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	<title>Mediterraneo Archivi &#8211; MondoDem</title>
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	<description>Laboratorio di Politica Internazionale</description>
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	<title>Mediterraneo Archivi &#8211; MondoDem</title>
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		<title>Il “blocco navale” della Meloni è una stupidata pazzesca</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Michelangelo Freyrie]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 28 Aug 2022 07:52:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Mediterraneo]]></category>
		<category><![CDATA[Migrazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Giorgia Meloni è tornata a parlare di un “blocco navale” per porre fine all’immigrazione irregolare. E’ la principale&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/3033/">Il “blocco navale” della Meloni è una stupidata pazzesca</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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<p>Giorgia Meloni è tornata a parlare di un “blocco navale” per porre fine all’immigrazione irregolare. E’ la principale proposta avanzata dalla Destra per la gestione di un problema che essa considera la più grande minaccia al nostro Paese (cosa già di per se’ bizzarra, considerate le minacce reali cui purtroppo l’Italia è esposta).</p>



<p>La proposta di Meloni merita di essere analizzata da un punto di vista militare. Estrapolando le varie dichiarazioni, ciò che viene proposto è una missione multidimensionale, con una componente aeronavale ed una terrestre.</p>



<p>Per quanto riguarda la prima, il “blocco navale” vero e proprio sarebbe un perimetro di pattugliamento da parte della Marina nelle acque antistanti “agli Stati del Nordafrica”, quindi presumibilmente alla Libia.</p>



<p></p>



<p>Questo blocco non potrebbe essere ne’ efficace e risolutorio, ne’ efficiente per arginare i flussi migratori. Innanzitutto, le dimensioni delle precarie imbarcazioni utilizzate nella traversata e le severe condizioni imposte dai trafficanti (partenze lontane dai porti, divieto di portare oggetti <a href="https://ec.europa.eu/trustfundforafrica/sites/default/files/migration-trends-across-the-mediterranean-piecing-together-the-shifting-dynamics.pdf">metallici</a> a bordo per evadere i radar) rendono quasi impossibile un’intercettazione alla partenza o l’organizzazione della barriera marittima impenetrabile suggerita dalla Destra.</p>



<p></p>



<p>La proposta, inoltre, implica la mobilitazione di una quantità notevole di assetti aerei e navali. Si tratterebbe infatti di un’operazione ben più vasta dell’attuale operazione europea Irini (che mira “solo” ad attuare l&#8217;embargo ONU sulla fornitura di armamenti alle milizie libiche) e più simile alla precedente Sophia, le cui risorse erano comunque gia’ molto risicate rispetto al compito assegnatale. Tutto il suo peso, per di più, ricadrebbe sulla nostra Marina Militare: sarebbe infatti difficile trovare alleati disposti a schierare le proprie limitate risorse per sostenere un “blocco navale” rispondente unicamente ad una necessità del governo italiano. La necessità di utilizzare numerosi assetti italiani per il “blocco” distoglierebbe risorse da altre missioni in aree comunque prioritarie per l’interesse nazionale, dallo stretto di Hormuz alla protezione delle nostre coste da un’altra <a href="https://www.repubblica.it/esteri/2022/08/20/news/foto_esclusive_flotta_italiana_russa_nelladriatico-362285601/">visita</a> della marina russa.</p>



<p>Per quanto riguarda la componente terrestre della proposta, si prevede l’istituzione “in territorio africano di hotspot gestiti insieme all’Unione europea, dove vagliare le richieste di asilo e distinguere chi ha diritto alla protezione internazionale da chi quel diritto non lo ha”. In questo frangente diamo per buona l’idea che, nonostante le esperienze di Lesbos e delle prigioni libiche, sia possibile costruire dei campi di filtrazione fuori dalla giurisdizione diretta degli Stati europei senza rischiare alcuna violazione dei diritti umani. Se Meloni è seria sul controllo europeo di questi hotspot, allora si presume che essi dovrebbero almeno prevedere la presenza di personale italiano o Ue, e di conseguenza anche una sicurezza abbastanza robusta.</p>



<p></p>



<p>Si potrebbero trarre degli insegnamenti dall’esperienza del contingente italiano in Libia, schierato a protezione dell’ospedale da campo di <a href="https://www.ilgiornale.it/news/politica/missione-finita-libia-blocca-rientro-dei-militari-italiani-2002305.html">Misurata</a>. Qui, i 200 soldati italiani sono regolarmente vessati dalle milizie della città e i loro alleati turchi; sono sottoposti a uno stato di quasi assedio, con grossi problemi a ogni avvicendamento ed essenzialmente bloccati in pieno territorio ostile.  Non ci sono elementi per presumere che un qualsiasi accordo con i potentati nelle zone in cui andrebbero costruiti gli hotspot sarebbe né duraturo né rispettato senza un importante schieramento militare. Come minimo, sarebbe necessario un contingente analogo o maggiore a quello inquadrato in Unifil (1.000 militari, 127 mezzi terrestri e 6 mezzi aerei), e questo per ogni hotspot di medie dimensioni e con massicce difese antiaeree, anti-drone e anti-mortaio. Oltre che distogliere i nostri soldati da altre missioni, sarebbe inoltre necessaria la volontà di rischiare la vita dei nostri soldati nel mezzo di una guerra civile. Non avrebbero alcun controllo sulle vicende libiche e mancherebbe un quadro politico che permetta di mettere in sicurezza le basi. A differenza di una missione di interposizione Onu, la messa in sicurezza delle zone per perseguire un interesse europeo renderebbe il rapporto con gli attori politici locali antagonistici, come è successo in Mali e parzialmente in Niger.</p>



<p></p>



<p>Insomma, una soluzione militare richiederebbe come minimo un intervento molto muscolare da parte delle Forze Armate italiane, che potrebbero trovarsi obbligate a fare uso della forza in un contesto in cui sarebbe facilissimo coinvolgere su civili inermi. Un blocco militare è un atto di guerra contro un nemico, e come tale è pensato affinché sia implementato tramite l’uso delle armi. <a href="https://www.editorialedomani.it/politica/italia/che-cose-davvero-il-blocco-navale-di-meloni-e-perche-e-inaccettabile-per-lue-v4f8xedm">Coinvolgerebbe</a> direttamente le nostre Forze Armate nei crimini commessi su suolo libico, ed è per questo che nessuna proposta avanzata dalla Commissione europea – né oggi né nel 2017, <a href="https://pagellapolitica.it/fact-checking/blocco-navale-fdi-ue-2017">nonostante quello che afferma Meloni </a>&nbsp;– ha mai previsto una soluzione militare. Una tale politica sarebbe quindi un’iniziativa unilaterale di Roma che ci isolerebbe sul fronte europeo per quello che riguarda la politica migratoria, come quando nel 2019 la politica dei porti chiusi provocò frizioni fra europei e il ritiro di assetti europei dalla missione Sophia. Unita alle proposte di leva obbligatoria ed al disinteresse per una seria politica di sviluppo per il Mediterraneo, la proposta di “blocco navale” in Libia rende difficile credere ad una Destra seria, alfiere di politiche responsabili.</p>
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		<title>Malta tagħna lkoll (Malta è di tutti noi). Luci ed ombre di una società che vuole cambiare.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Di Lorenzo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 May 2022 10:12:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Daphne Caruana]]></category>
		<category><![CDATA[Malta]]></category>
		<category><![CDATA[Mediterraneo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il 26 marzo i Laburisti hanno vinto per la terza volta le elezioni politiche a Malta. Nel paese&#8230;</p>
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<p>Il 26 marzo i Laburisti hanno vinto per la terza volta le elezioni politiche a Malta. Nel paese che esprime la Presidente conservatrice dell’Europarlamento, Roberta Metsola, prosegue quindi il ciclo politico di centrosinistra inaugurato nel 2013 con la vittoria di Joseph Muscat dopo un quarto di secolo di dominio del rivale partito Nazionalista sulla politica maltese.</p>



<p>Questa serie di affermazioni nasconde tuttavia un decennio estremamente controverso nella storia della Repubblica di Malta segnato da scandali che non hanno risparmiato alcuno dei suoi leader, seppure per ragioni non identiche e con conseguenze diverse sulle loro fortune. Recentemente Malta è stata infatti accusata di non fare abbastanza per contrastare il traffico illecito di denaro, mentre la fase precedente di governo, quella di Joseph Muscat conclusasi ad inizio 2020, era stata segnata addirittura dall’assassinio di Daphne Caruana Galizia e dalle successive dimissioni dello stesso Muscat.</p>



<p>Un breve riepilogo sulla storia recente di Malta può tuttavia aiutare a comprendere meglio questa apparente contraddizione tra una ostentata stabilità politica ed una società segnata da gravi contraddizioni interne.</p>



<p>L’adesione alla UE il 1° maggio 2004 ha portato grandi e visibili benefici consentendo alla piccola Repubblica insulare di modernizzare le proprie infrastrutture.Ai maltesi va da questo punto di vista riconosciuta una indubbia bravura nell’utilizzo dei fondi europei.</p>



<p>Al contempo, i legami culturali con il Regno Unito ed il mondo anglosassone hanno aiutato Malta ad accreditarsi come un’economia dinamica e come una piazza finanziaria attraente grazie anche, va detto, ad una normativa fiscale generosa. Da questo punto di vista, l’altro “grande” storico riferimento, politico e culturale, di Malta – l’Italia – non esce benissimo dal confronto.</p>



<p>Malta inizia a conoscere tuttavia un vero e proprio boom economico nel 2011 quando le sue vicine mediterranee, l’Italia e la Libia, vengono investite da due crisi che, pur profondamente diverse per intensità e caratteristiche, innescheranno un movimento simultaneo di persone e di capitali verso l’arcipelago contribuendo ad una rapida crescita dell’economia.</p>



<p>Le elezioni del 2013 giungono in un momento di declino della leadership del Partit Nazzjionalista mentre il Partit Laburista di Joseph Muscat si pone come il rappresentante dei ceti rampanti, arricchiti dagli affari che iniziano a crescere.</p>



<p>Lo slogan con cui i Laburisti vincono nel 2013 è “Malta tagħna lkoll”, ossia “Malta è di tutti noi”, ed ironicamente tra i primi atti del nuovo governo di Muscat si registra proprio un selvaggio <em>spoils system</em> nella Pubblica Amministrazione.</p>



<p>Intanto gli affari decollano per molti. L’edilizia selvaggia ed il consumo di suolo erano già problemi sentiti per un’isola sovrappopolata rispetto alle sue dimensioni e la realizzazione di opere “monstre” nei primi anni 2000 ne era una testimonianza evidente. Dal 2013 in poi però le gru spuntano ovunque. Nello stesso periodo cresce inoltre il livello dei depositi bancari che nel 2016 superano complessivamente di 20 volte il PIL maltese.</p>



<p>Malta è una realtà piccola nella quale l’intera popolazione è legata da stretti contatti parentali e personali che legano l’intera popolazione. Questa peculiare struttura sociale ha favorito lo sviluppo di vasti blocchi consociativi in una società dove improvvisamente anche i ceti più bassi iniziano a staccare dividendi importanti dalle rendite immobiliari. Questi ultimi si sono rivelati molto difficili da contrastare, sia da parte delle voci libere che dello stesso Stato.</p>



<p>La più importante di queste voci era quella di Daphne Caruana Galizia.</p>



<p>Lo scandalo seguito al suo assassinio ha però finalmente innescato una reazione nell’opinione pubblica maltese, che ha percepito l’accaduto come una vergogna nazionale.</p>



<p>L’arma del riscatto per Malta sono le generazioni più giovani ed istruite. L’entrata nell’UE e lo sviluppo economico hanno migliorato i livelli di istruzione e sono cresciuti sia i diplomati che i laureati. I giovani maltesi viaggiano grazie all’eliminazione delle frontiere ed agli ottimi collegamenti aerei verso il resto d’Europa, hanno una sensibilità ambientalista al contrario dei loro genitori e nonni che hanno cementificato l’isola, e sono aperti ai diritti civili in un paese che ha introdotto il divorzio solo nel 2012. È un aspetto da ricordare quando ci si avvicina alla realtà politica maltese: le affiliazioni a Bruxelles rischiano infatti di rivelarsi un filtro sfocato per capire dove si collocano a Malta il riformismo ed il progressismo e dove invece alligna la conservazione sociale peggiore (o certe posizioni in materia migratoria).</p>



<p>L’investimento sul capitale umano è sicuramente la chiave per cambiare profondamente la società dell’isola e portarla a livelli paragonabili agli altri partner della UE.</p>



<p>Malta infatti importa ancora forza lavoro qualificata dall’estero. A titolo di esempio, i nostri connazionali residenti nell’arcipelago, poco più di mille nel 2009, superano oggi nell’ipotesi più pessimistica i ventimila.</p>



<p>Il rapporto tra l’Italia e Malta ha tuttavia origini antichissime: l’isola ha condiviso il destino politico della Sicilia per millenni e la lingua maltese altro non è che un residuo dell’arabo parlato in Sicilia nel basso Medioevo. Non sarebbe anzi, da questo punto di vista, sbagliato considerare Malta come una piccola porzione di Sicilia avviatasi, da un certo momento in poi, su un percorso distinto ed originale.</p>



