<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Sinistra Archivi &#8211; MondoDem</title>
	<atom:link href="https://www.mondodem.it/tag/sinistra/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.mondodem.it/tag/sinistra/</link>
	<description>Laboratorio di Politica Internazionale</description>
	<lastBuildDate>Wed, 06 Sep 2023 07:07:34 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=6.8.3</generator>

<image>
	<url>https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2020/10/cropped-MondoDem_Logo_RGB_colored-min-1-1-32x32.png</url>
	<title>Sinistra Archivi &#8211; MondoDem</title>
	<link>https://www.mondodem.it/tag/sinistra/</link>
	<width>32</width>
	<height>32</height>
</image> 
	<item>
		<title>La Francia è ingovernabile? Appunti per una soluzione socialista</title>
		<link>https://www.mondodem.it/673351/</link>
					<comments>https://www.mondodem.it/673351/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Simone Martuscelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 06 Sep 2023 07:07:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Lo stato della sinistra]]></category>
		<category><![CDATA[Francia]]></category>
		<category><![CDATA[Sinistra]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.mondodem.it/?p=673351</guid>

					<description><![CDATA[<p>All’inizio di Europa 33, una raccolta di scritti di George Simenon, il padre del commissario Maigret, il magazine&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/673351/">La Francia è ingovernabile? Appunti per una soluzione socialista</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>All’inizio di <em>Europa 33</em>, una raccolta di scritti di George Simenon, il padre del commissario Maigret, il magazine <em>Voilà</em> cita un misterioso poeta che, stando all’intervistatore, un giorno avrebbe scritto “Ogni uomo ha due patrie: la propria e la Francia”. Se prendiamo per vere le parole di un non meglio identificato poeta, dunque, sarà il caso di provare a capire le dinamiche politiche di questa seconda patria comune: per capire meglio la prima e tutte le altre patrie.</p>



<p><strong>La protesta perpetua e il deficit democratico</strong></p>



<p>Il presidente Emmanuel Macron non ha aspettato l’arrivo di settembre per riunire i leader dei principali partiti del paese, compresi quelli dell’opposizione, in una “<em>Initiative politique d’ampleur</em>”. L’incontro, che si è tenuto il 30 agosto a Saint-Denis, è inevitabilmente parte di una strategia con cui Macron vuole ricostruire un terreno comune con le altre forze politiche per rilanciare la legittimità della propria azione di governo.</p>



<p>Negli ultimi mesi, la Francia è stata ininterrottamente teatro di proteste. Dalle contestazioni contro la riforma delle pensioni alla rivolta nella banlieue di Nanterre dopo l’omicidio del 17enne Nahel Marzouk, ad essere investita è stata infatti la stessa autorevolezza di un presidente uscito indebolito &#8211; forse a sua stessa insaputa &#8211; dalla doppia tornata elettorale del 2022. Le presidenziali lo hanno riconfermato in carica, ma con un margine molto ridotto su una candidata ancora reputata “impresentabile” come Marine Le Pen. Soprattutto, le legislative hanno lasciato Macron zoppo, privo di una maggioranza parlamentare che validi democraticamente l’operato dell’Eliseo.</p>



<p>La mozione di censura che ha fatto vacillare il governo di Élisabeth Borne lo scorso marzo è stata un campanello d’allarme arrivato forte e chiaro alle orecchie del presidente. Macron sa di non potersi più permettere fughe in avanti che vadano ad ampliare la già profonda faglia che separa l’esecutivo dalla popolazione. E non è un caso se una delle opzioni sul tavolo dei “<em>Rencontres de Saint-Denis</em>” è quella di un referendum su differenti temi, anche per tastare una volta di più il polso del Paese.</p>



<p>Ma il deficit di legittimità ha un carattere più profondo rispetto alle singole scelte di un governo, e chiama in causa un sistema legislativo lontano sia dall’attuale situazione politica in Francia &#8211; un tripolarismo di fatto che mal si sposa con il semi-presidenzialismo &#8211; sia, forse, dalle sensibilità di una larga fetta dei francesi, che al potere esercitato dall’Eliseo vorrebbero vedere contrapposto un maggiore peso dell’Assemblée Nationale, che meglio rispecchia la composizione sociale del Paese.</p>



<p><strong>La chimera dell’unità della sinistra</strong></p>



<p>In questo contesto di ridiscussione complessiva del sistema politico francese, dove si colloca la sinistra? Come in molti altri casi in Europa le frammentazioni interne paralizzano la capacità di elaborazione di un progetto coerente.</p>



<p>La Nupes (<em>Nouvelle Union Populaire Écologique et Sociale)</em>, la piattaforma nata in occasione delle elezioni legislative di giugno 2022 che riunisce al suo interno socialisti, verdi, comunisti e gli <em>insoumis</em> guidati da Jean-Luc Mélenchon, sembra destinata a non sopravvivere al dibattito su una lista unica per le elezioni europee del 2024.</p>



<p>Le europee, infatti, sono l’unica tornata elettorale del Paese con un impianto totalmente proporzionale: ciò significa che nessuna delle forze di sinistra ha la chiara contezza delle probabilità di superare lo sbarramento del 5% in caso di corsa solitaria. Se si esclude il <em>Parti Communiste</em>, &nbsp;<em>Les Verts </em>e il <em>Parti Socialiste</em> , possono contare rispettivamente su un buon trend storico nelle elezioni europee e su un radicamento territoriale rimasto saldo nonostante gli sconquassi degli &nbsp;ultimi anni.</p>



<p><em>La France Insoumise</em> invece, cannibalizzatrice del voto di sinistra nel 2022 anche grazie alla figura del leader Mélenchon, potrebbe pagare dazio in un’elezione meno incentrata sulla personalizzazione del voto. E mentre il programma degli <em>insoumis</em> resta un riferimento in materia di politiche sociali, l’ambiguità su questioni internazionali come il rapporto con l’Unione Europea (si parla di una non meglio precisata “revisione dei trattati”) e con la Nato (su cui Mélenchon si è espresso in maniera molto critica anche allo scoppio della guerra in Ucraina) potrebbe rivelarsi questa volta controproducente.</p>



<p><strong>Quali lezioni trarre</strong></p>



<p>Da questa situazione complessa, tuttavia, è possibile ricavare qualche elemento utile non solo per analizzare lo scenario francese, ma anche per delineare una proposta progressista europea in vista dell’appuntamento elettorale della prossima primavera.</p>



<p>L’ultimo ciclo di proteste in Francia ha rimesso al centro la necessità di un costante dialogo con la popolazione, della conservazione e dell’apertura di nuovi spazi democratici, anche al di là dei canali tradizionali. Il governo Borne, nato da poco più di un anno, è già il secondo nella storia della Francia ad aver utilizzato più volte (11) l’articolo 49.3 della Costituzione, che permette di approvare un provvedimento scavalcando il parere dell’Assemblée.</p>



<p>Di fronte all’assenza di una maggioranza, in questa prima fase del suo secondo mandato &nbsp;Macron ha optato per una serie di colpi di mano piuttosto che cedere ad un’interazione costruttiva con altre parti sociali. Ora sembra voler raddrizzare la rotta, ma potrebbe essere uno sforzo insufficiente e tardivo. Se i meccanismi di rappresentanza impongono, talvolta, anche scelte impopolari, è pur vero che governare senza un riscontro o in aperta controtendenza con le sensibilità dell’elettorato &nbsp;non fa altro che svuotare di contenuti i sistemi democratici e aprire spazi alle forze di estrema destra.</p>



<p>Le forze di sinistra, infine, non possono esimersi dall’elaborare una piattaforma che coniughi la giustizia sociale con una prospettiva europea. Un’esigenza che vale soprattutto per il <em>Parti Socialiste</em>, chiamato ad uscire dalla tenaglia Macron-Mélenchon che ne ha svuotato il bacino elettorale negli ultimi anni. Il processo di recupero di un’identità propria, in questo caso, ha bisogno di passare da una netta discontinuità con le politiche economiche della <em>macronie</em>,&nbsp; che guardi quindi alle proposte provenienti dalle forze alla sua sinistra. Queste devono essere calate in una cornice che non solo ribadisca l’auspicabilità del progetto europeo, ma sappia anche elaborare proposte concrete per una maggiore integrazione politica tra gli Stati membri. Partire dalla Francia, quindi, per creare davvero una patria comune.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/673351/">La Francia è ingovernabile? Appunti per una soluzione socialista</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.mondodem.it/673351/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>La Difesa non é &#8220;roba di destra&#8221;</title>
		<link>https://www.mondodem.it/3109/</link>
					<comments>https://www.mondodem.it/3109/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Michelangelo Freyrie]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Jan 2023 14:49:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lo stato della sinistra]]></category>
		<category><![CDATA[Difesa]]></category>
		<category><![CDATA[sicurezza]]></category>
		<category><![CDATA[Sinistra]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.mondodem.it/?p=3109</guid>

					<description><![CDATA[<p>A un anno dallo scoppio di una guerra imperialista nel cuore dell’Europa, lanciata da una cleptocrazia reazionaria, omofoba&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/3109/">La Difesa non é &#8220;roba di destra&#8221;</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>A un anno dallo scoppio di una guerra imperialista nel cuore dell’Europa, lanciata da una cleptocrazia reazionaria, omofoba e suprematista, i partiti del centrosinistra fanno ancora fatica a riconoscere la necessità di  difendere le nostre società. Non presidiando i temi della Difesa e della sicurezza, la sinistra rischia di trasformarli in una prerogativa delle destre.</p>



<h2 id="la-risposta-securitaria" class="cnvs-block-section-heading cnvs-block-section-heading-1672929861081 halignleft" >
	<span class="cnvs-section-title">
		<span><strong>La risposta securitaria</strong></span>
	</span>
</h2>



<p>In queste settimane il presidente del Senato La Russa ha lanciato la proposta di introdurre un servizio militare abbreviato di 40 giorni. In estate, Meloni stessa si era detta favorevole a un <a href="https://www.mondodem.it/3033/">“blocco navale” nel Mediterraneo</a>, suggerendo una soluzione militare alla gestione dei flussi migratori.</p>



<p>La risposta marziale a problemi non militari ha evidentemente ricevuto un grosso impulso dallo stato di emergenza provocato dall’invasione russa. Se si aggiunge tutto ciò alla sensazione che le spese militari sono essenzialmente improduttive rispetto a misure di sviluppo e redistributive, ecco nascere il sospetto di molti a sinistra del centro che vi sia un interesse da parte di spiriti autoritari, militari, industriali e speculatori di generare una crisi militare perpetua.</p>



