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	<title>Cina Archivi &#8211; MondoDem</title>
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	<description>Laboratorio di Politica Internazionale</description>
	<lastBuildDate>Thu, 16 May 2024 18:24:34 +0000</lastBuildDate>
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	<title>Cina Archivi &#8211; MondoDem</title>
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		<title>Il de-risking verso la Cina può funzionare, ma l’Europa ci crede ancora?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gregorio Staglianò]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 May 2024 17:53:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Asia-Pacifico]]></category>
		<category><![CDATA[Cina]]></category>
		<category><![CDATA[de-risking]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Si è concluso lo scorso 10 maggio il viaggio istituzionale del Presidente cinese Xi Jinping in Europa, dopo&#8230;</p>
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<p>Si è concluso lo scorso 10 maggio il viaggio istituzionale del Presidente cinese Xi Jinping in Europa, dopo aver fatto tappa in Francia, in Serbia e in Ungheria. L’ultima volta di Xi in Europa era stata nel 2019, quando la pandemia da Covid-19 non era ancora scoppiata, l’Ucraina non era stata invasa dalla Russia, il Medio Oriente non era in fiamme e i rapporti economici globali avevano un altro aspetto perché era sostanzialmente un altro mondo.</p>



<p>A Parigi il Presidente cinese ha incontrato il suo omologo Emmanuel Macron e la Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. I due leader europei hanno chiesto al gigante asiatico di trovare una soluzione comune per riequilibrare il disavanzo commerciale di Bruxelles &#8211; che nel 2022 ha raggiunto il record di 400 miliardi di euro &#8211; sollevando la questione della sovraccapacità cinese, dei sussidi statali &nbsp;ad auto elettriche, fotovoltaico e acciaio che starebbero “drogando” l’export verso l’UE, e la difficoltà per le imprese europee di accedere al mercato cinese. Mentre Macron ha riaffermato la necessità di mantenere vivo e solido il dialogo tra UE e Cina, von der Leyen ha usato &nbsp;toni più fermi, ricordando <a href="https://stream24.ilsole24ore.com/video/mondo/bruxelles-annuncia-indagine-anti-sussidi-auto-elettriche-cinesi/AF21dMq?refresh_ce=1">l’indagine avviata da Bruxelles</a> sui sussidi di Pechino sui veicoli elettrici per cui la Commissione potrebbe imporre dazi provvisori. La Presidente della Commissione UE ha rivendicato <a href="https://www.eunews.it/2023/03/30/ue-cina-rapporti-discorso-von-der-leyen/">l’approccio di de-risking delineato all’inizio del 2023</a>, sebbene sganciarsi dalla Cina non sia fattibile e non sia nell’interesse dell’Europa. Il Presidente cinese ha affermato che la &nbsp;sovraccapacità cinese non esiste, chiedendo di depoliticizzare la cooperazione commerciale, senza perseguire la strategia di “riduzione del rischio”, che lui stesso ha definito di “creazione del rischio”. Numeri alla mano però il <em>de-risking</em> sembra per il momento un approccio funzionante: lo squilibrio commerciale si è ridotto del 27% nel 2023, <a href="https://www.eunews.it/2024/03/04/ue-deficit-commerciale-cina-automobili/">scendendo a quota 291 miliardi, rispetto ai 400 toccati nel 2022.</a> Ma c’è un dato in controtendenza che dovrebbe mettere in allarme i paesi UE: quello sull’import delle auto elettriche, in aumento del 36,7% nel 2023.</p>



<p>La mancanza di una strategia europea commerciale – e politica – comune verso la Cina appare evidente se si guarda alle altre due tappe del viaggio di Xi Jinping in Europa e all’entità degli accordi firmati.</p>



<p>Sono ben 29 gli accordi bilaterali commerciali siglati da Xi Jinping e dal suo omologo serbo Alksandar Vučić, dal libero scambio di merci alle borse di studio, dal sostegno economico per l’Expo di Belgrado all’introduzione di voli diretti tra Belgrado e Shangai. Pechino sta offrendo a Belgrado una terza sponda per la sua politica estera, in alternativa a quella europea e russa, accrescendo così la sua presenza in uno dei Paesi europei chiave per la <em>Belt and Road Initiative</em>, &#8211; nodo della ferrovia Belgrado-Budapest, costruita con investimenti cinesi &#8211; mentre Belgrado ottiene finanziamenti per autostrade, ponti e infrastrutture senza dover dare conto a Bruxelles di parametri di sostenibilità..</p>



<p>Anche in Ungheria, terza e ultima tappa del viaggio della delegazione cinese, Xi Jinping ha siglato, insieme al premier Viktor Orban, una partnership globale costruita attorno a 16 accordi che riguardano il settore ferroviario, stradale, nucleare e automobilistico. Budapest aveva anche annunciato a dicembre scorso che la cinese BYD, uno dei maggiori produttori di veicoli elettrici al mondo, avrebbe presto aperto il suo primo stabilimento di produzione proprio in Ungheria, caso unico nel continente. L’Ungheria ospita già diversi impianti cinesi per la produzione di batterie elettriche, nella speranza di diventare hub globale nel settore, e con l’intenzione di allacciare le ferrovie ungheresi al porto greco del Pireo, controllato dalla Cina, al fine di spalancare le porte dell’Europa ai prodotti cinesi.</p>



<p>Su questa scia si pone per certi versi anche il governo di Giorgia Meloni. <a href="https://www.bloomberg.com/news/articles/2024-02-26/italy-reached-out-to-china-s-byd-in-search-of-another-carmaker">Bloomberg</a> riporta di contatti avvenuti tra alcuni ministri italiani e BYD per concludere un accordo per l’apertura di uno stabilimento in Italia, nell’ottica di influenzare la decisione del gruppo Stellantis di delocalizzare all’estero. Anche se per il momento BYD ha mostrato cautela, sottolineando la volontà aziendale di rafforzare la propria rete logistica in Ungheria, l’approccio del governo italiano appare incompatibile con quello di Bruxelles.</p>



