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	<title>Populismo Archivi &#8211; MondoDem</title>
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	<title>Populismo Archivi &#8211; MondoDem</title>
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		<title>Rompere il filo spinato dell’internazionale populista</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Erik Burckhardt]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 28 Jul 2018 08:16:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Lo stato della sinistra]]></category>
		<category><![CDATA[Osservatori]]></category>
		<category><![CDATA[USA e Americhe]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Annalisa Perteghella e Erik Burckhardt A dispetto di quanto lascerebbe intendere la calma e il sostanziale disimpegno&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1155/">Rompere il filo spinato dell’internazionale populista</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Di <em>Annalisa Perteghella e Erik Burckhardt</em></p>
<p><strong>A dispetto di quanto lascerebbe intendere la calma e il sostanziale disimpegno con cui i dirigenti del Partito Democratico sembrano prepararsi alla sfida, non resta molto tempo.</strong> In vista delle elezioni europee 2019, la missione dei progressisti europei è vitale e passa dalla capacità di formare in pochi mesi un’alleanza sufficientemente ampia e solida, da Tsipras a Macron, per rompere il filo spinato tracciato dall’internazionale populista.</p>
<p><strong>Steve Bannon, l’ideologo della destra identitaria americana le cui idee hanno avuto un ruolo chiave nell’elezione di Donald Trump, ha dichiarato in un’intervista che avrebbe intenzione di creare una fondazione, antitetica alla Open Society Foundation di George Soros, allo scopo di generare una “rivolta di destra” in tutta Europa.</strong> Scopo ultimo de “Il movimento”, questo il nome della fondazione, sarebbe espugnare il parlamento europeo in occasione delle elezioni del prossimo anno per cambiare alla radice la politica del nostro continente.</p>
<p>Per quanto in apparenza possa sembrare paradossale il fatto che il propagatore di ideologie sovraniste e nazionaliste miri a creare una ideologia transnazionale, una sorta di “internazionale populista”, tale fenomeno non è in realtà una novità, né è inspiegabile.</p>
<p>Espulso &#8211; almeno a livello ufficiale &#8211; dal sistema politico americano, dove era arrivato a ricoprire il ruolo di consigliere di Trump, Bannon vede nel nostro continente un terreno fertile per far attecchire il proprio messaggio.</p>
<p><strong>Già nelle scorse settimane Bannon ha soggiornato in Italia, a Milano, dove avrebbe avuto un colloquio con Matteo Salvini.</strong> Non sembra dunque essere un caso il riferimento alla “Lega delle leghe”, annunciata a Pontida, che il leader della Lega mira a costituire per esportare in Europa l’ideologia del proprio partito.</p>
<p><strong>Sembra la sceneggiatura di un film d’azione, in cui una malvagia confederazione di forze trama nell’ombra per conquistare il pianeta.</strong> Non è però un film; quella che vediamo dipanarsi sotto i nostri occhi giorno dopo giorno è la realizzazione di un progetto sistematico di frantumazione dell’unità occidentale nei suoi capisaldi: l’alleanza transatlantica, l’Unione europea e in generale la comune fede nella democrazia liberale e nel suo sistema valoriale.</p>
<p><strong>Se quello di Bannon fosse un progetto isolato, il semplice sogno di un folle, non dovrebbe destare preoccupazioni.</strong> È però invece un fenomeno che non bisogna sottovalutare, in parte perché si instilla in un contesto &#8211; quello europeo &#8211; in cui veramente esiste un terreno fertile composto dalle forze nazionaliste, generalmente chiamate populiste, all’interno di diversi paesi europei; quello che serve loro per fare il “salto di qualità” è probabilmente l’organizzazione, la sistematizzazione: proprio ciò che Bannon dichiara di voler fare. E che noi dobbiamo impedire.</p>
<p>Lo sviluppo dell’antidoto passa per l’analisi del virus, che in questo caso è forse possibile assegnare alla famiglia dei “movimenti reazionari” che tante volte nella storia hanno contrastato forme d’innovazione politica, sociale, artistica o culturale. <strong>Esiste infatti un filo rosso che collega Orban a Salvini, Trump a Putin, il beneficiario ultimo della disgregazione dell’unità europea e dell’allentamento del legame transatlantico. Un filo rosso che, in definitiva, appare più come un filo spinato volto ad arrestare il processo di affermazione di un ordine multipolare che sia in grado di raggruppare gli interessi delle varie aree continentali e che inglobi, per la prima volta, anche il continente africano e l’America latina</strong>. Salvini ed Orban, Le Pen e Farage vi si oppongono in nome delle loro Nazioni, nascondendo tuttavia (forse anche a sé stessi) che così facendo indeboliscono ogni speranza di tutelare gli interessi delle società europee, che tornano a indebolirsi attraverso un crescente confronto tra di esse, trascurando il compito di unirsi e di prepararsi a sfide bene più ardue con i giganti emergenti. Trump e Putin, il cui incontro di Helsinki ha fatto crollare definitivamente qualsiasi dubbio riguardo questa nuova <em>special relationship</em>, intendono invece riabilitare una <em>divisio mundi</em>, un ordine bipolare, che tanti danni ha arrecato alla storia contemporanea.</p>
<p><strong>Quello che è accaduto in seguito al discorso di Helsinki però ci dice molto circa le prospettive future: Trump, tornato in patria, è stato costretto a ritrattare gli aspetti più controversi delle proprie dichiarazioni, in particolare quelli relativi all’interferenza russa nelle elezioni presidenziali del 2016.</strong> Segnale del fatto che la democrazia americana, per quanto potere possa affidare nelle mani del presidente, ha in sé i semi della resilienza. Prova di questo è anche la sostanziale differenza nel tono e nel contenuto delle domande poste dai giornalisti americani durante la conferenza stampa di Helsinki rispetto a quelle poste dai colleghi russi. Le istituzioni quali la libera stampa, il sistema di <em>checks and balances</em>, il mero fatto che i <em>congressmen</em> repubblicani (per quanto “deboli” nei confronti di Trump) devono comunque rendere conto al proprio elettorato per essere rieletti, sono sistemi di salvaguardia che lasciano sperare che l’anomalia Trump possa scalfire ma non distruggere il sistema di cooperazione internazionale.</p>
<p><strong>Da questo lato dell’Atlantico, per contrastare le forze reazionarie che ignorano o rifiutano ogni evoluzione geopolitica anche al costo di condannarci all’irrilevanza, non basta rispondere facendoci inghiottire da miraggi utopici.</strong> Occorre affacciarsi all’inarrestabile progresso sociale e geopolitico con ottimismo, ma anche con responsabilità, per provare davvero a costruire un ordine in grado di governare le nuove realtà globali e offrire così le necessarie rassicurazioni e protezioni per i cittadini.</p>
<p><strong>Per questo è indispensabile un ruolo proattivo dell’Unione europea che, pur con molti limiti, rappresenta senz’altro il modello più avanzato d’integrazione regionale.</strong> Bannon, così come Putin, sanno, tuttavia, che il punto di forza dell’Unione europea &#8211; la pluralità &#8211; ne rappresenta anche il potenziale punto debole &#8211; la diversità di vedute e la difficoltà a trovare un accordo, anche quando la necessità di riforma è urgente.</p>
<p><strong>Le elezioni del prossimo anno per rinnovare il Parlamento europeo disegneranno il volto dell’Europa negli anni più centrali e sensibili della vita di coloro che scrivono e di tutta la loro generazione.</strong> L’auspicio è che le forze europeiste all’interno dei singoli paesi europei tornino a farsi sentire e a trasmettere un messaggio di vivace fiducia per un modello federativo o “simil-federativo” come miglior strumento per garantire la protezione degli interessi, particolari e comuni, nei confronti dei terzi.</p>
<p>La “Lega delle leghe” sarà senz’altro classificata dalla storia come un vano esperimento reazionario. Tuttavia, <strong>non sarebbe la prima volta che esperimenti di questo tipo vengono ricordati soprattutto per il prezzo di instabilità e sofferenze che intere generazioni dovettero pagare per riparare ai danni generati e rimettersi sui binari dello sviluppo.</strong></p>
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		<title>Disuguaglianza e Populismo: Quanto ha contato la disuguaglianza dei redditi nella vittoria di Donald Trump?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 May 2017 07:50:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Policy brief]]></category>
		<category><![CDATA[USA e Americhe]]></category>
		<category><![CDATA[Disuguaglianza]]></category>
		<category><![CDATA[Populismo]]></category>
		<category><![CDATA[Trump]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Con questo studio inauguriamo il ciclo intitolato “Disuguaglianza e Populismo” a cura del think tank Tortuga*. Il ciclo&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/611/">Disuguaglianza e Populismo: Quanto ha contato la disuguaglianza dei redditi nella vittoria di Donald Trump?</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Con questo studio inauguriamo il ciclo intitolato “Disuguaglianza e Populismo” a cura del <a href="http://tortugaecon.eu/">think tank Tortuga</a>*. Il ciclo si propone di analizzare la relazione tra variazioni negli indici di disuguaglianza a livello territoriale negli ultimi anni e l’andamento del voto per i partiti populisti. Il primo articolo si occupa degli Stati Uniti mentre seguiranno due studi su Gran Bretagna e Francia.</em></p>
<p>_____________________________________________________________________</p>
<p>Di recente l’amministrazione di Donald Trump ha visto passare il suo centesimo giorno. Attraverso misure drastiche, come ad esempio <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2017-01-23/usa-fuori-tpp-trump-firma-l-ordine-esecutivo-175959.shtml?uuid=AETW34F">lo stralcio del TTP</a>, <a href="http://www.repubblica.it/esteri/2017/01/27/news/usa_gb_trump_incontra_theresa_may_alla_casa_bianca-157022728/">controlli sull’immigrazione</a> più severi e un comportamento molto meno prudente del suo predecessore in politica estera, il neoeletto inquilino della Casa Bianca non ha atteso a far parlare di sé, prendendo sempre più le distanze dall’amministrazione Obama.</p>
<p>Rispetto al giorno del suo insediamento, Trump sta soffrendo, per ora, di livelli di <a href="http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2017/04/23/dopo-100-giorni-trump-e-il-meno-popolare_9e4c2fb3-f87a-490b-97c3-8c0db169cb05.html">impopolarità senza precedenti</a>, dovuti per buona parte alla sua lentezza nel rispondere alle esigenze del suo elettorato. Tra le numerose problematiche che gravano sulla società americana e che hanno forse contribuito alla vittoria del miliardario newyorkese, uno dei più sottovalutati è quello della disuguaglianza economica. Quasi negli stessi giorni in cui Trump completava il suo primo ingresso nello studio ovale, usciva infatti il rapporto Oxfam 2017 <a href="https://www.oxfamitalia.org/wp-content/uploads/2017/01/Rapporto-Uneconomia-per-il-99-percento_gennaio-2017.pdf">“Un’economia per il 99%”</a>. Questo rapporto aveva aperto un vivace dibattito sullo stato delle disuguaglianze nel mondo e ha offerto dati piuttosto d’effetto (ad esempio il fatto che le otto persone più ricche del pianeta possiedono più ricchezza di tutta di tutta la metà più povera della popolazione mondiale), ponendo nuovamente l’accento sull’influenza esercitata dalle disuguaglianze sociali ed economiche su molteplici altre variabili, non solo economiche.</p>
