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	<title>Gregorio Staglianò, Autore presso MondoDem</title>
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	<description>Laboratorio di Politica Internazionale</description>
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	<title>Gregorio Staglianò, Autore presso MondoDem</title>
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		<title>Colmare il divario tecnologico senza che nessuno resti indietro &#8211; Appunti sul Rapporto Draghi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gregorio Staglianò]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 May 2025 07:35:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[draghi]]></category>
		<category><![CDATA[rapporto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Questo articolo fa parte di una serie di approfondimenti tematici promossi da MondoDem sul &#8220;Rapporto Draghi&#8221; sul futuro della competitività europea.&#8230;</p>
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<p><em>Questo articolo fa parte di una serie di approfondimenti tematici promossi da MondoDem sul <strong>&#8220;Rapporto Draghi&#8221; sul futuro della competitività europea</strong>. Crediamo che, per affrontare davvero le sfide delineate nel Rapporto, sia necessario declinare le sue proposte in chiave progressista, tenendo insieme innovazione, giustizia sociale e sostenibilità. Per questo abbiamo scelto di analizzare alcuni dei nodi principali emersi dal lavoro di Draghi, offrendo spunti e proposte utili al dibattito pubblico e all’elaborazione politica di chi vuole costruire un’Europa più equa, innovativa e democratica.</em></p>



<p>Negli ultimi decenni, l&#8217;Europa ha mantenuto un ruolo di primo piano in settori industriali consolidati come l&#8217;automotive e il manifatturiero, sostenuta dall&#8217;aumento della produttività e della crescita demografica. Tuttavia, di fronte a un preoccupante inverno demografico e alla stagnazione dell&#8217;innovazione industriale, la sua corsa verso la produttività sta rallentando, in particolare rispetto agli Stati Uniti e alla Cina. Guardando più a fondo, come evidenzia il Rapporto, il vero motore di questo crescente divario nella produttività tra l’UE e altre economie avanzate è stato il settore tecnologico, ambito in cui l’Europa rischia di perdere slancio in modo definitivo.</p>



<p>Fin dai primi sviluppi di Internet, l&#8217;Europa ha faticato a cogliere le potenzialità economiche della rivoluzione digitale, limitandosi spesso ad adattarsi anziché guidare. Mentre negli Stati Uniti nascevano giganti tecnologici e l’economia digitale prendeva piede, l’Europa sembrava incapace di riconoscere la portata storica di questa trasformazione. Ora, con l’alba di nuove tecnologie come l’intelligenza artificiale (IA), l’Internet of Things (IoT), la blockchain e l&#8217;informatica quantistica, l&#8217;UE rischia di ripetere lo stesso errore. Un segnale allarmante è il fatto, per esempio, che nessuna delle dieci aziende che investono maggiormente nel settore quantistico ha sede in Europa.</p>



<p>Stati Uniti e Cina oggi dominano e si contendono la supremazia nel settore tecnologico, cruciale per il futuro dell’economia globale, mentre l’Europa continua a perdere competitività. Per alcuni segmenti digitali, come sottolinea il Rapporto, l&#8217;opportunità di leadership sembra ormai sfumata; tuttavia, esistono ancora spazi in cui l&#8217;UE può capitalizzare su nuove ondate di innovazione, come quella dell’IA. Le implicazioni di questo approccio attendista non sono solo economiche, ma profondamente politiche: investire meno nel settore tecnologico implica una ridotta capacità di influenzare i rapporti di forza internazionali e, in ultima analisi, un ridimensionamento del ruolo dell&#8217;Europa come attore globale.</p>



<p>Il Rapporto Draghi lancia un messaggio forte e chiaro: l&#8217;Europa rischia di perdere il treno della Storia se non riconsidera a fondo le sue priorità strategiche, trovando la determinazione e il coraggio necessari per immaginare una strategia industriale che colmi il divario tecnologico con gli altri attori globali. Le forze di centro-sinistra, come il Partito Democratico, che hanno accolto con interesse le proposte dell&#8217;ex Presidente del Consiglio italiano, devono cogliere l&#8217;urgenza espressa nel Rapporto e tradurne i contenuti in proposte progressiste. Non è possibile immaginare una crescita industriale duratura senza valutarne l&#8217;impatto sociale, l&#8217;equità e la sostenibilità. L’Europa ha il dovere di puntare a un modello economico in cui innovazione tecnologica e benessere sociale non siano in conflitto, ma agiscano in sinergia per un progresso condiviso.</p>



<p><strong>Una transizione giusta verso l&#8217;innovazione tecnologica</strong></p>



<p>L’innovazione non dovrebbe lasciare indietro nessuno: per questo, accanto a investimenti in settori chiave come l&#8217;IA, i semiconduttori o il cloud computing, l&#8217;UE deve assicurarsi che i vantaggi di queste tecnologie siano diffusi a tutta la popolazione. Un “Fondo per l&#8217;Innovazione Inclusiva” potrebbe, ad esempio, sostenere le regioni e i settori più impattati dalla trasformazione digitale, aiutando le piccole imprese e i lavoratori a rimanere competitivi. Questo fondo dovrebbe finanziare la riqualificazione professionale dei lavoratori e l’accompagnamento delle imprese verso il digitale, specialmente nelle aree meno sviluppate.</p>



<p><strong>Una transizione omogena verso l’innovazione tecnologica</strong></p>



<p>Per promuovere la crescita delle imprese innovative, l&#8217;Europa deve provare a ridurre da un lato l’over-regulation al suo interno, e le frammentazioni normative tra i suoi Paesi membri, creando un mercato unico più omogeneo che consenta alle startup di crescere e competere senza ostacoli burocratici. È fondamentale però che questo avvenga in modo da proteggere i diritti dei lavoratori, garantendo condizioni lavorative adeguate.</p>



<p><strong>Una transizione verde verso l’innovazione tecnologica</strong></p>



<p>La produzione e la gestione di nuove tecnologie digitali – come i data center, le reti di telecomunicazioni e i semiconduttori – devono rispettare principi di sostenibilità ambientale. Per questo, l’Europa dovrebbe incentivare le imprese a sviluppare e adottare tecnologie a basse emissioni di carbonio, imponendo limiti chiari al consumo energetico nei settori tech e promuovendo un’economia circolare per ridurre al minimo i rifiuti tecnologici. Ciò garantirebbe che l’industria del futuro possa essere verde e sostenibile.</p>



<p><strong>Una transizione inclusiva verso l’innovazione tecnologica</strong></p>



<p>La transizione tecnologica e digitale può avere successo solo se accompagnata da investimenti in istruzione e formazione continua. Affinché nessuno resti indietro, l’UE dovrebbe trovare metodi e strumenti per formare tutti i cittadini europei, aiutandoli a sviluppare le competenze necessarie per partecipare all’economia del futuro. Ogni Stato membro dovrebbe includere nel proprio sistema educativo l’insegnamento delle digital skills di base, garantendo accesso gratuito e universale a corsi di aggiornamento professionale per coloro che lavorano in settori tradizionali.</p>



<p><strong>Una transizione sociale verso l’innovazione tecnologica</strong></p>



<p>L’espansione del settore tecnologico porterà con sé l&#8217;aumento di forme di lavoro atipico e digitale, spesso più precarie e meno tutelate. È fondamentale che l&#8217;Europa sviluppi un &#8220;welfare digitale&#8221; che protegga i lavoratori delle piattaforme digitali e di altre nuove forme di impiego. Ad esempio, la creazione di un sistema di assicurazione sociale europeo per i lavoratori digitali permetterebbe di garantire loro sicurezza economica e protezione in caso di disoccupazione, malattia o maternità, indipendentemente dal Paese in cui lavorano.</p>



<p>Insomma, l’Europa ha davanti a sé l’opportunità di creare un modello di sviluppo economico e industriale autonomo e inclusivo, che integri le esigenze della crescita tecnologica con la giustizia sociale e ambientale. Solo con un approccio integrato e attento alle persone sarà possibile costruire un futuro in cui l’Europa non sia semplicemente player di primo livello, ma un modello di progresso civile e sociale a livello globale.</p>
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		<title>Il de-risking verso la Cina può funzionare, ma l’Europa ci crede ancora?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gregorio Staglianò]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 May 2024 17:53:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Asia-Pacifico]]></category>
		<category><![CDATA[Cina]]></category>
		<category><![CDATA[de-risking]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Xi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Si è concluso lo scorso 10 maggio il viaggio istituzionale del Presidente cinese Xi Jinping in Europa, dopo&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Si è concluso lo scorso 10 maggio il viaggio istituzionale del Presidente cinese Xi Jinping in Europa, dopo aver fatto tappa in Francia, in Serbia e in Ungheria. L’ultima volta di Xi in Europa era stata nel 2019, quando la pandemia da Covid-19 non era ancora scoppiata, l’Ucraina non era stata invasa dalla Russia, il Medio Oriente non era in fiamme e i rapporti economici globali avevano un altro aspetto perché era sostanzialmente un altro mondo.</p>



<p>A Parigi il Presidente cinese ha incontrato il suo omologo Emmanuel Macron e la Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. I due leader europei hanno chiesto al gigante asiatico di trovare una soluzione comune per riequilibrare il disavanzo commerciale di Bruxelles &#8211; che nel 2022 ha raggiunto il record di 400 miliardi di euro &#8211; sollevando la questione della sovraccapacità cinese, dei sussidi statali &nbsp;ad auto elettriche, fotovoltaico e acciaio che starebbero “drogando” l’export verso l’UE, e la difficoltà per le imprese europee di accedere al mercato cinese. Mentre Macron ha riaffermato la necessità di mantenere vivo e solido il dialogo tra UE e Cina, von der Leyen ha usato &nbsp;toni più fermi, ricordando <a href="https://stream24.ilsole24ore.com/video/mondo/bruxelles-annuncia-indagine-anti-sussidi-auto-elettriche-cinesi/AF21dMq?refresh_ce=1">l’indagine avviata da Bruxelles</a> sui sussidi di Pechino sui veicoli elettrici per cui la Commissione potrebbe imporre dazi provvisori. La Presidente della Commissione UE ha rivendicato <a href="https://www.eunews.it/2023/03/30/ue-cina-rapporti-discorso-von-der-leyen/">l’approccio di de-risking delineato all’inizio del 2023</a>, sebbene sganciarsi dalla Cina non sia fattibile e non sia nell’interesse dell’Europa. Il Presidente cinese ha affermato che la &nbsp;sovraccapacità cinese non esiste, chiedendo di depoliticizzare la cooperazione commerciale, senza perseguire la strategia di “riduzione del rischio”, che lui stesso ha definito di “creazione del rischio”. Numeri alla mano però il <em>de-risking</em> sembra per il momento un approccio funzionante: lo squilibrio commerciale si è ridotto del 27% nel 2023, <a href="https://www.eunews.it/2024/03/04/ue-deficit-commerciale-cina-automobili/">scendendo a quota 291 miliardi, rispetto ai 400 toccati nel 2022.</a> Ma c’è un dato in controtendenza che dovrebbe mettere in allarme i paesi UE: quello sull’import delle auto elettriche, in aumento del 36,7% nel 2023.</p>