<p>Se poi anche Paesi come la Germania, la cui industria continua a scommettere su Pechino nonostante la concorrenza sfrenata, si pongono in aperta contraddizione con le politiche comunitarie, il <em>de-risking</em> è destinato a scontrarsi contro l’attrattiva e lo strapotere del potenziale economico cinese da una parte, e la mancanza di una politica estera comune europea dall’altra. Pechino sta chiaramente lanciando un messaggio a Bruxelles – e a Washington: se l’Europa ostacolerà le mire economiche cinesi, saranno i Paesi meno allineati a garantire la necessaria testa di ponte. Ecco perché è assolutamente necessario uno sforzo coordinato che impedisca agli egoismi nazionali di minare ulteriormente la proiezione esterna dell’UE, e la sua capacità di proteggere i propri interessi nell’arena internazionale.</p>
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		<title>Perché le “Due sessioni” del Partito Comunista Cinese contano per l’Europa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gregorio Staglianò]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 19 Mar 2024 10:14:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Asia-Pacifico]]></category>
		<category><![CDATA[Cina]]></category>
		<category><![CDATA[Due sessioni]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Xi Jinping]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel contesto di una profonda crisi del mercato immobiliare, di una crescita economica indebolita e di crescenti tensioni&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Nel contesto di una profonda crisi del mercato immobiliare, di una crescita economica indebolita e di crescenti tensioni internazionali, si sono svolte a Pechino le tradizionali “Due sessioni” (liǎnghuì), evento annuale apicale nell&#8217;ambito dell&#8217;attività parlamentare cinese. Costituite da due incontri plenari &#8211; il primo con l&#8217;Assemblea Nazionale del Popolo, l&#8217;equivalente cinese del parlamento, e il secondo con la Conferenza Politica Consultiva del Popolo Cinese, rappresentativa delle organizzazioni sociali e politiche &#8211; le Due Sessioni si sono concluse senza la consueta conferenza stampa del premier cinese Li Qiang e senza il discorso del Presidente Xi Jinping.</p>
<p>Tra le parole chiave emerse durante le liǎnghuì &#8211; sicurezza, modernizzazione, autosufficienza tecnologica e &#8220;nuove forze produttive di qualità&#8221; &#8211; si cela il futuro approccio strategico cinese verso il proprio modello di crescita e i rapporti con la comunità internazionale. La teoria delle &#8220;nuove forze produttive&#8221; fa riferimento ai settori capaci di garantire innovazione e modernizzazione di alta qualità, puntando ad una trasformazione dalla Cina da &#8220;fabbrica del mondo&#8221; a una &#8220;società di consumo ad alto valore&#8221;. Non si tratta di un restyling formale, ma di una rivoluzione sostanziale volta a ridefinire il modello di sviluppo cinese, riducendo al minimo rischi ed esposizioni alle turbolenze globali, come le sanzioni.</p>
<p>Nel recente numero di Qiushi, la rivista teorica del Partito Comunista Cinese, Xi Jinping ha sottolineato la necessità di questo processo di trasformazione economica, sostenendo che “un tasso di crescita economica più elevato non necessariamente garantisce una situazione positiva, né una diminuzione del tasso di crescita implica automaticamente una situazione negativa.” Questa prospettiva potrebbe spiegare la mancanza di un grande piano di stimolo economico, come confermato dal premier Li Qiang, il qualeha tuttavia dichiarato che l&#8217;economia dovrebbe crescere &#8220;intorno al 5%&#8221; nel corso del 2024. Pechino vorrebbe ottenere questa transizione attraverso un aumento dei consumi, limitando gli interventi dalla spesa pubblica. E in questo nuovo modello di crescita, un ruolo di primo piano è riservato allo sviluppo tecnologico &#8211; il settore più esposto e colpito dalle sanzioni . Microchip, semiconduttori e intelligenza artificiale quantistica saranno i settori chiave su cui la Cina intende aumentare gli investimenti in ricerca e sviluppo, fino al 10%.</p>
<p>La Cina sembra dunque orientata a focalizzare i propri sforzi internamente, con l’obiettivo di assottigliare progressivamente la dipendenza tecnologica dagli Stati Uniti e dall’Europa. Ciò non deve essere letto come una corsa verso la costruzione di sistema chiuso e autarchico, ma piuttosto come la creazione di una sorta di paracadute strategico nel caso di esclusione dalle catene di approvvigionamento globali. Oltretutto, tra i comparti che Pechino intende maggiormente modernizzare figura quello militare. Infatti, in previsione del centenario dell&#8217;Esercito Popolare di Liberazione nel 2027, è stato destinato un budget del 7.2% per il 2024, in linea con l&#8217;anno precedente. Ma non è tutto. Le Due Sessioni di quest’anno registrano un&#8217;ulteriore attenuazione dei confini tra il Partito e lo Stato, con l&#8217;approvazione di una legge volta a riformare il Consiglio di Stato: il potere esecutivo sarà chiamato a seguire l&#8217;ideologia e la leadership del Partito, segnando un&#8217;ulteriore fase di sovrapposizione &#8211; e di progressiva sostituzione &#8211; tra il Partito e lo Stato. Questa mossa sembra spiegare l&#8217;assenza del premier, poiché rifletterebbe la volontà della leadership cinese di offuscare qualsiasi entità che non sia direttamente il partito.</p>
<p>Il discorso del Ministro degli affari esteri cinesi Wang Yi, a margine delle Due Sessioni, ha ricordato alcuni successi nel rapporto Cina-Europa, evidenziando progetti come la Belt and Road Initiative, e le partnership infrastrutturali, come il Porto del Pireo in Grecia, il Ponte di Pelješac in Croazia e la ferrovia Ungheria-Serbia. Wang Yi ha affermato chiaramente che non esiste una competizione geopolitica o un conflitto di interessi tra Cina ed Europa, ma piuttosto  interessi reciproci, &#8211; come rimarcato dal “tour” europeo del Ministro di questi ultimi mesi &#8211; sottolineando che entrambe le parti dovrebbero assumere una posizione cooperativa basata sul rispetto della reciproca autonomia. Le parole del Ministro Wang Yi si inseriscono nel tentativo della diplomazia cinese di stabilizzare le relazioni con l&#8217;UE e impedire un ulteriore allineamento di Bruxelles con Washington.</p>
<p>L’UE si trova di fronte a una Cina sempre più determinata a raggiungere l’autosufficienza e convinta nel perseguire i propri interessi strategici, potenzialmente minando l’interdipendenza economica e stravolgendo la bilancia commerciale a favore di Pechino. Concentrare gli sforzi nel settore tecnologico potrebbe aprire ad una nuova fase nelle relazioni economiche e industriali con gli Stati Uniti e l’Europa, specie in materia di high-tech e di transizione energetica. Inoltre, una Cina militarmente rafforzata dagli sviluppi tecnologici &#8211; considerando anche il primato di Pechino nell’utilizzo di tecnologie dual-use &#8211; potrebbe influenzare gli equilibri di potere globali, con possibili ripercussioni sulla sicurezza e sulla stabilità internazionale, con un evidente impatto sulle politiche di difesa e sicurezza dell’Europa. La crescente sovrapposizione tra Partito e Stato potrebbe, inoltre, sollevare non pochi timori riguardo alla trasparenza, ai diritti umani e alla governabilità del Paese, con implicazioni anche per le relazioni con l&#8217;Europa in termini di dialogo politico e cooperazione economica.</p>
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		<title>Taiwan: la posta in gioco alle elezioni, dal rapporto con Pechino al futuro dei microchip</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gregorio Staglianò]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Jan 2024 17:33:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Asia-Pacifico]]></category>
		<category><![CDATA[chip]]></category>
		<category><![CDATA[Cina]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni]]></category>
		<category><![CDATA[Taiwan]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il 13 gennaio 2024 Taiwan andrà al voto per scegliere il successore di Tsai Ing-wen alla guida del&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Il 13 gennaio 2024 Taiwan andrà al voto per scegliere il successore di Tsai Ing-wen alla guida del Paese fino al 2028. L&#8217;esito della consultazione elettorale delineerà il futuro dell’isola, soprattutto considerando le crescenti rivendicazioni della Cina, che percepisce Taiwan come parte integrante del suo territorio. Le elezioni influenzeranno notevolmente anche le relazioni con gli Stati Uniti, che ad oggi si trovano in un momento di forte sintonia. Questa convergenza è alimentata anche dalla politica estera dell&#8217;attuale presidenza taiwanese, che vede in Washington un solido alleato per frenare le mire espansionistiche cinesi. Ma è la relazione con la Cina che rappresenta la questione principale del confronto tra le forze in campo, e una dimensione particolare la riveste anche l’aspetto tecnologico.</p>