<p>Certo non si tratta del primo studio che denunci l’innalzarsi dei livelli di disuguaglianza nei paesi Occidentali: senza andare troppo in là nel tempo infatti, agli inizi del 2016, negli Stati Uniti il problema della distribuzione dei redditi si era fatto sentire sin dalle prime battute della campagna elettorale che ha portato alle ultime elezioni. Tant’è che uno dei candidati Democratici, il senatore Bernie Sanders, ne aveva fatto il suo cavallo di battaglia. La risonanza dell’argomento nel dibattito pubblico èchiaro indicatore della gravità del problema, o quantomeno del fatto che la società americana, nonostante sia abituata a livelli di disuguaglianza ben maggiori di quelli Europei, cominci a percepire un disagio tangibile.</p>
<p>Numerosi studiosi hanno già affrontato il tema della disuguaglianza e delle sue conseguenze politiche. A partire dagli studi dell’economista <a href="https://www.theguardian.com/books/2015/jun/26/inequality-what-can-be-done-anthony-b-atkinson">Tony Atkinson</a>, pioniere in materia, passando dagli studiosi <a href="https://ecpr.eu/Filestore/PaperProposal/a47c0359-276e-4a48-9c16-c46bd345968d.pdf">Persson</a> e <a href="http://www.jstor.org/stable/2118070?seq=1#page_scan_tab_contents">Tabellini</a> fino al celebre volume “il Capitale nel XXI secolo” di Thomas Piketty, sono state evidenziate diverse modalità attraverso le quali la disuguaglianza può essere motore di stravolgimenti politici. Ad esempio l’incrinazione della pace sociale, la polarizzazione delle preferenze politiche o il rallentamento della mobilità sociale: la disuguaglianza può essere stata dunque una risorsa (o un impedimento) anche per i candidati delle scorse elezioni presidenziali americane.</p>
<p><strong>La nostra analisi </strong></p>
<p>Data questa premessa, vale dunque la pena chiedersi se Trump stesso non sia riuscito a ricavare un vantaggio dai livelli di disuguaglianza di reddito americani nella sua corsa verso la Casa Bianca. Ebbene, analizzando i dati forniti dall’<a href="http://www.census.gov/en.html">American Census Bureau</a>, è possibile confermare questa ipotesi: più alti livelli di sperequazione dei redditi sono corrisposti a margini elettorali maggiori per Trump.</p>
<p>Ci siamo focalizzati su quel che è successo negli anni che vanno dall’inizio della crisi del 2008 ad oggi e che combaciano con la durata del mandato di Obama. Nello specifico, abbiamo osservato le contee americane (il secondo livello amministrativo nell’ordinamento USA dopo gli Stati federali) più rilevanti, ossia quelle con almeno 65˙000 abitanti. Per ciascuna di esse abbiamo misurato la variazione percentuale di voti guadagnati da Trump nel 2016 rispetto a quelli vinti dall’allora candidato Repubblicano McCain nelle elezioni del 2008. In seguito abbiamo considerato le variazioni percentuali a livello di contea tra il 2008 e la fine del 2015 dell’<a href="http://www.treccani.it/enciclopedia/indice-di-gini_(Dizionario-di-Economia-e-Finanza)/">indice di Gini</a>, il più diffuso indicatore della disuguaglianza economica<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a>. Infine, abbiamo raccolto altri dati relativi ad alcune caratteristiche socioeconomiche delle popolazioni delle contee in esame, quali tasso di disoccupazione, livelli di istruzione e composizione etnica.</p>
<p><strong>I risultati</strong></p>
<p>Abbiamo dunque implementato una <a href="http://www.treccani.it/enciclopedia/regressione-parametrica-modelli-e-stime-di_%28Dizionario-di-Economia-e-Finanza%29/">regressione lineare</a>, pesando per la popolazione delle contee, usando le variabili socioeconomiche come controlli e tenendo conto degli effetti fissi degli stati. I risultati ci permettono di concludere che <strong>l&#8217;aumento dei voti a favore del partito repubblicano è stato maggiore nelle contee caratterizzate da un aumento più marcato delle disuguaglianze</strong>; in particolare, un aumento di 1 punto percentuale dell&#8217;indice di Gini è associato a un aumento di 1.2 punti percentuali della fetta di voti ai repubblicani.</p>
<p>Lo stesso Piketty, uno dei più celebri studiosi in materia di disuguaglianze, nel febbraio del 2016, <a href="https://www.theguardian.com/us-news/commentisfree/2016/feb/16/thomas-piketty-bernie-sanders-us-election-2016">accoglieva con favore</a> la candidatura di Bernie Sanders, auspicando ad una “nuova era politica” e salutando la rinnovata attenzione degli americani per le questioni redistributive relative alla disuguaglianza economica. Non sapeva ancora, però, che Sanders avrebbe, di lì a qualche mese, abbandonato la corsa per la presidenza e che se si osserva il contenuto delle proposte programmatiche contenute sulla piattaforma online di Trump, futuro vincitore, le parole “inequality” o “redistribution” non figurano nemmeno una volta nel testo dei suoi programmi.</p>
<p>Più che far leva sulle tematiche redistributive, infatti, Donald Trump ha incanalato il risentimento generato da un’accresciuta disuguaglianza e l’ha dirottato contro tre principali obbiettivi: l’establishment (più nello specifico la governance democratica dell’amministrazione Obama), <a href="https://www.washingtonpost.com/news/monkey-cage/wp/2016/12/02/trump-won-where-import-shocks-from-china-and-mexico-were-strongest/?utm_term=.f11cf54d9445">la concorrenza straniera</a> (principalmente di Messicani e Cinesi) e l’influenza negativa degli immigrati sui salari americani. Nel suo <a href="https://www.washingtonpost.com/news/the-fix/wp/2017/01/20/donald-trumps-full-inauguration-speech-transcript-annotated/?utm_term=.39b4331a05c7">discorso di insediamento</a>, tutti questi tre temi sono stati menzionati, mentre Trump non ha mai manifestato intenzione di voler implementare politiche fiscali redistributive (semmai il <a href="https://www.ft.com/content/b5b78c76-a769-11e6-8898-79a99e2a4de6">contrario</a>). Sembra dunque improbabile che il nuovo presidente tenterà di risolvere le disparità nella redistribuzione del reddito in America.</p>
<p><strong>La differenza tra zone rurali e urbane</strong></p>
<p>Esiste un possibile corollario al nostro principale risultato empirico. Infatti, la relazione tra disuguaglianza e risultati elettorali sembra contribuire a dare ragione di un altro fatto emerso con sostenuta evidenza all’indomani dei risultati elettorali, ossia il sistematico conflitto tra campagna e città. Se si osserva il territorio americano distinguendo tra <a href="http://www.census.gov/population/metro/">aree metropolitane</a> e non, si può infatti osservare come le zone urbane abbiano generalmente votato a favore di Hillary Clinton, mentre il contrario vale per le zone “rurali”(ossia al di fuori delle aree metropolitane), più di frequente a favore di Trump. Inoltre questa tendenza è in aumento se confrontata con le elezioni del 2008. Se ci basiamo nuovamente sui dati tratti <a href="https://www.census.gov/programs-surveys/acs/">dall’American Community Survey</a> del 2015, risulta che tra il 2008 e il 2015 la disuguaglianza economica è aumentata sia nelle zone metropolitane che nelle zone rurali. Tuttavia, se facciamo interagire i dati relativi ai livelli di disuguaglianza con i tassi di povertà a livello di contea, otteniamo risultati più netti: oltre ad aver registrato un tendenziale aumento dei livelli di disuguaglianza, le contee rurali sono quelle in cui si riscontrano i più alti livelli di povertà, come appare evidente dalle immagini sottostanti. Dunque la combinazione tra crescenti disuguaglianze e povertà maggiormente diffusa può aver avuto un ruolo determinante nel motivare gli elettori delle aree rurali degli Stati Uniti  a votare per il candidato anti establishment Donald Trump.</p>
<p><a href="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2017/05/Grafico-1.png"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="wp-image-612 aligncenter" src="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2017/05/Grafico-1-768x615.png" alt="" width="478" height="383" srcset="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2017/05/Grafico-1-768x615.png 768w, https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2017/05/Grafico-1-300x240.png 300w, https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2017/05/Grafico-1-1024x819.png 1024w, https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2017/05/Grafico-1.png 2083w" sizes="(max-width: 478px) 100vw, 478px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2017/05/grafico-2.png"><img decoding="async" class="wp-image-613 aligncenter" src="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2017/05/grafico-2-768x614.png" alt="" width="475" height="380" srcset="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2017/05/grafico-2-768x614.png 768w, https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2017/05/grafico-2-300x240.png 300w, https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2017/05/grafico-2.png 1000w" sizes="(max-width: 475px) 100vw, 475px" /></a></p>
<p>È possibile inoltre che la campagna si sia sentita trascurata rispetto alla città, dove si concentrano le attività più redditizie e i luoghi di potere. Inoltre nelle campagne l’impatto di disfacimento del tessuto sociale dovuto alla deindustrializzazione è avvertito molto più intensamente dalle comunità, più prone dunque ad approvare la retorica dell’<em>”America first”</em>. Tutti questi fattori danno vita ad un vero e proprio fenomeno di rancore verso la città da parte della campagna, o “<em>rural resentment”</em>, come è già stato definito dalla sociologa <a href="https://www.washingtonpost.com/news/monkey-cage/wp/2016/11/13/how-rural-resentment-helps-explain-the-surprising-victory-of-donald-trump/?utm_term=.7ba05a2f2e33">Katherine Cramer</a>.</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> L’indice può variare tra 0 e 1 e più è alto più la distribuzione dei redditi è squilibrata; i paesi in cui si registrano i livelli di disuguaglianza più alti presentano un Gini di circa 0,5, (e.g. i paesi del Sud America), mentre i paesi con le distribuzioni più equilibrati si collocano intorno allo 0,3 (e.g. i paesi Scandinavi).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>*Tortuga è un think-tank di studenti di Economia sparsi tra Milano, Berlino, Amsterdam, Francoforte e gli Stati Uniti. Nasce nel 2015 e conta attualmente 25 membri. Scrive articoli di economia, politica ed attualità, ed offre alle Istituzioni un supporto professionale ad attività di ricerca o di policy-making.</em><br />
<em><a href="http://tortugaecon.eu">http://tortugaecon.eu</a> &#8211; tortugaecon@gmail.com</em></p>
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		<title>Comprendere per costruire un nuovo paradigma riformista</title>
		<link>https://www.mondodem.it/529/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Giovanni Matteo Centore]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 06 Apr 2017 13:58:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lo stato della sinistra]]></category>
		<category><![CDATA[#riformismo]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Globalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[Populismo]]></category>
		<category><![CDATA[Sinistra]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La fase storica che stiamo vivendo è quella che segna la frattura più profonda con le speranze ed&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/529/">Comprendere per costruire un nuovo paradigma riformista</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La fase storica che stiamo vivendo è quella che segna la frattura più profonda con le speranze ed i sogni generati dall&#8217;avvento del nuovo secolo.</p>
<p>Per la mia generazione, cresciuta dentro lo spirito di libertà dell’<strong>Ottantanove</strong>, si tratta di ripensarsi completamente.</p>