<p>Con i Cavalieri di San Giovanni il legame con l’Italia non solo rimase immutato ma addirittura si intensificò con l’arrivo di maestranze e funzionari. L’arcipelago, che all’epoca contava poche migliaia di abitanti, superò nel volgere di due secoli i centomila. La maggioranza dei maltesi ha tutt’oggi un cognome di origine italiana e l’italiano era ancora idioma ufficiale nel 1935, quando l’Amministrazione coloniale ne abolì l’uso per sanzionare l’invasione fascista dell’Etiopia.</p>



<p>È plausibile che anche molti degli italiani arrivati a Malta in questi anni resteranno sull’isola e finiranno per integrarsi con la realtà locale, come chi li ha preceduti nel corso dei secoli. L’italiano non tornerà ad essere lingua ufficiale ma il nostro rapporto con Malta è stato e continuerà ad essere molto più profondo ed antico di quelli, pur fortissimi, che ci legano ad altri partner UE.</p>



<p>Malta è di tutti noi: di solito lo ignoriamo ma dovremmo invece tenerlo ben presente.</p>
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		<title>Transizione energetica nel Mediterraneo: sfide e opportunità per la cooperazione italo-tedesca</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Annalisa Perteghella]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 08 May 2022 08:13:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Grande Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Policy brief]]></category>
		<category><![CDATA[Clima]]></category>
		<category><![CDATA[energia]]></category>
		<category><![CDATA[Mediterraneo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Questo policy paper è stato scritto nel contesto di un workshop tenutosi a Roma il 5 maggio 2022,&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/2961/">Transizione energetica nel Mediterraneo: sfide e opportunità per la cooperazione italo-tedesca</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>Questo policy paper è stato scritto nel contesto di un <a href="https://www.mondodem.it/2957/">workshop</a> tenutosi a Roma il 5 maggio 2022, in collaborazione con la Friedrich Ebert Stuftung Italia. Scaricalo in formato pdf <a href="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2022/05/Transizione-nel-Med.pdf">qui</a>.</em></p>



<p class="has-drop-cap">La regione del Mediterraneo è un hotspot del cambiamento climatico<a href="#_ftn1" id="_ftnref1">[1]</a>. Questo nonostante la regione abbia contribuito solamente al 3% delle emissioni globali dal 1850 a oggi. Mentre i paesi europei hanno cominciato a ridurre le proprie emissioni nette a partire dal 1990, per i paesi della sponda sud ed est del Mediterraneo questo è il periodo in cui le emissioni sono più che raddoppiate rispetto al periodo precedente, raggiungendo quasi il livello europeo<a href="#_ftn2" id="_ftnref2">[2]</a>. Il fenomeno del cambiamento climatico è ampiamente visibile nella regione. A oggi, circa il 40% della popolazione è stata esposta a siccità o eventi estremi riconducibili al cambiamento climatico<a href="#_ftn3" id="_ftnref3">[3]</a>. Nel corso del 2020, diversi paesi tra cui Libano e Sudan sono stati colpiti da alluvioni e inondamenti, mentre ondate di calore e incendi si sono verificati in Libano, Giordania, Siria, Iraq, Algeria. Nel 2021, l’intera regione compresa tra l’Iran e il Medio Oriente è stata colpita da una violenta ondata di calore che ha portato a temperature record fino a 52°C, di circa sette gradi più elevate della media stagionale nella regione. Temperature simili sono state raggiunte nello stesso periodo anche nella città di Siracusa, in Sicilia, a testimonianza di quanto sponda nord e sponda sud del Mediterraneo siano già oggi ampiamente interconnesse anche dal punto di vista climatico, e di quanto i destini delle due regioni siano inestricabilmente legati.</p>



<p>In assenza di adeguate politiche di mitigazione – ovvero di taglio delle emissioni – il fenomeno del cambiamento climatico è destinato a intensificarsi. Sebbene sia molto difficile fare previsioni in questo campo, modelli e strumenti scientifici sempre più sofisticati consentono di formulare stime su aumento delle temperature e diminuzione delle precipitazioni, così come su fenomeni collegati quali innalzamento del livello dei mari, scarsità idrica e perdita di biodiversità. Gli scienziati dell’IPCC, il gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico, hanno elaborato diversi scenari circa gli impatti del cambiamento climatico, ciascuno dipendente dal tipo e dall’intensità delle politiche di mitigazione messe in atto. In tutti gli scenari tracciati dall’IPCC, a prescindere dalle politiche di mitigazione implementate, la regione del Mediterraneo è destinata a subire un aumento delle temperature di circa 2°C tra il 2021 e il 2039<a href="#_ftn4" id="_ftnref4">[4]</a>. Ciò perché gli effetti positivi delle politiche di mitigazione non si dispiegano nell’immediato, ma solamente in un secondo momento, dal 2039 in avanti. Quello che accade oltre questa data dipende invece dalle politiche che verranno messe in atto fin da oggi. La mancanza o la scarsità di azione sul fronte del cambiamento climatico – propria dei paesi industrializzati così come dei paesi in via di sviluppo – deriva proprio da questo lag tra azioni di policy e conseguenze: il cambiamento climatico non è in cima all’agenda dei policymaker mondiali perché percepito come un problema meno urgente rispetto alle molte altre questioni che si pongono alla loro attenzione. È invece fondamentale agire nel presente allo scopo di evitare maggiori danni nel futuro.</p>



<p>A seconda delle politiche messe in atto oggi, la regione è infatti destinata a conoscere nel 2059 un aumento delle temperature che varia tra i +2°C (in caso di implementazione di politiche di mitigazione molto stringenti) e i +4°C (nello scenario “business as usual”, ovvero mancanza di politiche di mitigazione)<a href="#_ftn5" id="_ftnref5">[5]</a>. Quest’ultimo scenario comporterebbe un aumento delle giornate con temperature superiori ai 35°C, con punte di 47°C, non solo nei mesi estivi ma a partire da aprile fino a ottobre; sulla regione si abbatterebbero poi ondate di calore di maggiore durata e intensità, con punte di 56°C<a href="#_ftn6" id="_ftnref6">[6]</a>.</p>



<p>L’aumento delle temperature dà origine a conseguenze a catena, su più livelli: se ad un primo livello esso comporta una ridotta disponibilità di risorse idriche, quest’ultima ha a sua volta effetti su agricoltura e sicurezza alimentare; a loro volta, le ridotte possibilità di sostentamento in contesti agricoli, così come l’aumento dei prezzi delle materie prime alimentari, possono dare origine a rivolte sociali e portare così a instabilità politica, che a sua volta può dare origine a fenomeni migratori o proliferazione della violenza e nascita di movimenti terroristici. Allo stesso modo, se ad un primo livello il cambiamento climatico comporta l’innalzamento del livello dei mari, nelle regioni costiere interessate, specie se densamente abitate come la città di Alessandria in Egitto o Tunisi in Tunisia, si avranno migrazioni interne e perdite nel settore del turismo; ancora una volta questi fenomeni possono dare origine a instabilità socio-economica e alle relative conseguenze. Proprio per questa capacità di generare effetti a cascata, il cambiamento climatico è ritenuto essere un “moltiplicatore delle minacce”<a href="#_ftn7" id="_ftnref7">[7]</a>. Va dunque da sé che per scongiurare gli effetti negativi a valle, è necessario agire a monte cercando di arginare il fenomeno e ridurne le conseguenze negative.</p>



<h4 id="il-nesso-clima-energia" class="wp-block-heading">Il nesso clima-energia</h4>



<p>Insieme agli impatti del cambiamento climatico, la scienza permette oggi di stabilire un nesso molto stretto tra cambiamento climatico e politiche energetiche, a partire dal riconoscimento della responsabilità del settore dell’energia nel produrre emissioni che alterano gli equilibri climatici. Dal momento che ai combustibili fossili è attribuito il maggiore ruolo nella produzione di emissioni (l’89% delle emissioni di CO<sub>2 </sub>nel 2018), gli sforzi dei paesi industrializzati si sono concentrati sulla ricerca di fonti energetiche alternative e sulla decarbonizzazione delle proprie economie. Con il Green Deal , l’UE intende ridurre le proprie importazioni di petrolio del 23-25% al 2030 e del 78-79% al 2050, rispetto ai livelli del 2015. Allo stesso modo, le importazioni di gas naturale caleranno del 13-19% al 2030 e del 58-67%<a href="#_ftn8" id="_ftnref8">[8]</a>. Questi target, formulati dall’Ue nel 2019, non tengono chiaramente conto dell’accelerazione imposta dall’attuale crisi nei rapporti con la Russia. Sebbene manchino ancora stime ufficiali, per quanto riguarda il gas si prevede una diminuzione delle importazioni molto più consistente e repentina.</p>



<p>La riduzione delle importazioni di combustibili fossili è destinata a trasformare le relazioni dell’Unione europea e dei suoi paesi membri con i paesi produttori ed esportatori: paesi come Libia, Algeria, paesi del Golfo e, in misura minore, Egitto, vedranno diminuire le proprie esportazioni di combustibili fossili verso l’UE, e con esse la rendita economica derivante. Per questi paesi, dunque, la sfida che si prospetta è duplice: sviluppare fonti di energia alternative per alimentare le proprie economie senza precluderne la crescita, e trovare nuove fonti di introiti per sostenere la spesa pubblica. La risposta ad entrambe queste sfide passa dalla diversificazione delle proprie economie e dalla transizione ecologica. La risposta al cambiamento climatico non è limitata dunque alle sole politiche in questo settore. La sfida, piuttosto, è molteplice e riguarda il piano economico, così come quello sociale e politico. Sostenendo la transizione energetica nei paesi del Mediterraneo, l’Unione europea e i suoi paesi membri possono dunque contribuire a ridisegnare le traiettorie di sviluppo economico e sociale nella regione in senso più inclusivo, con ricadute positive sulla stabilità politica e sui processi democratici.</p>



<p>Tutti i paesi della regione hanno firmato l’accordo di Parigi, e tutti lo hanno ratificato a esclusione di Libia, Yemen e Iran. Come richiesto dall’accordo, i paesi firmatari si sono dati dei target di riduzione delle emissioni (Nationally Determined Contributions, NDCs), distinguendoli in condizionali e non condizionali. Mentre il raggiungimento dei primi è subordinato al sostegno economico-finanziario internazionale, gli impegni non condizionali non sono subordinati ad alcunché, se non alla volontà politica del paese firmatario. Considerati il limitato spazio fiscale dei paesi della regione e la limitatezza delle risorse economiche a disposizione (con l’eccezione dei paesi del Golfo), la maggior parte degli impegni ricade nella prima categoria. Allo stato attuale, tuttavia, solamente il Marocco risulta in linea con i propri impegni di riduzione delle emissioni. Il sostegno della comunità internazionale, e in particolar modo dell’Unione europea, alla transizione nella regione appare dunque fondamentale.</p>



<h4 id="le-ripercussioni-della-guerra-in-ucraina-rischi-e-opportunita-per-la-transizione-ecologica-nel-mediterraneo" class="wp-block-heading">Le ripercussioni della guerra in Ucraina: rischi e opportunità per la transizione ecologica nel Mediterraneo</h4>



<p>L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia ha dato avvio a diverse dinamiche, che hanno visto l’Unione europea acquisire quella dimensione geopolitica che la commissione Von der Leyen aveva indicato nel 2019&nbsp; tra le proprie ambizioni e priorità. Elemento fondamentale del nuovo calcolo strategico europeo è la dimensione della sicurezza energetica, strettamente legata alla volontà di ridurre e, in prospettiva, azzerare la propria dipendenza dalla Federazione russa. Il concetto di sicurezza energetica, che già negli anni scorsi era stato oggetto di una revisione tesa a includere non solo la sicurezza degli approvvigionamenti di risorse energetiche ma anche quella di materiali critici, così come la resilienza delle catene del valore, è oggi destinato a mutare ulteriormente in conseguenza della rottura delle relazioni con la Russia. La nuova Strategia internazionale per l’energia, che verrà presentata il prossimo 18 maggio dalla Commissione europea, includerà la ridefinizione di tale concetto, così come le linee guida per l’engagement globale dell’Unione europea e dei suoi paesi membri sul fronte dell’energia. Insieme alla Strategia, verrà presentata anche la forma finale del piano di azione REPowerEU introdotto lo scorso 8 marzo come risposta immediata all’esigenza di ridurre la dipendenza europea dalla Russia<a href="#_ftn9" id="_ftnref9">[9]</a>. Il piano introduce una strategia basata su due pilastri: la diversificazione degli approvvigionamenti in modo da diminuire e, al 2030, azzerare la dipendenza dalla Russia, e l’accelerazione su sviluppo di rinnovabili ed efficienza energetica, in modo da diminuire la dipendenza europea dai combustibili fossili.</p>