<p>La mancanza di una strategia europea commerciale – e politica – comune verso la Cina appare evidente se si guarda alle altre due tappe del viaggio di Xi Jinping in Europa e all’entità degli accordi firmati.</p>



<p>Sono ben 29 gli accordi bilaterali commerciali siglati da Xi Jinping e dal suo omologo serbo Alksandar Vučić, dal libero scambio di merci alle borse di studio, dal sostegno economico per l’Expo di Belgrado all’introduzione di voli diretti tra Belgrado e Shangai. Pechino sta offrendo a Belgrado una terza sponda per la sua politica estera, in alternativa a quella europea e russa, accrescendo così la sua presenza in uno dei Paesi europei chiave per la <em>Belt and Road Initiative</em>, &#8211; nodo della ferrovia Belgrado-Budapest, costruita con investimenti cinesi &#8211; mentre Belgrado ottiene finanziamenti per autostrade, ponti e infrastrutture senza dover dare conto a Bruxelles di parametri di sostenibilità..</p>



<p>Anche in Ungheria, terza e ultima tappa del viaggio della delegazione cinese, Xi Jinping ha siglato, insieme al premier Viktor Orban, una partnership globale costruita attorno a 16 accordi che riguardano il settore ferroviario, stradale, nucleare e automobilistico. Budapest aveva anche annunciato a dicembre scorso che la cinese BYD, uno dei maggiori produttori di veicoli elettrici al mondo, avrebbe presto aperto il suo primo stabilimento di produzione proprio in Ungheria, caso unico nel continente. L’Ungheria ospita già diversi impianti cinesi per la produzione di batterie elettriche, nella speranza di diventare hub globale nel settore, e con l’intenzione di allacciare le ferrovie ungheresi al porto greco del Pireo, controllato dalla Cina, al fine di spalancare le porte dell’Europa ai prodotti cinesi.</p>



<p>Su questa scia si pone per certi versi anche il governo di Giorgia Meloni. <a href="https://www.bloomberg.com/news/articles/2024-02-26/italy-reached-out-to-china-s-byd-in-search-of-another-carmaker">Bloomberg</a> riporta di contatti avvenuti tra alcuni ministri italiani e BYD per concludere un accordo per l’apertura di uno stabilimento in Italia, nell’ottica di influenzare la decisione del gruppo Stellantis di delocalizzare all’estero. Anche se per il momento BYD ha mostrato cautela, sottolineando la volontà aziendale di rafforzare la propria rete logistica in Ungheria, l’approccio del governo italiano appare incompatibile con quello di Bruxelles.</p>



<p>Se poi anche Paesi come la Germania, la cui industria continua a scommettere su Pechino nonostante la concorrenza sfrenata, si pongono in aperta contraddizione con le politiche comunitarie, il <em>de-risking</em> è destinato a scontrarsi contro l’attrattiva e lo strapotere del potenziale economico cinese da una parte, e la mancanza di una politica estera comune europea dall’altra. Pechino sta chiaramente lanciando un messaggio a Bruxelles – e a Washington: se l’Europa ostacolerà le mire economiche cinesi, saranno i Paesi meno allineati a garantire la necessaria testa di ponte. Ecco perché è assolutamente necessario uno sforzo coordinato che impedisca agli egoismi nazionali di minare ulteriormente la proiezione esterna dell’UE, e la sua capacità di proteggere i propri interessi nell’arena internazionale.</p>
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		<title>Perché le “Due sessioni” del Partito Comunista Cinese contano per l’Europa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gregorio Staglianò]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 19 Mar 2024 10:14:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Asia-Pacifico]]></category>
		<category><![CDATA[Cina]]></category>
		<category><![CDATA[Due sessioni]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel contesto di una profonda crisi del mercato immobiliare, di una crescita economica indebolita e di crescenti tensioni&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Nel contesto di una profonda crisi del mercato immobiliare, di una crescita economica indebolita e di crescenti tensioni internazionali, si sono svolte a Pechino le tradizionali “Due sessioni” (liǎnghuì), evento annuale apicale nell&#8217;ambito dell&#8217;attività parlamentare cinese. Costituite da due incontri plenari &#8211; il primo con l&#8217;Assemblea Nazionale del Popolo, l&#8217;equivalente cinese del parlamento, e il secondo con la Conferenza Politica Consultiva del Popolo Cinese, rappresentativa delle organizzazioni sociali e politiche &#8211; le Due Sessioni si sono concluse senza la consueta conferenza stampa del premier cinese Li Qiang e senza il discorso del Presidente Xi Jinping.</p>
<p>Tra le parole chiave emerse durante le liǎnghuì &#8211; sicurezza, modernizzazione, autosufficienza tecnologica e &#8220;nuove forze produttive di qualità&#8221; &#8211; si cela il futuro approccio strategico cinese verso il proprio modello di crescita e i rapporti con la comunità internazionale. La teoria delle &#8220;nuove forze produttive&#8221; fa riferimento ai settori capaci di garantire innovazione e modernizzazione di alta qualità, puntando ad una trasformazione dalla Cina da &#8220;fabbrica del mondo&#8221; a una &#8220;società di consumo ad alto valore&#8221;. Non si tratta di un restyling formale, ma di una rivoluzione sostanziale volta a ridefinire il modello di sviluppo cinese, riducendo al minimo rischi ed esposizioni alle turbolenze globali, come le sanzioni.</p>
<p>Nel recente numero di Qiushi, la rivista teorica del Partito Comunista Cinese, Xi Jinping ha sottolineato la necessità di questo processo di trasformazione economica, sostenendo che “un tasso di crescita economica più elevato non necessariamente garantisce una situazione positiva, né una diminuzione del tasso di crescita implica automaticamente una situazione negativa.” Questa prospettiva potrebbe spiegare la mancanza di un grande piano di stimolo economico, come confermato dal premier Li Qiang, il qualeha tuttavia dichiarato che l&#8217;economia dovrebbe crescere &#8220;intorno al 5%&#8221; nel corso del 2024. Pechino vorrebbe ottenere questa transizione attraverso un aumento dei consumi, limitando gli interventi dalla spesa pubblica. E in questo nuovo modello di crescita, un ruolo di primo piano è riservato allo sviluppo tecnologico &#8211; il settore più esposto e colpito dalle sanzioni . Microchip, semiconduttori e intelligenza artificiale quantistica saranno i settori chiave su cui la Cina intende aumentare gli investimenti in ricerca e sviluppo, fino al 10%.</p>
<p>La Cina sembra dunque orientata a focalizzare i propri sforzi internamente, con l’obiettivo di assottigliare progressivamente la dipendenza tecnologica dagli Stati Uniti e dall’Europa. Ciò non deve essere letto come una corsa verso la costruzione di sistema chiuso e autarchico, ma piuttosto come la creazione di una sorta di paracadute strategico nel caso di esclusione dalle catene di approvvigionamento globali. Oltretutto, tra i comparti che Pechino intende maggiormente modernizzare figura quello militare. Infatti, in previsione del centenario dell&#8217;Esercito Popolare di Liberazione nel 2027, è stato destinato un budget del 7.2% per il 2024, in linea con l&#8217;anno precedente. Ma non è tutto. Le Due Sessioni di quest’anno registrano un&#8217;ulteriore attenuazione dei confini tra il Partito e lo Stato, con l&#8217;approvazione di una legge volta a riformare il Consiglio di Stato: il potere esecutivo sarà chiamato a seguire l&#8217;ideologia e la leadership del Partito, segnando un&#8217;ulteriore fase di sovrapposizione &#8211; e di progressiva sostituzione &#8211; tra il Partito e lo Stato. Questa mossa sembra spiegare l&#8217;assenza del premier, poiché rifletterebbe la volontà della leadership cinese di offuscare qualsiasi entità che non sia direttamente il partito.</p>
<p>Il discorso del Ministro degli affari esteri cinesi Wang Yi, a margine delle Due Sessioni, ha ricordato alcuni successi nel rapporto Cina-Europa, evidenziando progetti come la Belt and Road Initiative, e le partnership infrastrutturali, come il Porto del Pireo in Grecia, il Ponte di Pelješac in Croazia e la ferrovia Ungheria-Serbia. Wang Yi ha affermato chiaramente che non esiste una competizione geopolitica o un conflitto di interessi tra Cina ed Europa, ma piuttosto  interessi reciproci, &#8211; come rimarcato dal “tour” europeo del Ministro di questi ultimi mesi &#8211; sottolineando che entrambe le parti dovrebbero assumere una posizione cooperativa basata sul rispetto della reciproca autonomia. Le parole del Ministro Wang Yi si inseriscono nel tentativo della diplomazia cinese di stabilizzare le relazioni con l&#8217;UE e impedire un ulteriore allineamento di Bruxelles con Washington.</p>
<p>L’UE si trova di fronte a una Cina sempre più determinata a raggiungere l’autosufficienza e convinta nel perseguire i propri interessi strategici, potenzialmente minando l’interdipendenza economica e stravolgendo la bilancia commerciale a favore di Pechino. Concentrare gli sforzi nel settore tecnologico potrebbe aprire ad una nuova fase nelle relazioni economiche e industriali con gli Stati Uniti e l’Europa, specie in materia di high-tech e di transizione energetica. Inoltre, una Cina militarmente rafforzata dagli sviluppi tecnologici &#8211; considerando anche il primato di Pechino nell’utilizzo di tecnologie dual-use &#8211; potrebbe influenzare gli equilibri di potere globali, con possibili ripercussioni sulla sicurezza e sulla stabilità internazionale, con un evidente impatto sulle politiche di difesa e sicurezza dell’Europa. La crescente sovrapposizione tra Partito e Stato potrebbe, inoltre, sollevare non pochi timori riguardo alla trasparenza, ai diritti umani e alla governabilità del Paese, con implicazioni anche per le relazioni con l&#8217;Europa in termini di dialogo politico e cooperazione economica.</p>
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		<title>Taiwan: la posta in gioco alle elezioni, dal rapporto con Pechino al futuro dei microchip</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gregorio Staglianò]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Jan 2024 17:33:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Asia-Pacifico]]></category>
		<category><![CDATA[chip]]></category>
		<category><![CDATA[Cina]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni]]></category>
		<category><![CDATA[Taiwan]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il 13 gennaio 2024 Taiwan andrà al voto per scegliere il successore di Tsai Ing-wen alla guida del&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Il 13 gennaio 2024 Taiwan andrà al voto per scegliere il successore di Tsai Ing-wen alla guida del Paese fino al 2028. L&#8217;esito della consultazione elettorale delineerà il futuro dell’isola, soprattutto considerando le crescenti rivendicazioni della Cina, che percepisce Taiwan come parte integrante del suo territorio. Le elezioni influenzeranno notevolmente anche le relazioni con gli Stati Uniti, che ad oggi si trovano in un momento di forte sintonia. Questa convergenza è alimentata anche dalla politica estera dell&#8217;attuale presidenza taiwanese, che vede in Washington un solido alleato per frenare le mire espansionistiche cinesi. Ma è la relazione con la Cina che rappresenta la questione principale del confronto tra le forze in campo, e una dimensione particolare la riveste anche l’aspetto tecnologico.</p>