<p>Siamo chiamati alla responsabilità di capire, indagare le cause dei mutamenti travolgenti che stanno caratterizzando il nostro tempo e di cogliere la portata degli effetti.</p>
<p>Siamo di fronte a quella che il filosofo della politica Biagio De Giovanni ha definito la prima “<strong><em>crisi politica</em></strong>” della <strong>globalizzazione</strong>, capace di introdurre forti elementi di divisione in un mondo che il processo globale doveva unire, oltre ogni conflitto, tensione o guerra.</p>
<p>Dopo la caduta del Muro, la cultura riformista ha pensato, illudendosi, di aver vinto la partita. Che l’espansione del libero mercato avrebbe condotto alla piena affermazione della democrazia e ad un più diffuso grado di crescita sociale.</p>
<p>Processi vissuti come ineluttabili ed irreversibili e quindi da accompagnare o al più da correggere, ma non già da governare. L’arretramento della politica ha slegato il fenomeno economico dai destini delle persone. A processi economici globali non è corrisposto un processo di governance politica sovranazionale e forme di controllo democratico di dimensioni comparabili.</p>
<p>Questo ha preparato il terreno ai nazionalismi che si sono posti come missione quella di dimostrare che tali processi non sono dati acquisiti, ma scelte e come tali revocabili.</p>
<p>La società aperta, la globalizzazione dell’economia, l’integrazione europea, il fenomeno migratorio sono oggi i principali terreni nei quali sono coltivati i semi di un nuovo <strong>sovranismo</strong> che si pone come alternativa praticabile.</p>
<p>Pare del tutto evidente come la risposta delle forze riformiste non possa consistere in una meccanica riproposizione di paradigmi culturali ed identitari di cui esse si sono alimentate nel secondo dopoguerra. I due principali strumenti di cui la sinistra europea si è servita per perseguire i propri ideali di libertà e giustizia sociale hanno esaurito da tempo le proprie forze: lo <strong>stato-nazione</strong> ed il <strong>welfare state</strong> erano l’uno propedeutico all’altro, oggi la crisi dell’uno è conseguenza di quella dell’altro.</p>
<p>I limiti di tale schema sono apparsi ancora più chiari in Europa dopo il <strong>Trattato di Maastricht</strong> e l’adozione della moneta unica. La politica monetaria si centralizzava a livello comunitario e veniva sottratta alla disponibilità degli Stati membri, mentre la politica economica e fiscale restava in capo a questi ultimi. Il risultato è stato il rafforzamento delle politiche di austerity imposte, in sede intergovernativa, dai Paesi con il maggiore peso, come la Germania. Ed un’interpretazione restrittiva del Patto di stabilità e di crescita in piena recessione.</p>
<p>Anche il Quantitative Easing, il piano varato dalla <strong>BCE</strong> nel 2015, grazie alla lungimiranza del Presidente Mario Draghi, per promuovere una politica monetaria espansiva e contrastare la deflazione, ha sortito effetti più limitati sull’economia europea, proprio perché non accompagnato da un forte coordinamento delle politiche economiche e fiscali, soprattutto in materia di crescita e di occupazione.</p>
<p>Con il tempo, gli effetti della crisi economica ha allargato la forbice delle disuguaglianze e le sacche di povertà. Ad avvertirne il peso non sono state solo le fasce tradizionalmente più deboli, ma anche il ceto medio. Da questo punto di vista, l’ormai famoso grafico dell’elefante di <strong>Milanovic</strong> ci dimostra come nel ventennio 1988-2008, è la classe media occidentale ad aver subito il maggior impoverimento relativo e quindi ad essere stata la più esposta, negli anni successivi, alla crisi.</p>
<p>La crisi ci ha spiazzato, inutile nasconderlo. Essa però può rappresentare anche una straordinaria opportunità, per fare i conti con il nuovo secolo e le rivoluzioni che lo caratterizzano.</p>
<p>La<strong> rivoluzione digitale</strong>, ad esempio, ha determinato condizioni di abbondanza e di disuguaglianza al tempo stesso. Come ci spiega Enrico Moretti in “<em>La nuova geografia del lavoro</em>”, negli Stati Uniti, l’innovazione ha prodotto nuovi e buoni posti di lavoro, che però si sono concentrati laddove c’erano già condizioni avanzate di benessere e di istruzione. Contestualmente, i centri urbani che presentavano condizioni di partenza peggiori, nel campo dei servizi, dei saperi etc., non hanno saputo reagire alla crisi dell’industria tradizionale, creando un ecosistema adeguato ad attrarre investimenti nell’industria innovativa. Anzi, essi hanno registrato una significativa mobilità in uscita, che per lo più ha riguardato i ceti più giovani ed istruiti, che ha causato svuotamento e desertificazione.</p>
<p>Questo perché un processo non è virtuoso in sé. I suoi buoni esiti dipendono da come il processo è governato, dalla qualità delle politiche pubbliche che lo accompagnano.</p>
<p>Ci attende quindi una fase di severo impegno, rigorosa analisi e profonda comprensione cui dovranno seguire “<strong><em>politiche</em></strong>” e “<strong><em>politica</em></strong>”, soluzioni concrete e mirate dentro una cornice valoriale all’altezza dei mutamenti in atto.</p>
<p>E’ un percorso di ricerca teso alla costruzione di quel luogo inedito in cui far incontrare i valori di eguaglianza e di libertà con le trasformazioni che stanno cambiando le nostre vite. E’ una sfida affascinante e complessa paragonabile all’organizzazione del capitalismo nel “<em>secolo socialdemocratico</em>”, per usare una felice espressione del grande sociologo Ralf Dahrendorf . Una sfida in campo aperto alle forze nazionaliste e populiste, che rifugga dalla tentazione di un’adesione acritica alla globalizzazione e che, invece, ne colga le opportunità ed i limiti.</p>
<p>Il che significa elaborare politiche capaci di tenere insieme più libertà e più protezione. Costruire un riformismo del <strong>merito</strong> e del <strong>bisogno</strong>, delle <strong>opportunità</strong> e del <strong>contrasto alle disuguaglianze</strong>. Che sappia proporre un modello di libero scambio legato a stringenti regole di tutela degli standard sociali.</p>
<p>Per dirla con l’economista Irene Tinagli: «<em>perché dobbiamo attendere che le vittime della globalizzazione siano a terra, per “vederle” e cercare di intervenire? Dobbiamo impostare “a monte” la nostra politica, mutare la sua stessa natura, per far sì che essa agisca “prima” – in senso temporale e in senso qualitativo – che le persone cadano vittime del processo di innovazione.</em>»</p>
<p>Se questo è il terreno della sfida per le forze riformiste e progressiste, la dimensione della loro iniziativa non può che essere quella europea ed indirizzarsi verso due priorità: una più forte <strong>legittimazione democratica</strong> dei processi istituzionali ed una più netta e coerente distinzione delle <strong>sfere di sovranità</strong> tra Unione e Stati membri.</p>
<p>I due obiettivi dovrebbero essere perseguiti di pari passo, quanta più sovranità si “cede” all’<strong>Unione</strong>, tanto più potere di controllo va conferito ai cittadini. Non è più pensabile che la difesa comune, le politiche di accoglienza, la politica fiscale possano restare negli angusti perimetri statali, ma, allo stesso tempo, decisioni che incidono sulla vita dei singoli cittadini non possono essere sottratti alla formazione dell’indirizzo popolare.</p>
<p>Personalmente, credo che dentro questa opera ci sia lo spazio per far nascere e crescere una proposta riformista coraggiosa ed ambiziosa, in grado di collocarsi compiutamente nelle linee di confronto che si aggiungono a quelle ancora attuali di destra e sinistra.</p>
<p>La Brexit, la nuova Amministrazione americana, il ritorno prepotente della Russia da un lato, le vicende elettorali olandesi, francesi e tedesche dall’altro, stanno ridisegnando i termini del dibattito pubblico.</p>
<p>Sta alla lungimiranza ed alla intelligenza di classi dirigenti, ispirate da un <strong>pensiero nuovo</strong>, condizionarne ed orientarne gli sviluppi. Ciò nella consapevolezza che non bastano politiche giuste se esse non sono avvertite come tali dai cittadini. Un tempo, lo avremmo definito un <strong>riformismo</strong> di “<em>popolo</em>”.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/529/">Comprendere per costruire un nuovo paradigma riformista</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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		<title>Oltre il circo della paura, l&#8217;inesorabile declino del terrorismo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Eugenio Dacrema]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Mar 2017 15:08:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Democrazia 2.0]]></category>
		<category><![CDATA[Osservatori]]></category>
		<category><![CDATA[Al-Qaeda]]></category>
		<category><![CDATA[Attentato]]></category>
		<category><![CDATA[Brexit]]></category>
		<category><![CDATA[Isis]]></category>
		<category><![CDATA[Populismo]]></category>
		<category><![CDATA[Terrorismo]]></category>
		<category><![CDATA[westminster]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un avvenimento come quello di Londra del 22 marzo è la scintilla perfetta per la riattivazione di tutte&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Un avvenimento come quello di Londra del 22 marzo è la scintilla perfetta per la riattivazione di tutte quelle dinamiche così ben rodate che in tutto il mondo, ma soprattutto in Italia, caratterizzano il circo mediatico della tragedia. Toni da fine del mondo, interviste strappalacrime, discussioni interminabili sul ruolo dell’Islam – c’entra? non c’entra? Ovviamente no. I musulmani sono 1 miliardo e se fossero tutti terroristi saremmo già tutti morti e fine della storia. È davvero necessario parlarne ogni volta? – e ovviamente tutto ciò che serve per rendere quella che è una oggettiva tragedia ma di limitate dimensioni un fatto epocale tale da occupare il prime-time dei principali palinsesti per giorni. Il motivo, ancora una volta, è molto semplice ed è stato ripetuto un milione di volte come la storia dei musulmani che non sono terroristi: il giornalismo è un settore economico in crisi e per sopravvivere deve generare lettori, ascoltatori e click. Per riuscirci la paura funziona, così come funzionano la facile rabbia e l’altrettanto facile commozione. Benissimo, fin qui nulla di nuovo.</p>
<p>Quel che invece di nuovo c’è se si analizza l’accaduto – o gli “accaduti”, ovvero la collezione di piccoli attacchi che hanno colpito l’Europa nell’ultimo anno e mezzo – è che stiamo assistendo a una traiettoria di evidente declino della capacità del terrorismo internazionale di colpire l’Occidente. Questo avviene per diversi motivi, a cominciare dalla stretta che convenzioni e trattati internazionali sul controllo dei flussi finanziari hanno imposto sui movimenti di capitale sospetti oppure i sempre più fitti controlli che riguardano l’entrata di armi ed esplosivi non autorizzati. Fatto salvo l’attentato di Parigi del 13 novembre 2015, gli strumenti utilizzati negli attentati in Europa degli ultimi cinque anni sono state pistole, fucili, coltelli e mezzi di locomozione. Spesso uno di questi per ogni attentato. Non c’è male quando si pensa agli aerei del 2001 e agli esplosivi del 2004 a Madrid e del 2007 a Londra. La pura e semplice verità è che il 22 marzo nel Regno Unito – e probabilmente anche solo a Londra – sono morte molte più persone schiacciate da una macchina di un automobilista distratto (o ubriaco) che non dal SUV dell’attentatore di Westminster. Questo ovviamente difficilmente è arrivato nelle cronache giornalistiche fatta salva qualche rara eccezione come <a href="http://www.linkiesta.it/it/article/2017/03/23/il-terrorismo-continuera-a-colpire-ma-stiamo-vincendo-noi/33646/">l’ottimo editoriale di Francesco Cancellato su Linkiesta</a>. Meno soldi, meno vittime, meno preparazione caratterizzano le azioni delle organizzazioni terroristiche oggigiorno almeno in Occidente che appaiono, in una parola, più deboli.</p>