<p>L’attuale diffidenza progressista per la Difesa é legata a un comprensibile rigetto dell’uso della forza e alle disastrose esperienze della guerra al Terrore. In particolare, il fallimento dell’interventismo umanitario dopo il 2001 e la securitizzazione di problematiche sociali hanno generato uno scetticismo comprensibile di queste tematiche.</p>



<h2 id="sicurezza-per-pochi-a-scapito-dei-molti" class="cnvs-block-section-heading cnvs-block-section-heading-1672929869216 halignleft" >
	<span class="cnvs-section-title">
		<span><strong>Sicurezza per pochi a scapito dei molti</strong></span>
	</span>
</h2>



<p>Storicamente, l’opposizione all’uso dello strumento militare da parte della sinistra ha sempre avuto una giustificazione basata sulla lettura della politica come lotta di classe. A partire dalla Prima guerra mondiale, la mobilitazione contro un nemico esterno è stata vista come un sotterfugio per dividere le classi operaie e dissanguarle in scontri nell’interesse dei detentori di capitale.</p>



<p>Tuttavia, proprio partendo dal medesimo impianto ideologico, molte personalità di spicco della sinistra europea hanno concluso che i movimenti progressisti non potessero ignorare la tematica. Jean Jaurès, leader socialista francese assassinato nel 1914 per la sua opposizione alla guerra, è stato un teorico dell’esercito di leva, con l’obiettivo di togliere il monopolio della forza militare dalle mani di una élite avversa al movimento operaio. George Orwell vedeva nella gestione elitaria dello sforzo bellico britannico la ragione dietro alle catastrofi del 1939-40, mentre Helmut Schmidt, cancelliere socialdemocratico tedesco, vedeva una efficace deterrenza del Patto di Varsavia come una precondizione per il disarmo, con l’obiettivo ultimo di mettere in sicurezza lo stato sociale e la libertà concessa al popolo tedesco nel dopoguerra.</p>



<p>Queste personalità avevano un unico scopo: evitare guerre il cui principale tributo di sangue sarebbe stato pagato dalle classi sociali subalterne. Ciò sarebbe dovuto avvenire tramite l’affidamento della sicurezza dell’impianto economico e politico dello Stato ai cittadini stessi.</p>



<p>In effetti, se sicurezza vuol dire l’incolumità fisica dei cittadini e l’integrità dei loro rapporti sociali, la garanzia dei meccanismi economici (si presume) votati a un benessere diffuso e la possibilità di pianificare un domani più giusto liberi da un immediato terrore del presente, allora la sicurezza non può che essere anche una priorità della sinistra emancipatrice.</p>



<h2 id="piu-parlamento-e-spese-sociali-meno-precariato" class="cnvs-block-section-heading cnvs-block-section-heading-1672929875480 halignleft" >
	<span class="cnvs-section-title">
		<span><strong>Più parlamento e spese sociali, meno precariato</strong></span>
	</span>
</h2>



<p>Nella pratica, questo vuol dire che solo un movimento politico consapevole delle contraddizioni sociali che ci rendono vulnerabili allo spettro del conflitto può garantire la difesa dei diritti civili e sociali di cui godiamo. Ciò richiede una serie di accorgimenti resi ancora più urgenti dalla guerra.</p>



<p>L’utilizzo da parte della Russia di corruzione, propaganda e riciclaggio per avanzare i propri interessi politici in Europa mostra che una classica politica di sinistra avrebbe ad esempio evitato grosse falle di sicurezza di cui oggi i più deboli pagano le conseguenze, fra bollette fuori controllo e disinformazione che danneggia soprattutto chi si trova a livelli di scolarizzazione più bassi. Solo per fare un esempio, una scuola veramente accessibile a tutti e all’altezza del mondo digitalizzato renderebbe la società molto meno suscettibile alla propaganda online, diminuendo i rischi legati alle “minacce ibride” della Russia.</p>



<p>Parte di un’agenda di prevenzione dei pericoli non può che essere anche una deterrenza efficace, che spesso passa da spese militari adeguate. Avere accesso a più risorse permetterebbe a chi serve il Paese nelle Forze armate di poter avere una carriera sostenibile, che non oscilli fra il precariato della leva breve e un appesantimento delle strutture burocratiche in ottica assistenzialista.</p>



<p>La possibilità di un reintegro dignitoso nella vita civile dopo il servizio è fondamentale, come lo è terminare l’uso improprio delle Forze armate come “tappabuco” improprio di altre amministrazioni pubbliche, come nel caso dell’operazione Strade sicure. La mancanza di un supporto psicologico adeguato a cittadine e cittadini in uniforme è un altro grande problema.</p>



<p>Precondizione di tutto ciò è un rapporto sano fra lo Stato democratico, Forze armate e industria. L’Italia parte da una buona base, forse più che in altri ambiti della vita civile. Un’urgenza ineluttabile rimane però quella di rafforzare il ruolo del Parlamento nel governo della Difesa. L’esistenza di un inviato parlamentare speciale per la Difesa aiuterebbe a portare queste tematiche nelle aule del Parlamento, mentre maggiore trasparenza (ad esempio sugli invii di armi in Ucraina o nelle audizioni) ridurrebbe la percezione della Difesa come un tema separato dalla vita civica del Paese.</p>



<p>In più, una domanda interna di equipaggiamenti e sistemi d’arma moderni ridotta ai minimi termini ha come conseguenza forti pressioni affinché l’export di armamenti sia esteso anche a Paesi che ne faranno un uso criminale. Il quadro di riferimento dell’industria Difesa italiana deve essere quello europeo e transatlantico, e gli sforzi fatti da Roma per rafforzare le istituzioni di Difesa Ue devono continuare in un’ottica di economie di scala efficienti.</p>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/3109/">La Difesa non é &#8220;roba di destra&#8221;</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.mondodem.it/3109/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Il Cile ha scelto Gabriel Boric, la Transizione può dirsi davvero conclusa.</title>
		<link>https://www.mondodem.it/2577/</link>
					<comments>https://www.mondodem.it/2577/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Riccarda Lopetuso]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 Jan 2022 10:12:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[USA e Americhe]]></category>
		<category><![CDATA[Boric]]></category>
		<category><![CDATA[Cile]]></category>
		<category><![CDATA[Sinistra]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.mondodem.it/?p=2577</guid>

					<description><![CDATA[<p>La speranza ha battuto la paura. Con queste parole affidate a un tweet, Gabriel Boric ha salutato la&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/2577/">Il Cile ha scelto Gabriel Boric, la Transizione può dirsi davvero conclusa.</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">La speranza ha battuto la paura. Con queste parole affidate a un tweet, Gabriel Boric ha salutato la sua vittoria al ballottaggio delle presidenziali in Cile del 19 dicembre. Più che una vittoria, un trionfo a guardare i numeri, nonostante alla vigilia i due sfidanti fossero vicinissimi.</p>



<p>35 anni, ex leader studentesco, esponente di sinistra candidato della coalizione Apruebo Dignidad&nbsp; Boric vince con il 56% dei voti, staccando il candidato di destra – nostalgico di Pinochet –&nbsp; Antonio Kast, fermo al 44%.</p>



<p>Per il presidente eletto che si insedierà nel palazzo presidenziale de La Moneda il prossimo marzo, prioritari saranno i diritti sociali con il potenziamento del welfare e il cambiamento climatico.</p>



<p>Nel suo primo discorso da vincitore, il più giovane presidente cileno della storia ha pronunciato alcune parole in mapuche, lingua dei cileni del sud e ha rimarcato la necessità di dare via a una nuova stagione che metta al centro democrazia e giustizia sociale.</p>



<p>Il lavoro che attende il presidente non sarà facile. Pesano sul paese gli effetti economici della pandemia nonché la difficile situazione politica che consegna al presidente un parlamento cileno paralizzato, con Boric che dovrà perennemente mediare per portare avanti la sua agenda di riforme.</p>



<p>Polarizzazione è stato il mantra di queste elezioni, con un ballottaggio che ha escluso i partiti di centrodestra e centrosinistra che hanno governato la Transizione negli ultimi trent’anni e la sfida tra un’esponente di destra, ultraconservatore e la sinistra di Boric.</p>



<p>Adesso, il Cile può davvero voltare pagina e chiudere il periodo della Transizione – durato 30 anni – e le ferite della dittatura, mentre si scrive una nuova Costituzione e con le bandiere del progressismo che tornano a sventolare 50 anni dopo l’amatissimo presidente Salvador Allende, con la canzone simbolo di quel periodo “El pueblo unido jamas serà vencido” che torna a risuonare nelle strade del paese.</p>



<p>Un voto per il futuro, per il paese che ha sempre trainato l’economia sudamericana ma che non ha mai incrociato a pieno l’onda rosa socialista che dai primi anni ‘2000 ha cambiato il continente.</p>



<p>Morales, Chavez e Maduro, Lula, Kirchner,&nbsp; carismatici leader progressisti sudamericani – alcuni dei quali ancora in campo o pronti a ricandidarsi come il brasiliano Lula &#8211; leadership e modelli economici a cui i rispettivi popoli continuano a guardare e che non hanno eredi politici.</p>



<p>Diverso per il Cile, e per la sua economia che è sempre stata la più forte del Sud America.</p>



<p>A Santiago del Cile gli ultimi trent’anni hanno visto l’alternanza di due forze, Chile vamos e Concertation con 2 presidenti che si sono alternati negli ultimi quindici anni, Sebastian Pinera – attuale presidente – e Michele Bachelet, esponente di spicco del progressismo cileno ma di cui la sinistra di Boric ha molto poco in comune.</p>



<p>E il trionfo di Gabriel Boric, è il trionfo di una sinistra che non si era mai imposta come ora negli ultimi anni e farà del presidente eletto il più a sinistra dai tempi del socialismo di Allende.</p>



<p>E la sua, sarà un’agenda progressista, con un programma di governo incentrato sulla lotta alle disuguaglianze –miccia delle rivolte del 2019 e accentuate dopo due anni di pandemia &#8211; diritto all’acqua e rispetto dei diritti umani.</p>



<p>Ma il primo obiettivo di Gabriel Boric sarà quello di spazzare via gli ultimi retaggi della dittatura, cancellando il modello economico neoliberista ereditato da Pinochet, tra cui il sistema pensionistico privato.</p>



<p>Che il Cile volesse lasciarsi alle spalle ogni riferimento politico e culturale della dittatura era già chiaro dagli esisti del referendum costituzionale per cambiare la costituzione ereditata dal periodo della Dittatura. Attualmente l’Assemblea costituente sta lavorando per scrivere la nuova costituzione dei cileni, depurata da ogni riferimento a quel doloroso periodo.</p>



