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	<title>Covid-19 Archivi &#8211; MondoDem</title>
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	<description>Laboratorio di Politica Internazionale</description>
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	<title>Covid-19 Archivi &#8211; MondoDem</title>
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		<title>L&#8217;opportunità irripetibile di SURE</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Riccarda Lopetuso]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Jun 2020 12:10:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Sure]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Gli acronimi, croce e delizia dell&#8217;Unione Europa. L’ultimo arrivato è SURE, per “Support to mitigate Unemployment Risks in&#8230;</p>
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<p class="has-drop-cap">Gli acronimi, croce e delizia dell&#8217;Unione Europa. L’ultimo arrivato è <a href="https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/it/QANDA_20_572" target="_blank" rel="noreferrer noopener">SURE</a>, per “<em>Support to mitigate Unemployment Risks in an Emergency</em>”. Si tratta di uno strumento proposto dalla Commissione per attenuare gli effetti della pandemia da<a href="https://www.mondodem.it/osservatori/covid-19/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"> Covid-19</a> sul mercato del lavoro e sui redditi dei lavoratori dipendenti, autonomi, pescatori e agricoltori. Finanzierà, a livello europeo, gli strumenti di sostegno al reddito e&nbsp; di riduzione dell&#8217;orario di lavoro che gli Stati membri più esposti alla pandemia hanno già predisposto nelle scorse settimane, con pesanti aggravi di spesa pubblica. Ursula Von Der Leyen ha parlato di una dotazione finanziaria di “100 miliardi per mantenere le persone nei loro posti di lavoro e sostenere le imprese”.</p>



<p>Nel dettaglio, lo strumento – temporaneo &#8211; dovrebbe funzionare come una cassa integrazione europea, la prima della storia, supportando le imprese e tutelando i posti di lavoro a rischio.I lavoratori si vedrebbero ridotto l&#8217;orario di lavoro, senza perdere la parte di retribuzione delle ore non lavorate. In queste ore libere, i lavoratori potrebbero frequentare corsi di formazione.</p>



<p>Il meccanismo SURE si baserà su garanzie nazionali per un valore fino a 25 miliardi, che consentiranno alla Commissione di emettere Bond tripla A, girati successivamente tramite prestiti agli Stati membri. In sostanza, la concretizzazione dei tanti demonizzati Eurobond.</p>



<p>I fondi SURE dovrebbero essere disponibili in tempi relativamente brevi, luglio o più tardi settembre. Nei piani della Commissione, lo strumento dovrebbe essere un antidoto alla disoccupazione e alla tempesta d&#8217;autunno che potrebbe dilaniare il mercato del lavoro nei paesi più colpiti dal virus, su tutti l&#8217;Italia. Un&#8217;ipotesi al vaglio del Governo italiano è quella di utilizzare i fondi SURE per rifinanziare la Cassa Integrazione in Deroga e bloccare fino alla fine dell&#8217;anno i licenziamenti. Una possibilità concreta e ragionevole, che potrebbe aiutare il nostro paese ad affrontare la crisi sociale e occupazionale che, inevitabilmente, attende il sistema Italia alla fine dell&#8217;Estate.</p>



<p>Di un Sussidio Europeo di Disoccupazione si parlava da tempo. Nel 2016 fu il Governo italiano, con il Ministro dell&#8217;Economia Padoan, a proporre l&#8217;istituzione di un fondo comune europeo per creare un sussidio di disoccupazione da elargire ai lavoratori che restano senza occupazione dopo shock economici che colpiscono i loro paesi. Ora che la Cassa integrazione europea sembra diventare realtà (anche se si tratta di uno strumento temporaneo e non strutturale), è auspicabile non sprecare l&#8217;occasione e intervenire sul sistema di protezione sociale dei lavoratori e il loro reinserimento nel mercato del lavoro, primariamente in Italia dove questi meccanismi sovente non sono sufficientemente efficaci né efficienti.</p>



<p>Se non ora quando, verrebbe da dire. Storicamente, l&#8217;Italia ha sempre perseguito la protezione del reddito dei lavoratori e la salvaguardia dell&#8217;occupazione, piuttosto che il suo ricollocamento nel mondo del lavoro. I principali ammortizzatori sociali quali l&#8217;indennità di disoccupazione NASpL e la Cassa Integrazione Guadagni (che sia Ordinaria &#8211; CIGO &#8211; o straordinaria &#8211; CIGS) rispondono a questa logica.</p>



<p>L&#8217;approccio comunitario alle politiche attive del lavoro è differente. L&#8217;Unione, in materia, si è innanzitutto dotata di uno strumento di coordinamento delle sue diverse politiche occupazionali, la Strategia Europa 2020.</p>



<p>Gli scopi principali di questa strategia sono la creazione di opportunità occupazionali per giovani e donne e il reinserimento lavorativo nel mercato del lavoro dei disoccupati. Questi obiettivi sono perseguiti principalmente attraverso i vari strumenti che costituiscono il Fondo Sociale Europeo. La misura più nota è la <em>Youth Guarantee</em>, programma rivolto ai giovani fino a 30 anni per consentire ragazzi che non studiano né lavorano (i cosiddetti <em>Neet</em>) di frequentare un corso di formazione o vivere esperienze lavorative con tirocini retribuiti. Fino ad ora, quindi, l&#8217;obiettivo dell&#8217;Unione Europea è stato sostenere l&#8217;occupazione e creare nuovi posti di lavoro e opportunità per i propri cittadini. SURE, pur se in misura temporanea, va invece nella direzione della salvaguardia di posti di lavoro e nel mantenimento degli attuali livelli occupazionali. Dal punto di vista delle politiche occupazionali, l’approccio europeo alla pandemia è quindi più vicino alla tradizionale risposta italiana.</p>



<p>Nell&#8217;era post Covid-19, un ruolo fondamentale per rilanciare l&#8217;occupazione e salvare i posti di lavoro a rischio sarà svolto dalla formazione professionale.</p>



<p>Il Governo italiano ha istituito – con il Decreto rilancio ( art. 88 Decreto-Legge 19 maggio 2020 n. 34)&nbsp; un Fondo Nuove Competenze, per permettere alle aziende di rimodulare l&#8217;orario di lavoro e consentire ai lavoratori di frequentare corsi di formazione. E’ un provvedimento opportuno, ma non basta.</p>



<p>Occorrono provvedimenti capaci di guardare anche a chi, fino ad ora, è rimasto ai margini del mercato del lavoro e per cui la pandemia ha peggiorato le prospettive di un inserimento lavorativo.</p>



<p>Larghe fette della popolazione italiana (giovani sopra i 30 anni, donne, principalmente al Sud) non trovano sbocchi lavorativi. Le regioni (che hanno competenza esclusiva in materia di Formazione professionale) prevedono corsi gratuiti&nbsp; di formazione, anzi in alcuni casi con una diaria per i corsisti. L’offerta di corsi di formazione risulta elevata. Tuttavia, la qualità risente di fondi insufficienti e materie di corsi inadatti alle richieste del mercato e alle peculiarità dei territori.</p>



<p>Nell&#8217;immaginare il mondo dopo la pandemia, si parla principalmente di ambiente e turismo, un nuovo turismo.</p>



<p>Allora perché non partire da questi settori e formare – anche con i fondi SURE &#8211; nuove professionalità, guardando magari all&#8217;economia circolare, al turismo sostenibile e al recupero dei borghi appenninici italiani? </p>



<p>Al di là dei ragionamenti sulle politiche attive e su un&#8217;auspicabile riforma dei sistemi di sostegno al reddito, non si può non riconoscere &#8211; dal punto di vista politico &#8211; il grosso passo in avanti che l&#8217;Integrazione europea compie, su spinta dei progressisti.<br>L&#8217;indennità di disoccupazione europea era nel programma del PD alle elezioni europee dello scorso anno ed è diventato &#8211; successivamente- un punto programmatico del gruppo dei Socialisti e Democratici tanto che Ursula Von Der Leyen ha esplicitamente fatto riferimento all&#8217;indennità europea di disoccupazione nel suo programma.<br>Oggi, in risposta alla crisi, grazie all&#8217;impegno del Commissario agli Affari economici Paolo Gentiloni, l&#8217;idea dell&#8217;indennità di disoccupazione europea diventa realtà e, seppur strumento temporaneo, si spera possa diventare strutturale.<br>Oltre a SURE la Commissione ha proposto il pacchetto NextGenerationEU da 750 miliardi, di cui l&#8217;Italia sarà il primo beneficiario e che includerà anche un programma di investimenti senza precedenti denominato InvestEU.</p>



<p></p>



<p></p>
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		<title>COVID-19: le implicazioni geopolitiche della corsa al vaccino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Claudia Schettini]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 06 Jun 2020 16:26:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[Osservatori]]></category>
		<category><![CDATA[Coronavirus]]></category>
		<category><![CDATA[COVID-19]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dopo la guerra sanitaria (non ancora vinta) adesso la guerra è di natura commerciale e ruota intorno alla&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Dopo la guerra sanitaria (non ancora vinta) <strong>adesso la guerra è di natura commerciale e ruota intorno alla frenetica ricerca per scoprire il vaccino contro il Covid-19</strong>, ritenuto l’unica soluzione per cercare di frenare il dilagarsi del virus tra la popolazione mondiale. È una guerra combattuta tra avversari potenti, ossia le industrie farmaceutiche e i governi che stanno agendo seguendo una logica nazionalistica dal momento che, al di là del valore sanitario, il valore economico del vaccino è enorme. Non va sottovalutato, inoltre, <strong>il valore simbolico della corsa al vaccino che potrebbe essere paragonata alla corsa allo Spazio degli anni Sessanta</strong>. Si riuscirà ad avere un vaccino che sia, come auspicato dall’OMS e dalle Nazioni Unite, un “bene comune globale e pubblico”? O l’antidoto al virus sarà attanagliato dalle logiche privatistiche del monopolio brevettuale e dagli egoismi nazionali?</p>



