Le radici storiche della guerra tra Ucraina e Russia

From left: Russian President Boris Yeltsin, U.S. President Bill Clinton, Leonid Kuchma, President of Ukraine, and British Prime Minister John Majo, sign the Non-Proliferation Treaty in the Budapest Convention Center, Hungary on Monday, Dec. 5, 1994.

Le drammatiche scene di Kiev e delle altre città ucraine sotto il fuoco delle forze armate russe ci restituiscono l’immagine di un conflitto brutale, che ha subito un’escalation senza precedenti nella recente storia contemporanea. Eppure, nonostante l’impressionante velocità attraverso la quale la crisi si è rapidamente trasformata in una guerra, proprio la storia insegna che nessuna linea di faglia nell’arena internazionale possa aprirsi senza avere cause profonde. Difatti, quella dei rapporti tra l’Ucraina e la Russia è una vicenda che ha radici lontane, tragiche per certi versi, che attraversa la storia del Novecento e si intreccia con i maggiori cambiamenti globali avvenuti nel secolo scorso.

L’Ucraina è un mosaico di etnie, lingue e religioni. Semplificando un po’, potremmo dire che la linea di demarcazione passa sul fiume Dnepr, che solca a metà il Paese: ad ovest un’Ucraina europea e occidentale, ad est una più tradizionale, legata alla Russia, per tradizioni, lingua ed economia. Per comprendere cosa abbia spinto Putin ad annettere la Crimea nel 2014 e oggi a invadere il territorio ucraino dobbiamo fare un passo indietro.


1917: la Grande Guerra è in corso, il mondo intero è in subbuglio e sulle macerie dell’Impero zarista, si abbatte la furia della rivoluzione bolscevica. Liquidata la famiglia reale ed il governo provvisorio, i rivoluzionari si impossessano del potere costituendo la Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa (RSFSR), antesignana dell’Unione Sovietica. Iosif Stalin, uno dei protagonisti della rivoluzione, viene nominato Commissario del popolo per le Nazionalità nel nuovo governo: si dovrà occupare delle minoranze etniche e delle spinte indipendentiste che già si dimostrano un problema. Numerose entità dell’ex impero dichiararono infatti l’indipendenza. In Ucraina, il Consiglio Centrale – Central’na Rada – proclama la nascita di uno Stato ucraino sovrano Lenin e Stalin non hanno dubbi: bisogna intervenire. Ciò mette in moto una serie di avvenimenti che portano il governo ucraino a chiedere aiuto all’impero tedesco, che nel 1918 scaccia l’Armata Rossa ed instaura un governo fantoccio. La prima vera grande tensione imperiale dunque, si palesa in territorio ucraino.

Nello stesso anno la Russia è costretta ad uscire dal primo grande conflitto, dilaniata dalla guerra civile scoppiata tra rivoluzionari e controrivoluzionari. Quando poi a Versailles nel 1919 viene siglata la pace, le truppe tedesche sul fronte orientale tornano a casa. Per i Paesi dipendenti dall’assistenza degli Imperi Centrali, come l’Ucraina è il caos, l’anarchia. Nell’immediato dopoguerra infatti, è la lotta per il potere a governare la scena: a contendersi l’autorità sono le forze armate, le istituzioni, la Polonia, le forze dell’Intesa – Francia, Regno Unito e Russia, controrivoluzionari, socialisti rivoluzionari, anarchici e bolscevichi. Questi ultimi, nel 1922, spazzati via gli uomini dell’Armata Bianca, oppisitori della Rivolzione del 1917, chiudono la partita, e sulle ceneri della RSFSR fondano l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. L’URSS, il primo Stato socialista della storia, è ora una realtà. E l’Ucraina, ora formalmente Repubblica Socialista Sovietica Ucraina (RSSU), ne è una delle repubbliche fondatrici.

Assunti pieni poteri, Stalin consolida il suo domino. Tra il 1929 e il 1930, decide di liquidare i kulaki – i grandi proprietari terrieri- attraverso una collettivizzazione spietata delle terre. È l’epoca del grande terrore staliniano, delle famose “purghe”. Circa 5 milioni di contadini vengono deportati. La fame falcia centinaia di migliaia di vittime. L’URSS intera è in ginocchio, ma a soffrire è soprattutto l’Ucraina, grande riserva di grano di tutto il regime sovietico. Alla carestia si aggiunge la volontà politica di Stalin di usare la fame come arma per risolvere una volta per tutta la questione della collettivizzazione e soprattutto per schiacciare quelle spinte indipendentiste mai sopite nell’URSS.