<p>E che per il Cile fosse giunto il tempo di rimarginare le ferite della dittatura e guardare al futuro, lo si era capito anche dal giorno prima del ballottaggio.</p>



<p>Il caso, o per chi ci crede, il destino, ha voluto che sabato morisse – a 99 anni – Lucia Hiriart, la vedova di Augusto Pinochet. La Dictadora, per alcuni, più feroce del marito e colei che lo spinse al Golpe.</p>



<p>Adesso, per il Cile e i cileni, la Transizione può dirsi davvero conclusa.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/2577/">Il Cile ha scelto Gabriel Boric, la Transizione può dirsi davvero conclusa.</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.mondodem.it/2577/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Quale Agenda Sociale per l&#8217;Unione Europea?</title>
		<link>https://www.mondodem.it/1661/</link>
					<comments>https://www.mondodem.it/1661/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesco Corti]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 Aug 2019 15:00:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Agenda Progressista 2019-2024]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Sinistra]]></category>
		<category><![CDATA[Sociale]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.mondodem.it/?p=1661</guid>

					<description><![CDATA[<p>Dopo intense settimane di negoziazioni, il 16 luglio il Parlamento Europeo ha avallato con 383 voti la proposta&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1661/">Quale Agenda Sociale per l&#8217;Unione Europea?</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>
Dopo intense settimane di negoziazioni, il 16 luglio il Parlamento Europeo ha avallato con 383 voti la proposta avanzata dal Consiglio e ha eletto come nuovo presidente della Commissione Europea la tedesca cristiano-democratica Ursula Von der Leyen. Come prevedibile questa nomina ha suscitato non pochi malumori, soprattutto all’interno del gruppo dei socialisti e democratici (S&amp;D), che ha mostrato un certo scetticismo e ha ribadito che la <em>conditio sine qua non</em> per l’appoggio al prossimo presidente della Commissione è la realizzazione del programma presentato durante la campagna elettorale, <em>in primis</em> l’attuazione dael Pilastro Europeo dei Diritti Sociali.&nbsp;</p>



<p>Certamente, la richiesta da parte dei socialdemocratici di dare priorità alla dimensione sociale europea non stupisce. Già nel 2014, infatti, il manifesto del partito socialista europeo (PSE) metteva al centro il tema del rilancio occupazionale, soprattutto giovanile, la questione salariale, il contrasto al divario retributivo e pensionistico di genere e la lotta al dumping sociale. Tuttavia, se cinque anni fa il richiamo alla dimensione sociale europea era prevalentemente limitato ad espressioni di intenti, il manifesto del 2019, titolato “Un nuovo contratto sociale europeo”, avanza una serie dettagliata di proposte di policy. Tra queste, l’introduzione di una iniziativa europea sui salari minimi, da concordare con le parti sociali, la creazione di uno schema europeo di contrasto alla disoccupazione, l’attuazione dell’Autorità europea per il Lavoro, per garantire una mobilità equa, il lancio di un piano di supporto alle infrastrutture sociali, a partire da politiche per garantire a tutti il diritto ad un’abitazione dignitosa e, infine, la creazione di una Garanzia europea per il contrasto alla povertà infantile.&nbsp;</p>



<p>Nella lettera inviata prima del voto alla presidente del gruppo dei socialdemocratici, <a href="https://www.mondodem.it/elezioni-europee-2019/una-spagna-europeista-e-progressista/">Iratxe García Pérez</a>, Von der Leyen si è impegnata formalmente, in cambio dell&#8217;appoggio dei socialdemocratici alla sua nomina, a realizzare ciascuno dei punti sopra menzionati del manifesto dei socialdemocratici. Un impegno ambizioso, che dovrà fare i conti non solo con gli ostacoli che saranno indubbiamente posti da numerosi stati membri, ma che avrà bisogno, prima di tutto, di trovare la maggioranza parlamentare necessaria. A tale proposito vale la pena, provare già ora a capire quali possano essere gli scenari che potrebbero verificarsi in Parlamento qualora queste proposte fossero messe in agenda.&nbsp;</p>



<p>Per fare questo, un’analisi dei manifesti elettorali presentati da ciascuno dei gruppi politici del Parlamento può essere utile per provare a delineare quella che potrebbe essere l’agenda sociale dei prossimi cinque anni. Ad un primo sguardo, quello che ne emerge è che, in materia di politiche sociali e del lavoro, l’alleato naturale dei socialdemocratici sono i verdi. Nei due programmi presentati dai Green e dall’European Freedom Alliance (EFA), infatti, il patto sociale prima evocato nel manifesto del Partito socialista europeo prende il nome di Green New Deal, ma i contenuti si sovrappongono. Viene, infatti, posta la realizzazione del Pilastro Sociale come punto di primaria importanza, si propone l’introduzione di un’assicurazione per la disoccupazione per i paesi della zona Euro, aperta anche ad altri che desiderino parteciparvi, la realizzazione di un piano europeo di investimenti in educazione e ricerca, il rafforzamento di Garanzia Giovani, da rendere obbligatoria in tutti gli Stati membri, l’estensione e maggiore inclusività di Erasmus Plus. E ancora, la riforma dell’eurozona per mettere la parola fine alle politiche di austerità, una misura per la parità di salario tra uomini e donne e, infine, proposta nuova rispetto al gruppo S&amp;D, l’introduzione di schemi di reddito minimo adeguati in tutti gli stati membri.</p>



<p>Se indubbiamente i verdi sono il primo alleato dei socialdemocratici in materie di politiche del lavoro e sociali, il discorso diventa più complesso se guardiamo al gruppo Renew Europe. In questo caso, infatti, il manifesto presentato dal vecchio gruppo ALDE per le elezioni non contiene proposte specifiche, ma si limita a richiami generali alla necessità di investimenti in infrastrutture, sistemi educativi all’avanguardia, innovazione e ricerca, pari opportunità. Il discorso diventa però più interessante se guardiamo al programma presentato dalla lista Renaissance di Emmanuel Macron, che con i suoi 21 deputati rappresenta l’azionista principale del nuovo gruppo politico. Nel programma di Renaissance, infatti, si chiede esplicitamente la creazione di un bilancio dell’Eurozona con tre funzioni: investimenti sociali, assistenza finanziaria in caso di emergenza e risposta in caso di crisi economica. Si propone poi una piena realizzazione del Pilastro Sociale, attraverso la creazione di un’assicurazione europea contro la disoccupazione, l’introduzione di una iniziativa europea sul salario minimo, e la creazione di diritti europei a livello di formazione e copertura sanitaria. Infine, Renaissance propone di adottare misure di contrasto al dumping fiscale e sociale, non solo all’interno dell’UE ma anche da parte dei paesi extra UE, e di stabilire clausole sociali e ambientali da rispettarsi in tutti gli accordi commerciali dell’Unione.</p>



<p>Alla luce dell’analisi dei manifesti dei socialdemocratici, verdi e liberali sembra quindi che una certa convergenza si possa trovare queste forze politiche. Tuttavia, la frammentazione del gruppo Renew Europe, dove rientrano partiti dichiaratamente a favore delle politiche di austerità, come i liberali tedeschi o olandesi, e partiti assolutamente contrari alla cessione di sovranità nazionale in ambito di politiche sociali e del lavoro, come quelli scandinavi, potrebbe limitare la capacità di incisività e le ambizioni del nuovo gruppo di Macron e Verhofstadt. Per questo è importante che nella costruzione di alleanze per implementare il proprio patto sociale, il gruppo S&amp;D guardi di volta in volta anche al sostegno di altri gruppi.</p>



<p>In questo caso l’alleato naturale non può che essere il gruppo Confederale della Sinistra Unitaria e Sinistra verde nordica, che già durante la scorsa legislatura ha dimostrato il pieno sostegno nell’implementazione dell’agenda sociale di Juncker e del Pilastro Sociale. Come emerge chiaramente anche dal manifesto elettorale, la sinistra europea ha quasi definitivamente abbandonato la vocazione euroscettica che l’ha contraddistinta fino pochi anni fa per abbracciare un approccio costruttivo europeista. Per questo, è possibile immaginare una convergenza sulle proposte politiche in materia occupazionale, sociale, dell’educazione e un appoggio sulle politiche di investimento e quelle ambientali.</p>



<p>Infine, per concludere, l’ultimo alleato che i socialdemocratici possono trovare per l’implementazione della propria agenda sociale è proprio il Partito Popolare Europeo della presidente Von der Leyen. L’appoggio dei popolari non solo non va sottovalutato perché il gruppo è parte della ‘coalizione di governo’ o perché è il primo gruppo nel Parlamento, quanto piuttosto per un genuino interesse da parte di alcune delegazioni nazionali del PPE nell’attuare parti dell’agenda sociale. A tale proposito, è ipotizzabile immaginare un’alleanza con le delegazioni del sud Europa e dell’Est su temi quali la creazione di un’assicurazione europea contro la disoccupazione, o l’istituzione di una Garanzia per i minori. Al contrario, si può immaginare una coalizione con le delegazioni dell’Europa occidentale su materie quali l’introduzione del salario minimo, per garantire condizioni di lavoro dignitose a ciascun lavoratore, al contempo ostacolando l’emergere di forme di concorrenza sleale.&nbsp;</p>



<p>Chiaramente questo richiederà di volta in volta aggiustare le alleanze e comporre nuove strategie per riuscire ad ottenere un supporto orizzontale da parte di altre forze politiche. In questo senso, la composizione frammentata del nuovo parlamento non aiuta a costruire precise previsioni. Tuttavia, immaginando piena compattezza del gruppo S&amp;D e una solida alleanza con i verdi, e con il supporto della nuova presidente della Commissione, è possibile intravedere un futuro per un’ambiziosa agenda sociale europea.<br></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1661/">Quale Agenda Sociale per l&#8217;Unione Europea?</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.mondodem.it/1661/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Diseguaglianza e globalizzazione: quanto ne sappiamo davvero?</title>
		<link>https://www.mondodem.it/1163/</link>
					<comments>https://www.mondodem.it/1163/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanni Matteo Centore]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Jul 2018 13:48:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Lo stato della sinistra]]></category>
		<category><![CDATA[diseguaglianze]]></category>
		<category><![CDATA[globalizzzione]]></category>
		<category><![CDATA[Sinistra]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.mondodem.it/?p=1163</guid>