<p>La regione del Mediterraneo riveste un ruolo fondamentale nell’implementazione del piano REPowerEU. Da un lato, paesi come Algeria ed Egitto, che già ricoprono il ruolo di esportatori di gas verso l’UE, vengono considerati fondamentali per la diversificazione delle forniture. Dall’altro, la regione viene considerata di particolare interesse per lo sviluppo di una partnership su rinnovabili e idrogeno verde. La serie di accordi conclusi dal governo italiano e da ENI in Algeria ed Egitto sembrano confermare il ruolo di questi due paesi come esportatori chiave. Tuttavia, dalle scelte prese in questo particolare frangente dipende la traiettoria futura della transizione energetica nella regione, e con essa lo scenario futuro relativo al cambiamento climatico.</p>



<p>Guardando all’Algeria e al quadrante del Mediterraneo occidentale, è possibile formulare alcune osservazioni. In primo luogo, la produzione algerina di gas naturale risulta stagnante da diversi anni: per aumentarla sensibilmente sarebbero stati – e sarebbero tutt’oggi – necessari ingenti investimenti<a href="#_ftn10" id="_ftnref10">[10]</a>. Negli anni passati, tuttavia, nessuna major occidentale era pronta ad attuare questi investimenti, in parte per la scarsa redditività del settore oil&amp;gas algerino, in parte perché non in linea con gli obiettivi di decarbonizzazione e con la decisione europea di non finanziare più progetti nel settore dei combustibili fossili. In secondo luogo, un’ampia parte della produzione algerina è destinata a coprire la domanda interna, in crescita. Unendo dunque una produzione stagnante e una domanda interna in crescita, si ottiene uno spazio limitato di crescita delle esportazioni. I 9 bcm aggiuntivi di gas naturale al 2024 ottenuti dall’Italia con l’accordo dello scorso 11 aprile derivano dalle esportazioni “risparmiate” dal governo algerino dopo la chiusura del gasdotto Maghreb-Europe che univa l’Algeria alla Spagna attraverso il Marocco. La rottura delle relazioni con il Marocco decisa dall’Algeria nel novembre 2021 – il culmine di relazioni tese da decenni – ha portato alla chiusura da parte di Algeri del tratto che collega Algeria e Marocco. Sebbene l’Algeria abbia in un primo momento garantito alla Spagna la continuità degli approvvigionamenti, la decisione da parte del governo Sanchez di assecondare la posizione marocchina nella disputa sul Sahara occidentale che oppone Algeri e Rabat ha indispettito la leadership algerina, che ha minacciato Madrid dapprima di aumentare il prezzo del gas, e in un secondo momento di interrompere in toto le forniture. Sebbene la Spagna sia dotata di ampia capacità di rigassificazione e possa dunque ricevere e stoccare le esportazioni statunitensi di LNG aggiuntive che Washington si è impegnata a consegnare, la fornitura di gas incontra però un collo di bottiglia quando raggiunge i Pirenei, per via della scarsa capacità esistente di connessione tra Spagna e Francia. A meno di nuovi investimenti in questo settore, Madrid non può dunque contribuire in maniera significativa alla sicurezza energetica europea. Inoltre, le vicissitudini tra Spagna e Algeria ci ricordano quanto i paesi europei siano vulnerabili alle richieste arbitrarie dei paesi produttori.</p>



<p>Per quanto riguarda invece l’Egitto e il quadrante del Mediterraneo orientale, la crisi recente e la ricerca europea di forniture alternative ha riacceso le speranze del Cairo di diventare l’hub regionale per l’esportazione del gas naturale. Allo stato attuale, però, la capacità di esportazione egiziana è pari solamente a 12,2 bcm: questo in parte perché, come in Algeria, la maggior parte della produzione è destinata a coprire il fabbisogno interno, ma soprattutto perché questa è la quantità processabile dai due impianti LNG di Damietta e Idku. L’obiettivo egiziano è quello di esportare tramite i propri impianti anche gas proveniente da altri giacimenti sottomarini nel Mediterraneo orientale, appartenenti ad altri paesi. Già oggi Il Cairo esporta gas israeliano proveniente dai giacimenti Leviathan e Tamar, e in prospettiva, intende diventare export hub anche per i giacimenti ciprioti di Aphrodite. In questo contesto, è tornato al centro del dibattito il gasdotto EastMed che, collegando Israele, Cipro, l’isola greca di Creta e – tramite l’estensione Poseidon – l’Italia, permetterebbe di aumentare i flussi diretti in Europa. La costruzione di EastMed, tuttavia, è stata finora rimandata per via della scarsa viabilità economica e commerciale del progetto, oltre che delle tensioni geopolitiche a cui darebbe adito. L’entità modesta dei giacimenti non giustificherebbe infatti costi decisamente elevati (6 miliardi di euro) a fronte di prezzi del gas fino agli scorsi mesi molto bassi e della diminuzione della domanda di gas prevista dagli obiettivi europei di decarbonizzazione. Inoltre, il gasdotto escluderebbe la Turchia, che ha infatti in passato intrapreso azioni ostili per rivendicare la propria sovranità su determinate porzioni di acque territoriali contese a Cipro, e il proprio diritto a essere parte della grande partita del gas nel Mediterraneo orientale.</p>



<p>Tanto per il caso algerino quanto per quello egiziano, la decisione più importante che i paesi europei sono chiamati a prendere oggi è quale tipo di futuro vogliano disegnare per la regione, ovvero su che cosa vogliano investire. In un editoriale congiunto (tradotto in italiano il 3 maggio sul quotidiano La Repubblica<a href="#_ftn11" id="_ftnref11">[11]</a>), l’Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza UE Josep Borrell e il presidente della Banca Europea degli Investimenti&nbsp; Werner Hoyer prendono una posizione molto netta: “la ricerca di fornitori di gas naturali diversi — per quanto necessaria nel breve periodo — non deve rinchiuderci in una nuova dipendenza a lungo termine, con grossi investimenti in infrastrutture per il trasporto di combustibili fossili. Questo sarebbe oneroso, catastrofico per il pianeta e alla fine dei conti inutile, viste le opzioni più rispettose del clima che sono disponibili”. L’editoriale prosegue con l’impegno da parte della BEI a sostenere, da oggi al 2030, 1 miliardo di euro di investimenti in progetti climatici e sostenibilità ambientale: “l’Unione Europea è pronta a sostenere la comunità internazionale nello sforzo di mettere fine alla dipendenza dai combustibili fossili.” Se dunque la situazione attuale fa sorgere il rischio di rallentare (ulteriormente) la transizione ecologica nel Mediterraneo attraverso nuovi investimenti nel settore fossile, dall’altra essa apre l’opportunità di accelerare l’azione in questo senso, attraverso investimenti mirati allo sviluppo delle enormi potenzialità di energia rinnovabile offerte dalla regione.</p>



<p>Sulla base di queste considerazioni, Italia e Germania dovrebbero agire in maniera congiunta per adottare le seguenti indicazioni di policy:</p>



<p>Assumere la leadership a livello UE nella costruzione di partnership per la giusta transizione (“Just Energy Transition Partnerships”, o JETPs) nei paesi esportatori di combustibili fossili, a partire da Algeria ed Egitto. Su modello della partnership offerta al Sudafrica per la transizione dal carbone all’energia pulita in occasione della COP26 di Glasgow, Italia e Germania dovrebbero guidare la costruzione di una simile piattaforma per la transizione dal gas alle rinnovabili nei paesi del Mediterraneo. L’Italia, forte della propria storica proiezione nella regione, potrebbe avviare il dialogo con i paesi della sponda sud del Mediterraneo in questo senso, mentre la Germania, come presidente del G7, potrebbe guidare la costruzione del consenso necessario a livello internazionale per la raccolta dei finanziamenti necessari.&nbsp;</p>



<p>Aumentare in maniera significativa gli interventi sul fronte dell’adattamento. Come dimostrano i rapporti IPCC, la regione del Mediterraneo è destinata a risentire significativamente degli impatti del cambiamento climatico da qui al 2039 a prescindere dalle politiche di mitigazione messe in atto da oggi in avanti. Per questo motivo, è necessario affiancare a stringenti politiche di riduzione delle emissioni anche un ampio supporto ad azioni di adattamento e costruzione di resilienza, come ad esempio la costruzione di barriere architettoniche per la protezione delle aree costiere dagli allagamenti, l’adozione di metodi di irrigazione a goccia, la costruzione di abitazioni anfibie e di sistemi di allarme precoce (“early-warning mechanisms”).</p>



<p>Agire in modo unitario in ambito europeo per supportare progetti infrastrutturali green. Anziché investire in nuove infrastrutture per il trasporto di combustibili fossili come il gasdotto EastMed, Italia e Germania dovrebbero agire in maniera congiunta per lo sviluppo delle interconnessioni elettriche, in particolar modo l’Euro-Asia Interconnector e l’Euro-Africa Interconnector. A differenza delle infrastrutture fossili, infatti, questo tipo di interconnessioni non è destinata a divenire stranded asset e, al contrario, incentiva lo sviluppo di rinnovabili per la produzione di elettricità. L’interconnessione delle reti elettriche presenta al contempo un’importante dimensione geopolitica: connettere l’area Mediterranea alla rete elettrica europea, e dunque ai suoi standard, ha infatti una notevole valenza strategica, specialmente a fronte della crescente competizione cinese in questo settore. Oltre a connettere la rete elettrica mediterranea a quella elettrica, è necessario aumentare gli sforzi per l’integrazione della rete elettrica regionale. In questo modo, sarà possibile tra le altre cose ovviare ai cronici problemi di mancanza di elettricità nelle ore di punta sfruttando i diversi fusi orari.</p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<p><a href="#_ftnref1" id="_ftn1">[1]</a> Tuel, A and Eltahir, EAB. 2020. &#8220;Why Is the Mediterranean a Climate Change Hot Spot?.&#8221; Journal of Climate, 33 (14)</p>



<p><a href="#_ftnref2" id="_ftn2">[2]</a> Co2 emissions (kt), Middle East &amp; North Africa, European Union, World Bank (https://data.worldbank.org/indicator/EN.ATM.CO2E.KT?locations=ZQ-EU)</p>



<p><a href="#_ftnref3" id="_ftn3">[3]</a> UNDP, Climate Change Adaptation in the Arab States – Best practices and lessons learned, Bangkok, 2018 (https://www.undp.org/publications/climate-change-adaptation-arab-states).</p>



<p><a href="#_ftnref4" id="_ftn4">[4]</a> Varela, R., Rodríguez-Díaz, L. and de Castro, M., ‘Persistent heat waves projected for Middle East and North Africa by the end of the 21st century’, Plos One, 2020 (https://journals.plos.org/plosone/article?id=10.1371/journal.pone.0242477).</p>



<p><a href="#_ftnref5" id="_ftn5">[5]</a> World Bank, Climate Change Knowledge Portal, Middle East and North Africa, projections.</p>



<p><a href="#_ftnref6" id="_ftn6">[6]</a> Zittis, G., ‘Business-as-usual will lead to super and ultra-extreme heatwaves in the Middle East and North Africa’, Nature, March 2021 (https://www.nature.com/articles/s41612-021-00178-7).</p>



<p><a href="#_ftnref7" id="_ftn7">[7]</a> Center for Naval Analyses, National Security and the Threat of Climate Change, Alexandria, VA, United States, 2007 (https://www.cna.org/cna_files/pdf/national%20security%20and%20the%20threat%20of%20climate%20change.pdf).</p>



<p><a href="#_ftnref8" id="_ftn8">[8]</a> Leonard, M., Pisani-Ferry, J., Shapiro, J., Tagliapietra, S., and Wolff, G., ‘The geopolitics of the European Green Deal’,</p>



<p>Policy Brief, European Council on Foreign Relations, 3 February 2021 (https://ecfr.eu/publication/the-geopolitics-of-theeuropean-green-deal/).</p>



<p><a href="#_ftnref9" id="_ftn9">[9]</a> REPowerEU: Joint European Action for more affordable, secure and sustainable energy, COM/2022/108 final, 8 marzo 2022 (<a href="https://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/?uri=COM%3A2022%3A108%3AFIN">https://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/?uri=COM%3A2022%3A108%3AFIN</a>)</p>



<p><a href="#_ftnref10" id="_ftn10">[10]</a> Fakir I., ‘Given capacity constraints, Algeria is no quick fix for Europe’s Russian gas concerns’, Middle East Institute, 8 marzo 2022 (<a href="https://www.mei.edu/publications/given-capacity-constraints-algeria-no-quick-fix-europes-russian-gas-concerns">https://www.mei.edu/publications/given-capacity-constraints-algeria-no-quick-fix-europes-russian-gas-concerns</a>)</p>



<p><a href="#_ftnref11" id="_ftn11">[11]</a> Borrell J., Hoyer W., ‘La via green alla sicurezza’, La Repubblica, 5 maggio 2022 (<a href="https://www.repubblica.it/commenti/2022/05/02/news/cosa_serve_alleuropa_per_unenergia_pulita_e_giusta-347833419/">https://www.repubblica.it/commenti/2022/05/02/news/cosa_serve_alleuropa_per_unenergia_pulita_e_giusta-347833419/</a>)</p>