<h5 id="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-f149e7de" class="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-f149e7de"><span id="tutto-il-mondo-alla-ricerca-del-vaccino-per-il-covid-19">Tutto il mondo alla ricerca del vaccino per il COVID-19</span></h5>



<p>Governi, case farmaceutiche e laboratori di ricerca stanno lavorando a un ritmo mai visto prima nella storia della ricerca medica: <strong>allo stato attuale si registrano 295 trattamenti e 109 vaccini in sperimentazione</strong>, di cui uno promosso dal tandem Italia &#8211; Regno Unito.</p>



<p>Allo stesso tempo, si assiste ad una collaborazione scientifica internazionale senza precedenti promossa, in prima battuta, dall’Unione Europea. A fine aprile, la Presidente della Commissione Europea, Ursula Von der Leyen, insieme al direttore generale dell’OMS, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ad Emmanuel Macron e a Melinda Gates, ha promosso un raccolta fondi a livello mondiale per <strong>raccogliere 7,5 miliardi di dollari e finanziare la ricerca per il vaccino contro il Coronavirus</strong>. L’iniziativa, detta <em>“ACT Accelerator”, </em>ha come obiettivo finale, oltre all&#8217;accelerazione dello sviluppo di test, farmaci e trattamenti contro il COVID-19, assicurarsi che tutto il mondo abbia accesso a queste cure. Von der Leyen ha annunciato che l’UE mobiliterà un miliardo di euro grazie alla partecipazione di una quarantina di governi, di organizzazioni internazionali e donatori privati. <strong>Anche l’Italia ha assicurato la sua partecipazione, con un contributo di 140 milioni di euro</strong> che sarà diviso tra CEPI (Coalition for epidemic prepardness innovations), OMS e Alleanza per l’immunizzazione globale dal Covid, formata da Italia, Olanda, Germania e Francia. In particolare, quest’ultima è una strategia di investimenti comuni per accelerare il processo di sviluppo di una cura efficace, negoziando con potenziali produttori e aziende farmaceutiche al fine di consentirne la produzione sul territorio europeo e garantire quantità e possibilità di accesso sufficienti per tutta l’Ue e per i paesi a basso reddito, in particolare in Africa.</p>



<h5 id="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-62ff7bc6" class="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-62ff7bc6"><span id="anche-litalia-alla-rincorsa-del-successo-medico">Anche l&#8217;Italia alla rincorsa del successo medico</span></h5>



<p>In questo contesto, <strong>il governo italiano da un lato collabora all’iniziativa europea, dall’altro ha cominciato, anch’esso, la corsa allo sviluppo di un vaccino nazionale</strong>. L’azienda Irbm di Pomezia sta, infatti, da tempo lavorando a misure cliniche preventive insieme all’Università di Oxford, anche se mancano ancora due mesi prima che possa partire la sperimentazione sull’essere umano del vaccino in studio allo Spallanzani di Roma, lo <em>ChAdOx1 nCoV-19</em>.</p>



<p>Il problema principale è che <strong>il vaccino non potrà essere subito disponibile per tutti</strong>: aziende e investitori, seguiti dagli Stati, vogliono vincere questa corsa per ottenere una posizione economica oltre che scientifica di primo piano. L’Italia rischia così di dover fare i conti con cifre di acquisto elevatissime: sarà infatti avvantaggiato non solo chi ha la ricerca sul territorio nazionale, ma soprattutto chi ha investito e finanziato di più la cura. L’azienda italiana che sta lavorando insieme ad una inglese ha già firmato un accordo di prelazione con Londra nel quale si stabilisce che il Regno Unito sarà il primo Paese ad avere accesso al potenziale vaccino, avendo stanziato più fondi per finanziarlo. Per quanto la prospettiva dello sviluppo nazionale di un vaccino sembri essere la migliore in termini non solo sanitari ma, soprattutto, di prestigio politico e strategico, allo stato attuale l’opzione più conveniente per Roma, nonché la più realistica, sarebbe quella di contribuire maggiormente all’iniziativa dell’Unione europea, non avendo realistiche prospettive di successo  la corsa individuale al vaccino.</p>



<h5 id="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-e8413a35" class="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-e8413a35"><span id="lo-scontro-tra-cina-e-usa-e-il-contesto-geo-politico">Lo scontro tra Cina e USA e il contesto geo-politico</span></h5>



<p>All’iniziativa globale avviata su proposta dell’UE non hanno preso parte i due competitors internazionali per eccellenza: <strong>USA e Cina</strong>. Con l’epidemia si sono infatti acuite le tensioni fra Pechino e Washington, entrambi a rischio di pesanti ripercussioni: chi prima ne uscirà, ripartirà con una marcia in più per la ripresa della successiva corsa. Mentre Xi Jinping, pur perseguendo uno sforzo individuale, ha garantito la condivisione di una potenziale scoperta della cura contro il Covid19, l’America di Trump ha, ancora una volta, adottato una politica del tipo “America first”, il cui obiettivo è la realizzazione di un vaccino entro la fine dell’autunno &#8211; obiettivo che, tuttavia, non sembra scientificamente sostenibile. La Casa Bianca <strong>non ha, inoltre, partecipato al vertice globale sui vaccini fissato tenutosi il 4 giugno</strong>.</p>



<p>È chiaro dunque che <strong>la ricerca del vaccino, a cui fa da sfondo un contesto geo-politico già di per sé molto teso, avrà profonde implicazione di carattere politico, economico ed industriale</strong>. Una strategia competitiva, piuttosto che collaborativa, a livello internazionale sarebbe solamente controproducente: la pandemia è, al momento, una sfida globale per affrontare la quale un vaccino potrebbe non essere sufficiente, se non se ne assicurasse la reperibilità a livello globale. È infatti necessario che il vaccino copra tutto il mondo, non solo per equità ma anche per essere certi che l’epidemia non continui a covare e fare vittime, e quindi a generare instabilità economica e poi politica. In altre parole, il virus non sarà sconfitto da nessuna parte finché non sarà sconfitto ovunque. Come ha più volte ribadito la presidente Von der Leyen: <em>«Battere il coronavirus richiederà un accesso prolungato su molti fronti. Abbiamo bisogno di una risposta globale a una pandemia globale».</em></p>
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		<title>Osservatorio Brexit, Speciale: Focus Coronavirus</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Leonardo De Agostini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 May 2020 11:28:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Analisi in Pillole]]></category>
		<category><![CDATA[Covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[Osservatori]]></category>
		<category><![CDATA[Brexit]]></category>
		<category><![CDATA[Coronavirus]]></category>
		<category><![CDATA[COVID-19]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Questa breve analisi si concentra sull’impatto dell’emergenza Covid-19 sui negoziati in corso fra UE e Regno Unito per&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Questa breve analisi si concentra <strong>sull’impatto dell’emergenza Covid-19 sui negoziati in corso fra UE e Regno Unito</strong> per stabilire i dettagli della futura relazione post Brexit. Nonostante l’iniziale volontà di entrambe le parti di procedere con i negoziati anche durante l’epidemia, pare ormai evidente che le condizioni necessarie per un lavoro <em>business as usual</em> siano venute meno. Quali sono le possibili ripercussioni di questa interruzione? Londra potrebbe cambiare atteggiamento dopo l’aver affrontato un’emergenza globale di tale portata con un piede fuori dall’architettura UE? Si rafforza il rischio <em>no deal</em>?</p>



<h5 id="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-fb5ca552" class="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-fb5ca552"><span id="i-vari-round-dei-negoziati">I vari round dei negoziati</span></h5>



<p>Il primo round di negoziati, a marzo, si era chiuso con le dichiarazioni del capo negoziatore UE Michel Barnier secondo cui erano emerse <em><strong>“serie divergenze”</strong></em> con le controparti britanniche. Da allora sono passate diverse settimane senza progressi, data l’ovvia priorità dell’elaborazione di contromisure da attuare per l’emergenza sanitaria. Inoltre, come riportato da <a href="https://www.politico.eu/article/eu-trade-chief-uk-preparing-to-blame-coronavirus-for-brexit-fallout/">Politico.eu</a>, i primi tentativi di negoziati in videoconferenza sono stati rallentati sia dai dubbi di diversi negoziatori, secondo i quali tale modalità di dialogo si sarebbe rivelata lenta e controproducente, sia da preoccupazioni relative alla sicurezza delle comunicazioni.</p>



<p>Così, il secondo e terzo round di negoziati nei quali si sarebbe discussa la futura relazione fra l’Unione ed il Regno Unito sono stati cancellati dopo lo scoppio della pandemia: successivamente i due principali attori, Michel Barnier ed il capo negoziatore britannico David Frost, hanno dichiarato di aver avuto sintomi riconducibili al virus covid-19. Solo nell’ultima settimana di aprile è stato possibile riprendere i colloqui, articolatisi in più di <strong>40 sessioni in videoconferenza da parte di 10 team di negoziatori</strong>. </p>