					<description><![CDATA[<p>di Eugenio Dacrema  Qualche settimana fa su MondoDem si parlava dell’incapacità di gran parte della sinistra di indirizzare&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1163/">Diseguaglianza e globalizzazione: quanto ne sappiamo davvero?</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>di <a href="https://twitter.com/Ibn_Trovarelli">Eugenio Dacrema </a></em></p>
<p><a href="https://www.mondodem.it/op-ed/il-pd-non-e-abbastanza-di-sinistra-non-ascolta-il-popolo-se-davvero-avessimo-perso-per-questo-sarebbe-una-pacchia-ma-purtroppo-la-verita-e-assai-piu-complessa/">Qualche settimana fa su MondoDem</a> si parlava dell’incapacità di gran parte della sinistra di indirizzare il sentire comune. Uno dei motivi è che su molti temi fondamentali dell’oggi abbiamo idee deboli, quando non drammaticamente contraddittorie. Per esempio, ineguaglianza e globalizzazione sono due temi su cui, soprattutto a sinistra, pensiamo di saperla lunga. Ma forse non è così, e se davvero desideriamo chiarire cosa pensiamo e cosa vogliamo su questioni così importanti è bene affrontarne la complessità.</p>
<p>Cominciamo con la faccenda dell’ineguaglianza. A questo proposito esiste una narrativa piuttosto diffusa e accettata: negli ultimi decenni, a causa dell’introduzione di riforme cosiddette neoliberiste, le disuguaglianze in tutto l’Occidente sono aumentate enormemente, causando crescenti sentimenti di frustrazione e alienazione tra le fasce più povere e andando a favorire la crescita dei partiti populisti. Giusto? Sbagliato.</p>
<p>Un primo errore di questa ricostruzione è parlare del fenomeno per tutto l’Occidente allo stesso modo, e pensare che argomentazioni che si adattano a una realtà come, per esempio, quella americana siano perfettamente applicabili anche da noi. Non è così, primo perché la disuguaglianza americana è molto più alta di quanto lo sia in Europa, ed è cresciuta a ritmi assai più sostenuti dagli anni Ottanta ad oggi. Il secondo è che, al contrario, in Europa, e soprattutto in Italia, la diseguaglianza è rimasta pressoché stabile negli ultimi due decenni. L’ultima volta che nel nostro paese si è assistito a un vero aumento è stato all’inizio degli anni Novanta. Poi, a parte oscillazioni alquanto trascurabili, intorno a un punto nell’indice di Gini<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a>, è rimasta stabile (nel 1995 era 32,7, nel 2015 33,3, mentre nello stesso periodo negli Usa è passata da 36 a 39, un aumento quasi sei volte superiore). Questa confusione deriva da un altro errore che si riscontra comunemente nel dibattito pubblico sulla disuguaglianza, ovvero quello di approssimare la percezione della disuguaglianza alla disuguaglianza reale. È vero infatti che se pure i dati reali non sono cambiati di molto da vent’anni a questa parte, la percezione è cresciuta notevolmente; la gente, insomma, percepisce disuguaglianze crescenti nonostante nella realtà queste non siano cresciute granché. Come è possibile ciò? Almeno parte della risposta la si può trovare nei risultati delle ricerche condotte in questi anni sulle percezioni economico-sociali delle persone, soprattutto in merito al proprio status e al proprio benessere. Richard Easterlin, per esempio, dimostrò che la crescita economica si correla all’aumento del benessere percepito solo all’inizio di un ciclo di crescita. Dopo qualche anno, infatti, il benessere percepito comincia a rimanere piatto pur di fronte a una crescita in continuo aumento (il cosiddetto Paradosso di Easterlin). Studi più recenti hanno invece affrontato direttamente il tema della percezione della diseguaglianza. Giacomo Corneo e Hans Gruner nel 2000 dimostrarono come la percezione di diseguaglianza in molti paesi europei non combacia minimamente coi dati reali ma tende a essere condizionata da valori diffusi tra la popolazione. Per esempio, negli ex paesi socialisti, dove decenni di comunismo reale avevano diffuso una forte sensibilità al tema, la percezione di disuguaglianza risultava molto più alta rispetto ai paesi anglosassoni, nonostante nei primi i dati reali mostrassero disuguaglianze assai inferiori rispetto ai secondi. Un fenomeno simile veniva registrato anche in paesi caratterizzati da un forte welfare redistributivo come la Francia. In seguito, numerosi altri studi, come quello di Alesina e Giuliano nel 2000, quello di Gimpelson and Mosusova del 2014 e quello di Brunori del 2017 hanno dimostrato con metodi quantitativi come la percezione di disuguaglianza non sia in nessun modo influenzata dal reale livello di disuguaglianza esistente, mentre risulta fortemente correlata con altri fattori sociali quali i valori socialmente diffusi sul tema, l’etica del lavoro e, soprattutto, il livello di mobilità sociale. È in particolare la mobilità sociale che emerge come il fattore più influente nel determinare la percezione di diseguaglianza in una popolazione. Una realtà, in fondo, spiegabile semplicemente con il fatto che se una persona ha la percezione concreta di poter scalare la piramide avrà meno la sensazione che tale piramide sia ingiusta, o particolarmente alta o ripida. Al contrario, qualunque sia l’altezza reale della piramide, per un soggetto che percepisce di non avere alcuna chance di farcela la piramide risulterà sempre (ingiustamente) altissima. “Gli ultimi saranno gli ultimi se i primi sono irraggiungibili”, canta Frankie Hi-NRG, e questo il più delle volte non dipende tanto dalla distanza tra primi e ultimi ma dagli ostacoli presenti sul percorso. Ne consegue che in società caratterizzate da un livello di diseguaglianza medio-basso, come gran parte delle nazioni europee, la percezione negativa di crescente disuguaglianza è probabilmente il frutto di una mobilità sociale inceppata da anni più che di una reale arricchimento dei già ricchi a discapito dei più poveri. Una realtà che stride fortemente con la narrativa diffusa e che ci dovrebbe far riflettere su che tipo di politiche intendiamo davvero quando parliamo di “lotta alla disuguaglianza”.</p>
<p>Il secondo tema, molto legato al primo, è quello della cosiddetta dicotomia tra “perdenti” e “vincenti” della globalizzazione. Anche in questo caso la narrativa diffusa è piuttosto chiara: l’apertura e la liberalizzazione dei mercati e dei flussi finanziari ha determinato l’arricchimento di una fascia ristretta di popolazione che ha saputo approfittare delle occasioni di investimento e di mobilità concesse dalla globalizzazione, anche grazie a una privilegiata posizione di partenza. Al contrario, le classi medie e basse sono rimaste danneggiate dai prodotti esteri e dalla competizione posta dalla forza di lavoro straniera che hanno portato a delocalizzazioni e schiacciamento dei salari. Per carità, gran parte di questa narrativa è ampiamente corroborata dai dati. È però, nel migliore dei casi, una narrativa solo parziale rispetto a quanto avvenuto nei decenni scorsi. Varrebbe la pena ricordare, infatti, come l’apertura dei mercati non ha portato solo compressione dei salari ma, ancora prima, ha portato compressione dei prezzi, soprattutto per quei prodotti diffusi tra le classi medio basse. Quelli che sono oggi accusano maggiormente Cina e paesi asiatici di aver sottratto industrie e posti di lavoro all’Occidente sono anche i maggiori consumatori dei prodotti provenienti da quei paesi. Una gran parte di quel benessere diventato scontato e che molti percepiscono oggi come declinante a causa della globalizzazione è in realtà formato per gran parte dall’accesso a prodotti e attività che proprio i primi decenni di apertura dei mercati hanno reso possibili. Vestiario e cibo, per non parlare di voli low cost, vacanze all-inclusive, e colf e badanti a basso costo; molti di costoro non si rendono conto esattamente cosa accadrebbe al loro accesso a beni e servizi che ormai considerano “di prima necessità” se la guerra commerciale a tutto campo propugnata dai loro beniamini populisti dovesse davvero cominciare. È una realtà finora poco esplorata, perché va contro la narrativa un po’ semplicistica ma romanticamente attraente del popolo oppresso dalle élite neoliberiste, ma che comincia a emergere finalmente anche a sinistra. In Italia se ne è fatto interprete in particolare Raffaele Alberto Ventura nel suo libro “Teoria della classe disagiata”. La globalizzazione andava bene a tutti quando noi ci trovavamo in cima alla catena alimentare, quando uno stipendio medio italiano era 10-20 volte quello di un operario cinese il cui lavoro ci consentiva di spendere meno della metà di un tempo in scarpe e viaggi pur mantenendo per il resto lo stesso livello salariale. Le cose sono cambiate quando gli altri hanno cominciato a scalare la stessa catena alimentare, avvicinandosi al nostro livello e attentando alle nostre posizioni consolidate. Forse dovremmo chiederci quindi se non valga la pena sottolineare con chiarezza quanto la globalizzazione forma oggi gran parte di quel benessere che noi diamo per scontato e che, anzi, siamo arrabbiati perché percepiamo in lenta diminuzione. Forse quello che dovremmo essere in grado di dire è che chiudere alla globalizzazione non farebbe che accelerare tale declino e che diventare competitivi non è un crudele mantra neoliberista ma l’unica risposta razionale a un mondo popolato da molta più che gente rispetto al passato che vuole, giustamente, quello che noi già abbiamo.</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> L’indice di GINI è l’indicatore universalmente più utilizzato per misurare le disuguaglianze. Va da 0 (una situazione di completa uguaglianza in cui tutti godono dello stesso livello di ricchezza) e 1 (una situazione in cui una sola persona possiede tutta la ricchezza della società). La maggior parte dei paesi oscilla tra 25 e 40. Paesi con GINI intorno ai 40 o superiori sono considerati paesi ad alta diseguaglianza.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1163/">Diseguaglianza e globalizzazione: quanto ne sappiamo davvero?</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.mondodem.it/1163/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>La transizione ecologica per il futuro della sinistra europea</title>
		<link>https://www.mondodem.it/1128/</link>
					<comments>https://www.mondodem.it/1128/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 Jul 2018 10:44:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ecologia]]></category>
		<category><![CDATA[#ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[#multilateralismo]]></category>
		<category><![CDATA[#unioneeuropea]]></category>
		<category><![CDATA[Cooperazione]]></category>
		<category><![CDATA[Sinistra]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.mondodem.it/?p=1128</guid>

