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	<title>Annalisa Perteghella, Autore presso MondoDem</title>
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	<description>Laboratorio di Politica Internazionale</description>
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	<title>Annalisa Perteghella, Autore presso MondoDem</title>
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		<title>Transizione energetica nel Mediterraneo: sfide e opportunità per la cooperazione italo-tedesca</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Annalisa Perteghella]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 08 May 2022 08:13:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Grande Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Policy brief]]></category>
		<category><![CDATA[Clima]]></category>
		<category><![CDATA[energia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Questo policy paper è stato scritto nel contesto di un workshop tenutosi a Roma il 5 maggio 2022,&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/2961/">Transizione energetica nel Mediterraneo: sfide e opportunità per la cooperazione italo-tedesca</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>Questo policy paper è stato scritto nel contesto di un <a href="https://www.mondodem.it/2957/">workshop</a> tenutosi a Roma il 5 maggio 2022, in collaborazione con la Friedrich Ebert Stuftung Italia. Scaricalo in formato pdf <a href="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2022/05/Transizione-nel-Med.pdf">qui</a>.</em></p>



<p class="has-drop-cap">La regione del Mediterraneo è un hotspot del cambiamento climatico<a href="#_ftn1" id="_ftnref1">[1]</a>. Questo nonostante la regione abbia contribuito solamente al 3% delle emissioni globali dal 1850 a oggi. Mentre i paesi europei hanno cominciato a ridurre le proprie emissioni nette a partire dal 1990, per i paesi della sponda sud ed est del Mediterraneo questo è il periodo in cui le emissioni sono più che raddoppiate rispetto al periodo precedente, raggiungendo quasi il livello europeo<a href="#_ftn2" id="_ftnref2">[2]</a>. Il fenomeno del cambiamento climatico è ampiamente visibile nella regione. A oggi, circa il 40% della popolazione è stata esposta a siccità o eventi estremi riconducibili al cambiamento climatico<a href="#_ftn3" id="_ftnref3">[3]</a>. Nel corso del 2020, diversi paesi tra cui Libano e Sudan sono stati colpiti da alluvioni e inondamenti, mentre ondate di calore e incendi si sono verificati in Libano, Giordania, Siria, Iraq, Algeria. Nel 2021, l’intera regione compresa tra l’Iran e il Medio Oriente è stata colpita da una violenta ondata di calore che ha portato a temperature record fino a 52°C, di circa sette gradi più elevate della media stagionale nella regione. Temperature simili sono state raggiunte nello stesso periodo anche nella città di Siracusa, in Sicilia, a testimonianza di quanto sponda nord e sponda sud del Mediterraneo siano già oggi ampiamente interconnesse anche dal punto di vista climatico, e di quanto i destini delle due regioni siano inestricabilmente legati.</p>



<p>In assenza di adeguate politiche di mitigazione – ovvero di taglio delle emissioni – il fenomeno del cambiamento climatico è destinato a intensificarsi. Sebbene sia molto difficile fare previsioni in questo campo, modelli e strumenti scientifici sempre più sofisticati consentono di formulare stime su aumento delle temperature e diminuzione delle precipitazioni, così come su fenomeni collegati quali innalzamento del livello dei mari, scarsità idrica e perdita di biodiversità. Gli scienziati dell’IPCC, il gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico, hanno elaborato diversi scenari circa gli impatti del cambiamento climatico, ciascuno dipendente dal tipo e dall’intensità delle politiche di mitigazione messe in atto. In tutti gli scenari tracciati dall’IPCC, a prescindere dalle politiche di mitigazione implementate, la regione del Mediterraneo è destinata a subire un aumento delle temperature di circa 2°C tra il 2021 e il 2039<a href="#_ftn4" id="_ftnref4">[4]</a>. Ciò perché gli effetti positivi delle politiche di mitigazione non si dispiegano nell’immediato, ma solamente in un secondo momento, dal 2039 in avanti. Quello che accade oltre questa data dipende invece dalle politiche che verranno messe in atto fin da oggi. La mancanza o la scarsità di azione sul fronte del cambiamento climatico – propria dei paesi industrializzati così come dei paesi in via di sviluppo – deriva proprio da questo lag tra azioni di policy e conseguenze: il cambiamento climatico non è in cima all’agenda dei policymaker mondiali perché percepito come un problema meno urgente rispetto alle molte altre questioni che si pongono alla loro attenzione. È invece fondamentale agire nel presente allo scopo di evitare maggiori danni nel futuro.</p>



<p>A seconda delle politiche messe in atto oggi, la regione è infatti destinata a conoscere nel 2059 un aumento delle temperature che varia tra i +2°C (in caso di implementazione di politiche di mitigazione molto stringenti) e i +4°C (nello scenario “business as usual”, ovvero mancanza di politiche di mitigazione)<a href="#_ftn5" id="_ftnref5">[5]</a>. Quest’ultimo scenario comporterebbe un aumento delle giornate con temperature superiori ai 35°C, con punte di 47°C, non solo nei mesi estivi ma a partire da aprile fino a ottobre; sulla regione si abbatterebbero poi ondate di calore di maggiore durata e intensità, con punte di 56°C<a href="#_ftn6" id="_ftnref6">[6]</a>.</p>



<p>L’aumento delle temperature dà origine a conseguenze a catena, su più livelli: se ad un primo livello esso comporta una ridotta disponibilità di risorse idriche, quest’ultima ha a sua volta effetti su agricoltura e sicurezza alimentare; a loro volta, le ridotte possibilità di sostentamento in contesti agricoli, così come l’aumento dei prezzi delle materie prime alimentari, possono dare origine a rivolte sociali e portare così a instabilità politica, che a sua volta può dare origine a fenomeni migratori o proliferazione della violenza e nascita di movimenti terroristici. Allo stesso modo, se ad un primo livello il cambiamento climatico comporta l’innalzamento del livello dei mari, nelle regioni costiere interessate, specie se densamente abitate come la città di Alessandria in Egitto o Tunisi in Tunisia, si avranno migrazioni interne e perdite nel settore del turismo; ancora una volta questi fenomeni possono dare origine a instabilità socio-economica e alle relative conseguenze. Proprio per questa capacità di generare effetti a cascata, il cambiamento climatico è ritenuto essere un “moltiplicatore delle minacce”<a href="#_ftn7" id="_ftnref7">[7]</a>. Va dunque da sé che per scongiurare gli effetti negativi a valle, è necessario agire a monte cercando di arginare il fenomeno e ridurne le conseguenze negative.</p>



<h4 id="il-nesso-clima-energia" class="wp-block-heading">Il nesso clima-energia</h4>



<p>Insieme agli impatti del cambiamento climatico, la scienza permette oggi di stabilire un nesso molto stretto tra cambiamento climatico e politiche energetiche, a partire dal riconoscimento della responsabilità del settore dell’energia nel produrre emissioni che alterano gli equilibri climatici. Dal momento che ai combustibili fossili è attribuito il maggiore ruolo nella produzione di emissioni (l’89% delle emissioni di CO<sub>2 </sub>nel 2018), gli sforzi dei paesi industrializzati si sono concentrati sulla ricerca di fonti energetiche alternative e sulla decarbonizzazione delle proprie economie. Con il Green Deal , l’UE intende ridurre le proprie importazioni di petrolio del 23-25% al 2030 e del 78-79% al 2050, rispetto ai livelli del 2015. Allo stesso modo, le importazioni di gas naturale caleranno del 13-19% al 2030 e del 58-67%<a href="#_ftn8" id="_ftnref8">[8]</a>. Questi target, formulati dall’Ue nel 2019, non tengono chiaramente conto dell’accelerazione imposta dall’attuale crisi nei rapporti con la Russia. Sebbene manchino ancora stime ufficiali, per quanto riguarda il gas si prevede una diminuzione delle importazioni molto più consistente e repentina.</p>



<p>La riduzione delle importazioni di combustibili fossili è destinata a trasformare le relazioni dell’Unione europea e dei suoi paesi membri con i paesi produttori ed esportatori: paesi come Libia, Algeria, paesi del Golfo e, in misura minore, Egitto, vedranno diminuire le proprie esportazioni di combustibili fossili verso l’UE, e con esse la rendita economica derivante. Per questi paesi, dunque, la sfida che si prospetta è duplice: sviluppare fonti di energia alternative per alimentare le proprie economie senza precluderne la crescita, e trovare nuove fonti di introiti per sostenere la spesa pubblica. La risposta ad entrambe queste sfide passa dalla diversificazione delle proprie economie e dalla transizione ecologica. La risposta al cambiamento climatico non è limitata dunque alle sole politiche in questo settore. La sfida, piuttosto, è molteplice e riguarda il piano economico, così come quello sociale e politico. Sostenendo la transizione energetica nei paesi del Mediterraneo, l’Unione europea e i suoi paesi membri possono dunque contribuire a ridisegnare le traiettorie di sviluppo economico e sociale nella regione in senso più inclusivo, con ricadute positive sulla stabilità politica e sui processi democratici.</p>



<p>Tutti i paesi della regione hanno firmato l’accordo di Parigi, e tutti lo hanno ratificato a esclusione di Libia, Yemen e Iran. Come richiesto dall’accordo, i paesi firmatari si sono dati dei target di riduzione delle emissioni (Nationally Determined Contributions, NDCs), distinguendoli in condizionali e non condizionali. Mentre il raggiungimento dei primi è subordinato al sostegno economico-finanziario internazionale, gli impegni non condizionali non sono subordinati ad alcunché, se non alla volontà politica del paese firmatario. Considerati il limitato spazio fiscale dei paesi della regione e la limitatezza delle risorse economiche a disposizione (con l’eccezione dei paesi del Golfo), la maggior parte degli impegni ricade nella prima categoria. Allo stato attuale, tuttavia, solamente il Marocco risulta in linea con i propri impegni di riduzione delle emissioni. Il sostegno della comunità internazionale, e in particolar modo dell’Unione europea, alla transizione nella regione appare dunque fondamentale.</p>



<h4 id="le-ripercussioni-della-guerra-in-ucraina-rischi-e-opportunita-per-la-transizione-ecologica-nel-mediterraneo" class="wp-block-heading">Le ripercussioni della guerra in Ucraina: rischi e opportunità per la transizione ecologica nel Mediterraneo</h4>



<p>L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia ha dato avvio a diverse dinamiche, che hanno visto l’Unione europea acquisire quella dimensione geopolitica che la commissione Von der Leyen aveva indicato nel 2019&nbsp; tra le proprie ambizioni e priorità. Elemento fondamentale del nuovo calcolo strategico europeo è la dimensione della sicurezza energetica, strettamente legata alla volontà di ridurre e, in prospettiva, azzerare la propria dipendenza dalla Federazione russa. Il concetto di sicurezza energetica, che già negli anni scorsi era stato oggetto di una revisione tesa a includere non solo la sicurezza degli approvvigionamenti di risorse energetiche ma anche quella di materiali critici, così come la resilienza delle catene del valore, è oggi destinato a mutare ulteriormente in conseguenza della rottura delle relazioni con la Russia. La nuova Strategia internazionale per l’energia, che verrà presentata il prossimo 18 maggio dalla Commissione europea, includerà la ridefinizione di tale concetto, così come le linee guida per l’engagement globale dell’Unione europea e dei suoi paesi membri sul fronte dell’energia. Insieme alla Strategia, verrà presentata anche la forma finale del piano di azione REPowerEU introdotto lo scorso 8 marzo come risposta immediata all’esigenza di ridurre la dipendenza europea dalla Russia<a href="#_ftn9" id="_ftnref9">[9]</a>. Il piano introduce una strategia basata su due pilastri: la diversificazione degli approvvigionamenti in modo da diminuire e, al 2030, azzerare la dipendenza dalla Russia, e l’accelerazione su sviluppo di rinnovabili ed efficienza energetica, in modo da diminuire la dipendenza europea dai combustibili fossili.</p>



<p>La regione del Mediterraneo riveste un ruolo fondamentale nell’implementazione del piano REPowerEU. Da un lato, paesi come Algeria ed Egitto, che già ricoprono il ruolo di esportatori di gas verso l’UE, vengono considerati fondamentali per la diversificazione delle forniture. Dall’altro, la regione viene considerata di particolare interesse per lo sviluppo di una partnership su rinnovabili e idrogeno verde. La serie di accordi conclusi dal governo italiano e da ENI in Algeria ed Egitto sembrano confermare il ruolo di questi due paesi come esportatori chiave. Tuttavia, dalle scelte prese in questo particolare frangente dipende la traiettoria futura della transizione energetica nella regione, e con essa lo scenario futuro relativo al cambiamento climatico.</p>