<p>Ora un’altra importante scadenza è al centro dall’attenzione: <strong>il 30 giugno è infatti il termine entro il quale Londra dovrebbe notificare la sua eventuale volontà di richiedere un’estensione del periodo di transizione</strong>, il cui termine è attualmente fissato al 31 dicembre 2020. Nonostante i molti pareri contrari degli stessi esperti britannici, Downing Street, come ripetuto più volte da Frost, <em>“non desidera estendere il periodo di transizione, in quanto il lavoro può essere completato entro la fine dell’anno”</em>, anche in piena crisi coronavirus. Il rifiuto di Boris Johnson nel richiedere un’estensione – che protrarrebbe il periodo nel quale al Regno Unito si applicano le norme comunitarie senza che esso goda di rappresentanza nelle istituzioni – potrebbe risultare in un maggior rischio di <em>no deal</em>, nonostante la stipula di un accordo rimanga lo scenario più probabile.</p>



<h5 id="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-9791cace" class="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-9791cace"><span id="la-fase-di-impasse-tra-accuse-e-giustificazioni">La fase di impasse tra accuse e giustificazioni</span></h5>



<p>Siamo quindi ora in una fase di impasse, con entrambe le parti che si accusano vicendevolmente di ritardare i negoziati. Secondo Barnier il governo britannico starebbe <em>“facendo scorrere il tempo rallentando le discussioni più importanti”</em>, mentre ci si attende un appello di Boris Johnson alla presidente della Commissione europea Ursula Von Der Leyen con l’obbiettivo di coinvolgere maggiormente i leader europei nel negoziato, nella speranza che un approccio <em>top level</em> sblocchi la situazione.</p>



<p>Mentre comunità di cittadini e lavoratori europei residenti nel Regno Unito denunciano <strong>un mancato o difficile accesso agli strumenti di relief economico</strong>, sulla base di ostacoli burocratici legati allo ‘stato di residenza’, rischiando di vedere così violati i loro diritti, pare sempre più ovvio che – nelle parole di un diplomatico di Bruxelles &#8211; <em>“questo approccio da scommettitori non porterà ad un accordo commerciale”</em>. La stessa fonte diplomatica, in riferimento alla possibilità ventilata da parte di Bruxelles di estendere il periodo di transizione di uno o due anni, ha affermato che <em>“il continente è travolto dal virus quanto la Gran Bretagna, quindi non scommetterei sul fatto che i leader abbiano troppo tempo per soddisfare i capricci di Londra […] l’accordo con UK è necessario, ma non così urgente”</em>.</p>



<h5 id="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-a39e2f42" class="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-a39e2f42"><span id="cosa-spinge-ad-applicare-una-brexit-no-deal">Cosa spinge ad applicare una Brexit no deal?</span></h5>



<p>Sorge quindi spontaneo chiedersi cosa spinga il governo di Londra ad opporsi così ostinatamente ad una estensione del periodo di transizione. La risposta risiederebbe nella <strong>politica interna</strong>, in seno al paese ma anche al partito conservatore. Secondo il parere di due ricercatori del Federal Trust (think tank sul federalismo specializzato nelle relazioni tra Regno Unito e Unione europea), negli ultimi 4 anni il partito conservatore si sarebbe trasformato in una semplice associazione nella campagna pro-Brexit, subordinando alla causa tutte le altre attività.</p>



<p>La nuova leadership quindi, realmente o solo opportunisticamente euroscettica e consapevole del piccolo margine che ha consentito la vittoria del 2016, avrebbe tutta la volontà di chiudere il prima possibile il processo Brexit, anche con un <em>no deal</em>. La prospettiva di un’estensione dei negoziati di uno o due anni obbligherebbe la leadership del partito a confrontarsi con condizioni politiche nuove ed avverse, secondo gli analisti: <em>“una conclusione di Brexit rapida e ostile potrebbe essere la loro migliore garanzia che i cittadini britannici non cambino opinione sulla questione europea al risveglio dalla pandemia”</em>. </p>



<p>Meglio ancora se fosse possibile incolpare Bruxelles per l’interruzione dei negoziati e mascherare il collasso dell’economia tra gli effetti del virus. <em>“L’opinione pubblica post-Covid in UK sarà più rispettosa degli esperti (della scienza, dei fatti -ndr) e dei migranti di quanto era cinque anni fa”</em> continuano gli esperti del Federal Trust, accusando aspetti fondamentali della campagna per il <em>leave</em> del 2016, fondata su <em>“disonestà intellettuale e manipolazione propagandistica […] dove l’arma preferita erano vuoti slogan e i fatti non contavano”</em>. In sostanza, concludono, <em><strong>“oggi la Brexit è il partito conservatore, ed il partito conservatore è la Brexit”</strong></em>.</p>



<p>Inoltre, Johnson è stato eletto con una campagna fondata sullo slogan <em>“get Brexit done”</em>: forse l’unica promessa nella campagna pro-Brexit realmente realizzabile, ma sicuramente una magra consolazione per i cittadini che rischiano di affrontare la difficile situazione economica prevista per dicembre 2020.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/2000/">Osservatorio Brexit, Speciale: Focus Coronavirus</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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		<title>Il contrasto al Covid-19 non deve infrangere il nostro diritto alla privacy</title>
		<link>https://www.mondodem.it/1943/</link>
					<comments>https://www.mondodem.it/1943/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Claudia Schettini]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Apr 2020 08:06:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[#privacy]]></category>
		<category><![CDATA[Cina]]></category>
		<category><![CDATA[Coronavirus]]></category>
		<category><![CDATA[COVID-19]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nell’attuale situazione di emergenza sanitaria da Covid-19 si sta dibattendo molto sul tema “data protection”. In ragione del&#8230;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Nell’attuale situazione di emergenza sanitaria da Covid-19 si sta dibattendo molto sul tema <em><strong>“data protection”</strong></em>. In ragione del rischio di diffusione del coronavirus, la raccolta e il trattamento dei dati personali, tramite lo sviluppo di specifiche app <strong><em>“contact tracing”</em></strong>, si rendono necessari per ragioni di accertamento e prevenzione. Ma come conciliare, a livello di Unione Europea, la nuova frontiera tecnologica con la tutela del diritto alla privacy degli individui? </p>



<h5 id="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-cf7e5a0e" class="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-cf7e5a0e"><span id="le-modalita-di-contenimento-e-la-protezione-del-diritto-alla-privacy">Le modalità di contenimento e la protezione del diritto alla privacy</span></h5>



<p>Le modalità di contenimento adottate in alcuni paesi (Cina e Corea del Sud, ma anche Israele) hanno suscitato ammirazione e allarme. Sebbene tali paesi abbiano dato una prova di efficienza senza precedenti nella lotta alla pandemia, la loro modalità di contrasto al “nemico invisibile” ha portato ad un’ulteriore stretta dei diritti individuali. E così, l’affascinante e  terrificante utilizzo da parte della <strong>Cina</strong> di big data, IoT (Internet of Things), app e social scoring per il controllo sociale ha indignato legislatori occidentali e comitati di esperti in materia di protezione dei dati. Allo stesso tempo, la forza dirompente del Covid-19 sembra aver costretto molti ad auspicare l’adozione di misure analoghe. </p>



<p>A livello di <strong>Unione Europea</strong>, poco dopo lo scoppio dell’emergenza sanitaria, si è cominciato a pensare all’utilizzo di app, social network e dati riguardanti il traffico dei veicoli, adattando il modello orientale a regole e principi propri delle società democratiche. </p>



<p>Ma si può parlare, allo stato attuale, di una sospensione dei meccanismi di protezione dei diritto alla privacy? Le autorità nazionali e sovranazionali hanno cercato di delineare un ambito ben definito, all’interno del quale organizzazioni pubbliche e private possono muoversi anche in deroga alle regole generali in materia di protezione dei dati e privacy. Tuttavia, i garanti per la  protezione dei dati personali dei vari Stati membri hanno adottato posizioni discordanti. Mentre i garanti italiano, francese e lussemburghese hanno assunto un atteggiamento più rigido, paesi come Norvegia, Danimarca, UK e Irlanda hanno preferito soluzioni più  pragmatiche. Per questo motivo <strong>è risultato necessario l’intervento dell’EDPB</strong>, il Comitato europeo per la protezione dei dati,  al fine di coordinare le risposte e lo sviluppo delle app di tracing da parte dei paesi dell’UE.</p>



<p>Il Presidente del Comitato, Andrea Jelinek, aveva già ribadito, alla metà del mese di marzo, <strong>due concetti fondamentali</strong>. Innanzitutto, il <strong>GDPR</strong> è stato concepito come una normativa flessibile che in contesti di emergenza prevede regole eccezionali da applicare ai trattamenti dei dati personali. Nello specifico, il regolamento europeo individua con chiarezza le basi giuridiche per consentire ai datori di lavoro e alle autorità competenti, soprattutto quelle sanitarie, di trattare i dati personali nel contesto di epidemie, anche senza il consenso dell’interessato, allo scopo di tutelare un interesse pubblico o vitale (<em>ex</em> <em>artt. 6 e 9 par. 2 e par. 3 GDPR</em>). Inoltre, le misure eccezionali e le deroghe previste dalla normativa devono sempre e comunque essere armonizzate con i principi generali della normativa privacy.</p>



<h5 id="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-cf9a8532" class="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-cf9a8532"><span id="covid-19-e-privacy-i-cinque-principi-chiave">Covid-19 e privacy: i cinque principi chiave</span></h5>