					<description><![CDATA[<p>Di Luca Bergamaschi &#160; Introduzione Da qui a maggio 2019, in occasione delle prossime elezioni europee, la sinistra&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1128/">La transizione ecologica per il futuro della sinistra europea</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Di Luca Bergamaschi</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Introduzione</strong></p>
<p><strong>Da qui a maggio 2019, in occasione delle prossime elezioni europee, la sinistra in tutte le sue forme deve recuperare in poco tempo molto terreno se non vuole finire nell’irrilevanza, stretta dalla morsa di populismi nazionalisti ed estremisti.</strong> C’è infatti un rischio molto serio che il prossimo Parlamento Europeo sia dominato da forze di estrema destra e populiste.</p>
<p><strong>La crisi che le sinistre europee condividono, eccetto forse per il nuovo esecutivo spagnolo, è una crisi di rappresentanza, credibilità e ambizione.</strong> Nel caso del Partito Democratico ripetere continuamente i successi del passato senza una sufficiente credibilità a livello personale o di leadership (per motivi giusti o sbagliati che siano) non fa presa su un elettorato stanco e desideroso di cambiamento. Chi dice cosa è importante quanto cosa si dice. Per questo motivo il PD ha bisogno, in tempi rapidi, di una vera e proprio metamorfosi che dia spazio a facce nuove, in primis giovani e donne, sia aperta ad ampie alleanze e che rilanci visione e politiche ambiziose in risposta al crescente populismo nazionalista.</p>
<p><strong>In questo contesto la sfida ambientale, e in particolare la lotta al cambiamento climatico, offre un modello concreto e alternativo al risorgere dei nazionalismi e al futuro della sinistra.</strong> Questo modello, e il suo successo, ha le fondamenta in due pilastri principali: <strong>la trasformazione giusta dell’economia globale del ventunesimo secolo e la cooperazione internazionale basata su regole multilaterali condivise.</strong> La sinistra europea deve recuperare lo spirito della storica COP21, la ventunesima conferenza mondiale sul clima del dicembre 2015, in cui fu adottato l’Accordo di Parigi. Questo passaggio ha segnato un enorme successo della diplomazia multilaterale contemporanea sotto la guida della Presidenza francese del governo Hollande e dell’Amministrazione Obama. Da allora però la sinistra non è più riuscita a dare alla visione di Parigi la priorità politica necessaria per tradurla in un progetto politico coerente, perdendo così la credibilità di un elettorato sempre più ampio e sensibile.</p>
<p>In Italia, la scelta del referendum sulle trivelle (per continuare l’estrazione di idrocarburi, entro 12 miglia dalla costa, fino ad esaurimento del giacimento invece che fino al termine della concessione), il mancato supporto a obiettivi europei ambiziosi ma realistici nel campo dell’energia e del clima e la mancanza di una generale priorità politica (con l’eccezione del governo Gentiloni e del lavoro di alcuni sindaci come Giuseppe Sala a Milano) hanno creato un profondo scollamento all’interno della comunità della sinistra, raccolto in seguito dal Movimento 5 Stelle. In Germania, i socialdemocratici sono stati incapaci di abbracciare con coraggio l’idea di una transizione socialmente sostenibile rimanendo invece ancorati in difesa delle roccaforti carbonifere a ovest nella regione della Ruhr e a est in Lusazia. In Francia, i socialisti non hanno saputo capitalizzare il successo del 2015 lasciando la scena a Emmanuel Macron che ha fatto della lotta al cambiamento climatico una sua roccaforte domestica e internazionale.</p>
<p>Il nuovo esecutivo spagnolo manda invece segnali promettenti di rilancio, con la nomina di Teresa Ribera, da sempre in primo piano nella lotta al cambiamento climatico, a guidare il nuovo super Ministero della Transizione Ecologica. Questo ministero, sul modello di quello francese, ha responsabilità sull’energia, l’ambiente e lo sviluppo sostenibile, una formula che, se fosse applicata anche in Italia e in Germania, consentirebbe una maggiore coerenza, efficacia e pianificazione “di sistema”, invece di mantenere competenze separate in diversi ministeri ed esposti a interessi contrapposti.</p>
<p><strong>Quali proposte allora per un progetto politico alternativo con al centro la transizione ecologica in vista delle elezioni europee del 2019?</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Per una transizione giusta</strong></p>
<p><strong>La necessità e l’urgenza del riscaldamento globale e dell’inquinamento dell’aria e dei mari definiscono un nuovo paradigma politico per la convivenza pacifica dei popoli del ventunesimo secolo: riusciremo a gestire la transizione ecologica in modo ordinato o il cambiamento incontrollato trainato da eventi</strong> – dal peggioramento degli impatti climatici alle profonde trasformazioni tecnologiche alle migrazioni di massa al collasso dei paesi produttori di idrocarburi e i conseguenti impatti sulla geopolitica e sul commercio internazionale – <strong>creerà più disordine, instabilità e competizione?</strong></p>
<p><strong>La sinistra europea deve rispondere a questa sfida con la piena consapevolezza che la trasformazione giusta e ordinata dell’economia globale non è solo possibile ma l’orizzonte ultimo per preservare i suoi valori identitari di pace, giustizia sociale, progresso, diritti umani, cooperazione, democrazia e libertà.</strong></p>
<p>L’Accordo di Parigi indica come soglia di sicurezza per evitare cambiamenti incontrollabili il raggiungimento, a livello globale, della <strong>“neutralità delle emissioni”</strong> entro la seconda metà del secolo: per l’Europa questo implica la transizione a un’economia a zero emissioni nette entro il 2050. Un primo impegno concreto deve essere quello di adottare questo obiettivo ultimo come il punto di riferimento principale per pianificare il futuro dell’Unione. Nella pratica significa allineare tutte le politiche e gli obiettivi europei all’obiettivo di zero emissioni nette al 2050, iniziando con l’innalzamento dell’attuale obiettivo europeo al 2030 di riduzione delle emissioni, fissato nel 2014, da almeno il 40% ad almeno il 50% rispetto al 1990.</p>
<p><strong>Dobbiamo allora riorganizzare radicalmente e nel tempo più rapido possibile il modo in cui produciamo, consumiamo, costruiamo, ci spostiamo e ci relazioniamo con i nostri vicini e partner internazionali.</strong> Questa trasformazione così profonda richiede la definizione di un nuovo “contratto sociale ecologico” basato su tre ingredienti principali – investimenti, protezione e futuro – con al centro una grande riforma della finanza pubblica e privata che ponga la finanza al servizio dell’economia e delle persone, invece di farne da padrone, per supportare lo sviluppo locale, pulito e socialmente sostenibile. Ogni stimolo pubblico che produca chiari benefici economici, sociali e ambientali, come il supporto all’efficienza energetica, e che nel lungo periodo diminuisce i costi della spesa pubblica non può essere considerato dalle regole europee come un debito che aggrava il deficit pubblico. La battaglia della “flessibilità di bilancio” è una battaglia per la prosperità, la sicurezza e il futuro dei cittadini che la sinistra deve portare avanti nella consapevolezza di assegnare la flessibilità a quegli investimenti che effettivamente creano un provato valore economico, sociale e ambientale per la transizione ecologica.</p>
<p>&nbsp;</p>
<ol>
<li><strong>Investimenti per creare lavoro locale </strong></li>
</ol>
<p><strong> Il passaggio da un’economia fossile a un’economia ecosostenibile richiede un livello di investimenti senza precedenti</strong>: la Commissione Europea stima che al 2030 occorrono 2 mila miliardi di euro per nuove infrastrutture, le energie rinnovabili e l’efficienza energetica. Questo rappresenta un enorme stimolo economico per la crescita e la creazione di milioni di posti di lavoro locali che va a sostituire miliardi di euro spesi per l’importazione, di oltre un miliardo di euro al giorno, di combustibili fossili. Questi investimenti permettono una riduzione sostenuta delle bollette di cittadini e imprese attraverso i risparmi sulle importazioni e l’uso efficiente delle risorse. La riduzione dell’esposizione alla volatilità dei prezzi dei combustibili fossili è lo scudo più robusto per salvaguardare la capacità di spesa dei consumatori.</p>
<p><strong>La Green Economy è oggi il settore dell’economia globale con la crescita più rapida e la piattaforma della prosperità sostenibile della prossima generazione.</strong> La rivoluzione edile di fronte a noi non risiede tanto nella costruzione del nuovo ma nel rendere il patrimonio edilizio esistente il più energeticamente efficiente e intelligente possibile. La rivoluzione dei trasporti significa adottare mezzi di trasporto elettrici e politiche di condivisione che trasformano la vita delle città, contribuendo ad abbattere l’inquinamento dell’aria che causa oltre 400 mila morti premature all’anno in Europa.</p>
<p><strong>Per ottenere tutto ciò, oltre alla visione e alla priorità politica, occorre una profonda riforma finanziaria che dedichi più risorse comuni alla transizione ecologica</strong>, partendo dal nuovo programma di investimenti europei (“InvestEU”, che sostituisce il piano Juncker) e il nuovo budget europeo. Vista la centralità della transizione ecologica in tutti i settori dell’economia, il nuovo budget europeo dovrebbe dedicare almeno la metà delle sue risorse a essa e allo stesso tempo terminare completamente ogni forma di supporto diretto o indiretto ai combustibili fossili.</p>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="2">
<li><strong>Protezione dei cittadini</strong></li>
</ol>
<p><strong> </strong>Se la transizione ecologica avrà un impatto generale positivo sulla creazione di nuovi posti di lavoro, molti di quelli tradizionali andranno perduti, con serie conseguenze per i lavoratori e le comunità più vulnerabili, come nel caso dell’industria dei combustibili fossili, con particolare riferimento al carbone, e dell’industria dell’auto a combustione. È necessario allora dedicare parte dei fondi di coesione europei a quelle regioni, comunità e settori più affetti dagli impatti negativi della transizione.</p>
<p><strong>Occorre inoltre investire in strategie specifiche a seconda delle situazioni particolari e delle loro opportunità per non lasciare indietro nessuno</strong>: da piani di pre-pensionamento a sviluppo di nuove industrie locali alla possibilità di rimpiego e nuova formazione. Tutto questo in un dialogo partecipativo con sindacati, imprese, decisori politici a tutti i livelli (sindaci, governatori regionali, ministri) e la società civile. Se questo modello avrà successo aiuterà la sinistra a rispondere più efficacemente e credibilmente alla sfida generale del futuro del lavoro.</p>
<p>La protezione dei cittadini richiede di mettere la finanza al servizio delle persone più vulnerabili dedicando esplicitamente, per esempio, parte dei fondi e del budget europeo all’efficientamento energetico delle comunità più bisognose che vivono in condizioni di povertà energetica, soprattutto in Europa orientale. La Commissione Europea stima infatti che l’11% della popolazione europea, oltre 50 milioni di persone, non può permettersi i costi per un riscaldamento adeguato della propria abitazione.</p>
<p><strong>Mettere la finanza a disposizione delle persone significa anche richiedere a tutte le imprese di riportare in modo trasparente le informazioni sull’impatto dei loro investimenti sull’ambiente, con riferimento particolare alle emissioni clima-alteranti, e sulla loro esposizione al rischio fisico degli impatti climatici e al rischio finanziario della perdita di valore dei loro asset</strong> (quest’ultimo vale soprattutto per le grandi compagnie di petrolio e gas). Un impegno concreto è quello di rendere queste informazioni pubbliche e obbligatorie sulla base del lavoro svolto dalle banche centrali e dai regolatori finanziarie dei paesi G20 attraverso la <a href="https://www.fsb-tcfd.org/wp-content/uploads/2017/06/FINAL-TCFD-Report-062817.pdf"><em>Task Force on Climate-related Financial Disclosures</em></a><em>. </em>Queste informazioni sono fondamentali e necessarie per riorientare le scelte dei risparmiatori e riformare la finanza globale privata e dedita allo sviluppo.</p>
<p>Infine, <strong>la protezione dei cittadini passa dalla difesa fisica delle persone, delle imprese e del territorio dagli impatti crescenti del cambiamento climatico.</strong> Anche in questo caso occorrono risorse specifiche per l’adattamento e la resilienza, soprattutto delle regioni più esposte, come i paesi dell’Europa meridionale. Ma più risorse da sole non bastano: occorre un grande piano Europeo di gestione preventiva del rischio climatico che parta da una valutazione degli impatti delle diverse temperature sulle infrastrutture, sulla salute e sul conseguente livello di investimenti necessario, fino alla formulazione di strategie specifiche di risposta ai diversi impatti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="3">
<li><strong>Futuro</strong></li>
</ol>
<p><strong> L’industria deve tornare al centro delle politiche economiche progressiste con l’obiettivo di creare l’industria più competitiva e produttiva della transizione ecologica globale.</strong> Per fare ciò occorre investire da un lato sull’efficienza delle risorse e dall’altro sulle tecnologie del futuro. Rendere obbligatorio standard di efficienza energetica ed economia circolare permetterebbe alle imprese di risparmiare ingenti quantità di risorse per l’acquisto di combustibili fossili e altre materie prime aumentandone la produttività, la capacità di innovazione e la competitività internazionale.</p>
<p>E’ inoltre indispensabile per il futuro delle imprese e del lavoro dedicare più risorse specifiche all’innovazione, alla ricerca e allo sviluppo, accelerando il processo di commercializzazione delle innovazioni più promettenti. In particolare, la decarbonizzazione dei trasporti, dell’industria (compresa quella pesante come acciaio, alluminio, cemento e carta) e dell’agricoltura sono l’orizzonte su cui puntare attraverso programmi specifici e collaborazioni con le università per sviluppare il <em>know-how</em> del ventunesimo secolo. In questo risiede la competitività, l’opportunità e la prosperità sostenibile del futuro.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>L’Europa nel mondo</strong></p>
<p><strong>Parallelamente all’azione domestica la sinistra deve porre l’idea della trasformazione ecologica giusta al centro della propria ridefinizione del ruolo dell’Europa nel mondo e delle relazioni internazionali.</strong> Se la sfida della transizione ecologica presenta molte opportunità, vi sono però anche molti rischi che, se non gestiti, minano le basi della cooperazione multilaterale basata su regole condivise.</p>
<p>Per il secondo anno consecutivo gli impatti del cambiamento climatico hanno causato più spostamenti forzati che i conflitti: nel 2017 oltre 19 milioni di persone sono state costrette a spostarsi a causa di disastri naturali. Per il 2050 stime medie mostrano che i migranti ambientali potrebbero raggiungere i 200 milioni, con quelle più pessimiste che indicano fino a un miliardo di persone costrette a spostarsi a causa di disastri ambientali. I modelli climatologici mostrano che senza un&#8217;accelerazione della transizione la maggior parte del Medio Oriente rischia di diventare inabitabile nel corso dei prossimi decenni. La regione del Mediterraneo e del Medio Oriente potrà vedere le proprie temperature alzarsi di oltre i 4 gradi nel 2050 e tra i 6 e gli 8 gradi nel 2100, toccando in estate picchi di oltre i 50 gradi.</p>
<p><strong>E’ evidente che il cambiamento climatico sarà l&#8217;elemento determinante della migrazione e di potenziali nuovi conflitti.</strong> Se la sinistra non affronta oggi la questione del movimento forzato delle persone partendo dalle sue cause profonde, questo secolo rischia di segnare il fallimento della convivenza pacifica come l&#8217;abbiamo conosciuta in Europa dalla fine della seconda guerra mondiale ad oggi.</p>
<p><strong>Occorre ripensare lo sviluppo in funzione dei cambiamenti futuri e degli impatti del cambiamento climatico, iniziando a dedicare la priorità delle risorse disponibili alla resilienza dei sistemi idrici e alimentari delle regioni più vulnerabili e nel vicinato, come nell&#8217;Africa Sub-Sahariana e in Nord Africa.</strong> Le misure di resilienza, insieme all’accesso all’energia pulita e all’efficienza energetica, sono anche necessarie a garantire lo sviluppo sostenibile di una larga fetta della popolazione (in crescita) di queste aree, soprattutto quella giovanile.</p>
<p><strong>A livello geopolitico, l’Europa dovrà innanzitutto affrontare il disordine al di fuori dei suoi confini, soprattutto in Medio Oriente, causato da potenze come Russia, Arabia Saudita e Iran, il cui potere è finanziato prevalentemente dalla vendita di combustibili fossili.</strong> Il modo migliore per diminuire la capacità di questi paesi di creare instabilità è di accelerare la decarbonizzazione dei trasporti e del riscaldamento (in questo senso la rivoluzione edile e dei trasporti è anche una rivoluzione geopolitica) ma allo stesso tempo sostenere il vicinato e i produttori stessi nella loro transizione ecologica e gestione degli impatti climatici.</p>
<p><strong>Infine, in un momento di frammentazione geopolitica, sfiducia nella cooperazione internazionale e aumento dei rischi globali la sinistra deve investire di più nella diplomazia per allineare gli interessi dei vari paesi, condividere le opportunità ed evitare approcci nazionalistici, protezionistici e competitivi di sviluppo che minerebbero l’essenza stessa del multilateralismo. Nel ventunesimo secolo il successo della sinistra dipende dal successo del multilateralismo.</strong> Un impegno concreto è quello di aumentare la capacità diplomatica dell’Unione Europea, attraverso più poteri e risorse umane dedicate, per influenzare le scelte climatiche ed energetiche delle maggiori potenze globali, dalle quali dipende la nostra sicurezza, e di ripensare le relazioni con Cina, India e altri paesi emergenti. Il <a href="http://www.arne-lietz.de/files/2018/03/DraftReport.ClimateDiplomacy.pdf">nuovo rapporto del Parlamento Europeo sulla diplomazia del clima</a>, redatto dagli eurodeputati tedeschi di centro sinistra Arne Lietz e Jo Leinen, dovrebbe diventare la base di partenza per una nuova diplomazia europea.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Conclusione</strong></p>
<p><strong>La transizione ecologica, se gestita in maniera giusta e ordinata, offre alla sinistra europea una visione e azioni concrete da cui ripartire per ripensare sé stessa e il suo ruolo nel mondo.</strong> Occorre riportare al centro della politica di sinistra la sfida ambientale e dare spazio a nuove personalità per una rappresentanza credibile, impegnandosi per obiettivi e politiche ambiziose e facendo leva su un vasto capitale industriale, sociale, istituzionale e della ricerca che è fortemente impegnato e sensibile ma altrettanto sottorappresentato.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1128/">La transizione ecologica per il futuro della sinistra europea</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.mondodem.it/1128/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Alla ricerca della visione perduta: senza un&#8217;idea forte di futuro il PD è finito</title>
		<link>https://www.mondodem.it/1051/</link>
					<comments>https://www.mondodem.it/1051/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 Apr 2018 16:43:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lo stato della sinistra]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni 2018]]></category>
		<category><![CDATA[Partito Democratico]]></category>
		<category><![CDATA[Sinistra]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.mondodem.it/?p=1051</guid>