<p><strong>I contendenti alla presidenza</strong></p>



<p>A contendersi la presidenza sono i tre maggiori partiti. Il Koumintang (KMT), conservatore e favorevole ad una politica di vicinanza con Pechino sfiderà le urne con Hou Yu-ih, sindaco di Nuova Taipei. Hou ha più volte espresso la sua opposizione sia al modello “una Cina, due sistemi in stile Hong Kong, sia all’indipendenza formale di Taiwan, ribadendo la validità del Consensus del 1992 &#8211; un accordo tra le due sponde secondo cui esisterebbe una sola Cina, seppur con interpretazioni divergenti. Il Partito Popolare (PPT), di ispirazione centrista-populista, invece ha nominato l’ex sindaco di Taipei, Ko Wen-je come suo candidato. La posizione del PPT e di Ko rappresenta un&#8217;alternativa politica ai due principali partiti tradizionali, sebbene sulle relazioni con Pechino le loro posizioni sembrino più vicine ai conservatori del KMT che ai progressisti. Attualmente al potere e favorito nei sondaggi invece è il Partito Democratico Progressista (DPP), schierato su una posizione nettamente filo-occidentale e per questo fortemente inviso a Pechino. L’attuale vicepresidente Lai Ching-te è il candidato che proverà a sostituire la Presidente Tsai Ing-wen, collega di partito, ma impossibilitata a correre per un terzo mandato.</p>



<p>Taiwan non è però solo una “pedina” della contesa tra le due maggiori superpotenze: è anche una della realtà democratiche più vibranti dell’Asia, impegnata a mantenere un delicatissimo status-quo tra indipendenza informale dalla Cina, e peculiare proiezione internazionale grazie alle sue caratteristiche storiche, politiche, economiche e tecnologiche. Nell’isola infatti vengono prodotti e assemblati oltre la metà dei microchip essenziali al funzionamento di ogni dispositivo elettronico utilizzato quotidianamente, dagli smartphone ai computer, dalle apparecchiature sanitarie ai sistemi d’arma, dalle automobili agli elettrodomestici.</p>



<p><strong>Il ruolo di TSMC</strong></p>



<p>Le maggiori aziende produttrici di microchip taiwanesi guardano alle prossime elezioni con interesse, alla luce del ruolo che esercitano nella sfida tecnologica tra Stati Uniti e Cina. La Taiwan Semiconductor Manufacturing Company (TSMC), leader mondiale nel settore, è ad esempio al centro di una “corteggiamento” globale tra Stati Uniti, Giappone ed Europa, desiderosi di garantirsi impianti di produzione locali per ridurre la loro dipendenza tecnologica. La TSMC svolge un ruolo chiave nella fornitura per aziende come Nvidia, Apple e Broadcom e, insieme alla sudcoreana Samsung, è l’unica azienda in grado di produrre microchip a 3 nanometri, i più avanzati attualmente disponibili. La TSMC gestisce abilmente il dialogo con entrambe le superpotenze, sfruttando il suo know-how come leva diplomatica. Nonostante l’equidistanza tra Pechino e Washington, agli osservatori più attenti non sarà sfuggita l’apparizione di Morris Chang, fondatore della TSMC, al fianco del candidato del DPP, in più occasioni nel corso del 2023. Altre aziende, come la United Microelectronics Corporation (UMC), si sono schierate apertamente contro un&#8217;eventuale invasione cinese, mentre altre, come la Powerchip, mantengono una posizione più cauta, consci dell’importanza degli affari con la Cina continentale..</p>



<p><strong>Elezioni con conseguenze globali</strong></p>



<p>Sebbene la dimensione interna giochi un ruolo nel dibattito politico, è sul rapporto con la Cina che si sta giocando la campagna elettorale. Un’eventuale vittoria delle forze più vicine a Pechino, potrebbe accelerare i tempi di quella riunificazione che Xi Jinping considera ormai ineluttabile, oltre a rappresentare una potenziale involuzione democratica del sistema taiwanese. Ma quello che preoccupa è anche la possibilità che Pechino possa mettere le mani sull&#8217;industria dei microchip, una prospettiva problematica per l’Europa e gli Stati Uniti, che già dipendono fortemente dal mercato elettronico asiatico.</p>



<p>Lai Ching-te, il candidato del DPP, punta al r<a href="https://www.politico.eu/article/taiwan-presidential-hopeful-seeks-closer-ties-with-europe/">afforzamento del dialogo con Bruxelles</a>, sostenendo la comunanza di valori che Taiwan e l’Europa condividono: il rispetto dei principi democratici e dei diritti umani. E in effetti, in un momento in cui l’approccio europeo alla cooperazione con Pechino sia improntato al de-risking, Bruxelles e Taipei possono trovare lo spazio necessario a riformulare i loro rapporti bilaterali. L&#8217;allineamento della Cina con la Russia, dopo l’inizio della guerra in Ucraina, ha rafforzato la consapevolezza per Bruxelles che la sicurezza dell&#8217;area euro-atlantica e quella dell&#8217;Indo-Pacifico sono strettamente legate.</p>



<p>Una tornata elettorale che anche l’Italia, dopo aver abbandonato la Via della Seta nel dicembre 2023, guarda con maggiore attenzione. Il governo sembra intenzionato infatti a <a href="https://www.bloomberg.com/news/articles/2023-04-19/italy-eyes-taiwan-chip-deals-ahead-of-decision-on-china-pact">rafforzare la cooperazione tecnologica con Taipei</a> sulla produzione e l’esportazione di semiconduttori e a rafforzarne la <a href="https://formiche.net/2023/10/inaugurazione-ufficio-taiwan-milano/">rappresentanza diplomatica</a>, provando al contempo a rilanciare senza traumi le relazioni con Pechino, in un delicato equilibrismo non senza ambiguità.</p>



<p>Indipendentemente dal risultato elettorale, una cosa è certa: impegnarsi a tutelare il sistema democratico e solide relazioni con Taiwan, specie a livello europeo, allontanerebbe l’eventualità di una crisi o di un blocco dell’isola, che avrebbero ripercussioni economiche tali da stravolgere i già precari equilibri nella regione.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/673397/">Taiwan: la posta in gioco alle elezioni, dal rapporto con Pechino al futuro dei microchip</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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		<title>L’atteggiamento della Cina sulla guerra tra Israele e Hamas: attendismo o neutralità anti-occidentale?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gregorio Staglianò]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 Dec 2023 20:02:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Grande Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Cina]]></category>
		<category><![CDATA[israele]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[palestina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dallo scoppio del conflitto tra Israele e Hamas lo scorso 7 ottobre, le strategie diplomatiche di Washington e&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Dallo scoppio del conflitto tra Israele e Hamas lo scorso 7 ottobre, le strategie diplomatiche di Washington e Pechino si sono distinte in maniera netta. In un periodo storico segnato da un generale disimpegno internazionale, il Presidente Biden ha voluto comunque sottolineare il fermo sostegno della Casa Bianca al suo principale alleato in una regione turbolenta e ricca di avversari. Gli Stati Uniti hanno espresso un chiaro sostegno al governo di Netanyahu, sottolineando la necessità di un contrattacco militare per difendere la sicurezza nazionale di Israele, proteggere i suoi cittadini e garantire la liberazione degli ostaggi detenuti da Hamas, seppur invitando Tel Aviv a moderare la propria reazione militare. La Cina ha invece adottato una posizione più complessa e sfumata. Il Ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, ha criticato apertamente i massicci bombardamenti israeliani su Gaza, definendoli come azioni che &#8220;hanno superato i limiti dell&#8217;autodifesa&#8221;. Al contempo, Pechino ha evitato di condannare esplicitamente le atrocità commesse da Hamas contro i civili, astenendosi dall&#8217;etichettare gli eventi dell&#8217;7 ottobre come &#8220;attacchi terroristici&#8221;. La Cina, seppur seguendo una <a href="https://www.jstor.org/stable/2536531">lunga tradizione anti-imperialista e anti-occidentale di sostegno alla causa palestinese</a> sin dai tempi di Mao Tse Dong, ha oggi una posizione più temperata &#8211; di “neutralità anti-occidentale” &#8211; complicata dalle strette relazioni commerciali con Tel Aviv, soprattutto nel settore tecnologico. Eppure, la sua posizione rimane ambigua.</p>



<p>Per comprendere meglio l’atteggiamento di Pechino è essenziale ampliare la prospettiva e comprendere che la politica estera cinese non può essere interpretata come un riflesso di quella americana. In una regione dove la Cina storicamente non ha goduto della stessa influenza dei suoi contendenti occidentali, l&#8217;obiettivo è presentarsi come una potenza mediatrice. Sostenere incondizionatamente le posizioni radicali di uno o dell&#8217;altro attore coinvolto risulterebbe controproducente, contribuendo solo a ulteriori destabilizzazioni nella regione.</p>



<p>Pechino non mira a sostituire Washington nel contesto del Medio Oriente, soprattutto da un punto di vista militare. La stabilità in questa regione è di vitale importanza per la Cina, per la quale rappresenta un crocevia geografico fondamentale per i suoi interessi economici. La presenza della Palestina, che ha <a href="http://ps.china-office.gov.cn/eng/zxxx/202212/t20221207_10986675.htm">aderito alla Belt and Road Initiative nel 2022</a>, assume particolare rilevanza lungo questa via che in Medio Oriente ha i suoi snodi centrali tra Teheran e Istanbul. La Cina detiene il ruolo di principale partner commerciale di molte nazioni mediorientali e costituisce il maggior acquirente di petrolio proveniente da Arabia Saudita e Iran, con il <a href="https://thechinaproject.com/2023/10/30/china-in-limbo-over-importing-middle-east-oil-overland-through-pakistan/">60% del fabbisogno interno soddisfatto attraverso tali transazioni</a>. Un esempio tangibile di questa connessione economica è rappresentato dal superamento dei 430 miliardi di dollari nel commercio totale tra la Cina e il mondo arabo nell&#8217;anno precedente.</p>



<p>Dal punto di vista delle relazioni politiche, la posizione apparentemente “equilibrista” della Cina sembra orientata verso il consolidamento della sua leadership nel cosiddetto “<em>Global South</em>”, dove la maggioranza dei Paesi esprime solidarietà nei confronti della Palestina. Numerosi governi del &#8220;Sud globale&#8221; considerano la Cina come una potenza guida, e Pechino cerca di ottenere il sostegno dei paesi in via di sviluppo per rafforzare la propria leadership. Questo approccio potrebbe mettere in discussione la &#8220;posizione morale&#8221; degli Stati Uniti nel conflitto tra Israele e Palestina, avviando un processo di pacificazione nel quale Washington non occuperebbe più la sua posizione di arbitro indiscusso. In sostanza, l&#8217;obiettivo finale è erodere la posizione degli Stati Uniti, sfruttando la simpatia dell&#8217;opinione pubblica verso i palestinesi, pur chiudendo un occhio sulle <a href="https://www.nytimes.com/2023/10/28/world/asia/china-israel-hamas-antisemitism.html">crescenti manifestazioni di antisemitismo</a> nel dibattito politico e sui social media cinesi.</p>



