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	<title>Sofia Eliodori, Autore presso MondoDem</title>
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	<description>Laboratorio di Politica Internazionale</description>
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	<title>Sofia Eliodori, Autore presso MondoDem</title>
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		<title>Elezioni di Midterm: la mezza vittoria di Biden</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Sofia Eliodori]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Nov 2022 17:55:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[USA e Americhe]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni USA]]></category>
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<p class="has-drop-cap">Nel momento in cui scriviamo, a due giorni dalle elezioni, ancora non c’è la certezza matematica di quale partito otterrà la maggioranza nelle due camere del Congresso americano. L’unica certezza che abbiamo è che, sebbene il GOP abbia ottenuto dei buoni risultati, l’ondata rossa, che qualcuno aveva definito addirittura <em>tsunami</em>, non c’è stata. La scommessa lanciata dall’ex presidente Trump, un <em>all-in</em> per riaffermare la propria supremazia politica e imporre una eventuale ricandidatura per il 2024, ha visto i repubblicani fermarsi al palo di un risultato deludente rispetto ad aspettative così gonfiate. Più che di onda rossa, in questo caso conviene parlare di bolla rossa montata dai sondaggi – in particolare dal celebre <a href="https://projects.fivethirtyeight.com/2022-election-forecast/">FiveThirtyEight</a> di Nate Silver – che dava i repubblicani stra-favoriti per la Camera e favoriti per il Senato. Contrariamente alle aspettative, in entrambi i casi si sta verificando un sostanziale pareggio, come nelle elezioni dei governatori, dove su 36 stati al voto 20 dovrebbero andare ai Rep. e 16 ai Dem., ma con Maryland e Massachusetts persi dai primi a favore dei secondi e vicini a ribaltare il terzo, ovvero l’Arizona. Insomma, anche se i repubblicani dovessero aggiudicarsi la maggioranza in entrambe, sarebbe sottilissima, facile da ribaltare con l’aiuto di qualche volontario più moderato.</p>



<p>Come noto, nelle elezioni generali del 2020 Biden vinse il voto popolare con un vantaggio di circa 7 milioni di voti ed anche il voto dei grandi elettori 306 contro 232. Ciononostante, il presidente uscente contestò duramente i risultati elettorali definendoli truccati e scatenando un movimento che portò sostanzialmente all’insurrezione del 6 gennaio 2021. Ancora, sebbene i voti siano stati più volte certificati sia a livello locale che federale, la narrazione della ‘elezione rubata’ è stata posta al centro della campagna elettorale da parte di alcuni candidati repubblicani e di Donald Trump, ancora forte della sua leadership nel partito. Alla Camera i democratici ottennero una sottilissima maggioranza, 222 a 213, mentre al Senato la situazione fu ancor più difficile con un pareggio di 50 a 50 e una traballante maggioranza sorretta dal voto della Vice Kamala Harris che la presiede. Se i dem mantenessero la camera più alta sarebbe considerato per il partito del presidente un grande successo, considerato che alle elezioni di metà mandato si dà per scontato – statistiche alla mano – che chi governa perda almeno la maggioranza alla Camera bassa. Man mano che i voti vengono contati sembra che, almeno a questa tornata, la strategia del puntare tutto su ‘l’elezione rubata’ accorpando questo tema con quello ancor più delicato del diritto all’aborto, sia stato fallimentare, andando a motivare ancor di più il voto dei democratici comunque critici verso la presidenza (il tasso di approvazione di Biden è misurato oggi <a href="https://projects.fivethirtyeight.com/biden-approval-rating/?cid=rrpromo">poco sopra al 40%</a>). Mentre i critici di Trump dentro e fuori dal partito esultano, sottolineando che se avesse optato per un profilo più basso, concentrandosi sui temi economici, una vittoria potesse essere a portata di mano, benché stemperata da un’affluenza molto bassa.</p>



<p>Ingrandendo la cartina elettorale alcune elezioni sembrano dare il passo per il futuro, destando particolare attenzione negli osservatori: l’imponente riconferma del governatore repubblicano Ron DeSantis in Florida, l’unico ad oggi che sembra in grado di sfilare la leadership ancora salda nelle mani di Trump, e l’elezione del senatore democratico John Fetterman in Pennsylvania, mentre cala il consenso dei dem nel confinante stato di New York, sempre blu intenso negli ultimi anni; in Georgia, invece delude di nuovo (dopo la sconfitta del 2020) la candidatura a governatrice di Stacey Abrams che si ferma al 46% in uno degli stati cruciali che alla scorsa tornata garantirono la vittoria proprio ai dem. Quella che sembrava poter diventare una sconfitta terribile per Biden sembra trasformarsi in una mezza vittoria, in un paese alle prese con la crisi economica e con una politica estera imbrigliata dalla guerra in Ucraina, un paese ancora alle prese con una polarizzazione identitaria di cui l’elettorato sembra essere stanco, mentre il mondo osserva con attenzione.</p>
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		<title>Parità di genere e rappresentanza politica nel Partito Democratico USA: quali lezioni per le forze progressiste in Italia?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Sofia Eliodori]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 09 Jun 2021 08:07:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[USA e Americhe]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Partito Democratico]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le elezioni americane dello scorso novembre 2020 hanno segnato un punto di svolta storico per la presenza femminile&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Le elezioni americane dello scorso novembre 2020 hanno segnato un punto di svolta storico per la presenza femminile nella politica statunitense, grazie all’elezione di Kamala Harris a Vicepresidente e di una percentuale record di donne al Congresso, che hanno ottenuto il 27,1% del totale dei seggi a livello federale. Non solo, sono entrate ben 11 donne nella squadra di governo democratica del Presidente Joe Biden. Anche a livello dei singoli Stati <a href="https://cawp.rutgers.edu/women-us-house-representatives-2021" target="_blank" rel="noreferrer noopener">sono stati fatti passi da gigante</a>: ad oggi, oltre il 30% dei ruoli esecutivi di governo statale sono occupati da donne, che ricoprono mediamente anche più del 30% anche dei seggi parlamentari statali. Eppure, fino a pochissimi anni fa, gli USA erano in fondo alle classifiche globali per presenza e rappresentanza politica femminile. Nel 2019, gli Stati Uniti, la più antica delle democrazie repubblicane moderne, si posizionavano tragicamente al 75esimo posto su 139 Paesi del mondo per numero di donne all’interno del parlamento, persino al di sotto della media globale del 24,1%. Come è stato possibile questo miglioramento? E quale ruolo ha avuto il Partito Democratico statunitense? Nonostante <a href="http://www.senato.it/application/xmanager/projects/leg18/attachments/documento/files/000/028/758/DossierParit%C3%A0.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">i dati certifichino un grande successo</a>, gli Stati Uniti sono ancora indietro rispetto a molti altri Paesi democratici come l’Italia, dove, con le elezioni del 2018 si è raggiunta la percentuale di quasi il 35% di donne sul totale dei seggi al Senato e 36% alla Camera. </p>



<p>Per analizzare questi dati, anche in ottica comparativa, è necessario specificare bene alcune caratteristiche del contesto politico e delle regole presenti nei due sistemi. Sebbene gli Stati Uniti abbiano esteso oltre un secolo fa (1920) il diritto di voto alle donne e il diritto di candidarsi (elettorato attivo e passivo) a livello federale, uno dei primi paesi al mondo ad adottare il suffragio universale, la percentuale di donne elette è rimasta bassa per decenni. Al Senato, ad esempio, la quota è rimasta prossima allo zero <a href="https://cawp.rutgers.edu/history-women-us-congress" target="_blank" rel="noreferrer noopener">fino agli anni ’90</a>. Considerato che negli USA e nel mondo le donne sono la maggioranza (circa il 51%), questa sotto-rappresentanza cronica è segno evidente di gravi falle nelle strutture economiche, politiche e sociali negli stati. L’analisi deve iniziare da tre variabili principali del sistema statunitense che possono essere considerate quelle di maggiore impatto sulla distribuzione del potere fra generi: 1) l’assenza delle cosiddette ‘quote rosa’ o, più correttamente, quote di genere; 2) il sistema delle primarie nei partiti; 3) il sistema elettorale maggioritario a turno unico con seggi uninominali.</p>



<p>Nonostante le palesi difficoltà incontrate nella storia da parte del sistema statunitense a <a href="https://www.amacad.org/sites/default/files/publication/downloads/Daedalus_Wi20_3_Sanbonmatsu.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">includere le donne nei processi politici</a>, non è stata mai veramente valutata l’idea di introdurre alcun tipo di quote di genere, restando tra i pochi Paesi democratici a non farlo. Le ragioni sono numerose e spesso fanno riferimento a una cultura politica che è particolarmente reticente a rinnovare un sistema elettorale quasi bicentenario. A questa motivazione si aggiunge il presupposto di un rischio reputazionale: l’ipotesi sarebbe che le quote danneggino le donne che occupano quelle posizioni, insinuando il dubbio che non siano sufficientemente qualificate per farlo. Questo svaluterebbe la loro legittimità nell’esercizio del ruolo di fronte alla comunità. Il tema delle primarie è strettamente collegato a quello del sistema elettorale: coi collegi uninominali nella maggioranza degli Stati degli Usa è obbligatorio per i partiti scegliere il proprio candidato/a attraverso il sistema delle primarie, organizzate dall’amministrazione pubblica di concerto coi partiti. </p>