<p>Ma c’è un altro elemento di ottimismo che va oltre la declinante capacità pratica delle organizzazioni terroristiche e che sfugge perfino a Cancellato: la sempre minore capacità da parte di queste ultime di influenzare la politica. Ancora una volta, se pensiamo ai decenni passati la differenza impressiona: George Bush costruì sulle macerie delle Torri Gemelle due rielezioni e l’attuazione di una intera dottrina politica. La strage di Madrid del 2004 decise nell’arco di 12 ore l’esito delle elezioni politiche spagnole. Solo in Francia dopo il 13 novembre si è assistito a un cambiamento politico significativo con l’introduzione dello stato d’emergenza e l’intervento dell’aviazione militare francese sullo scenario siriano. Ma in questo caso c’è da chiedersi quanto questo sia dovuto all’effetto assoluto degli attentati e non a una estrema debolezza della presidenza di Francois Hollande, la più debole della storia repubblicana. Altrove troviamo invece un partito populista tedesco – l’AfD – che dopo le vette di metà 2016 continua in un declino che appare inesorabile nonostante la lunga catena di attentati che ha colpito il paese fino all’inizio di quest’anno. Anche in Francia dopo il ripetersi di altri gravi episodi come quello di Nizza l’effetto aggiuntivo dei nuovi attacchi sulle prospettive delle forze nazionaliste di Marie Le Pen sembra essere nullo; la Le Pen è stata addirittura superata nei più recenti sondaggi dall’europeista Emmanuel Macron contro tutte le aspettative. E ben poco dobbiamo aspettarci dagli effetti di questo attacco londinese. Oggi la vera battaglia politica nel Regno Unito si gioca sui tempi e le modalità della Brexit e gli effetti – questi sì catastrofici – che potrebbe avere perfino sull’unità del Regno viste le crescenti voglie indipendentiste scozzesi.</p>
<p>E’ forse questa la vera grande sconfitta del terrorismo internazionale. Non è il non riuscire più a uccidere e distruggere, quantomeno in grandi numeri. Ma non riuscire nemmeno più a contare, a lasciare un segno nelle coscienze e nelle paure popolari che porti a risultati tangibili sul piano politico. E questo non vuol dire naturalmente che la politica in Occidente sia diventata immune da questi pericoli. Vuol dire piuttosto che il declino della politica in Occidente a cui stiamo assistendo è tutto endogeno, causato dalla crisi irreversibile di un benessere economico basato su condizioni geopolitiche che non esistono più. A dimostrazione, ancora una volta, che nonostante tutti gli attentati del mondo l’ultima parola ce l’ha sempre <em>the economy, stupid</em>. Con buona pace di Al-Baghdadi.</p>
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		<title>Elezioni in Olanda tra sconfitte parziali e vittorie a metà</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 Mar 2017 17:29:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni]]></category>
		<category><![CDATA[Nazionalismo]]></category>
		<category><![CDATA[Olanda]]></category>
		<category><![CDATA[Populismo]]></category>
		<category><![CDATA[VVD]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>È davvero una vittoria quella del Partito Popolare per la Libertà e la Democrazia, il VVD guidato dall’uscente&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>È davvero una vittoria quella del Partito Popolare per la Libertà e la Democrazia, il VVD guidato dall’uscente Primo Ministro Rutte, che all’indomani delle elezioni in Olanda con 33 seggi, è diventato per la terza volta il primo partito olandese e possibilmente il leader del prossimo governo? E soprattutto, la sua è veramente una vittoria europea contro l’euroscetticismo? Non c’è una risposta chiara a queste domande. Quello che è ovvio è che nonostante la vittoria, il VVD ha registrato 8 seggi in meno rispetto al 2012. Invece, il suo principale sfidante, il Partito per la Libertà (PVV) &#8211; il partito euroscettico, nazionalista e xenofobo di Wilders &#8211; con i suoi 20 seggi, rimane sicuramente al secondo posto, ma ha visto un aumento della propria popolarità di ben 6 seggi.</p>
<p>Non si tratta quindi di un trionfo assoluto, ma della prima affermazione europea, seppur parziale, su quelle forze populiste che hanno condotto la Gran Bretagna nel caos della Brexit. In effetti, proprio la difficile situazione della Gran Bretagna, paese molto vicino all’Olanda, che tra le altre cose è stata tra i promotori della sua membership negli anni ‘70, può aver spinto i cittadini olandesi a prendere una decisione più oculata. Secondo quanto affermato dai numerosi media nazionali ed internazionali, in caso di vittoria di Wilders, l’UE avrebbe dovuto affrontare la possibilità di una Nexit, un’uscita dell’Olanda dall’Unione. Tuttavia, al di là del risultato elettorale, le ipotesi di una Nexit sono alquanto lontane. Sebbene il PVV abbia come secondo punto in programma l’uscita dell’Olanda dall’Unione e solo il 42% dei cittadini abbia un’idea positiva dell’UE, il 71% degli olandesi si sente europeo, non vuole uscire dall’eurozona e trova comunque vantaggioso per l’Olanda essere parte dell’Unione, che va però riformata.</p>
<p>Nonostante i dati, i fattori che hanno favorito il VVD non sono totalmente legati ad una retorica pro-europea, ma vanno anche ricercati altrove. Infatti, le elezioni nazionali si sono giocate anche su temi interni più che su dinamiche di politica estera ed europea. In primo luogo, nel suo scorso mandato, il Primo Ministro Rutte ha garantito uno sviluppo economico del paese, che nel 2017 registrerà una crescita del Pil del 2%, dato nettamente superiore alla media europea che si attesta attorno al 1,6%. L’Olanda ha anche notevolmente ridotto la disoccupazione, che si attesta attorno al 5,2% rispetto al 9,6% europeo e, nonostante i tagli al welfare perpetuati dal governo, è tra i paesi più felici su scala mondiale.</p>
<p>Inoltre, contrariamente da quanto ipotizzato da numerosi analisti, il recente scontro con la Turchia non ha favorito i partiti anti-establishment e islamofobi come ipotizzato. Al contrario, la risposta decisa alle provocazioni del governo di Erdogan da parte del Premier Rutte ha favorito il VVD, che ha dimostrato di poter far fronte a situazioni che minacciano la stabilità del paese. In questo frangente, nonostante la questione identitaria sia presente in Olanda come in altri paesi europei a fronte della globalizzazione, la risposta nazionalista di Wilders ha sicuramente garantito maggiori elettori al PVV, ma non abbastanza da permettergli di ottenere una vittoria. Infatti, al di là della questione identitaria, non sono l’immigrazione o l’islam per sé a destare preoccupazione agli occhi degli olandesi, ma la paura di perdere l’accesso ai servizi pubblici quale la sanità o l’educazione e il problema della sicurezza soprattutto a fronte degli attentati terroristici. Per questo motivo, anche se a tratti il Premier Rutte ha fatto dichiarazioni vagamente populiste, sostenendo che gli immigrati devono integrarsi oppure andarsene, sono state le azioni politiche portate avanti durante il suo governo, più che la retorica, a convincere gli olandesi a votare il VVD.</p>
<p>Inoltre, se le elezioni olandesi dimostrano qualcosa, è che è possibile avere risposte alternative al nazionalismo e al becero populismo. L’esempio lampante è la conquista da parte del partito dei Verdi di 14 seggi, rispetto ai 4 detenuti nel 2012. Vittoria, quest’ultima, che è avvenuta a discapito del Partito Laburista, che ha registrato solo 9 seggi, rispetto ai 39 del 2012. La disfatta del Partito Laburista è legata alla scelta di quest’ultimo di coalizzarsi nel 2012 con il governo di centro-destra liberale, che ha promosso tagli al welfare e politiche neoliberali. La perdita di un’identità politica lo ha delegittimato di fronte al proprio elettorato.</p>
<p>In conclusione, se le elezioni in Olanda possono dare una lezione agli altri paesi, specialmente in vista dei numerosi appuntamenti elettorali, è che nell’epoca della post-verità e delle fake news, i fatti contano più della retorica e sono l’unica arma dei partiti per combattere in maniera efficace il populismo.</p>
<p>Di Eleonora Poli</p>
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		<title>E’ giusto dire populismo?</title>
		<link>https://www.mondodem.it/77/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Feb 2017 12:38:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politologia]]></category>
		<category><![CDATA[Comunicazione]]></category>
		<category><![CDATA[Globalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[Internet]]></category>
		<category><![CDATA[Populismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Mario Rodriguez* Che utilità abbiamo a usare il termine populismo? A cosa ci serve? Per comprendere, per&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Di <strong>Mario Rodriguez</strong>*</p>
<p>Che utilità abbiamo a usare il termine <strong>populismo</strong>? A cosa ci serve? Per comprendere, per adattarci al tempo che viviamo, per elaborare e mettere in pratica misure di contrasto, certo. Ma la domanda da porsi è se l’uso di un termine dalla carica simbolica così forte, ci aiuti a definire i fenomeni di cui stiamo facendo esperienza? Populismo è una parola nata quando non ne esistevano altre ancora più essenziali a identificare il nostro tempo: disintermediazione, <strong>globalizzazione</strong>, mediatizzazione, interdipendenze, per citarne alcune.</p>
<p>Uno dei saggi ateniesi Misone consigliava, secoli fa, di indagare le parole a partire dalle cose, non le cose a partire dalle parole. Ecco allora un paradosso: non possiamo che usare parole vecchie per descrivere fenomeni nuovi. Viviamo e, per affrontare i problemi, dobbiamo definirli. La definizione è infatti essenziale per arrivare alla sua soluzione, per mettere in atto comportamenti adeguati agli obiettivi che si perseguono. Per di più i fenomeni sociali non sono problemi matematici. La complessità sociale è più complessa di quella matematica. Le soluzioni possibili sono molte di più. Ciò nonostante abbiamo bisogno di definire i problemi e trovare parole o metafore che ci aiutino a prendere le misure, a mettere in campo comportamenti appropriati.</p>
<p>Successe così anche con il <strong>fascismo</strong> che peraltro fu un termine usato dai protagonisti stessi e non una definizione data dagli osservatori. Ci vollero anni per definire il fenomeno in modo che fosse possibile la convergenza dei comportamenti degli <strong>antifascisti</strong>. Nel ‘29 fu difficile per i comunisti italiani convincere i sovietici e gli altri aderenti alla III Internazionale che in Italia accomunare Matteotti e Mussolini usando il termine “socialfascismo” non era solo difficile ma controproducente. E solo dopo la metà degli anni ‘30 si adottò una definizione del fascismo che permise di lavorare per un fronte antifascista più ampio che comprendesse anche i socialisti e socialdemocratici. Si badi bene che la definizione del fascismo ebbe una utilità pratica indiscutibile ma oggi non è più usata (condivisa). Anche allora era insufficiente, approssimativa ma era migliore della precedente ed ebbe conseguenze pratiche apprezzabili.</p>
<p>Anche allora gli schemi interpretativi avevano forzato la comprensione della realtà. Si era partiti dalle parole, dai concetti, e non dalla realtà. Non dobbiamo fare lo stesso errore oggi con populismo. Dobbiamo partire dalla descrizione dei fenomeni cercando il più possibile di non farci condizionare (almeno essendone consapevoli) dagli schemi interpretativi che non possono che condizionare la nostra analisi.</p>
