali risorse. La strutturazione del piano è stata guidata dall’ importante decisione di integrare la manovra finanziaria con le risorse europee. Punto di forza del piano “<em>France Relance</em>” è la grande cooperazione e il continuo dialogo con i vari attori coinvolti, in primis le regioni e gli enti locali, elemento del tutto assente nel panorama italiano. Per quanto la realizzazione del piano sarà un lavoro interministeriale, la scelta del presidente Macron di assumere per la <em>governance </em>del Recovery Plan solo un consigliere speciale presso il capo di gabinetto del Primo ministro è una scelta altamente strategica, fondamentale per limitare qualsiasi fibrillazione politica. Si tratta di un esempio che potrebbe rivelarsi estremamente utile per l’Italia, facilitando una reale cooperazione governativa ed evitando che i lunghi tempi delle necessarie soluzioni di compromesso finiscano per collidere con l&#8217;urgenza della definizione dei relativi progetti.</p>



<figure class="wp-block-table"><table><tbody><tr><td></td></tr><tr><td></td><td></td></tr></tbody></table></figure>
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		<title>Parigi capitale d’Europa. Con Roma?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Erik Burckhardt]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 Sep 2017 11:13:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Lo stato della sinistra]]></category>
		<category><![CDATA[Francia]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Erik Burckhardt In questi primi mesi di Presidenza francese, abbiamo già avuto modo di constatare la determinazione&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Di Erik Burckhardt</em></p>
<p>In questi primi mesi di Presidenza francese, abbiamo già avuto modo di constatare la determinazione e la risolutezza con cui Emmanuel Macron è capace di affrontare i suoi dossier. Un’ambizione sconfinata che non possiamo apprezzare quando, tradendo il messaggio europeista della sua campagna elettorale, antepone l&#8217;opportunismo politico interno al rispetto delle politiche della concorrenza UE e al consolidamento del mercato unico europeo. Un’ambizione che ci entusiasma, quando è invece orientata a <strong>dare vigore e slancio al percorso d’integrazione europea</strong> e al funzionamento del “condominio” UE.</p>
<p>L’iniziativa che Macron ha tenuto ieri di fronte ai giovani studenti europei della Sorbona di Parigi non ha eguali, in tempi recenti. Ed è tanto più coraggiosa all’indomani delle elezioni tedesche, che hanno reso meno netta e meno prevedibile la posizione della Germania sul futuro dell’Europa. Lo stesso Presidente francese, non ha ignorato le difficoltà che disturbano <strong>l’orizzonte europeo 2024</strong> da disegnare. Tuttavia, ha coraggiosamente fissato i principali temi dell’agenda europea, invitando i leader europei a spendere parole chiare. E se nella Germania ha individuato il partner obbligatorio, siamo orgogliosi che l’Italia sia stata a più riprese citata nel discorso di Macron come il partner naturale in questo ambizioso percorso. Un percorso che dovrà consegnare alle istituzioni UE gli <strong>strumenti per proteggere i suoi cittadini</strong> (esercito europeo, procura antiterrorismo e polizia di frontiera), nonché le risorse proprie per assicurare un <strong>elevato livello di welfare e di coesione sociale</strong> in tutto il suo territorio e per stimolare lo sviluppo dentro e fuori dai suoi confini (bilancio europeo, tasse sulle transazioni finanziarie e sul CO2).</p>
<p>Quando sembra risolversi positivamente anche il braccio di ferro sulla questione STX, non vi è dubbio che, già oggi nel quadro del vertice italo-francese a Lione, Macron potrà trovare nel Presidente del Consiglio <strong>Paolo Gentiloni un fondamentale alleato</strong>. Il suo governo, così come quello di Matteo Renzi che lo ha preceduto, di idee per politiche europee più efficaci ne ha già date molte, anche nei tempi bui e difficili degli ultimi anni. Il problema è semmai l’incertezza circa l’esito delle elezioni italiane del 2018, che, soprattutto se dipenderà da un impianto elettorale proporzionale, potrebbero complicare il quadro italiano al pari di quanto avvenuto a Berlino dopo le elezioni di domenica scorsa.</p>
<p>Per evitarlo, nei prossimi mesi sarà necessario che il Partito Democratico e le organizzazioni che riconoscono<strong> la “questione europea” come un obiettivo prioritario</strong>, tra cui la nostra, lavorino per alimentare il dibattito pubblico e per fare emergere piena consapevolezza nell’elettorato che ci troviamo innanzi a un punto di svolta. Un’Europa più unita e più forte, si può costruire soltanto in nome e per conto dei cittadini europei. Per questo Macron ha esaltato gli strumenti per <strong>costruire e consolidare un’identità europea</strong>. Soprattutto nei giovani, che non hanno memoria dell’unica alternativa che si presenta loro, ossia gli egoismi nazionali, le guerre e gli orrori del passato. Rafforzare gli scambi universitari e nelle scuole, promuovere l’apprendimento delle lingue europee, la circolazione del sapere e l’affermarsi di una cultura europea anche attraverso i media: sono soltanto alcuni degli strumenti menzionati dal Presidente francese per raggiungere l’obiettivo di vedere sfilare con la bandiera europea le delegazioni di tutti gli Stati membri alle Olimpiadi di Parigi 2024.</p>