Ora Stalin ha un obiettivo: l’eliminazione di tutta l’élite locale ucraina sospettata di nazionalismo. Siamo a cavallo tra il 1932 e il 1933, quando la carestia e la repressione si abbattono con una ferocia inaudita. “Holodomor” – uccisione per fame – è il termine con cui viene generalmente ricordato questo tragico periodo, in cui tra 1,5 e 3 milioni di persone muoiono di fame. Ad oggi il coinvolgimento diretto delll’URSS e di Stalin in questa tragedia è oggetto di discussione tra gli storici, ma numerosi Paesi considerano quegli avvenimenti come un vero e proprio tentativo di genocidio. Il Parlamento Europeo, per esempio, senza menzionare alcuna responsabiltà sovietica, riconosce l’Holodomor come un “crimine contro l’umanità” dal 2008.

Durante la seconda guerra mondiale, l’Ucraina, fra il 1941 ed il 1944 viene occupata dai tedeschi in marcia verso il cuore dell’URSS, che in alcuni ambienti militari e politici vengono accolti come dei liberatori in funzione anti-sovietica. Questa visione viene coagulata all’interno dell’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini, partito nazionalista fondato nel 1929 da esuli anti-comunisti e anti-russi e guidato da Stepan Bandera, collaborazionista della Germania hitleriana e fondatore dell’Esercito Insurrezionale Ucraino (UPA). Bandera e l’UPA sono due protagonisti della storia ucraina che oggi rimangono avvolti in una coltre di nebbia: una parte dell’opinione pubblica li considera infatti direttamente responsabili di massacri e omicidi di massa – come quello dei polacchi in Volinia e  Galizia orientale tra il 1943 e il 1945 e lo sterminio di 1,6 milioni di ebrei ucraini -, un’altra parte considera invece Bandera un fiero eroe nazionale. Ucciso nel 1959 probabilmente dal KGB, Bandera è stato insignito postumo dell’onorificenza di Eroe dell’Ucraina, suscitando numerose polemiche.

Finito il conflitto, l’URSS siede al tavolo dei vincitori e l’Ucraina, parte di essa, ottiene un ampliamento dei suoi confini verso occidente: le regioni storiche della Galizia, della Bucovina e della Rutenia sub-carpatica entrano ufficialmente a fare parte del territorio ucraino. È Stalin a negoziare questi nuovi confini, prima principale carnefice e ora difensore dell’integrità territoriale dell’Ucraina. Un paradosso della storia, che si esprime anche nell’ambiguità del comportamento del leader sovietico: Stalin impone il silenzio sul massacro di Babij Jar del 1941, l’omicidio di massa di 33.771 ebrei ucraini ad opera di nazisti e collaborazionisti ucraini. Perché Stalin decide di tacere? Per almeno due motivi: il suo antisemitismo, maldestramente camuffato da un anti-occidentalismo di sorta, emerso dopo la guerra; e per la retorica sovietica secondo la quale tutto il popolo aveva sofferto durante il conflitto e per cui non bisognava accentuare il tormento di una nazionalità sull’altra, con il rischio di alimentare diffidenze e acredini. Stalin muore nel 1953, e a succedergli alla guida dell’URSS è Nikita Chruščëv, che raccoglie la pesante eredità del leader sovietico. L’anno successivo, nel 1954, per celebrare “i 300 anni di amicizia tra Ucraina e Russia” – fatti coincidere con la pace di Perejaslav – Chruščëv dona la Crimea all’Ucraina. È una regalia simbolica, perché tutto avviene nella cornice delle entità federate dell’URSS. Ma perché Chruščëv concede questo regalo? Perché la Crimea è un luogo dove la storia russa e quella ucraina si incontrano, e Chruščëv stesso vi nasce poco distante. Attorno a quella regione poi ruota un intero filone romantico e storico-letterario di grandi gesta di antichi guerrieri che si rifanno egli episodi della Guerra di Crimea combattuta tra il 1853 e il 1856.

La guerra fredda intanto continua a plasmare il mondo e l’Ucraina torna protagonista sulla scena internazionale nel 1986, quando il disastro di Černobyl’ getta nel panico l’Europa intera e soprattutto la leadership sovietica, che decide di tacere, ancora una volta, su quanto accaduto. Nonostante gli aiuti riceviti, Kiev accusa il colpo e non apprezza l’atteggiamento di Mosca: un anello nella catena di fiducia tra le due repubbliche sovietiche si spezza. Da lì a breve però, a sgretolarsi sarebbe stata proprio l’URSS, che comincia a sfaldarsi all’inizio del 1990. In un contesto in rapida evoluzione, le repubbliche federate reclamano la loro indipendenza, e il 24 agosto del 1991 anche l’Ucraina conclude definitivamente il suo percorso nell’Unione Sovietica. L’Ucraina è finalmente uno Stato sovrano. Ma tra tutti i membri dell’ormai ex-URSS è quello che presenta più grane a Mosca.