<p>Guardando all’Algeria e al quadrante del Mediterraneo occidentale, è possibile formulare alcune osservazioni. In primo luogo, la produzione algerina di gas naturale risulta stagnante da diversi anni: per aumentarla sensibilmente sarebbero stati – e sarebbero tutt’oggi – necessari ingenti investimenti<a href="#_ftn10" id="_ftnref10">[10]</a>. Negli anni passati, tuttavia, nessuna major occidentale era pronta ad attuare questi investimenti, in parte per la scarsa redditività del settore oil&amp;gas algerino, in parte perché non in linea con gli obiettivi di decarbonizzazione e con la decisione europea di non finanziare più progetti nel settore dei combustibili fossili. In secondo luogo, un’ampia parte della produzione algerina è destinata a coprire la domanda interna, in crescita. Unendo dunque una produzione stagnante e una domanda interna in crescita, si ottiene uno spazio limitato di crescita delle esportazioni. I 9 bcm aggiuntivi di gas naturale al 2024 ottenuti dall’Italia con l’accordo dello scorso 11 aprile derivano dalle esportazioni “risparmiate” dal governo algerino dopo la chiusura del gasdotto Maghreb-Europe che univa l’Algeria alla Spagna attraverso il Marocco. La rottura delle relazioni con il Marocco decisa dall’Algeria nel novembre 2021 – il culmine di relazioni tese da decenni – ha portato alla chiusura da parte di Algeri del tratto che collega Algeria e Marocco. Sebbene l’Algeria abbia in un primo momento garantito alla Spagna la continuità degli approvvigionamenti, la decisione da parte del governo Sanchez di assecondare la posizione marocchina nella disputa sul Sahara occidentale che oppone Algeri e Rabat ha indispettito la leadership algerina, che ha minacciato Madrid dapprima di aumentare il prezzo del gas, e in un secondo momento di interrompere in toto le forniture. Sebbene la Spagna sia dotata di ampia capacità di rigassificazione e possa dunque ricevere e stoccare le esportazioni statunitensi di LNG aggiuntive che Washington si è impegnata a consegnare, la fornitura di gas incontra però un collo di bottiglia quando raggiunge i Pirenei, per via della scarsa capacità esistente di connessione tra Spagna e Francia. A meno di nuovi investimenti in questo settore, Madrid non può dunque contribuire in maniera significativa alla sicurezza energetica europea. Inoltre, le vicissitudini tra Spagna e Algeria ci ricordano quanto i paesi europei siano vulnerabili alle richieste arbitrarie dei paesi produttori.</p>



<p>Per quanto riguarda invece l’Egitto e il quadrante del Mediterraneo orientale, la crisi recente e la ricerca europea di forniture alternative ha riacceso le speranze del Cairo di diventare l’hub regionale per l’esportazione del gas naturale. Allo stato attuale, però, la capacità di esportazione egiziana è pari solamente a 12,2 bcm: questo in parte perché, come in Algeria, la maggior parte della produzione è destinata a coprire il fabbisogno interno, ma soprattutto perché questa è la quantità processabile dai due impianti LNG di Damietta e Idku. L’obiettivo egiziano è quello di esportare tramite i propri impianti anche gas proveniente da altri giacimenti sottomarini nel Mediterraneo orientale, appartenenti ad altri paesi. Già oggi Il Cairo esporta gas israeliano proveniente dai giacimenti Leviathan e Tamar, e in prospettiva, intende diventare export hub anche per i giacimenti ciprioti di Aphrodite. In questo contesto, è tornato al centro del dibattito il gasdotto EastMed che, collegando Israele, Cipro, l’isola greca di Creta e – tramite l’estensione Poseidon – l’Italia, permetterebbe di aumentare i flussi diretti in Europa. La costruzione di EastMed, tuttavia, è stata finora rimandata per via della scarsa viabilità economica e commerciale del progetto, oltre che delle tensioni geopolitiche a cui darebbe adito. L’entità modesta dei giacimenti non giustificherebbe infatti costi decisamente elevati (6 miliardi di euro) a fronte di prezzi del gas fino agli scorsi mesi molto bassi e della diminuzione della domanda di gas prevista dagli obiettivi europei di decarbonizzazione. Inoltre, il gasdotto escluderebbe la Turchia, che ha infatti in passato intrapreso azioni ostili per rivendicare la propria sovranità su determinate porzioni di acque territoriali contese a Cipro, e il proprio diritto a essere parte della grande partita del gas nel Mediterraneo orientale.</p>



<p>Tanto per il caso algerino quanto per quello egiziano, la decisione più importante che i paesi europei sono chiamati a prendere oggi è quale tipo di futuro vogliano disegnare per la regione, ovvero su che cosa vogliano investire. In un editoriale congiunto (tradotto in italiano il 3 maggio sul quotidiano La Repubblica<a href="#_ftn11" id="_ftnref11">[11]</a>), l’Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza UE Josep Borrell e il presidente della Banca Europea degli Investimenti&nbsp; Werner Hoyer prendono una posizione molto netta: “la ricerca di fornitori di gas naturali diversi — per quanto necessaria nel breve periodo — non deve rinchiuderci in una nuova dipendenza a lungo termine, con grossi investimenti in infrastrutture per il trasporto di combustibili fossili. Questo sarebbe oneroso, catastrofico per il pianeta e alla fine dei conti inutile, viste le opzioni più rispettose del clima che sono disponibili”. L’editoriale prosegue con l’impegno da parte della BEI a sostenere, da oggi al 2030, 1 miliardo di euro di investimenti in progetti climatici e sostenibilità ambientale: “l’Unione Europea è pronta a sostenere la comunità internazionale nello sforzo di mettere fine alla dipendenza dai combustibili fossili.” Se dunque la situazione attuale fa sorgere il rischio di rallentare (ulteriormente) la transizione ecologica nel Mediterraneo attraverso nuovi investimenti nel settore fossile, dall’altra essa apre l’opportunità di accelerare l’azione in questo senso, attraverso investimenti mirati allo sviluppo delle enormi potenzialità di energia rinnovabile offerte dalla regione.</p>



<p>Sulla base di queste considerazioni, Italia e Germania dovrebbero agire in maniera congiunta per adottare le seguenti indicazioni di policy:</p>



<p>Assumere la leadership a livello UE nella costruzione di partnership per la giusta transizione (“Just Energy Transition Partnerships”, o JETPs) nei paesi esportatori di combustibili fossili, a partire da Algeria ed Egitto. Su modello della partnership offerta al Sudafrica per la transizione dal carbone all’energia pulita in occasione della COP26 di Glasgow, Italia e Germania dovrebbero guidare la costruzione di una simile piattaforma per la transizione dal gas alle rinnovabili nei paesi del Mediterraneo. L’Italia, forte della propria storica proiezione nella regione, potrebbe avviare il dialogo con i paesi della sponda sud del Mediterraneo in questo senso, mentre la Germania, come presidente del G7, potrebbe guidare la costruzione del consenso necessario a livello internazionale per la raccolta dei finanziamenti necessari.&nbsp;</p>



<p>Aumentare in maniera significativa gli interventi sul fronte dell’adattamento. Come dimostrano i rapporti IPCC, la regione del Mediterraneo è destinata a risentire significativamente degli impatti del cambiamento climatico da qui al 2039 a prescindere dalle politiche di mitigazione messe in atto da oggi in avanti. Per questo motivo, è necessario affiancare a stringenti politiche di riduzione delle emissioni anche un ampio supporto ad azioni di adattamento e costruzione di resilienza, come ad esempio la costruzione di barriere architettoniche per la protezione delle aree costiere dagli allagamenti, l’adozione di metodi di irrigazione a goccia, la costruzione di abitazioni anfibie e di sistemi di allarme precoce (“early-warning mechanisms”).</p>



<p>Agire in modo unitario in ambito europeo per supportare progetti infrastrutturali green. Anziché investire in nuove infrastrutture per il trasporto di combustibili fossili come il gasdotto EastMed, Italia e Germania dovrebbero agire in maniera congiunta per lo sviluppo delle interconnessioni elettriche, in particolar modo l’Euro-Asia Interconnector e l’Euro-Africa Interconnector. A differenza delle infrastrutture fossili, infatti, questo tipo di interconnessioni non è destinata a divenire stranded asset e, al contrario, incentiva lo sviluppo di rinnovabili per la produzione di elettricità. L’interconnessione delle reti elettriche presenta al contempo un’importante dimensione geopolitica: connettere l’area Mediterranea alla rete elettrica europea, e dunque ai suoi standard, ha infatti una notevole valenza strategica, specialmente a fronte della crescente competizione cinese in questo settore. Oltre a connettere la rete elettrica mediterranea a quella elettrica, è necessario aumentare gli sforzi per l’integrazione della rete elettrica regionale. In questo modo, sarà possibile tra le altre cose ovviare ai cronici problemi di mancanza di elettricità nelle ore di punta sfruttando i diversi fusi orari.</p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<p><a href="#_ftnref1" id="_ftn1">[1]</a> Tuel, A and Eltahir, EAB. 2020. &#8220;Why Is the Mediterranean a Climate Change Hot Spot?.&#8221; Journal of Climate, 33 (14)</p>



<p><a href="#_ftnref2" id="_ftn2">[2]</a> Co2 emissions (kt), Middle East &amp; North Africa, European Union, World Bank (https://data.worldbank.org/indicator/EN.ATM.CO2E.KT?locations=ZQ-EU)</p>



<p><a href="#_ftnref3" id="_ftn3">[3]</a> UNDP, Climate Change Adaptation in the Arab States – Best practices and lessons learned, Bangkok, 2018 (https://www.undp.org/publications/climate-change-adaptation-arab-states).</p>



<p><a href="#_ftnref4" id="_ftn4">[4]</a> Varela, R., Rodríguez-Díaz, L. and de Castro, M., ‘Persistent heat waves projected for Middle East and North Africa by the end of the 21st century’, Plos One, 2020 (https://journals.plos.org/plosone/article?id=10.1371/journal.pone.0242477).</p>



<p><a href="#_ftnref5" id="_ftn5">[5]</a> World Bank, Climate Change Knowledge Portal, Middle East and North Africa, projections.</p>



<p><a href="#_ftnref6" id="_ftn6">[6]</a> Zittis, G., ‘Business-as-usual will lead to super and ultra-extreme heatwaves in the Middle East and North Africa’, Nature, March 2021 (https://www.nature.com/articles/s41612-021-00178-7).</p>



<p><a href="#_ftnref7" id="_ftn7">[7]</a> Center for Naval Analyses, National Security and the Threat of Climate Change, Alexandria, VA, United States, 2007 (https://www.cna.org/cna_files/pdf/national%20security%20and%20the%20threat%20of%20climate%20change.pdf).</p>



<p><a href="#_ftnref8" id="_ftn8">[8]</a> Leonard, M., Pisani-Ferry, J., Shapiro, J., Tagliapietra, S., and Wolff, G., ‘The geopolitics of the European Green Deal’,</p>



<p>Policy Brief, European Council on Foreign Relations, 3 February 2021 (https://ecfr.eu/publication/the-geopolitics-of-theeuropean-green-deal/).</p>



<p><a href="#_ftnref9" id="_ftn9">[9]</a> REPowerEU: Joint European Action for more affordable, secure and sustainable energy, COM/2022/108 final, 8 marzo 2022 (<a href="https://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/?uri=COM%3A2022%3A108%3AFIN">https://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/?uri=COM%3A2022%3A108%3AFIN</a>)</p>



<p><a href="#_ftnref10" id="_ftn10">[10]</a> Fakir I., ‘Given capacity constraints, Algeria is no quick fix for Europe’s Russian gas concerns’, Middle East Institute, 8 marzo 2022 (<a href="https://www.mei.edu/publications/given-capacity-constraints-algeria-no-quick-fix-europes-russian-gas-concerns">https://www.mei.edu/publications/given-capacity-constraints-algeria-no-quick-fix-europes-russian-gas-concerns</a>)</p>



<p><a href="#_ftnref11" id="_ftn11">[11]</a> Borrell J., Hoyer W., ‘La via green alla sicurezza’, La Repubblica, 5 maggio 2022 (<a href="https://www.repubblica.it/commenti/2022/05/02/news/cosa_serve_alleuropa_per_unenergia_pulita_e_giusta-347833419/">https://www.repubblica.it/commenti/2022/05/02/news/cosa_serve_alleuropa_per_unenergia_pulita_e_giusta-347833419/</a>)</p>


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		<title>Sicurezza energetica e sicurezza climatica: la risposta all’aggressione russa richiede un nuovo paradigma</title>
		<link>https://www.mondodem.it/2909/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Annalisa Perteghella]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 22 Mar 2022 08:32:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Policy brief]]></category>
		<category><![CDATA[Clima]]></category>
		<category><![CDATA[energia]]></category>
		<category><![CDATA[sicurezza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Lo scorso 26 febbraio, mentre l’attenzione del mondo era comprensibilmente concentrata su quanto sta accadendo in Ucraina, l’IPCC&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/2909/">Sicurezza energetica e sicurezza climatica: la risposta all’aggressione russa richiede un nuovo paradigma</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Lo scorso 26 febbraio, mentre l’attenzione del mondo era comprensibilmente concentrata su quanto sta accadendo in Ucraina, l’IPCC – il panel scientifico ONU sul cambiamento climatico –  presentava le conclusioni del rapporto sugli impatti del cambiamento climatico. Il Rapporto “Climate change 2022: Impatti, adattamento e vulnerabilità” dimostra come gli eventi estremi legati al cambiamento climatico stiano accadendo con frequenza maggiore e in maniera più rapida rispetto a quanto ci si aspettasse dai precedenti studi, e che gli impatti sono più devastanti di quanto previsto, tanto da superare le fragili misure messe in campo finora per contenerli. Tradotto in altre parole: non c’è più tempo da perdere. Occorre agire fin da subito tanto sul fronte della mitigazione, cioè della riduzione delle emissioni, quanto su quello dell’adattamento, cioè della costruzione di resilienza agli impatti del cambiamento climatico. Soprattutto, ciò significa che gli impegni climatici, e su tutti l’impegno a mantenere l’innalzamento della temperatura entro 1,5°C, non sono negoziabili, né rimandabili. Ogni frazione di grado superiore mette infatti a rischio non solo la sicurezza dell’ambiente in cui viviamo, ma la stessa sicurezza umana.</p>