<a href="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2022/05/Transizione-nel-Med.pdf" class="pdfemb-viewer" style="" data-width="max" data-height="max" data-toolbar="bottom" data-toolbar-fixed="off">Transizione-nel-Med</a>
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		<title>Workshop Transizione Energetica nel Mediterraneo &#8211; con FES Italia (resoconto)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 Apr 2022 08:20:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Appuntamenti]]></category>
		<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Mediterraneo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La guerra in Ucraina e la necessità di renderci indipendenti&#160; dalle importazioni di gas russo hanno reso la&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/2957/">Workshop Transizione Energetica nel Mediterraneo &#8211; con FES Italia (resoconto)</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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<p>La guerra in Ucraina e la necessità di renderci indipendenti&nbsp; dalle importazioni di gas russo hanno reso la politica europea di decarbonizzazione ancora più urgente. Ciò ha evidenti implicazioni per le economie dei paesi del Medio Oriente e del Nord Africa, importanti esportatori di gas e petrolio.&nbsp;Per la regione la transizione energetica rappresenta al contempo un’esigenza e un’opportunità. La trasformazione delle economie rentier legate allo sfruttamento dei combustibili fossili in economie diversificate, legate allo sviluppo delle rinnovabili, apre infatti nuove possibilità di creazione di posti di lavoro, crescita economica e di un nuovo patto sociale, basato su maggiori uguaglianza e democrazia.<br>È fondamentale che Italia e Germania, due stati membri estremamente coinvolti nella politica mediterranea, assumano un nuovo ruolo di leadership nella cooperazione energetica nella regione, senza ripetere il modello che è stato in vigore finora e garantendo una trasformazione sostenibile e socialmente giusta. <strong>MondoDem e la Friedrich Ebert Stiftung vi invitano a un workshop ibrido, il&nbsp;5 maggio alle ore 14.30-16.30, </strong>per discutere assieme a parlamentari ed esperti tedeschi e italiani come i due paesi possano muoversi nel quadro del consenso europeo per garantire una transizione equa nelle aree MENA. Partecipano:</p>



<ul class="wp-block-list"><li><strong><em>Annalisa Perteghella</em></strong>, ECCO/MondoDem</li><li><strong><em>Jacopo Pepe</em></strong><em>, SWP Berlin</em></li><li><strong><em>Piero Fassino</em></strong>, Camera</li><li><strong><em>Antonio Misiani, </em></strong>Senato</li><li><strong><em>Lia Quartapelle</em></strong>, Camera </li><li><strong><em>Nils Schmid, </em></strong><em>Bundestag</em></li><li><strong><em>Nina Scheer, </em></strong><em>Bundestag</em></li><li><em><strong>Marina Sereni, </strong></em>Viceministra Affari Esteri</li></ul>



<hr class="wp-block-separator"/>



<h2 id="resoconto-del-workshop" class="wp-block-heading">Resoconto del workshop </h2>



<p>La conferenza è stata introdotta da Nicoletta Pirozzi, Presidente di MondoDem e da Tobias Mörschel di FES Italia. A seguire la conferenza si è aperta con gli interventi riguardanti la transizione energetica nel mediterraneo di <a href="https://www.mondodem.it/2961/">Annalisa Perteghella</a> (ECCO/MondoDem) e Jacopo Pepe (SWP Berlin).</p>



<p><strong>Annalisa Perteghella ha iniziato il suo intervento parlando degli Hotspot del cambiamento climatico (CC)</strong>, questi corrispondono alla sponda nord, sud ed est del Mediterraneo dove i cambiamenti climatici avvengono più in fretta.</p>



<p>Perteghella conferma l’inevitabilità dell’aumento di 2 gradi della temperatura terrestre, a prescindere dalle politiche che possano essere attuate. Ciò, come già visto durante la Primavera Araba nel 2011, iniziata dall’aumento del costo del pane, poterà ad un aumento dei costi delle materie prime con conseguenze dirette sulla sicurezza alimentare e di conseguenza anche sulle famiglie.</p>



<p>Perteghella ha affermato dunque l’essenzialità della transizione energetica (TE) visto che il 95% delle emissioni sono causate dai combustibili fossili. Per quanto riguarda la TE i paesi del Medio Oriente si trovano a diversi livelli di sviluppo. Algeria ed Egitto, i primi paesi esportatori di gas nel quadro del taglio del gas russo, vivono di rendita sui profitti dati da gas e petrolio, ed una diminuzione improvvisa di questi ricavi porterebbe alla mancanza di una redistribuzione verticale delle risorse da parte del governo. La TE necessita un nuovo patto sociale che porti allo sviluppo di un sistema economico più inclusivo, dato che gli effetti della decarbonizzazione europea avranno certamente un forte impatto. Perteghella conclude sostenendo che Germania e Italia, vista anche la presidenza della Germania al G7, si trovano nella condizione di poter accompagnare questi nuovi modelli di sviluppo. In primis, partendo dalla necessità di sviluppare una just energy transition partnership con Algeri ed il Cairo. Secondo, implementando misure di resilienza ambientale, per esempio le barriere contro l’innalzamento del livello del mare sviluppate ad Alessandria d’Egitto. Fino alla creazione di collegamenti di Egitto e Nord Africa alla rete elettrica europea seguendo degli standard elettrici europei piuttosto che quelli della Belt and Road Initiative.</p>



<p><strong>La conferenza ha continuato con l’intervento di Jacopo Pepe, il quale afferma che la guerra in Ucraina ha portato alla necessità di una TE immediata ed al bisogno di creare una nuova mappatura delle partnership energetiche</strong>. Il sistema di approvvigionamento deve rinnovarsi basandosi sui pilastri due pilastri, efficienza energetica e TE. Vi è l’esigenza di trovare alternative al gas sia nel breve che nel lungo termie. Anche se in un sistema post fossile saremo comunque dipendenti dalle importazioni dalla MENA region (e.g. Idrogeno). Pepe continua sottolineando l’importanza di reindirizzare gli approvvigionamenti da est a sud, anche per Qatar, Algeria ecc. questi obbiettivi sono ambiziosi ma possono essere resi possibili da un coinvolgimento del vicinato. Quando originariamente per la Germania questo coinvolgimento del vicinato storicamente ricadeva verso est attualmente anche Berlino dovrà spostare il suo sguardo al Nordafrica, sia per l’idrogeno blu che verde. Pepe ha proceduto sottolineando l’importanza nell’accompagnare tali paesi attraverso una trasformazione politica e sociale, vista anche la loro potenzialità in materia di risorse rinnovabili che tuttavia al livello locale vengono a malapena sfruttate (solo 1% dell’energia). Inoltre, il modello dei gasdotti della MENA region è particolarmente obsoleto. A prescindere dai modelli economici particolarmente diversificati, nella regione, tutti gli stati si trovano interessati all’export per finanziare la crescita, rendendo la stabilità del sistema energetico una priorità. Infine, la guerra in Ucraina ha portato ad un incremento dell’instabilità, con la crescita d’interesse verso nuove tecnologie volte all’export energetico per una ristrutturazione dei sistemi economici.&nbsp;</p>



<p>Pepe ha concluso &nbsp;affermando che in tutti i paesi cresce la domanda per l’energia; c’é una forte competizione fra esportatori ed importatori (eg. anche Giappone e Corea sono interessati all’acquisto di idrogeno verde e blu); i paesi vogliono attrarre investimenti per la TE senza condizionalità politiche; e la presenza di importatori meno schizzinosi sull’idrogeno blu rispetto al verde portano al rischio di lock-in sull’idrogeno blu nei paesi produttori. Questa condizione porta inevitabilmente ad un first mover advantage nell’imposizione degli standard, e dunque l’Italia, nonostante, facendo parte dell’UE, debba seguire un approccio federale e più cooperativo, dovrebbe evitare il focus sull’idrogeno verde e piuttosto concentrarsi sull’impronta CO2 evitando di rifiutare a priori l’idrogeno blu con carbon capture. Infine, i mercati elettrici regionali dovrebbero essere visti come una precondizione per la stabilità energetica e la diminuzione dei conflitti d’interesse.</p>



<p>Successivamente la conferenza si è spostata sul tema politico con gli interventi di Piero Fassino (Presidente della Commissione Affari Esteri e Deputato PD), Antonio Misiani (responsabile Economia e Finanze del PD e Senatore), Lia Quartapelle (responsabile Affari Esteri e Deputata PD), Nils Schmid (Membro del parlamento tedesco, responsabile dell’area tematica “Affari esteri” della SPD) e Nina Scheer (Membro del parlamento tedesco, responsabile dell’area tematica “Clima ed energia” della SPD)</p>



<p><strong>Il primo intervento politico è stato di Piero Fassino il quale ha parlato della difficoltà della TE in zona di crisi,</strong> sottolineando tuttavia la sua necessità per dare stabilità alla regione. Fassino ha affermato che la TE è resa complessa dalla scarsissima interconnessione regionale (ad esempio ci sono più collegamenti aerei fra Parigi e Roma con Algeri e Casablanca che fra i paesi della MENA region), e ciò si conferma anche nell’ambito dell’energia. Fassino ha posto &nbsp;come priorità il favorire l’interconnessione fra i paesi MENA, anche perché il quadro giuridico di questi paesi non è chiaro. Una delle possibili soluzioni potrebbe essere la multilateralità, dopo tutto l’Unione Europea ai suoi esordi era la comunità del carbone e dell’acciaio. Perché dunque non potrebbe avvenire una simile trasformazione utilizzando l’UE come promotore di questi processi, iniziando da un lavoro comune tra Italia, Francia e Germania utilizzando, tra gli altri, anche i trattati di Aquisgrana e Quirinale.</p>



<p><strong>A seguire vi è stato l’intervento di Nils Schmid, il quale ha affermato che il Mediterraneo è molto politicamente importante per la Germania, in particolare a partire dal 2011 con le primavere arabe.</strong> Il processo in Libia ha visto grande partecipazione tedesca e negli ultimi 10 anni la Germania ha provato spesso di spingere tema della TE, anche perché la politica energetica è geopolitica. Essa crea una rete di dipendenza, fatto reso evidente dalla guerra in Ucraina con la Russia, ma che si può constatare anche con l’Algeria. Schmid ha affermato che negli ultimi decenni siamo finiti in un cul de sac geopolitico e che la TE aiuterà a diminuire questa rete di dipendenze. E’ necessario fare in modo che le nuove dipendenze, che deriveranno dalla TE, siano meno unilaterali, evitando di diventare troppo dipendenti dai singoli fornitori di idrogeno. Schmid sostiene che vi sia la possibilità che l’idrogeno possa favorire una trasformazione politica in Algeria anche se tale processo potrebbe risultare molto complesso. Infatti, in Algeria, anche i più piccoli progetti di PMI tedesche sono affondati nel pantano della corruzione. Conclude che l’UE possa risultare più adatta per questa transizione, e che, per quanto Italia e Germania possano contribuire, è la strategia Idrogeno Europea a dover essere messa in atto.</p>



<p><strong>Nina Scheer ha iniziato il suo intervento affermando che oggi in Germania si progettano già molte infrastrutture che possano essere compatibili con l’idrogeno (ad esempio terminal LNG).</strong> Questi investimenti in infrastrutture sono stati necessari per creare un incentivo per l’importazione di idrogeno. Scheer afferma creare una nuova dipendenza unilaterale sia altamente rischioso e non consigliabile. Già nel 2008 si era aperta la discussione sul ruolo del mediterraneo nella TE in Europea; tuttavia, a tutto ciò non vi è stato follow up. Scheer sostiene che la questione atomica sia molto pericolosa, e che anche in questa situazione vi sia il rischio di sviluppare delle dipendenze. Inoltre non sono da sottovalutare i possibili eventi climatici di proporzioni estreme che potrebbero portare a malfunzionamenti delle centrali nucleari, rendendole dunque un fattore ad alto rischio. Scheer conclude dunque che la TE ha meno possibilità di conflitto per le risorse, ma che la produzione di materiale per la TE (eg. pannelli solari, eolico ecc) portino ad un rischiano di delocalizzazione.</p>



<p><strong>L’intervento di Nina Scheer (MdB)</strong>, portavoce del gruppo parlamentare SPD per le politiche energetiche,&nbsp; ha permesso di approfondire l’attuale approccio tedesco alla progettazione di infrastrutture energetiche, molte delle quali già oggi sono pensate in modo che siano compatibili con un sistema di approvvigionamento basato sul idrogeno. Questo investimento infrastrutturale é stato necessario per creare un incentivo all’importazione di idrogeno. Anche Schiere ha sottolineato che in questa trasformazione non possiamo entrare in una nuova dipendenza unilaterale, e che già nel 2008 c’era stata discussione su ruolo del Mediterraneo nella TE europea, purtroppo senza seguito. Anche la questione dell’energia atomica é molto pericolosa in tal senso, in quanto incoraggia la creazione di dipendenze per una fonte di energia costosissima. Le centrali nucleari sono estremamente vulnerabili ad eventi climatici estremi, di cui vedremo una proliferazione nei prossimi anni. Infine, la TE nell’area mediterranea dovrebbe diminuire la necessità conflitti per le risorse tipiche delle risorse fossili. La cooperazione fra Italia e Germania sarà molto importante per garantire una produzione europea di materiali e tecnologie per la TE (pannelli, eolico ecc) a rischio di delocalizzione. <strong></strong></p>