<p>Se ci riusciamo, se i principali leader europei si dimostreranno <strong>all&#8217;altezza delle sfide enumerate</strong>, è matematico che il medagliere olimpico premierà questa nuova Europa: più unita e più solidale al suo interno, più solida e più forte nel mondo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>https://www.youtube.com/watch?v=m5D-BII5hmY</p>
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			</item>
		<item>
		<title>La sinistra di Macron</title>
		<link>https://www.mondodem.it/621/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 May 2017 12:13:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lo stato della sinistra]]></category>
		<category><![CDATA[Osservatori]]></category>
		<category><![CDATA[Francia]]></category>
		<category><![CDATA[Macron]]></category>
		<category><![CDATA[Sinistra]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Ugo Papi* La Francia ha scelto Macron e ha rigettato la destra xenofoba e populista. La maggioranza&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/621/">La sinistra di Macron</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>di Ugo Papi*</em></p>
<p>La Francia ha scelto Macron e ha rigettato la destra xenofoba e populista. La maggioranza dei francesi si sente oggi fiera di non aver seguito le sirene della paura come in Gran Bretagna, negli Usa, in Polonia o in Ungheria. A sentirsi sollevati siamo anche noi europei. Ci ha riempito il cuore vedere il nuovo presidente arrivare al Louvre sulle note del l’Inno alla Gioia prima che della Marsigliese. Macron ha vinto una scommessa impensabile solo pochi mesi fa. La sua corsa solitaria ha rotto tutti gli schemi della quinta repubblica, ha terremotato i partiti tradizionali e imposto uno stile diretto e coraggioso. Chi paga il prezzo più caro a questa rivoluzione del sistema politico francese è il partito Socialista, arrivato estenuato e diviso alla prova del voto, con un governo e un presidente uscente impauriti dai sondaggi e un candidato, Benoit Hamon, che ha fin dall’inizio rinunciato a una programma di governo per rifugiarsi in proposte massimaliste e poco credibili. Il magro risultato del primo turno, poco sopra il 6% sta a testimoniarlo. Macron, da progressista convinto si è presentato con un programma di governo ambizioso e che rompe gli schemi più invecchiati della divisione destra/sinistra. In primo luogo una riforma del mercato del lavoro che metta fine ad una rigidità atavica, sul modello della Germania di Schroder di una quindicina di anni fa, con l’obiettivo di mettere fine ad una crescente disoccupazione che destabilizza la Francia da almeno quarant’anni e che le ricette dei governi di destra e di sinistra non sono mai riusciti a risolvere. Probabilmente è molto più saggio prendere a modello la Germania socialdemocratica e il suo basso tasso di disoccupazione piuttosto che un reddito di cittadinanza universale proposto da Hamon o le 32 ore del populista di sinistra Melanchon, invischiato nella nuova ideologia della fine del lavoro. Anche in materia fiscale una tassazione progressiva accompagnata a esenzioni per le aziende che investono, ha sostituito nel programma di Macron lo sbandierato e mai applicato slogan di tutte le sinistre francesi “faison payer le riches”, che si è sempre scontrato con l’impossibilità di un applicazione draconiana e ricacciava la Francia verso tasse alte per tutti e un deficit pubblico in aumento. La stessa innovazione si ritrova nella ricetta sull’educazione e la scuola che prevede investimenti massicci e autonomia dei singoli istituti, senza insistere su una ideologica uniformità che non tiene conto delle differenze sociali e di retaggio familiare degli studenti e alla fine non garantisce né l’uguaglianza nè la promozione delle eccellenze. Sopra a tutto c’è l’Europa, difesa da Macron come la patria comune che sola potrà difendere i suoi cittadini dalle minacce del terrorismo, dalle sfide poste dalla globalizzazione e dai fenomeni dell’immigrazione massiccia. Sul terreno europeo il leader di En Marche ha mostrato un coraggio da leone contrastando tutte le tentazioni sovraniste e nazionaliste che a destra e a sinistra si scagliavano contro “L’Europa delle tecnocrazie e l’Euro delle banche”. Una sfida a viso aperto in un paese che ha sempre accarezzato la tentazione nazionalista senza aspettare l’ondata del populismo degli ultimi anni. Ora sappiamo che nella sfida per ridare vitalità e slancio all’Europa, la Francia sarà al fianco di tutti gli europeisti convinti, senza reticenze e senza secondi