<p><strong>I contendenti alla presidenza</strong></p>



<p>A contendersi la presidenza sono i tre maggiori partiti. Il Koumintang (KMT), conservatore e favorevole ad una politica di vicinanza con Pechino sfiderà le urne con Hou Yu-ih, sindaco di Nuova Taipei. Hou ha più volte espresso la sua opposizione sia al modello “una Cina, due sistemi in stile Hong Kong, sia all’indipendenza formale di Taiwan, ribadendo la validità del Consensus del 1992 &#8211; un accordo tra le due sponde secondo cui esisterebbe una sola Cina, seppur con interpretazioni divergenti. Il Partito Popolare (PPT), di ispirazione centrista-populista, invece ha nominato l’ex sindaco di Taipei, Ko Wen-je come suo candidato. La posizione del PPT e di Ko rappresenta un&#8217;alternativa politica ai due principali partiti tradizionali, sebbene sulle relazioni con Pechino le loro posizioni sembrino più vicine ai conservatori del KMT che ai progressisti. Attualmente al potere e favorito nei sondaggi invece è il Partito Democratico Progressista (DPP), schierato su una posizione nettamente filo-occidentale e per questo fortemente inviso a Pechino. L’attuale vicepresidente Lai Ching-te è il candidato che proverà a sostituire la Presidente Tsai Ing-wen, collega di partito, ma impossibilitata a correre per un terzo mandato.</p>



<p>Taiwan non è però solo una “pedina” della contesa tra le due maggiori superpotenze: è anche una della realtà democratiche più vibranti dell’Asia, impegnata a mantenere un delicatissimo status-quo tra indipendenza informale dalla Cina, e peculiare proiezione internazionale grazie alle sue caratteristiche storiche, politiche, economiche e tecnologiche. Nell’isola infatti vengono prodotti e assemblati oltre la metà dei microchip essenziali al funzionamento di ogni dispositivo elettronico utilizzato quotidianamente, dagli smartphone ai computer, dalle apparecchiature sanitarie ai sistemi d’arma, dalle automobili agli elettrodomestici.</p>