<p><strong>Il sen. Antonio Misiani, </strong>responsabile Economia e Finanze del Partito Democratico, ha rilevato che attualmente l’Ue é de facto il maggior finanziatore dello sforzo bellico russo tramite le importazioni di energie fossili. La spinta alla diversificazioni anche con combustibili fossili é un esercizio molto utile nell’attuale momento di crisi, ma nel lungo periodo sarà imperativo attuare una transizione energetica sostenibile. In tal senso, l’Italia deve porsi obiettivi ambiziosi, puntando a un aumento delle rinnovabili e diventando così meno dipendenti dalle importazioni. Gli attuali prezzi delle energie fossili favoriscono un maggior uso delle rinnovabili e necessitano un patto multilaterale pe rie rinnovabili anche nella sponda sud del mediterraneo, dove i consumi di gas si sono triplicati.</p>



<p>Nel corso dell’evento é emersa una chiara convergenza italotedesca <strong>sul ruolo di potenze terze nella regione MENA, in particolar modo per quel che riguarda Cina e Russia</strong>. Il sen. Misiani ha spiegato che l’Italia vuole ruolo coeso e assertivo dell’UE per consolidare rapporti con i paesi della sponda sud, impedendo che finiscano preda di Russia e Cina e nonostante tutte le criticità che questi paesi presentano. I progetti di TE servono infatti anche in ottica di contenimento di Cina e Russia</p>



<p>Nina Scheerfa notare che l’economia cinese si trova attualmente alla ricerca di risorse in tutto il mondo. Da socialdemocratica Scheer crede nell’idea del cambiamento tramite il commercio (Wandel durch Handel) nonostante i fallimenti dei rapporti russo-europei. In quel contesto il rischio é stato generato dalla creazione di una dipendenza unilaterale; in generale rimane comunque importante che anche il commercio venga utilizzato per alterare il comportamento e le priorità di partner politici problematici, fermo restando che é di fondamentale importanza che non vengano cedute intere catene di produzione e know-how. Nils Schmid ha anche aggiunto che la Russia non ha alcun interesse nel successo della TE a causa del proprio sistema di politica economica basato sull’estrazione di carburanti fossili.</p>



<p><strong>La viceministra degli Esteri Marina Sereni</strong> ha concluso l’evento indicando che questo incontro é solo la prima tappa di un percorso é che é opportuno continuare a ragionare sull’intersezione fra politica estera, economica e ambientale. L’Italia e la Germania sono partner strategici su tantissimi dossier e sono unite da un interesse condiviso nel mantenimento dell’ordine internazionale basato sulle regole. I due paesi sono fra i più esposti alla dipendenza dal gas russo e i costi sociali di questa guerra devono essere di particolare interesse per le politiche dei progressisti. L’aumento repentino dei prezzi energetici impongono azioni concrete, senza limitarsi&nbsp; alla diversificazione delle fonti di approvvigionamento ma accelerando su una TE definita ineludibile. La viceministra ha espresso la preoccupazione che questa crisi non spinga l’Europa su un’accelerazione delle rinnovabili e che l’imperativo di risolvere in fretta il problema della diversificazione porti anzi a un rallentamento quando serve una prospettiva lungo termine e tenere la barra dritta. Anche se non si possono considerare i paesi MENA delle democrazie, l’Europa non può permettersi di attendere che essi lo diventino. Una partnership basata sulla transizione energetica può anzi aprire processi che porteranno un giorno a una possibile democratizzazione. Con lo sviluppo del programma EU Global Gateway l’Europa potrà avere un rapporto diverso con i paesi africani. L’idea é di una cooperazione più etica che non crei dipendenze e debito insostenibile per i paesi della sponda sud . La Cina é considerata un partner semplice per gli africani, ma non particolarmente etico e sostenibile per le società che vi si affidano. In questo quadro l’Europa deve aiutare i paesi africani a smarcarsi dale energie fossili. L’italia sta negoziando memorandum con Libia e Algeria sulle rinnovabili ed é sul punto di firmare un accordo sull’idrogeno verde con la Tunisia.</p>



<p>Siamo di fronte a un’opportunità condivisa: l’Europa é costretta a causa della guerra a rivedere la propria matrice energetica, ma anche l’Africa sarà costretta ad accelerare sulla TE perché l’impatto del cambiamento climatico sarà terribile per il continente. La condivisione dell’emergenza fra Germania e Italia aiuterà a portare l’attenzione dell’Europa a sud, al di là dell’immediate necessità che si sono create nel vicinato orientale.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/2957/">Workshop Transizione Energetica nel Mediterraneo &#8211; con FES Italia (resoconto)</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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		<title>Italy in the Mediterranean</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 Jun 2020 09:15:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articles in English]]></category>
		<category><![CDATA[Grande Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Mediterraneo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>On 22 June 2020 Mondodem and the Friedrich Ebert Stiftung will stream a discussion on tensions in the&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>On 22 June 2020 Mondodem and the Friedrich Ebert Stiftung will stream a discussion on tensions in the Mediterranean (Register <a href="https://www.facebook.com/events/2993348794094848/">here</a>). In preparation for the event we offer you four short reflections on the state of affairs in the region and the relevant Italian policy options.</em></p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<figure class="wp-block-image alignwide size-large"><img decoding="async" src="https://content.fortune.com/wp-content/uploads/2015/08/gettyimages-165109925.jpg" alt=""/></figure>



<p class="has-drop-cap">On an economic-energy basis, it no longer makes sense for Europe and Italy to invest in new gas infrastructure, such as pipelines or re-gasification plants. Already before COVID the existing ones were used at 50% of their capacity and the new TAP pipeline will contribute to this excess. Diversification of sources and security of supply are already guaranteed as assessed by the European Commission. The drop in demand for gas in Italy (minus 13%) and Europe has been structural since 2010. Post COVID this trend will be accentuated through the Green Deal. In the first five months of 2020, demand for gas in Europe plummeted by 7%, the sharpest drop recorded worldwide. The International Energy Agency estimates that gas demand in Europe will never again return to pre-COVID levels due to the advance of renewables. If we add the effect of energy efficiency in reducing gas consumption for heating (just think of the &#8220;ecobonus&#8221;) and within the industry, this trend will only increase. The Mediterranean gas thus loses the overly extolled strategic value, with the national interest changing towards securing a Green Deal also for the Mediterranean countries that will be most affected by climate change. Italy must therefore rethink its foreign policy in this perspective and use its diplomacy and alliances in a strategic way to influence the choices of others towards new cooperation objectives that shift from fossil to clean energy. <strong>&#8211; Luca Bergamaschi</strong></p>



<figure class="wp-block-image alignwide size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1000" height="846" src="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2020/06/5b1da2ce92a07.jpg" alt="" class="wp-image-2089" srcset="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2020/06/5b1da2ce92a07.jpg 1000w, https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2020/06/5b1da2ce92a07-300x254.jpg 300w, https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2020/06/5b1da2ce92a07-768x650.jpg 768w" sizes="(max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></figure>



<p class="has-drop-cap">A dangerous rearmament has been going on in the Mediterranean for some years now, accompanied by a return to power politics and a serious retreat of multilateralism. Not only does arming Cairo not protect our national interest, but it threatens our own strategic objectives: al-Sisi&#8217;s Egypt is on the side of Haftar in Libya, therefore on a path contrary to Rome&#8217;s interests.<br>It is not, therefore, an operation, as has been said and written in its defence, which strengthens peace and security in the Mediterranean. Rather, it contributes to strengthening what is defined in international relations as the security dilemma: that situation which is triggered in the international system when the instruments used by a State to increase its security (such as the purchase of weapons systems) provoke a reduction in the security of other States, thus triggering a spiral of mutual insecurity which inevitably leads to conflict. If the objective, by arming Egypt, is to rebalance the relations of force towards a Turkey perceived as too aggressive, the final result may not be as hoped.<br>The assumption that Egypt is an indispensable partner for the stabilization of the MENA region is also false: we have all too often made the mistake in recent years of confusing authoritarianism with stability, but until individuals are guaranteed individual security and civil rights, any stability will only be a facade.<br>It is therefore not by militarily strengthening a military dictatorship that the foundations for stability and security in the region will be laid.<strong> &#8211; Annalisa Perteghella</strong></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" src="https://www.triesteallnews.it/wp-content/images/2019/06/giulio-regeni.jpg" alt=""/></figure>



<p class="has-drop-cap">For Italy, supplying armaments to Mediterranean countries is not simply a commercial or labour policy (issues whose importance I do not underestimate). In the Mediterranean, Italy has always tried to bring the contenders into contact and to promote peace and stability. At the moment, two camps are facing each other in the Mediterranean, one led by Turkey, the other by Egypt. In this context, given which we should strengthen our naval presence in the Mediterranean, instead of controlling the arms embargo in Libya and reduce tensions in the eastern Mediterranean, we do something totally different: we take away two ships that were commissioned by our navy and sell them to Egypt. Could we have done something different to pursue our strategic interests? I think so: we could have raised the issue of arms supply at the EU level, promoting a European initiative with Germany for a moratorium on arms sales (many of which end up being used in Libya, where we, on the other hand, are loudly demand parties to comply with the embargo). Italy has already raised the issue of arms sales to Egypt: Emma Bonino did so after the Al Sisi coup in 2013. Once the frigates are sold, how can we tell other European countries that we must promote peace instead of arming troops on the ground? Let&#8217;s not be mistaken: Al Sisi&#8217;s Egypt is not Mubarak&#8217;s Egypt. During Mubarak&#8217;s era, Western countries hypocritically closed their eyes to internal repression, in exchange for the protection that Mubarak gave to Western interests in the Mediterranean. Now this is no longer the case: Al Sisi employs a very heavy internal repression and at the same time &#8220;set himself up on his own&#8221; at international level, unscrupulously pursuing his own interests on the international chessboard. Finally, we no longer call Egypt an &#8220;ally&#8221; since it did not want to provide us with real assistance and cooperation in the judicial field on the Giulio Regeni affair. To the Regeni issue has been added the unwillingness to cooperate also for the fate of Patrick Zaky. This is a matter of national interest: for Italy (irrespective of government) it is necessary to get to the truth about the murder and torture suffered by the young Italian researcher in Cairo in 2016. The prestige of our nation is at stake, and it cannot accept incomplete and convenient explanations. Such a heinous act, carried out by the security forces of a country as important as Egypt, cannot remain without an attribution of responsibility certified by an impartial process. <strong>&#8211; Lia Quartapelle</strong></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" src="https://defbrief.com/wp-content/uploads/2020/03/European-Union-launches-Libyan-arms-embargo-mission-Irini.jpg" alt=""/></figure>



<p class="has-drop-cap">Although many observers continue to use the contrast between Iran and Saudi Arabia as the main filter for understanding the Middle East, since 2011 this dividing line has become less and less meaningful. For Europeans who wish to understand the southern shore of the Mediterranean, it is now appropriate to look at another much more important fault line of political division, namely the one that contrasts some nations such as the United Arab Emirates, Egypt and Saudi Arabia &#8211; which have become engines of the restoration of the authoritarian status quo in the Middle East after the shock of the Arab Spring &#8211; with emerging protagonists such as Turkey and Qatar, which since 2011 have become supporters of political Islam in various Middle Eastern contexts with the aim of overturning the balance of power in the region. Both these factions flirt with the West &#8211; Turkey is a NATO member while the UAE, Saudi Arabia, Egypt and Qatar have close relations with the US and the EU &#8211; but neither is in itself aligned with Western political goals and interests. The West, and especially Europe, today continue to be divided, with individual countries playing the game of squeezing one of the two factions, supporting it in the hope of making economic and/or political gains (as does France, which has been close to the UAE for years and is increasingly advocating an anti-Turkish policy), or to play on the side, trying to keep channels open with both factions in the hope, also in this case, to be able to draw contingent benefits (as do, albeit in different ways, both Italy and the USA of Trump). Both the first and the second strategy have shown all their limits in recent years in dossiers as vital for energy security and EU policy as Syria and Libya. The time has come for Europe to rediscover the great Mediterranean power that is &#8211; much more influential than the medium-small powers that are the individual European Mediterranean countries taken individually &#8211; by developing its own strategy modelled on its values and interests. <strong>&#8211; Eugenio Dacrema</strong><br></p>
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		<title>L&#8217;Italia nel Mediterraneo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 17 Jun 2020 13:50:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Grande Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Egitto]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Mediterraneo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il 22 giugno 2020 Mondodem e la Friedrich Ebert Stiftung trasmetteranno una discussione sulle tensioni nel Mediterraneo (Registratevi&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/2092/">L&#8217;Italia nel Mediterraneo</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>Il 22 giugno 2020 Mondodem e la Friedrich Ebert Stiftung trasmetteranno una discussione sulle tensioni nel Mediterraneo (Registratevi <a href="https://www.facebook.com/events/2993348794094848/">qui).</a> In vista dell&#8217;evento vi proponiamo quattro brevi riflessioni sulla situazione nella regione e sulle scelte politiche italiane.</em></p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<figure class="wp-block-image alignwide size-large"><img decoding="async" src="https://content.fortune.com/wp-content/uploads/2015/08/gettyimages-165109925.jpg" alt=""/></figure>