fini. Gli avversari di Macron hanno molto insistito sulla figura caricaturale del candidato dei banchieri e della finanza senza entrare nel merito delle sue proposte liberal democratiche, sociali, europeiste e progressiste. Ora il gioco si fa ancora più complicato. Eletto presidente, Macron dovrà al più presto presentare una compagine di governo che tenga conto delle promesse di rinnovamento. Soprattutto, entro un mese, Macron cercherà di conquistare al suo movimento una maggioranza parlamentare alle legislative, senza troppo dover dipendere dalle intese con Repubblicani e socialisti. Questo gli permetterà di governare per i prossimi 5 anni con una maggioranza solida e stabile. Il nuovo presidente dovrà riflettere anche su un tema di fondo non più eludibile in Francia. Una spaccatura sociologica di “classe” che lo porta ad avere il 90% di consensi a Parigi e a perdere nettamente nella Francia profonda e nelle zone deindustrializzate del nord e dell’est del paese. Gli operai, i poveri e i perdenti della globalizzazione per ora non si fidano. Dovrà convincerli con i fatti, per farne dei partecipanti attivi dei processi d&#8217;interdipendenze economiche, sociali, culturali, politiche e tecnologiche, per aumentarne i benefici effetti e limitarne gli effetti negativi. Se riuscirà a dare speranza anche a questa Francia, togliendola dalle grinfie dei pifferai della paura, il suo sarà un piccolo capolavoro.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>*Ugo Papi è giornalista e scrittore. Ha lavorato per Radio Rai e scrive di Oriente per Il Mattino, l’Unità e altri periodici. È stato nel 2006/07 Consigliere per l’Asia del Ministro degli Esteri. Ha svolto l’attività di Consigliere politico di Piero Fassino, in qualità di inviato Ue per la Birmania, dal 2007 al 2011. Per il Pd è stato responsabile Asia-Pacifico del Dipartimento internazionale e Consulente della Commissione Esteri della Camera dei Deputati.</em></p>
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		<title>Il flop dei MacronLeaks e la bolla delle Fake News</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Eugenio Dacrema]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 May 2017 06:35:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Democrazia 2.0]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Osservatori]]></category>
		<category><![CDATA[Cybersecurity]]></category>
		<category><![CDATA[Francia]]></category>
		<category><![CDATA[Macron]]></category>
		<category><![CDATA[MacronLeaks]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il 6 maggio, 41 ore prima dell’apertura dei seggi per il ballottaggio delle elezioni presidenziali francesi, circa 9&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il 6 maggio, 41 ore prima dell’apertura dei seggi per il ballottaggio delle elezioni presidenziali francesi, circa 9 gigabyte di mail e documenti sottratti dai computer dei membri dello staff di Emmanuel Macron sono stati resi pubblici online da una serie di account twitter legati all’estrema destra americana e ripresi da siti come 4chan e Wikileaks. Neanche un centinaio di ore più tardi Macron è diventato il 25° presidente della Repubblica Francese con oltre il 66 percento dei voti; addirittura 3% in più di quelli pronosticati dagli ultimi sondaggi disponibili.</p>
<p>Questa esperienza francese ci ha insegnato due cose: la prima è che piani coordinati e pianificati per influenzare le tornate elettorali delle democrazie occidentali esistono, e sono riconducibili con buona sicurezza agli ambienti dell’estrema destra americana ed europea e probabilmente perfino al governo russo. La seconda è che non funzionano. O, quantomeno, funzionano poco. E se quindi oggi Marine Le Pen può dire di avere ottenuto un terzo dei voti dei francesi forse le ragioni sono altre.</p>
<p>Quest’ultima affermazione può sembrare ardita, forse azzardata, e in parte lo è. Ma cerchiamo di analizzarla meglio. Prima di tutto è necessario dire che l’esistenza di una rete di siti internet di dubbia origine e proprietà a cui è legata una altrettanto dubbia rete di account social (soprattutto twitter) che ne spargono i contenuti è <a href="https://medium.com/hci-design-at-uw/information-wars-a-window-into-the-alternative-media-ecosystem-a1347f32fd8f">conclamata ormai da tempo</a>. Una fitta rete composta da centinaia di siti web in diverse lingue che si ispirano tutti allo stesso tipo di teorie cospirative, che attingono alle stesse fonti e che spesso si linkano a vicenda gli articoli è difficilmente casuale. Se poi aggiungiamo la presenza di gruppi di utenti reali e centinaia di bot che in modo coordinato fanno girare e amplificano nello stesso periodo di tempo le stesse informazioni, slogan e articoli la presenza di una organizzazione reale e “senziente” appare piuttosto certa. Appare evidente ormai anche <a href="https://www.theguardian.com/technology/2017/may/07/the-great-british-brexit-robbery-hijacked-democracy?CMP=share_btn_fb">il ruolo