<p>“Al lupo, al lupo”.</p>
<p>Temo che l’uso del termine populismo sia una sorta di “al lupo al lupo!” Accade qualcosa che non ci aspettavamo e che ci preoccupa e lanciamo un allarme. Sembra un allarme che funziona perché molti hanno paura del lupo. I nostri bambini (la nostra comunità, il nostro popolo) sono stati educati con l’idea che il lupo è cattivo. Si pensa che se gridiamo “al lupo, al lupo”, i pigri, i distratti si mobiliteranno, ci capiranno, ci voteranno. Così continuiamo a considerare i coinvolti dal fenomeno con paternalismo e aristocraticismo e ci ostiniamo a non riconoscerli come portatori di visioni diverse non solo da rispettare ma da comprendere.</p>
<p>Ma il problema è che gli “altri” non vedono il lupo, anzi a qualcuno il lupo piace pure. Gli piace il selvaggio, il naturale, non importa che non abbiano pecore o galline da difendere, loro vivono in città. Il lupo è quello dei cartoon o del Wwf! Però è il loro modo di vivere le cose. Quando sentono “al lupo, al lupo” pensano che non sia un problema per loro e che lo si faccia solo in modo strumentale.</p>
<p>Allora bisogna ripartire dalle “cose stesse”, dai fenomeni che viviamo e che cataloghiamo tra le cause del populismo e quindi tra i problemi da risolvere. Cerchiamo di usare con parsimonia la parola populismo, vediamo se ce ne sono altre più connotative per spiegare cosa avviene. Anche perché populismo, come detto, è parola vecchia e usarla per descrivere fenomeni nuovi non aiuta a comprendere i fenomeni stessi.</p>
<p>Allora quali fenomeni stiamo vivendo?</p>
<p>In primo luogo credo sia necessario descrivere bene come si comportano coloro che definiamo “populisti”, che biografie hanno, come si comportato, che decisioni assumono, come vivono. Che tipi di lupi sono? Mangiano davvero le galline?</p>
<p>Dobbiamo mettere bene in evidenza perché per noi i populisti sono un pericolo per la <strong>democrazia</strong>. Non possiamo dare per scontato che l’uso del termine generi senso e consenso.</p>
<p>Io direi che il populismo attuale rappresenta prima di tutto la fase nuova di un contrasto antico che nasce con la cosiddetta democrazia dei moderni (non è un caso che la Casaleggio Srl scomodi Rousseau). Non un’eccezione ma il ritorno di un conflitto connaturato alla democrazia, il rapporto con il <em>demos</em> appunto. Dice Müller “Il populismo non è né la parte autentica della moderna politica democratica, né un tipo di patologia causata da cittadini irrazionali. È l’ombra permanente della <strong>politica</strong> rappresentativa.”</p>
<p>È il riapparire di persone che “parlano” in nome delle persone in carne e ossa e che criticano le élite. Ma non tutte le critiche alle élite sono populismo. E non tutti i populisti sono contro il principio della rappresentanza politica; molti insistono sul fatto che soltanto loro sono i rappresentanti legittimi, i veri interpreti della gente, delle persone comuni”. Qui sta il nocciolo duro della loro “illiberalità” la negazione del <strong>pluralismo</strong>.</p>
<p>Poi dobbiamo capire e mettere bene a fuoco perché questo fenomeno è riapparso negli anni recenti valorizzando soprattutto le differenze e le peculiarità del nostro tempo.</p>
<p>Tra questi io richiamerei brevemente: le conseguenze della quarta rivoluzione tecnologica; la diffusione di nuovi modi di vivere e lavorare; nuovi livelli di <em>education</em> e di informazione; la mondializzazione dell’economia e i processi di globalizzazione; il consolidamento delle interdipendenze; l’affermazione della multipolarità negli equilibri geo politici; la secolarizzazione; la crisi dei sistemi gerarchici che ancora reggevano alla fine della seconda guerra mondiale; la crisi dei sistemi di autorità connessi alla gerarchia; l’avvento della società individualizzata di massa. E quindi il crescente conflitto tra principio di competenza e principio di rappresentanza, appunto tra élite e popolo. Tutto questo porta all’accrescimento delle difficoltà di funzionamento delle società democratiche peraltro già avviatesi. E quindi alle decrescenti performance dei sistemi politici in un contesto non solo di crisi economica ma di ridefinizione degli equilibri su base mondiale.</p>
<p>Le persone vivono un disagio caratterizzato dalla fine della certezza del miglioramento delle loro condizioni di vita che aveva caratterizzato tutta la seconda metà del 900 e che era iniziata con lo slancio fondamentale della pace e della ricostruzione post bellica.</p>
<p>Il ritorno (non nascita perché non è un fenomeno nuovo) della sfiducia per le élite è strettamente legato al fatto semplice ma concreto che “le cose non vanno”. Il consenso ai partiti di massa della seconda metà del novecento può essere considerato certo adesione a forme culturali (religioni civili) ma era fortemente ancorato al fatto che le cose funzionavano, la vita quotidiana migliorava per tutti (chi più e chi meno, ovviamente).</p>
<p>Allora la contrapposizione al populismo parte dal rimettere in moto le istituzioni, il loro funzionamento, per poter arrivare alla soluzione (parziale e provvisoria, certo) dei problemi della vita quotidiana. Le persone credo chiedano di essere governate bene, di essere messe in condizione di vivere nel modo migliore auspicabile. In generale le persone (tranne un piccola ma significativa parte che va coinvolta) non credo chiedano di essere rappresentate o meglio credo che per loro essere rappresentate significhi vedere le proprie preoccupazioni prese in considerazione se non risolte del tutto. E si mobilitano soprattutto quando le cose non vanno! Per questo credo che il tema del funzionamento delle istituzioni democratiche e delle politiche pubbliche sia essenziale. Non credo che sia utile soffermarsi su un dibattito sulle credenze ma credo sia meglio concentrarsi sugli effetti pratici delle credenze sulla vita delle persone.</p>
<p>Una democrazia che funziona oggi significa però essere consapevoli che governare comporta anche governare le opinioni che i governati hanno dei governanti. Perché la nostra non è solo la società mediatizzata ma è la società dell’auto-<strong>comunicazione</strong> di massa.</p>
<p>Come costruiamo quindi democrazie “funzionanti”? Come ci occupiamo di <strong><em>governance</em></strong> e non solo di <em>government</em>? Abbiamo inventato due parole diverse perché abbiamo bisogno di mettere in luce due aspetti diversi del funzionamento delle istituzioni. Il governo formale e il governo concreto reale, quello che succede davvero.</p>
<p>Il contrasto al populismo si fa quindi in primo luogo comprendendone le cause o meglio comprendendo le ragioni di coloro che lo fanno vivere e secondariamente mettendo in atto politiche concrete che entrando nella vita quotidiana delle persone inducano un cambiamento nelle percezioni diffuse.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>*Mario Rodriguez è docente di Comunicazione Pubblica presso l’Università degli Studi di Milano e fondatore della MR &amp; Associati. Tra le altre opere, è autore, con Nicolò Addario, del libro “Comunicare la Politica, Consenso e Dissenso nell’Era di Internet”</em></p>
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		<title>Tra professione e vocazione, oltre la politica della rabbia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Annalisa Perteghella]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 Dec 2016 13:27:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Democrazia 2.0]]></category>
		<category><![CDATA[Brexit]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Populismo]]></category>
		<category><![CDATA[Referendum]]></category>
		<category><![CDATA[Taskforce]]></category>
		<category><![CDATA[Trump]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Un anno vissuto pericolosamente. Questo 2016 che si avvicina alla conclusione è stato denso di avvenimenti, molti dei quali appuntamenti elettorali, che hanno colto di sorpresa, quando non gettato nello sconforto, analisti e commentatori. Molta della sorpresa è stata dovuta al fatto che, di fronte alle grandi domande della contemporaneità, a uscire dalle urne è stata spesso una risposta non corrispondente a quella che in molti ritenevano essere l’opzione più razionale, quella che meglio permetteva di soddisfare il bene comune. L’affermazione del “Leave” nel referendum britannico sulla <strong>Brexit</strong>, la vittoria di <strong>Donald Trump</strong> nelle elezioni presidenziali americane, l’imporsi del “no” nel <strong>referendum costituzionale</strong> in Italia, hanno non solo colto di sorpresa gli osservatori, ma anche dato avvio a periodi di profonda incertezza, aprendo profonde crepe in alcuni pilastri che contribuivano a tenere in ordine il nostro mondo. A completare il quadro, sullo sfondo ma non troppo, la contemporanea avanzata di movimenti ascrivibili all’ampia categoria del <strong>populismo</strong>, sicuramente guidati da abili demagoghi, che hanno saputo intercettare il malcontento di ampie fasce della popolazione e parallelamente attribuirne tutta la responsabilità a precisi gruppi politici o istituzioni: l’<strong>Unione europea</strong> nel caso della Brexit, “l’establishment” e la candidata sua diretta espressione negli Stati Uniti, la squadra di governo in Italia.</p>
<p>Benché ciascuno di questi sommovimenti tellurici sia attribuibile a fattori radicati nei singoli contesti nazionali, sembra esistere una tendenza di fondo che unisce in maniera trasversale quanto accaduto negli appuntamenti elettorali di quest’anno, ma anche quanto rischia di accadere in quelli del 2017 in democrazie liberali considerate solide e mature. È la tendenza, già accennata, da parte di presunti capipopolo a incolpare precisi soggetti politici e/o istituzionali per tutte le grievances, ergendosi al contempo a restauratori di un supposto benessere e vindici di una altrettanto supposta grandezza originaria, tutta contenuta all’interno dei confini nazionali. La diffidenza verso la classe politica, che spesso diviene vero e proprio odio sociale, è una tendenza che chiama in causa l’antico dibattito che ha per oggetto il rapporto tra élites di governo e democrazia.</p>
<p>Platone, ne La Repubblica, affida il governo dello Stato ideale a una classe di re-filosofi (árchontes), gli unici che posseggono le necessarie doti di saggezza e razionalità atte a governare la polis e garantirle il soddisfacimento dei criteri di giustizia perfetta. La classe di governo emerge dunque da una selezione tra i migliori. Se nel pensiero classico la riflessione sui governanti è una riflessione che sfocia nella forma politica dell’aristocrazia (i migliori per nascita) o nel suo concetto degenerato di oligarchia (il governo di pochi, scelti in base al censo), è nel passaggio alla democrazia moderna che la classe di governo diventa espressione della collettività. Non essendo però possibile un governo del popolo vero e proprio, è necessario creare l’artificio della rappresentanza: il popolo delega il potere e la responsabilità di governo a propri rappresentanti. La <strong>classe</strong> <strong>politica</strong> è dunque diseguale e superiore rispetto al popolo, ma questa superiorità e questa disuguaglianza sono meramente funzionali.</p>
<p>Ripercorrendo il dibattito sul rapporto tra élites di governo e democrazia, è impossibile non fare menzione della teoria politica dell’elitismo, che ha negli italiani Gaetano Mosca e Vilfredo Pareto i suoi padri fondatori. Nella sua formulazione originaria, l’elitismo difficilmente si combina con la teoria democratica classica: nella dicotomia élites-masse la forma di governo democratica difficilmente può esistere perché l’incapacità da parte delle masse di organizzarsi e determinarsi lascia l’incombenza del governo nelle mani dell’élite, consapevole, coesa e cospirante, secondo il criterio delle tre C introdotto da Mosca per identificare la classe politica. È solo con l’evoluzione del pensiero politico elitista verso una forma di “elitismo democratico” che avviene la riconciliazione tra teoria delle élites e democrazia. Aprendo la classe politica al popolo, e dunque a un ricambio e a una circolazione “dal basso all’alto”, è possibile la convivenza virtuosa tra popolo ed élites.</p>