					<description><![CDATA[<p>Nelle settimane che hanno seguito le elezioni del 4 marzo abbiamo letto innumerevoli spiegazioni, riflessioni, analisi, più o&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1051/">Alla ricerca della visione perduta: senza un&#8217;idea forte di futuro il PD è finito</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Nelle settimane che hanno seguito le elezioni del 4 marzo abbiamo letto innumerevoli spiegazioni, riflessioni, analisi, più o meno valide e più o meno utili, per spiegare il risultato uscito dalle urne.<br />
Ed eccone un’altra!</p>
<p>Come MondoDem non possiamo sottrarci all’esercizio ma, al contrario di molti altri, tenteremo nell’impresa di farla breve. Crediamo che il Partito Democratico abbia perso queste elezioni per una lunga lista di motivi, sia contingenti, relativi agli errori della leadership, sia strutturali, relativi ai profondi cambiamenti che stanno avvenendo in Europa e in Occidente e che stanno danneggiando soprattutto i partiti storici della sinistra. E fin qui, ovvio.<br />
Ebbene, riteniamo che tra i motivi “strutturali” spicchi la questione della Visione. Detto in parole povere: molti di noi sono andati a votare PD senza capire esattamente quale fosse l’idea di mondo propugnata dal partito che votiamo e per cui ci impegniamo. Detta così sembra brutta, e forse proprio perché lo è davvero siamo al 18%.<br />
Certo, alcune cose per cui ci battiamo sono chiare. Più o meno. Siamo per l’Europa. Si, ma quale Europa? Ora che (chissà per quanto) anche i nostri avversari dicono di essere per l’Europa, va chiarito perché noi lo siamo in modo diverso, e migliore, del loro.<br />
Siamo contro le disuguaglianze e per un sistema sociale ed economico più moderno. Ok, ma in che modo? Quelle che propongono gli altri, dalla flat-tax al (finto) reddito di cittadinanza, sono anch’esse a loro modo proposte innovative. E quali sono le nostre? Siamo diversi perché siamo per il libero mercato? Ne siamo sicuri? Siamo diversi perché siamo contro l’antica tradizione italica dell’assistenzialismo e per un sistema meritocratico e con una vera mobilità sociale basata sul merito? Forse. Ma onestamente molti di noi non sono sicuri di aver colto pienamente questa idea. E chissà, forse alcuni nemmeno son tanto d’accordo.<br />
E se anche questi sembrano quasi tutti elementi di politica interna, invece non lo sono. La nostra postura europea determina ciò decidiamo di fare nella nostra economia e nella nostra società. Quel che pensiamo di essere a livello di libero mercato, di valori liberali, di giustizia sociale determina ineluttabilmente quello che penseremo giusto fare nei confronti di potenze illiberali come la Russia, delle guerre in Medio Oriente, o dell’America di Donald Trump.<br />
Ecco, noi crediamo che il ruolo di MondoDem nella confusione di questo post-elezioni sia quello di contribuire, insieme a molte altre giovani realtà simili alla nostra, a formare e rendere finalmente nitida la visione del Partito.<br />
In questi anni il Partito Democratico ha realizzato molte cose positive, i cui effetti si stanno già vedendo, ma che non è riuscito a far passare come tali. La nostra analisi è che questo sia avvenuto soprattutto perché non siamo riusciti a rispondere efficacemente alla domanda “PERCHE’ queste cose sono positive?”; “all’interno di quale idea di mondo?”. È ora di colmare questo gap.<br />
I nostri avversari di visione ne hanno tanta, a volte assurda, a volte pericolosa, il più delle volte grottesca. E hanno poca realtà di cose fatte per poterne dimostrare l’attuabilità. Al contrario, noi abbiamo dalla nostra tanta “realtà” di cose fatte ma quasi nessuna visione. Ora sta a loro mostrare quanta della loro visione può tradursi in concreta realtà. Il nostro compito, adesso, è elaborare, e comunicare, l’idea di mondo che noi vogliamo; l’unica maniera seria per poterci ritrovare a combattere ad armi pari, la prossima volta.</p>
<p><em>La redazione di MondoDem</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1051/">Alla ricerca della visione perduta: senza un&#8217;idea forte di futuro il PD è finito</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.mondodem.it/1051/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Lo sforzo del PD all’opposizione per l&#8217;intera sinistra europea</title>
		<link>https://www.mondodem.it/1037/</link>
					<comments>https://www.mondodem.it/1037/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Lia Quartapelle]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 Apr 2018 14:13:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lo stato della sinistra]]></category>
		<category><![CDATA[Osservatori]]></category>
		<category><![CDATA[Brexit]]></category>
		<category><![CDATA[Democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni 2018]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Sinistra]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.mondodem.it/?p=1037</guid>