avuto da compagnie di comunicazione come Cambridge Analytica sia nella campagna in favore della Brexit, sia in quella per l’elezione di Donald Trump</a>. Infine, sia gli hack avvenuti a danno di singoli candidati come Hillary Clinton e Emmanuel Macron sia quelli che hanno colpito agenzie governative americane come il recente Vault 7 hanno in comune almeno due elementi: l’enorme mole di informazioni rese pubbliche nello stesso momento e la conseguente impossibilità di verificarle in tempi rapidi. Questi elementi però hanno uno scopo preciso: da una parte sfruttare la “fretta” giornalistica di pubblicare una notizia, e pubblicarla prima di chiunque altro. <a href="https://www.nytimes.com/2017/03/09/opinion/the-truth-about-the-wikileaks-cia-cache.html?_r=0">La necessità di verifica si scontra perciò con l’alto livello di competitività e la sempre maggiore necessità di immediatezza presenti nell’industria giornalistica</a>. Dall’altra parte questi elementi sfruttano la crescente “gossipizzazione” dell’industria mediatica, come <a href="https://www.buzzfeed.com/zeyneptufekci/dear-france-you-just-got-hacked-dont-make-the-same-mistakes?utm_term=.gkeXl789a5#.eankq5LDZj">spiegato bene in questo pezzo</a>.</p>
<p>C’è però una differenza abbastanza chiara che emerge dalla vicenda dell’hack avvenuto a danno dello staff di Emmanuel Macron che si può riassumere in una parola: sfacciataggine. In passato tempistiche e modalità degli hack che colpivano un candidato o un governo erano almeno all’apparenza casuali, solo remotamente legati a certe vicende elettorali. La Clinton non fu colpita dalla pubblicazione delle sue mail private a ridosso dell’elezione presidenziale ma molto prima, durante le primarie, mentre Vault 7 è stato pubblicato addirittura dopo l’elezione di Trump. Ovviamente già allora si riscontrarono elementi comuni: in primis, il fatto che si vada a colpire solo un candidato e non gli altri, e spesso il fatto che se ne sia parlato molto in anticipo rispetto all’appuntamento elettorale ha favorito la ripetizione massiccia di rivelazioni più o meno esatte (come quelle sulle famose mail della Clinton), elemento che certamente <a href="https://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=2958246">ha un ruolo nel solidificare alcune convinzioni</a>.</p>
<p>Nel caso del #MacronLeaks, però, tempistiche e modalità sono risultate talmente ovvie da essere forse controproducenti. 9 giga di informazioni relative alla campagna di un solo candidato – <a href="https://twitter.com/broderick/status/860417948539920385">già peraltro nel mirino di altre notizie false negli ultimi mesi</a> – rilasciate a poche ore dall’inizio del periodo di silenzio elettorale imposto dalla legge francese durante il quale Macron e il suo staff non avrebbero potuto difendersi a mezzo stampa. Una mole di informazioni inverificabili all’interno delle quali avrebbe potuto essere stati aggiunti documenti più o meno contraffatti le cui dimensioni chiaramente <a href="https://www.nytimes.com/2017/03/09/opinion/the-truth-about-the-wikileaks-cia-cache.html?_r=0">miravano a sfruttare le caratteristiche sopradescritte dell’industria mediatica</a>. In passato gli hack avevano avuto come obiettivo principale “dichiarato” quello dell’assoluta trasparenza, mentre il messaggio politico rimaneva solo implicito, per quanto chiaro, a favore di questo o quel candidato. Nel caso del MacronLeaks questo equilibrio è cambiato: il messaggio principale era uno solo, e senza veli particolari: “Domani non votate Macron, votate Le Pen”.</p>
<p>Ed è forse questa “sfacciataggine” che ha reso il messaggio più debole, unita al rifiuto dei media francesi di cadere nella dinamica in cui invece erano sempre caduti i media americani, <a href="https://medium.com/dfrlab/macronleaks-campaign-hits-resistance-4fa490e4ae55">favorendo una “contro-reazione” che ha infine portato l’intera vicenda a esaurirsi, almeno per ora, solamente in rete</a>. C’è chi specula anche sul fatto che questa volta lo staff di Macron fosse <a href="https://hackernoon.com/analyzing-a-counter-intelligence-cyber-operation-how-macron-just-changed-cyber-security-forever-22553abb038b">preparato all’eventualità dopo l’esperienza di Hillary Clinton, e avesse attuato innovative contromisure</a>. Ma forse l’elemento di cui più bisogna tenere conto è il fatto che questa volta non si trattava, come nel caso delle elezioni americane o del referendum sulla Brexit, di una corsa giocata intorno a una distanza di 2-3 punti percentuali. Specialmente dopo l’ultimo dibattito Macron aveva oltre 20 punti di distacco su Marine Le Pen e proprio per questo il MacronLeaks è apparso a molti più un tentativo disperato più che una sofisticata azione di cyber warfare.</p>