<p>Ad aprile l’EDPB ha pubblicato le linee guida sulle app per la lotta al Covid-19, un documento che fa parte di un “pacchetto” comune proposto dal commissario europeo per il mercato interno, Thierry Breton, e da quello per la Giustizia, Didier Reynders. L’obiettivo è l’adozione di un approccio europeo sulla base di principi comuni da applicare alle varie app sviluppate a livello nazionale. <strong>Cinque sono i principi chiave che i governi dovranno rispettare</strong>. Innanzitutto il principio di volontarietà, per cui le app di contact tracing non dovranno essere installate coercitivamente: poi, l’affidamento alle sole autorità sanitarie della responsabilità di identificare ciò che costituisce un “evento” da condividere, ossia un effettivo contatto avvenuto con un soggetto positivo o potenzialmente tale; l’archiviazione  dei dati all’interno dei dispositivi degli utenti stessi; la garanzia di anonimato delle persone, per evitare che le app diventino motivo di stigma sociale; infine, la gestione delle informazioni dei pazienti  da personale qualificato che, una volta superata la crisi, avrà cura di smantellare l’intero sistema. Il comitato ha espresso parere unanime sull’utilizzo del Bluetooth, considerato la tecnologia più efficace in quanto, nel totale rispetto della privacy, coglierebbe solamente il momento di avvicinamento tra due cellulari, incontro che potrebbe, verosimilmente, far risalire alla catena dei contagi.  </p>



<p>La <strong>Commissione europea</strong> ha dato il suo consenso alle linee guida, formulando le proprie raccomandazioni. Ferme restando le deroghe al GDPR in caso di emergenza sanitaria, il corpo esecutivo dell’UE, nel suo <em><a rel="noreferrer noopener" aria-label="“Recommendation paper on privacy and data protection for COVID19 mobile warning and prevention applications”, (apre in una nuova scheda)" href="https://ec.europa.eu/info/sites/info/files/recommendation_on_apps_for_contact_tracing_4.pdf" target="_blank">“Recommendation paper on privacy and data protection for COVID</a><a href="https://ec.europa.eu/info/sites/info/files/recommendation_on_apps_for_contact_tracing_4.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener" aria-label="“Recommendation paper on privacy and data protection for COVID19 mobile warning and prevention applications”, (apre in una nuova scheda)">&#8211;</a><a rel="noreferrer noopener" aria-label="“Recommendation paper on privacy and data protection for COVID19 mobile warning and prevention applications”, (apre in una nuova scheda)" href="https://ec.europa.eu/info/sites/info/files/recommendation_on_apps_for_contact_tracing_4.pdf" target="_blank">19 mobile warning and prevention applications”,</a></em> ha proposto lo sviluppo e l’adozione di strumenti condivisi sotto la governance delle autorità sanitarie nazionali in stretto coordinamento con il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie. I dati raccolti, trasmessi al <strong>Centro comune di ricerca dell’UE</strong> (JRC), contribuiranno allo sviluppo di comuni modelli di analisi previsionale, allo scopo di migliorare le valutazioni sull’efficacia delle misure di contenimento e, soprattutto, sulla futura evoluzione del rischio di contaminazione. <em>.</em></p>



<p>Per quanto le <a rel="noreferrer noopener" aria-label="emergenze (apre in una nuova scheda)" href="https://www.mondodem.it/regioni/europa/lemergenza-chiama-leuropa-a-scrivere-la-storia/" target="_blank">emergenze</a> possano essere motore di modernizzazione di paesi che, come l’Italia, peccano di una bassa cultura digitale, all’interno di un mercato digitale unico è necessario un impegno coordinato dei paesi membri. È essenziale che gli sforzi dei singoli Stati vengano allineati e resi interoperabili attraverso le frontiere nazionali, e che uno sforzo comune vada nella direzione della costruzione di infrastrutture sicure in grado di difendere e organizzare i dati acquisiti. Il Covid-19 non rispetta i confini nazionali e, sebbene l’uso delle tecnologie sia solo una parte di un sistema integrato del quale i protagonisti saranno inevitabilmente aspetti non tecnologici, anche la regolamentazione in materia dovrà prescindere dai confini nazionali.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1943/">Il contrasto al Covid-19 non deve infrangere il nostro diritto alla privacy</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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		<title>Coronavirus, da crisi sanitaria ad un nuovo 2008. La Cina come modello?</title>
		<link>https://www.mondodem.it/1938/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Mauro Dellisanti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Apr 2020 08:29:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Asia-Pacifico]]></category>
		<category><![CDATA[Covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[Cina]]></category>
		<category><![CDATA[Coronavirus]]></category>
		<category><![CDATA[COVID-19]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In questo momento critico tutti i paesi sono, giustamente, concentrati a limitare il contagio in modi più o&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">In questo momento critico tutti i paesi sono, giustamente, concentrati a limitare il contagio in modi più o meno condivisibili: dalle misure estreme prese dal governo cinese, gradualmente allentate, a quelle “simil-cinesi” dell’Italia, fino a quelle inizialmente molto blande, poi rettificate, del Regno Unito. Ogni paese, come ovvio che sia, ha le sue specificità, il suo sistema e la sua cultura che ne direzionano la politica, tuttavia la risposta, dopo iniziali tentennamenti, è stata la stessa: <strong>limitare i contatti sociali</strong>. È chiaro che il COVID-19 segna un punto critico, una variabile che qualcuno ha definito “cigno nero”. Dall’inizio del 2020, è cambiato il corso dell’economia e <a href="https://www.mondodem.it/regioni/europa/lunione-europea-e-lemergenza-sociale/">delle nostre vite</a>, e così sarà per un periodo di cui non si annuncia breve. </p>



<p>Possiamo sfortunatamente attenderci una crisi economica peggiore del 2008 data dall’interruzione brusca della creazione di ricchezza, cioè di tutti quei movimenti che formano il valore aggiunto delle cose che ci circondano: una catena del valore spezzata, dalle materie prime che non si trasformano in prodotti finiti, fino alle ramificazioni nel settore terziario. Per sostenere l’economia italiana vanno sicuramente nella direzione giusta, nonostante gli intoppi, i parziali ristori erogati dall’INPS, così come la cassa integrazione per i lavoratori costretti a casa. Così come vanno nella direzione giusta le misure finora adottate dall’UE. Ciononostante, l’unico modo per evitare un vero collasso è quello di guadagnare credibilità agli occhi dei cittadini italiani e stranieri, che investono nei titoli di stato e nelle nostre aziende, <strong>progettando da subito un piano credibile di adattamento dell’economia ad un distanziamento sociale prolungato</strong>. Ciò non significa riaprire tutto oggi, ma sfruttare il tempo a disposizione fino al 3 maggio per progettare le regole e piani di risposta a seconda dell’evoluzione del contagio per i mesi a venire. </p>



<h5 id="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-549616c0" class="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-549616c0"><span id="coronavirus-la-cina-e-litalia-a-confronto">Coronavirus: la Cina e l&#8217;Italia a confronto</span></h5>



<p>Guardando alla Cina, la situazione attuale in Italia rispecchia ciò che è avvenuto nel paese di mezzo tra gennaio e febbraio: <strong>lockdown totale</strong> e interazioni vicine allo zero, con restrizioni ancora più stringenti nell’Hubei, epicentro del contagio, e nelle regioni confinanti. In questa situazione sono stati incoraggiati lo smart working, la distribuzione di pasti e la spesa con applicazioni di <strong>home delivery e pagamenti online</strong>, già rodate e conosciute dalla popolazione, che si è facilmente adeguata a rimanere a casa per giorni senza dover uscire nemmeno per andare al supermercato. Per quanto riguarda le attività produttive, queste avevano potuto richiedere la riapertura tra il 10 e il 17 febbraio al governo locale, che ne avrebbero autorizzato il ripristino delle attività a seconda delle circostanze e soprattutto tenendo conto della disponibilità delle aziende a fornire ai lavoratori i <strong>dispositivi di protezione individuale</strong>: guanti, mascherine, disinfettanti con scorte per almeno tre giorni. Allo stesso tempo, le autorità hanno imposto un tassativo divieto di assembramenti, il controllo continuo di temperatura, e l’allontanamento, la quarantena, e i test per i lavoratori a rischio. Le aziende hanno anche beneficiato di <strong>dilazione e rinvio del pagamento delle imposte</strong>, con un incoraggiamento da parte del governo alla concessione di linee di credito, facilitato dalle banche di proprietà statale. </p>



<p>Al 16 aprile 2020, le misure di distanziamento sociale sembrano aver funzionato, in combinazione con il <strong>tracciamento dei movimenti dei cittadini</strong> tramite i cellulari, tutt’ora in vigore. Il tracciamento avviene attraverso<a href="https://intl.alipay.com/"> Alipay</a>, una app cinese per i pagamenti, che include anche un codice QR verde, giallo o rosso a seconda del rischio. Tra le misure precauzionali ancora valide rientrano controlli di temperatura nelle zone sensibili, soprattutto le stazioni della metropolitana, quarantene dedicate in strutture alberghiere per viaggiatori rientrati dall’estero, e l’obbligatorietà di indossare la mascherina nei luoghi pubblici. L’insieme delle misure pare funzionare tanto che, ad esempio, le autorità cittadine di Shanghai hanno annunciato che entro fine aprile alcune classi torneranno a scuola, e che un graduale rientro sarà portato avanti entro maggio. </p>