<p>Le primarie sono state a lungo un ostacolo per le candidate donne per due motivi principali: sono tecnicamente ‘aperte’ ma impongono a chi si voglia presentare un grande investimento economico personale; inoltre, le tendenze conservative del sistema politico USA fanno sì che l’incumbent – generalmente maschio – sia favorito e spesso rieletto per decenni. Solo negli ultimi anni si è assistito a un graduale cambiamento di percezioni. Secondo alcuni studi, una volta che le donne si candidano hanno le stesse possibilità di essere elette dei colleghi uomini, dimostrando che piano piano sta scomparendo la discriminazione di genere da parte degli elettori. Le vittorie di molte candidate giovani nel 2018 hanno dato uno slancio notevole al movimento per la parità, dimostrando che, grazie anche alle reti di supporto, ognuna poteva farcela.</p>



<p> Quasi il 70% delle donne elette alla Camera bassa del Congresso degli Stati Uniti durante l’ultima tornata elettorale del 2020 proviene <a href="https://www.theatlantic.com/ideas/archive/2020/02/how-women-became-democratic-partisans/606274/ e https://time.com/5903399/gender-gap-politics/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">dalle file del Partito Democratico statunitense</a>. Quali sono dunque le soluzioni a questi problemi strutturali trovate dai Democratici statunitensi? Tra le barriere socioculturali – ma anche economiche &#8211; su cui le associazioni, i movimenti e i gruppi all’interno del Partito hanno deciso di concentrarsi negli ultimi anni c’è la <strong>reticenza delle donne candidarsi</strong>. Una reticenza comprovata anche da studi comparativi che ci dicono che, rispetto a potenziali colleghi uomini, le donne affrontano con maggiori difficoltà, sia interne sia esterne, l’idea di una candidatura politica personale. Le motivazioni sono innumerevoli, tra le più diffuse ci sono: la paura, spesso giustificata, di subire discriminazioni da parte di avversari politici, elettori ma anche colleghi di partito; il timore di non avere le competenze giuste o sufficienti; il timore di non riuscire a gestire la carriera politica assieme ai propri impegni lavorativi e famigliari; le difficoltà a reperire le <a href="http://7https://statusofwomendata.org/explore-the-data/political-participation/political-participation-full-section/#ppbarrierstopoliticaloffice" target="_blank" rel="noreferrer noopener">risorse finanziare necessarie per sostenere una propria campagna elettorale</a>.</p>



<p>Le organizzazioni che lottano per la parità di genere in politica, tra cui Running Start, the White House Project, Emily’s List e molte altre, hanno cercato di andare a incidere proprio su questi fattori, facendo recruiting di possibili candidate, offrendo formazione e training, opportunità di fundraising. A fianco di questi soggetti che in Italia definiremmo o privati o della società civile, che spesso sono collegati a una determinata parte politica8 esistono anche soggetti istituzionali trasversali &#8211; come il National Women’s Political Caucus (NWPC) &#8211; che lavorano con le donne all’interno delle loro comunità e nei territori supportandole in ogni fase della loro candidatura. Poiché nel sistema americano i candidati non corrono in liste preposte dai partiti, a differenza dell’Italia, apparentemente il ruolo dei partiti stessi nel determinare il numero di donne presenti sembra marginale. Allora un aumento così consistente di donne tra le file dei Dem è riconducibile soltanto alla presenza dei PACs (Political Action Committees) che indirizzano e raccolgono fondi, oppure c’è qualcos’altro?</p>



<p>Non è un caso che dopo l’elezione di Donald Trump, la successiva Women’s March nel 2017 e i gruppi del #MeToo, si sia acceso un consistente dibattito pubblico anche sulla mancanza di donne in politica, soprattutto a sinistra, creando le condizioni per maggiore impegno pubblico, maggiori candidature e maggiori vittorie femminili.</p>



<p>A prescindere da queste variabili strutturali, esiste anche un altro gap di genere nella politica, che richiede la massima attenzione anche in paesi come l’Italia: è quello che riguarda la distribuzione verticale e non solo orizzontale del potere. In questo caso ovviamente ci riferiamo al potere politico, ma se si osservano ad esempio i dati economici sulle differenze di salario a parità di impiego tra uomini e donne, oppure la mancanza cronica di donne in posizioni apicali nelle aziende, è evidente che il divario verticale nella distribuzione del potere riguarda tutto il sistema-Paese. Si tratta di uno schema presente sia in Italia che negli Usa, che affligge anche la politica. Una risposta efficace è arrivata dalle nomine della nuova amministrazione Biden dove si è cercato un bilanciamento sia nelle tipologie di ruolo sia in una composizione che dovesse “assomigliare all’America”, in modo da rappresentare anche donne e minoranze; questo ‘metodo’ ha fatto sì che oggi il gabinetto di Biden sia il più ‘diverse’ della storia statunitense, col 45,8% di presenze femminili. Si tratta di un metodo che abbiamo rivisto anche nella segreteria del Partito Democratico di Enrico Letta, l’unico neo è il difficile salto ancora da fare da un metodo ‘una tantum’ a una pressi consolidata e trasversale.</p>



<p>Mettendo in correlazione, dunque, il sistema italiano con quello statunitense potremmo dire che <strong>in Italia ha prevalso un approccio top-down</strong>, <strong>mentre negli Stati Uniti un approccio bottom-up</strong>. Nella politica statunitense mancano infatti dei sistemi di ‘discriminazione positiva’ che favoriscano l’inclusione femminile, dunque, ‘dall’alto’, ma c’è un ricco panorama di esperienze dal basso. Viceversa in Italia spesso ci si limita a seguire le norme, che però andrebbero integrate con maggiore dibattito pubblico e maggiore attivismo in modo da superare il sistema della cooptazione femminile in politica. Adesso sembra arrivato il momento in cui anche <strong>in Italia serve un cambio di passo “dal basso” che stimoli la cultura politica a progredire e a diventare più inclusiva</strong>. Nonostante le differenze sistemiche che intercorrono con gli USA, dunque, dall’esperienza statunitense si possono trarre alcuni validi insegnamenti. In particolare, c’è bisogno di stimolare la mentalità politica e coinvolgere la società civile e le forze politiche per superare alcune specifiche criticità del nostro sistema tra cui, soprattutto, la mancanza di donne in ruoli esecutivi e di governo, un impegno ancora più necessario oggi dopo l’acuirsi delle differenze generato dalla pandemia di Covid-19. Un esempio virtuoso nel nostro Paese può essere quello della campagna “<a href="https://www.ticandido.it/cosa-facciamo/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Ti candido – il potere della democrazia</a>” che attraverso il fundraising – in appoggio alla piattaforma progressiveacts.eu &#8211; ha l’obiettivo di sostenere le candidature di attiviste e attivisti (in maniera paritaria) che abbiano a cuore la giustizia sociale, l’emergenza climatica e la lotta alle discriminazioni.</p>
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		<title>America Assertiva: Biden, Putin e i dossier sul tavolo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Sofia Eliodori]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 21 Mar 2021 16:29:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Macroaree]]></category>
		<category><![CDATA[USA e Americhe]]></category>
		<category><![CDATA[America]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ha suscitato clamore in tutto il mondo la definizione di “assassino” data da Joe Biden a Vladimir Putin.&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Ha suscitato clamore in tutto il mondo la definizione di <strong><em>“assassino”</em></strong> data da Joe Biden a Vladimir Putin. Al di là di questo caso specifico, gli elementi di tensione tra Stati Uniti e Russia sono numerosi e, dopo la pausa dell’amministrazione Trump, questi fattori sono tornati ad emergere anche nel dibattito pubblico e nella public diplomacy. Il Presidente Biden, il nuovo Segretario di Stato Blinken e gli altri advisor hanno il <strong>compito urgente di ricalibrare la politica estera USA</strong> sulla Russia ma anche su alcuni dossier estremamente delicati, tra cui spicca quello cinese. La linea generale sembra essere quella esplicitata dal presidente proprio in quella stessa intervista e resa al pubblico con un’efficace frase idiomatica statunitense, ossia che l’America è <em><strong>‘capace di camminare masticando una gomma’</strong></em>. Significa che gli Stati Uniti cercheranno di fare due cose contemporaneamente: da un lato utilizzeranno la diplomazia, un cavallo di battaglia che Biden ha sottolineato più volte con lo slogan<em><strong> “diplomacy is back” </strong></em>per segnare la discontinuità con Donald Trump; dall’altro lato utilizzeranno il proprio hard power, non solo militare ma anche economico, per tornare a essere incisivi nello scacchiere internazionale. Ma le motivazioni per una rinnovata asprezza dei toni con la Russia sono diversificate, complesse, e includono non solo il<strong> caso Navalny e la disputa sull’Ucraina</strong>. Tale approccio non significa, dunque, che la cooperazione con la Russia si sia arrestata, infatti, è di poche settimane fa il rinnovo quinquennale del trattato <strong>New Strategic Arms Reduction Treaty</strong> (START), un accordo bilaterale sul controllo degli armamenti nucleari, eredità di quegli stessi trattati che impedirono alla Guerra Fredda di detonare.</p>