<p>Pechino si propone di emergere dalla risoluzione del conflitto con la prospettiva di essere considerata una forza che contribuisce alla soluzione anziché istigatrice di ulteriori problematiche. Per il Presidente Xi, preservare la reputazione della Cina come leader dei Paesi in via di sviluppo, ergendosi a modello alternativo per quei popoli oppressi dai regimi occidentali, e fungendo da mediatore per risolvere le controversie, rappresenta una priorità di prim&#8217;ordine. Questa posizione sembra ben conciliarsi con l’immagine affidabile&nbsp; e rispettabile che la Cina vuole dare di sé, preferendo l’utilizzo di un tono narrativo cauto all’assertività dell’azione diplomatica (<em>wolf warrior diplomacy</em>) dimostrata in passato da alcuni funzionari in relazione a specifiche tematiche sensibili a Pechino &#8211; Taiwan, su tutte.</p>



<p>Nonostante Pechino si sia limitata prevalentemente ad una serie di dichiarazioni, non intraprendendo nessuna azione concreta, la guerra in corso presenta diversi vantaggi, in una prospettiva più ampia, soprattutto nel contesto della rivalità con Washington. La situazione distrae l&#8217;attenzione degli Stati Uniti dall&#8217;Indo-Pacifico, ostacola gli sforzi della Casa Bianca per promuovere la normalizzazione tra Arabia Saudita e Israele e amplifica le tensioni regionali verso l&#8217;Occidente. Pur non essendo probabile che la Cina assuma un ruolo centrale nell&#8217;attuale crisi, è imperativo per l’Unione Europea assicurarsi che non diventi un elemento di “disturbo”. La polarizzazione globale attorno alla questione israelo-palestinese gioca a favore della narrativa cinese &#8211; e russa &#8211; sulla divisione tra Occidente e Sud del mondo. Interagire con la Cina nell&#8217;attuale crisi potrebbe essere cruciale nel disarticolare questo falso dualismo da cui Pechino sta traendo vantaggio.</p>
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		<title>Via libera all’AI Act dal Parlamento europeo: ora serve aggiornare la strategia italiana</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gregorio Staglianò]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 17 Jun 2023 11:38:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Intelligenza artificiale]]></category>
		<category><![CDATA[tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il Parlamento Europeo ha approvato il 14 giugno scorso l’Artificial Intelligence Act, per normare l’utilizzo dell’intelligenza artificiale (IA)&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Il Parlamento Europeo ha approvato il 14 giugno scorso l’<em>Artificial Intelligence Act</em>, per normare l’utilizzo dell’intelligenza artificiale (IA) generativa. Proposto dalla Commissione Europea, il testo<strong> mira fornire all’UE uno strumento utile per giocare d’anticipo con le sfide che l’IA lancerà in tutti i settori delle nostre società.</strong></p>



<p>Dalle robotizzazione delle fabbriche alle auto a guida autonoma, dalle chatbot come ChatGpt, al controllo remoto delle infrastrutture energetiche, dai sistemi d’arma all’avanguardia alla profilazione al “<em>social scoring</em>” dei cittadini, fino alla produzione di contenuti deep-fake, difficilmente distinguibili da quelli umani, è facile comprendere l’impatto dell’IA sulla nostra quotidianità.</p>



<p><strong>La necessità di regole democratiche per l’IA</strong></p>



<p>Tra i temi più discussi del testo rientra sicuramente quello sul riconoscimento biometrico in luoghi pubblici per ragioni di sicurezza, misura che aveva causato preoccupazione e allarme tra i watchdogs dei diritti umani. Lo strumento della profilazione e del riconoscimento facciale è oggi utilizzato non solo da big tech per fini commerciali, ma anche da governi per identificare oppositori politici o etnie discriminate. Il Parlamento Europeo ha chiaramente votato per vietarne l’utilizzo nei luoghi pubblici e in “tempo reale”, bocciando gli emendamenti in favore di essi proposti dal Partito Popolare Europeo (PPE). L&#8217;eventuale autorizzazione futura all&#8217;utilizzo di tali sistemi sarà consentita solo &#8220;a posteriori&#8221; (non in tempo reale) e previa autorizzazione giudiziaria nel contesto della lotta alla criminalità e al terrorismo.</p>



<p>Il riferimento è chiaramente rivolto a quegli attori che come la Cina – dominatrice assoluta del mercato di tecnologie di riconoscimento facciale – hanno fatto dell’utilizzo di sistemi di riconoscimento facciale biometrici <em>AI</em>&#8211;<em>based</em> un vero e proprio strumento di repressione. Pechino utilizza l’IA per individuare manifestanti (come nel caso delle proteste di Hong Kong del 2019) o monitorare e censire la minoranza musulmana uigura nella regione dello Xinjiang. Ad utilizzare tecniche di riconoscimento facciale sono però anche regimi democratici, come Stati Uniti, Francia e Regno Unito, dimostrando che il nervo scoperto dell’intera questione risieda nell’uso intrusivo di tale tecnologia nei confronti della società.</p>



<p>È per questa ragione che l’AI Act mira a vietare i sistemi di IA come quelli utilizzati per il punteggio sociale per “classificare” gli individui in base al loro comportamento sociale o alle loro caratteristiche personali, già sperimentata in alcune regioni della Cina, o quei sistemi di categorizzazione biometrica basati su caratteristiche sensibili utilizzati per scopi di polizia predittiva. L&#8217;AI Act stabilisce che l&#8217;uso di una determinata tecnologia debba essere impedito quando comporti un livello di rischio ritenuto inaccettabile per la sicurezza delle persone.</p>



<p>Il voto del Parlamento apre la strada alla negoziazione con gli Stati membri, per finalizzare la norma entro la fine della legislatura.</p>



<p><strong>A che punto siamo in Italia?</strong></p>



<p>L’Italia dal canto suo si è dotato di qualche strumento per provare a inquadrare gli effetti dell’IA e orientare il legislatore. Già nel 2018, l’Agenzia per l’Italia Digitale (AgID) aveva pubblicato il “Libro Bianco sull’IA a servizio del cittadino” per offrire una prima panoramica del possibile impiego dell&#8217;IA in relazione ai servizi e alla PA. Nel 2020, il Consorzio Interuniversitario Nazionale per l’Informatica (CINI) aveva pubblicato &#8220;AI for Future Italy&#8221;, sottolineando l’importanza della ricerca e sviluppo sull’IA, e della collaborazione tra istituzioni ed industria. Tuttavia, è con la pubblicazione della Strategia Nazionale sull’IA nel 2021 (“Programma Strategico Intelligenza Artificiale 2022-2024”), allineata alla Strategia Europea, che l’Italia ha adottato il suo primo documento strategico per stimolare il legislatore.</p>



<p>Oltre ad una normativa quadro che ad oggi ancora manca, e all’individuazione conseguente dell’autorità di riferimento che dovrà garantire l’applicazione e il rispetto dell’AI Act, la sfida più grande per l’Italia sarà riuscire a governare l’IA tutelando le libertà fondamentali dei suoi cittadini e nel rispetto delle regole democratiche.</p>



<p>L’utilizzo su larga scala dell’IA per ragioni di sicurezza in Europa potrebbe spingere le singole aziende a incrementare l’export verso mercati sempre più ampi, correndo il rischio di fornire supporto ai regimi che utilizzano l’IA per scopi repressivi.</p>



<p>La creazione di contenuti deep-fake con l’IA, difficilmente distinguibili da quelli reali, inoltre, rappresenta un rischio democratico se utilizzati per diffondere disinformazione nel dominio cibernetico. Non è una novità il loro utilizzo per l’information warfare, difatti.</p>



<p>Pertanto, mantenere l’utilizzo dell’IA su binari democratici, rappresenta una necessità politica e uno scudo verso potenziali interferenze esterne.</p>



<p>Il governo italiano dovrebbe perciò accogliere attentamente le novità introdotte dall’AI Act e negoziare con l’UE e con gli altri player un sistema di controlli per costruire standard e framework centrati sull’individuo, con al centro il rispetto della dignità, della libertà e della privacy. Questo ruolo pionieristico eviterebbe comportamenti ambigui nei confronti di regimi autocratici che potrebbero sfruttare l’IA per scopi politici a danno della democrazia. L’IA potrà essere uno strumento di progresso e di avanzamento di tecnologico, ma dovrà rimanere al servizio della democrazia.</p>
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		<title>La sfida sulla cybersicurezza che i partiti rischiano di non raccogliere</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gregorio Staglianò]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 Sep 2022 07:51:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Cyber]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La dimensione cyber ha assunto una posizione di preminenza nello scenario globale e nella competizione strategica tra le&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>La dimensione cyber ha assunto una posizione di preminenza nello scenario globale e nella competizione strategica tra le potenze. A seguito dei mutamenti delle forme conflittuali, della fisiologica digitalizzazione della società e dei servizi pubblici, della rilevanza dei dati, della necessità di interconnettere ogni tipo di infrastruttura, e della sempre più ampia disponibilità – a costi relativamente bassi – di strumenti offensivi, i rischi e le minacce connessi al “cyber domain” sono balzati in cima alla lista dell’agenda dei decision-makers. Basta un rapido sguardo alle misure di ripresa post-COVID e ai documenti strategici partoriti negli ultimi due anni, per rendersi conto della portata del fenomeno.</p>



<p><strong>Gli sforzi europei (e italiani) per la digitalizzazione</strong></p>



<p>Oltre ai finanziamenti provenienti da “<a href="https://horizoneurope.apre.it/he-in-breve/">Horizon Europe</a>” – 95.51 miliardi di euro entro il 2027 per sostenere la creazione e la diffusione di conoscenze e tecnologie di eccellenza &#8211; per rafforzare la sovranità tecnologica europea la Commissione ha varato il “<a href="https://digital-strategy.ec.europa.eu/en/activities/digital-programme">Digital Europe Programme</a>”, che mira a colmare il divario tra la ricerca sulle tecnologie digitali e la diffusione sul mercato, con un bilancio totale di 7,59 miliardi di euro entro il 2027. Il PNRR, dal canto suo, ha dedicato al settore della digitalizzazione oltre 1.5 miliardi di euro: 623 milioni dei quali specificamente alla cybersecurity &#8211; <a href="https://www.governo.it/sites/governo.it/files/PNRR.pdf">per raggiungere gli obiettivi della missione 1.5.</a> Ai “Servizi cyber nazionali” – dimensione entro quale è rientrata la creazione dell’Agenzia di Cybersicurezza Nazionale (ACN) nel 2021 – sono stati destinati 174 milioni; altri 147.3 sono stati destinati ai laboratori tecnici e di certificazione e una tranche di 301.7 milioni è stata investita nel potenziamento della resilienza cyber della PA.</p>