<p>Questa vicenda, e le sue differenze col passato, servono forse a darci soprattutto l’idea del fenomeno delle cosiddette “fake-news” in politica e della reale dimensione del problema. Come ha ammesso anche Carole Cadwalladr, autrice dell’inchiesta sul <a href="https://www.theguardian.com/technology/2017/may/07/the-great-british-brexit-robbery-hijacked-democracy?CMP=share_btn_fb">ruolo avuto da Cambridge Analytica nella campagna per la Brexit</a>, perfino le più sofisticate tecniche di condizionamento dell’opinione hanno effetto solo su un numero relativamente ristretto di elettori, commisurabile, nel caso della Gran Bretagna, in qualche centinaio di migliaia. Un nulla quando hai 20 punti di vantaggio ma certamente potenzialmente determinanti quando la partita di gioca su meno di un milione di indecisi. Ma è proprio questo il punto: se l’uscita dall’Unione Europea o l’elezione di un presidente come Donald Trump sono arrivati a doversi giocare sul filo delle centinaia di migliaia di voti forse il problema va ben oltre le fake news e i condizionamenti esterni, ma ha a che fare con fattori molto più strutturali a un sistema giunto a sentirsi sull’orlo dell’abisso ormai a ogni tornata elettorale.</p>
<p>Insomma, parlare di fake-news e condizionamenti esterni è giusto, perché il problema esiste e non farlo vuol dire mettere la testa sotto la sabbia. Ma forse imbrigliare internet in leggi e regolamenti che ne limitano la libertà di utilizzo in nome delle fake-news è altrettanto irresponsabile. Così come lo è pensare che tutti i mali delle democrazie occidentali siano appuntabili a qualche decina di bot su Twitter.</p>
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		<title>Macron: nuovo spazio politico (a sinistra?)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Erik Burckhardt]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Mar 2017 16:13:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lo stato della sinistra]]></category>
		<category><![CDATA[Francia]]></category>
		<category><![CDATA[Le Pen]]></category>
		<category><![CDATA[Macron]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Se a determinare lo stato della sinistra in Francia fosse soltanto la salute del suo principale partito, il&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p align="justify"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Se a determinare lo stato della sinistra in Francia fosse soltanto la salute del suo principale partito, il Partito Socialista, si potrebbe dire che non è affatto buono. Benoît Hamon, il candidato alla successione di François Hollande, uscito vincitore da delle primarie che hanno registrato una partecipazione al di sotto delle attese,  continua a perdere punti nei sondaggi e registra ormai soltanto il 12,5 per cento delle intenzioni di voto. Hamon è stato ormai raggiunto e rischia di essere superato dal candidato Jean-Luc Mélenchon, leader dell’altra formazione di sinistra </span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><i>la France insoumise</i></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"> e portatore di proposte massimaliste quali uscire dall’Unione europea per lanciarsi in “una rivoluzione dei cittadini contro la tirannia dell’oligarchia finanziaria”.</span></span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Così, lo storico partito di François Mitterrand, nato nel 1905 su impulso di Jean Jaurés, ribattezzato e ricostituito nel 1969 proprio con l’obiettivo di unire la sinistra in un grande partito di governo, rischierebbe oggi di essere condannato a una temporanea irrilevanza e, forse, anche a una definitiva sparizione.  A nulla sono serviti, infatti, gli sforzi di Hamon per trovare un accordo con Mélenchon, che ha voluto, semmai, proporre se stesso come unico candidato unitario possibile della sinistra.</span></span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><i>Eppur si muove&#8230;</i></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"> Il tragico epilogo della sinistra d’Oltralpe forse non è segnato. Emmanuel Macron è, infatti, la grande variabile delle elezioni presidenziali 2017. Colpito, ma per ora non ancora affondato dal Penelope-gate, il candidato della destra François Fillon cala nei sondaggi. Non cede terreno i socialisti, ma all’ex Ministro dell’Economia, dimessosi a fine agosto scorso per dedicarsi interamente al suo progetto politico, incarnato dal movimento </span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><i>En Marche!</i></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">, il cui acronimo corrisponde curiosamente, ma di certo non per caso, alle iniziali del suo leader. Stando agli ultimi sondaggi, Macron avrebbe ormai staccato Fillon nelle preferenze degli elettori francesi. Le chances di vederlo al secondo turno contro Marine Le Pen non sono più per niente remote. E quello che conta di più, al secondo turno sarebbe in grado di batterla con quasi venticinque punti di stacco.