<p>Una convivenza virtuosa che in qualche modo sembra essersi interrotta.</p>
<p>Nella trasformazione del linguaggio che fa eco alla trasformazione della società, quella che la scienza politica definisce “élite” è diventato oggi un referente utilizzato ormai quasi esclusivamente nella sua accezione negativa, come sinonimo di “casta”: un gruppo ristretto di privilegiati trincerati in un fortino costituito da rendite inamovibili. Con buona pace del significato originario di élite, dal latino eligere, scelta dei migliori.</p>
<p>È, la rivolta contro le élite, la rivolta contro i politici di professione. Ma che cos’è la politica come professione? È per forza di cose sinonimo di “casta”?</p>
<p>Nel gennaio 1919 Max Weber tiene una conferenza dal titolo Politik als Beruf, tradotta in italiano come La politica come professione. Per Weber, che si trova a vivere nella Germania protestante di fine ‘800-inizio ‘900, l’utilizzo del termine polisemico Beruf non è casuale: per l’uomo, il raggiungimento della grazia passa attraverso la piena realizzazione del compito che Dio ha dato lui. La professione, intesa come mestiere, è al contempo vocazione, vale a dire il talento che un Dio onnipotente e sovrano ha seminato in ciascuno dei suoi figli. Afferma Weber: “Tre qualità possono dirsi sommamente decisive per l’uomo politico: passione, senso di responsabilità, lungimiranza. Passione nel senso di Sachlichkeit: dedizione appassionata a una “causa” (Sache), al dio o al diavolo che la dirige. […] Essa non crea l’uomo politico se non mettendolo al servizio di una “causa” e quindi facendo della responsabilità, nei confronti appunto di questa causa, la guida determinante dell’azione”. È una definizione nella quale è già implicito il concetto, sempre weberiano, di “etica della responsabilità”: l’invito per il singolo a “coniugare fini, mezzi e conseguenze dell’agire”, in modo da rispondere “alla mancanza di senso, all’irrazionalità etica del mondo”. Afferma ancora Weber: “È certo del tutto esatto, e confermato da ogni esperienza storica, che non si realizzerebbe ciò che è possibile se nel mondo non si aspirasse sempre all’impossibile”.</p>
<p>Nell’idea di politica come professione, dunque, è implicita una dimensione etica e valoriale che scompare del tutto nelle offese odierne verso i “politicanti di professione” (da notare, sempre nell’ottica della trasformazione del linguaggio, la modifica in senso peggiorativo del termine, utilizzando le varianti offerte dalla lingua italiana per togliere valore a un termine neutro come “politico”).</p>
<p>Lo svilimento, quando non il degradamento, della dimensione valoriale è presente anche in un fenomeno parallelo che, insieme alla lotta contro “l’<strong>establishment</strong>”, trova spazio nella odierna retorica populista: la delegittimazione della cultura e del sapere, che non sembrano essere più né requisiti da richiedere ai governanti, né elementi fondamentali del dibattito pubblico. Ma, e ciò è ancora più pericoloso, la delegittimazione di cultura e competenza non è mera rinuncia: è vera e propria rivincita e sdoganamento del loro contrario, l’ignoranza e l’opinionismo.</p>
<p>Una manifestazione di tale fenomeno si è vista nelle invettive contro gli esperti che nelle settimane precedenti al referendum sulla Brexit cercavano di indicare le implicazioni oggettive – negative – della eventuale vittoria del “Leave”. Si vede poi all’opera quotidianamente nella delegittimazione di giornalisti e studiosi, il cui contributo al dibattito pubblico viene avvelenato con insulti e sommerso dal parallelo dilagare di notizie false e volutamente provocatorie, e di alcuni tra gli stessi politici, le cui dichiarazioni su questioni oggettive sono spesso oggetto di commenti e insulti che non vengono rivolti al contenuto della dichiarazione bensì alla persona. Nel caso delle donne, poi, il qualunquismo si sposa con il sessismo, in un velenoso e pericoloso mescolarsi di piani.</p>
<p>Ricollegando questi elementi alle riflessioni sopra accennate sulle élite e sulla qualità dei governanti, è da registrare una tendenza pericolosa per la salute della democrazia: senza entrare nei meandri della cosiddetta post-verità, categoria forse più affascinante che reale, è giusto riflettere sul fatto che non solo siamo in presenza di un numero crescente di persone che non sa distinguere una notizia vera da una falsa, ma è anche in aumento il numero di persone che legittima la mancanza di conoscenza, a tratti la vera e propria ignoranza, nella classe di governo. In altre parole, non si chiede più ai propri governanti di disporre di competenze e conoscenze specifiche e necessarie per lo svolgimento delle loro funzioni: si chiude un occhio, anzi due, di fronte a errori e palesi manifestazioni di ignoranza, mettendo in cima alle priorità non già un sufficiente livello di competenza ma caratteristiche quali onestà, rettitudine e, appunto, capacità di ergersi a capipolo e vendicatori di ingiustizie.</p>
<p>È indubbio che tali caratteristiche siano <em>necessarie</em> all’arte del buon governo, ma è giusto domandarsi se esse siano anche <em>sufficienti</em>: una democrazia si basa sulla possibilità per i cittadini di valutare se l’operato dei loro rappresentanti è rispondente o meno al potere di cui essi sono stati investiti. Ma quando il dibattito pubblico è “drogato” da notizie false, quando un ampio segmento degli elettori non è in grado di distinguere cosa è vero da cosa non lo è, non conosce i più elementari meccanismi del funzionamento del governo (gli inglesi non conoscono l’Ue, gli italiani inveiscono contro “l’ennesimo governo non eletto dal popolo”) che ne è della salute del sistema?</p>
<p>L’anti-politica, nel senso di rifiuto delle élites, cade in questo modo nell’anti-intellettualismo, il rifiuto della cultura: per Isaac Asimov “un tarlo nutrito dall’idea sbagliata che democrazia significhi che la nostra ignoranza valga quanto l’altrui conoscenza”. Il risultato è che se un politico mente, inavvertitamente o deliberatamente, non dà più scandalo. Se qualcuno lo fa notare, viene tacciato di snobismo o di “elitarismo” (un’altra trasformazione in senso dispregiativo di “elitismo”). Da una parte un numero crescente di persone non ha gli strumenti per smascherare la bugia o la falsità delle sue affermazioni, dall’altra, anche una volta poste di fronte allo smascheramento, c’è sempre un buon numero di persone pronte a difenderne la genuinità e a ribadire che non è quello l’importante. Non è mera sfiducia negli esperti, è vera e propria rivincita dell’ignoranza.</p>
<p>In poche parole, quando parte dell’élite abdica al suo ruolo di “migliori” e diventa anzi l’aizzatore di una nuova “mediocrazia”, l’asticella della qualità del sistema nel suo complesso precipita sempre più in basso.</p>
<p>Da dove ripartire? La risposta, per quanto non esaustiva, può sembrare banale: urge insistere sull’istruzione, urge ribadire il valore fondamentale dello studio e della ricerca dell’oggettività a ogni stadio della vita e in ogni professione. Oltre il ciclo delle scuole dell’obbligo, occorre riabilitare il valore dell’indagine, dello studio, del silenzio indagatore, della ricerca di risposte, finanche del dubbio come primo motore, insieme alla “meraviglia”, della conoscenza. Ciò dovrebbe avvenire “dall’alto e dal basso”, tanto nelle scuole, sui giornali,  tra le organizzazioni della società civile quanto nelle sedi istituzionali e governative. Occorre insegnare in primo luogo che le competenze sono fondamentali per esercitare l’arte della “politica di professione”, e che quest’ultima non è un esercizio parassitario bensì un compito nobile. La guerra contro gli slogan si vince solo riabilitando la complessità e ribaltando l’equivalenza per cui cultura è uguale a snobismo e a presunzione di superiorità. Occorre, al contrario, una grande umiltà per riconoscere di non avere tutte le risposte, di non essere in grado di fornire ai cittadini risposte semplici e univoche.</p>
<p>L’alternativa è quella del lasciare che gli eventi facciano il loro corso e sperare nel potere dimostrativo dell’esempio: negli <strong>Stati Uniti</strong> il rifiuto della candidata della competenza, identificata come candidata dell’establishment, ha consegnato il paese nelle mani di un altro tipo di élite, quella che persegue i propri interessi; nel Regno Unito il voto “di pancia” della Brexit condannerà nei prossimi anni il paese a una diminuita quanto immeritata rilevanza; in Italia rischia di andare al potere una nuova “banda degli onesti” che crede, tra le altre cose, che i vaccini siano dannosi per la salute. Quando questo scenario si sarà realizzato, quando il quadro sarà completo, non saranno necessario gli esperti per capire che forse abbiamo sbagliato qualcosa, che competenza non è sinonimo di saccenza, che “politica come professione” non è sinonimo di “casta” bensì di “vocazione”.</p>
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		<title>Populismo: Definizione, Origini e Sviluppo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Eugenio Dacrema]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 14 Dec 2016 13:36:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Democrazia 2.0]]></category>
		<category><![CDATA[Democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[Globalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[Populismo]]></category>
		<category><![CDATA[Taskforce]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
		<category><![CDATA[USA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Introduzione Il seguente documento intende offrire un sunto del dibattito relativo al fenomeno populista e alla sua relazione&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Introduzione</strong></p>
<p>Il seguente documento intende offrire un sunto del dibattito relativo al fenomeno populista e alla sua relazione con la globalizzazione e la governance internazionale. Esso mira a chiarire, precisare e fissare alcuni elementi relativi al populismo emersi in questi mesi sui media e all’interno del dibattito politico. La prima parte si occupa di restituire una definizione di “<strong>populismo</strong>” in accordo con la letteratura corrente sul fenomeno. La seconda analizza invece gli elementi che ne hanno determinato le origini e lo sviluppo all’interno delle democrazie liberali occidentali, con una attenzione particolare per l’<strong>Unione Europea</strong> e l’<strong>Italia</strong>.</p>
<p><strong>Definizione</strong></p>
<p>In questa sede si è scelto di utilizzare la definizione di populismo formulata da <strong>Takis S. Pappas</strong> (2014; per una overview sul populismo europeo si veda anche Kriesi &amp; Pappas 2015), uno dei principali studiosi dell’emergere del populismo moderno in Europa. L’autore fornisce una definizione dicotomica che compara il populismo emergente all’interno delle democrazie occidentali con il liberalismo che le ha caratterizzate per gran parte della loro storia. Pappas giunge così a definire il populismo come “Democrazia illiberale” contrapposta appunto alla “Democrazia liberale”. Sono tre le caratteristiche principali che distinguono la prima dalla seconda:</p>
<ul>