					<description><![CDATA[<p>di Lia Quartapelle Le elezioni italiane del 4 marzo 2018 sono state le ultime in ordine di tempo&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1037/">Lo sforzo del PD all’opposizione per l&#8217;intera sinistra europea</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>di Lia Quartapelle</em></p>
<p>Le elezioni italiane del 4 marzo 2018 sono state le ultime in ordine di tempo a chiudere <strong>il grande ciclo di consultazioni politiche europee</strong>, iniziato a giugno del 2016 con il voto sulla Brexit, proseguite con le elezioni in Spagna, Olanda, Francia, Germania, Austria. Sono state tutte elezioni nelle quali il fattore dell’integrazione europea ha giocato un ruolo: in ciascuna di queste tornate le forze politiche si sono confrontate sui temi dell’apertura e della chiusura, sull’efficacia dell’europeismo o al contrario sui meriti del nazionalismo.</p>
<p>Il risultato elettorale italiano ha punti in comune con alcune di esse.</p>
<p>Anche in Italia, le forze che appartengono alle famiglie tradizionali della politica europea (i popolari e i socialisti) hanno perso consenso, proprio a favore di <strong>partiti anti-sistema</strong>, di forze che sanno esprimere in modo più efficace con metodi nuovi (soprattutto utilizzando i social media) la richiesta di cambiamento espressa dai cittadini.  Come in Spagna di fronte a Ciudadanos e Podemos, come in Francia di fronte a En Marche! alla France Insoumise e al Front National, i partiti tradizionali si trovano in una crisi di orizzonte: come continuare a difendere il sistema liberale, di economia capitalista, nel quale viviamo di fronte a nuovi bisogni e nuove sfide. Si tratta di un compito difficile, che interroga in particolare le varie formazioni della sinistra. E il <strong>salto in avanti compiuto dieci anni fa dalla sinistra italiana con la fondazione del PD</strong> non è stato abbastanza per porre il nostro partito al riparo da questa crisi di senso e missione che attanaglia le forze progressiste occidentali e che rischia di portare a un punto di  non ritorno forze come il PS francese o il PVdA olandese o il PSOE spagnolo.</p>
<p>Anche in Italia, come in Germania, le forze di governo hanno perso punti, soprattutto per la valutazione che è stata data dall’elettorato della <strong>questione immigrazione</strong>. In Germania CDU-CSU e SPD perdono complessivamente più di 14 punti, in Italia il PD ne perde quasi 8 mentre l’alleato di governo NCD non si presenta neanche alle elezioni.</p>
<p>Infine, anche in Italia, come in Austria e in Olanda assistiamo a una<strong> radicalizzazione della destra</strong>: la destra moderata di Forza Italia cede quasi 8 punti all’opzione più decisa della Lega di Salvini e diventa stampella e mortalmente insidiata da una forza razzista, anti-UE, filo-russa, sovranista.</p>
<p>Come in Spagna, in Olanda e in Germania anche in Italia si prospetta un periodo di mesi per riuscire a formare un nuovo governo perché l’affermarsi di opzioni populiste sta rendendo più<strong> complicato il definirsi di un accordo politico</strong>.</p>
<p>La differenza tra le altre elezioni europee e il risultato italiano è che tutte le tendenze più drammatiche delle elezioni degli altri paesi europei si sono manifestate in Italia allo stesso tempo. Unite con un sistema istituzionale che non permette di premiare le opzioni più moderate, come avviene con il secondo turno in Francia, con l’indebolirsi della destra moderata a causa del ripresentarsi di Silvio Berlusconi e con una azione di governo che non è riuscita a rispondere agli <strong>effetti della crisi economica che in Italia sono stati più feroci</strong> che in molti altri paesi dell’Ue,  hanno determinato la vittoria delle forze antisistema.</p>
<p>E così, il ciclo delle elezioni europee apertosi con la Brexit, si chiude con la <strong>vittoria delle forze sovraniste in Italia</strong>.</p>
<p>E’ da questo dato di fatto che <strong>dovrà ripartire lo sforzo del PD all’opposizione</strong>. All’interno della crisi delle forze progressiste europee dovremo trovare una strada che sappia coniugare cambiamento, fiducia nel futuro, opportunità, diritti e sviluppo. In Italia, a noi starà anche il compito di contrastare le derive di forze sovraniste, protezioniste, filo-russe e anti-europeiste che rischiano di essere al governo del nostro paese. La Brexit è stata una occasione per ripensare radicalmente l’integrazione europea. Il percorso che il PD intraprenderà per uscire da questa crisi può diventare analogamente <strong>un momento di svolta per l&#8217;intera sinistra Europea</strong>. Non cogliere questa è occasione è davvero troppo rischioso.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1037/">Lo sforzo del PD all’opposizione per l&#8217;intera sinistra europea</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.mondodem.it/1037/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>La sinistra di Macron</title>
		<link>https://www.mondodem.it/621/</link>
					<comments>https://www.mondodem.it/621/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 May 2017 12:13:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lo stato della sinistra]]></category>
		<category><![CDATA[Osservatori]]></category>
		<category><![CDATA[Francia]]></category>
		<category><![CDATA[Macron]]></category>
		<category><![CDATA[Sinistra]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.mondodem.it/?p=621</guid>

					<description><![CDATA[<p>di Ugo Papi* La Francia ha scelto Macron e ha rigettato la destra xenofoba e populista. La maggioranza&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/621/">La sinistra di Macron</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>di Ugo Papi*</em></p>
<p>La Francia ha scelto Macron e ha rigettato la destra xenofoba e populista. La maggioranza dei francesi si sente oggi fiera di non aver seguito le sirene della paura come in Gran Bretagna, negli Usa, in Polonia o in Ungheria. A sentirsi sollevati siamo anche noi europei. Ci ha riempito il cuore vedere il nuovo presidente arrivare al Louvre sulle note del l’Inno alla Gioia prima che della Marsigliese. Macron ha vinto una scommessa impensabile solo pochi mesi fa. La sua corsa solitaria ha rotto tutti gli schemi della quinta repubblica, ha terremotato i partiti tradizionali e imposto uno stile diretto e coraggioso. Chi paga il prezzo più caro a questa rivoluzione del sistema politico francese è il partito Socialista, arrivato estenuato e diviso alla prova del voto, con un governo e un presidente uscente impauriti dai sondaggi e un candidato, Benoit Hamon, che ha fin dall’inizio rinunciato a una programma di governo per rifugiarsi in proposte massimaliste e poco credibili. Il magro risultato del primo turno, poco sopra il 6% sta a testimoniarlo. Macron, da progressista convinto si è presentato con un programma di governo ambizioso e che rompe gli schemi più invecchiati della divisione destra/sinistra. In primo luogo una riforma del mercato del lavoro che metta fine ad una rigidità atavica, sul modello della Germania di Schroder di una quindicina di anni fa, con l’obiettivo di mettere fine ad una crescente disoccupazione che destabilizza la Francia da almeno quarant’anni e che le ricette dei governi di destra e di sinistra non sono mai riusciti a risolvere. Probabilmente è molto più saggio prendere a modello la Germania socialdemocratica e il suo basso tasso di disoccupazione piuttosto che un reddito di cittadinanza universale proposto da Hamon o le 32 ore del populista di sinistra Melanchon, invischiato nella nuova ideologia della fine del lavoro. Anche in materia fiscale una tassazione progressiva accompagnata a esenzioni per le aziende che investono, ha sostituito nel programma di Macron lo sbandierato e mai applicato slogan di tutte le sinistre francesi “faison payer le riches”, che si è sempre scontrato con l’impossibilità di un applicazione draconiana e ricacciava la Francia verso tasse alte per tutti e un deficit pubblico in aumento. La stessa innovazione si ritrova nella ricetta sull’educazione e la scuola che prevede investimenti massicci e autonomia dei singoli istituti, senza insistere su una ideologica uniformità che non tiene conto delle differenze sociali e di retaggio familiare degli studenti e alla fine non garantisce né l’uguaglianza nè la promozione delle eccellenze. Sopra a tutto c’è l’Europa, difesa da Macron come la patria comune che sola potrà difendere i suoi cittadini dalle minacce del terrorismo, dalle sfide poste dalla globalizzazione e dai fenomeni dell’immigrazione massiccia. Sul terreno europeo il leader di En Marche ha mostrato un coraggio da leone contrastando tutte le tentazioni sovraniste e nazionaliste che a destra e a sinistra si scagliavano contro “L’Europa delle tecnocrazie e l’Euro delle banche”. Una sfida a viso aperto in un paese che ha sempre accarezzato la tentazione nazionalista senza aspettare l’ondata del populismo degli ultimi anni. Ora sappiamo che nella sfida per ridare vitalità e slancio all’Europa, la Francia sarà al fianco di tutti gli europeisti convinti, senza reticenze e senza secondi fini. Gli avversari di Macron hanno molto insistito sulla figura caricaturale del candidato dei banchieri e della finanza senza entrare nel merito delle sue proposte liberal democratiche, sociali, europeiste e progressiste. Ora il gioco si fa ancora più complicato. Eletto presidente, Macron dovrà al più presto presentare una compagine di governo che tenga conto delle promesse di rinnovamento. Soprattutto, entro un mese, Macron cercherà di conquistare al suo movimento una maggioranza parlamentare alle legislative, senza troppo dover dipendere dalle intese con Repubblicani e socialisti. Questo gli permetterà di governare per i prossimi 5 anni con una maggioranza solida e stabile. Il nuovo presidente dovrà riflettere anche su un tema di fondo non più eludibile in Francia. Una spaccatura sociologica di “classe” che lo porta ad avere il 90% di consensi a Parigi e a perdere nettamente nella Francia profonda e nelle zone deindustrializzate del nord e dell’est del paese. Gli operai, i poveri e i perdenti della globalizzazione per ora non si fidano. Dovrà convincerli con i fatti, per farne dei partecipanti attivi dei processi d&#8217;interdipendenze economiche, sociali, culturali, politiche e tecnologiche, per aumentarne i benefici effetti e limitarne gli effetti negativi. Se riuscirà a dare speranza anche a questa Francia, togliendola dalle grinfie dei pifferai della paura, il suo sarà un piccolo capolavoro.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>*Ugo Papi è giornalista e scrittore. Ha lavorato per Radio Rai e scrive di Oriente per Il Mattino, l’Unità e altri periodici. È stato nel 2006/07 Consigliere per l’Asia del Ministro degli Esteri. Ha svolto l’attività di Consigliere politico di Piero Fassino, in qualità di inviato Ue per la Birmania, dal 2007 al 2011. Per il Pd è stato responsabile Asia-Pacifico del Dipartimento internazionale e Consulente della Commissione Esteri della Camera dei Deputati.</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/621/">La sinistra di Macron</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.mondodem.it/621/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Di che cosa ha paura il Partito Socialista spagnolo?</title>
		<link>https://www.mondodem.it/560/</link>
					<comments>https://www.mondodem.it/560/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Apr 2017 10:30:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lo stato della sinistra]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Sinistra]]></category>
		<category><![CDATA[spagna]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.mondodem.it/?p=560</guid>