</span></span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Ma basta essere il migliore argine contro la destra conservatrice (Fillon) e contro la destra populista (Le Pen) per ergersi come il cavallo trionfante della sinistra? Non c’è domanda più dibattuta di questa. Per l’estrema sinistra, la sinistra della sinistra e la sinistra del PS, Emmanuel Macron è chiaramente di destra. Per l&#8217;estrema destra e la destra è invece indiscutibilmente di sinistra. Per i centristi François Bayrou e Jean-Christophe Lagarde è semplicemente un candidato ingombrante, con il quale è necessario stringere un’alleanza secondo il primo, da combattere invece strenuamente nella prospettiva del secondo. Per i suoi sostenitori, infine, Macron sarà sicuramente il prossimo Capo di Stato francese, il più giovane Presidente della Repubblica di sempre, anche di Luigi Napoleone Bonaparte che assunse l’incarico a quarant’anni.</span></span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Ecco che la questione dello stato della sinistra diventa profondamente identitaria. Non certo a causa della personalità di Macron che di sé stesso diffonde semmai un senso, una percezione e un’immagine fin troppo solidi e sicuri. È la sinistra a soffrire di una crisi d’identità. Una crisi che la travolge ormai da anni, ben oltre il perimetro dell’Esagono, ma che proprio in Francia ha impedito e continua a impedirle di riconoscersi nell’ex-banchiere e ispettore delle finanze Macron.</span></span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">In questo senso, va detto che il giovane candidato di </span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><i>En Marche!</i></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"> non ha contribuito a fare chiarezza e non è esente da responsabilità. Fiutando la crisi e la debolezza del PS, non ha infatti resistito alle sirene del nuovismo, tendenza tanto magnetica per parte dell’elettorato quanto repellente e irrispettosa nei confronti di chi ha all’attivo una lunga tradizione di militanza o di dirigenza negli storici partiti della sinistra. E se Macron non si presenta come candidato anti-sistema, qualifica di cui è indiscutibilmente titolare la candidata del </span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><i>Front National</i></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">, è pur vero che rifiuta di definirsi socialista e irrompe come candidato post-sistema, reo di stravolgere tutta la geografia politica d’Oltralpe. </span></span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">È quindi Macron un traditore della sinistra? Il boia del PS? O è invece una nuova forza propulsiva, sinonimo di cambiamento e speranza? È forse un infiltrato di quell’oligarchia finanziaria che sfrutta la debolezza del PS per fare a pezzi le virtù dello stato sociale francese? O è invece il rappresentante di una sinistra di governo, compiutamente post-ideologica e che guarda al centro, baluardo della democrazia liberale, difensore dei valori della Repubblica francese e, aspetto non trascurabile, dell’Unione europea sempre più insidiati dai populismi di destra e di sinistra?</span></span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">A queste domande<u><span style="color: #000000;"> <a style="color: #000000;" href="https://www.youtube.com/watch?v=RSteOxyUELc">ha voluto rispondere direttamente lo stesso Macron</a></span></u> quando, facendo riferimento alle misure contenute <u><span style="color: #000000;"><a style="color: #000000;" href="https://storage.googleapis.com/en-marche-fr/COMMUNICATION/Programme-Emmanuel-Macron.pdf">nel suo programma</a></span></u>, si è definito “il candidato delle classi medie e popolari”. Riforma del sistema previdenziale per ridurre le disparità tra il settore pubblico e quello privato, discriminazioni positive in favore di chi proviene da aree e territori svantaggiati, investimenti nell’istruzione e nell’industria 4.0, ecologia, laicità, rinnovamento della classe politica e poi ancora un ambizioso rilancio dell’Unione europea e una strenua difesa dell’ordine internazionale. Questi i titoli del programma con cui il candidato dice di volere “liberare la Francia e proteggere i francesi”.</span></span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Pur essendo atteso da settimane, non ha trovato l’eco mediatica sperata in giorni in cui l’attenzione è stata interamente concentrata sugli ultimi accattivanti episodi del Penelope-Gate. Non vi è dubbio, tuttavia, che si tratti di un programma dai contenuti ambiziosi che non placherà, bensì alimenterà il dibattito tra chi lo giudica degno di essere definito “di sinistra” e chi invece ne denuncerà un’essenza troppo liberista con l’irremovibile convinzione che tale dottrina sia antitetica ai valori della sinistra contemporanea. Trovare una risposta a queste domande è, in fondo, il difficile compito dei politologi, che non mancano di indagare sui criteri attorno ai quali sviluppare la diade destra/sinistra. Lo hanno fatto Norberto Bobbio nel libro<u><span style="color: #000000;"> <a style="color: #000000;" href="https://www.amazon.it/sinistra-Ragioni-significati-distinzione-politica/dp/8868430398">“Destra e sinistra Ragioni e significati di una distinzione politica”</a></span></u> (Donzelli), o in tempi più recenti Marco Revelli con <u><span style="color: #000000;"><a style="color: #000000;" href="https://www.amazon.it/Sinistra-destra-Lidentit%C3%A0-smarrita-Revelli/dp/8842083259">“Sinistra Destra. L’identità smarrita”</a></span></u> (Laterza) e Franco Cassano con <u><span style="color: #000000;"><a style="color: #000000;" href="https://www.amazon.it/Senza-storia-sinistra-nellera-cambiamento/dp/8858116216">“Senza il vento della storia. La sinistra nell&#8217;era del cambiamento”</a></span></u> (Laterza).