<p>A cornice del poderoso sforzo economico immaginato per facilitare la ripresa e prendere il largo nella missione digitalizzatrice della società europea, si aggiungano le linee guida previste dalla <a href="https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/en/IP_20_2391">Strategia dell’UE per la cybersicurezza</a> del dicembre 2020, quanto sottolineato nella <a href="https://www.consilium.europa.eu/it/press/press-releases/2022/03/21/a-strategic-compass-for-a-stronger-eu-security-and-defence-in-the-next-decade/">Bussola Strategica per la difesa e la sicurezza dell’UE</a> varata nel marzo del 2022 e i <a href="https://www.nato.int/strategic-concept/">recenti indirizzi strategici dell’Alleanza Atlantica</a>. A riprova della volontà dell’Italia di non rimanere indietro nella grande sfida digitale globale, il governo Draghi – oltre ad istituire la già menzionata ACN &#8211; ha inoltre varato la <a href="https://www.acn.gov.it/ACN_Strategia.pdf">Strategia Nazionale di Cybersicurezza</a> nel maggio scorso, costruita attorno a 5 pilastri e a ben 82 obiettivi da raggiungere entro il 2026.</p>



<p><strong>Come risponde la politica italiana</strong></p>



<p>Obiettivi, questi, che sembrano lontani se confrontati con il poco spazio riservato alla cybersicurezza nei programmi elettorali delle forze politiche in campo per le prossime elezioni del 25 settembre. Le compagini politiche rischiano di non cogliere il <em>momentum</em> favorevole e di rimandare la sfida digitale al futuro. Nonostante il framework legislativo e strategico sia stato già tracciato, ciò che si nota scorrendo <a href="https://dait.interno.gov.it/elezioni/trasparenza/elezioni-politiche-2022">i programmi politici depositati al Ministero dell’Interno</a> è che la cybersicurezza non rappresenta una priorità per nessuna di esse. A parte qualche menzione alla transizione digitale, all’innovazione, alla protezione delle infrastrutture e qualche cenno sul controllo dei dati personali e sull’utilizzo di un approccio critico al mondo digitale, risulta arduo trovare uno schema, un progetto per il raggiungimento degli obiettivi fissati dalla Strategia Nazionale di Cybersicurezza, o per concretizzare gli investimenti e i finanziamenti europei in materia. Confrontando i programmi delle forze politiche più attentamente, appare chiaro che i partiti e le coalizioni che vogliono porsi in continuità con l’operato di Palazzo Chigi riservino alla materia una maggiore attenzione, seppur lieve.</p>



<p><strong>Poche righe dedicate alla cyber non possono bastare</strong></p>



<p>A tale realtà occorre far fronte, agendo secondo un approccio che includa l’adozione di misure di prevenzione e mitigazione del rischio volte a innalzare la resilienza delle infrastrutture digitali. Non solo: considerando che queste ultime non includono soltanto reti, sistemi e dati, ma anche, e soprattutto, utenti, la cui consapevolezza – siano essi attori istituzionali, imprese private o cittadini – è necessario levare gli scudi attraverso la diffusione di un cultura della cybersicurezza e l’implementazione di misure concrete a protezione del sistema Paese. Se ad oggi, infatti, esiste una diffusa percezione dei rischi correlati alla sicurezza fisica, lo stesso non può dirsi per la dimensione digitale, dei cui rischi non si ha ancora piena consapevolezza.</p>



<p>I recenti trend in materia forniscono un quadro preoccupante: gli attacchi e i rischi cyber – aumentati &nbsp;esponenzialmente negli ultimi anni – possono arrecare danni economici e reputazionali per imprese, posso interrompere l’operatività di infrastrutture energetiche, malfunzionamenti di sistemi informativi impiegati da aziende ospedaliere e sanitarie, possono diffondere dati personali che possono mettere in serio pericolo l’incolumità di individui e intere comunità.</p>



<p>Sebbene l’Italia abbia dimostrato fino ad ora una spiccata sensibilità per le sfide del “quinto dominio”, quello cyber, l’apparente scarsa attenzione di chi sarà chiamato a formare un nuovo governo induce a pensare che di strada da percorrere ce n’è ancora parecchia. Bisogna comprendere che gli investimenti sulla cybersicurezza non possono essere relegati ad una mera voce di spesa da approvare, ma devono essere una misura di salvaguardia per la tenuta della democrazia e per sicurezza dei cittadini.</p>
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		<title>Le radici storiche della guerra tra Ucraina e Russia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gregorio Staglianò]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 26 Feb 2022 10:17:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Russia e Asia centrale]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>
		<category><![CDATA[ucraina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le drammatiche scene di Kiev e delle altre città ucraine sotto il fuoco delle forze armate russe ci&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Le drammatiche scene di Kiev e delle altre città ucraine sotto il fuoco delle forze armate russe ci restituiscono l’immagine di un conflitto brutale, che ha subito un’escalation senza precedenti nella recente storia contemporanea. Eppure, nonostante l’impressionante velocità attraverso la quale la crisi si è rapidamente trasformata in una guerra, proprio la storia insegna che nessuna linea di faglia nell’arena internazionale possa aprirsi senza avere cause profonde. Difatti, quella dei rapporti tra l’Ucraina e la Russia è una vicenda che ha radici lontane, tragiche per certi versi, che attraversa la storia del Novecento e si intreccia con i maggiori cambiamenti globali avvenuti nel secolo scorso.</p>



<p>L’Ucraina è un mosaico di etnie, lingue e religioni. Semplificando un po’, potremmo dire che la linea di demarcazione passa sul fiume Dnepr, che solca a metà il Paese: ad ovest un&#8217;Ucraina europea e occidentale, ad est una più tradizionale, legata alla Russia, per tradizioni, lingua ed economia. Per comprendere cosa abbia spinto Putin ad annettere la Crimea nel 2014 e oggi a invadere il territorio ucraino dobbiamo fare un passo indietro.</p>



<p><br>1917: la Grande Guerra è in corso, il mondo intero è in subbuglio e sulle macerie dell’Impero zarista, si abbatte la furia della rivoluzione bolscevica. Liquidata la famiglia reale ed il governo provvisorio, i rivoluzionari si impossessano del potere costituendo la Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa (RSFSR), antesignana dell’Unione Sovietica. Iosif Stalin, uno dei protagonisti della rivoluzione, viene nominato Commissario del popolo per le Nazionalità nel nuovo governo: si dovrà occupare delle minoranze etniche e delle spinte indipendentiste che già si dimostrano un problema. Numerose entità dell&#8217;ex impero dichiararono infatti l’indipendenza. In Ucraina, il Consiglio Centrale &#8211; Central&#8217;na Rada &#8211; proclama la nascita di uno Stato ucraino sovrano Lenin e Stalin non hanno dubbi: bisogna intervenire. Ciò mette in moto una serie di avvenimenti che portano il governo ucraino a chiedere aiuto all’impero tedesco, che nel 1918 scaccia l’Armata Rossa ed instaura un governo fantoccio. La prima vera grande tensione imperiale dunque, si palesa in territorio ucraino.</p>



<p>Nello stesso anno la Russia è costretta ad uscire dal primo grande conflitto, dilaniata dalla guerra civile scoppiata tra rivoluzionari e controrivoluzionari. Quando poi a Versailles nel 1919 viene siglata la pace, le truppe tedesche sul fronte orientale tornano a casa. Per i Paesi dipendenti dall’assistenza degli Imperi Centrali, come l&#8217;Ucraina è il caos, l&#8217;anarchia. Nell’immediato dopoguerra infatti, è la lotta per il potere a governare la scena: a contendersi l’autorità sono le forze armate, le istituzioni, la Polonia, le forze dell’Intesa – Francia, Regno Unito e Russia, controrivoluzionari, socialisti rivoluzionari, anarchici e bolscevichi. Questi ultimi, nel 1922, spazzati via gli uomini dell’Armata Bianca, oppisitori della Rivolzione del 1917, chiudono la partita, e sulle ceneri della RSFSR fondano l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. L’URSS, il primo Stato socialista della storia, è ora una realtà. E l’Ucraina, ora formalmente Repubblica Socialista Sovietica Ucraina (RSSU), ne è una delle repubbliche fondatrici.</p>



<p>Assunti pieni poteri, Stalin consolida il suo domino. Tra il 1929 e il 1930, decide di liquidare i kulaki &#8211; i grandi proprietari terrieri- attraverso una collettivizzazione spietata delle terre. È l’epoca del grande terrore staliniano, delle famose “purghe”. Circa 5 milioni di contadini vengono deportati. La fame falcia centinaia di migliaia di vittime. L’URSS intera è in ginocchio, ma a soffrire è soprattutto l’Ucraina, grande riserva di grano di tutto il regime sovietico. Alla carestia si aggiunge la volontà politica di Stalin di usare la fame come arma per risolvere una volta per tutta la questione della collettivizzazione e soprattutto per schiacciare quelle spinte indipendentiste mai sopite nell’URSS.</p>



<p>Ora Stalin ha un obiettivo: l’eliminazione di tutta l’élite locale ucraina sospettata di nazionalismo. Siamo a cavallo tra il 1932 e il 1933, quando la carestia e la repressione si abbattono con una ferocia inaudita. “Holodomor” &#8211; uccisione per fame &#8211; è il termine con cui viene generalmente ricordato questo tragico periodo, in cui tra 1,5 e 3 milioni di persone muoiono di fame. Ad oggi il coinvolgimento diretto delll’URSS e di Stalin in questa tragedia è oggetto di discussione tra gli storici, ma numerosi Paesi considerano quegli avvenimenti come un vero e proprio tentativo di genocidio. Il Parlamento Europeo, per esempio, senza menzionare alcuna responsabiltà sovietica, riconosce l’Holodomor come un “<a href="https://op.europa.eu/en/publication-detail/-/publication/1338c30b-1618-47b2-a2b7-6e19bdafe751/language-en">crimine contro l’umanità</a>” dal 2008.</p>



<p>Durante la seconda guerra mondiale, l’Ucraina, fra il 1941 ed il 1944 viene occupata dai tedeschi in marcia verso il cuore dell’URSS, che in alcuni ambienti militari e politici vengono accolti come dei liberatori in funzione anti-sovietica. Questa visione viene coagulata all’interno dell’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini, partito nazionalista fondato nel 1929 da esuli anti-comunisti e anti-russi e guidato da Stepan Bandera, collaborazionista della Germania hitleriana e fondatore dell’Esercito Insurrezionale Ucraino (UPA). Bandera e l’UPA sono due protagonisti della storia ucraina che oggi rimangono avvolti in una coltre di nebbia: una parte dell’opinione pubblica li considera infatti direttamente responsabili di massacri e omicidi di massa – come quello dei polacchi in Volinia e&nbsp; Galizia orientale tra il 1943 e il 1945 e lo sterminio di 1,6 milioni di ebrei ucraini -, un’altra parte considera invece Bandera un fiero eroe nazionale. Ucciso nel 1959 probabilmente dal KGB, Bandera è stato insignito postumo dell’onorificenza di Eroe dell’Ucraina, suscitando numerose polemiche.</p>