					<description><![CDATA[<p>Susana Díaz, 42 anni, Presidente dell’Andalusia, la Regione più popolosa della Spagna, governata da sempre dai socialisti e&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/560/">Di che cosa ha paura il Partito Socialista spagnolo?</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Susana Díaz, 42 anni, Presidente dell’Andalusia, la Regione più popolosa della Spagna,</strong> governata da sempre dai socialisti e ove si concentra il 25% della militanza e uno su quattro dei voti ricevuti dal PSOE nelle elezioni dello scorso 26 giugno. E’ lei la candidata dell’establishment alla Segreteria del Partito Socialista spagnolo nelle primarie del prossimo 21 maggio, aperte ai circa 190.000 militanti.</p>
<p><strong>Díaz ha annunciato formalmente la sua candidatura domenica 26 marzo,</strong> circondata dagli ex Presidenti González e Zapatero e da quasi tutti i dirigenti che hanno fatto la storia del Partito Socialista spagnolo, talvolta anche scontrandosi tra di loro. Si è trattato di una dimostrazione di forza ed unità, accompagnata da un forte richiamo – nel discorso pronunciato dalla candidata – alla storia del partito e all’orgoglio di essere “100% PSOE”, secondo il lemma scelto. Ma si è trattato, soprattutto, di un messaggio diretto alla militanza: la sconfitta di Susanna Díaz sarebbe la sconfitta di tutta la “famiglia” socialista. Ovvero: se vince Pedro Sánchez, perde il Partito.</p>
<p><strong>L’appoggio quasi unanime dell’apparato organico del PSOE</strong> (oltre il 70%, secondo i media spagnoli) a Susana Díaz si può anche leggere come un segnale di paura: mai come in questo frangente storico – caratterizzato dalla crisi dei partiti tradizionali e, in particolare, della socialdemocrazia europea, dalla fine del bipartitismo in Spagna, dall’auge dei populismi e dal ritorno a ideali nazionalisti – il Partito Socialista spagnolo vede all’orizzonte il rischio di cadere nell’irrilevanza. E per questo serra le fila.</p>
<p><strong>Per la dirigenza del PSOE il candidato Pedro Sánchez rappresenta un pericolo per diversi motivi.</strong> In primo luogo per il rischio di acuire la frattura con la militanza. Sánchez ha infatti dalla sua parte la rabbia di coloro che non hanno compreso il “golpe” con cui, sei mesi fa, la nomenclatura socialista si sbarazzò di lui &#8211; Segretario Generale legittimamente eletto in primarie &#8211; per facilitare, con il voto di astensione, un Governo Rajoy-bis. Una decisione che la Commissione provvisoria (vicina a Susana Díaz) che da allora sta gestendo il partito giustifica come scelta inevitabile e responsabile, per superare il blocco istituzionale e dare un Governo al Paese.</p>
<p><strong>In secondo luogo Sánchez è pericoloso perché vuole la sua rivincita e non ha nulla da perdere.</strong> La sua strategia è quella di erigersi a rappresentante della base versus l’apparato e di presentarsi come l’unico in grado di ricollocare il PSOE veramente a sinistra per fermare l’emorragia di voti verso Podemos (peraltro prodottasi mentre lui era alla guida del partito). Pericoloso non tanto per i segnali di intesa che lancia a Pablo Iglesias, suggerendo la possibilità di un’alleanza delle sinistre contro Rajoy, ma soprattutto in quanto considerato promotore di una “podemizzazione” del PSOE che la dirigenza socialista considera nefasta: tra la copia e l’originale, il votante sceglierebbe sempre quest’ultima.</p>
<p><strong>In tale scenario di contrapposizione tra “sanchisti” e “susanisti”</strong> non sembra prendere piede l’ipotesi della cosiddetta “terza via” incarnata dall’ex Presidente del Congresso Patxi Lopez. Egli si propone quale soluzione conciliatoria e di consenso, laddove una vittoria di Sánchez comporterebbe probabilmente una “purga” interna senza precedenti e una vittoria della Díaz potrebbe significare una fuga di militanti. Lopez non appare tuttavia in grado di “scaldare gli animi” e sono in molti a credere che, ad un certo punto, finirà per ritirarsi ed appoggiare Susana Díaz.</p>
<p><strong>Se certamente è una buona notizia che i militanti socialisti spagnoli</strong> possano scegliere tra più candidati, preoccupa l’elevato grado di polarizzazione e personalizzazione della campagna, che rischia peraltro di far passare in secondo piano la “battaglia delle idee”. Dopotutto di qui a due mesi il PSOE non sceglie solo una nuova leadership, ma anche un nuovo “progetto di partito”, che dovrà essere frutto di una riflessione politica ed ideologica e che possa essere capace di recuperare soprattutto il voto giovane ed urbano. Dal 2008, infatti, il Partito Socialista spagnolo ha perso 6 milioni di voti ed è diventato sempre più espressione di un voto rurale e concentrato nelle fasce d’età più alte: una discesa che ha raggiunto il suo minimo storico nel giugno 2016 (22,6% e 85 seggi), ma che è iniziata ben prima dell’era Sánchez e prima dell’arrivo di Podemos, il cui successo (appena 400.000 voti in meno del PSOE) va letto più come una conseguenza che come una causa della crisi dei partiti tradizionali.</p>
<p><strong>Il nuovo progetto di PSOE dovrà vertere attorno a tre assi:</strong> 1) le politiche; 2) l’organizzazione di partito; 3) la strategia di alleanze. Il primo punto significa riuscire a dare risposte alle questioni di interesse per i cittadini, quali la crescente diseguaglianza e il precariato nel lavoro, il modello pensionistico, la riforma dell’educazione o il ruolo dell’economia digitale. Sul secondo aspetto Sánchez punta a sedurre la militanza con un progetto di partito “aperto”, con un accresciuto ruolo partecipativo degli iscritti. Ma è soprattutto sulla strategia di alleanze che – nel nuovo scenario pluripartitico spagnolo – si plasmerà il futuro del PSOE. Non solo con riferimento a Podemos, ma anche per quanto riguarda la relazione con il Partito Popolare.</p>
<p><strong>Non vi è dubbio che quest’ultimo parteggi per Susana Díaz,</strong> che considera più istituzionale e dialogante. Del resto la leader andalusa, pur cosciente che un eccessivo avvicinamento al PP potrebbe avere in futuro un costo elettorale elevato, sa bene di non potersi permettere di tornare alle urne a breve. E sa anche che, nel dialogo con il Governo, deve tener in conto le esigenze dei Presidenti di Regione socialisti (che la appoggiano). Quanto ad ipotetiche alleanze a sinistra, la Díaz ha dichiarato di volere un partito “capace di chiudere accordi con altre forze politiche ma senza imitarle”, con allusione alla strategia sanchista di avvicinamento a Podemos. La lideresa sembra piuttosto credere che un consolidamento del partito nel suo spazio tradizionale di centro-sinistra, con un forte ancoraggio ai valori tradizionali del socialismo, possa risultare vincitore rispetto a un Podemos che, intrappolato in uno “stato di agitazione permanente”, non sembra capace di maturare per convertirsi in una forza in grado di promuovere il cambiamento a partire dalle istituzioni.</p>
<p><strong>Resta da vedere se una figura tanto erede della “vecchia scuola” socialista</strong> sia la più idonea per recuperare il voto giovane e a tener testa a Podemos nelle grandi città. Di certo per il momento Susana Díaz è riuscita a riunificare attorno a sé il partito, ma con il rischio che questa esibizione di forza dell’apparato finisca per rivelarsi un boomerang e produrre sulla militanza un effetto contrario di rigetto. I sondaggi interni la danno in vantaggio, anche se Sánchez sta dimostrando una buona capacità di mobilitazione, a giudicare dal numero di militanti che affollano i suoi interventi pubblici. Se si tratti solo di una minoranza chiassosa lo si vedrà il 21 maggio.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>E.H.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/560/">Di che cosa ha paura il Partito Socialista spagnolo?</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.mondodem.it/560/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>