<h3 id="nuove-interferenze-nelle-elezioni-usa" class="wp-block-heading">Nuove interferenze nelle Elezioni USA</h3>



<p>Il 15 marzo è stata pubblicata la versione <strong>declassificata del rapporto del National Intelligence Council</strong> (tavolo che riunisce organi della sicurezza e dell’intelligence USA e diversi ministeri) sulle minacce esterne alle elezioni del novembre 2020 (Foreign Threats to the 2020 Federal Elections). Dal rapporto emerge come la Russia, con responsabilità e decisione diretta del Presidente Putin, abbia investito risorse consistenti in propaganda digitale con molteplici obiettivi, tra cui in primis indebolire la credibilità pubblica di Joe Biden, favorire la rielezione di Donald Trump, minare la fiducia dei cittadini statunitensi nei processi democratici, esacerbare la polarizzazione politica. Tali contenuti vanno a corroborare le indagini precedenti sulle influenze russe rispetto alle elezioni del 2016. Infatti, il rapporto asserisce che queste attività d’interferenza siano continuativamente in atto già dal 2014 quando Biden era Vicepresidente. In senso più ampio, le istituzioni statunitensi prendono atto che la <strong>cyber warfare</strong> della propaganda è ormai uno strumento di politica estera utilizzato dai regimi autoritari sia per sostenere i propri interessi contro paesi democratici, sia per alimentare la narrazione che le democrazie siano sistemi obsoleti, caotici e inefficaci. È proprio su questo dossier che Biden si è pronunciato in maniera più netta nell’intervista, poiché su interferenze di questo tipo non c’è margine di diplomazia che tenga, tanto da dire che in qualche modo la Russia ‘pagherà’ per queste gravi intromissioni.</p>



<h3 id="il-gasdotto-nord-stream-2" class="wp-block-heading">Il gasdotto Nord Stream 2</h3>



<p>L’altro terreno dei <strong>rapporti con la Russia</strong> su cui gli Stati Uniti puntano ad un approccio muscolare è quello relativo al completamento del gasdotto Nord Stream 2, che fornirà ulteriore <strong>approvvigionamento energetico a Germania e Europa</strong>, giunto quasi al completamento e contro cui gli USA si oppongono a partire dall’era Obama. Finora, gli strumenti diplomatici messi in atto per</p>



<p>spingere la Germania a rinunciare sono falliti, lasciando spazio alle sanzioni economiche nei confronti delle imprese russe coinvolte nella costruzione. Si tratta per Biden di una prova molto importante anche di fronte agli avversari del Partito Repubblicano, tra cui<strong> Ted Cruz,</strong> che stanno attuando pressioni sul Congresso e sul Segretario di Stato affinché l’azione USA si dimostri efficace. Le sanzioni, infatti, erano iniziate durante l’amministrazione Trump e sono frutto di una collaborazione bipartisan sul tema, tanto da far pensare che il tema della dipendenza energetica dell’Europa dalla Russia sia centrale non solo per l’assetto geopolitico del vecchio continente ma anche per il futuro assetto delle relazioni multilaterali. Gli Stati Uniti, infatti, sarebbero pronti a utilizzare un loro avvallo del gasdotto come contropartita per un maggiore supporto europeo alla politica di contenimento nei confronti della Cina.</p>



<p>Si tratta, dunque, di un banco di prova fondamentale per la nuova amministrazione Biden che, per dimostrare a avversari e alleati che <em><strong>‘l’America è tornata’</strong></em>, deve dosare il giusto mix di soft e hard power che per Nye costituiscono l’essenza di una superpotenza intelligente.</p>
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		<title>Biden sceglie Blinken, l’America riparte dall’Europa</title>
		<link>https://www.mondodem.it/2261/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Sofia Eliodori]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 Nov 2020 16:04:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Elezioni USA 2020]]></category>
		<category><![CDATA[Osservatori]]></category>
		<category><![CDATA[Anthony John Blinken]]></category>
		<category><![CDATA[Barack Obama]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Joe Biden]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Anthony John Blinken, classe 1962, è il futuro Segretario di Stato dell’amministrazione di Joe Biden che entrerà in&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/2261/">Biden sceglie Blinken, l’America riparte dall’Europa</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Anthony John Blinken, classe 1962, è il futuro <strong>Segretario di Stato</strong> dell’amministrazione di Joe Biden che entrerà in carica dal <strong>20 gennaio 2021</strong>. Blinken, già Sottosegretario di Stato e poi Vice Consigliere per la Sicurezza Nazionale<strong> durante le due amministrazioni Obama</strong>, è un diplomatico di altissimo profilo ed è <strong>consigliere di Biden per la politica estera da tempo</strong>. La sua candidatura alla carica di Segretario di Stato si è rafforzata nel momento in cui si è iniziato a capire che Biden avrà probabilmente bisogno di qualche ‘Yea’ in più al Senato, dato che <strong>Blinken piace anche ai Repubblicani rimasti atlantisti</strong>, ma non solo. Biden l’ha scelto soprattutto per <strong>tre caratteristiche</strong>: 1) è il principale responsabile, con<strong> Jake Sullivan</strong>, dell&#8217;elaborazione della <strong>nuova politica estera internazionalista e multilaterale</strong> della nuova Amministrazione, definita una <strong><em>‘politica estera per la classe media’</em></strong>; 2) durante tutto il 2020 <strong>ha lavorato principalmente con i progressisti del partito democratico</strong> per elaborare questa nuova politica, ma è comunque gradito a tutte le aree del partito e oltre come; 3) ha <strong>un’impronta e una storia personale fortemente collegata all’Europa</strong>, dando un’idea chiara di quello che sarà l’orientamento di politica estera post-Trump. Inoltre, scegliendo Blinken, Biden vuole dimostrare continuità con l’amministrazione Obama, ma non diretta dipendenza (come avrebbe potuto sembrare se avesse scelto l’ex National Security Advisor Susan Rice). L’impressione che si vuole evitare di suscitare è che Biden intenda vivere nel passato o, peggio, che non voglia correggere la rotta rispetto ai passi falsi commessi durante l’era Obama: Blinken ha già avuto modo di dichiarare che il mondo non è quello di quattro anni fa, e su questo non si fa illusioni.</p>



<h5 id="la-leadership-usa-dovra-tornare-a-basarsi-sullue" class="wp-block-heading">La leadership USA dovrà tornare a basarsi sull’UE</h5>



<p>Uno degli aspetti più difficili della transizione sarà proprio quello delle <strong>relazioni internazionali degli USA</strong>. In questo settore, la transizione è stata anticipata dall’elaborazione della già menzionata nuova visione culturale e politica, un quadro teorico e programmatico reso pubblico con un articolo uscito su <strong>Foreign Affairs</strong>, a firma del futuro presidente: “<a href="https://www.foreignaffairs.com/articles/united-states/2020-01-23/why-america-must-lead-again" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Why America Must Lead Again</a>”. Si tratta di un ragionamento ad ampio spettro sui motivi per tornare al multilateralismo, accompagnati dalla descrizione programmatica degli obiettivi da raggiungere. Al centro di questo ragionamento c’è una forte <strong>presa di posizione anti-sovranista e antiautoritaria</strong>, atta a ribadire che il benessere economico e sociale degli Stati Uniti – da qui l’idea della politica estera “per la classe media” – si basa sulla capacità di leadership, e tale leadership non esisterebbe senza il <strong>multilateralismo e l’ideologia democratico-liberale</strong>. Tale leadership è basata sulle relazioni internazionali, la più importante delle quali è con l’Europa. Per Biden, l’intero sistema post Seconda Guerra Mondiale è basato sul fatto che la pace e la sicurezza nazionale degli Stati Uniti dipendono dal benessere e dalla stabilità del Vecchio Continente. Che si vada verso una maggiore autonomia strategica e militare europea, un rafforzamento delle istituzioni politiche comunitarie, o che si resti dove siamo, gli Stati Uniti hanno una sola carta forte da giocarsi – utile anche per tamponare contesti delicati come il Medio Oriente – che è quella di sostenere l’empowerment europeo, anche per riequilibrare il forte appoggio garantito ad Israele e Arabia Saudita. Questo nuovo focus verrà bilanciato dalla presenza di <strong>Linda Thomas-Greenfield come ambasciatrice alle Nazioni Unite</strong>, che ha una lunga esperienza come specialista di area africana, il cui compito sarà sicuramente quello di insidiare le strategie di Pechino in chiave multilaterale.</p>



<h5 id="competizione-con-la-cina" class="wp-block-heading">Competizione con la Cina</h5>



<p>Il contesto forse più mutato in questi anni è quello <strong>asiatico</strong>, dove Obama aveva puntato ad allargare la propria influenza contenendo l’ascesa del colosso cinese (esempio più noto è l’accordo di Trans-Pacific Partnership). L&#8217;ex Presidente aveva anche aperto a<strong> Xi Jinping</strong> i consessi internazionali più importanti, al fine di ‘socializzare’ la Cina con il normativismo liberale e democratico. Pechino aveva risposto approfittando delle aperture di Obama e successivamente della <strong>chiusura imposta da Trump</strong> e della perdita della capacità di leadership degli Stati Uniti, tanto da spingerli ad abbandonare istituzioni strategiche come l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS).</p>