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<p>Per sicurezza umana si intende la sicurezza dell’essere umano in tutte le sue dimensioni: alimentare, idrica, salute fisica e mentale, sociale, economica e ambientale. Perché il cambiamento climatico mette a rischio tutte queste dimensioni? Perché, come riconoscono scienziati e analisti ormai da tempo, esso agisce come&nbsp; un potentissimo “moltiplicatore della minaccia”: pensate a una minaccia qualsiasi, il cambiamento climatico la aumenta e la rende più intensa. Non è infatti un rischio tra i tanti, ma è il rischio che ha la capacità di impattare su diverse dimensioni – sviluppo, salute, sicurezza, migrazioni – generando effetti a cascata, dal potenziale dirompente. Aumento delle temperature, ondate di calore sempre più frequenti, alterazioni nel ciclo delle precipitazioni sono alla base di fenomeni quali desertificazione e insicurezza idrica; quest’ultima a sua volta mette a repentaglio la sicurezza alimentare, che può causare insicurezza socio-economica. Quest’ultima poi aumenta il rischio di instabilità politica e geopolitica, che potrebbe sfociare in conflitti e conseguenti fenomeni migratori. Lo abbiamo visto accadere nel decennio scorso, quando le rivolte per il pane in contesti fortemente autoritari quali i paesi di Medio Oriente e Nord Africa sono state tra i fattori all’origine delle cosiddette Primavere arabe, poi sfociate in rivoluzioni, restaurazioni violente e, in alcuni casi, guerre civili tutt’oggi in corso. Le Primavere arabe e l’instabilità che ne è conseguita sono state anche alla base di ingenti flussi migratori diretti verso l’Europa, dove sono stati strumentalizzati da partiti politici populisti e sovranisti che hanno utilizzato l’emergenza per avanzare la propria agenda di arretramento democratico.</p>



<p>Il rapporto IPCC rivela come, se non si agisce in maniera tempestiva, eventi climatici estremi quali ondate di calore, tempeste, siccità e inondazioni rischiano di avere conseguenze nefaste sulla sicurezza umana, con effetti a cascata sul piano geopolitico.&nbsp; Ma il nesso tra sicurezza umana e rischio geopolitico è valido anche in senso inverso: lo vediamo in questi giorni proprio nella crisi ucraina. Da Russia e Ucraina dipende circa un quarto delle esportazioni mondiali di grano. L’Ucraina è il maggior paese europeo per terra coltivabile, il primo esportatore di girasoli e prodotti derivati, l’ottavo esportatore mondiale di grano. È talmente centrale per il mercato alimentare mondiale che proprio un anno di cattivo raccolto in questo paese, nel 2010, dette origine a quell’aumento dei prezzi alla base delle Primavere arabe.</p>



<p>La guerra tra Russia e Ucraina avviene in un momento in cui il mercato alimentare mondiale è già sotto stress: i prezzi sono ai livelli massimi dal 2011 per effetto di una serie di cattivi raccolti, e i paesi più vulnerabili allo shock sono proprio i paesi in via di sviluppo. Dei 14 paesi per i quali il grano ucraino rappresenta un import essenziale, circa la metà soffre di insicurezza alimentare severa, inclusi Libano e Yemen, due paesi attualmente in situazione di emergenza umanitaria.</p>



<p>Ma se le sfide sono collegate, lo sono anche le risposte. La risposta all’aggressione russa e la risposta alla crisi climatica passano entrambe da una riduzione della dipendenza dai combustibili fossili. L’esigenza di ridurre le importazioni di gas russo è ormai riconosciuta a livello europeo, in parte per non alimentare le casse di un regime che si sta rendendo responsabile di un’aggressione contraria alle leggi del diritto internazionale, in parte per emanciparsi dalla strumentalizzazione dell’arma energetica da parte di Mosca, che già da alcuni mesi sta agendo per mantenere il prezzo del gas a livelli record.</p>



<p>Ma lo shock attuale deve essere utilizzato non come semplice spinta alla diversificazione degli approvvigionamenti, bensì come spinta per un’accelerazione verso un nuovo modello di sviluppo. Un modello basato su fonti di energia rinnovabile come base di un nuovo patto sociale in quei paesi in cui la rendita da fonti fossili alimenta sistemi autoritari; un modello basato non più su relazioni di dipendenza tra stati ma di interdipendenza e cooperazione, slegati dalla logica di accaparramento delle risorse che ha accompagnato lo sfruttamento delle fonti fossili. È per questo che, nella disperata ricerca di fonti di energia alternative al gas russo di questi giorni, occorre tenere presente che il gas da fornitori alternativi rappresenta una soluzione per tamponare l’emergenza, ma non può rappresentare una scelta di lungo periodo. In particolare, preoccupa la frenetica ricerca di fornitori alternativi tra i paesi del Mediterraneo, tra cui l’Algeria, dove si è recato in visita il ministro degli Esteri Di Maio lo scorso 28 febbraio. A seguito della visita, la Farnesina ha annunciato di essere pronta a una nuova cooperazione energetica con l’Algeria “sul breve, medio e lungo periodo”.&nbsp; È proprio quest’ultima parte a destare preoccupazione: la cooperazione energetica sul medio e lungo periodo con l’Algeria dovrebbe essere incentrata su un sostegno alla giusta transizione nel paese; una gestione ordinata della transizione energetica in linea con gli imperativi della giustizia climatica, e da cui discenda auspicabilmente un nuovo patto sociale, non più basato sul compromesso autoritario tipico dei paesi dipendenti dalla rendita da oil&amp;gas. Al contrario, il rafforzamento dell’attuale relazione basata sull’estrazione e lo sfruttamento delle risorse appare pericoloso per almeno due motivi: si ritarda la transizione ecologica del paese, che dovrebbe invece cominciare oggi stesso data l’elevata fragilità climatica non solo dell’Algeria ma dell’intera regione mediterranea, un vero e proprio hub del cambiamento climatico. In secondo luogo, si sostituisce una dipendenza con un’altra dipendenza, non tenendo conto del fatto che, nonostante l’apparente stabilità, l’Algeria è un paese molto fragile, oggi ancora più esposto al rischio di una nuova Primavera araba insieme ad altri paesi della regione Mena proprio a causa dei segnali allarmanti che vengono dai mercati alimentari mondiali. Dal momento che il processo di transizione ecologica, soprattutto nei paesi dipendenti dagli idrocarburi, richiede tempo e risorse, occorre cominciare a investirvi fin da oggi.&nbsp;</p>



<p>Se dunque in questi giorni l’attenzione e il dibattito sono concentrati, a ragione, sulla guerra in Ucraina, ciò non deve distogliere l’attenzione dai profondi rischi per la sicurezza umana che incombono a causa del cambiamento climatico. Non si tratta di scegliere ciò che è prioritario, o di derubricare l’azione climatica come non altrettanto urgente rispetto alla situazione in Ucraina. Sicurezza climatica e geopolitica sono infatti profondamente interconnesse. Ci attendono inoltre mesi impegnativi sul fronte economico, a causa della guerra. L’azione climatica potrebbe dunque venire percepita come poco urgente rispetto agli imperativi della crescita economica a ogni costo. Ma agire con urgenza sul fronte climatico non significa sposare il paradigma della decrescita felice: significa lavorare incessantemente per la costruzione di un nuovo modello di sviluppo che affianchi crescita economica e tutela del pianeta; una crescita economica che sia per tutti, equamente distribuita, fuori dalle logiche del profitto a ogni costo; una crescita economica, insomma, che rimetta al centro l’umano e i suoi diritti. Ci attendono mesi impegnativi e trasformativi: occorre agire perché dalla crisi emerga un sistema diverso, un sistema che rimetta al centro la sicurezza umana.&nbsp;</p>



<p><strong>Di seguito si individuano alcune indicazioni di policy che dovrebbero guidare l’azione del governo nei prossimi mesi:</strong></p>



<p>Nella ricerca di fornitori alternativi alla Russia, è necessario <strong>compiere un’attenta analisi costi-benefici </strong>dell’opportunità di stipulare nuovi accordi di fornitura di fonti fossili rispetto al formulare investimenti nella transizione ecologica degli stessi paesi. Se nel breve periodo infatti nuove forniture di gas e petrolio sono necessarie per compensare le minori importazioni dalla Russia, sul medio e lungo periodo anche la formulazione di partnership sull’energia deve essere guidata dal principio dell’accelerazione sullo sviluppo di rinnovabili ed efficienza energetica che emerge dalla nuova strategia europea RePowerEU. Durante l’ultimo meeting dei paesi esportatori di gas, tenutosi a fine febbraio in Qatar, questi hanno sottolineato come il riorientamento delle loro forniture verso l’Europa richieda massicci investimenti in infrastrutture e contratti a lungo termine: questi investimenti sono però incompatibili con gli obiettivi di azione climatica sottoscritti dai paesi firmatari dell’accordo di Parigi, e rischiano pertanto di divenire stranded assets.</p>



<p>Nella creazione di nuove partnership energetiche con i paesi del Mediterraneo e dell’Africa, <strong>delineare strategie di lungo periodo che portino a una giusta transizione,</strong> e non blocchino né questi paesi né l’Italia in relazioni di dipendenza dai combustibili fossili. Le nuove partnership devono dunque includere oltre a un aumento delle forniture di combustibili fossili nel breve periodo, anche una strategia per il medio e lungo periodo che possa portare questi paesi a dispiegare l’enorme potenziale di sviluppo di rinnovabili. Il loro utilizzo deve avvenire in maniera primaria per lo sviluppo economico in loco, necessario alla stabilità politica, e in maniera secondaria per l’esportazione verso l’Europa. A livello di infrastrutture, ciò significa prediligere la costruzione di interconnessioni elettriche in grado di supportare nel breve periodo il gas e nel medio-lungo l’elettricità prodotta da rinnovabili, anziché gasdotti. </p>



<p><strong>Dare massima trasparenza ai contenuti delle intese</strong> e dei nuovo accordi siglati durante le missioni del ministro Di Maio in Algeria, Qatar, Angola, Repubblica Democratica del Congo, così come alle nuove intese che verranno siglate nelle prossime settimane. In questo momento, cittadini e imprese pagano il prezzo più alto della crisi energetica in atto: è loro diritto dunque essere pienamente informati delle scelte politiche alla base così come dei termini economici delle nuove partnership energetiche dell’Italia.</p>


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		<title>Il caso Fremm: l&#8217;Italia di fronte al dilemma della sicurezza</title>
		<link>https://www.mondodem.it/2083/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Annalisa Perteghella]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Jun 2020 18:13:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Grande Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Egitto]]></category>
		<category><![CDATA[fremm]]></category>
		<category><![CDATA[Mediterraneo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Non si ravvisa una motivazione strategica dietro la decisione di procedere con la fornitura di due fregate Fremm&#8230;</p>
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<p class="has-drop-cap">Non si ravvisa una motivazione strategica dietro la decisione di procedere con la fornitura di due fregate Fremm all’Egitto. Nonostante i difensori dell’operazione l’abbiano presentata come un successo commerciale, essa appare come un successo decisamente di corto periodo.</p>



<p>Non è, come invece è stata dipinta, un’operazione a tutela del nostro interesse nazionale: nel Mediterraneo è in corso ormai da qualche anno un pericoloso riarmo, che si accompagna al ritorno della politica di potenza e a un grave arretramento del multilateralismo. La Libia è il caso più esemplare. Non solo armare Il Cairo non tutela il nostro interesse nazionale, ma minaccia i nostri stessi obiettivi strategici: l’Egitto di al-Sisi, junior partner della coalizione a guida saudita-emiratina che dal 2011 guida l’asse di repressione delle istanze democratiche nate sull’onda della primavera araba, è schierato in Libia dalla parte di Haftar, dunque su una linea contraria agli interessi di Roma.</p>



<p>Anche sulla questione della Grand Ethiopian Renaissance Dam (nel cui progetto è impegnata l’italiana Salini Impregilo), che oppone Egitto e Etiopia, rafforzare Il Cairo non appare in linea con i numerosi interessi italiani non solo nel progetto ma nell’intero Corno d’Africa.</p>