<p class="has-drop-cap">Su una base economico-energetica non ha più senso per l’Europa e l’Italia investire in nuove infrastrutture a gas, come gasdotti o rigassificatori. Già pre COVID quelle esistenti erano utilizzate per la metà e il nuovo gasdotto TAP contribuirà a questa eccedenza. La diversificazione delle fonti e la sicurezza degli approvvigionamenti sono già garantite secondo le valutazioni della Commissione Europea. Il calo della domanda di gas in Italia (meno 13%) e in Europa è strutturale dal 2010. Post COVID questo trend si accentuerà attraverso il Green Deal. Nei primi 5 mesi del 2020 la domanda di gas in Europa è crollata del 7%, il calo più severo registrato a livello mondiale. L’Agenzia Internazionale dell’Energia stima che la domanda di gas in Europa non tornerà mai più ai livelli pre-COVID grazie all’avanzata delle rinnovabili. Se aggiungiamo l’effetto dell’efficienza energetica nel ridurre i consumi di gas per il riscaldamento, si pensi all’ecobonus, e nell’industria questo trend non potrà che aumentare. Il gas del Mediterraneo perde così il troppo decantato tratto strategico e l’interesse nazionale cambia verso garantire un Green Deal anche ai paesi del Mediterraneo che più di tutti saranno colpiti dai cambiamenti climatici. L’Italia deve allora ripensare la sua politica estera in questa ottica e usare la sua diplomazia e le sue alleanze in modo strategico per influenzare le scelte di altri verso nuovi obiettivi di cooperazione che si spostano dal fossile all’energia pulita. <strong>&#8211; Luca Bergamaschi</strong></p>



<figure class="wp-block-image alignwide size-medium"><img decoding="async" width="300" height="254" src="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2020/06/5b1da2ce92a07-300x254.jpg" alt="" class="wp-image-2089" srcset="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2020/06/5b1da2ce92a07-300x254.jpg 300w, https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2020/06/5b1da2ce92a07-768x650.jpg 768w, https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2020/06/5b1da2ce92a07.jpg 1000w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></figure>



<p class="has-drop-cap">Nel Mediterraneo è in corso ormai da qualche anno un pericoloso riarmo, che si accompagna al ritorno della politica di potenza e a un grave arretramento del multilateralismo. Non solo armare Il Cairo non tutela il nostro interesse nazionale, ma minaccia i nostri stessi obiettivi strategici: l’Egitto di al-Sisi è schierato in Libia dalla parte di Haftar, dunque su una linea contraria agli interessi di Roma.<br>Non è dunque un’operazione, come pure è stato detto e scritto in sua difesa, che rafforza la pace e la sicurezza nel Mediterraneo. Contribuisce semmai a rafforzare quello che nelle relazioni internazionali viene definito il dilemma della sicurezza: quella situazione che si innesca nel sistema internazionale quando gli strumenti impiegati da uno Stato per accrescere la propria sicurezza (come l’acquisto di sistemi di arma) provocano una riduzione della sicurezza di altri Stati, innescando così una spirale di insicurezza reciproca che conduce inevitabilmente al conflitto. Se l’obiettivo, armando l’Egitto, è quello di riequilibrare i rapporti di forza nei confronti di una Turchia percepita come troppo aggressiva, il risultato finale potrebbe non essere quello sperato.<br>Falso è anche l’assunto secondo il quale l’Egitto è partner ineludibile per la stabilizzazione della regione Mena: abbiamo fatto troppo spesso l’errore in questi anni di confondere l’autoritarismo con la stabilità, ma fino a quando ai singoli non saranno garantiti sicurezza individuale e diritti civili, qualsiasi stabilità sarà solo di facciata.<br>Non è dunque rafforzando militarmente una dittatura militare che si gettano le basi per la stabilità e la sicurezza nella regione. <strong>&#8211; Annalisa Perteghella</strong></p>



<figure class="wp-block-image alignwide size-large"><img decoding="async" src="https://www.triesteallnews.it/wp-content/images/2019/06/giulio-regeni.jpg" alt=""/></figure>



<p class="has-drop-cap">Per l’Italia la fornitura di armi a paesi del Mediterraneo non è semplicemente una scelta di carattere commerciale o occupazionale (questioni di cui non sottovaluto l’importanza). Nel Mediterraneo l’Italia ha sempre cercato di avvicinare i contendenti, favorire la pace e la stabilità. In questo momento, nel Mediterraneo si stanno fronteggiando due schieramenti, uno capeggiato dalla Turchia, l’altro dall’Egitto. In questo contesto, in cui dovremmo rafforzare la nostra presenza anche navale nel Mediterraneo, per controllare l’embargo sulle armi in Libia, per ridurre le tensioni nel Mediterraneo orientale, facciamo una cosa totalmente diversa: togliamo due navi che erano state commissionate per la nostra Marina, e le vendiamo all’Egitto. Avremmo potuto fare qualcosa si diverso per perseguire i nostri interessi strategici? Io credo di sì: avremmo potuto porre la questione della fornitura di armi in sede europea, promuovendo con la Germania una iniziativa europea per una moratoria sulla vendita di armi (molte delle quali poi finiscono per essere usate in Libia, dove noi invece ci sgoliamo per il rispetto dell’embargo). L’Italia ha già sollevato il punto sulla vendita di armi all’Egitto: lo fece Emma Bonino dopo il colpo di stato di Al Sisi nel 2013. Una volta vendute le fregate, a che titolo potremo dire ad altri paesi europei che dobbiamo favorire la pace, invece di armare gli eserciti?Non sbagliamoci: l’Egitto di Al Sisi non è l’Egitto di Mubarak. Al tempo di Mubarak, i paesi occidentali chiudevano ipocritamente gli occhi sulla repressione interna, in cambio della tutela che Mubarak prestava agli interessi occidentali nel Mediterraneo. Ora non è più così: Al Sisi impiega internamente una repressione pesantissima e al tempo stesso “si è messo in proprio” sul piano internazionale, perseguendo in modo spregiudicato i propri interessi sullo scacchiere internazionale. Infine, noi non chiamiamo più “alleato” l’Egitto da quando non ha voluto fornirci una vera assistenza e cooperazione in campo giudiziario sulla vicenda di Giulio Regeni. Alla questione Regeni si è aggiunta anche l’indisponibilità a cooperare anche per la sorte di Patrick Zaky. Questa è una questione che attiene all’interesse nazionale: per l’Italia (non per questo o quel governo) è necessario arrivare alla verità sull’assassinio e le torture subite dal giovane ricercatore italiano al Cairo nel 2016. Ne va del prestigio della nostra nazione, che non può accettare spiegazioni lacunose e di comodo. Un atto così efferato, compiuto dalle forze di sicurezza di un paese importante come l’Egitto, non può restare senza una attribuzione delle responsabilità certificata da un processo imparziale. <strong>&#8211; Lia Quartapelle</strong></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" src="https://defbrief.com/wp-content/uploads/2020/03/European-Union-launches-Libyan-arms-embargo-mission-Irini.jpg" alt=""/></figure>



<p class="has-drop-cap">Nonostante molti osservatori continuino a usare la contrapposizione tra Iran e Arabia Saudita come principale filtro di comprensione del Medio Oriente, dal 2011 questa linea di divisione ha sempre meno significato. Per gli europei che desiderano comprendere la sponda meridionale del Mediterraneo è oggi opportuno guardare a un’altra faglia di divisione politica assai più importante, ovvero quella che contrappone alcune nazioni come gli Emirati Arabi Uniti, l’Egitto e l’Arabia Saudita – fattisi motori della restaurazione dello status quo autoritario in Medio Oriente dopo lo shock della Primavera Araba – a protagonisti emergenti come Turchia e Qatar, che dal 2011 si sono fatti sostenitori di istanze legate all’Islam politico in vari contesti mediorientali con lo scopo di sovvertire a proprio favore gli equilibri di potenza nella regione. Entrambe queste fazioni flirtano con l’Occidente – la Turchia è membro NATO mentre EAU, Arabia Saudita, Egitto e Qatar intrattengono strette relazioni con USA e Unione Europea – ma nessuna delle due è di per sé allineata con gli obiettivi politici e gli interessi occidentali. L’Occidente, e soprattutto l’Europa, oggi continuano a dividersi, con singoli paesi che giocano da comprimari di una delle due fazioni, sostenendola nella speranza di trarne profitti economici e/o politici (come fa la Francia, vicina da anni agli EAU e sempre più propugnatrice di una politica anti-turca), oppure a giocare di sponda, cercando di mantenere aperti canali con entrambe le fazioni nella speranza, anche in questo caso, di riuscire a trarne di volta in volta benefici contingenti (come fanno, seppur in modi diversi, sia l’Italia che gli USA di Trump). Sia la prima che la seconda strategia hanno mostrato tutti i propri limiti negli ultimi anni in dossier vitali per la sicurezza energetica e politica della UE come Siria e Libia. È venuto il tempo per l’Europa di riscoprirsi la grande potenza mediterranea che è – molto più influente delle medie-piccole potenze che sono i singoli paesi europei mediterranei presi singolarmente – elaborando una sua propria strategia modellata sui suoi valori e interessi. <strong>&#8211; Eugenio Dacrema</strong></p>
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		<title>Il caso Fremm: l&#8217;Italia di fronte al dilemma della sicurezza</title>
		<link>https://www.mondodem.it/2083/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Annalisa Perteghella]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Jun 2020 18:13:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Grande Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Egitto]]></category>
		<category><![CDATA[fremm]]></category>
		<category><![CDATA[Mediterraneo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Non si ravvisa una motivazione strategica dietro la decisione di procedere con la fornitura di due fregate Fremm&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Non si ravvisa una motivazione strategica dietro la decisione di procedere con la fornitura di due fregate Fremm all’Egitto. Nonostante i difensori dell’operazione l’abbiano presentata come un successo commerciale, essa appare come un successo decisamente di corto periodo.</p>



<p>Non è, come invece è stata dipinta, un’operazione a tutela del nostro interesse nazionale: nel Mediterraneo è in corso ormai da qualche anno un pericoloso riarmo, che si accompagna al ritorno della politica di potenza e a un grave arretramento del multilateralismo. La Libia è il caso più esemplare. Non solo armare Il Cairo non tutela il nostro interesse nazionale, ma minaccia i nostri stessi obiettivi strategici: l’Egitto di al-Sisi, junior partner della coalizione a guida saudita-emiratina che dal 2011 guida l’asse di repressione delle istanze democratiche nate sull’onda della primavera araba, è schierato in Libia dalla parte di Haftar, dunque su una linea contraria agli interessi di Roma.</p>



<p>Anche sulla questione della Grand Ethiopian Renaissance Dam (nel cui progetto è impegnata l’italiana Salini Impregilo), che oppone Egitto e Etiopia, rafforzare Il Cairo non appare in linea con i numerosi interessi italiani non solo nel progetto ma nell’intero Corno d’Africa.</p>



<p>Non è dunque un’operazione, come pure è stato detto e scritto in sua difesa, che rafforza la pace e la sicurezza nel Mediterraneo. Contribuisce semmai a rafforzare quello che nelle relazioni internazionali viene definito il dilemma della sicurezza: quella situazione che si innesca nel sistema internazionale quando gli strumenti impiegati da uno Stato per accrescere la propria sicurezza (come l’acquisto di sistemi di arma) provocano una riduzione della sicurezza di altri Stati, innescando così una spirale di insicurezza reciproca che conduce inevitabilmente al conflitto. Se l’obiettivo, armando l’Egitto, è quello di riequilibrare i rapporti di forza nei confronti di una Turchia percepita come troppo aggressiva, il risultato finale potrebbe non essere quello sperato.</p>



<p>Falso è anche l’assunto secondo il quale l’Egitto è partner ineludibile per la stabilizzazione della regione Mena: abbiamo fatto troppo spesso l’errore in questi anni di confondere l’autoritarismo con la stabilità, crogiolandoci nell’illusione che delegando a questi presunti bastioni di stabilità la gestione del caos che si agita alle porte dell’Italia e dell’Europa, noi saremmo stati in salvo, al riparo dai “barbari” in arrivo dal Medio Oriente. Non è stato così, come hanno dimostrato le successive ondate migratorie frutto della destabilizzazione della regione negli ultimi dieci anni, o gli attacchi dello Stato islamico arrivati nel cuore delle nostre città. Fino a che non ci saranno democrazia e inclusione, non ci sarà vera stabilità. Fino a quando ai singoli non saranno garantiti sicurezza individuale e diritti civili, qualsiasi stabilità sarà solo di facciata. La fortissima crisi economica che attanaglia Il Cairo non fa altro che aggiungere un ulteriore elemento al pesante malcontento che cova sotto le ceneri.</p>