<p>Oggi questa partita con la Cina – soprattutto la partita commerciale &#8211; si gioca da un’altra parte: <strong>l’Europa</strong>. Dopo decenni in cui l’eurocentrismo è decisamente passato di moda, per gli Stati Uniti sembrerebbe ora vitale difendere il proprio primato politico, diplomatico e militare con gli alleati europei, relazione in cui la Cina ha iniziato a insediarsi. La competizione con la Cina continuerà a definire il futuro degli Stati Uniti, ma <strong>la leadership degli Stati Uniti non si fonda solo sull’egemonia militare ma sulla capacità di costruire e consolidare alleanze</strong>. Alleanze fortemente minate dai quattro anni di America First.</p>
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		<title>Dove va l’America? L’eredità di Donald Trump</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Sofia Eliodori]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Oct 2020 16:03:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[USA e Americhe]]></category>
		<category><![CDATA[America]]></category>
		<category><![CDATA[Biden]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A una settimana dalle elezioni statunitensi, le previsioni, le speranze e le analisi si sovrappongono, si intensificano, in&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>A una settimana dalle elezioni statunitensi, le previsioni, le speranze e le analisi si sovrappongono, si intensificano, in un <em>newsfeed</em> sempre più denso. Sembra certo che i <em>dem</em> vinceranno il voto popolare, ma il punto sono sempre gli <em>swing states</em>, ovvero quegli Stati che potrebbero risultare rossi o blu: dunque, non possiamo affermare ‘oltre ogni ragionevole dubbio’ che vincerà l’uno piuttosto che l’altro. Possiamo però ragionevolmente interrogarci su cosa potrebbe restare di questa presidenza Trump e cosa potrebbe cambiare. Possiamo analizzare la ‘possibile’ o ‘probabile’ <em>eredità trumpiana</em> da due diversi punti di vista, uno interno agli USA ed uno esterno.</p>



<p>Entrambi sono accumunati da un elemento invariato rispetto alla prospettiva da cui si osservano questi quattro anni di presidenza, ovvero il metodo. La presidenza Trump si inserisce in quello che potremmo definire il <em>momentum</em> ‘populista’ e ‘sovranista’ che, insieme alla sua elezione nel 2016, vide affermarsi alcuni leader e tematiche fino ad allora considerate minoritarie. Pensiamo, ovviamente, alla Brexit, al <em>lepenismo</em> in Francia e a molti altri fenomeni, anche casalinghi. In generale, ad una critica ‘da destra’ del globalismo. Che lo si consideri uno stile comunicativo (Jagers e Walgrave) o una <em>thin-centered ideology</em> (Mudde), il populismo di destra sovranista ha profondamente influenzato le politiche <em>trumpiane</em> acuendo la polarizzazione politica nazionale ed internazionale. Una sua mancata riconferma potrebbe, forse, esaurirne la spinta, come è stato per altri movimenti di fronte ad una <em>débacle</em> elettorale. Internamente, l’approccio trumpiano ha eroso la base elettorale del Partito Repubblicano, rafforzando le posizioni radicali. Perciò, un’eventuale sconfitta dell’<em>incumbent</em> li costringerebbe ad una forte rielaborazione teorica e pratica della propria strategia. A questo proposito, alcuni fanno un parallelo con i lunghi anni del trionfo repubblicano da Nixon a Bush Senior – brevemente intervallati dal non rieletto Presidente Carter – che spinsero alla nascita dei <em>new-dem</em> incarnati da Clinton.</p>



<p><em>L’eredità nazionale</em></p>



<p>Dal punto di vista della politica interna, certamente resteranno i tre giudici nominati alla Corte Suprema degli Stati Uniti, inclusa Amy Coney Barrett. In un sistema di <em>common law</em> come quello statunitense, il ruolo della Corte è fondamentale per l’estensione o il restringimento delle previsioni costituzionali in tema di diritti fondamentali quali l’aborto, il matrimonio egualitario, ma anche il diritto di voto. L’obiettivo dichiarato di Trump è smantellare alcuni di questi diritti (aborto e diritti Lgbtqa+) e la riforma sanitaria di Obama. Considerata la durata a vita di queste nomine, potrebbe riuscirci anche se non venisse rieletto. Un altro tema fondamentale è quello economico. L’idea che l’economia si sia rafforzata durante la presidenza di Donald Trump – e che il crollo attuale sia interamente riconducibile alla pandemia &#8211; permane nello zoccolo duro del suo elettorato, ma non è corretta. Se Trump dovesse continuare con una politica di dazi, per rilanciare il mercato interno, con la de-tassazione dei super-ricchi e i tagli al welfare (come ha fatto con MedicAid togliendo l’assistenza sanitaria a milioni di poveri), l’eredità trumpiana potrebbe cristallizzarsi nel sistema statunitense.</p>



<p><em>L’eredità internazionale</em></p>



<p>Con le relazioni transatlantiche al minimo storico, un atteggiamento transattivo – <em>do ut des</em> &#8211; nei confronti di molti storici alleati ed un sostanziale disimpegno nel supporto agli interessi di molti Stati europei, la presidenza Trump sembra aver forzatamente riavvicinato i paesi fondatori dell’Unione europea. Se finora, per l’UE, la partita si era giocata su chi fosse riuscito ad entrare nelle grazie dei presidenti Usa, oggi si intravede la possibilità di un’Unione più coesa, almeno nella sua azione esterna, consapevole di interessi sempre più condivisi anche in tema di sicurezza e che aspira a sviluppare una sua autonomia strategica. La postura internazionale degli USA, sempre più unilaterale, sta danneggiando a turno l’Italia, la Francia e la Germania e tanti altri alleati del continente. Emblematico è ciò che è avvenuto con l’abbandono del <a href="https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/usa2020-verso-un-jcpoa-20-27838?fbclid=IwAR1flHCWtdKxnD4YkOPBaE7j3_CaZLhfAu5YdTDwDStTm5tpfpYYz93iR80#.X4mmBF6FIFU.facebook">JCPOA</a> e la scelta di una strategia di massima pressione nei confronti dell’Iran: &nbsp;lavorando al crollo dall’interno del regime di Teheran, Trump rischia di destabilizzare il Medio Oriente invece che di crearvi ordine. Le scelte in politica estera, ad esempio nei confronti di Russia, Cina, Iran, Ucraina, stanno aumentando la consapevolezza che l’Europa ha bisogno di trovare negli Stati Uniti un alleato pronto ad ascoltare, con cui condividere le scelte, e non un padrone. <a href="https://www.editorialedomani.it/politica/mondo/cos-biden-vuole-cambiare-ma-non-troppo-il-medio-oriente-disegnato-da-donald-trump-lx2qthap?fbclid=IwAR3V0iY654I12ucOj-E-SuplTDzii7nKIJ3BNL-LzwLlWJY1lwRAnQupQ8c">Nel caso di una vittoria di Biden</a> potremmo assistere ad un rallentamento di queste dinamiche. È probabile che, attraverso il multilateralismo, un’Amministrazione Biden lavorerebbe per tamponare le ferite accumulate in questi anni, anche se su diversi temi sarebbe plausibile attendersi una sostanziale continuità, come ad esempio sui difficili rapporti con la Cina. Se Trump dovesse essere rieletto è probabile, invece, che continui sulla strada già intrapresa. L’attesa sta per finire.</p>
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		<title>Il punto sulle Elezioni Presidenziali USA2020 a cento giorni dal voto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Sofia Eliodori]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Jul 2020 11:28:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Elezioni USA 2020]]></category>
		<category><![CDATA[USA e Americhe]]></category>
		<category><![CDATA[Biden]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni USA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Mancano poco più di tre mesi all’appuntamento elettorale più atteso di quest’anno: le elezioni presidenziali americane che si&#8230;</p>
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<p class="has-drop-cap">Mancano poco più di tre mesi all’appuntamento elettorale più atteso di quest’anno: le elezioni presidenziali americane che si terranno il 3 di novembre. Sebbene molti sondaggi nazionali attribuiscano un vantaggio al candidato democratico Joe Biden, la strada è ancora lunga. La crisi ha reso necessario un cambio di strategia per Donald Trump, che ha degradato il suo <em>campaign manager</em> Brad Parscale per dar spazio Bill Stepien. Dall’altro lato Biden si trova a pochi passi dal rendere pubblica la decisione più cruciale, quella della donna che gli sarà accanto nel ticket presidenziale.</p>



<p><strong>Donald Trump alla prova per la rielezione</strong></p>



<p>Come noto, nel 2016 Donald Trump vinse di misura contro Hillary Clinton grazie soprattutto ad alcuni <em>swing states</em> che l’<em>incumbent</em> mira a riconquistare a novembre. Come noto, i sondaggi effettuati a livello nazionale vanno presi con estrema cautela perché, seppur sintomo di un andamento generale positivo per i <em>Democrats</em>, possono essere un semplice specchietto per le allodole, come alla precedente tornata contro la favorita Clinton. The Donald paga lo scotto della pandemia col suo elettorato. Il Presidente Trump ha evitato di imporre misure sanitarie a livello federale, delegando gran parte della gestione ai singoli stati, questa mancanza di responsabilità è stata aggravata da un atteggiamento di malcelata sottovalutazione emerso soprattutto durante i coronavirus <em>brifieng</em>. Dichiarazioni controverse su cure non sperimentate o sospetti sulla provenienza del virus, il lungo rifiuto di indossare la mascherina ed interrompere gli eventi pubblici, hanno lasciato spazio ad un Trump più circospetto dopo il fallimento della <a href="https://www.mondodem.it/analisi-in-pillole/il-pelo-uovo-di-colombo/">Convention di Tulsa</a>. Improvvisamente, per il Presidente, chi indossa la mascherina è un patriota mentre la Convention Repubblicana di Jacksonville non s’ha da fare. Il rischio, cinicamente, è anche quello di perdere i pensionati della Florida che lo sostenerono quattro anni fa.</p>