<p><strong>Il ruolo di TSMC</strong></p>



<p>Le maggiori aziende produttrici di microchip taiwanesi guardano alle prossime elezioni con interesse, alla luce del ruolo che esercitano nella sfida tecnologica tra Stati Uniti e Cina. La Taiwan Semiconductor Manufacturing Company (TSMC), leader mondiale nel settore, è ad esempio al centro di una “corteggiamento” globale tra Stati Uniti, Giappone ed Europa, desiderosi di garantirsi impianti di produzione locali per ridurre la loro dipendenza tecnologica. La TSMC svolge un ruolo chiave nella fornitura per aziende come Nvidia, Apple e Broadcom e, insieme alla sudcoreana Samsung, è l’unica azienda in grado di produrre microchip a 3 nanometri, i più avanzati attualmente disponibili. La TSMC gestisce abilmente il dialogo con entrambe le superpotenze, sfruttando il suo know-how come leva diplomatica. Nonostante l’equidistanza tra Pechino e Washington, agli osservatori più attenti non sarà sfuggita l’apparizione di Morris Chang, fondatore della TSMC, al fianco del candidato del DPP, in più occasioni nel corso del 2023. Altre aziende, come la United Microelectronics Corporation (UMC), si sono schierate apertamente contro un&#8217;eventuale invasione cinese, mentre altre, come la Powerchip, mantengono una posizione più cauta, consci dell’importanza degli affari con la Cina continentale..</p>



<p><strong>Elezioni con conseguenze globali</strong></p>



<p>Sebbene la dimensione interna giochi un ruolo nel dibattito politico, è sul rapporto con la Cina che si sta giocando la campagna elettorale. Un’eventuale vittoria delle forze più vicine a Pechino, potrebbe accelerare i tempi di quella riunificazione che Xi Jinping considera ormai ineluttabile, oltre a rappresentare una potenziale involuzione democratica del sistema taiwanese. Ma quello che preoccupa è anche la possibilità che Pechino possa mettere le mani sull&#8217;industria dei microchip, una prospettiva problematica per l’Europa e gli Stati Uniti, che già dipendono fortemente dal mercato elettronico asiatico.</p>



<p>Lai Ching-te, il candidato del DPP, punta al r<a href="https://www.politico.eu/article/taiwan-presidential-hopeful-seeks-closer-ties-with-europe/">afforzamento del dialogo con Bruxelles</a>, sostenendo la comunanza di valori che Taiwan e l’Europa condividono: il rispetto dei principi democratici e dei diritti umani. E in effetti, in un momento in cui l’approccio europeo alla cooperazione con Pechino sia improntato al de-risking, Bruxelles e Taipei possono trovare lo spazio necessario a riformulare i loro rapporti bilaterali. L&#8217;allineamento della Cina con la Russia, dopo l’inizio della guerra in Ucraina, ha rafforzato la consapevolezza per Bruxelles che la sicurezza dell&#8217;area euro-atlantica e quella dell&#8217;Indo-Pacifico sono strettamente legate.</p>



<p>Una tornata elettorale che anche l’Italia, dopo aver abbandonato la Via della Seta nel dicembre 2023, guarda con maggiore attenzione. Il governo sembra intenzionato infatti a <a href="https://www.bloomberg.com/news/articles/2023-04-19/italy-eyes-taiwan-chip-deals-ahead-of-decision-on-china-pact">rafforzare la cooperazione tecnologica con Taipei</a> sulla produzione e l’esportazione di semiconduttori e a rafforzarne la <a href="https://formiche.net/2023/10/inaugurazione-ufficio-taiwan-milano/">rappresentanza diplomatica</a>, provando al contempo a rilanciare senza traumi le relazioni con Pechino, in un delicato equilibrismo non senza ambiguità.</p>



<p>Indipendentemente dal risultato elettorale, una cosa è certa: impegnarsi a tutelare il sistema democratico e solide relazioni con Taiwan, specie a livello europeo, allontanerebbe l’eventualità di una crisi o di un blocco dell’isola, che avrebbero ripercussioni economiche tali da stravolgere i già precari equilibri nella regione.</p>
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		<title>L’atteggiamento della Cina sulla guerra tra Israele e Hamas: attendismo o neutralità anti-occidentale?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gregorio Staglianò]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 Dec 2023 20:02:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Grande Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Cina]]></category>
		<category><![CDATA[israele]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[palestina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dallo scoppio del conflitto tra Israele e Hamas lo scorso 7 ottobre, le strategie diplomatiche di Washington e&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Dallo scoppio del conflitto tra Israele e Hamas lo scorso 7 ottobre, le strategie diplomatiche di Washington e Pechino si sono distinte in maniera netta. In un periodo storico segnato da un generale disimpegno internazionale, il Presidente Biden ha voluto comunque sottolineare il fermo sostegno della Casa Bianca al suo principale alleato in una regione turbolenta e ricca di avversari. Gli Stati Uniti hanno espresso un chiaro sostegno al governo di Netanyahu, sottolineando la necessità di un contrattacco militare per difendere la sicurezza nazionale di Israele, proteggere i suoi cittadini e garantire la liberazione degli ostaggi detenuti da Hamas, seppur invitando Tel Aviv a moderare la propria reazione militare. La Cina ha invece adottato una posizione più complessa e sfumata. Il Ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, ha criticato apertamente i massicci bombardamenti israeliani su Gaza, definendoli come azioni che &#8220;hanno superato i limiti dell&#8217;autodifesa&#8221;. Al contempo, Pechino ha evitato di condannare esplicitamente le atrocità commesse da Hamas contro i civili, astenendosi dall&#8217;etichettare gli eventi dell&#8217;7 ottobre come &#8220;attacchi terroristici&#8221;. La Cina, seppur seguendo una <a href="https://www.jstor.org/stable/2536531">lunga tradizione anti-imperialista e anti-occidentale di sostegno alla causa palestinese</a> sin dai tempi di Mao Tse Dong, ha oggi una posizione più temperata &#8211; di “neutralità anti-occidentale” &#8211; complicata dalle strette relazioni commerciali con Tel Aviv, soprattutto nel settore tecnologico. Eppure, la sua posizione rimane ambigua.</p>