<p>Come ben sappiamo, l’Egitto è ben lontano dal garantire diritti e sicurezza ai propri cittadini: lo vediamo dalle notizie di incarcerazioni e vendette sommarie contro famigliari di dissidenti che arrivano ogni giorno. Avremmo dovuto capirlo già quando un nostro connazionale, Giulio Regeni, è stato rapito, torturato e ucciso con la connivenza del regime egiziano, che da allora non ha fatto alcun passo concreto anche solo per fornirci una spiegazione di facciata. Quale cittadino italiano può sentirsi al sicuro e tutelato dal proprio stato, se sa che il proprio paese è pronto ad abbandonare qualsiasi rivendicazione di verità e giustizia in cambio di commesse commerciali?</p>



<p>Quale governo straniero si sentirà frenato dal riservarci lo stesso trattamento nella malaugurata ipotesi che un episodio simile accada di nuovo?</p>



<p>Non è giocando a Risiko nel Mediterraneo e ammantando di realpolitik scelte che sono invece esclusivamente commerciali e che rappresentano interessi di breve periodo, che si guadagna il rispetto degli altri paesi, la fiducia dei proprio cittadini, una posizione al tavolo negoziale. Ma soprattutto, non è rafforzando militarmente una dittatura militare che si gettano le basi per la stabilità e la sicurezza nella regione. Nessuna azione è priva di conseguenze. Ricercare solamente l’interesse economico e commerciale, slegando la connessa dimensione geopolitica e di sicurezza, rischia di avere conseguenze particolarmente pericolose.</p>