<li><em>Multiple cleavages VS Single cleavage</em>: Mentre in una <strong>democrazia</strong> liberale è riconosciuta e legittimata la presenza di diverse linee di divisione all’interno della società (economiche, etniche, religiose, ecc.) che possono talvolta sovrapporsi e influenzarsi a vicenda, il movimento populista ne riconosce e legittima una sola, relativamente statica e permeata da caratteristiche etico-morali: il popolo (buono) contrapposto all’establishment (cattivo).</li>
<li><em>Overlapping consensus VS Adversarial politics</em>: A causa del riconoscimento di multiple, sovrapponibili e flessibili linee di divisione identitaria all’interno della popolazione la democrazia liberale tende a promuovere la ricerca del consenso e del compromesso tra forze politiche e sociali diverse. Al contrario, il movimento populista tende a non accettare come legittima la ricerca di consenso e legittimazione al di fuori del movimento stesso, vista come un cedimento all’establishment (unico altro gruppo sociale riconosciuto oltre al popolo) e quindi al “nemico”.</li>
<li><em>Constitutionalism VS Majoritarianism</em>: Mentre le forze che agiscono all’interno della cornice di una democrazia liberale tendono a riconoscere i limiti e i contrappesi previsti dalle regole imposte dalla legge e soprattutto dalla Costituzione, il partito populista tende a vedere questi elementi come illegittime restrizioni alla volontà popolare. Ciò discende direttamente dall’interpretazione secondo la quale l’elettore del partito populista è l’unico vero rappresentante del “popolo” (buono) la cui volontà deve essere rispettata. Essendo coloro che non aderiscono al partito populista parte dell’establishment (cattivo) o comunque ad esso affiliati, essi non hanno diritto alle garanzie attribuite alla minoranza incluse nelle costituzioni liberali.</li>
</ul>
<p><strong>Origine e sviluppo</strong></p>
<p>Il crescere del populismo in Occidente è stato numerose volte collegato al crescere della <strong>globalizzazione</strong>. L’analisi è di per sé corretta ma spesso articolata in modo troppo semplicistico. Nella maggioranza dei casi troviamo infatti un discorso che attinge molto alla retorica novecentesca della <em>working class</em> e che tende a riportare il tutto a una questione di lotta di classe vecchio stampo tra padroni del capitale e proletari – nella versione moderna “<em>working class</em>” o “piccola classe media” – i cui salari e posti di lavoro sono costantemente diminuiti a causa della competizione dei prodotti e della forza lavoro esteri e della finanziarizzazione dell’economia. Secondo tale approccio abbiamo quindi a che fare con strati sociali impoveriti, caratterizzati dall’appartenenza alle classi più svantaggiate e meno istruite. Queste sarebbero state a lungo ignorate dalle <strong>élite</strong>, che hanno dato priorità ai propri interessi e ai propri affari su scala globale.</p>
<p>Per quanto certamente questa spiegazione catturi una parte del problema, essa va significativamente precisata e completata. Precisata prima di tutto perché, come <strong>Brexit</strong> e <strong>elezioni americane</strong> hanno dimostrato, la maggior parte degli elettori populisti non appartiene alle classi sociali più svantaggiate. Soprattutto in America e nel Regno Unito queste ultime sono infatti composte da minoranze, solitamente escluse dalle grandi narrazioni populiste e soggette spesso ad altri tipi di auto-narrazione che si esprimono in forme di <em>collective-action</em> alternative, in alcuni casi anche fuori dalla legalità (identitarismo etnico-religioso più o meno radicalizzato, o organizzazioni criminali a controllo territoriale). La grande maggioranza che però continua a identificarsi col sistema tende a scegliere ancora partiti <em>mainstream</em>, visti come gli unici in grado di tutelarla di fronte al crescente razzismo populista.</p>
<p>Il populismo <a href="http://fivethirtyeight.com/features/education-not-income-predicted-who-would-vote-for-trump/">trae quindi gran parte del proprio consenso nelle classi medie</a>: piccola borghesia, media borghesia ma, e questo è importante sottolinearlo, anche alta borghesia. Questo perché le trasformazioni socioeconomiche causate dall’innovazione tecnologica e dall’apertura del commercio e della finanza hanno trasformato profondamente il vecchio “<em>divide</em>” lavoro-capitale nel nuovo vincenti-perdenti della globalizzazione (Kriesi et al. 2006). Molti tendono a sovrapporre erroneamente i due concetti. Al contrario, le due linee di demarcazione tratteggiano due tipi di agglomerati sociali assai diversi. Nel caso del lavoro-capitale di stampo industriale-novecentesco si era di fronte a classi sociali ben delineate, caratterizzate da simile tenore di vita, simili salari, simili luoghi di aggregazione e così via. Il nuovo <em>divide</em> unisce invece strati sociali molto diversi nella stessa categoria. All’interno dei perdenti abbiamo infatti sia l’operaio della fabbrica delocalizzata, sia il piccolo esercente messo fuori mercato dalla catena commerciale estera; abbiamo il giovane istruito e precario, come abbiamo l’imprenditore abbiente ma incapace di reggere la competizione sul mercato internazionale.</p>
<p>La profonda trasversalità della classe dei perdenti della globalizzazione ha due fondamentali conseguenze. In primo luogo rende assai difficile la loro rappresentanza politica: un giovane laureato precario ha interesse nel ricevere maggiori tutele e salari, mentre l’imprenditore in difficoltà ha l’esigenza di mantenere, quando non aumentare, la precarizzazione e l’abbattimento del costo del lavoro per poter tenere aperta l’azienda. Entrambi non rientrano nel vecchio schema lavoro-capitale. Da una parte il giovane precario compie lavori sotto-mansionati ma comunque prevalentemente nel terzo settore, caratterizzato da grande ricambio e mobilità che impediscono di fatto il coagularsi di azioni collettive significative da parte dei dipendenti. La precarizzazione rende infatti il posto di lavoro anche più intercambiabile agli occhi del lavoratore che, dovendo scegliere tra intraprendere difficili azioni collettive per la stabilizzazione e il rafforzamento di una posizione lavorativa spesso demansionata e cercarne un’altra, preferisce la seconda opzione. L’imprenditore, da parte sua, non rientra più nella classica categorizzazione del proprietario dei mezzi di produzione in grado di estrarre consistente plus-valore. Spesso le piccole-medie imprese che caratterizzano il 90% del panorama imprenditoriale italiano sono incapaci di quel salto di produttività che farebbe effettivamente aumentare i propri margini. Oggi, spesso, la ricerca ossessiva di abbattimento dei costi dei salari non è motivata dalla ricerca di maggiori margini di profitto ma da un affannoso adattamento alla competizione con paesi caratterizzati da una forza lavoro assai meno retribuita. Non potendo, per ragioni dimensionali tipiche del panorama imprenditoriale italiano, aumentare la competitività tramite <strong>economia</strong> di scala e attività di ricerca e sviluppo.</p>
<p>Questo rende il classico “<em>frame</em>” (cornice di lettura della realtà) del conflitto lavoro-capitale meno “<em>resonant</em>”, termine che in sociologia definisce un concetto capace di essere percepito come adatto a spiegare la realtà in cui l’individuo si trova (per una overview vedere Benford and Snow 2000). Ciò causa uno scarso appeal delle classiche narrazioni di sinistra fra la popolazione a ogni livello: i soggetti di solito fanno fatica a ritrovarvisi e ciò ha impedito all’opposizione a sinistra del Partito Democratico di raccogliere i frutti del crescente malcontento verso il governo Renzi. Questo ci porta direttamente alla seconda conseguenza del nuovo “<em>divide</em>”: piuttosto che trovare responsabilità l’uno nell’altro, questi soggetti diversi come il precario e l’imprenditore in difficoltà tenderanno a percepirsi come vittime dello stesso processo, ovvero la globalizzazione, e degli stessi soggetti, ovvero coloro che la promuovono e la proteggono. Troveranno, quindi, un ruolo assai più convincente (e “<em>resonant</em>”) nella classica narrativa populista dell’élite VS <strong>popolo</strong>, che ha la straordinaria capacità di appiattire le enormi differenze sociali interne al concetto di popolo e di unirlo all’interno dello stesso “in-group” opposto a un “out-group” in rapporto verticale, ovvero le élite.</p>
<p>Tutto questo ci porta direttamente al secondo fondamentale elemento, spesso ignorato dalle classiche spiegazioni che si danno al fenomeno populista. L’aumentare della globalizzazione e dell’interdipendenza ha infatti portato anche al crescere costante del cosiddetto “vincolo esterno” degli esecutivi nazionali (Mair 2009). Il “vincolo esterno” consiste in tutti quegli accordi che lo stato ha firmato per garantire il funzionamento dell’attuale ordinamento economico internazionale. In un mercato finanziario aperto, per esempio, un grosso vincolo esterno è rappresentato dalla necessità degli stati di preservare l’equilibrio dei propri conti pubblici in modo da non causare emorragia di capitali esteri (e domestici). Per gli stati europei tale vincolo esterno è stato anche parzialmente istituzionalizzato nell’ambito dell’Unione Europea.</p>
<p>Il vincolo esterno, cresciuto negli anni, ha progressivamente diminuito lo spazio di manovra degli esecutivi nazionali e, col tempo, anche i programmi politici “realistici” dei cosiddetti “partiti di governo”. Chiunque governi, o voglia governare, nell’ambito dell’attuale ordine economico si trova di fatto ad avere opzioni limitate nel campo delle proposte economiche, rendendo le divisioni programmatiche tra i partiti “<em>mainstream</em>” sempre meno distinguibili, un limite che i partiti populisti sfruttano al meglio.</p>
<p>Come notato da Dani Rodrik (2012), l’incapacità di trasformare il vincolo esterno in una fonte di opportunità e di legittimazione è dovuta soprattutto al fatto che gli strumenti di <strong>governance</strong> <strong>internazionale</strong> che lo sostengono si sono rivelati troppo farraginosi e rigidi, nonché poco responsivi a problemi localizzati. Questo è dovuto soprattutto all’incapacità di democratizzare questi strumenti uscendo dalla logica della democrazia come strumento esclusivo dello stato-nazione. Una incapacità che ha caratterizzato perfino l’unica organizzazione internazionale che sembrava essere in grado di poter compiere il salto da un metodo intergovernativo a un metodo più genuinamente democratico: l’Unione Europea.</p>
<p>Rodrik sottolinea come le uniche vie d’uscita da tale situazione siano due: da una parte la riduzione dell’esposizione all’economia e alla politica internazionali e un ritorno alla dimensione dello stato-nazione caratterizzato da una apertura controllata e condizionata e un conseguente aumento della sovranità esercitabile da un esecutivo nazionale. Oppure, dall’altra, un allargamento dei metodi democratici al di fuori dell’ambito nazionale, riformando, soprattutto per quanto riguarda l’Europa, gli organismi dell’Unione Europea in senso democratico. A problemi causati da fenomeni globali possono rispondere solo istituzioni globali, le quali possono essere davvero responsive e percepite come legittime solo se trasformate in senso democratico. Un tale processo è probabilmente impossibile nel breve-medio periodo a livello globale, ma potrebbe esserlo a livello europeo. E può essere ottenuto solo dando una nuova percezione di legittimazione democratica che travalichi il confine nazionale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Bibliografia </strong></p>
<p>Benford R.D., Snow D.A., <em>Framing Processes and Social Movements: An Overview and Assessment</em>, Annual Review of Sociology, Vol. 26, pp. 611-639</p>
<p>Kriesi H., Grande E., Lachat R., Dolezal M., Bornschier S., Frey T. (2006), <em>Globalization and the Trasformation of the National Political Space: Six European countries compared</em>, PACTE, Working Paper n.1</p>