<p>Per comprendere meglio l’atteggiamento di Pechino è essenziale ampliare la prospettiva e comprendere che la politica estera cinese non può essere interpretata come un riflesso di quella americana. In una regione dove la Cina storicamente non ha goduto della stessa influenza dei suoi contendenti occidentali, l&#8217;obiettivo è presentarsi come una potenza mediatrice. Sostenere incondizionatamente le posizioni radicali di uno o dell&#8217;altro attore coinvolto risulterebbe controproducente, contribuendo solo a ulteriori destabilizzazioni nella regione.</p>



<p>Pechino non mira a sostituire Washington nel contesto del Medio Oriente, soprattutto da un punto di vista militare. La stabilità in questa regione è di vitale importanza per la Cina, per la quale rappresenta un crocevia geografico fondamentale per i suoi interessi economici. La presenza della Palestina, che ha <a href="http://ps.china-office.gov.cn/eng/zxxx/202212/t20221207_10986675.htm">aderito alla Belt and Road Initiative nel 2022</a>, assume particolare rilevanza lungo questa via che in Medio Oriente ha i suoi snodi centrali tra Teheran e Istanbul. La Cina detiene il ruolo di principale partner commerciale di molte nazioni mediorientali e costituisce il maggior acquirente di petrolio proveniente da Arabia Saudita e Iran, con il <a href="https://thechinaproject.com/2023/10/30/china-in-limbo-over-importing-middle-east-oil-overland-through-pakistan/">60% del fabbisogno interno soddisfatto attraverso tali transazioni</a>. Un esempio tangibile di questa connessione economica è rappresentato dal superamento dei 430 miliardi di dollari nel commercio totale tra la Cina e il mondo arabo nell&#8217;anno precedente.</p>



<p>Dal punto di vista delle relazioni politiche, la posizione apparentemente “equilibrista” della Cina sembra orientata verso il consolidamento della sua leadership nel cosiddetto “<em>Global South</em>”, dove la maggioranza dei Paesi esprime solidarietà nei confronti della Palestina. Numerosi governi del &#8220;Sud globale&#8221; considerano la Cina come una potenza guida, e Pechino cerca di ottenere il sostegno dei paesi in via di sviluppo per rafforzare la propria leadership. Questo approccio potrebbe mettere in discussione la &#8220;posizione morale&#8221; degli Stati Uniti nel conflitto tra Israele e Palestina, avviando un processo di pacificazione nel quale Washington non occuperebbe più la sua posizione di arbitro indiscusso. In sostanza, l&#8217;obiettivo finale è erodere la posizione degli Stati Uniti, sfruttando la simpatia dell&#8217;opinione pubblica verso i palestinesi, pur chiudendo un occhio sulle <a href="https://www.nytimes.com/2023/10/28/world/asia/china-israel-hamas-antisemitism.html">crescenti manifestazioni di antisemitismo</a> nel dibattito politico e sui social media cinesi.</p>



<p>Pechino si propone di emergere dalla risoluzione del conflitto con la prospettiva di essere considerata una forza che contribuisce alla soluzione anziché istigatrice di ulteriori problematiche. Per il Presidente Xi, preservare la reputazione della Cina come leader dei Paesi in via di sviluppo, ergendosi a modello alternativo per quei popoli oppressi dai regimi occidentali, e fungendo da mediatore per risolvere le controversie, rappresenta una priorità di prim&#8217;ordine. Questa posizione sembra ben conciliarsi con l’immagine affidabile&nbsp; e rispettabile che la Cina vuole dare di sé, preferendo l’utilizzo di un tono narrativo cauto all’assertività dell’azione diplomatica (<em>wolf warrior diplomacy</em>) dimostrata in passato da alcuni funzionari in relazione a specifiche tematiche sensibili a Pechino &#8211; Taiwan, su tutte.</p>



<p>Nonostante Pechino si sia limitata prevalentemente ad una serie di dichiarazioni, non intraprendendo nessuna azione concreta, la guerra in corso presenta diversi vantaggi, in una prospettiva più ampia, soprattutto nel contesto della rivalità con Washington. La situazione distrae l&#8217;attenzione degli Stati Uniti dall&#8217;Indo-Pacifico, ostacola gli sforzi della Casa Bianca per promuovere la normalizzazione tra Arabia Saudita e Israele e amplifica le tensioni regionali verso l&#8217;Occidente. Pur non essendo probabile che la Cina assuma un ruolo centrale nell&#8217;attuale crisi, è imperativo per l’Unione Europea assicurarsi che non diventi un elemento di “disturbo”. La polarizzazione globale attorno alla questione israelo-palestinese gioca a favore della narrativa cinese &#8211; e russa &#8211; sulla divisione tra Occidente e Sud del mondo. Interagire con la Cina nell&#8217;attuale crisi potrebbe essere cruciale nel disarticolare questo falso dualismo da cui Pechino sta traendo vantaggio.</p>
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		<title>Perché serve una partnership transatlantica per gli investimenti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Faini]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 09 Jun 2023 10:28:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Vincitori Winter School 2023]]></category>
		<category><![CDATA[Cina]]></category>
		<category><![CDATA[NATO]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
		<category><![CDATA[Winter School 2023]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Negli ultimi anni, le relazioni tra le capitali europee e Washington si sono deteriorate gradualmente. L&#8217;elezione di Trump&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Negli ultimi anni, le relazioni tra le capitali europee e Washington si sono deteriorate gradualmente. L&#8217;elezione di Trump ha logorato l&#8217;Alleanza atlantica, mentre la firma italiana al memorandum of understanding sulla “Belt and Road Initiative” cinese, così come i commenti del Presidente francese Macron sulla NATO “cerebralmente morta” sono esempi lampanti di una crisi nei rapporti transatlantici.</p>