La sua indipendenza infatti apre due questioni prioritarie per Mosca: il mancato completamente della “russificazione” dell’Ucraina, giudicata dal Cremlino – con una pretestuosa lettura ideologica della storia dei due Paesi – come parte integrante del territorio e dell’identità russa. Kiev infatti, secondo la versione “putinina” rappresenta il luogo di nascita sia dell’Ucraina che della Russia.  Per giustificare questa idea Putin risale alla Rus’ di Kiev, che era in realtà una confederazione di diversi principati e città che fra il IX e il XIII secolo riuniva una parte delle terre oggi appartenenti alla Russia europea, all’Ucraina e alla Bielorussia. Dall’Ottocento in poi, nella spasmodica ricerca di una radice storica che giustificasse la natura sempiterna degli imperi, intellettuali e storici russofili cercano di convincere l’opinione pubblica che la Rus’ di Kiev e i suoi territori siano parti inscindibili dell’identità russa; dall’altra parte, nazionalisti e intellettuali ucraini cercando di scardinare questa idea e di promuovere l’autonomia storica della nazione ucraina, provocando il risentimento della contoparte russa che non può accettare che la culla della loro civiltà riseda al di fuori dei confini nazionali. Alla fine della guerra fredda questa pesante eredità storica riemerge e presenta il conto. Nelle regioni orientali dell’Ucraina infatti, fin dai primi anni Novanta, Mosca ha cercato nemmeno troppo velatamente di assimilare la popolazioni ad est del Dnepr, attraverso il rafforzamento di legami culturali, economici, e distribuendo ininterrottamente una lunga e silente sequela di passaporti russi.

Il secondo tema è legato alla destinazione delle circa 1.900 testate nucleari sovietiche presenti sul suo territorio. L’Ucraina è infatti l’ex repubblica sovietica è il maggior “deposito” delle armi atomiche di Mosca. Gli ordigni vengono riconsegnati al Cremlino nel 1994, che accetta di smaltirli in cambio di garanzie politiche e territoriali all’Ucraina, con la firma del Memorandum di Budapest. Nel frattempo, il mondo post-guerra fredda assume connotati del tutto nuovi, ridisegnando assetti ed equilibri: tra il 1999 e il 2004 numerosi Paesi dell’Europa orientale aderiscono alla NATO, comprese le tre ex-repubbliche baltiche dell’URSS. L’Ucraina manifesta l’intenzione di aderire al Patto Atlantico nel 2002, in cambio di un processo di riforma profondo dei servizi di sicurezza e dell’apparato statale, profondamente minato dalla corruzione, tutt’ora in corso e verso il quale l’Alleanza ha sempre dimostrato cautela, vista la delicata posizione geografica di Kiev, nei rapporti tra est e ovest e considerata la “promessa” – orale, mai tradotta in nessun documento ufficiale – che la NATO non si sarebbe espansa verso est, dopo il 1989, oltre il territorio della Germania.

All’alba del nuovo millennio, l’impopolarità degli oligarchi, le condizioni di vita precarie, e alcune nuove tensioni con la Russia di Boris Él’cin – riguardo al destino da assegnare alla flotta russa di stanza nel Mar Nero –  spingono l’opinione pubblica a guardare con interesse al modello occidentale europeo. È in quegli anni che l’Ucraina matura la sua convinzione di impostare un rapporto con l’Europa che vada al di là di semplici rapporti bilaterali. Su questa scorta, nel 2004, migliaia di persone, esacerbate da un contesto politico interno che non dimostra sufficienti segnali di apertura, scende in piazza, all’indomani delle elezioni presidenziali, con la cosiddetta “Rivoluzione Arancione.” A seguito delle proteste, la Corte Suprema annulla l’esito della tornata elettorale, favorevole a Viktor  Janukovyč  – Primo ministro russofilo, accusato di brogli – per ribaltare il risultato a favore di Viktor Juščenko – sotto la cui presidenza Stepan Bandera viene insignito postumo di una onorificenza, che verrà prima annullata dalla corte suprema nel 2011, e poi restituita nel 2014 dal presidente Petro Porošenko – che rimane al potere fino al 2010, attraversando numerose crisi governative come quella del 2008 in occasione della guerra tra le Georgia e la Russia. Juščenko si schiera a favore della Georgia, attirandosi le critiche del suo primo ministro, Julija Tymošenko, accusata a sua volta di essere troppo morbida nei confronti del Cremlino. Nel frattempo infuria un’altra guerra, quella del gas, tra Kiev e il colosso energetico russo Gazprom, ai ferri corti dal 2006: un braccio di ferro che dura fino al 2009 e che Vladimir Putin, Presidente della Federazione Russa, riesce a piegare in suo favore.