<p>Ma sono anche altri i temi che bollono in pentola già da qualche mese. Il primo è quello del razzismo sistemico collegato alle riforme della polizia, il secondo è quello della Cina sempre più nel mirino della presidenza. La condotta degli affari internazionali da parte di Trump ha un indice di gradimento scarso (<a href="https://www.realclearpolitics.com/epolls/other/president_trump_job_approval_foreign_policy-6183.html">disapprove al 55% per RCP</a>) perciò, oltre alla legittima difesa degli interessi economici e geopolitici degli USA, dietro questa levata di scudi contro Pechino sembrano esserci motivazioni molto più elettoralmente prosaiche. Bisogna vedere quanta pressione la Repubblica Popolare Cinese sia disposta a sopportare considerato che, a Xi Jinping, nonostante le apparenze potrebbe fare persino comodo che resti in carica Donald Trump, soprattutto perché il disimpegno multilaterale di Washington ha concesso margini di manovra. Non si escludono colpi di scena più eclatanti da parte di Donald Trump per catalizzare l’attenzione in vista dell’appuntamento elettorale.</p>



<p><strong>La corsa Dem è sempre in salita</strong></p>



<p>La corsa per i Democratici è sempre in salita, questo non bisogna dimenticarlo neppure quando i sondaggi sembrano parlare chiaro: +9 nella media nazionale di RealClearPolitics.com<a href="#_ftn1"><sup>[1]</sup></a>.&nbsp; Per Joe Biden la strategia emergerà quando sarà svelato il nome della running-mate che lo accompagnerà nella sfida a Trump.</p>



<p>Le incognite sembrano ancora troppe e il momento poco propizio, dato che l’annuncio dovrebbe far focalizzare i media sulla campagna democratica mentre al momento ci sono altre questioni chiave nel mirino, come gli scontri tra manifestanti e polizia a Portland o l’aumento di casi Covid in Florida. Sappiamo che la VP sarà donna ma nelle settimane trascorse, con la <a href="https://www.mondodem.it/osservatori/elezioni-usa-2020/la-corsa-alla-vicepresidenza-tutte-le-candidate-di-biden/">lista delle aspiranti che si allungava</a>, la figura che dovrà accompagnare l’ex Vice di Obama ha assunto le forme di una chimera.</p>



<p>La candidata perfetta, che sembra non esistere in natura, dovrebbe avere alcune caratteristiche: ad oggi l’elettorato si aspetta che sia di colore, anche se al contempo dovrebbe attrarre il voto delle casalinghe bianche dei suburbia; dovrebbe essere piuttosto giovane, ma aver accumulato abbastanza esperienza a Capitol Hill, in modo da essere per Biden una solida spalla e una futura candidata forte alla presidenza; dovrebbe essere un volto riconoscibile a livello nazionale ma mantenere un solido legame con il territorio di provenienza, magari proprio uno swing state; dovrebbe piacere ai giovani e alle minoranze, ma non essere troppo progressista. Si capisce che, almeno tra i nomi che sono stati fatti finora, nessuna candidata possieda tutte queste caratteristiche e che quindi, a seconda di quale sarà la scelta si capirà più chiaramente la strategia democratica. Alcuni danno per favorita la senatrice Kamala Harris, che però sembra penalizzata dal non aver costruito un buon rapporto con Biden in questi mesi. L’attesa si fa trepidante, soprattutto perché in gioco c’è il futuro della politica globale. Far crescere l’entusiasmo del proprio elettorato, ma anche semplicemente far registrare le persone al voto, non sarà semplice per i democratici costretti ad una Convention Online tra il 17 e il 20 agosto. Le carte saranno presto svelate, mentre il mondo resta a guardare, col fiato sospeso.</p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<p><a href="#_ftnref1"><sup>[1]</sup></a> Dato riferito al 27 luglio 2020 nella media dei sondaggi nazionali General Election Trump vs Biden, <a href="https://www.realclearpolitics.com/epolls/2020/president/us/general_election_trump_vs_biden-6247.html">https://www.realclearpolitics.com/epolls/2020/president/us/general_election_trump_vs_biden-6247.html</a></p>
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		<title>Il pelo nell’uovo di Colombo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Sofia Eliodori]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Jul 2020 08:35:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Analisi in Pillole]]></category>
		<category><![CDATA[USA e Americhe]]></category>
		<category><![CDATA[Black Lives Matter]]></category>
		<category><![CDATA[Donald Trump]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sabato 20 giugno, il presidente Donald Trump ha tenuto il suo primo raduno elettorale in vista delle elezioni&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Sabato 20 giugno, il<strong> presidente Donald Trump</strong> ha tenuto il suo <strong>primo raduno elettorale in vista delle elezioni del 4 novembre</strong> di quest’anno, a Tulsa (Oklahoma). In realtà, il comizio avrebbe dovuto tenersi il giorno precedente, il cosiddetto “Juneteenth”, la festività che ricorda l’anniversario dell’abolizione della schiavitù nel 1865, ma è stato posticipato al giorno successivo a causa delle polemiche scatenate. Questa ‘coincidenza’ temporale controversa si sommava ad un’altra coincidenza spaziale. Infatti, Tulsa, tra i mesi di maggio e giugno del 1921, fu il luogo di un orrendo massacro ai danni della fiorente comunità afroamericana. <strong>L’evento è stato un flop</strong>, l’arena mezza vuota ben visibile nelle foto (in tutto diciannovemila posti), quando invece gli organizzatori si aspettavano tra le 800mila e 1 milione di persone. <strong>Le motivazioni di questa brutta figura sono molteplici</strong>: la paura della diffusione del virus, i giovani che su Tik Tok hanno prenotato in massa senza presentarsi, l’ambiguità della scelta di luogo e data – per Trump un modo per celebrare il lavoro fatto per gli afroamericani, per gli oppositori un <a aria-label="undefined (apri in una nuova scheda)" href="https://www.washingtonpost.com/politics/with-kung-flu-thugs-and-our-heritage-trump-leans-on-racial-grievance-as-he-reaches-for-a-campaign-reset/2020/06/21/945d7a1e-b3df-11ea-a510-55bf26485c93_story.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">oltraggio alla memoria</a>. <strong>A partire dall’episodio della morte di George Floyd a Minneapolis</strong>, proteste pacifiche ma anche scontri hanno scosso gli Stati Uniti, alimentando un dibattito sul razzismo sistemico e sull’inclusione sociale che ha raggiunto anche l’Italia. Si tratta di uno spunto interessante per analizzare quanto l’unità e l’identità di un paese siano essenziali per mettere in atto politiche efficaci, di cui c’è estremo bisogno nel mezzo di una pandemia globale.</p>



<h5 id="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-373f52fa" class="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-373f52fa"><span id="lidentita-nazionale-tra-dibattiti-e-discussioni">L&#8217;identità nazionale tra dibattiti e discussioni</span></h5>



<p><strong>Il tema dell’identità di una nazione è sempre in discussione nelle democrazie</strong>, che sulla pluralità interpretativa della nozione di ‘bene comune’ fondano la propria dialettica, con sfumature che vanno ad incidere sul senso profondo dello Stato, definendo i suoi simboli caratterizzanti. Da sinistra, ad esempio, ci stupiscono le differenze che esistono sulla concezione di apertura della democrazia e dei diritti, ma ancora più essenziale è riflettere sui temi trasformativi. Ovvero, su come si afferma e perché una determinata lettura e che impatto può avere sul progresso – o regresso – sociale. <strong>Le nostre comunità politiche sono fondate sulla convivenza di due elementi</strong>: continuità e progresso che, se bilanciati, portano ad uno sviluppo che oggi definiremmo sostenibile. Un equilibrio labile che può rompersi quando la storia porta a strappi che generano un conflitto fra questi due termini della realtà: riforma e controriforma, rivoluzione e restaurazione. <strong>L’osservazione degli eventi che stanno sconvolgendo sia il mondo sia la nostra quotidianità attraverso il filtro dei termini teorici</strong>, ci aiuta a raffreddare il nostro punto di vista, permettendoci una prospettiva relativamente più distaccata.</p>