<p>E‘ vero che la guerra in Ucraina ha ricordato ad Europa e USA l’importanza che la loro partnership ha neldifendere le proprie democrazie ed economie di mercato: il partenariato transatlantico rimane pero‘ ostaggio di sostanziali divergenze politiche sull’economia. La Fed ha aumentato i tassi di interesse per controllare l&#8217;inflazione negli Stati Uniti, costringendo lebanche centrali europee a fare lo stesso per mantenere credibilità’ istituzionale e attrattività &nbsp;&nbsp;di mercato, senza però curarsi delle diverse radici &nbsp;dell’inflazione europea, legata all’aumento dei costi dell’energia &nbsp;Il rialzo dei tassi ha reso più costoso per i governi europei, e in particolare quelli più indebitati come l&#8217;Italia, emettere debito per finanziare le politiche di supporto a imprese &nbsp;e famiglie. In più, l’“America First” (ereditata da Donald Trump) da un lato e l’idea d iuna “Autonomia Strategica” Europea dall’altro stanno generando delle politiche industriali semi-protezioniste che incentivano le proprie industrie a produrre e innovare a casa per competere sui mercati globali delle nuove tecnologié (rinnovabili, tecnologie verdi, semiconduttori, materie prime, terre rare). La Commissione Europea ha annunciato una serie di misure per rispondere all&#8217; “Inflation Reduction Act”, un ambizioso pacchetto americano di sussidi &#8220;verdi&#8221;. Queste misure comprendono un &#8220;Net-Zero Industry Act&#8221; per investire in tecnologie verdi europee, l&#8217;assegnazione di fondi a un nuovo &#8220;Fondo di Sovranità Europea&#8221; per sostenere l&#8217;innovazione e le industrie domestiche chiave come la difesa e i semiconduttori, e una rivisitazione delle norme sugli aiuti di stato per permettere temporaneamente ai paesi dell&#8217;UE di scoraggiare la delocalizzazione di produzioni strategiche.</p>



<p><strong>La strada da percorrere</strong></p>



<p>La partnership transaltantica &nbsp;sembra tornata vitale e vibrante, soprattutto grazie al momentum politico generato dalla NATO. Questo crea un circolo virtuoso che si può sfruttare per sviluppare un modello di cooperazione strategica per affrontare le complesse sfide internazionali che vanno oltre alla dimensione militare.</p>



<p>La variabile piu’ importante e’ la durata della guerra in Ucraina. Anche se il fronte occidentale non ha dato significanti segnali di rottura del suo supporto a Kiev, ci sono stati deglidi tensione tra alleati quando i Repubblicani statunitensi si sono lamentati del timido supporto militare degli Europei in confronto allo sforzo di Washingtonn. C’e’ il rischio che questa retorica venga esacerbata nel periodo che precede l’elezioni presidenziali americane del 2024. E’ dunque importante che l’UE promuova un dialogo costruttivo che non misuri l’impegno per l’Ucraina solo in armi e veicoli, ma che tenga conto dei costi politici, economici ed energetici asimmetrici della guerra per l’UE.</p>



<p>Se il conflitto in Ucraina si protrarrà ancora a lungo, le tensioni geopolitiche continueranno a crescere. Bruxelles sarà sempre più frustrata della riluttanza della Cina ad abbandonare la sua partnership strategica con la Russia, e sarà sempre più difficile resistere alle pressioni americane per tagliare le relazioni con Pechino. L’UE e gli USA dovrebbero migliorare il dialogo sulle proprie dipendenze strategiche e accettare le diverse velocità’ di disaccoppiamento economico dalla Cina. Il prossimo summit UE-Cina sara’ un’opportunita’ – insieme alle prossime visite di leaders europei e americani a Pechino – per mostrare un nuovo approccio transatlantico nei confronti della Cina che tenga conto delle ambizioni ed interessi di entrambi gli USA e dell’UE.</p>



<p>Il “Trade and Technology Council” (TTC) e’ un esempio virtuoso di dialogo transatlantico in settori strategici come l’AI, il 6G e le tecnologie verdi. Il TTC dovrebbe essere sfruttato per rafforzare il coordinamento transatlantico su questioni di politiche monetarie e industriali ed evitare il fuoco amico di misure protezionistiche indirizzate ad altri rivali geostrategici. Inoltre, il TTC dovrebbe diventare un forum multilaterale di promozione di standards tecnologici, di qualità e sostenibilità’ “occidentale” in mercati alleati come Giappone, Corea del Sud e l’Australia per limitare la concorrenza sleale di attori economici che non adoperano gli stessi standard.</p>



<p>In conclusione, l’alleanza transatlantica dovrebbe impegnarsi per sottrarre dall’influenza cinese e russa i paesi emergenti. Per questa ragione, l’UE dovrebbe concludere i vari accordi commerciali in sospeso con India, Indonesia, MERCOSUR e vari Paesi africani, &nbsp;con gli USA per aumentare le iniziative di sviluppo sostenibile con il duplice obiettivo di contrastare l’influenza cinese, e assicurarsi l’approvvigionamento di materie critiche e fonti energetiche. IRoma dovrebbe muoversi strategicamente nei Balcani e nel Mediterraneo, costruendo sui risultati del recente summit “L’Italia e i Balcani Occidentali” in cui e’ stato lanciato un piano da €30 miliardi di investimenti in progetti infrastrutturali nella regione. E’ anche tramite queste iniziative in Paesi terzi che l’Italia, l’UE e gli US, possono lavorare insieme per difendere le proprie democrazie e mercati in un’era di intensa competizione geostrategica.</p>