<p>Non è dunque un’operazione, come pure è stato detto e scritto in sua difesa, che rafforza la pace e la sicurezza nel Mediterraneo. Contribuisce semmai a rafforzare quello che nelle relazioni internazionali viene definito il dilemma della sicurezza: quella situazione che si innesca nel sistema internazionale quando gli strumenti impiegati da uno Stato per accrescere la propria sicurezza (come l’acquisto di sistemi di arma) provocano una riduzione della sicurezza di altri Stati, innescando così una spirale di insicurezza reciproca che conduce inevitabilmente al conflitto. Se l’obiettivo, armando l’Egitto, è quello di riequilibrare i rapporti di forza nei confronti di una Turchia percepita come troppo aggressiva, il risultato finale potrebbe non essere quello sperato.</p>



<p>Falso è anche l’assunto secondo il quale l’Egitto è partner ineludibile per la stabilizzazione della regione Mena: abbiamo fatto troppo spesso l’errore in questi anni di confondere l’autoritarismo con la stabilità, crogiolandoci nell’illusione che delegando a questi presunti bastioni di stabilità la gestione del caos che si agita alle porte dell’Italia e dell’Europa, noi saremmo stati in salvo, al riparo dai “barbari” in arrivo dal Medio Oriente. Non è stato così, come hanno dimostrato le successive ondate migratorie frutto della destabilizzazione della regione negli ultimi dieci anni, o gli attacchi dello Stato islamico arrivati nel cuore delle nostre città. Fino a che non ci saranno democrazia e inclusione, non ci sarà vera stabilità. Fino a quando ai singoli non saranno garantiti sicurezza individuale e diritti civili, qualsiasi stabilità sarà solo di facciata. La fortissima crisi economica che attanaglia Il Cairo non fa altro che aggiungere un ulteriore elemento al pesante malcontento che cova sotto le ceneri.</p>



<p>Come ben sappiamo, l’Egitto è ben lontano dal garantire diritti e sicurezza ai propri cittadini: lo vediamo dalle notizie di incarcerazioni e vendette sommarie contro famigliari di dissidenti che arrivano ogni giorno. Avremmo dovuto capirlo già quando un nostro connazionale, Giulio Regeni, è stato rapito, torturato e ucciso con la connivenza del regime egiziano, che da allora non ha fatto alcun passo concreto anche solo per fornirci una spiegazione di facciata. Quale cittadino italiano può sentirsi al sicuro e tutelato dal proprio stato, se sa che il proprio paese è pronto ad abbandonare qualsiasi rivendicazione di verità e giustizia in cambio di commesse commerciali?</p>



<p>Quale governo straniero si sentirà frenato dal riservarci lo stesso trattamento nella malaugurata ipotesi che un episodio simile accada di nuovo?</p>



<p>Non è giocando a Risiko nel Mediterraneo e ammantando di realpolitik scelte che sono invece esclusivamente commerciali e che rappresentano interessi di breve periodo, che si guadagna il rispetto degli altri paesi, la fiducia dei proprio cittadini, una posizione al tavolo negoziale. Ma soprattutto, non è rafforzando militarmente una dittatura militare che si gettano le basi per la stabilità e la sicurezza nella regione. Nessuna azione è priva di conseguenze. Ricercare solamente l’interesse economico e commerciale, slegando la connessa dimensione geopolitica e di sicurezza, rischia di avere conseguenze particolarmente pericolose.</p>



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<p class="has-normal-font-size"><strong>Il 22 giugno 2020  Mondodem e la Friedrich Ebert Stiftung trasmetteranno una discussione sulle tensioni nel Mediterraneo. Registratevi <a href="https://www.facebook.com/events/2993348794094848/">qui. </a></strong></p>
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		<title>Guardare oltre il nostro lockdown: sollevare le sanzioni all’Iran</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Annalisa Perteghella]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 Mar 2020 11:24:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[Coronavirus]]></category>
		<category><![CDATA[COVID-19]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>È difficile in questi giorni alzare lo sguardo da se stessi, dal proprio orizzonte. Sono giorni in cui&#8230;</p>
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<p class="has-drop-cap">È difficile in questi giorni alzare lo sguardo da se stessi, dal proprio orizzonte. Sono giorni in cui l’orizzonte di ciascuno di noi coincide con la metratura della propria casa, in cui si vede al massimo ciò che si estende a portata delle nostre finestre, dei nostri terrazzi. Sono giorni di<strong> confino fisico e mentale</strong>, in cui siamo bersaglio di notizie che arrivano a senso unico, che irrompono nelle nostre case, nel nostro privato. Qualcuno decide di ripararsi, di rifiutarsi di rimanere esposto alle intemperie e allora spegne la radio, la televisione, non legge i giornali. Qualcuno fa appello al proprio spirito critico e si lascia interrogare, per poi ritrovarsi ancora più confuso e disorientato in questo stato di cronica incertezza. Qualcun’altro, pochi, tiene attive le antenne e continua a scandagliare il presente, cercando di allungare lo sguardo oltre a ciò che accade nella propria casa, o nel proprio paese. Addirittura allungando lo sguardo nel tempo, andando oltre il purgatorio del presente e cercando di immaginare cosa sarà dopo. Non c’è un atteggiamento giusto o sbagliato, non c’è una persona migliore o peggiore. È umano essere <strong>egoisti</strong> quando si percepisce un pericolo imminente, è umano preoccuparsi del nostro prossimo quando si percepisce che il pericolo riguarda tutti. È umano chiudersi nelle proprie letture, nel proprio lavoro, per tenere fuori tutto il resto, è umano pensare a tutto il resto per non rimanere chiusi in se stessi. </p>



<h5 id="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-705cbefa" class="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-705cbefa"><span id="lontani-ma-uniti-dallo-stesso-dolore">Lontani, ma uniti dallo stesso dolore</span></h5>



<p>Nella mia vita, nella mia casa, questa settimana hanno fatto irruzione <strong>due immagini</strong>. Non mi ci sono esposta volontariamente, non sono andata a cercarle. La prima, esterno notte, una colonna di <strong>mezzi militari</strong> trasporta fuori città le bare delle vittime che il forno crematorio di Bergamo non riesce più a processare. La seconda, esterno giorno, una <strong>ventina di persone immobili</strong> in mezzo a una strada in Iran, a un metro di distanza l’una dall’altra, composte nel dolore, prega in silenzio dietro un furgoncino che contiene la salma di una persona deceduta per Coronavirus. Questa seconda immagine mi ha colpito se possibile ancora più della prima. Ho assistito in passato a un funerale in Iran, so quanto è importante portare sulle proprie spalle la portantina e il sudario, starle vicino con la preghiera, pronunciare i riti funebri e abbracciarla un’ultima volta mentre viene calata nella nuda terra. Sono due immagini, queste, che mi hanno messa di fronte alla stessa evidenza, la stessa impossibilità di dare l’ultimo addio ai propri cari nella maniera che più si addice al momento. Sono due immagini legate da un filo lunghissimo, il bandolo della stessa matassa che Italia e Iran si trovano in questo momento a dover sbrogliare. </p>



<p>Non lo stanno però facendo ad armi pari, sebbene ci siano alcune somiglianze. In entrambi i paesi si piangono i propri morti da soli e in silenzio, in entrambi i paesi medici e infermieri sono in prima linea in una guerra contro il tempo, in entrambi i paesi si litiga tra diversi centri di potere su quale sia la strategia migliore. In Iran il governo di Rouhani <strong>non ha optato per il lockdown totale</strong> perché un paese con un’economia già stremata dalle sanzioni sa di non poterselo permettere e perché si rischia che i militari – che promettono di ripulire le strade e riportare la situazione alla normalità in dieci giorni – prolunghino oltre il necessario lo “stato di emergenza” cercando di volgere la situazione a proprio vantaggio. Ma, più di tutto, l’Iran è un paese sotto sanzioni. Abbiamo assistito attoniti nelle scorse settimane in Italia alla corsa all’accaparramento delle mascherine, con episodi di egoismo da parte di altri paesi, che ci hanno fatto giustamente indignare. Ecco, in Iran <strong>mancano le mascherine</strong>, mancano le tute protettive, mancano i ventilatori, mancano i kit per i tamponi. In Iran mancano le medicine, e non da una settimana e nemmeno da due, ma almeno da due anni, da quando sono rientrate in vigore le sanzioni statunitensi che anziché stringere nella morsa il regime hanno stretto nella morsa una popolazione che non può avere accesso a farmaci di uso comune (per non parlare di quelli di uso non comune come gli antitumorali) in tempi normali, figurarsi in questo momento. </p>



<h5 id="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-deb26b84" class="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-deb26b84"><span id="una-guerra-che-non-ha-ne-confini-ne-regimi">Una guerra che non ha né confini né regimi</span></h5>



<p>Se allungo lo sguardo nel tempo, è la preoccupazione lo stato d’animo dominante. Sono cosciente che quando tutto questo sarà finito servirà uno <strong>sforzo enorme</strong>, individuale e collettivo, per ricostruire un paese e fare ripartire un’economia come quella italiana che già in momenti normali non brilla per dinamismo. Ma so – auspico – che l’Italia non verrà lasciata sola, che abbiamo un paracadute che è l’Europa e che avremo accesso a tutti gli strumenti che verranno nel frattempo creati. Lo stesso non sarà per i cittadini iraniani, che non dispongono di questo paracadute e che sono anzi destinati a rimanere sempre di più nei prossimi mesi in balia della guerra – per ora fortunatamente solo di parole – tra la strategia americana della “massima pressione” e la strategia del governo iraniano della “massima resistenza”. </p>