<p>È proprio in questa prospettiva che le manifestazioni iniziate negli Stati Uniti ed esportate <strong>in Europa assumono un significato più complesso che scavalca la semplice influenza culturale e la solidarietà</strong>, installandosi nella capacità anticipatoria di quel contesto. Infatti, sebbene in Italia le manifestazioni sotto il cappello di Black Lives Matter siano state espressione di una minoranza &#8211; mentre negli USA si tratta di un movimento ben più consistente – hanno generato un importante <strong>dibattito che va dalla tragedia delle morti nel mediterraneo alla statua di Indro Montanelli a Milano</strong>. Questo dibattito ha stimolato riflessioni tutt’altro che minoritarie nel Paese, con implicazioni spinose proprio per l’interpretazione di quell’identità nazionale espressa in dialettica dalle democrazie. A questa dialettica ontologica si ricollegano <a href="https://www.theguardian.com/us-news/2020/jun/15/joe-biden-race-reforms-democrat-seizes-moment" target="_blank" aria-label="undefined (apri in una nuova scheda)" rel="noreferrer noopener">le parole del candidato democratico</a> alla presidenza degli Stati Uniti,<strong> <a href="https://www.mondodem.it/osservatori/elezioni-usa-2020/elezioni-usa-2020-le-difficolta-che-devono-affrontare-i-democratici/" target="_blank" aria-label="undefined (apri in una nuova scheda)" rel="noreferrer noopener">Joe Biden</a></strong>, che qualche giorno fa ha detto:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><em>“Questa è una battaglia per l’anima dell’America. Chi siamo? Chi vogliamo diventare? Come vediamo noi stessi? E come pensiamo che dovremmo essere?”</em></p></blockquote>



<h5 id="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-69784c1e" class="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-69784c1e"><span id="la-diatriba-sui-monumenti-che-riguarda-anche-cristoforo-colombo">La diatriba sui monumenti che riguarda anche Cristoforo Colombo</span></h5>



<p>Dopo anni di <em>identity politics</em> e polarizzazione kafkiana, esacerbate dalla presidenza di Donald Trump negli USA e dal populismo in Europa, definire le cose che abbiamo in comune è molto difficile. <strong>Il riconoscimento pubblico delle differenze, e di ciò che tali differenze comportano, è utile a far sì che la collettività adotti delle misure adeguate a rispondere alle esigenze degli individui</strong>. Dall’altro lato, può portare ad un ragionamento per compartimenti stagni, come sistemi chiusi, stimolando la balcanizzazione delle comunità politiche quando, invece di includere, esclude. Se sulle policy da mettere in atto si possono più facilmente trovare compromessi, è proprio sui simboli che si determina lo scontro, poiché oggi sono sempre più interpretati in un’ottica soggettiva o di gruppo. Da qui la diatriba sui monumenti a <strong>Cristoforo Colombo</strong>, che coinvolge indirettamente anche l’Italia attraverso l’importante comunità italo-americana negli USA. Sebbene Colombo non possa essere imputato direttamente di schiavismo, è stato incluso già da tempo, da una parte del movimento, tra i simboli dell’imperialismo e dell’oppressione. L’espiazione di questo peccato originale, che affonda le proprie radici nella storia statunitense, riguarda in realtà tutto l’occidente e, dal punto di vista politico, è tremendamente difficile da gestire, soprattutto per le sinistre. Se, da un lato, Trump gioca sul sentimento di accerchiamento da parte dei bianchi, sul rigetto del senso di colpa rispetto alle azioni dei loro predecessori, sul rifiuto di mettere in discussione la propria identità e sulla frustrazione per <a aria-label="undefined (apri in una nuova scheda)" href="https://www.theguardian.com/society/2018/mar/01/how-americas-identity-politics-went-from-inclusion-to-division" target="_blank" rel="noreferrer noopener">l’impossibilità di rivendicarla anche parzialmente</a>, dall’altro lato, ancora orfani della leadership di Obama, i democratici americani sono chiamati a mettere in atto un’agenda ancora più coraggiosa.</p>



<h5 id="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-d40f9a2a" class="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-d40f9a2a"><span id="il-fallimento-della-policy">Il fallimento della policy </span></h5>



<p>Nel 2004, alla Convention democratica dove si fece notare per la prima volta, <strong>Barack Obama</strong> disse che <em>“Non esiste un’America nera e un’America bianca, un’America latina e un’America asiatica, esistono gli Stati Uniti d’America.”</em> Oggi sembra impossibile pensare ad un messaggio unitario di questo tipo, senza che nessuno dei gruppi citati si senta minacciato nella riconoscibilità della sua esistenza. Donald Trump sa che questo è un punto debole per i Dem, da cui immagina di poter trarre vantaggio, dipingendoli come sotto scacco della sinistra radicale. <strong>Il bisogno che ha il partito democratico statunitense di definire un messaggio più efficace su questi temi</strong>, è lo stesso anche dal lato europeo dell’Atlantico, aggravato da una pandemia globale in corso, in cui i cittadini hanno bisogno di risposte estremamente concrete contro la povertà e la marginalizzazione sociale. L’identità collettiva passa attraverso i filtri dell’identità individuale, valori e principi attraverso cui si dà senso alla realtà, perciò le politiche che si mettono in atto per risolvere i problemi variano da <em>policymaker</em> a <em>policymaker</em>. Per Trump, ad esempio, il razzismo e la violenza non sono problemi sistemici, sono sufficienti misure accessorie come l’eliminazione della presa al collo – la famigerata Knee-on-neck che ha ucciso George Floyd &#8211; da parte della polizia. <strong>Se l’interpretazione fallisce, anche la policy fallisce</strong>.</p>



<p>In questo senso, l’identità collettiva è una proiezione di come noi leggiamo la nostra realtà e da cui, quindi, derivano le risposte che daremo a quelle domande, a quei bisogni, che siamo in grado di intuire e rappresentare. Perché è questo il compito di una democrazia rappresentativa. Se tra queste domande e le loro risposte si insinua un dilemma di incoerenza narrativa, il risultato sarà intuitivamente di disturbo e rischia di mettere in crisi l’efficacia della campagna elettorale in atto; come una nota fuori posto, uno scontro sulla narrativa del ‘noi’ che sembra essere solo all’inizio, un pelo nell’uovo di Colombo.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/2115/">Il pelo nell’uovo di Colombo</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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		<title>USA – la lotta al Coronavirus, un test per l’unità in un Paese diviso</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Sofia Eliodori]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Mar 2020 15:07:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[Coronavirus]]></category>
		<category><![CDATA[Trump]]></category>
		<category><![CDATA[USA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dopo la dichiarazione dello stato di emergenza nazionale, dopo l’impegno ad uno stanziamento di fondi senza precedenti per&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1904/">USA – la lotta al Coronavirus, un test per l’unità in un Paese diviso</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Dopo la dichiarazione dello stato di emergenza
nazionale, dopo l’impegno ad uno stanziamento di fondi senza precedenti per
sostenere economia e sanità, dopo il distanziamento sociale e l’avvio di misure
di <em>lockdown</em> in molte aree del paese, sembrava che l’amministrazione
Trump non solo avesse compreso la gravità della situazione ma che fosse anche
pronta a prendere tutti i provvedimenti necessari per farvi fronte. Il Partito Democratico
americano si stava gia’ mettendo in gioco alla Camera e al Senato per portare
avanti proposte ritenute fondamentali per superare la crisi, collaborando con i
colleghi Repubblicani. Sembrava dunque che cominciasse a crearsi un clima di
condivisione da parte di tutte le forze politiche su quali misure adottare per
il bene del paese. E invece improvvisamente, mentre il Parlamento si apprestava
ad approvare il mega provvedimento economico con larga <a href="https://www.nytimes.com/2020/03/24/world/coronavirus-updates-maps.html#link-4d465601">maggioranza
bipartisan</a>, si sta consumando una nuova divisione su di un postulato
esplicitato dal Presidente su Twitter: “la cura non può essere peggiore del
problema stesso”. Sembrerebbe che Trump preveda di far tornare gli americani al
lavoro il prima possibile, probabilmente subito dopo i 14 giorni stabiliti
finora, <a href="https://www.nytimes.com/2020/03/23/business/trump-coronavirus-economy.html">ignorando
così gli allarmi</a> lanciati dalle autorità sanitarie (l’Organizzazione
Mondiale della Sanità teme che gli Stati Uniti potrebbero presto diventare <a href="https://www.washingtonpost.com/world/2020/03/24/coronavirus-latest-news/">il
prossimo epicentro della pandemia</a>, a causa dell’impennarsi della curva dei
contagi).</p>