<p>Certamente l’esempio cinese non può essere traslato in Italia. Tuttavia, è necessario riaprire il mercato e far organizzare gli imprenditori che vorranno soddisfare i bisogni della popolazione, con tutte le precauzioni di sicurezza necessarie. Allo stesso tempo, il governo dovrà portare avanti continui controlli e spingere le banche a fare credito. Alcune soluzioni cinesi da cui magari prendere spunto potrebbero riguardare il sistema di <strong>consegne a domicilio ed i pagamenti online</strong>, ancora insufficienti nel nostro paese. I tracciamenti via telefono, sebbene in discussione, sembrano ancora di difficile attuazione a causa delle normative sulla privacy e sul trattamento dei dati personali. Questa situazione durerà per i mesi a venire. Di conseguenza, la pianificazione, la corretta comunicazione di tutti gli scenari possibili e l’imposizione di regole chiare, possibilmente uniti ad un <strong>processo di sburocratizzazione</strong>, potrebbero essere la chiave per resistere nell’attesa della soluzione definitiva data da un vaccino. Sarà necessario e doveroso aumentare il debito pubblico nella transizione, cioè chiedere agli investitori e risparmiatori italiani e stranieri di fidarsi di noi: ma potremo farlo solo se li convinceremo, grazie a serie misure sostenibili nel medio periodo, che tra qualche tempo rivedranno i loro soldi e avranno fatto bene a scommettere su di noi.</p>
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		<title>L’emergenza chiama l’Europa a scrivere la Storia</title>
		<link>https://www.mondodem.it/1932/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Giovanni Matteo Centore]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Apr 2020 16:13:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Coronavirus]]></category>
		<category><![CDATA[COVID-19]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’emergenza sanitaria determinata dall&#8217;irruzione del Covid-19 costituisce, probabilmente, la più grave crisi che il mondo globale abbia conosciuto&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">L’emergenza sanitaria determinata dall&#8217;irruzione del Covid-19 costituisce, probabilmente, <strong>la più grave crisi che il mondo globale abbia conosciuto dal dopoguerra ad oggi</strong>, che spiegherà i suoi effetti a lungo ed in molti campi. Il timore fondato è di essere in presenza di un evento epocale, in grado di mutare la stessa dimensione antropologica e sociologica che ha connotato gli stili di vita delle società fino ad ora: un fatto storico, che impone risposte all&#8217;altezza dell’enormità dei problemi che introduce. Eppure, i termini del dibattito tra le Istituzioni comunitarie e le classi dirigenti dei singoli Stati sembrano assomigliare a quelli cui si assiste da diverso tempo. Le posizioni fin qui assunte appaiono abbastanza legate al contingente ed ispirate al pensiero dominante che ha caratterizzato la fase antecedente questa crisi.</p>



<p>Va, senza dubbio, dato atto alle Istituzioni europee di aver messo subito in campo alcune <strong>misure importanti</strong> per rispondere ad esigenze immediate, a conferma di quanto l’esistenza di Istituzioni autenticamente sovranazionali e comuni siano utili a garantire misure tempestive ed efficaci. Parallelamente, il Consiglio Europeo si è riunito senza riuscire a trovare un’intesa complessiva per un piano generale per affrontare la crisi economica. L’impressione è che, all&#8217;esito di estenuanti trattative, un accordo arriverà su strumenti in grado di comporre gli interessi contrapposti. Ma il metodo e la qualità delle scelte saranno più rilevanti degli stessi contenuti. Esse saranno ispirate da un significativo cambio di paradigma, da una più marcata spinta comunitaria, dentro un disegno più ampio, intriso di visione politica?</p>



<h5 id="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-7dbbf4fb" class="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-7dbbf4fb"><span id="scrivere-la-storia-delleuropa-o-rimanere-arroccati-ad-un-pericoloso-status-quo">Scrivere la Storia dell&#8217;Europa o rimanere arroccati ad un pericoloso status quo</span></h5>



<p>Ci
si riferisce a quella stessa visione che portò, sulle macerie del secondo
conflitto mondiale, alla nascita della CEE, della CECA e dell’Euratom, e che
portò su altre macerie, quelle del Muro di Berlino, a varare la Moneta Unica,
con una significativa rinuncia ad un pezzo di sovranità. </p>



<p>La pandemia pone l’Europa, il suo popolo e la sua classe dirigente di fronte ad un bivio: <strong>scrivere la Storia o rimanere arroccati ad un pericoloso status quo</strong>, che oggi comporterebbe un notevole arretramento, con il rischio concreto di un processo di disgregazione. Oppure, ci sarebbe un’ulteriore strada, l’uscita dall’Unione di alcuni Stati, che stavolta coinvolgerebbe non un Paese che al processo di integrazione ha partecipato mal volentieri, ma Paesi come l’Italia, che dell’Europa è un membro fondatore. A parere di chi scrive questo rappresenterebbe un salto nel buio non auspicabile neppure in tempi di crescita.</p>



<p>Sarebbe un errore lasciare tutto come è, immaginare che la strada da perseguire sia ancora quella del “<em>funzionalismo</em>”, tanto caro a Jean Monnet, che ha prodotto importanti risultati nei primi quarant’anni di vita dell’Unione ma che presenta gravi limiti da almeno un quindicennio.Negli anni Novanta i <strong>due successi simbolo dell’Unione</strong>, ossia l’introduzione della moneta unica e l’allargamento, non sono stati accompagnati e completati da una più approfondita integrazione, che prevedesse, da un lato, una politica fiscale comune e, dall’altro, una nuova strategia geopolitica verso l’Est. Nel 2008 e 2011, una grave crisi economica, ci ha consegnato una lezione durissima che in alcune cancellerie non è stata ancora metabolizzata compiutamente. </p>



<h5 id="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-cb1f7bac" class="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-cb1f7bac"><span id="un-futuro-complesso-che-necessita-di-istituzioni-solide">Un futuro complesso che necessita di Istituzioni solide</span></h5>



<p>In queste settimane una delle personalità più autorevoli dell’economia mondiale, <strong>Mario Draghi</strong>, dalle <a href="https://www.ft.com/content/c6d2de3a-6ec5-11ea-89df-41bea055720b">colonne del Financial Times</a>, ha offerto all’opinione pubblica un’analisi spietata quanto realistica circa le conseguenze dell’emergenza che sta aggredendo il mondo, evidenziando come essa colpisca in modo simmetrico e senza alcuna colpa per i Paesi. Il monito di Draghi contempla un futuro complesso, con una necessaria convivenza con debiti pubblici più elevati per sostenere famiglie ed apparati produttivi. Una prospettiva che chiaramente impone Istituzioni più forti e capaci di assumere decisioni politiche adeguate ai tempi, sottolineando altresì come «<em>The cost of hesitation may be irreversible</em>».</p>



<p>Un
impegno di proporzioni colossali, in grado di riscrivere i contenuti delle
categorie politiche, culturali e sociali che abbiamo imparato a declinare
nell’ultimo secolo, retto da un virtuoso compromesso tra stato sociale e
democrazie liberali. Per i Paesi europei la dimensione dell’iniziativa non può
che essere quella comunitaria ed indirizzarsi verso due priorità decisive: una
più forte&nbsp;<strong>legittimazione
democratica</strong>&nbsp;dei processi istituzionali ed un coraggioso e
deciso passo in avanti verso una più avanzata integrazione europea, che
contempli anche un’ulteriore cessione di sovranità.</p>



<p>I
due obiettivi dovranno essere perseguiti di pari passo: quanta più sovranità si
“cederà” all’<strong>Unione</strong>,
tanto più potere di controllo andrà conferito ai cittadini. Fino a qualche mese
fa, il processo di completa riscrittura delle coordinate geopolitiche in atto
rendeva non più pensabile che le politiche di difesa, le politiche di
accoglienza, le politiche fiscali, le politiche ambientali potessero restare
negli angusti perimetri statali. Oggi tale orizzonte di impegno, più che ideale,
risulta necessario.</p>



<p>Nei prossimi giorni, il sentiero tra il salto di qualità o la precipitazione verso il baratro è strettissimo, percorribile solo da una politica alta, in grado di cambiare i destini dell’uomo. Tra qualche tempo l’emergenza virale che angoscia i cittadini del mondo sarà alle nostre spalle, ma non lo saranno i suoi effetti. <a href="https://www.mondodem.it/regioni/europa/lunione-europea-e-lemergenza-sociale/">Altre emergenze</a> potrebbero arrivare nel in futuro e rischiare di sconvolgere le vite delle persone. Sarebbe quindi il caso di creare più robusti ripari, attraverso la costruzione di dimensioni politiche, anche spaziali, all’altezza dell’impresa. Per quello che riguarda noi cittadini europei, questo passa per la definitiva ed irreversibile scelta di rafforzamento di quel soggetto grazie al quale, fino ad ora, milioni di persone hanno conosciuto la più significativa espansione della tutela e del riconoscimento dei diritti e delle libertà fondamentali.  </p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1932/">L’emergenza chiama l’Europa a scrivere la Storia</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>L’Unione Europea e l’emergenza sociale</title>
		<link>https://www.mondodem.it/1926/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberta Ferrara]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 Apr 2020 11:58:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Coronavirus]]></category>
		<category><![CDATA[COVID-19]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’epidemia di Coronarvirus ha messo in evidenza tutti i limiti dei welfare state nazionali e del modello sociale&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1926/">L’Unione Europea e l’emergenza sociale</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">L’epidemia di Coronarvirus ha messo in evidenza tutti i limiti dei welfare state nazionali e del modello sociale europeo così come concepito negli ultimi decenni. Ci troviamo di fronte ad un’emergenza che sta mettendo a dura prova i sistemi sanitari pubblici e che ha, e avrà nei prossimi mesi, delle conseguenze economiche e sociali rilevanti soprattutto per le categorie più vulnerabili della popolazione. Tra queste, vale la pena menzionare, in particolare, tutti i lavoratori con contratti di lavoro atipici, come i lavoratori digitali, stagionali e della <em>gig economy</em>, che si trovano totalmente sprovvisti di strumenti di protezione sociale adeguati ad affrontare un’emergenza improvvisa, quale l’attuale blocco delle attività economiche imposto per contrastare la diffusione del virus. </p>



<h5 id="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-ad618ada" class="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-ad618ada"><span id="unione-europea-i-problemi-dei-working-poor">Unione Europea: i problemi dei working poor</span></h5>