<p>Penso che viviamo un momento straordinario, e che da questi momenti straordinari occorra cogliere tutte le opportunità che derivano. L’Iran chiede alla comunità internazionale che si sollevino le sanzioni almeno per la durata dell’emergenza, per far fronte – ad armi pari – <strong>a questa guerra che non conosce confini né regimi</strong>, che non distingue tra democrazie e autoritarismi, che colpisce la Cina e l’Italia, l’Italia e l’Iran. L’Iran chiede di non essere lasciato solo, e al suo appello hanno finora risposto la Cina, la Russia, la Turchia, e nel Golfo il Qatar, il Kuwait, l’Oman, gli EAU. In Europa, Francia, Germania e Regno Unito (gli E3) hanno promesso aiuto, ma sarebbe importante che si usasse questa occasione per svolgere un’azione ancora più incisiva, per segnalare che l’Europa c’è, che si ricorda ancora cosa vuole dire essere una potenza civile. In Iran c’è stato – e in parte c’è ancora, nonostante la delusione per le evoluzioni dell’accordo sul nucleare – tanto desiderio di rapporti più stretti con i paesi europei; Cina, Russia e in parte Turchia sono alternative di second’ordine, ciò che rimane e nelle cui braccia ti butti quando quello che desideri ti abbandona. Sarebbe altrettanto importante che l’Italia – pur presa nella propria stessa guerra – si ricordasse di alzare lo sguardo oltre le mura della propria stanza, oltre i propri confini, oltre ciò che vede dalla propria finestra. Sarebbe auspicabile che il nostro paese esprimesse con fermezza, forte della comune esperienza, un <strong>sostegno caldo e deciso verso la popolazione iraniana</strong>, e una altrettanto forte e decisa opposizione a una politica delle sanzioni vessatoria e anti-umanitaria. Una politica, e un’indifferenza, non all’altezza della lezione di sofferenza che noi stessi viviamo in questi giorni, e soprattutto non degna dei valori della comunità internazionale di cui ci fregiamo di essere parte.</p>
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		<title>L’Italia in cerca di se stessa rischia l’irrilevanza sul piano internazionale</title>
		<link>https://www.mondodem.it/1070/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Annalisa Perteghella]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 31 May 2018 12:40:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Italia nel mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[Libia]]></category>
		<category><![CDATA[Politica Estera]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Annalisa Perteghella Sembra ingenuo provare a introdurre nel dibattito politico di questi giorni l’elemento della politica estera&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Di Annalisa Perteghella</em></p>
<p>Sembra ingenuo provare a introdurre nel dibattito politico di questi giorni l’elemento della politica estera del nostro paese. Troppo profonda la crisi, troppo incerto l’orizzonte per dedicare tempo e pensieri a qualche cosa che viene percepito come residuale, accessorio: <em>prima</em> risolviamo i problemi interni, <em>poi</em> potremo pensare alla collocazione internazionale dell’Italia e agli appuntamenti internazionali che la attendono quest’anno. Eppure, questo percepire la dimensione internazionale come qualche cosa di altro e di subordinato a quella nazionale è profondamente sbagliato: non solo il nostro paese se non inserito in un chiaro sistema di alleanze rischia di autocondannarsi all’irrilevanza (geo)politica, ma il trascurare la dimensione internazionale rischia di avere pericolose conseguenze anche sulla dimensione nazionale. Il motivo per cui la politica estera viene troppo spesso relegata al ruolo di Cenerentola del dibattito politico è da imputare alla <strong>mancanza di un pensiero più ampio, che metta in relazione interesse nazionale e strategia internazionale.</strong> Essi sono invece strettamente collegati, e stupisce che siano proprio quei partiti che più a livello retorico enfatizzano la necessità di fare gli interessi dell’Italia a tralasciare completamente la dimensione internazionale, o a rivederla in maniera antitetica rispetto al vero interesse nazionale. Il drammatico prolungarsi dei tempi per la formazione di un governo, poi, si traduce nella perdita di tempo e occasioni per affermare il ruolo e gli interessi del nostro paese.</p>
<p>I due esempi più lampanti in questo momento sono <strong>il dossier libico e quello iraniano</strong>: nel primo caso, abbiamo assistito nei giorni scorsi all’ennesima iniziativa francese per la pacificazione del paese forse più cruciale per gli interessi italiani, con un Macron impegnato in una roboante quanto incerta iniziativa unilaterale mentre l’Italia, che avrebbe numerose carte da giocare e che potrebbe ritagliarsi un ruolo da leader dell’iniziativa multilaterale in sede Onu, ha un ministro degli Esteri dimissionario; nel caso dell’Iran, invece, mentre le cancellerie europee fervono nella ricerca di soluzioni che possano tutelare le proprie aziende di fronte all’uscita USA dall’accordo sul nucleare, non si registra alcuna presa di posizione (tranne quella del Presidente del Consiglio in uscita Paolo Gentiloni) in difesa dell’<em>Iran deal</em>, né si ravvisa alcuna progettualità per salvare quell’interscambio da 5 miliardi di euro che fa del nostro paese il primo partner commerciale UE di Teheran.</p>
<p>Ma altri e numerosi sono gli appuntamenti all’orizzonte. L’8-9 giugno il <strong>G7 in Canada</strong>, occasione in cui tentare di ricucire lo strappo inferto da Trump al multilateralismo e al liberismo commerciale: sotto l’ombra della minaccia dei dazi americani su acciaio e alluminio, l’Italia ha tutto l’interesse a fare fronte comune con gli altri paesi del G7 affinché il presidente Usa rinnovi le esenzioni verso l’Europa. Il mese di giugno sarà poi dedicato alla discussione sulla riforma del processo di Dublino, fondamentale per la gestione dei flussi migratori verso il continente europeo. In questo caso, è interesse del nostro paese continuare a chiedere il rispetto del principio di solidarietà intra-europea, come ribadito nel <a href="https://g8fip1kplyr33r3krz5b97d1-wpengine.netdna-ssl.com/wp-content/uploads/2018/04/Position-paper-Dublin.pdf"><em>position paper</em></a> presentato a fine aprile dai governi dei paesi più esposti ai flussi in arrivo: Italia, Spagna, Grecia, Cipro e Malta. Vi è poi il cruciale appuntamento del <strong>Consiglio europeo del 28-29 giugno</strong>, in cui su impulso franco-tedesco verrà con ogni probabilità avviata la discussione sul processo per il rafforzamento dell’eurozona, che prevede per ora la creazione di un bilancio dell’Eurozona, l’introduzione della figura del ministro delle Finanze Ue e il completamento dell’Unione bancaria, in cambio della quale la Germania e i paesi del nord Europa chiederanno con ogni probabilità una riduzione dei rischi nei paesi dell’Eurozona. Al centro dell’agenda del Consiglio sarà anche la decisione circa il rinnovo o meno delle sanzioni verso la Russia (attualmente in vigore fino al 31 luglio 2018) in seguito alla valutazione dello stato di attuazione del processo di Minsk sul cessate il fuoco in Ucraina. Vi è poi il <strong>Summit NATO a Bruxelles dell’11-12 luglio</strong>, nel corso del quale verrà discusso l’orientamento strategico dell’Alleanza per i prossimi anni, con le questioni chiave dello sviluppo delle capacità militari dei paesi membri fino al raggiungimento del target del 2% delle spese militari/pil, della risposta alla strategia di <em>hybrid warfare</em> della Russia, e della risposta alla minaccia sempre presente del terrorismo. Dopo la pausa estiva, l’Italia dovrà affrontare entro il prossimo <strong>30 settembre la questione del rifinanziamento delle missioni militari all’estero</strong>: la decisione dovrà obbligatoriamente essere accompagnata a una riflessione strategica su quali siano i teatri principali per il nostro paese. Il governo Gentiloni ha ad oggi diminuito la presenza nei teatri afghano e iracheno, per un maggiore orientamento verso il continente africano, con il nodo cruciale della missione in Niger. Le difficoltà di avvio di questa missione, che ha la funzione di contrastare i traffici illeciti che alimentano organizzazioni terroristiche e criminalità organizzata nel Sahel, esigono la presenza di un governo stabile e nel pieno delle proprie funzioni. Lega e M5S, nel Contratto di Governo siglato nelle scorse settimane, hanno dichiarato di voler “rivalutare la presenza dei contingenti italiani nelle missioni internazionali geopoliticamente e geograficamente, e non solo, distanti dall’interesse nazionale italiano”: sarebbe opportuno che entrambi questi partiti chiariscano la propria idea di interesse nazionale, e le scelte che verranno intraprese di conseguenza. <strong>Il 30 novembre e l’1 dicembre sarà la volta del G20 in Argentina</strong>, che ha luogo in un momento in cui le spaccature della comunità internazionale si fanno sempre più evidenti; anche in questo caso, interesse dell’Italia è ricucire le divisioni su Russia e Iran, scongiurare le conseguenze nefaste di una guerra commerciale tra Usa e Cina, e nel complesso agire affinché il summit torni a essere occasione per la discussione di soluzioni per la tutela dei beni pubblici internazionali, anziché dei particolarismi. Infine, l’anno si chiuderà <strong>il 6-7 dicembre con il</strong> <strong>Consiglio ministeriale OSCE</strong> a Milano. Nell’anno di presidenza italiana dell’Organizzazione, il nostro paese dispone di un’occasione per stabilire le priorità di azione sul fronte sicurezza e difesa: come rapportarsi al processo di Minsk per la risoluzione del conflitto in Ucraina? Come rispondere alle sfide provenienti dalla regione del Mediterraneo?</p>
<p>Questi sono alcuni degli appuntamenti principali che si presenteranno nei prossimi sei mesi: l’agenda è fitta, e lo è ancora di più se si considera anche quella rete di incontri bilaterali e di attività di cooperazione che vengono messi in atto per avanzare l’interesse del nostro paese. Ecco che dunque non basta ribadire una generica “collocazione europea ed atlantica” &#8211; sebbene questa rappresenti un obiettivo minimo. Occorre che le forze che si apprestano a governare chiariscano <strong>quali priorità guideranno l’azione internazionale del nostro paese nei prossimi mesi</strong>, e soprattutto in quale modo intendono realizzare l’interesse nazionale italiano, al di là dei proclami. Occorre che esse sciolgano, senza ambiguità, il nodo delle relazioni con la Russia, che pregiudica l’azione europea e internazionale del nostro paese. In un momento in cui gli indicatori della solidità delle democrazie liberali sembrano rilevare un generale arretramento, occorre, in definitiva, che esse chiariscano una volta per tutte <strong>quale idea di mondo e quale idea di Italia</strong> guidano la loro azione, e spieghino al popolo italiano in che modo queste idee possono contribuire al benessere e alla realizzazione degli interessi del paese.</p>
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		<title>Giornata mondiale del rifugiato: perché non duri solo un giorno</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Annalisa Perteghella]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Jun 2017 19:01:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Diritti Umani]]></category>
		<category><![CDATA[giornata mondiale del rifugiato]]></category>
		<category><![CDATA[Rifugiati]]></category>
		<category><![CDATA[unhcr]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Io non so più niente di te. In che paese ti trovi? Che cosa fai oggi? Che cosa&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><figure id="attachment_664" aria-describedby="caption-attachment-664" style="width: 640px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2017/06/beirut_home.jpg"><img decoding="async" class="size-medium_large wp-image-664" src="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2017/06/beirut_home-768x576.jpg" alt="Beirut, agosto 2016. Il disegno sul muro fatto da un bambino siriano al quale era stato chiesto quale fosse il suo desiderio più grande." width="640" height="480" srcset="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2017/06/beirut_home-768x576.jpg 768w, https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2017/06/beirut_home-300x225.jpg 300w, https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2017/06/beirut_home.jpg 960w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /></a><figcaption id="caption-attachment-664" class="wp-caption-text">Beirut, agosto 2016. Il disegno sul muro fatto da un bambino siriano al quale era stato chiesto quale fosse il suo desiderio più grande.</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: right;"><em>Io non so più niente di te. </em></p>
<p style="text-align: right;"><em>In che paese ti trovi? </em></p>
<p style="text-align: right;"><em>Che cosa fai oggi? </em></p>
<p style="text-align: right;"><em>Che cosa senti ora? </em></p>
<p style="text-align: right;"><em>Hai perduto anche tu come me la fede in tutti gli dei e le tradizioni delle tribù?</em></p>
<p style="text-align: right;">(Nizar Qabbani)*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Sono circa 66 milioni le persone che oggi, nel mondo, vivono come rifugiati, più della popolazione dell&#8217;intera Italia. Ogni giorno, ogni minuto, questo numero cresce di 20 persone. Più della metà sono bambini.</p>
<p>Le cause risiedono principalmente nei conflitti che tormentano aree di mondo che già versano in difficili condizioni socio-politiche: pensiamo alla Siria, all&#8217;Iraq, allo Yemen, ma anche a paesi dell&#8217;Africa subsahariana come Burundi, Repubblica centrafricana, Repubblica democratica del Congo, Sudan e Sud Sudan.</p>
<p>Oltre all&#8217;esperienza traumatica di dover abbandonare la propria casa, queste persone si trovano spesso ad affrontare difficili problemi di adattamento, per non dire aperte discriminazioni, nei paesi di arrivo.</p>
<p>Per quanto riguarda l’emergenza siriana, la più grave crisi umanitaria del nostro tempo, la maggior parte dei rifugiati è ospitata nei paesi limitrofi: Libano, Giordania e Turchia sono i paesi che più hanno assistito a flussi in entrata della popolazione in fuga dal conflitto. Il piccolo e fragile Libano, con una popolazione di cinque milioni di abitanti di cui un milione sono rifugiati registrati, è il paese che annovera oggi il maggior numero di rifugiati pro-capite.</p>