<p>Finito il conflitto, l’URSS siede al tavolo dei vincitori e l’Ucraina, parte di essa, ottiene un ampliamento dei suoi confini verso occidente: le regioni storiche della Galizia, della Bucovina e della Rutenia sub-carpatica entrano ufficialmente a fare parte del territorio ucraino. È Stalin a negoziare questi nuovi confini, prima principale carnefice e ora difensore dell’integrità territoriale dell’Ucraina. Un paradosso della storia, che si esprime anche nell’ambiguità del comportamento del leader sovietico: Stalin impone il silenzio sul massacro di Babij Jar del 1941, l’omicidio di massa di 33.771 ebrei ucraini ad opera di nazisti e collaborazionisti ucraini. Perché Stalin decide di tacere? Per almeno due motivi: il suo antisemitismo, maldestramente camuffato da un anti-occidentalismo di sorta, emerso dopo la guerra; e per la retorica sovietica secondo la quale tutto il popolo aveva sofferto durante il conflitto e per cui non bisognava accentuare il tormento di una nazionalità sull’altra, con il rischio di alimentare diffidenze e acredini. Stalin muore nel 1953, e a succedergli alla guida dell’URSS è Nikita Chruščëv, che raccoglie la pesante eredità del leader sovietico. L’anno successivo, nel 1954, per celebrare &#8220;i 300 anni di amicizia tra Ucraina e Russia&#8221; &#8211; fatti coincidere con la pace di Perejaslav &#8211; Chruščëv dona la Crimea all’Ucraina. È una regalia simbolica, perché tutto avviene nella cornice delle entità federate dell’URSS. Ma perché Chruščëv concede questo regalo? Perché la Crimea è un luogo dove la storia russa e quella ucraina si incontrano, e Chruščëv stesso vi nasce poco distante. Attorno a quella regione poi ruota un intero filone romantico e storico-letterario di grandi gesta di antichi guerrieri che si rifanno egli episodi della Guerra di Crimea combattuta tra il 1853 e il 1856.</p>



<p>La guerra fredda intanto continua a plasmare il mondo e l’Ucraina torna protagonista sulla scena internazionale nel 1986, quando il disastro di Černobyl’ getta nel panico l’Europa intera e soprattutto la leadership sovietica, che decide di tacere, ancora una volta, su quanto accaduto. Nonostante gli aiuti riceviti, Kiev accusa il colpo e non apprezza l’atteggiamento di Mosca: un anello nella catena di fiducia tra le due repubbliche sovietiche si spezza. Da lì a breve però, a sgretolarsi sarebbe stata proprio l’URSS, che comincia a sfaldarsi all’inizio del 1990. In un contesto in rapida evoluzione, le repubbliche federate reclamano la loro indipendenza, e il 24 agosto del 1991 anche l’Ucraina conclude definitivamente il suo percorso nell’Unione Sovietica. L’Ucraina è finalmente uno Stato sovrano. Ma tra tutti i membri dell’ormai ex-URSS è quello che presenta più grane a Mosca.</p>



<p>La sua indipendenza infatti apre due questioni prioritarie per Mosca: il mancato completamente della “russificazione” dell’Ucraina, giudicata dal Cremlino – con una pretestuosa lettura ideologica della storia dei due Paesi – come parte integrante del territorio e dell’identità russa. Kiev infatti, secondo la versione “putinina” rappresenta il luogo di nascita sia dell’Ucraina che della Russia. &nbsp;Per giustificare questa idea Putin risale alla Rus’ di Kiev, che era in realtà una confederazione di diversi principati e città che fra il IX e il XIII secolo riuniva una parte delle terre oggi appartenenti alla Russia europea, all’Ucraina e alla Bielorussia. Dall’Ottocento in poi, nella spasmodica ricerca di una radice storica che giustificasse la natura sempiterna degli imperi, intellettuali e storici russofili cercano di convincere l’opinione pubblica che la Rus’ di Kiev e i suoi territori siano parti inscindibili dell’identità russa; dall’altra parte, nazionalisti e intellettuali ucraini cercando di scardinare questa idea e di promuovere l’autonomia storica della nazione ucraina, provocando il risentimento della contoparte russa che non può accettare che la culla della loro civiltà riseda al di fuori dei confini nazionali. Alla fine della guerra fredda questa pesante eredità storica riemerge e presenta il conto. Nelle regioni orientali dell’Ucraina infatti, fin dai primi anni Novanta, Mosca ha cercato nemmeno troppo velatamente di assimilare la popolazioni ad est del Dnepr, attraverso il rafforzamento di legami culturali, economici, e distribuendo ininterrottamente una lunga e silente sequela di passaporti russi.</p>



<p>Il secondo tema è legato alla destinazione delle circa 1.900 testate nucleari sovietiche presenti sul suo territorio. L’Ucraina è infatti l’ex repubblica sovietica è il maggior “deposito” delle armi atomiche di Mosca. Gli ordigni vengono riconsegnati al Cremlino nel 1994, che accetta di smaltirli in cambio di garanzie politiche e territoriali all’Ucraina, con la firma del Memorandum di Budapest. Nel frattempo, il mondo post-guerra fredda assume connotati del tutto nuovi, ridisegnando assetti ed equilibri: tra il 1999 e il 2004 numerosi Paesi dell’Europa orientale aderiscono alla NATO, comprese le tre ex-repubbliche baltiche dell’URSS. L’Ucraina manifesta l’intenzione di aderire al Patto Atlantico nel 2002, in cambio di un processo di riforma profondo dei servizi di sicurezza e dell’apparato statale, profondamente minato dalla corruzione, tutt’ora in corso e verso il quale l’Alleanza ha sempre dimostrato cautela, vista la delicata posizione geografica di Kiev, nei rapporti tra est e ovest e considerata la “promessa” – orale, mai tradotta in nessun documento ufficiale – che la NATO non si sarebbe espansa verso est, dopo il 1989, oltre il territorio della Germania.</p>



<p>All’alba del nuovo millennio, l’impopolarità degli oligarchi, le condizioni di vita precarie, e alcune nuove tensioni con la Russia di Boris Él’cin – riguardo al destino da assegnare alla flotta russa di stanza nel Mar Nero &#8211; &nbsp;spingono l’opinione pubblica a guardare con interesse al modello occidentale europeo. È in quegli anni che l’Ucraina matura la sua convinzione di impostare un rapporto con l’Europa che vada al di là di semplici rapporti bilaterali. Su questa scorta, nel 2004, migliaia di persone, esacerbate da un contesto politico interno che non dimostra sufficienti segnali di apertura, scende in piazza, all’indomani delle elezioni presidenziali, con la cosiddetta &#8220;Rivoluzione Arancione.&#8221; A seguito delle proteste, la Corte Suprema annulla l’esito della tornata elettorale, favorevole a Viktor&nbsp; Janukovyč&nbsp; – Primo ministro russofilo, accusato di brogli &#8211; per ribaltare il risultato a favore di Viktor Juščenko – sotto la cui presidenza Stepan Bandera viene insignito postumo di una onorificenza, che verrà prima annullata dalla corte suprema nel 2011, e poi restituita nel 2014 dal presidente Petro Porošenko &#8211; che rimane al potere fino al 2010, attraversando numerose crisi governative come quella del 2008 in occasione della guerra tra le Georgia e la Russia. Juščenko si schiera a favore della Georgia, attirandosi le critiche del suo primo ministro, Julija Tymošenko, accusata a sua volta di essere troppo morbida nei confronti del Cremlino. Nel frattempo infuria un’altra guerra, quella del gas, tra Kiev e il colosso energetico russo Gazprom, ai ferri corti dal 2006: un braccio di ferro che dura fino al 2009 e che Vladimir Putin, Presidente della Federazione Russa, riesce a piegare in suo favore.</p>



<p>L’anno successivo Janukovyč si ripresenta alle elezioni, vincendole. Il nuovo Presidente ferma il processo di avvicinamento all’Unione Europea dell’Ucraina, sospendendo l’accordo di associazione con Bruxelles. Il clima di tensione viene esacerbato dalla violenza degli apparati di sicurezza e della corruzione, che contribuiscono a far esplodere nel 2013 una serie di violente proteste pro-europee che costringono lo stesso Janukovyč ad abbandonare il Paese nel 2014. Le manifestazioni infuocano Kiev e il Paese e il caos politico creatosi diventa il terreno di cultura di numerose organizzazioni dichiaratamente neo-naziste, che gettano un cono d’ombra su “Euromaidan”. Anche a causa delle defezioni dell’esercito regolare, alcune organizzazioni para-militari di estrema destra – come il reggimento operazioni speciali Azov &#8211; vengono “assoldate” per contrastare i sostenitori filo-russi, commettendo, secondo <a href="https://www.osce.org/files/f/documents/e/7/233896.pdf">l’OSCE</a>, crimini di guerra e numerose torture. Il contesto socio-politico si aggrava ulteriormente con la strage di Odessa del 2 maggio 2014, compiuta secondo gli osservatori dai neonazisti di Pravyj Sektor, ai danni di manifestanti anti-Euromaidan, in circostanze mai del tutto chiarite. In un clima in rapido deterioramento, con il pretesto di correre in soccorso delle comunità russofone minacciate dai manifestanti pro-europei e dalle frange estremiste, cominciano ad affluire – senza insegne sulle mimetiche – soldati russi in territorio ucraino. A seguito di un controverso referendum, senza il consenso del governo di Kiev, la Russia di Putin decide formalmente di integrare il territorio della Crimea in quello della Federazione Russa, di fatto annettendola.</p>



<p>È il 2014. Nell&#8217;Ucraina orientale proteste pubbliche pro-Russia sfociano in una guerra tra governo centrale e separatisti che si autoproclamano in due repubbliche popolari indipendenti, quella di Doneck e quella di Lugansk. A poco servono i Protocolli di Minsk I e II firmati nel 2014 e nel 2015 per la cessazione delle ostilità, nonostante la latenza e la bassa intensità del conflitto. In seguito alle tensioni internazionali scaturite dalla crisi, i Paesi occidentali preparano una serie di contro offensive diplomatiche contro Mosca, mentre la NATO, a partire dal 2016, a causa della crescente assertività russa, sposta il baricentro della sua azione militare fino alle Repubbliche baltiche, a protezione dei confini orientali del continente europeo, con l’esercitazione NATO Enhanced Forward Presence. La reazione di Mosca è asprissima. Nel 2019 poi, l’elezione del filo-europeista Volodymyr Zelens&#8217;kyj in Ucraina riaccende la crisi. Mosca non ha intenzione di assistere passivamente alla possibile adesione dell’Ucraina alla NATO, ma i suoi ultimatum vengono rispediti al mittente dai Paesi dell’Alleanza Atlantica.</p>