<p>L’economia è al centro di preoccupazioni simili
a quelle esistenti in Italia e nel resto d’Europa, per cui si sta lavorando ad
una mediazione tra due interessi generali: quello a che la produzione non si
azzeri e quello di tutelare la salute di cittadini e lavoratori. Una sintesi
non facile, su cui c’è un ampio confronto tra le forze politiche. Diversi Stati
degli USA stanno adottando <a href="https://www.nytimes.com/interactive/2020/us/coronavirus-stay-at-home-order.html">misure
di lockdown</a> sempre più restrittive: Washington State, Oregon, California,
Wisconsin, Michigan, New York ed altri. Si tratta di provvedimenti che ormai
riguardano oltre 100 milioni di persone, &nbsp;ma decisi autonomamente dai governatori perché
l’amministrazione Trump non ha messo in atto una strategia di contenimento
federale. Il Presidente ha mantenuto un atteggiamento ambiguo anche nei
confronti dei Democratici che, nonostante stiano <a href="https://www.washingtonpost.com/us-policy/2020/03/22/vast-coronavirus-stimulus-bill-limbo-crunch-times-arrives-capitol-hill/">collaborando
ai provvedimenti</a> in discussione nel Parlamento, avevano accusato i colleghi
Repubblicani di aver <a href="https://www.theguardian.com/commentisfree/2020/mar/22/coronavirus-relief-bill-corporate-coup">favorito
troppo le grandi industrie</a> e le multinazionali rispetto ai comuni
lavoratori. La disoccupazione, infatti, che aveva recentemente raggiunto dei
minimi storici, è già in crescita. Trump l’istrionico, Trump il populista,
anche stavolta ha deciso di non adeguarsi, di andare contro la corrente,
continuare ad attaccare, riaprire presto le fabbriche e le città, sminuire la
gravità della malattia. Il ritorno ad un atteggiamento simile a quello
iniziale, presto scomparso al rapido aggravarsi della situazione sanitaria.<strong> Si profila così, dopo un duro braccio di
ferro sul contenuto delle misure da adottare, un altro scontro sull’intera
strategia per la nazione</strong>. </p>



<p>Nel frattempo i Democratici, nel mezzo delle
primarie, si trovano in un’impasse complicata da superare. Nancy Pelosi,
speaker della Camera dei deputati, e Chuck Schumer, capogruppo dei Dem al
Senato, nonostante il clima di aperto contrasto con i colleghi Repubblicani ulteriormente
esacerbato dall’impeachment, stanno collaborando con loro per restituire ai
cittadini americani il clima di unità di cui c’è bisogno per affrontare
un’emergenza nazionale e per adottare i provvedimenti necessari a superarla. Allo
stesso modo i governatori e i sindaci democratici delle aree più in crisi sono
obbligati a negoziare col governo federale per ottenere più aiuti possibile; in
prima linea Andrew Cuomo (Stato di New York) e Bill De Blasio (NYC). Con le
primarie ferme, non si sa ancora per quanto, si tratta – dal punto di vista
strettamente elettorale – di un sacrificio per i Dem: se le loro proposte
porteranno dei benefici, Trump le utilizzerà per alimentare la retorica del
Presidente che ha guidato la nazione nel suo momento più difficile dal
dopoguerra.</p>



<p>Per quanto riguarda le primarie Democratiche,
solo poche settimane fa si discuteva su queste pagine della litigiosità
fratricida del dibattito, una lotta ormai da quattro anni ferma alla frattura
clintoniana. Un <em>cleavage</em> riproposto in forma più blanda anche stavolta
tra candidati ‘moderati’ e candidati ‘radicali’, Joe Biden e Bernie Sanders. <strong>Riuscirà questa crisi a riunire il Partito
Democratico?</strong> Nonostante Sanders non si sia ancora ritirato, nelle ultime
settimane Biden sta facendo proprie alcune istanze che potrebbero aprire le
porte di una riappacificazione, ad esempio dichiarando che sceglierà una donna
per affiancarlo nel ticket presidenziale. Gli osservatori auspicano che possa
essere una donna più a sinistra di lui, magari fra quelle candidate alle
primarie come le senatrici Warren e Harris. Un passo importante, ma non
sufficiente. Altre due novita’ sono invece più direttamente collegate alle
proposte dell’area liberal. La prima riguarda <a href="https://www.nytimes.com/2020/03/15/us/politics/biden-backs-free-college.html">investimenti
pubblici nell’educazione</a>: Biden ha dichiarato che supporterà la proposta di
College gratuito per studenti provenienti da famiglie sotto ad un certo reddito
e metterà mano al sistema dei prestiti universitari. La seconda proposta,
suggerita dal clima di grave incertezza per la salute pubblica, riguarda
proprio la sanità, argomento molto caro a Sanders. Dopo aver attaccato il
Senatore del Vermont proprio sui rischi del suo “Medicare for All” – per altro
citando disgraziatamente come esempio negativo la sanità pubblica italiana –
Biden ha proposto che, per l’emergenza Coronavirus, <a href="https://twitter.com/JoeBiden/status/1241406213864280064">le cure siano
gratuite e accessibili a tutti</a>. </p>



<p>Le crisi, se possono avere un risvolto
positivo, è forse proprio quello di mettere in dubbio le nostre certezze e,
anche per quanto riguarda i Democratici americani, non possiamo che augurarci
che questa notte dell’umanità porti consiglio, riunendoli per sconfiggere un
avversario comune. L’evolversi dell’emergenza negli Stati Uniti e la risposta
delle forze politiche avrà un grande impatto sull’Italia e sull’Europa, in
particolare c’è da chiedersi se possa essere un banco di prova da un lato per
tutti i populismi e dall’altro per le forze democratiche e neoliberali. Uno
scontro con una posta davvero troppo alta e che non avremmo mai voluto veder
arrivare.</p>
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		<title>Due perdenti fanno un vincitore? &#8211;  Le primarie Dem dopo il Super Tuesday</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Sofia Eliodori]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Mar 2020 17:55:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Elezioni USA 2020]]></category>
		<category><![CDATA[Osservatori]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni USA]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Con il raggiungimento della maggioranza relativa in 10 dei 14 Stati in ballo nel Super Tuesday, l’ex Vicepresidente&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1854/">Due perdenti fanno un vincitore? &#8211;  Le primarie Dem dopo il Super Tuesday</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Con il raggiungimento della maggioranza relativa in 10 dei 14 Stati in ballo nel Super Tuesday, l’ex Vicepresidente Joe Biden ha acquisito un sostanzioso numero di delegati per la Convention di luglio. Biden  e Bernie Sanders sembrerebbero ormai aver coagulato intorno a loro, rispettivamente, il campo moderato e quello più  di sinistra dell&#8217;elettorato Democratico.</p>



<h5 id="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-1325b816" class="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-1325b816" style="color:#000000;font-style:normal;text-transform:none"><span id="lanalisi-dei-risultati">L&#8217;analisi dei risultati</span></h5>



<p>Analizzando le percentuali emergono però due elementi che
suggeriscono che non sia ancora così. Il primo è che, sebbene il campo dei
contendenti si sia notevolmente ristretto, Biden e Sanders raramente superano
il 50% dei consensi negli Stati in cui vincono. Le loro sono, dunque, maggioranze
relative.</p>



<p>Il secondo elemento sono gli altri due candidati che, dopo aver partecipato con risultati deludenti al Super Tuesday, si sono ritirati: Mike Bloomberg ed Elizabeth Warren. Sia l’uno che l’altra erano stati additati dai rispettivi fronti di appartenenza come l’unico ostacolo verso l&#8217;affermazione, rispettivamente, di Biden e Sanders. Anche con il loro ritiro, però, i due candidati favoriti stentano ad ottenere la maggioranza. Il problema non erano quindi le due candidature “di disturbo&#8221;, ma il fatto che né Biden né Sanders hanno convinto a pieno l’elettorato democratico. Anzi, ancora peggio: non convincono a pieno neppure la propria area di riferimento all’interno dell’elettorato democratico.</p>



<p>Da qua scaturisce la domanda provocatoria: due “perdenti”, e
utilizziamo il termine in modo letterale, fanno un vincitore? Come fu per
Hillary Clinton nel 2016, sia Sanders sia Biden hanno già tentato la corsa alla
presidenza, il primo andandoci vicino alla scorsa tornata mentre il secondo ben
due volte, nel 1988 e nel 2008, qualificandosi a malapena. Onestamente, guardando
questi due ottantenni si può dire tutto tranne che siano sulla breccia
dell’onda o all’apice del loro successo politico. Anzi. Entrambi rappresentano
due esperienze, due approcci essenziali all’identità del Partito Democratico,
ancora irrisolti ma sbiaditi. E se, come si sta delineando nelle ultime ore,
Biden riceverà la nomination, servirà uno sforzo collettivo per superare queste
divisioni.</p>



<p>Non basta che gli altri candidati si siano ritirati: l’elevato livello di frammentazione, soprattutto all’interno del fronte moderato del partito, è una condizione profonda, che non va via con un colpo di spugna. Tale frammentazione potrebbe risultare  da un dubbio insinuatosi nei Democratici americani: questi due approcci antitetici, che abbiamo già visto andare in scena e confliggere quattro anni fa, sono poi così produttivi? Eppure, se si dovesse arrivare alla Convention Dem &#8211; a Milwaukee il 13 luglio – con un testa a testa Biden/Sanders, saremmo allo stesso esatto punto di allora. Con la differenza che gli elettori di Sanders si sono già turati il naso una volta per votare Hillary Clinton (e forse nemmeno tutti sono riusciti a farlo) e stavolta rivendicano per sé il diritto di dimostrare nelle urne di avere ragione. Anche il tema della contesa sembra essere sempre lo stesso, ossia: si può battere Trump andando a scalfirne il voto moderato oppure si batte Trump sottraendogli il voto di protesta, dei poveri e degli esclusi?</p>



<h5 id="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-15670662" class="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-15670662" style="color:#000000;font-style:normal;text-transform:none"><span id="una-fastidiosa-sensazione-di-deja-vu">Una fastidiosa sensazione di dejà vu </span></h5>