<p><em>Questo testo è fra i cinque premiati con una borsa di studio per partecipare alla Winter School di Politica Estera e Europea 2023, orgabizzata da Mondodem e dalla Friedrich-Ebert-Stiftung Italien. Gli altri pezzi sono disponibli <a href="https://www.mondodem.it/category/policy-brief/vincitori-winter-school-2023/">qui</a>. </em></p>
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		<title>Per una moratoria immediata sui test anti-satellite</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico Toller]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Dec 2021 09:48:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Analisi in Pillole]]></category>
		<category><![CDATA[Cina]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra Fredda]]></category>
		<category><![CDATA[India]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La militarizzazione dell’uso dello spazio sta subendo un’accelerazione negli ultimi dieci anni, con l’acquisizione e la rinascita in&#8230;</p>
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<p>La militarizzazione dell’uso dello spazio sta subendo un’accelerazione negli ultimi dieci anni, con l’acquisizione e la rinascita in molteplici paesi di tecnologie detenute durante la Guerra Fredda solo da Stati Uniti e Unione Sovietica. Lo scorso novembre la Russia ha condotto l’ennesimo test di un missile anti-satellite (ASAT) contro un proprio satellite di dimensioni ragguardevoli (2 tonnellate) a una quota di 480 km.</p>



<p>Il test russo, così come quelli più recenti di Cina (2007, 865 km), USA (2008, circa 260 km) ed India (2019, 283 km) si sono svolti nella fascia LEO (Low Earth Orbit), che si trova ad un’altitudine rispetto alla superficie terrestre tra i 200 km (quota minima per mantenere un’orbita stabile e non subire eccessivamente la resistenza posta dall’atmosfera) e 1000 km circa. È la quota più popolata di satelliti e in cui sono già presenti milioni di detriti spaziali dovuti a satelliti fuori uso, collisioni accidentali, incidenti, ecc. Ciascuno di questi, anche se grande pochi millimetri, può potenzialmente mettere fuori uso un satellite o danneggiarlo, poiché questo tipo di collisioni avviene a svariati km/s di velocità. I detriti di dimensioni pari ad alcuni centimetri sono tracciati per far sì che nel caso in cui ci sia una certa probabilità di incontro con un satellite operativo, questo possa azionare i propri motori ed evitarlo. Ogni volta che aziona i propri propulsori, il satellite accorcia la propria vita operativa, dato che consuma carburante che sarebbe altrimenti stato utilizzato ai fini della sua missione.</p>



<p>All’aumentare della quota in LEO, l’attrito che l’atmosfera esercita su satelliti o detriti diminuisce fino ad annullarsi a circa 1000 km di quota, questi tendono così a permanere più a lungo in orbita. Infatti, sotto i 200 km di quota la resistenza atmosferica comporta il rientro a Terra (con conseguente distruzione) nell’arco di poche settimane, sui 300-400 km si tratta di mesi, a quote superiori di anni o decenni. Sopra i 1000 km circa, assente l’attrito atmosferico, diventa impossibile per un corpo rientrare naturalmente a Terra. Tant’è che i satelliti in orbita geosincrona, a circa 36000 km di altitudine, prima di essere messi fuori servizio vengono spostati nelle cosiddette orbite cimitero per tenerli separati da quelli attivi.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><a href="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2021/12/fgd.png"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="800" height="550" src="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2021/12/fgd.png" alt="" class="wp-image-2559" srcset="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2021/12/fgd.png 800w, https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2021/12/fgd-300x206.png 300w, https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2021/12/fgd-768x528.png 768w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /></a><figcaption>0-1 Si noti I salti in corrispondenza del 2007 (test ASAT cinese) e 2009 (collisione accidentale Iridium-Cosmos tra satelliti, l’unica finora verificata)</figcaption></figure>



<p>Va comunque notato che un test ASAT, per quanto a bassa quota come il test indiano e USA, ha comportato comunque che alcuni detriti raggiungessero quote più elevate, per quanto decadessero e si disintegrassero nel giro di due anni. Invece, il test cinese del 2007 o quello russo del 2021 hanno portato alla formazione di migliaia di nuovi detriti tracciabili che rimarranno per anni un pericolo per i satelliti attivi, in particolare in una situazione che vede una loro sempre maggiore presenza per via del dispiegamento delle mega-costellazioni, ciascuna delle quali dotata di centinaia o anche migliaia di satelliti. Si tratta di un fenomeno che già di per sé richiederebbe la formazione a livello internazionale di un controllo per il traffico spaziale e relative regole condivise, come già esiste il controllo del traffico aereo.</p>



<p>Preoccupa soprattutto il fatto che le conseguenze deleterie di questi test sono ormai note, e nonostante questo le Forze Armate russe abbiano deciso di condurre il test contro un satellite di dimensioni ragguardevoli (2 tonnellate) adottando per di più limitatissime misure di mitigazione contro la formazione di detriti . La mancata coordinazione tra le Forze Armate Russe e l’agenzia spaziale russa Roscosmos, inoltre, ha fatto sì che non ci sia stato un preavviso per modificare l’orbita della stazione spaziale internazionale ed evitare passaggi ravvicinati con i detriti. Di conseguenza, gli astronauti a bordo della ISS sono stati costretti a salire a bordo delle loro capsule secondo la procedura d’emergenza in caso di possibile impatto con la stazione e depressurizzazione, evento fortunatamente non avvenuto. Lo stesso si è probabilmente verificato a bordo della stazione Tiangong, ma le autorità cinesi per ragioni di opportunità politica non hanno condannato l’accaduto, al contrario di quelle occidentali.</p>



<p>Alla luce di tutto questo, sarebbe opportuno concordare una moratoria immediata sui test ASAT e successivamente un bando a qualunque attività che porti alla perdita di controllo e distruzione di</p>