</span></span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Tuttavia, a dare la vera risposta inappellabile saranno gli elettori tra sei settimane. I pronostici sono un esercizio ancora più difficile. Negli anni Novanta, gli ex politici socialisti Michel Rocard e Dominque Strauss-Kahn, e più recentemente lo stesso presidente François Hollande, sono stati messi alla gogna per avere provato a introdurre delle timide riforme di mercato in un paese che sembra profondamente affezionato non solo, come sarebbe giusto, al suo sistema di protezione sociale, ma anche alle relative disfunzioni. D’altro lato, oltre ad essere stato abile a sfruttare a suo vantaggio le debolezze del PS, Macron gode, finché durerà e se durerà, delle difficoltà di Fillon e dell’ostinazione con cui </span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><i>les Républicains </i></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">continuano, tutto sommato, a difenderne la candidatura.</span></span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">L’unica certezza è che al secondo turno, se a sfidare Marine Le Pen fosse davvero Emmanuel Macron, sarà davvero necessario unire le forze dell’arco di sinistra. L’alternativa, improbabile, ma pur sempre minacciosa, è che i consensi per il candidato post-sistema ed europeista che propone le riforme, finiscano per soccombere a quelli per la candidata anti-sistema e sovranista che promette le rivoluzioni. In questo caso, a trarne un certo tipo di giovamento sarebbe soltanto il lavoro dei politologi e degli storici, che forse si troverebbero a scrivere che mentre rifiutava di costruirsi una nuova identità adeguata alle sfide del suo tempo, la sinistra si condannava al suicidio.</span></span></p>
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		<title>Il reddito di base</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Clara Capelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Mar 2017 13:46:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lo stato della sinistra]]></category>
		<category><![CDATA[Francia]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Reddito]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dalle posizioni del candidato del Parti socialiste alle presidenziali francesi Benoît Hamon sul “reddito universale” alla recente proposta&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Dalle posizioni del candidato del Parti socialiste alle presidenziali francesi Benoît Hamon sul “reddito universale” alla recente proposta dell’ex premier Matteo Renzi riguardante il “lavoro di cittadinanza”, la questione del ruolo dello Stato nella garanzia dei redditi dei cittadini si pone come attuale tema di dibattito per la sinistra.<br />
Quello di reddito minimo è un concetto che le cui prime formulazioni risalgono addirittura all’epoca moderna e che ha assunto nel tempo molteplici forme, sia nella sua elaborazione teorica, sia nella sua applicazione. Facendo riferimento alla terminologia italiana, si intende con “reddito universale” (oppure “di cittadinanza” o “di base”) una somma regolarmente versata a tutti i cittadini per un ammontare tale da garantirne la sopravvivenza. Il “reddito minimo garantito” è invece erogato esclusivamente a cittadini in età lavorativa i cui introiti sono inferiori alla soglia di povertà e vincolato percorsi di qualificazione professionale, come nei casi del reddito di inclusione sociale (REIS) approvato in via definitiva al Senato il 9 marzo 2017, del reddito di dignità (RED) promosso in Puglia dal Presidente Emiliano o della proposta del Movimento 5 Stelle.<br />
Una sommaria rassegna delle esperienze in corso mostra come i programmi adottati sinora siano più vicini a forme di reddito minimo garantito, destinate a individui in età lavorativa che rispondono a criteri ben precisi. Ne è un esempio la recente iniziativa sperimentale finlandese di versare 560 euro mensili non tassabili a quanti fra i 25 e i 58 anni percepiscono un sussidio di disoccupazione in sostituzione di quest’ultimo. L’idea è quella di verificare se ciò possa fungere da incentivo ad accettare lavori part-time o con basse retribuzioni, insufficienti a garantire uno standard di vita dignitoso ma non compatibili con un sussidio di disoccupazione.<br />