<p>Così, mentre dal 2021 l’intelligence occidentale comincia ad osservare un grosso sommovimento di truppe russe lungo i confini dell’Ucraina, giudicato come il più massiccio dal 1989, la crisi si inasprisce e precipita velocemente, giorno dopo giorno fino a quando, il 24 febbraio scorso, la storia ucraina e quella russa, si incontrano di nuovo sul campo di battaglia.</p>



<p>Per le strade di Kiev si gioca una partita molto più grande del destino del governo centrale e delle repubbliche separatiste. La sua posizione strategica, la sua storia, i suoi rapporti politici con l’UE, la NATO e la Russia, la pongono al centro di una linea di faglia, che proprio come il Dnepr, separa due visioni del mondo che pare non abbiano molto altro da dirsi, se non lottare per la propria sopravvivenza. Nel 1992, sulle macerie ancora fumanti di un mondo in disordine, Francis Fukuyama scriveva che la storia si avvitava verso la sua conclusione, con la vittoria delle democrazie liberali sulla pachidermica architettura comunista. Una profezia che non solo è stata criticata e smentita, ma che la tragica guerra russo-ucraina, impone di seppellire.</p>
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		<title>I dem americani rimettono al centro dell’agenda politica l’intelligence: un esempio da seguire anche in Italia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gregorio Staglianò]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Jun 2021 18:37:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[USA e Americhe]]></category>
		<category><![CDATA[Democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[Intelligence]]></category>
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<p class="has-drop-cap">Dopo le elezioni presidenziali dello scorso novembre, una delle prime nomine del neoeletto Presidente Joe Biden è stata quella di <a href="http://Dopo le elezioni presidenziali dello scorso novembre, una delle prime nomine del neoeletto Presidente Joe Biden è stata quella di Avril Haines1, per il ruolo di Direttrice dell’Intelligence Nazionale (DNI), l’entità federativa che racchiude e coordina le 16 agenzie di intelligence americane. Il 19 gennaio scorso, durante le audizioni in Senato per confermare le nomine presidenziali (tra cui quella di Antony Blinken, Segretario di Stato e Lloyd Austin, Segretario della Difesa), con 84 voti favorevoli e 10 contrari anche Avril Haines è stata ufficialmente confermata al vertice dell’Intelligence Community americana, sostituendo l’alfiere trumpiano John Ratcliffe, e diventando la prima donna nella storia americana a ricoprire quel ruolo.2  Haines, già ex vicedirettrice della Central Intelligence Agency (CIA) nell’amministrazione Obama, ha affermato davanti al Senato che una delle sue priorità sarà quella di ripristinare la centralità del ruolo di Direttore dell’Intelligence Nazionale soprattutto come provider di fonti informative essenziali per la sicurezza nazionale. Per far sì che ciò possa tornare ad accadere, e per salvaguardare l’integrità dell’intelligence community americana – messa a dura prova dalla caotica presidenza Trump - Haines sostiene che “il DNI deve insistere sul fatto che, quando si tratta di intelligence, semplicemente non c’è posto per la politica.”3 Haines si riferisce con ogni probabilità agli attacchi subiti dall’intelligence dall’ex presidente Donald Trump, che aveva accusato il deep state di trame oscure, soprattutto sul dossier Russia o sull’impeachment. E poi lo stillicidio di licenziamenti, uno dopo l’altro, di funzionari del comparto sgraditi e non allineati che hanno contributo a rendere estremamente fragile il rapporto tra l’amministrazione presidenziale e la comunità di intelligence.  A evidenziare ulteriormente questa burrascosa relazione si sono sommate le parole di Dan Coats, il primo dei quattro Direttori dell’Intelligence Nazionale nominati da Trump, che durante l’audizione ha espresso il suo sostegno alla nomina di Haines, evidenziando la necessità di ripristinare la fiducia nel lavoro dell’intelligence e di tornare ad essere provider di informazioni non politicizzate, per il bene della sicurezza del popolo americano. Anche Mark Verner, senatore democratico della Virginia ora a capo del Comitato ristretto per l’intelligence, organismo del Congresso che ha il compito di “controllare” le attività dei servizi segreti, ha affermato che il compito maggiore di Haines sarà quello di restituire dignità e professionalità ai professionisti dell’intelligence, diffamati e bistrattati da un Presidente che ha deliberatamente ignorato, sottostimato e ridicolizzato il patrimonio di dati, analisi e conoscenze della intelligence community americana.  Il messaggio lanciato da Haines, e indirettamente dall’amministrazione Biden, dunque è chiaro: la politica di palazzo stia lontana dalle questioni legate all’intelligence e alla sicurezza nazionale. La stoccata di Haines giunge in un momento particolarmente denso di sfide per gli Stati Uniti: sul tavolo sono numerosi i dossier aperti. Dalla Cina – per contrastare la quale Haines ha affermato di “sostenere una posizione aggressiva, in un certo senso”, all’Iran, dalla Russia all’Arabia Saudita, tra gli altri.  L’occasione che si presenta alla Haines, dopo gli anni turbolenti di Trump, è di (ri)mettere ordine nell’intelligence community e (ri)accende un dibattito latente anche nel nostro Paese: quello riguardante le ingerenze della politica nelle questioni legate alla sicurezza nazionale. La narrativa  attorno al nostro comparto intelligence e alla sua attività viene obiettivamente influenzata e distorta da episodi di cronaca legati a beghe politiche o a nomine ai vertici. Ciò è accaduto per esempio durante il dibattito sulla nomina dell’Autorità Delegata sotto il governo Conte II o sullo stallo politico in cui versa il COPASIR – il Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica – da settimane in balía di una battaglia politica che ne sta compromettendo i lavori. Il sostegno bipartisan ricevuto da Haines, oltre a dimostrare una sostanziale convergenza di democratici e repubblicani su alcune questioni “chiave” per la politica estera e di sicurezza americana, conferma la volontà della politica americana di garantire ai suoi cittadini la tutela dell’interesse nazionale. Mantenere la bussola sui dossier chiave, nonostante i cambi di passo delle amministrazioni, dimostra l’esistenza di una “grand strategy” che difetta per esempio – con le dovute distanze e i limiti del caso – all’Italia. Il caos attorno al COPASIR4 e la disattenzione della politica ai dossier individuati dai professionisti del nostro comparto intelligence ne sono un fulgido esempio. Non prestare la dovuta attenzione ai temi sollevati dal DIS – attraverso le sue informative o la Relazione annuale al Parlamento – potrebbe rivelarsi un errore fatale in un momento particolarmente convulso a livello internazionale, in cui il riposizionamento di alcuni attori, l’assertività di altri e i mutamenti degli equilibri di potere sono ormai sfide quotidiane al sistema di governance multilaterale globale. In un mondo che produce più informazioni di quelle che i decision-makers possono immagazzinare e utilizzare, il lavoro dell’intelligence di raccolta e selezione di fonti informative utili diventa una priorità assoluta per ogni agenda politica. Ignorare ciò e ingolfare uno dei nodi del comparto – come il COPASIR o l’Autorità Delegata - per opportunità politiche significa deliberatamente rinunciare a valorizzare e utilizzare al meglio le potenzialità dei professionisti dell’intelligence italiana. Il cambio di rotta dei dem americani riguardo alle questioni relative alla sicurezza nazionale riflette la crescente centralità assunta dall’intelligence nell’individuazione delle minacce alla stabilità e per la sua funzione di prevenzione rispetto ad una serie di crisi economiche, sanitarie, politiche, sociali, ambientali e militari che possono minare la stabilità dell’architettura costituzionale degli Stati Uniti. Una consapevolezza questa, non ancora concretamente assimilata dall’Italia, che pur possedendo uno dei migliori comparti di intelligence a livello internazionale, non riesce a sottrarlo a dinamiche politiche spesso controproducenti. Ciò non deve condurre a pensare alla possibilità per il comparto di potersi smarcare dal controllo parlamentare a cui deve essere sottoposto il suo operato - sia negli Stati Uniti che in Italia – ma alla possibilità di sfruttare la congiuntura storica per cominciare a discutere apertamente dell’interesse nazionale coinvolgendo l’opinione pubblica. In questo senso, il ruolo dei partiti politici dovrà essere centrale: è giunto il momento di aprire un dibattito serio e profondo sul concetto di sicurezza nazionale, che parta dal COPASIR, che trovi una sponda in Parlamento e che riesca a entrare nel dibattito pubblico, coinvolgendo gli attori della società̀ e i cittadini. Discutere di sicurezza in questo senso potrebbe servire a definire meglio chi debbano essere i soggetti da supportare attraverso l’azione del Comparto e al contempo aprire il dibattito sulle missioni, le funzioni e l’organizzazione degli apparati per adeguarli al nostro presente, con uno sguardo rivolto al futuro. L’importanza del COPASIR - che non possiamo permettere di bloccare per questioni politiche - riflette la centralità̀ assunta dei nostri servizi segreti nel nostro ordinamento come pilastro e avamposto per l’individuazione e la prevenzione delle minacce che possono mettere in serio pericolo la vita di milioni di cittadini e la tenuta democratica del nostro Paese. Nonostante si stia affermando come un'attività fondamentale, l'inquadramento scientifico dell'intelligence è spesso ancora incerto. Ciò che è fino ad ora mancato in Italia, a differenza di ciò che accade negli Stati Uniti è stata la volontà di inserirla a pieno titolo nel dibattito culturale e politico del nostro, diradando ombre del passato e pregiudizi. Le profonde  incertezze di questo tempo richiedono un crescente bisogno di sicurezza, a livello individuale e collettivo. Proprio l'intelligence può fornire nuove categorie di interpretazione della realtà utili a comprendere il presente e a prevedere l'avvenire.  La capacità di visione dell’intelligence community americana è testimoniata anche dai numerosi briefing e report di ampio respiro, come il Global Trends, prodotto dal National Intelligence Council allo scopo di valutare i driver critici e gli scenari globali con un orizzonte approssimativo di circa 15 anni. L’edizione rilasciata nel gennaio 2017, “Global Trends 2035: Paradox of Progress”5, aveva addirittura “previsto” una potenziale catastrofe pandemica e la conseguente crisi economica. L’ultimo lavoro del National Intelligence Council è il rapporto “Global Trends 2040: A More Contested World”6, che pone tra le minacce primarie il cambiamento climatico, l’utilizzo malevolo della tecnologia, future pandemie e crisi finanziare. Il New York Times ha affermato che non ricorda un report più cupo di questo.7 Secondo il rapporto gli sforzi per contenere e gestire la pandemia, dall’inizio del 2020 hanno rafforzato le tendenze nazionaliste a livello globale, fornendo il terreno di coltura a istanze pericolosamente polarizzate, che contribuiscono dunque a tinteggiare un mondo prossimo futuro dai toni scuri e cupi. Questo è solo uno dei molteplici motivi per cui il patrimonio di dati, informazioni e analisi fornite dai professionisti dell’intelligence non possono essere presi sottogamba o accatastati in attesa che la politica faccia il suo gioco. La posta in gioco è la sicurezza di milioni di cittadini, ed è sotto questa luce che bisogna leggere la dichiarazione di Haines al Senato, sperando che il nostro Paese colga lo stesso prezioso consiglio." target="_blank" rel="noreferrer noopener">Avril Haines</a>, per il ruolo di Direttrice dell’Intelligence Nazionale (DNI), l’entità federativa che racchiude e coordina le 16 agenzie di intelligence americane. Il 19 gennaio scorso, durante le audizioni in Senato per confermare le nomine presidenziali (tra cui quella di Antony Blinken, Segretario di Stato e Lloyd Austin, Segretario della Difesa), con 84 voti favorevoli e 10 contrari anche Avril Haines è stata ufficialmente confermata al vertice dell’Intelligence Community americana, sostituendo l’alfiere trumpiano John Ratcliffe, e diventando <a href="https://www.intelligence.senate.gov/hearings/open-hearing-nomination-avril-haines-be-director-national-intelligence" target="_blank" rel="noreferrer noopener">la prima donna nella storia americana a ricoprire quel ruolo</a>.</p>