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<div class="wp-block-media-text alignwide is-stacked-on-mobile"><figure class="wp-block-media-text__media"><img decoding="async" width="1024" height="477" src="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2020/06/105046145_267539778025496_7314427624706558668_o-1024x477.jpg" alt="" class="wp-image-2085" srcset="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2020/06/105046145_267539778025496_7314427624706558668_o-1024x477.jpg 1024w, https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2020/06/105046145_267539778025496_7314427624706558668_o-300x140.jpg 300w, https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2020/06/105046145_267539778025496_7314427624706558668_o-768x358.jpg 768w, https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2020/06/105046145_267539778025496_7314427624706558668_o.jpg 1338w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure><div class="wp-block-media-text__content">
<p class="has-normal-font-size"><strong>Il 22 giugno 2020  Mondodem e la Friedrich Ebert Stiftung trasmetteranno una discussione sulle tensioni nel Mediterraneo. Registratevi <a href="https://www.facebook.com/events/2993348794094848/">qui. </a></strong></p>
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		<title>Approccio globale al Mediterraneo e conflict management: esiste una via progressista?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 23 Jun 2018 10:38:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Italia nel mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Mediterraneo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I nostri Nicoletta Pirozzi ed Eugenio Dacrema stamattina sono intervenuti al “Mediterranean Committee Leadership Conference”. In questo video ci parlano del contenuto&#8230;</p>
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<div id="feed_subtitle_1789787617803816:9:0" class="_5pcp _5lel _2jyu _232_">I nostri <a id="js_5kt" class="profileLink" href="https://www.facebook.com/nicoletta.pirozzi.7?fref=mentions" data-hovercard="/ajax/hovercard/user.php?id=538295111&amp;extragetparams=%7B%22fref%22%3A%22mentions%22%7D" data-hovercard-prefer-more-content-show="1" aria-describedby="js_5ks" aria-owns="">Nicoletta Pirozzi</a> ed <a id="js_5lz" class="profileLink" href="https://www.facebook.com/eugenio.dacrema?fref=mentions" data-hovercard="/ajax/hovercard/user.php?id=797710646&amp;extragetparams=%7B%22fref%22%3A%22mentions%22%7D" data-hovercard-prefer-more-content-show="1" aria-describedby="js_5ly" aria-owns="">Eugenio Dacrema</a> stamattina sono intervenuti al “Mediterranean Committee Leadership Conference”. In questo video ci parlano del contenuto dei loro interventi e delle possibili strategie in tema di approccio globale al Mediterraneo e di conflict management.</div>
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<video class="wp-video-shortcode" id="video-1113-1" width="640" height="352" preload="metadata" controls="controls"><source type="video/mp4" src="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2018/06/WhatsApp-Video-2018-06-23-at-11.41.28.mp4?_=1" /><a href="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2018/06/WhatsApp-Video-2018-06-23-at-11.41.28.mp4">https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2018/06/WhatsApp-Video-2018-06-23-at-11.41.28.mp4</a></video></div></p>
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		<title>Ripartire dal Mediterraneo</title>
		<link>https://www.mondodem.it/903/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 04 Dec 2017 20:43:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Grande Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[#Medioriente]]></category>
		<category><![CDATA[Africa]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Mediterraneo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Annalisa Perteghella Potrebbe sembrare un eccesso di ottimismo quello di intitolare tre giorni di dialogo sul Mediterraneo&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Di Annalisa Perteghella</em></p>
<p>Potrebbe sembrare un eccesso di ottimismo quello di intitolare tre giorni di dialogo sul Mediterraneo “Oltre la tempesta, la ricerca di un’agenda positiva”. Eppure è proprio questo spirito che guida fin dalla sua ideazione tre anni fa – per volontà dell’allora ministro degli Esteri Paolo Gentiloni – MED Dialogues, la conferenza sul Mediterraneo che per tre giorni trasforma Roma nel centro del dialogo, della diplomazia e delle interconnessioni tra sponda nord e sponda sud di questo nostro piccolo grande mare comune.</p>
<p>La geografia – oltre a essere potere, come ricorda il geografo irlandese Gearoid O Thuatail – è anche un dato ineluttabile e ineludibile, quasi un destino. Che sia il mare calmo dei cieli limpidissimi delle culture che si sono incontrate e sovrapposte tra di loro, o il mare in tempesta dei conflitti che troppo spesso ne hanno causato la divisione, il Mediterraneo rappresenta per eccellenza l’orizzonte geografico e umano a cui l’Italia deve guardare.</p>
<p>E la fotografia dell’orizzonte che molti degli interventi di quest’anno hanno restituito è la fotografia di un mare in tempesta, su cui si addensano nubi solo a tratti intervallate da sprazzi di sole. Eppure, quegli sprazzi di luce ci sono, esistono, e come ben sa chi si è trovato almeno una volta nella vita a passeggiare lungo le sue coste in qualsiasi stagione dell’anno, la luce del Mediterraneo è capace di contenere tutta la luce del mondo.<br />
Nessuna ingenuità dunque nella decisione di ricercare comunque un’agenda positiva, semmai la presa di coscienza del fatto che allargando lo sguardo a comprendere la regione nella sua pluralità, il Mediterraneo non è solo conflitto, crisi e incomprensione.</p>
<p>Certo, i problemi esistono: il quadro che emerge dai principali interventi è esattamente il quadro della situazione attuale, senza tanto spazio per diplomazie o edulcorazioni della realtà. L’assenza di rappresentanti del governo statunitense rispecchia il già palese disinteresse degli Stati Uniti per la regione; la presenza del ministro degli Esteri della Federazione russa Sergej Lavrov conferma invece il crescente interesse di Mosca; ancora, la presenza di Fu Ying, a capo della commissione Esteri del Congresso cinese (e non a caso autrice del saggio “Se l’Occidente ascoltasse la Cina”) segna il debutto della Cina come potenza che mira ad avere, o forse già ha, voce in capitolo sulla regione legata ai propri interessi di penetrazione economica e commerciale. Ma la crepa più profonda, capace di dividere in due la regione, è quella segnata dalla rivalità tra Arabia Saudita e Iran. Entrambi gli attori hanno avuto modo di mettere in chiaro ai presenti le priorità di politica estera del proprio paese: per il ministro degli Esteri saudita al-Jubeir la lotta contro la Repubblica islamica iraniana, dipinta come la responsabile del caos yemenita e della proliferazione del terrorismo; per il ministro degli Esteri iraniano Zarif il proseguimento della politica di “moderazione”, con l’appello per la creazione di un forum di dialogo tra i paesi del Golfo per discutere e risolvere insieme sfide comuni, e la salvaguardia dell’accordo sul nucleare, con la richiesta rivolta soprattutto agli Stati Uniti di essere trattati con rispetto.</p>
<p>Ma in questo scenario di estrema polarizzazione, c’è spazio anche per i segnali di speranza. Come le storie di Nouf Alhimiary, timida artista di Jeddah, Arabia Saudita, per la quale l’arte è strumento di espressione politica e liberazione personale, o Honey Thaljieh, co-fondatrice della nazionale di calcio femminile palestinese, o Lea Baroudi, co-fondatrice e direttrice della ONG libanese March. Sono storie singole, che pertanto non fanno notizia o non si ritengono rappresentative, eppure ci sono, esistono, sono parte della realtà. E non è un caso che molte di queste storie positive vengano dalle fasce più giovani della popolazione. Siamo abituati a guardare alla dimensione demografica della regione come una minaccia perché tutte le statistiche ci parlano di un aumento della popolazione che si tradurrà in un aumento del numero di migranti, e non vediamo invece la dimensione dell’opportunità rappresentata dalle giovani menti brillanti che grazie a queste occasioni di incontro con l’altro possono diventare ambasciatori di un domani diverso per i propri paesi. In questo senso, è da salutare con favore la firma della Dichiarazione congiunta tra Italia, Libia, Algeria, Egitto, Tunisia e Libano per la creazione di un Erasmus del Mediterraneo, avvenuta a margine della conferenza.</p>
<p>Ma più di ogni altra cosa a determinare il tono positivo è la dimensione del dialogo: per quanto duri e intransigenti alcune prese di posizione possano sembrare (e in effetti siano), il nostro paese può essere la sede in cui queste dichiarazioni si possono fare, in cui convergono rappresentanti di paesi che normalmente non dialogano tra loro. È questa la vocazione dell’Italia come centro del Mediterraneo e come potenza responsabile e mediatrice, sulla cui presenza – nonostante l’instabilità politica interna – si può sempre contare.</p>
<p>È importante dunque che l’Italia acquisti consapevolezza del proprio ruolo centrale nel Mediterraneo, e non solo perché questo piccolo mare è il ponte verso l’Africa, continente di fondamentale importanza per il nostro futuro, ma anche e soprattutto perché è casa nostra, è quello che siamo: nelle parole dell’artista Domenico Paladino, “Sono convinto che mai come oggi, pur vivendo in contesti sempre più dilatati, nei quali i contatti sono velocissimi, per resistere non dobbiamo mai abbandonare le nostre radici. Per diventare internazionali, dobbiamo appartenere a un Paese. Quel Paese, per me, è il Mediterraneo, che è sterminato patrimonio di culture e di visioni”.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Co-Sviluppo Strategico: una nuova politica estera italiana verso l’Africa</title>
		<link>https://www.mondodem.it/776/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Nov 2017 17:07:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Policy brief]]></category>
		<category><![CDATA[Africa]]></category>
		<category><![CDATA[Cooperazione]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Mediterraneo]]></category>
		<category><![CDATA[Sviluppo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Marco Massoni Contesto strategico: Mediterraneo e Africa Sub-Sahariana Le sfide lanciate da nuovi e vecchi player globali&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #000000;"><em>Di Marco Massoni</em></span></p>
<h3 id="contesto-strategico-mediterraneo-e-africa-sub-sahariana"><span style="color: #000000;"><strong>Contesto strategico: Mediterraneo e Africa Sub-Sahariana</strong></span></h3>
<p><span style="color: #000000;"><strong>Le sfide lanciate da nuovi e vecchi <em>player </em>globali in Africa si possono raccogliere sempre più attraverso partenariati innovativi,</strong> al passo con la rapidità con cui l’Africa sta diventando il teatro della competizione mondiale attraverso un ruolo politico, economico e finanziario inaspettatamente attraente per chi ne sappia cogliere le opportunità. Per ragioni economiche e di sicurezza, le frontiere meridionali dell’Europa si stanno spostando sempre più a sud, cioè in direzione dell’Africa Sub- Sahariana, il Continente del futuro, poiché in prospettiva qui si concentreranno i maggiori investimenti globali per il prossimo secolo. Il Mediterraneo è diventato espressione, senza soluzione di continuità alcuna, dell’estensione lineare che lega l’Europa all&#8217;Africa. Di conseguenza, se ci sono riservati comuni destini, occorre delineare un nuovo concetto strategico verso l’Africa, anticipandone le tendenze.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"><strong>Il fondamentalismo e il terrorismo stanno concentrando la propria capacità di proiezione tattica</strong> nei territori più difficilmente gestibili del pianeta: il Sahara e il Sahel, dove assistiamo allo spostamento dei baricentri del confronto dal Medio Oriente all’Africa lungo una direttrice sud-nord, che è particolarmente preoccupante per l’Italia e per l’Europa. Se la conflittualità medio-orientale si sta spostando da est verso ovest, dall’Asia all’Africa, il Sahara e il Sahel si sono trasformati nel principale epicentro delle criticità africane, determinando un risveglio di tutte quelle crisi prima solo latenti, con il concorso del radicamento del terrorismo islamista e lo sviluppo dei traffici illeciti praticati da una pletora di attori non-statali nello scacchiere, nel quale anche a causa della crescente attrazione di flussi finanziari, la polarizzazione non potrà che essere crescente.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"><strong>Europa e Africa hanno bisogno di un’alleanza globale e di un autentico partenariato strategico.</strong> La prossimità geografica, la storia, le interdipendenze economiche, sociali e umane, gli intensi legami culturali dovrebbero spingerci verso un futuro e un destino comuni, basati sull’impegno condiviso di una rinnovata cooperazione multilaterale, che a sua volta dovrebbe fondarsi su un’analoga volontà di cooperazione a carattere regionale mediante una maggiore cooperazione interafricana. La determinazione di lottare contro una minaccia comune può essere colta come un’opportunità per spingere i Paesi della regione sahelo-sahariana a superare le impasse determinate da annosi contenziosi o contrasti politici, trovando su questo specifico argomento un punto di partenza per un nuovo equilibrio regionale, come ad esempio reso evidente dal <em>G5 del Sahel </em>(Burkina Faso, Ciad, Mali, Mauritania e Mali), sul quale l’Unione Europea ha scommesso molto.</span></p>
<h3 id="la-nuova-politica-estera-italiana-verso-lafrica"><span style="color: #000000;">La nuova politica estera italiana verso l’Africa</span></h3>
<p><span style="color: #000000;"><strong>La nuova politica estera italiana verso l’Africa si basa su una serie d’iniziative,</strong> quali la nuova legge sulla Cooperazione allo Sviluppo (Legge n°125 del 2014), con la creazione dell’<em>Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS)</em>, e l’intensificarsi delle visite ufficiali ai massimi livelli istituzionali: infatti non solo l’ex Presidente del Consiglio, <em>Matteo Renzi</em>, impegnato in tre missioni ufficiali nel Continente – <em>Angola, Repubblica del Congo (Brazzaville) </em>e <em>Mozambico </em>(luglio 2014); <em>Etiopia </em>e <em>Kenya </em>(luglio 2015); <em>Nigeria, Ghana </em>e <em>Senegal </em>(febbraio 2016) – ma anche il Presidente della Repubblica, <em>Sergio Mattarella</em>, ha avuto modo di recarsi in Africa, precisamente in <em>Etiopia </em>e in <em>Camerun</em>, a marzo 2016. Effettivamente, per una “diplomazia della crescita” in Africa, il Governo italiano da quattro anni a questa parte ha selezionato otto Stati prioritari <em>(Angola, Etiopia, Ghana, Kenya, Mozambico, Nigeria, Senegal, Sudafrica), </em>così da avere accesso alla competizione globale, che vede sempre nuovi attori globali subentrare assai dinamicamente nel cosiddetto <em>New Scramble for Africa</em>. Impegnandovi innovative risorse e linee d’indirizzo politico, il Governo italiano e rilevanti società partecipate nazionali stanno pertanto spostando il baricentro dall&#8217;Africa Settentrionale all&#8217;Africa Sub-Sahariana (in <em>Africa Occidentale </em>in Ghana e in Nigeria e in <em>Africa Orientale </em>in Etiopia e in Kenya), e a sud dell’equatore (in <em>Africa Australe </em>in Angola e Mozambico), trasferendovi i propri maggiori investimenti strategici nonché le conseguenti relative aspettative di sviluppo. L’<em>Africa lusofona</em>, ultimo baluardo contro il fondamentalismo islamico in espansione nel continente, è allo stesso tempo la regione con le più interessanti prospettive di crescita per la politica estera e per gli investitori italiani, anche in ragione dell’asse geopolitico est-ovest che rappresentano rispettivamente il <em>Mozambico</em>, aprendosi all’Asia attraverso l’<em>Oceano Indiano</em>, e l’<em>Angola </em>invece in direzione del <em>Brasile</em>, rendendo sempre più virtuose le sinergie in atto nell’<em>Atlantico Meridionale </em>e nel <em>Golfo di Guinea </em>con <em>Capo Verde </em>quale riferimento per l’<em>Atlantico Medio</em>.</span></p>
<h3 id="oltre-le-esportazioni-investimenti-strategici-di-lungo-periodo"><span style="color: #000000;">Oltre le esportazioni: investimenti strategici di lungo periodo</span></h3>
<p><span style="color: #000000;"><strong>Per troppo tempo, l’Africa è stata trascurata, mentre è quanto mai opportuno e lungimirante che intorno all’Africa</strong> sia concepito e articolato un investimento strategico, culturale, educativo e valoriale da parte dell’Italia, proprio perché il nostro Paese è un ponte geografico e politico con il Continente africano, e deve diventare di conseguenza una priorità prima italiana, dunque europea. L’Africa è il Continente più prossimo all’Italia, simboleggiando la nostra principale profondità strategica ovvero il nostro grande Sud. Contrariamente a quanto si pensi, si tratta di una grande opportunità: entro la fine di questo secolo, quasi il quaranta percento della popolazione mondiale sarà africano; il primo studio legale italiano ha aperto lo scorso anno proprie sedi al Cairo e ad Addis Abeba; otto su dieci delle Nazioni più performanti al mondo sono africane e a trainarne la crescita continentale sono quattro mega trend: la popolazione africana sarà costituita sempre più da giovani; la repentina urbanizzazione farà da volano ad epocali trasformazioni socio-culturali; la capillare diffusione delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione sta rivoluzionando gli usi e i costumi africani; la gestione del cambiamento climatico determinerà futuri assetti geopolitici ancora impensabili. A causa del proprio posizionamento geopolitico, l’Italia potrà ricoprire un ruolo di rilievo anche per il resto d’Europa, purché si doti di una strategia politica di ampio respiro, investendo <em>in </em>Africa e <em>sull’</em>Africa.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"><strong>Entro il 2020, i seguenti quattro ambiti saranno determinanti per le economie africane:</strong> <em>i beni di consumo, le risorse naturali, l’agricoltura </em>– il cinquanta per cento delle terre arabili non coltivate mondiali si trova in Africa – e le <em>infrastrutture</em>. Con lo slogan <em>“Energia, Cooperazione, Export”</em>, si richiede l’adozione di un approccio strategico da sistema-paese, che coniughi le iniziative di diplomazia commerciale, riduca le asimmetrie informative, al fine di elaborare e diffondere una rinnovata narrativa africana, la quale, scevra d’infondati pregiudizi, si dimostri in grado riportare l’Africa all&#8217;attenzione delle PMI italiane. A tale scopo, svolgeranno un ruolo imprescindibile le politiche di internazionalizzazione di filiera: in particolare la filiera enogastronomica, quella della logistica della distribuzione alimentare e quella della meccanica, tenuto conto che le esportazioni italiane sono veicolate specialmente dai settori delle “4A” e cioè: <em>Alimentari; Abbigliamento; Arredamento; Automazione</em>. I settori in cui il <em>Made in Italy </em>eccelle nel mondo sono appunto la moda e il lusso (tessile, arredamento, abbigliamento e accessori, calzature e pellame); i prodotti alimentari, le bevande e i prodotti trasformati; l’automazione, la meccanica e i mezzi di trasporto (macchinari e apparecchi meccanici); i prodotti in metallo e metallurgia; i prodotti chimici. Alle “4A” si aggiungano l’affinamento degli strumenti finanziari e assicurativi per l’internazionalizzazione d’impresa, le politiche di cooperazione migratoria, la tutela dei prodotti italiani nonché la tutela e la valorizzazione dei beni culturali africani, in modo da incentivare il turismo di qualità.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"><strong>In particolare, la <em>Cassa Depositi e Prestiti (CDP) </em>sarà la nuova istituzione finanziaria italiana per la cooperazione allo sviluppo</strong> <em>(Development Finance Institution – DFI)</em>, che fungerà da <em>Ex-Im Bank</em>, ovvero da banca di sviluppo per il finanziamento di progetti all’estero di aziende italiane, in modo tale da facilitarne non soltanto le esportazioni, ma anche gli investimenti diretti esteri (IDE), vero punto dolente dell’espansione economica italiana in Africa, così da orientarne meglio la diplomazia economica e la politica industriale.</span></p>
<h3 id="leadership-interesse-nazionale-e-visione-di-co-sviluppo-strategico-linee-guida"><span style="color: #000000;"><strong>Leadership, Interesse Nazionale e Visione di Co-Sviluppo Strategico: linee guida </strong></span></h3>
<p><span style="color: #000000;"><strong>Alla luce di tutto ciò, con la finalità di realizzare una <em>Trasversale Identificazione dell’Interesse Nazionale italiano </em></strong>– con la relativa mappatura delle criticità e delle ridondanze della politica estera italiana – per una rinnovata politica nazionale verso l’Africa sarebbe opportuno:</span></p>
<ul>
<li><span style="color: #000000;">istituire alcune <em>commissioni paritetiche bilaterali </em>tra Roma e un selezionato gruppo di capitali africane ritenute prioritarie, così da dare luogo a una serie di partnership strategiche, evidenziando dunque la centralità politica che le potenze emergenti del Continente africano rappresentano per l’interesse nazionale italiano, capofila di quello dell’Unione Europea nel suo insieme;</span></li>
<li><span style="color: #000000;">recuperare la leadership italiana nel Corno d’Africa Allargato, approfittando del know-how unico di cui l’Italia dispone rispetto ad altri attori internazionali interessati nello scacchiere, proponendosi come leader per la mediazione della crisi latente fra Eritrea ed Etiopia. Passando dal mero <em>capacity building </em>a un serio <em>nation building</em>, quanto l’Italia saprà fare in Africa Orientale le servirà in termini di lezioni-apprese da utilizzare in futuri contesti africani reputati d’interesse, come quello del Sahel;</span></li>
<li><span style="color: #000000;">valorizzare la Diaspora africana in Italia, in particolare le Seconde Generazioni (G2) e attrarre talenti stranieri (Immigrazione Qualificata), per mezzo di borse di studio, inquadrate in un Programma di Scambio Italiano ed Africano. In questo modo, lavorando sulla formazione di lungo periodo, il soft-power italiano verrebbe diffuso a costi ragionevoli con un effetto di altissimo valore aggiunto e di larghissimo spettro temporale oltre che di notevole profondità interculturale;</span></li>
<li><span style="color: #000000;">ottimizzare la presenza di personale italiano presso le Organizzazioni Internazionali e Intergovernative, le ONG e le PMI in Africa, così da attivare antenne di Soft-Intelligence nel canale multilaterale pubblico e in quello privato;</span></li>
<li><span style="color: #000000;">promuovere tanto <em>Alleanze Trasversali con Paesi extra-UE (ATPeUE)</em>, già latori di proprie visioni strategiche verso l’Africa tutta, come nel caso della Cina ad esempio, quanto <em>Alleanze Tattiche con Paesi intra-UE (ATPiUE) </em>con minore tradizione e conoscenza dell’Africa, ma intenzionati a ritagliarsi un ruolo significativo nell’area;</span></li>
<li><span style="color: #000000;">accentrare a livello nazionale (presso o la Presidenza del Consiglio o la Presidenza della Repubblica o il Parlamento o il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale) una <em>cellula/centro di collegamento africano </em>per assicurare, quale raccordo integrato, la continuità dell’azione esterna per mezzo di una serie di competenze, allo scopo fra l’altro di attrarre Investimenti Diretti Esteri (IDE), provenienti da <em>Economie Emergenti/Emerse di fiducia (Alike Economies)</em>, non solo dell’Africa Sub-Sahariana; di individuare una serie di <em>Regioni/Distretti e/o Stati (Alike Partners)</em>, con cui sviluppare una <em>Visione di Co- Sviluppo Strategico (VCSS) </em>nell&#8217;ambito di una politica di ampio respiro, volta all’internazionalizzazione e alla delocalizzazione delle PMI italiane, in maniera tale da agganciare la ripresa economica italiana all&#8217;imponente crescita africana.</span></li>
</ul>
<p><span style="color: #000000;"><strong>L’Italia non può permettersi di perdere il treno delle economie africane.</strong> Il salto di qualità che ancora manca riguarda il transito dal mero import-export al trasferimento di risorse ossia d’investimenti italiani nel lungo termine per piccole e medie imprese in Africa. Solo tale passaggio assicurerà all&#8217;Italia quel tanto auspicato quanto necessario radicamento nell&#8217;ultima frontiera economica mondiale: l’Africa.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Il presente paper rappresenta il contributo dell&#8217;autore per la conferenza &#8220;La politica estera ed europea dell&#8217;Italia: le proposte del PD&#8221;. Esso non impegna in alcun modo il Partito e il suo programma. </em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/776/">Co-Sviluppo Strategico: una nuova politica estera italiana verso l’Africa</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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