<p>Quella dell’insufficiente e, talvolta, assente protezione sociale dei nuovi <em>working poor</em> è una vecchia questione. Già dopo la crisi del 2008 l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) aveva adottato nel 2012 la <em>Social Protection Floors Recommendation</em>, con l’intento di stabilire livelli minimi di protezione che avrebbero dovuto formare la base dei sistemi di sicurezza sociale globali. In Europa, la proclamazione da parte dell’UE del Pilastro europeo dei diritti sociali, emanato nel 2017, va in tale direzione. Il Pilastro ha avuto, senza dubbio, il merito di rimettere al centro dell’agenda politica europea la questione sociale, raggruppando e rinnovando diritti e principi fondamentali a cui devono ispirarsi le azioni di coordinamento dell’UE in questo ambito (si ricordi, in particolare, il principio sulla protezione sociale da garantire a tutti i lavoratori indipendentemente dal tipo o durata di lavoro). Ciò nonostante l’UE non ha ancora le competenze necessarie per poter agire in questo settore in maniera autonoma e vincolante, e il risultato è un insieme frammentato di risposte nazionali, evidentemente inadeguate, alle sfide di portata globale che minacciano i cittadini europei. </p>



<h5 id="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-eeb07106" class="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-eeb07106"><span id="le-diverse-strategie-e-la-necessita-di-un-welfare-europeo-rivisto">Le diverse strategie e la necessità di un welfare europeo rivisto</span></h5>



<p>Così, di fronte alle
conseguenze economiche dell’epidemia in corso, i paesi europei hanno messo in
campo strategie diverse: la Germania ha previsto un incremento degli aiuti ai
destinatari dei sussidi ‘Hartz IV’ (ossia disoccupati e percettori di redditi
bassi), la Francia e l’Irlanda hanno, invece, esteso l’indennità di malattia
per lavoratori in quarantena, l’Italia ha messo a disposizione indennizzi per
le partite Iva della gestione separata Inps, ma resta ancora da sciogliere il
nodo di chi vive in una zona d’ombra tra lavoro e non lavoro e non ha diritto né
alla cassa integrazione né agli indennizzi previsti. </p>



<p>Come la crisi del 2008, l’attuale
emergenza ha reso, dunque, evidente la <strong>necessità di un radicale ripensamento
del welfare europeo</strong>, che deve necessariamente assumere omogeneità a livello
continentale e soprattutto caratteri innovativi capaci di fronteggiare le nuove
minacce della società contemporanea. Innanzitutto, sarebbe auspicabile la realizzazione
dell’ormai noto progetto dell’<em>European Unemployment Benefit Scheme</em>,
ossia di un’<strong>indennità di disoccupazione europea</strong>, comunemente finanziata,
in grado di attenuare l’impatto che i forti shock economici hanno
sull’occupazione, prevenendo in questo modo la possibilità che un aumento ciclico
della disoccupazione diventi strutturale. Oggi un tale strumento sarebbe
risultato probabilmente più efficace e tempestivo rispetto alle singole
risposte dei governi, ciascuno dei quali alle prese con i propri conti pubblici.
Un nuovo welfare europeo dovrebbe, inoltre, garantire strumenti capaci di
attenuare le nuove diseguaglianze che, come abbiamo visto, si acuiscono nei
periodi di crisi. Tali misure dovrebbero, però, seguire una logica innovativa,
ossia di prevenzione dei rischi, investendo sulle generazioni attuali e future
prima che esse abbiano bisogno di assistenza. Così, difronte ad un mercato del
lavoro in continua evoluzione, dovrebbero essere garantiti <strong>sistemi formativi
per tutto il corso della vita</strong>, affinché le persone possano sempre essere
effettivamente in grado di partecipare in maniera attiva al mercato stesso. Ancora,
dovrebbero essere garantiti <strong>servizi&nbsp;di alta qualità&nbsp;per la
primissima infanzia</strong>, accompagnati eventualmente da un sostegno monetario
(una sorta di <em>Child Benefit</em> attualmente previsto in Inghilterra), che consenta
un adeguato sviluppo delle capacità sociali e cognitive dei bambini.
Neuroscienziati ed economisti concordano, infatti, sull’idea che investire oggi
in strumenti che massimizzano la possibilità di rendere i bambini sani ed
istruiti può significare risparmi per l’intero sistema economico domani.
Infine, un sistema sociale di nuova generazione non può certamente trascurare
la necessità di <strong>migliorare il sistema dei congedi parentali per donne e
uomini</strong>,&nbsp;al fine di garantire un maggiore equilibrio tra lavoro e vita privata
e un incremento delle dell’occupazione femminile. </p>



<p>Tuttavia, se l’Europa deve dimostrare la leadership politica necessaria per rafforzare
realmente la dimensione sociale europea andando al di là di generiche
dichiarazioni, gli Stati Membri devono essere disposti a concedere altri pezzi
di sovranità non solo in ambito sociale ma anche fiscale. Un nuovo welfare
europeo necessita, infatti, di un rinnovato impegno fiscale da parte dell’Unione
Europea, accompagnato da una modifica del suo assetto istituzionale. Ci
sono proposte di modifica attualmente in discussione divisioni in seno al
Consiglio europeo bloccano qualsiasi passo in avanti in tale direzione.</p>



<p>È più che mai necessario
che l’UE superi definitivamente tali divisioni per trasformarsi in un soggetto politico in grado di affrontare in maniera
autonoma e univoca i nuovi rischi sociali ed economici della società
contemporanea. Sarebbe la migliore garanzia di
sopravvivenza per il progetto europeo ora che risentimento e rabbia sociale,
dopo i canti e gli applausi ai balconi, stanno inesorabilmente emergendo tra
i cittadini. </p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1926/">L’Unione Europea e l’emergenza sociale</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Diritto alla salute e sistema sanitario in Italia e Germania: prospettive e confronti</title>
		<link>https://www.mondodem.it/1918/</link>
					<comments>https://www.mondodem.it/1918/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Benedetta Albano]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Mar 2020 14:50:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[COVID-19]]></category>
		<category><![CDATA[Germania]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’emergenza sanitaria che sta attraversando l’Europa e il mondo sta spingendo i governi nazionali e le istituzioni sovranazionali&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1918/">Diritto alla salute e sistema sanitario in Italia e Germania: prospettive e confronti</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">L’emergenza sanitaria che sta attraversando l’Europa e il mondo sta spingendo i governi nazionali e le istituzioni sovranazionali a riflettere sulle articolazioni del <strong>diritto alla salute</strong>, uno dei diritti sociali fondamentali spesso garantito a livello statale dai vari sistemi di <em>welfare state </em>messi in atto in Europa nella seconda metà del secolo scorso.</p>



<p>Parlare di diritto alla salute significa parlare di comunità: questo è emerso chiaramente negli ultimi giorni. In questo articolo vogliamo analizzare le diverse dimensioni del sistema sanitario e dei diritti a esso collegati in due Paesi dell’Unione, la Germania e l’Italia. La situazione eccezionale causata dalla diffusione del Covid-19 ha evidenziato le debolezze dei vari Paesi europei: nonostante ci si riferisca spesso all’Europa con l’espressione <em><strong>“il più grande spazio di diritti al mondo”</strong></em>, visti i vari sistemi di protezione dei diritti fondamentali presenti nelle Costituzionali nazionali e nelle carte dell’Unione Europea, i nostri sistemi sanitari e governativi si sono trovati in difficoltà a gestire e muoversi in una situazione mai vissuta prima.</p>



<h5 id="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-f5127628" class="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-f5127628"><span id="diritto-alla-salute-il-confronto-tra-le-due-costituzioni">Diritto alla salute: il confronto tra le due Costituzioni</span></h5>



<p>L’Italia e la Germania in questo caso si trovano ai due poli opposti nell’approccio al diritto alla salute, per quanto lo scopo finale a cui tendono sia lo stesso: garantire una più ampia copertura sanitaria possibile ai propri cittadini. La <strong>Costituzione italiana</strong> prevede infatti esplicitamente il diritto alla salute, all’articolo 32, definendolo come<em> fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività: </em>ciò trova la sua espressione nel Servizio Sanitario Nazionale (SSN), nato nella sua forma attuale dalla legge n. 833 del 1978 sotto proposta dell’allora Ministra della Sanità Tina Anselmi. Il sistema sanitario italiano è dunque pubblico, ha carattere universale e si ispira ai tre principi di universalità, uguaglianza ed equità. Viene finanziato attraverso la fiscalità generale dello Stato e, in ossequio al principio di sussidiarietà che prevede che sia l’ente inferiore a svolgere determinate funzioni quando ne sia in grado, si divide fra livello centrale e livello regionale. Le Regioni italiane hanno competenza esclusiva nell’organizzazione dei servizi sanitari a livello locale.</p>



<p>Nella <strong>Costituzione tedesca</strong> non c’è, invece, un esplicito riferimento al diritto alla salute e il servizio sanitario è subordinato alla sottoscrizione di un’assicurazione sanitaria, obbligatoria per tutti i cittadini. Tuttavia, il sistema tedesco basato sulle assicurazioni, che possono essere pubbliche (GKV) o private (PKV) è estremamente differente dal modello statunitense: infatti è ispirato al principio di solidarietà e lo Stato copre le categorie più a rischio, quali i disabili, i minori e tutti coloro i quali non possano pagare l’assicurazione. Lo Stato tedesco non è direttamente coinvolto nel servizio sanitario ma decide le politiche da perseguire e delega ai <a>Länder</a> la programmazione di investimenti e infrastrutture. I Länder a loro volta finanziano le “casse mutue”, che sono  associazioni non a scopo di lucro che si occupano di gestire le spese sanitarie e forniscono le assicurazioni pubbliche, sottoscritte dalla maggioranza dei cittadini tedeschi. </p>