<p>Haines, già ex vicedirettrice della Central Intelligence Agency (CIA) nell’amministrazione Obama, ha affermato davanti al Senato che una delle sue priorità sarà quella di ripristinare la centralità del ruolo di Direttore dell’Intelligence Nazionale soprattutto come provider di fonti informative essenziali per la sicurezza nazionale. Per far sì che ciò possa tornare ad accadere, e per salvaguardare l’integrità dell’intelligence community americana – messa a dura prova dalla caotica presidenza Trump &#8211; Haines sostiene che <em><a href="https://www.intelligence.senate.gov/sites/default/files/documents/os-ahaines-011921.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">“il DNI deve insistere sul fatto che, quando si tratta di intelligence, semplicemente non c’è posto per la politica.”</a></em> Haines si riferisce con ogni probabilità agli attacchi subiti dall’intelligence dall’ex presidente Donald Trump, che aveva accusato il deep state di trame oscure, soprattutto sul dossier Russia o sull’impeachment. E poi lo stillicidio di licenziamenti, uno dopo l’altro, di funzionari del comparto sgraditi e non allineati che hanno contributo a rendere estremamente fragile il rapporto tra l’amministrazione presidenziale e la comunità di intelligence.</p>



<p>A evidenziare ulteriormente questa burrascosa relazione si sono sommate le parole di Dan Coats, il primo dei quattro Direttori dell’Intelligence Nazionale nominati da Trump, che durante l’audizione ha espresso il suo sostegno alla nomina di Haines, evidenziando la necessità di ripristinare la fiducia nel lavoro dell’intelligence e di tornare ad essere provider di informazioni non politicizzate, per il bene della sicurezza del popolo americano. Anche Mark Verner, senatore democratico della Virginia ora a capo del Comitato ristretto per l’intelligence, organismo del Congresso che ha il compito di “controllare” le attività dei servizi segreti, ha affermato che il compito maggiore di Haines sarà quello di restituire dignità e professionalità ai professionisti dell’intelligence, diffamati e bistrattati da un Presidente che ha deliberatamente ignorato, sottostimato e ridicolizzato il patrimonio di dati, analisi e conoscenze della intelligence community americana.</p>



<p>Il messaggio lanciato da Haines, e indirettamente dall’amministrazione Biden, dunque è chiaro: la politica di palazzo stia lontana dalle questioni legate all’intelligence e alla sicurezza nazionale. La stoccata di Haines giunge in un momento particolarmente denso di sfide per gli Stati Uniti: sul tavolo sono numerosi i dossier aperti. Dalla Cina – per contrastare la quale Haines ha affermato di “sostenere una posizione aggressiva, in un certo senso”, all’Iran, dalla Russia all’Arabia Saudita, tra gli altri.</p>



<p>L’occasione che si presenta alla Haines, dopo gli anni turbolenti di Trump, è di (ri)mettere ordine nell’intelligence community e (ri)accende un dibattito latente anche nel nostro Paese: quello riguardante le ingerenze della politica nelle questioni legate alla sicurezza nazionale. La narrativa</p>



<p>attorno al nostro comparto intelligence e alla sua attività viene obiettivamente influenzata e distorta da episodi di cronaca legati a beghe politiche o a nomine ai vertici. Ciò è accaduto per esempio durante il dibattito sulla nomina dell’Autorità Delegata sotto il governo Conte II o sullo stallo politico in cui versa il COPASIR – il Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica – da settimane in balía di una battaglia politica che ne sta compromettendo i lavori. Il sostegno bipartisan ricevuto da Haines, oltre a dimostrare una sostanziale convergenza di democratici e repubblicani su alcune questioni “chiave” per la politica estera e di sicurezza americana, conferma la volontà della politica americana di garantire ai suoi cittadini la tutela dell’interesse nazionale. Mantenere la bussola sui dossier chiave, nonostante i cambi di passo delle amministrazioni, dimostra l’esistenza di una “grand strategy” che difetta per esempio – con le dovute distanze e i limiti del caso – all’Italia. Il <a href="https://www.mondodem.it/osservatori/il-copasir-e-la-riforma-dellintelligence-italiana/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">caos attorno al COPASIR</a> e la disattenzione della politica ai dossier individuati dai professionisti del nostro comparto intelligence ne sono un fulgido esempio. Non prestare la dovuta attenzione ai temi sollevati dal DIS – attraverso le sue informative o la Relazione annuale al Parlamento – potrebbe rivelarsi un errore fatale in un momento particolarmente convulso a livello internazionale, in cui il riposizionamento di alcuni attori, l’assertività di altri e i mutamenti degli equilibri di potere sono ormai sfide quotidiane al sistema di governance multilaterale globale. In un mondo che produce più informazioni di quelle che i decision-makers possono immagazzinare e utilizzare, il lavoro dell’intelligence di raccolta e selezione di fonti informative utili diventa una priorità assoluta per ogni agenda politica. Ignorare ciò e ingolfare uno dei nodi del comparto – come il COPASIR o l’Autorità Delegata &#8211; per opportunità politiche significa deliberatamente rinunciare a valorizzare e utilizzare al meglio le potenzialità dei professionisti dell’intelligence italiana. Il cambio di rotta dei dem americani riguardo alle questioni relative alla sicurezza nazionale riflette la crescente centralità assunta dall’intelligence nell’individuazione delle minacce alla stabilità e per la sua funzione di prevenzione rispetto ad una serie di crisi economiche, sanitarie, politiche, sociali, ambientali e militari che possono minare la stabilità dell’architettura costituzionale degli Stati Uniti. Una consapevolezza questa, non ancora concretamente assimilata dall’Italia, che pur possedendo uno dei migliori comparti di intelligence a livello internazionale, non riesce a sottrarlo a dinamiche politiche spesso controproducenti. Ciò non deve condurre a pensare alla possibilità per il comparto di potersi smarcare dal controllo parlamentare a cui deve essere sottoposto il suo operato &#8211; sia negli Stati Uniti che in Italia – ma alla possibilità di sfruttare la congiuntura storica per cominciare a discutere apertamente dell’interesse nazionale coinvolgendo l’opinione pubblica. In questo senso, il ruolo dei partiti politici dovrà essere centrale: è giunto il momento di aprire un dibattito serio e profondo sul concetto di sicurezza nazionale, che parta dal COPASIR, che trovi una sponda in Parlamento e che riesca a entrare nel dibattito pubblico, coinvolgendo gli attori della società̀ e i cittadini. Discutere di sicurezza in questo senso potrebbe servire a definire meglio chi debbano essere i soggetti da supportare attraverso l’azione del Comparto e al contempo aprire il dibattito sulle missioni, le funzioni e l’organizzazione degli apparati per adeguarli al nostro presente, con uno sguardo rivolto al futuro. L’importanza del COPASIR &#8211; che non possiamo permettere di bloccare per questioni politiche &#8211; riflette la centralità̀ assunta dei nostri servizi segreti nel nostro ordinamento come pilastro e avamposto per l’individuazione e la prevenzione delle minacce che possono mettere in serio pericolo la vita di milioni di cittadini e la tenuta democratica del nostro Paese. Nonostante si stia affermando come un&#8217;attività fondamentale, l&#8217;inquadramento scientifico dell&#8217;intelligence è spesso ancora incerto. Ciò che è fino ad ora mancato in Italia, a differenza di ciò che accade negli Stati Uniti è stata la volontà di inserirla a pieno titolo nel dibattito culturale e politico del nostro, diradando ombre del passato e pregiudizi. Le profonde</p>



<p>incertezze di questo tempo richiedono un crescente bisogno di sicurezza, a livello individuale e collettivo. Proprio l&#8217;intelligence può fornire nuove categorie di interpretazione della realtà utili a comprendere il presente e a prevedere l&#8217;avvenire.</p>



<p>La capacità di visione dell’intelligence community americana è testimoniata anche dai numerosi briefing e report di ampio respiro, come il Global Trends, prodotto dal National Intelligence Council allo scopo di valutare i driver critici e gli scenari globali con un orizzonte approssimativo di circa 15 anni. L’edizione rilasciata nel gennaio 2017, <a href="https://www.dni.gov/files/documents/nic/GT-Full-Report.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">“Global Trends 2035: Paradox of Progress”</a>, aveva addirittura “previsto” una potenziale catastrofe pandemica e la conseguente crisi economica. L’ultimo lavoro del National Intelligence Council è il rapporto <a href="https://www.dni.gov/files/ODNI/documents/assessments/GlobalTrends_2040.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">“Global Trends 2040: A More Contested World”</a>, che pone tra le minacce primarie il cambiamento climatico, l’utilizzo malevolo della tecnologia, future pandemie e crisi finanziare. Il <a href="https://www.dni.gov/files/ODNI/documents/assessments/GlobalTrends_2040.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">New York Times ha affermato che non ricorda un report più cupo di questo</a>. Secondo il rapporto gli sforzi per contenere e gestire la pandemia, dall’inizio del 2020 hanno rafforzato le tendenze nazionaliste a livello globale, fornendo il terreno di coltura a istanze pericolosamente polarizzate, che contribuiscono dunque a tinteggiare un mondo prossimo futuro dai toni scuri e cupi. Questo è solo uno dei molteplici motivi per cui il patrimonio di dati, informazioni e analisi fornite dai professionisti dell’intelligence non possono essere presi sottogamba o accatastati in attesa che la politica faccia il suo gioco. La posta in gioco è la sicurezza di milioni di cittadini, ed è sotto questa luce che bisogna leggere la dichiarazione di Haines al Senato, sperando che il nostro Paese colga lo stesso prezioso consiglio.</p>
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