L’anno successivo Janukovyč si ripresenta alle elezioni, vincendole. Il nuovo Presidente ferma il processo di avvicinamento all’Unione Europea dell’Ucraina, sospendendo l’accordo di associazione con Bruxelles. Il clima di tensione viene esacerbato dalla violenza degli apparati di sicurezza e della corruzione, che contribuiscono a far esplodere nel 2013 una serie di violente proteste pro-europee che costringono lo stesso Janukovyč ad abbandonare il Paese nel 2014. Le manifestazioni infuocano Kiev e il Paese e il caos politico creatosi diventa il terreno di cultura di numerose organizzazioni dichiaratamente neo-naziste, che gettano un cono d’ombra su “Euromaidan”. Anche a causa delle defezioni dell’esercito regolare, alcune organizzazioni para-militari di estrema destra – come il reggimento operazioni speciali Azov – vengono “assoldate” per contrastare i sostenitori filo-russi, commettendo, secondo l’OSCE, crimini di guerra e numerose torture. Il contesto socio-politico si aggrava ulteriormente con la strage di Odessa del 2 maggio 2014, compiuta secondo gli osservatori dai neonazisti di Pravyj Sektor, ai danni di manifestanti anti-Euromaidan, in circostanze mai del tutto chiarite. In un clima in rapido deterioramento, con il pretesto di correre in soccorso delle comunità russofone minacciate dai manifestanti pro-europei e dalle frange estremiste, cominciano ad affluire – senza insegne sulle mimetiche – soldati russi in territorio ucraino. A seguito di un controverso referendum, senza il consenso del governo di Kiev, la Russia di Putin decide formalmente di integrare il territorio della Crimea in quello della Federazione Russa, di fatto annettendola.

È il 2014. Nell’Ucraina orientale proteste pubbliche pro-Russia sfociano in una guerra tra governo centrale e separatisti che si autoproclamano in due repubbliche popolari indipendenti, quella di Doneck e quella di Lugansk. A poco servono i Protocolli di Minsk I e II firmati nel 2014 e nel 2015 per la cessazione delle ostilità, nonostante la latenza e la bassa intensità del conflitto. In seguito alle tensioni internazionali scaturite dalla crisi, i Paesi occidentali preparano una serie di contro offensive diplomatiche contro Mosca, mentre la NATO, a partire dal 2016, a causa della crescente assertività russa, sposta il baricentro della sua azione militare fino alle Repubbliche baltiche, a protezione dei confini orientali del continente europeo, con l’esercitazione NATO Enhanced Forward Presence. La reazione di Mosca è asprissima. Nel 2019 poi, l’elezione del filo-europeista Volodymyr Zelens’kyj in Ucraina riaccende la crisi. Mosca non ha intenzione di assistere passivamente alla possibile adesione dell’Ucraina alla NATO, ma i suoi ultimatum vengono rispediti al mittente dai Paesi dell’Alleanza Atlantica.

Così, mentre dal 2021 l’intelligence occidentale comincia ad osservare un grosso sommovimento di truppe russe lungo i confini dell’Ucraina, giudicato come il più massiccio dal 1989, la crisi si inasprisce e precipita velocemente, giorno dopo giorno fino a quando, il 24 febbraio scorso, la storia ucraina e quella russa, si incontrano di nuovo sul campo di battaglia.

Per le strade di Kiev si gioca una partita molto più grande del destino del governo centrale e delle repubbliche separatiste. La sua posizione strategica, la sua storia, i suoi rapporti politici con l’UE, la NATO e la Russia, la pongono al centro di una linea di faglia, che proprio come il Dnepr, separa due visioni del mondo che pare non abbiano molto altro da dirsi, se non lottare per la propria sopravvivenza. Nel 1992, sulle macerie ancora fumanti di un mondo in disordine, Francis Fukuyama scriveva che la storia si avvitava verso la sua conclusione, con la vittoria delle democrazie liberali sulla pachidermica architettura comunista. Una profezia che non solo è stata criticata e smentita, ma che la tragica guerra russo-ucraina, impone di seppellire.

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