<h5 id="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-593e3b71" class="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-593e3b71"><span id="le-spese-sanitarie-dei-due-paesi">Le spese sanitarie dei due Paesi</span></h5>



<p>Un dato importante è quello relativo alla spesa sanitaria pro capite, sia pubblica che privata: secondo i dati OCSE 2018, la Germania spende circa <strong>5.056 dollari l’anno</strong>, l’Italia <strong>2.545</strong>. Il trend viene anche confermato dalle stesse statistiche sul <strong>PIL</strong>, secondo le quali <strong>l’Italia destina l’8.8% di esso alla spesa sanitaria, la Germania il 9.5%</strong>. Il dato più eclatante che è stato spesso riportato recentemente è quello relativo ai posti letto in terapia intensiva: l’Italia, prima della costruzione dei nuovi reparti d’urgenza avvenuta in questi giorni, aveva circa 2.6 posti letto ogni 1000 abitanti, contro i 6 della Germania.</p>



<p>Le informazioni qui esposte non sono volte a esporre una presunta maggiore efficienza di un sistema basato sulle assicurazioni rispetto a un sistema di carattere universale: servono a indicare la forte necessità di tornare a parlare di spesa pubblica e di protezione dei diritti dei cittadini. La situazione emergenziale in cui ci troviamo ha evidenziato prepotentemente le necessità collettive e il bisogno di interventi strutturali volti a fornire ai cittadini garanzie effettive riguardo la protezione e l’esercizio dei loro diritti. Nelle parole di <strong>John Maynard Keynes</strong>, <em>“quando cambiano i fatti, io cambio idea”</em>: di fronte a ciò che stiamo assistendo in questi giorni, non è più possibile rimandare la messa in discussione di vari aspetti di politica economica e sociale per orientarsi verso un modello statale che sia espressione di solidarietà e metta al centro i diritti del cittadino. Il compito della politica, in queste difficili giornate, non può essere solo quello della gestione emergenziale, ma deve anche essere quello di immaginare nuove strade e fare in modo di tutelare la collettività in modo più ampio possibile. </p>
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		<title>USA – la lotta al Coronavirus, un test per l’unità in un Paese diviso</title>
		<link>https://www.mondodem.it/1904/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Sofia Eliodori]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Mar 2020 15:07:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[Coronavirus]]></category>
		<category><![CDATA[Trump]]></category>
		<category><![CDATA[USA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dopo la dichiarazione dello stato di emergenza nazionale, dopo l’impegno ad uno stanziamento di fondi senza precedenti per&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Dopo la dichiarazione dello stato di emergenza
nazionale, dopo l’impegno ad uno stanziamento di fondi senza precedenti per
sostenere economia e sanità, dopo il distanziamento sociale e l’avvio di misure
di <em>lockdown</em> in molte aree del paese, sembrava che l’amministrazione
Trump non solo avesse compreso la gravità della situazione ma che fosse anche
pronta a prendere tutti i provvedimenti necessari per farvi fronte. Il Partito Democratico
americano si stava gia’ mettendo in gioco alla Camera e al Senato per portare
avanti proposte ritenute fondamentali per superare la crisi, collaborando con i
colleghi Repubblicani. Sembrava dunque che cominciasse a crearsi un clima di
condivisione da parte di tutte le forze politiche su quali misure adottare per
il bene del paese. E invece improvvisamente, mentre il Parlamento si apprestava
ad approvare il mega provvedimento economico con larga <a href="https://www.nytimes.com/2020/03/24/world/coronavirus-updates-maps.html#link-4d465601">maggioranza
bipartisan</a>, si sta consumando una nuova divisione su di un postulato
esplicitato dal Presidente su Twitter: “la cura non può essere peggiore del
problema stesso”. Sembrerebbe che Trump preveda di far tornare gli americani al
lavoro il prima possibile, probabilmente subito dopo i 14 giorni stabiliti
finora, <a href="https://www.nytimes.com/2020/03/23/business/trump-coronavirus-economy.html">ignorando
così gli allarmi</a> lanciati dalle autorità sanitarie (l’Organizzazione
Mondiale della Sanità teme che gli Stati Uniti potrebbero presto diventare <a href="https://www.washingtonpost.com/world/2020/03/24/coronavirus-latest-news/">il
prossimo epicentro della pandemia</a>, a causa dell’impennarsi della curva dei
contagi).</p>



<p>L’economia è al centro di preoccupazioni simili
a quelle esistenti in Italia e nel resto d’Europa, per cui si sta lavorando ad
una mediazione tra due interessi generali: quello a che la produzione non si
azzeri e quello di tutelare la salute di cittadini e lavoratori. Una sintesi
non facile, su cui c’è un ampio confronto tra le forze politiche. Diversi Stati
degli USA stanno adottando <a href="https://www.nytimes.com/interactive/2020/us/coronavirus-stay-at-home-order.html">misure
di lockdown</a> sempre più restrittive: Washington State, Oregon, California,
Wisconsin, Michigan, New York ed altri. Si tratta di provvedimenti che ormai
riguardano oltre 100 milioni di persone, &nbsp;ma decisi autonomamente dai governatori perché
l’amministrazione Trump non ha messo in atto una strategia di contenimento
federale. Il Presidente ha mantenuto un atteggiamento ambiguo anche nei
confronti dei Democratici che, nonostante stiano <a href="https://www.washingtonpost.com/us-policy/2020/03/22/vast-coronavirus-stimulus-bill-limbo-crunch-times-arrives-capitol-hill/">collaborando
ai provvedimenti</a> in discussione nel Parlamento, avevano accusato i colleghi
Repubblicani di aver <a href="https://www.theguardian.com/commentisfree/2020/mar/22/coronavirus-relief-bill-corporate-coup">favorito
troppo le grandi industrie</a> e le multinazionali rispetto ai comuni
lavoratori. La disoccupazione, infatti, che aveva recentemente raggiunto dei
minimi storici, è già in crescita. Trump l’istrionico, Trump il populista,
anche stavolta ha deciso di non adeguarsi, di andare contro la corrente,
continuare ad attaccare, riaprire presto le fabbriche e le città, sminuire la
gravità della malattia. Il ritorno ad un atteggiamento simile a quello
iniziale, presto scomparso al rapido aggravarsi della situazione sanitaria.<strong> Si profila così, dopo un duro braccio di
ferro sul contenuto delle misure da adottare, un altro scontro sull’intera
strategia per la nazione</strong>. </p>



<p>Nel frattempo i Democratici, nel mezzo delle
primarie, si trovano in un’impasse complicata da superare. Nancy Pelosi,
speaker della Camera dei deputati, e Chuck Schumer, capogruppo dei Dem al
Senato, nonostante il clima di aperto contrasto con i colleghi Repubblicani ulteriormente
esacerbato dall’impeachment, stanno collaborando con loro per restituire ai
cittadini americani il clima di unità di cui c’è bisogno per affrontare
un’emergenza nazionale e per adottare i provvedimenti necessari a superarla. Allo
stesso modo i governatori e i sindaci democratici delle aree più in crisi sono
obbligati a negoziare col governo federale per ottenere più aiuti possibile; in
prima linea Andrew Cuomo (Stato di New York) e Bill De Blasio (NYC). Con le
primarie ferme, non si sa ancora per quanto, si tratta – dal punto di vista
strettamente elettorale – di un sacrificio per i Dem: se le loro proposte
porteranno dei benefici, Trump le utilizzerà per alimentare la retorica del
Presidente che ha guidato la nazione nel suo momento più difficile dal
dopoguerra.</p>



<p>Per quanto riguarda le primarie Democratiche,
solo poche settimane fa si discuteva su queste pagine della litigiosità
fratricida del dibattito, una lotta ormai da quattro anni ferma alla frattura
clintoniana. Un <em>cleavage</em> riproposto in forma più blanda anche stavolta
tra candidati ‘moderati’ e candidati ‘radicali’, Joe Biden e Bernie Sanders. <strong>Riuscirà questa crisi a riunire il Partito
Democratico?</strong> Nonostante Sanders non si sia ancora ritirato, nelle ultime
settimane Biden sta facendo proprie alcune istanze che potrebbero aprire le
porte di una riappacificazione, ad esempio dichiarando che sceglierà una donna
per affiancarlo nel ticket presidenziale. Gli osservatori auspicano che possa
essere una donna più a sinistra di lui, magari fra quelle candidate alle
primarie come le senatrici Warren e Harris. Un passo importante, ma non
sufficiente. Altre due novita’ sono invece più direttamente collegate alle
proposte dell’area liberal. La prima riguarda <a href="https://www.nytimes.com/2020/03/15/us/politics/biden-backs-free-college.html">investimenti
pubblici nell’educazione</a>: Biden ha dichiarato che supporterà la proposta di
College gratuito per studenti provenienti da famiglie sotto ad un certo reddito
e metterà mano al sistema dei prestiti universitari. La seconda proposta,
suggerita dal clima di grave incertezza per la salute pubblica, riguarda
proprio la sanità, argomento molto caro a Sanders. Dopo aver attaccato il
Senatore del Vermont proprio sui rischi del suo “Medicare for All” – per altro
citando disgraziatamente come esempio negativo la sanità pubblica italiana –
Biden ha proposto che, per l’emergenza Coronavirus, <a href="https://twitter.com/JoeBiden/status/1241406213864280064">le cure siano
gratuite e accessibili a tutti</a>. </p>