<p>Ci sono poi i rifugiati “storici”: palestinesi che ormai vivono da ospiti permanenti in situazioni di precarietà esistenziale ormai assoldata e afghani che, dall’inizio del primo grande conflitto che ha riguardato il paese nel 1979, non hanno mai trovato requie.</p>
<p>L’Europa, in questo contesto, è la regione in cui si è assistito alla maggiore sproporzione tra numero di rifugiati in ingresso e emergenza percepita. L’atavica paura del diverso, dell’altro da noi, che fin dalla notte dei tempi anima il cuore dell’uomo, ha trovato nei flussi di popolazione in arrivo una perfetta giustificazione per provare a definire se stessa, in assenza di collanti altrettanto efficaci. In questo hanno giocato un ruolo fortissimo movimenti politici che fregiandosi dell’aggettivo di “sovranisti” pretendono di ergersi a custodi del vero bene di un paese e si arrogano la prerogativa di decidere che tale bene coincida con quello di una supposta popolazione autoctona, come se dallo scambio ancestrale tra popolazioni non siano discesi gli attuali abitanti dei paesi europei, e come se dallo scambio con l’altro da noi non siano mai derivati progresso scientifico e avanzamento sul piano culturale. Ricchezza, in altre parole.</p>
<p>Ciò che più rattrista in questo contesto è che la manipolazione di questo tipo di sentimento ancestrale viene effettuata da questi movimenti al “semplice” scopo di raccogliere facile consenso elettorale; in questo modo però, gettando i semi della paura &#8211; finanche dell’odio &#8211; verso il diverso, si soffia su fuochi pericolosissimi che possono presto divampare in veri e propri incendi, difficile da spegnere e distruttivi per l’intero tessuto sociale.</p>
<p>Ecco perché è importante oggi ribadire che stiamo dalla parte dei rifugiati, di chi cerca rifugio inteso come una soluzione – seppur transitoria – di quieta pacificazione dopo tanto travaglio esistenziale, e stiamo dalla parte di chi, rivestendo ruoli con potere decisionale, ricerca soluzioni politiche inclusive che permettano la piena integrazione di queste persone nei nostri paesi e la ricostruzione dei sistemi socio-politici dei paesi d&#8217;origine, condizione imprescindibile affinché queste persone possano finalmente tornare alla propria casa e dalla propria famiglia. Chi non ha questo potere decisionale, noi che siamo società civile in paesi sempre più preda dell’imbarbarimento, non deve sentirsi impotente, ma vicino a chi è condannato a sentirsi perpetuamente straniero: Homo sum, humani nihil a me alienum puto.</p>
<p>&#8220;Scrivo in una lingua che mi esilia&#8221;, scriveva il poeta siriano-libanese Adunis, poeta dell&#8217;esilio per eccellenza. Quello che possiamo fare dunque è cercare di ascoltare e non rimanere indifferenti davanti a questi nuovi esuli. Il 20 giugno come ciascun altro giorno.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*Nizar Qabbani, 1985. Citato in M. Calculli, S. Hamadi (a cura di), Esilio Siriano. Migrazioni e responsabilità politiche, Guerini e Associati, 2016</p>
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		<title>Rafsanjani, la rivoluzione e il prezzo dei meloni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Annalisa Perteghella]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Jan 2017 12:44:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Grande Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[Islam]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Rivoluzione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“L’economia è una faccenda da asini (khar). Abbiamo fatto la rivoluzione per l’islam, non per il prezzo dei&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>“L’economia è una faccenda da asini (<em>khar</em>). Abbiamo fatto la <strong>rivoluzione</strong> per l’islam, non per il prezzo dei meloni (<em>kharboza</em>)”. Così parlò l’ayatollah Khomeini in un discorso a Qom nell’agosto 1979, pochi mesi dopo la vittoria della rivoluzione: la neonata repubblica islamica di <strong>Iran</strong> aveva abbandonato la corona per il turbante, il vicario dell’imam sedeva sulla poltrona di Guida della rivoluzione, l’antica utopia dello stato islamico diveniva realtà a Teheran, eppure bisognava dare una risposta anche a quelle masse di diseredati, <em>mostazafin</em>, che alla rivoluzione avevano chiesto giustizia e riscatto sociale. Deviando l’attenzione dalle cose terrene come il prezzo dei meloni, Khomeini inaugurava un difficile decennio: la lunga guerra con l’<strong>Iraq</strong> di Saddam Hussein, che impegnò i due paesi per otto lunghi anni (1980-1988) servì da una parte a cementificare le fondamenta della neonata Repubblica islamica, bagnandole nel sangue dei giovani <em>shahid</em> spediti al fronte con le chiavi del paradiso al collo, dall’altra però paralizzò il processo politico interno, subordinando ogni istanza di ricostruzione del paese all’esigenza della “sacra difesa”.</p>
<p><strong>Khomeini</strong> morì nel 1989 e forse non è esatto dire che gli succedette Ali Khamenei. Forse gli storici un giorno riconosceranno che a succedergli fu Ali Akbar Hashemi Rafsanjani, all’epoca cinquantacinquenne. L’hojjat-ol-islam <strong>Rafsanjani</strong>, proveniente da un’agiata famiglia di produttori di pistacchi, godeva di un consistente patrimonio personale e vantava una solida rete d’appoggio presso il bazaar. Formatosi a Qom sotto la guida anche di Khomeini, divenne presto parte della cerchia ristretta dei fedelissimi, restando accanto all’ayatollah prima, durante e dopo la rivoluzione, tanto che lo stesso Khomeini avrebbe dichiarato “finché c’è Rafsanjani, ci sarà la <strong>Repubblica islamica</strong>”. Proprio Rafsanjani fu cruciale nel portare l’anziano ayatollah, nei suoi ultimi mesi di vita, alla decisione di “bere l’amaro calice” e mettere fine alla guerra con l’Iraq. Una intuizione fondamentale, che sarebbe stata la cifra di tutto l’operato politico e non solo di Rafsanjani da quel momento in poi: per salvaguardare l’esistenza della Repubblica islamica, essa andava protetta soprattutto da se stessa. Difficile se non impossibile governare sulle macerie: non quelle delle città vicine al confine iracheno bombardate dall’aviazione di Saddam, bensì quelle più profonde, interne al sistema: nel 1988 il prodotto nazionale lordo iraniano era pari a quello di ventuno anni prima, vale a dire precedente a quel periodo di modernizzazione forzata varata dallo shah che era stata una delle cause della rivoluzione, il reddito degli iraniani era sceso del 40%, l’inflazione era alle stelle e 1,6 milioni di persone non avevano più una casa.</p>
<p>Con Rafsanjani nel ruolo di presidente e Ali Khamenei in quello di Guida suprema la Repubblica islamica aveva finalmente il suo Termidoro: “ricostruzione” divenne la parola chiave della Seconda repubblica iraniana, una repubblica in cui grazie all’emendamento costituzionale che aveva eliminato la figura del primo ministro e accentrato il potere esecutivo nelle mani del presidente, Rafsanjani si preparava a fare da kingmaker, coadiuvato da una vasta schiera di tecnocrati, del nuovo programma di sviluppo del paese. Per far ripartire l’economia era però necessario che l’Iran uscisse dallo stato di isolamento internazionale in cui era stato – o si era – rilegato dopo la rivoluzione e la guerra con l’Iraq: da qui le aperture di Rafsanjani prima verso Russia e repubbliche ex-sovietiche e poi verso l’Europa, con l’inaugurazione del “dialogo critico” il cui scopo ultimo doveva essere l’attrazione di capitali stranieri da unire a un processo di liberalizzazione economica interna. Alla ricostruzione di Rafsanjani faceva però da contraltare la costruzione, da parte di Khamenei, di un potente blocco burocratico in grado di favorirne l’ascesa politica. Khamenei infatti, privo tanto del carisma di Khomeini quanto dell’autorità teologica che doveva giustificarne l’autorità politica, procedette negli anni alla creazione di un vasto e capillare network di sostegno, parte fondamentale del quale fu la cooptazione degli ambienti militari in attività economiche statali o parastatali.</p>
<p>Al grido di “ricostruzione e sviluppo” il governo Rafsanjani varò un piano quinquennale che prevedeva una politica monetaria aggressiva, ingenti investimenti nelle infrastrutture, la creazione di zone speciali di libero commercio e altre misure per attrarre investimenti esteri, ma soprattutto una massiccia privatizzazione delle imprese statali. Tutte misure che costarono a Rafsanjani, che pur era implicato in affari e malaffari, le accuse di essere “amico dei capitalisti” e “propagatore dell’islam americano”. I radicali che sedevano nel Majles, il parlamento, non gli lasciarono molto margine d’azione: ebbero gioco relativamente facile nell’accusarlo di difendere gli interessi dei <em>mostakbarin, </em>gli “arroganti”<em>,</em> sia all’interno del paese, tramite le riforme di cui in ultima analisi avrebbero beneficiato solo i benestanti, sia all’esterno, aiutando le superpotenze a realizzare il loro piano di rinnovata subordinazione dell’Iran ai propri interessi.</p>
<p>Gli sforzi di Rafsanjani nel ricostruire l’<strong>economia</strong> del paese rimarranno in gran parte frustrati, mentre negli angoli più reconditi del sistema si andavano a creare rendite di posizione che avrebbero reso ogni sforzo di riforma profondamente, inesorabilmente, vano. Sforzi che proseguirono anche durante i due mandati di Mohammad Khatami, il presidente filosofo. Anche con Khatami, nonostante un aumento delle rendite petrolifere e una diminuzione della popolazione, il grande afflato riformatore rimase però in larga parte lettera morta: qualsiasi tentativo di liberalizzazione andava inevitabilmente a infrangersi contro lo scoglio rappresentato da conservatori religiosi e ultra-radicali, la cui paura dei “complotti stranieri” e la cui enfasi sull’autosufficienza si traducevano in un’opposizione dogmatica ai rapporti con l’Occidente, tant’è vero che la legge sugli investimenti esteri diretti venne approvata a fatica e imponendo un limite agli IDE del 35% nel settore industriale e del 25% negli altri settori. A bloccare qualsiasi processo di privatizzazione erano poi i potenti conglomerati economico-finanziari rappresentati dalle <em>bonyad</em>, legate a doppio filo all’élite di potere iraniana e ai pasdaran. La mancanza di posti di lavoro, unita all’aumento del costo della vita, causò una riduzione del benessere individuale e andò ad esacerbare il rancore di quanti appartenevano alle classi più disagiate e si sentivano di fatto esclusi dalle politiche del governo riformista, troppo occupato, secondo loro, a dibattere di questioni intellettuali e di libertà di espressione, tutte cause nobilissime, ma con le quali non si assicurava la sopravvivenza fisica e il diritto a condurre un’esistenza dignitosa dei propri cittadini.</p>
<p>Fu proprio questo rinnovato – o forse mai assopito – discontento tra i <em>mostazafin</em> che dette il colpo di grazia alla già traballante esperienza riformista. Ciò fornì un ottimo spunto alla campagna elettorale degli ultra-radicali, incentrata sui temi della giustizia sociale, della redistribuzione della ricchezza e della lotta alla corruzione e alle “mafie” economiche – delle quali Rafsanjani era l’emblema. Pur rappresentando la “seconda generazione” di rivoluzionari, la cosiddetta “generazione del fronte”, formatasi non con la rivoluzione ma con la guerra Iran-Iraq, Ahmadinejad riprese e fece propria la retorica dei rivoluzionari “di prima generazione”. Forte della propria umile origine – era figlio di un fabbro – egli si proponeva come “l’uomo del popolo”, venuto a dare finalmente ascolto alle istanze di quegli oppressi e diseredati ai quali la Repubblica islamica aveva promesso riscatto e ricompense, ma che a vent’anni dalla rivoluzione versavano ancora nelle stesse, indigenti, condizioni. Poco importa se durante il suo mandato il paese ha conosciuto la seconda più grave crisi economica dai tempi della guerra con l’Iraq. L’inasprimento della retorica radicale e il nuovo via libera agli “elmetti” portarono a una nuova, pesante, fase di isolamento, esacerbata dall’imposizione internazionale delle sanzioni per il programma nucleare.</p>
<p>“Non abbiamo fatto la rivoluzione per il prezzo dei meloni”, diceva Khomeini, eppure a quarant’anni di distanza dalla rivoluzione il prezzo dei meloni è tornato protagonista per spiegare quella che è stata salutata come la più grande svolta recente della storia politica della Repubblica islamica: l’elezione, nel giugno 2013, di Hassan Rouhani, lo “sceicco della diplomazia”, eletto con il chiaro mandato di porre fine a sanzioni e isolamento internazionale e dare agli iraniani, se non le discettazioni colte sulla democrazia islamica dei riformisti, almeno il melone a prezzi accessibili promesso dai pragmatici. L’elezione di Hassan Rouhani ha significato però anche il “ritorno” di Hashemi Rafsanjani: senza il suo appoggio e senza le sue manovre dietro le quinte per unire i fronti dei riformisti e dei conservatori pragmatici, l’esito delle elezioni non sarebbe stato scontato. E invece la sua intuizione del 1989, la necessità di aprire le valvole del sistema al fine di evitarne l’implosione, ha avuto la meglio.</p>
<p>Secondo l’International Energy Agency, nel corso del 2012, dopo l’entrata in vigore dell’embargo sul petrolio iraniano, la produzione di petrolio del paese è scesa da 3,7 milioni di barili al giorno a 2,65 milioni, con una perdita di 40 miliardi di dollari solo in proventi petroliferi. Alla diminuzione delle rendite petrolifere ha fatto seguito la riduzione delle riserve di valuta internazionale, causando il drastico aumento del tasso di cambio sul mercato interno e facendo precipitare la valuta nazionale: da 13.000 Rial per un dollaro a fine 2011 si è passati a 32.500 Rial a ottobre 2012. A tali effetti nefasti delle sanzioni si accompagnavano – e si accompagnano tutt’oggi – le croniche insufficienze strutturali: un tasso di <strong>inflazione</strong> storicamente elevato, associato a una crescita generalizzata dei prezzi, e un tasso di <strong>disoccupazione</strong> altrettanto storicamente elevato, mentre il sistema rimane bloccato dalle rendite di posizione. Se la firma dell’accordo sul nucleare prometteva di risolvere i problemi più contingenti alle sanzioni, in primo luogo dando nuova linfa al settore petrolifero, i problemi più strutturali rimangono il target dell’azione più ampia da parte del governo di Rouhani.</p>