<p>Kriesi H., Pappas T.S. (2015), <em>European Populism in the Shadow of the Great Recession</em>, ECPR</p>
<p>Mair P. (2009), <em>Representative versus Responsible Government</em>, Max Planck Institute for the Study of Societies, MPIfG Working Paper 09/8</p>
<p>Pappas T.S. (2014), <em>Populist Democracies: Post-Authoritarian Greece and Post-Communist Hungary</em>, Government and Opposition, Vol. 49, No. 1, pp 1-23</p>
<p>Rodrik D. (2012), <em>The Globalization Paradox: Democracy and the Future of the World Economy</em>, W. W. Norton &amp; Company</p>
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		<title>Camminare con il popolo per combattere il populismo</title>
		<link>https://www.mondodem.it/102/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Dec 2016 13:40:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Democrazia 2.0]]></category>
		<category><![CDATA[Brexit]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Populismo]]></category>
		<category><![CDATA[Referendum]]></category>
		<category><![CDATA[Taskforce]]></category>
		<category><![CDATA[Trump]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Giovanni Faleg* Il populismo, come osserva Eugenio Dacrema nella sua analisi “Populismo: Definizione, Origini e Sviluppo”, si&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Di <strong>Giovanni Faleg</strong>*</em></p>
<p>Il populismo, come osserva <a href="https://www.mondodem.it/author/eugenio-dacrema/">Eugenio Dacrema</a> nella sua analisi “<strong>Populismo</strong>: Definizione, Origini e Sviluppo”, si sta imponendo con forza nelle democrazie occidentali, influendo su decisioni storiche quali l’uscita del Regno Unito dall’<strong>Unione Europea</strong> o la vittoria di <strong>Donald Trump</strong> alle elezioni presidenziali americane del 2016. Anche il trionfo del NO al <strong>referendum costituzionale</strong> in Italia e’ legato a un generale rafforzamento dei movimenti populisti, sebbene con caratteristiche specifiche del nostro sistema politico.</p>
<p>Di fronte all’affermarsi di questo fenomeno, i grandi partiti democratici in <strong>Europa</strong> mostrano segni di sofferenza. In particolare, le forme partito tradizionali non sembrano piu’ in grado di dare risposte soddisfacenti per rimediare ai fattori scatenanti del populismo, e di conseguenza appaiono particolarmente vulnerabili a effetti quali il disincanto democratico, deficit di rappresentanza, disimpegno dei cittadini dalle responsabilità civiche, risentimento e frustrazione nei confronti delle élites, opposizione alle soluzioni offerte dalle istituzioni e dagli esperti, rabbia nei confronti della diversità’.</p>
<p>In Italia, come altrove, il <strong>Partito Democratico</strong> ha incontrato crescenti difficoltà nel costruire un rapporto di fiducia con i cittadini, nel capire le esigenze di quelle persone che i politologi definiscono “dimenticate”, quelle stesse persone che cadono facilmente preda della retorica populista. L’incapacità di arginare la deriva populista, specialmente in alcune aree del paese, rende la democrazia fragile, incerta ed esposta a vari tipi di minacce. Tali minacce mettono a rischio non solo l’interesse nazionale, ma anche gli interessi dei singoli cittadini.</p>
<p>La <a href="http://www.partitodemocraticousa.it/washingtondc/?page_id=365"><strong>task force anti-populismo</strong></a> e’ un’iniziativa lanciata dal Circolo PD di <strong>Washington</strong>. Questa iniziativa, che ad oggi riunisce numerosi circoli italiani, europei e americani, ha come duplice obiettivo di elaborare nuove strategie per contrastare il populismo, evitando il formarsi di sue “roccaforti” sul territorio; e di rafforzare il PD riportandolo a più stretto contatto con la gente nei luoghi in cui legame si è allentato, facendo leva sul grande potenziale dei circoli.</p>
<p>Per raggiungere tali obiettivi, riteniamo fondamentali tre pilastri: 1) la digitalizzazione dell’azione politica, ad esempio costruendo forum online per la co-elaborazione di proposte politiche e la discussione dell’agenda del partito, oppure utilizzando in modo strategico i social media per combattere la “post-verità”; 2) nuove forme di coinvolgimento e partecipazione sul territorio, ad esempio attraverso la creazione di comunità di quartiere per discutere nel dettaglio i servizi richiesti dai cittadini, garantendo un rapporto stretto e di fiducia con la popolazione, ascoltanto e, ove possibile, trovando soluzioni ai loro problemi; 3) la diffusione del principio dell’opengov (amministrazione aperta), volto a rendere trasparenti e partecipati processi decisionali, alla portata di tutti.</p>
<p>La <strong>task force</strong> elaborerà dieci proposte concrete e attuabili per migliorare la capacita’ del PD di agire sul territorio, dal punto di vista del metodo, delle procedure e della comunicazione. Vorremmo un PD che si trasformi in un grande movimento democratico, coinvolgendo gli elettori, ricostruendo un rapporto di fiducia tra i cittadini e i loro rappresentanti in parlamento, nella segreteria del partito, nei circoli. Le proposte verranno inserite in un rapporto e presentate entro gennaio 2017.</p>
<p>Se le forze populiste dovessero vincere, non possiamo permetterci di guardarci indietro fra vent’anni e chiederci se abbiamo fatto il possibile per combatterle. E’ questa la missione più nobile e giusta per il Partito Democratico in un momento storico complesso, una missione alla quale un grande partito non si può sottrarre.</p>
<h4 id="segretario-pd-washington-e-coordinatore-della-task-force-anti-populismo-twitter-giofaleg"><em>Segretario PD Washington e Coordinatore della Task Force Anti-Populismo. Twitter: @gioFALEG</em></h4>
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		<title>L’Europa e il vento (populista) dell’Est</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 Nov 2016 13:56:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Democrazia 2.0]]></category>
		<category><![CDATA[Est]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Polonia]]></category>
		<category><![CDATA[Populismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Daniele Fattibene* Un cavallo di Troia per l’Unione Europea? La comunità euro-atlantica è ormai attraversata da una&#8230;</p>
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<p><em>Di Daniele Fattibene*</em></p>
<p><strong>Un cavallo di Troia per l’Unione Europea?</strong></p>
<p>La comunità euro-atlantica è ormai attraversata da una profonda crisi di legittimità delle élite politiche, che sta spianando la strada all’emergere di forze ultra-nazionaliste. Uno dei casi più preoccupanti è sicuramente rappresentato dalla Polonia. Per anni definito – giustamente – come esempio di transizione politica ed economica di successo, il Paese si sta trasformando in un pericoloso “cavallo di Troia” per l’<strong>Unione Europea</strong> (Ue). La <strong>Polonia</strong> si sta infatti mettendo a capo di un agguerrito gruppo di Paesi che non solo osteggia il processo di rafforzamento delle istituzioni europee (si pensi ad esempio all’opposizione alla ripartizione dei migranti tra i vari membri dell’Ue), ma rischia di minarne i principi e valori fondamentali.</p>
<p><strong>I motivi della crisi istituzionale</strong></p>
<p>La drammatica crisi istituzionale in cui Varsavia è precipitata negli ultimi dodici mesi sta mettendo a repentaglio tanto i rapporti fra i poteri dello Stato, quanto con le istituzioni europee. Il partito di governo Diritto e Giustizia (Prawo i Sprawiedliwość – PiS) guidato da Jarosław Kaczyński ha iniziato una durissima battaglia contro la Corte Costituzionale, che ha creato una dura reazione da parte del Consiglio d’Europa e della Commissione Europea. Dopo la vittoria del PiS alle ultime elezioni parlamentari, il Presidente <strong>Duda</strong> (eletto precedentemente e anch’egli membro del PiS) si è rifiutato di far giurare i tre giudici costituzionali che erano stati nominati dal Parlamento uscente, guidato dal partito del Presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk. Il nuovo Parlamento ha quindi nominato altri tre giudici costituzionali e ha proposto una legge per riformare il funzionamento della Corte. Questa legge è stata criticata prima dal Consiglio d’<strong>Europa</strong> e poi dalla stessa Corte Costituzionale, la quale in due occasioni (a marzo e agosto) ha dichiarato le proposte di riforma parzialmente incostituzionali. Tuttavia, in entrambi i casi il Governo si è rifiutato di pubblicare le decisioni della Corte – procedura necessaria per renderle valide – e ha di fatto creato un buco nero nell’ordinamento giuridico del paese. Per questo motivo la Commissione Europea ha avviato un dialogo con il governo per analizzare la situazione nel paese all’interno del nuovo “Quadro sullo Stato di diritto”, e lo scorso luglio ha dato tre mesi alla Polonia per uscire da questa pericolosa fase di stallo. Il Governo ha del tutto ignorato le richieste di Bruxelles e ha proseguito nella sua campagna di delegittimazione della Corte Costituzionale.</p>
<p><strong>La risposta della società civile</strong></p>
<p>La politica del PiS ha suscitato una forte reazione di sdegno all’interno del Paese. Imponenti manifestazioni di piazza si sono registrate infatti non solo a seguito della protratta crisi istituzionale, ma anche per il tentativo del Governo di far approvare una legge che avrebbe impedito l’interruzione volontaria di gravidanza. Decine di migliaia di donne vestite di nero hanno marciato per le strade polacche, costringendo il Governo a ritirare il disegno di legge. Meno energica invece è stata la risposta dell’Ue. Bruxelles non può restare sorda di fronte a questo grido di allarme e deve prendere in considerazione tutte le misure – anche drastiche – per mettere un freno la deriva autocratica del Governo di Beata Szydło.</p>
<p><strong>Un messaggio alle forze progressiste europee</strong></p>
<p>La crisi polacca ha messo a nudo la presenza di un malessere sociale profondo, che le élite moderate del Paese non hanno saputo comprendere fino in fondo. Nonostante la Polonia sia stato uno dei pochi Stati a non aver sofferto la recente crisi economico-finanziaria, il divario tra i “vincitori” e gli “sconfitti” del processo di adesione alla comunità Euro-atlantica si è allargato pericolosamente, facendo emergere un nazionalismo reazionario e moralista. La risposta sdegnata della società civile a questa visione retrograda del Paese rappresenta tuttavia un campanello d’allarme per tutte le forze progressiste europee. Esistono ancora tante persone che continuano a credere nei valori europei di integrazione, ma che – disilluse dalla sordità delle élite – rischiano di abbracciare le idee di movimenti populisti. Occorre allora una nuova classe europea, che sappia intercettare gli esclusi e incanalare le loro istanze verso la realizzazione di una vera Unione sociale dei cittadini. Chi esita è perduto!</p>
<h5 id="daniele-fattibene-lavora-nel-programma-sicurezza-e-difesa-dellistituto-affari-internazionali-iai-di-roma-laureato-in-studi-sulleuropa-orientale-presso-l">Daniele Fattibene lavora nel programma “Sicurezza e Difesa” dell’Istituto Affari Internazionali (IAI) di Roma. Laureato in Studi sull’Europa Orientale presso l’Alma Mater Studiorum di Bologna (Campus di Forlì), collabora a progetti sulla cooperazione europea in materia di sicurezza e difesa, con un focus particolare sui Paesi dell’Europa Centro Orientale, in particolare Polonia e Russia. Suoi articoli sono comparsi su AffarInternazionali, Reset-Dialogues on Civilizations, Russian International Affairs Council e Eastjournal. (Twitter: @danifatti)</h5>
</div>
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