<p>L’altro nodo che deve affrontare il Partito Democratico
americano è quella fastidiosa sensazione di dejà vu, che non va sottovalutata. Abbiamo
già visto Bernie Sanders scagliarsi contro l’establishment del partito,
incarnato quattro anni fa da Hillary Clinton. A parte qualche iniezione di
consenso giovanile sostenuta ad esempio dall’endorsement di Alexandria Ocasio
Cortez, il senatore del Vermont ripropone oggi una campagna simile alla
precedente, ma con un sostegno ridotto. Certamente, gli elettori di Sanders
sono molto motivati, ma l’entusiasmo che li guida sembra aver subito una
diminuzione nella capacità di contagio. L’astio nei confronti di Warren ne è un
chiaro sintomo. Sanders ha affermato che sebbene il fronte democratico sia
diviso su tante questioni, sa perfettamente che queste differenze non sono
nulla in confronto a quelle con Trump. Ma l’impressione è che il suo elettorato
sia d’accordo solo in parte.</p>



<p>Dall’altro lato, l’ex Vicepresidente di Obama è stato considerato
il candidato di punta &#8211; avanti nei sondaggi per tutto il 2019- ma la realtà è
che Biden non ha mai convinto granché, aggirandosi a lungo attorno al 30% delle
preferenze o anche meno. La vittoria in South Carolina lo ha ringalluzzito per
il Super Tuesday, proiettandolo di nuovo alla guida del fronte moderato del
partito. Ma il fatto stesso che il fronte moderato del partito sia stato tanto
frammentato – vedi tra gli altri Buttigieg e Klobuchar – è sintomo della
fiacchezza della campagna di Biden. Per lui è stato un bene che la candidatura
di Bloomberg si sia sgonfiata molto velocemente, nonostante l’enorme capitale
investito dall’ex Sindaco di New York. Ora, è vero che le partite si possono
vincere anche ‘a tavolino’ se gli avversari si ritirano, ma è chiaro che non
sia proprio la stessa cosa di vincerle sul campo. Si ha ancora tutto da
dimostrare, e per Biden è così.</p>



<p>È inevitabile pensare che riproponendosi la polarizzazione
interna tra voto moderato e voto radicale, la corsa alla Casa Bianca potrebbe
farsi spiacevole per i Dem. Nel frattempo il Presidente Donald Trump, dopo aver
insultato anch’egli la Warren, ha reso noto che preferirebbe battersi contro
Bernie Sanders. La notizia emerge dopo mesi in cui le indiscrezioni avevano
fatto trapelare esattamente l’opposto, ovvero che Trump fosse preoccupato della
spinta ‘populista’ del Senatore del Vermont. Anche questa informazione può
essere letta in due modi opposti: potrebbe trattarsi della classica strategia
di psicologia inversa oppure un’ostentazione di sicurezza, perché si crede di
avere trovato il nervo scoperto dell’avversario. Nel frattempo ha già pronta in
mano la retorica contro Biden, fondata essenzialmente sul dargli del vecchio
rincoglionito. Resta il fatto che con il buco nell’acqua dell’impeachment e
queste primarie zoppicanti – ricordiamo l’epica figuraccia del conteggio dei
voti dei caucus in Iowa – il Presidente Trump sale nei sondaggi mentre i
democratici arrancano. Di sicuro sappiamo che per battere Donald Trump, già
ampiamente sottovalutato quattro anni fa, ci vuole ben più di così.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1854/">Due perdenti fanno un vincitore? &#8211;  Le primarie Dem dopo il Super Tuesday</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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		<title>Iowa caucus &#8211; inizia la corsa Dem alla presidenza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Sofia Eliodori]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 Feb 2020 16:22:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Elezioni USA 2020]]></category>
		<category><![CDATA[USA e Americhe]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni USA]]></category>
		<category><![CDATA[Iowa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sta per aprirsi la settimana più importante dell’anno per la democrazia americana. Anzi, a dire il vero si&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Sta per aprirsi la settimana più importante dell’anno per la democrazia americana. Anzi, a dire il vero si è già aperta ieri. Domenica 2 febbraio si è svolto l’evento mediatico che ogni anno raccoglie quasi cento milioni di telespettatori, il Super Bowl. Oggi, lunedì 3, si terranno i primi caucus in Iowa. Martedì 4 il Presidente Donald Trump terrà l’annuale discorso sullo “stato dell’unione”. Il giorno dopo, mercoledì, si arriverà alla conclusione dell’impeachment lampo, con il voto del Senato che, verosimilmente, assolverà Trump da ogni accusa per l’Ucrainagate. </p>



<p>Il Super Bowl, tradizionale appuntamento del
football americano, da tempo trascende l’ambito sportivo. Quest’anno è apparsa
sugli schermi anche una sfida politica che ha visto come protagonisti il
Presidente Trump e il candidato democratico Michael Bloomberg. Quest’ultimo sta
conducendo una campagna elettorale del tutto peculiare, decidendo di non
presentarsi in Iowa ma di investire milioni di dollari, entrando per 60 secondi
nelle case di tutti gli americani. L’Iowa, il piccolo stato del midwest degli
USA, è teatro del primo cruciale round delle primarie democratiche in una
formula unica nel suo genere: i caucus. Da cinquant’anni, i candidati Dem
iniziano la corsa alla Casa Bianca da questi raduni. I caucus sono aperti solo
agli elettori democratici, e non a tutti i cittadini come invece avviene nelle
primarie normali. A dispetto dell’assenza di Bloomberg – un azzardo strategico
– quest’anno i caucus saranno particolarmente affollati. Nei palazzetti dello
sport, nelle scuole e nei circoli culturali di tutto l’Iowa si voterà in due
turni. Al primo turno si potrà scegliere il candidato preferito &#8211; la cosiddetta
<em>first choice</em> &#8211; tra: Joe Biden, Bernie Sanders, Elizabeth Warren, Pete
Buttigeg, Andrew Yang e Amy Klobuchar. Al secondo turno, gli elettori dei
candidati che non raggiungeranno il 15% delle preferenze dovranno optare per la
‘seconda scelta’. La cosa divertente è che il voto non solo sarà palese ma sarà
fisico, visibile. Infatti, le persone dovranno dividersi a gruppi raggiungendo
le bandierine che simboleggiano i candidati. Inoltre, tra un turno e l’altro
avverrà un dibattito, in cui si cercherà di convincere a convergere verso uno
dei sopravvissuti allo sbarramento. Spesso gli aspiranti presidente degli Stati
Uniti, giungono in persona nelle sezioni, fanno comizi, si mescolano e
conoscono il proprio elettorato, vengono invitati a cena dai militanti. In base
alle percentuali ottenute da ciascun candidato, ogni sezione eleggerà dei
delegati che insieme ai membri permanenti dell’assemblea nazionale (i
“superdelegati”) nomineranno a luglio il vincitore/la vincitrice delle
primarie. </p>



<p>Il percorso delle primarie statunitensi è
lungo e complicato. Ogni Stato ha le sue regole, e qualcuno elegge i delegati
con i caucus mentre altri con primarie aperte a tutti. Ad ogni tornata vengono
introdotti degli aggiustamenti ai regolamenti, che contribuiscono a rendere
ogni elezione diversa dalla precedente. Ancora non si sono spente le polemiche
sulle primarie del 2016 quando, all’assemblea nazionale Dem, il maggiore peso
dei cosiddetti “superdelegati” garantì la nomination a Hillary Clinton, che
però aveva ricevuto meno preferenze dai delegati “normali” rispetto a Bernie
Sanders. Quest’anno il numero elevato di candidati, nessuno dei quali in netto
vantaggio rispetto agli altri, rende la corsa avvincente ma rischiosa. La
leadership diffusa dentro al Partito Democratico americano è frutto della
traumatica sconfitta contro Donald Trump. La polarizzazione tra Clinton e
Sanders spaccò il partito tra due aree, una più moderata l’altra più radicale.
Sanders ha avuto tempo per riorganizzare le proprie truppe in questi anni,
avvicinandosi soprattutto ai più giovani come Alexandria Ocasio Cortez e
diventando il candidato preferito tra gli under 30. Hillary si è ritirata,
lasciando dietro di sé rimpianti e rancori ancora non sopiti. Joe Biden, ex
vice di Obama &#8211; che è al secondo tentativo per la presidenza &#8211; si è candidato a
rappresentare i moderati, ma non convince fino in fondo. Lo scontro più atteso
di stasera è proprio quello fra Sanders e Biden, testa a testa nei sondaggi. In
molti però si chiedono se proseguire con un’ulteriore polarizzazione dentro al
partito sia una scelta vincente. Stasera capiremo se già tra gli elettori
democratici stia emergendo la necessità di trovare un candidato unitario, di
mediazione, magari premiando Warren o Klobuchar (che hanno ricevuto entrambe
l’endorsement del New York Times) o l’astro nascente Buttigeg. Insomma,
capiremo se tra i due litiganti il terzo gode.</p>



<p>Alla vigilia di questa prima sfida sul campo,
le carte sono ancora troppo mescolate per avere un quadro chiaro del caos Dem.
L’unica certezza è che il candidato da battere è Donald Trump, a tutti i costi,
e questa volta il partito non può permettersi di spaccarsi. </p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1819/">Iowa caucus &#8211; inizia la corsa Dem alla presidenza</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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