Gran parte delle politiche di reddito minimo sono al momento dei programmi pilota (o in fase di studio) applicati su fasce della popolazione strettamente determinate ed entità territoriali ben circoscritte, dalle città di Utrecht e Barcellona a campioni di villaggi in Uganda, Kenya e India. Anche la proposta di revenu universel d’existence di Hamon prevede un’applicazione articolata su più stadi, cominciando da una rivalorizzazione della RSA (revenu de solidarité active, di fatto ascrivibile alle forme di reddito minimo garantito) e della sua trasformazione in reddito permanente fino alla progressiva estensione a tutta la popolazione.<br />
L’obiettivo è indubbiamente ambizioso e non è un caso che la forma più vicina di reddito universale di cittadinanza sia applicata solo in Alaska attraverso il Permanent Fund Dividend (PFD), un dividendo sociale redistribuito ai residenti sulla base degli introiti dell’Alaska Permanent Fund, fondo sovrano che gestisce la rendita petrolifera dello Stato.<br />
Il finanziamento dei programmi di reddito universale è infatti una questione di primaria importanza: corrispondere una somma di denaro a tutti i cittadini (o addirittura a tutti i residenti) di uno Stato implica una considerevole pressione sui bilanci pubblici, già provati da anni di crisi economica e – almeno nel caso europeo – strettamente vincolati a regole di disciplina fiscale.<br />
Dall’altra parte, la sinistra contemporanea non può esimersi dalla sfida posta dai mutamenti dell’economia globale e dei mercati del lavoro nazionali, dalla progressiva automatizzazione dei processi produttivi (e l’avvento della cosiddetta jobless economy profetizzata da alcuni esperti) alle delocalizzazioni verso Paesi in via di sviluppo. In quest’ottica, il reddito minimo permetterebbe di sostenere il potere d’acquisto degli “esclusi” dal mercato del lavoro rendendo così in qualche modo possibile – quanto meno nel medio periodo &#8211; la tenuta del sistema economico nonostante l’esistenza di una classe “improduttiva” stimata in progressiva crescita. Attraverso il temperamento degli effetti negativi prodotti dalle dinamiche economiche globali, un programma di questo tipo si renderebbe promotore attivo di valori fondamentali per la sinistra quali l’inclusività sociale e l’uguaglianza delle opportunità, assicurando una maggiore libertà di scelte lavorative e di vita ogni individuo grazie alla garanzia della sussistenza.<br />
Le voci critiche ritengono invece che tali misure genererebbero perversi incentivi di azzardo morale, incoraggiando i percettori del reddito minimo a indulgere in atteggiamenti parassitari a carico di quanti invece continuerebbero a lavorare (e pagare le tasse). Due visioni antropologiche si scontrano nel dibattito sul reddito di base e la sinistra deve interrogarsi dialetticamente in merito, senza dimenticare non solo la spinosa questione del finanziamento di queste politiche nel breve e nel lungo periodo, ma anche e soprattutto sul rapporto tra queste ultime, il sistema di welfare e il mercato del lavoro.<br />
È innanzitutto di primaria importanza discutere su come il reddito minimo conviverà con l’esistente sistema di welfare (nazionale e locale), se creerà sovrapposizioni o lo sostituirà in misura sostanziale – e con quali conseguenze &#8211; oppure se ne permetterà la rimodulazione in modo da renderlo più capace di dialogare con il mercato del lavoro contemporaneo. In secondo luogo, occorre ragionare sulle conseguenze che il reddito minimo potrebbe avere sull’interazione tra il lavoratore e il mercato del lavoro. Consapevoli del fatto che quest’ultimo già percepisce un’entrata di sussistenza, i datori di lavoro potrebbero infatti esercitare una pressione verso il basso sui salari, con ripercussioni negative facilmente indovinabili.<br />
Una proposta alternativa al reddito minimo è quella del “lavoro di cittadinanza” avanzata da Matteo Renzi dopo il suo viaggio in California. L’idea è, semplificando, di rendere lo Stato il garante ultimo della piena occupazione (employer of last resort), attraverso una serie di programmi che consentano l’impiego dei disoccupati. Formulata negli anni Sessanta, questa politica ha avuto un’applicazione assai limitata (si pensi ai Plan Jefes in Argentina o al National Rural Employment Guarantee in India), anche per la difficoltà di creare lavori in maniera tale da assorbire con successo i disoccupati offrendo loro impieghi dallo status e dall’utilità sociali soddisfacenti e non “lavoretti” che li parcheggino ai margini della società e dei processi produttivi.<br />
Che si tratti di reddito minimo o di lavoro di cittadinanza, la sinistra deve comprendere la complessità di queste misure e le sfide che la loro adozione può comportare, senza lasciarsi andare a facili entusiasmi né a chiusure preconcette. E senza dimenticare di ragionare non solo sull’inclusione sociale di nuove e vecchie categorie di emarginati, ma anche sull’interazione tra economia nazionali e dinamiche globali e sul funzionamento del mercato del lavoro.</p>
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