<p>Oggi però, che gli effetti del deal tardano ad arrivare nonostante sia passato un anno dall’implementation day, problemi contingenti e problemi strutturali sono sempre più collegati: impossibile attirare davvero gli investitori internazionali se il sistema non si apre e non fornisce adeguate rassicurazioni in termini di trasparenza e affidabilità. Lo sanno bene gli oppositori di <strong>Rouhani</strong>, già oppositori di Rafsanjani, che attendono il presidente al varco delle prossime elezioni presidenziali, previste per il 19 maggio prossimo. È anche e soprattutto sugli effetti positivi del deal che Rouhani si giocherà la rielezione: dovrà riuscire nello sforzo di convincere gli iraniani a dare un secondo tempo alla speranza, che uscendo da un sistema sanzionatorio così complesso quale era quello verso l’Iran è normale che i tempi di ripresa siano lunghi, che ogni sforzo profondo di riforma del sistema richiede tempo. Con ogni probabilità Rafsanjani era pronto a gettare ancora una volta tutto il suo peso politico in difesa di quella visione, a manovrare tra le fazioni per portare acqua alla propria corrente. Ironia della sorte: questa settimana arriverà a Teheran il primo Airbus A321, che rientra nel contratto da 19 miliardi di dollari siglato dall’Iran con Airbus per la consegna di 100 velivoli. Un primo risultato visibile e tangibile del deal. Ma Rafsanjani non sarà lì a vederlo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Questo articolo è stato pubblicato in versione ridotta su “Il Foglio” del 10 gennaio 2017.</p>
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		<title>Tra professione e vocazione, oltre la politica della rabbia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Annalisa Perteghella]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 Dec 2016 13:27:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Democrazia 2.0]]></category>
		<category><![CDATA[Brexit]]></category>
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		<category><![CDATA[Referendum]]></category>
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		<category><![CDATA[Trump]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un anno vissuto pericolosamente. Questo 2016 che si avvicina alla conclusione è stato denso di avvenimenti, molti dei&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Un anno vissuto pericolosamente. Questo 2016 che si avvicina alla conclusione è stato denso di avvenimenti, molti dei quali appuntamenti elettorali, che hanno colto di sorpresa, quando non gettato nello sconforto, analisti e commentatori. Molta della sorpresa è stata dovuta al fatto che, di fronte alle grandi domande della contemporaneità, a uscire dalle urne è stata spesso una risposta non corrispondente a quella che in molti ritenevano essere l’opzione più razionale, quella che meglio permetteva di soddisfare il bene comune. L’affermazione del “Leave” nel referendum britannico sulla <strong>Brexit</strong>, la vittoria di <strong>Donald Trump</strong> nelle elezioni presidenziali americane, l’imporsi del “no” nel <strong>referendum costituzionale</strong> in Italia, hanno non solo colto di sorpresa gli osservatori, ma anche dato avvio a periodi di profonda incertezza, aprendo profonde crepe in alcuni pilastri che contribuivano a tenere in ordine il nostro mondo. A completare il quadro, sullo sfondo ma non troppo, la contemporanea avanzata di movimenti ascrivibili all’ampia categoria del <strong>populismo</strong>, sicuramente guidati da abili demagoghi, che hanno saputo intercettare il malcontento di ampie fasce della popolazione e parallelamente attribuirne tutta la responsabilità a precisi gruppi politici o istituzioni: l’<strong>Unione europea</strong> nel caso della Brexit, “l’establishment” e la candidata sua diretta espressione negli Stati Uniti, la squadra di governo in Italia.</p>
<p>Benché ciascuno di questi sommovimenti tellurici sia attribuibile a fattori radicati nei singoli contesti nazionali, sembra esistere una tendenza di fondo che unisce in maniera trasversale quanto accaduto negli appuntamenti elettorali di quest’anno, ma anche quanto rischia di accadere in quelli del 2017 in democrazie liberali considerate solide e mature. È la tendenza, già accennata, da parte di presunti capipopolo a incolpare precisi soggetti politici e/o istituzionali per tutte le grievances, ergendosi al contempo a restauratori di un supposto benessere e vindici di una altrettanto supposta grandezza originaria, tutta contenuta all’interno dei confini nazionali. La diffidenza verso la classe politica, che spesso diviene vero e proprio odio sociale, è una tendenza che chiama in causa l’antico dibattito che ha per oggetto il rapporto tra élites di governo e democrazia.</p>
<p>Platone, ne La Repubblica, affida il governo dello Stato ideale a una classe di re-filosofi (árchontes), gli unici che posseggono le necessarie doti di saggezza e razionalità atte a governare la polis e garantirle il soddisfacimento dei criteri di giustizia perfetta. La classe di governo emerge dunque da una selezione tra i migliori. Se nel pensiero classico la riflessione sui governanti è una riflessione che sfocia nella forma politica dell’aristocrazia (i migliori per nascita) o nel suo concetto degenerato di oligarchia (il governo di pochi, scelti in base al censo), è nel passaggio alla democrazia moderna che la classe di governo diventa espressione della collettività. Non essendo però possibile un governo del popolo vero e proprio, è necessario creare l’artificio della rappresentanza: il popolo delega il potere e la responsabilità di governo a propri rappresentanti. La <strong>classe</strong> <strong>politica</strong> è dunque diseguale e superiore rispetto al popolo, ma questa superiorità e questa disuguaglianza sono meramente funzionali.</p>
<p>Ripercorrendo il dibattito sul rapporto tra élites di governo e democrazia, è impossibile non fare menzione della teoria politica dell’elitismo, che ha negli italiani Gaetano Mosca e Vilfredo Pareto i suoi padri fondatori. Nella sua formulazione originaria, l’elitismo difficilmente si combina con la teoria democratica classica: nella dicotomia élites-masse la forma di governo democratica difficilmente può esistere perché l’incapacità da parte delle masse di organizzarsi e determinarsi lascia l’incombenza del governo nelle mani dell’élite, consapevole, coesa e cospirante, secondo il criterio delle tre C introdotto da Mosca per identificare la classe politica. È solo con l’evoluzione del pensiero politico elitista verso una forma di “elitismo democratico” che avviene la riconciliazione tra teoria delle élites e democrazia. Aprendo la classe politica al popolo, e dunque a un ricambio e a una circolazione “dal basso all’alto”, è possibile la convivenza virtuosa tra popolo ed élites.</p>
<p>Una convivenza virtuosa che in qualche modo sembra essersi interrotta.</p>
<p>Nella trasformazione del linguaggio che fa eco alla trasformazione della società, quella che la scienza politica definisce “élite” è diventato oggi un referente utilizzato ormai quasi esclusivamente nella sua accezione negativa, come sinonimo di “casta”: un gruppo ristretto di privilegiati trincerati in un fortino costituito da rendite inamovibili. Con buona pace del significato originario di élite, dal latino eligere, scelta dei migliori.</p>
<p>È, la rivolta contro le élite, la rivolta contro i politici di professione. Ma che cos’è la politica come professione? È per forza di cose sinonimo di “casta”?</p>
<p>Nel gennaio 1919 Max Weber tiene una conferenza dal titolo Politik als Beruf, tradotta in italiano come La politica come professione. Per Weber, che si trova a vivere nella Germania protestante di fine ‘800-inizio ‘900, l’utilizzo del termine polisemico Beruf non è casuale: per l’uomo, il raggiungimento della grazia passa attraverso la piena realizzazione del compito che Dio ha dato lui. La professione, intesa come mestiere, è al contempo vocazione, vale a dire il talento che un Dio onnipotente e sovrano ha seminato in ciascuno dei suoi figli. Afferma Weber: “Tre qualità possono dirsi sommamente decisive per l’uomo politico: passione, senso di responsabilità, lungimiranza. Passione nel senso di Sachlichkeit: dedizione appassionata a una “causa” (Sache), al dio o al diavolo che la dirige. […] Essa non crea l’uomo politico se non mettendolo al servizio di una “causa” e quindi facendo della responsabilità, nei confronti appunto di questa causa, la guida determinante dell’azione”. È una definizione nella quale è già implicito il concetto, sempre weberiano, di “etica della responsabilità”: l’invito per il singolo a “coniugare fini, mezzi e conseguenze dell’agire”, in modo da rispondere “alla mancanza di senso, all’irrazionalità etica del mondo”. Afferma ancora Weber: “È certo del tutto esatto, e confermato da ogni esperienza storica, che non si realizzerebbe ciò che è possibile se nel mondo non si aspirasse sempre all’impossibile”.</p>
<p>Nell’idea di politica come professione, dunque, è implicita una dimensione etica e valoriale che scompare del tutto nelle offese odierne verso i “politicanti di professione” (da notare, sempre nell’ottica della trasformazione del linguaggio, la modifica in senso peggiorativo del termine, utilizzando le varianti offerte dalla lingua italiana per togliere valore a un termine neutro come “politico”).</p>
<p>Lo svilimento, quando non il degradamento, della dimensione valoriale è presente anche in un fenomeno parallelo che, insieme alla lotta contro “l’<strong>establishment</strong>”, trova spazio nella odierna retorica populista: la delegittimazione della cultura e del sapere, che non sembrano essere più né requisiti da richiedere ai governanti, né elementi fondamentali del dibattito pubblico. Ma, e ciò è ancora più pericoloso, la delegittimazione di cultura e competenza non è mera rinuncia: è vera e propria rivincita e sdoganamento del loro contrario, l’ignoranza e l’opinionismo.</p>
<p>Una manifestazione di tale fenomeno si è vista nelle invettive contro gli esperti che nelle settimane precedenti al referendum sulla Brexit cercavano di indicare le implicazioni oggettive – negative – della eventuale vittoria del “Leave”. Si vede poi all’opera quotidianamente nella delegittimazione di giornalisti e studiosi, il cui contributo al dibattito pubblico viene avvelenato con insulti e sommerso dal parallelo dilagare di notizie false e volutamente provocatorie, e di alcuni tra gli stessi politici, le cui dichiarazioni su questioni oggettive sono spesso oggetto di commenti e insulti che non vengono rivolti al contenuto della dichiarazione bensì alla persona. Nel caso delle donne, poi, il qualunquismo si sposa con il sessismo, in un velenoso e pericoloso mescolarsi di piani.</p>
<p>Ricollegando questi elementi alle riflessioni sopra accennate sulle élite e sulla qualità dei governanti, è da registrare una tendenza pericolosa per la salute della democrazia: senza entrare nei meandri della cosiddetta post-verità, categoria forse più affascinante che reale, è giusto riflettere sul fatto che non solo siamo in presenza di un numero crescente di persone che non sa distinguere una notizia vera da una falsa, ma è anche in aumento il numero di persone che legittima la mancanza di conoscenza, a tratti la vera e propria ignoranza, nella classe di governo. In altre parole, non si chiede più ai propri governanti di disporre di competenze e conoscenze specifiche e necessarie per lo svolgimento delle loro funzioni: si chiude un occhio, anzi due, di fronte a errori e palesi manifestazioni di ignoranza, mettendo in cima alle priorità non già un sufficiente livello di competenza ma caratteristiche quali onestà, rettitudine e, appunto, capacità di ergersi a capipolo e vendicatori di ingiustizie.</p>
<p>È indubbio che tali caratteristiche siano <em>necessarie</em> all’arte del buon governo, ma è giusto domandarsi se esse siano anche <em>sufficienti</em>: una democrazia si basa sulla possibilità per i cittadini di valutare se l’operato dei loro rappresentanti è rispondente o meno al potere di cui essi sono stati investiti. Ma quando il dibattito pubblico è “drogato” da notizie false, quando un ampio segmento degli elettori non è in grado di distinguere cosa è vero da cosa non lo è, non conosce i più elementari meccanismi del funzionamento del governo (gli inglesi non conoscono l’Ue, gli italiani inveiscono contro “l’ennesimo governo non eletto dal popolo”) che ne è della salute del sistema?</p>
<p>L’anti-politica, nel senso di rifiuto delle élites, cade in questo modo nell’anti-intellettualismo, il rifiuto della cultura: per Isaac Asimov “un tarlo nutrito dall’idea sbagliata che democrazia significhi che la nostra ignoranza valga quanto l’altrui conoscenza”. Il risultato è che se un politico mente, inavvertitamente o deliberatamente, non dà più scandalo. Se qualcuno lo fa notare, viene tacciato di snobismo o di “elitarismo” (un’altra trasformazione in senso dispregiativo di “elitismo”). Da una parte un numero crescente di persone non ha gli strumenti per smascherare la bugia o la falsità delle sue affermazioni, dall’altra, anche una volta poste di fronte allo smascheramento, c’è sempre un buon numero di persone pronte a difenderne la genuinità e a ribadire che non è quello l’importante. Non è mera sfiducia negli esperti, è vera e propria rivincita dell’ignoranza.</p>
<p>In poche parole, quando parte dell’élite abdica al suo ruolo di “migliori” e diventa anzi l’aizzatore di una nuova “mediocrazia”, l’asticella della qualità del sistema nel suo complesso precipita sempre più in basso.</p>
<p>Da dove ripartire? La risposta, per quanto non esaustiva, può sembrare banale: urge insistere sull’istruzione, urge ribadire il valore fondamentale dello studio e della ricerca dell’oggettività a ogni stadio della vita e in ogni professione. Oltre il ciclo delle scuole dell’obbligo, occorre riabilitare il valore dell’indagine, dello studio, del silenzio indagatore, della ricerca di risposte, finanche del dubbio come primo motore, insieme alla “meraviglia”, della conoscenza. Ciò dovrebbe avvenire “dall’alto e dal basso”, tanto nelle scuole, sui giornali,  tra le organizzazioni della società civile quanto nelle sedi istituzionali e governative. Occorre insegnare in primo luogo che le competenze sono fondamentali per esercitare l’arte della “politica di professione”, e che quest’ultima non è un esercizio parassitario bensì un compito nobile. La guerra contro gli slogan si vince solo riabilitando la complessità e ribaltando l’equivalenza per cui cultura è uguale a snobismo e a presunzione di superiorità. Occorre, al contrario, una grande umiltà per riconoscere di non avere tutte le risposte, di non essere in grado di fornire ai cittadini risposte semplici e univoche.</p>