<p>Le crisi, se possono avere un risvolto
positivo, è forse proprio quello di mettere in dubbio le nostre certezze e,
anche per quanto riguarda i Democratici americani, non possiamo che augurarci
che questa notte dell’umanità porti consiglio, riunendoli per sconfiggere un
avversario comune. L’evolversi dell’emergenza negli Stati Uniti e la risposta
delle forze politiche avrà un grande impatto sull’Italia e sull’Europa, in
particolare c’è da chiedersi se possa essere un banco di prova da un lato per
tutti i populismi e dall’altro per le forze democratiche e neoliberali. Uno
scontro con una posta davvero troppo alta e che non avremmo mai voluto veder
arrivare.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1904/">USA – la lotta al Coronavirus, un test per l’unità in un Paese diviso</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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		<item>
		<title>Virus, dittatura e democrazia: l’inganno della percezione</title>
		<link>https://www.mondodem.it/1901/</link>
					<comments>https://www.mondodem.it/1901/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Eugenio Dacrema]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Mar 2020 10:20:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[Coronavirus]]></category>
		<category><![CDATA[Democrazia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Per gli esseri umani ogni problema, anche uno molto concreto come la diffusione di una malattia all’interno di&#8230;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Per gli esseri umani ogni problema, anche uno molto concreto come la
diffusione di una malattia all’interno di una comunità, è prima di tutto una
questione di percezione data dalla nostra essenza di animali sociali. Se, ad
esempio, in un certo momento non abbiamo una certa malattia e non ce l’hanno le
persone a diretto contatto con noi, sarà molto difficile che percepiremo come
grave la diffusione, nel paese o nella città in cui abitiamo, di quella
malattia. Questo ha effetti molto pratici: fino a un paio di settimane fa molti
cittadini di Milano, compreso chi scrive, non si sono resi conto della
pericolosità del nuovo virus fino a quando non si è scatenato il tamtam
mediatico e non sono cominciati ad arrivare annunci sempre più allarmanti delle
autorità in merito a numero di contagi e decessi. </p>



<p>Questa potrebbe sembrare pura elucubrazione teorica se non fosse che, soprattutto nel mondo di oggi, la separazione tra percezione e realtà è spesso magistralmente e molto concretamente sfruttata da molti regimi del mondo per gestire la crisi globale più grave della nostra generazione: quella del coronavirus. </p>



<h5 id="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-93aa9d5d" class="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-93aa9d5d"><span id="la-percezione-che-la-dittatura-sia-una-difesa-contro-la-diffusione-del-virus">La percezione che la dittatura sia una difesa contro la diffusione del virus</span></h5>



<p>Per capire cosa si intende basta dare un occhio ai dati su morti e contagi
pubblicati in tutto il mondo (molti siti di informazione, per esempio <a href="https://www.bloomberg.com/graphics/2020-wuhan-novel-coronavirus-outbreak/?srnd=premium-europe&amp;sref=RqRj603m">Bloomberg</a>, lo fanno molto bene con mappe interattive). I
numeri sembrano dirci una cosa piuttosto singolare: Cina a parte (sui cui dati
sarebbe comunque necessario fare molte verifiche), il virus sembra colpire in
modo particolarmente duro i paesi democratici, e toccare solo con benevola
leggerezza i paesi governati da dittature. </p>



<p>Il dibattito su questa discrepanza si è fatto nelle ultime settimane sempre più surreale. Un approccio “razionalista” avanza argomenti che tutto sommato hanno qualche fondamento, per esempio il fatto che le democrazie avanzate sono maggiormente interconnesse col mondo e per questo sono state raggiunte prima dal contagio. Abbiamo anche visto crescere la quotazione di spiegazioni che flirtano con la perenne fascinazione italica per le soluzioni autoritarie. Secondo questa linea di pensiero, gli uomini e i regimi “forti” sarebbero stati in qualche modo in grado di tenere a bada il virus grazie appunto alla loro capacità di imporre disciplina “con le cattive” (anche se non si capisce bene come, visto che nella maggior parte dei casi non sono state imposte particolari misure restrittive: forse semplicemente “spaventandolo”). In Italia tale approccio ha fatto emergere negli ultimi giorni uno dei risvolti più avvilenti di questa crisi, ovvero la tendenza di tanti italiani di gettarsi ai piedi di qualunque dittatore pronto a darci qualche aeroplano di aiuti (dall’utilità spesso dubbia) e a raccontarci che il suo regime “forte”, al contrario della nostra democrazia, ha tenuto a bada la malattia. </p>



<h5 id="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-b66cf04f" class="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-b66cf04f"><span id="il-controllo-mediatico-e-la-battaglia-dellitalia">Il controllo mediatico e la battaglia dell&#8217;Italia</span></h5>



<p>Il punto che le spiegazioni “razionaliste” e quelle “filo-autoritarie”
mancano di comprendere è un <strong>semplice
meccanismo che le dittature moderne hanno imparato: se controlli tutto</strong>,
dagli ospedali all’informazione alla polizia, <strong>non hai bisogno di risolvere un problema, devi solo raccontare che
l’hai risolto</strong>. Se un problema non lo cerchi (per esempio non testando i
pazienti) difficilmente lo troverai. Ed è così che, per esempio, in Russia ci
sono 150 casi scarsi di coronavirus dichiarati e ospedali intasati di migliaia
di casi <a href="https://www.rbc.ru/society/13/03/2020/5e62695e9a794761618f1a7b">di una polmonite particolarmente letale</a> (ma, ovviamente, secondo le autorità assolutamente
ordinaria). In Egitto le autorità sembrano più impegnate a <a href="https://www.aljazeera.com/news/2020/03/egypt-targets-guardian-nyt-journalists-coronavirus-reports-200318155434068.html">introdurre misure restrittive per i
giornalisti</a> che parlano
dell’espansione del coronavirus nel paese, piuttosto che a introdurre misure
per contenere il contagio. In Iran, un regime già in piena crisi di legittimità
lancia messaggi contradditori, diviso tra la necessità di ottenere aiuti e
quella di non apparire eccessivamente indebolito agli occhi dei cittadini. E
così mentre Zarif chiede aiuto via tweet in inglese– e giustamente molti, <a href="https://www.mondodem.it/covid-19/guardare-oltre-il-nostro-lockdown-sollevare-le-sanzioni-alliran/">compreso Mondodem</a>, si sono attivati per chiedere ai propri
governi di sostenere l’Iran in questo momento e di fare pressione sugli USA per
una rimozione almeno parziale delle sanzioni – Khamenei non perde occasione di
ribadire come il virus sia un complotto americano per colpire il paese. </p>



<p>Alle dittature vere e proprie abbiamo visto spesso affiancarsi leader con
velleità non esattamente democratiche, come il brasiliano Bolsonaro – che ha
definito il coronavirus un <a href="https://www.theguardian.com/world/2020/mar/23/brazils-jair-bolsonaro-says-coronavirus-crisis-is-a-media-trick?CMP=share_btn_tw">inganno mediatico</a> – e l’israeliano Netanyahu – che ha usato un <a href="https://www.bloomberg.com/news/articles/2020-03-20/netanyahu-s-assault-on-virus-brings-charges-of-dictatorship?sref=RqRj603m">decreto di emergenza</a> per annullare un voto parlamentare che
impediva al governo di usare apparecchiature normalmente utilizzate per la
caccia ai terroristi per monitorare i contagi tra la popolazione. Perché come
ha detto un altro israeliano, <a href="https://www.ft.com/content/19d90308-6858-11ea-a3c9-1fe6fedcca75">lo scrittore Yuval Noah Harari</a>, <strong>la
vera linea di divisione</strong> che la pandemia sta tracciando è quella tra due
diverse reazioni delle società di tutto il mondo: quelle che decideranno di <strong>procedere con la coercizione e
l’imposizione dall’alto</strong>, e quelle che cercheranno prima di tutto di <strong>delegare la responsabilità (e il potere) ai
propri cittadini, spiegando loro la situazione</strong> e i buoni motivi per cui
certe restrizioni sono necessarie. </p>



<p>L’Italia si trova oggi in bilico tra queste due scelte. Finora gli italiani
hanno saputo responsabilizzarsi e, nonostante qualche deprecabile eccezione, la
grande maggioranza ha compreso la gravità della situazione e ha saputo
rispettare le restrizioni chieste dal governo senza bisogno di un grande
intervento di sorveglianza e forze dell’ordine. Purtroppo è però ancora forte
la fascinazione di tante persone, &nbsp;spesso
incoraggiate dalla capacità delle dittature di mostrarsi assai più forti e
intoccabili di quel che sono, per soluzioni d’autorità che prevedono di delegare
responsabilità e potere ad un’autorità superiore, libera di imporre con la
forza tutte le restrizioni che desidera. Poco importa se spesso restrizioni del
genere stentano a venire annullate una volta finita l’emergenza. Una tendenza
che è indice di scarsa maturità di tanti italiani che preferiscono sentirsi i
figli accuditi di uno stato padre-padrone piuttosto che titolari alla pari del
potere – e quindi dei doveri e delle responsabilità – nella propria società. Ma
<strong>la scelta tra questi due approcci è,
dopo quella medica contro il virus, l’altra fondamentale battaglia che vale la
pena combattere oggi</strong>. Perché se possiamo essere certi che l’epidemia prima
o poi finirà, possiamo essere altrettanto certi che le scelte che prendiamo
oggi per combatterla lasceranno tracce ancora più profonde del virus nel nostro
futuro e in quello delle prossime generazioni. </p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1901/">Virus, dittatura e democrazia: l’inganno della percezione</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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