<p>L’alternativa è quella del lasciare che gli eventi facciano il loro corso e sperare nel potere dimostrativo dell’esempio: negli <strong>Stati Uniti</strong> il rifiuto della candidata della competenza, identificata come candidata dell’establishment, ha consegnato il paese nelle mani di un altro tipo di élite, quella che persegue i propri interessi; nel Regno Unito il voto “di pancia” della Brexit condannerà nei prossimi anni il paese a una diminuita quanto immeritata rilevanza; in Italia rischia di andare al potere una nuova “banda degli onesti” che crede, tra le altre cose, che i vaccini siano dannosi per la salute. Quando questo scenario si sarà realizzato, quando il quadro sarà completo, non saranno necessario gli esperti per capire che forse abbiamo sbagliato qualcosa, che competenza non è sinonimo di saccenza, che “politica come professione” non è sinonimo di “casta” bensì di “vocazione”.</p>
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		<title>Il dossier iraniano nell’era Trump: i rischi e il possibile ruolo dell’UE</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Annalisa Perteghella]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Nov 2016 14:27:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Grande Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni USA]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[Nucleare]]></category>
		<category><![CDATA[Trump]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Tra le numerose incognite che circondano l’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti ve n’è una che tiene con il fiato sospeso attori internazionali diversissimi fra loro: Cina, Russia, Unione europea, Iran. Proprio quest’ultimo paese infatti è stato oggetto di aspri attacchi da parte del neoeletto presidente, che più volte durante la campagna elettorale ha ribadito di voler “stracciare” l’accordo sul nucleare e negoziarne uno nuovo. È comprensibile che in questo delicato momento le cancellerie dei paesi coinvolti nel negoziato, così come gli stessi iraniani, guardino con un misto di ansia e preoccupazione a quello che succederà dopo l’insediamento. A destare preoccupazione non è tanto la possibilità che la nuova amministrazione possa “stracciare l’accordo” (cosa tecnicamente possibile ma politicamente sconsigliabile, in primis per le ripercussioni in termini di credibilità presso i propri alleati), quanto la possibilità che gli Stati Uniti possano intraprendere azioni fortemente punitive nei confronti dell’Iran, che finirebbero per inficiare i buoni risultati ottenuti finora in termini di costruzione del dialogo e della fiducia reciproca. Tali azioni, inoltre, renderebbero estremamente probabile una emarginazione dell’amministrazione moderata di Rouhani a favore delle ali più radicali del regime, portando dunque a una nuova “chiusura” del sistema e a un comportamento più aggressivo nella regione.</p>
<p>Due elementi concorrono a rafforzare la preoccupazione per quanto in questi giorni accade al di là dell’Atlantico: il fatto che il partito Repubblicano – tra i più forti oppositori dell’accordo – potrà dal prossimo gennaio trovare nella presidenza una sponda per le proprie istanze punitive nei confronti di Teheran (non ci sarà più Obama a porre il veto alle proposte di nuove sanzioni) e la mancanza di esperienza del neoeletto presidente, che lo porterà a delegare decisioni, o a essere fortemente influenzato, dalle persone di cui si circonderà. Guardando alla rosa dei nomi che ha preso a circolare in questa settimana, le premesse sono tutt’altro che rosee: John Bolton, Newt Gingrich, Rudy Giuliani (di cui si parla per incarichi alla segreteria di Stato e alla Difesa) si sono in passato distinti per posizioni radicali nei confronti dell’Iran, sposando, quando non avanzando, la tesi del <em>regime change</em>. Tutti e tre hanno partecipato – dietro lauto compenso – a manifestazioni organizzate dal gruppo Mojaheddin-e Khalq (MEK), un gruppo terrorista di stampo marxista incentrato sul culto personale del proprio leader, che dal 1979 si autoproclama governo iraniano in esilio e che avoca il cambiamento di regime a Teheran.</p>
<p>Per il momento, l’Iran reagisce con calma apparente: tanto il presidente Rouhani quanto il ministro degli Esteri Zarif hanno speso parole rassicuranti in questi giorni per tranquillizzare la popolazione circa il fatto che il risultato elettorale negli Usa non inciderà sull’accordo, “perché si tratta di un accordo multilaterale incastonato in una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite”. La Guida suprema, ayatollah Ali Khamenei, sembra invece al momento impegnata a tenere a bada i falchi con dichiarazioni che reiterano l’indifferenza di Teheran nei confronti del risultato elettorale di un paese di cui, comunque, “non ci si può fidare”. La calma è però, per l’appunto, solo apparente, per via delle motivazioni accennate sopra: l’attuale amministrazione teme che la rinnovata ostilità degli Stati Uniti possa fare il gioco delle fazioni del regime più radicali; nel caso, se non dello stralcio dell’accordo, del varo di nuove sanzioni, Rouhani incontrerebbe enorme difficoltà a giustificare la continuazione dell’attuale politica di “moderata apertura”; la mancata “delivery” in termini di benefici economici per la popolazione, infine, potrebbe costargli la rielezione il prossimo maggio (secondo un copione già visto nel 2005 con il passaggio da Mohammad Khatami a Mahmoud Ahmadinejad).</p>
<p>Di fronte all’incertezza per quello che accadrà negli Stati Uniti a partire da gennaio, e di fronte alle poche certezze che non lasciano molto spazio all’ottimismo, è questo il momento per l’Unione europea, che ha giocato un ruolo decisivo nella mediazione del negoziato tra i P5+1, di elevarsi in maniera ancora più decisiva a garante dell’accordo nucleare e di proseguire nell’invio di segnali distensivi a Teheran. Un ruolo, questo, che l’Alto rappresentante Federica Mogherini ha prontamente rivendicato lo scorso 13 novembre al termine della cena informale dei ministri degli Esteri Ue: “<em>Let me tell you very clearly that this is not a bilateral agreement, it is a multilateral agreement, endorsed by the UN Security Council resolution. </em><em>So it is in our European interest, but also in the UN interest and duty to guarantee that the agreement is implemented in full</em>”. Pur rimanendo nel solco dell’indispensabile dialogo transatlantico, l’Unione europea deve prepararsi nei prossimi mesi a compiere scelte coraggiose (non solo sul dossier iraniano).</p>
<p>A questo scopo, sarà cruciale nei prossimi mesi la capacità di mantenere compatto almeno il fronte degli EU3, i tre paesi (Francia, Germania, Regno Unito) che hanno preso parte al negoziato con Teheran. Purtroppo, dall’analisi del trend in corso non emergono segnali incoraggianti. Con un Regno Unito fuori dall’Unione europea e una Francia ostaggio il prossimo anno di un turno elettorale con ogni probabilità polarizzante (e di una politica estera tradizionalmente più vicina ai paesi del Golfo), al momento sembra rimanere un solo paese: la Germania. In questo contesto, l’Italia – forte di una relazione storica con l’Iran e di un atteggiamento finora pragmatico – potrebbe, e dovrebbe, giocare un nuovo ruolo propulsivo in sede europea per garantire che rimanga aperto il canale di dialogo, così come le relazioni economiche, con Teheran.</p>
<p>Solo tenendo saldo il timone si potrà passare indenni attraverso la tempesta in arrivo da oltre Atlantico: l’accordo nucleare con l’Iran, dopo aver rappresentato un successo della diplomazia europea, si candida a diventare uno dei possibili dossier che possono aiutare l’Ue a “diventare grande”. Solo così si potrà dimostrare che il multilateralismo e la soluzione negoziata delle crisi non sono sacrificabili sull’altare degli egoismi nazionali.</p>
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		<title>Il fenomeno Trump e il Weltschmerz d’America</title>
		<link>https://www.mondodem.it/168/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Annalisa Perteghella]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 01 Nov 2016 15:08:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[USA e Americhe]]></category>
		<category><![CDATA[America]]></category>
		<category><![CDATA[Clinton]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni USA]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Otto anni fa di questi tempi ci preparavamo all’appuntamento con la storia. Nel novembre 2008 l’America impaurita dalla crisi economica e tramortita dalle difficoltà della guerra al terrorismo su scala globale, si preparava a eleggere non solo il suo primo presidente afroamericano ma anche e soprattutto il candidato del “change”, dell&#8217;”yes we can”, un avvocato idealista e convinto, per il quale l’impegno politico rappresentava il principale strumento attraverso il quale agire per il bene comune. Un eroe giovane e bello, investito del gravoso compito di esorcizzare le paure di un’America ripiegata su se stessa, di ricondurre a unità il corpo di una nazione fortemente divisa al proprio interno e lacerata da conflitti sociali profondi. Otto anni fa gli slogan “hope”, “change”, “yes we can” si imponevano sul “Country First” del rivale John McCain, e non solo perché a pronunciarli era un candidato infinitamente più carismatico, ma anche e soprattutto perché ad accoglierli vi era una nazione disposta a credere che il domani potesse essere effettivamente migliore, perché ai comizi vi era tanta di quell’energia nell’aria che avrebbero potuto far esplodere fuochi d’artificio per autocombustione.</p>
<p>Otto anni dopo, siamo alle prese con le battute finali di una campagna il cui sentimento prevalente sembra essere la stanchezza: cittadini, osservatori e analisti sembrano concordi nel desiderare che questa lunga maratona giunga finalmente a conclusione. Gli occhi non brillano più, semmai si volgono rassegnatamente verso il basso oppure si stringono nella tipica espressione di chi implora: “Basta”.</p>
<p>Che cosa è successo? Esiste una parola tedesca, densa di significato come solo le parole tedesche sanno essere: <em>Weltschmerz</em>, una sorta di dolore cosmico che porta a essere tristi per tutto quello che non va nel mondo, e che nel suo significato originario si manifesta come una piccola fitta al cuore derivante dalla mancata rispondenza tra le proprie aspettative e il modo in cui va il mondo. Più intimo della disillusione, il <em>Weltschmerz</em> si insinua negli antri più reconditi del nostro essere, spegnendoci da dentro. Uscendo dal contesto del romanticismo europeo all’interno del quale il termine è stato coniato, <em>Weltschmerz</em> è qualcosa di molto simile a ciò che in altre discipline e con altri linguaggi viene chiamato “deprivazione relativa”.</p>
<p>Non è un caso che Donald Trump abbia costruito il proprio successo elettorale facendo appello alle istanze della white working class, quella che più di tutte è uscita sconfitta dalle turbolenze economiche di questi anni. Michigan, Ohio, Alabama, Mississippi: se si sovrappongono sulla cartina le aree che più hanno risentito della crisi – quell’America rurale nella quale non si è compiuta la transizione dall’economia manifatturiera all’economia dei servizi – e quelle che votano per Trump, emerge una chiara identificazione. La stessa white working class che, secondo una recente analisi pubblicata da Brookings, si distingue per una scarsissima fiducia nel futuro.</p>
<p>Il dato realmente preoccupante – e foriero di conseguenze di non poco conto sul futuro – non è però che Trump abbia “regalato un sogno” ai nuovi disillusi; bensì che abbia utilizzato il loro malcontento per costruire un’ideologia nichilista (la risposta più semplice al senso di dolore cosmico è la negazione del senso). In questi mesi Trump ha scoperchiato il vaso di Pandora dell’America peggiore – la retorica dei muri e delle barriere, della paura e dell’odio verso il diverso, delle donne come oggetto a propria disposizione – dimenticando che soffiare sul fuoco del risentimento può far scoppiare incendi che finiscono per bruciare il nostro stesso edificio.</p>
<p>E non può sfuggire il parallelismo con quanto in atto in questo momento storico nel nostro continente: un’Europa che non riesce a realizzare il proprio potenziale di spazio comune di integrazione e progresso finisce per essere ostaggio di movimenti radicali ed estremisti, che forniscono risposte semplici e rassicuranti al profondo malessere di intere fasce di popolazione che sperimentano un profondo senso di disillusione verso le istituzioni partitiche tradizionali.</p>
<p>Che fare dunque? L’anno che verrà, in America come in Europa, si configura come un anno zero, in cui la parola chiave, nonché la risposta a ideologie nichiliste e distruttive, deve essere “costruire”. È necessario tornare all’idea weberiana della politica come <em>Beruf</em>, che è professione ma è anche vocazione. Restituire dignità alla complessità, dimostrando come competenza e serietà funzionino meglio delle risposte semplici, non rinunciando però a parlare al cuore di chi si sente deluso e intimorito, finanche arrabbiato. È necessario restituire un senso di fiducia nel domani a cittadini sempre più spaventati dal futuro o disorientati dal presente. Per farlo però sono necessarie leadership forti e salde. Guardiamo dunque con attenzione all’esito elettorale americano, e da lì ripartiamo. Se i sondaggi sembrano restituire la probabile vittoria di Hillary Clinton, rimangono però molte incognite sulla conformazione di Camera e Senato, e dunque sulla possibilità di dare reale esecuzione all’agenda democratica. In Europa, i diversi appuntamenti elettorali del prossimo anno rappresentano un banco di prova, una sfida che non si può perdere.</p>
<p>“Ci troviamo oggi alle soglie di una nuova frontiera, la frontiera degli anni Sessanta. Non è una frontiera che assicuri promesse, ma soltanto sfide, ricca di sconosciute occasioni, ma anche di pericoli, di incompiute speranze e di minacce”, così diceva John Fitzgerald Kennedy alla convention democratica del 1960. Oggi, quarantasei anni dopo, la frontiera “delle speranze incompiute e dei sogni” è ancora lì, e chiede di essere valicata.</p>
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