<p>satelliti, poiché ciascuna collisione aumenta il rischio che se ne verifichino altre e che nasca una reazione a catena che renderebbe molto più complicato l’accesso allo spazio.</p>
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		<title>Belt and Road Initiative: a che punto siamo?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federica Roia]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 27 Jul 2021 16:31:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Analisi in Pillole]]></category>
		<category><![CDATA[Asia-Pacifico]]></category>
		<category><![CDATA[Belt and Road Initiative]]></category>
		<category><![CDATA[Cina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il 23 marzo 2019, l’Italia ha preso parte alla Belt and Road Initiative (BRI) attraverso la firma di&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Il 23 marzo 2019, l’Italia ha preso parte alla Belt and Road Initiative (BRI) attraverso la firma di un Memorandum of Understanding (MoU) con la Repubblica Popolare Cinese. La BRI è un progetto strategico di sviluppo infrastrutturale di ampio respiro, e per questo anche una manifestazione del nuovo ordine mondiale a stampo cinese. Varie sono state le ragioni che hanno spinto l’Italia, caso unico tra le grandi potenze occidentali, ad aderirvi: non ultima la presenza al governo di Movimento Cinque Stelle e Lega Nord che, freddi nei confronti dell&#8217;alleanza transatlantica e carichi di euroscetticismo, non hanno visto nulla di male nella firma del Memorandum. A due anni dalla firma italiana, a che punto siamo con lo sviluppo delle varie iniziative di cui il MoU doveva costituire il quadro generale?</p>



<p>Si può senza dubbio affermare che il cambio della presidenza statunitense contestualmente alle crescenti tensioni tra Cina e Stati Uniti e allo scoppio della pandemia da COVID-19, abbiano comportato rilevanti conseguenze anche nello sviluppo della BRI. Il primo si è tradotto in un maggiore impegno degli Stati Uniti nei confronti dell’Europa, inclusa l&#8217;Italia, per garantire l&#8217;allineamento delle politiche nei confronti della Cina. Tale intento è stato reso noto anche attraverso il manifesto del Presidente Biden “Build Back Better for the World&#8221; (abbreviato in B3W come a evocare la BRI cinese) lanciato durante il recente G7. Il risultato di questo sforzo si è poi concretizzato nella cancellazione, avvenuta dopo marzo 2019, di una potenziale collaborazione tra l&#8217;Agenzia Spaziale Italiana e la China National Space Administration per costruire moduli abitativi per la stazione spaziale cinese Tiangong. Nella stessa direzione e in linea con le misure adottate all’interno di altri paesi dell&#8217;UE, s’inquadra la limitazione della possibilità di Huawei di partecipare allo sviluppo della rete 5G italiana. È bene sottolineare che nessuno dei due esempi citati fa diretto riferimento al MoU del 2019, vanno piuttosto interpretati come manifestazioni del cambiamento della posizione italiana nei confronti della collaborazione con entità cinesi, sia pubbliche sia private, in seguito alla pressione degli Stati Uniti. Il secondo elemento da considerare è lo scoppio della pandemia da COVID-19. Il 2020 doveva essere un anno importante per i rapporti tra Italia e Cina: parte degli accordi firmati si sarebbe dovuta concretizzare e nello stesso anno si sarebbe dovuto celebrare il 50° anniversario delle loro relazioni diplomatiche e l&#8217;Anno del Turismo Italia-Cina, ora rimandato al 2022. Merita menzione anche il mutamento del governo italiano che, nel settembre 2019, ha visto il Movimento 5 Stelle essere affiancato dal Partito Democratico (PD). La nuova coalizione, benché non pregiudizialmente ostile alla Cina, ha adottato un approccio volto a ricollocare l&#8217;Italia nei suoi tradizionali sistemi di alleanze. Nella stessa direzione guarda l’attuale premier Draghi che, nel corso del G7, ha ribadito la necessità di un riesame del MoU, suggerendo un approccio più cauto nei confronti della Cina.</p>



<p>Per completezza d’analisi, è bene esaminare i recenti rapporti tra Italia e Cina per capirne la natura e la rilevanza ai fini della BRI. Con riferimento ai MoU firmati nel 2019 tra i porti di Genova e di Trieste con la China Communications Construction Company (CCCC), si può certamente affermare che non ci siano stati notevoli sviluppi nelle collaborazioni in questo settore e sembra che non ce ne saranno in futuro. Il nuovo terminale BRI di Vado Ligure, vicino a Genova, è il risultato di un accordo che precede il MoU del marzo 2019 poiché risale alla creazione della joint venture APM Terminals Vado Ligure S.p.A. avvenuta nel 2016. Altri esempi di rapporti già esistenti e formalizzati con la firma del MoU a marzo 2019 sono quelli di Cassa Depositi e Prestiti, Eni e Intesa Sanpaolo con controparti cinesi come Bank of China e la città di Qingdao. Infine, un MoU di notevole successo è stato quello siglato tra l&#8217;agenzia di stampa italiana Ansa e la sua controparte cinese Xinhua. Nonostante il rapporto preceda anch’esso la firma del MoU del 2019, solo dopo marzo dello stesso anno, sono state inserite all’interno del sito dell&#8217;Ansa le notizie di Xinhua tradotte in italiano ed etichettate come Xinhua News. Come emerge dall’analisi, dunque la maggior parte di questi accordi è il risultato di collaborazioni precedenti il 2019 e che di conseguenza avrebbero interessato l’Italia anche senza la sua adesione alla BRI, con alcune eccezioni. Inoltre, se la BRI viene analizzata unicamente come un progetto di connettività e infrastrutture, solo un paio di esempi riportati può essere ricondotto a essa. A tal proposito, si può affermare che la firma di accordi paralleli al MoU e riguardanti altri settori di interesse, sia legata al reale significato che la BRI assume per la Cina e per l’Italia: essa rappresenta il risultato della strategia onnicomprensiva cinese volta a identificare la relazione tra un paese &#8211; l’Italia &#8211; e la Cina stessa. Abbiamo assistito a una manifestazione di tale intento anche in piena emergenza sanitaria, con l’avvio della “diplomazia delle mascherine” da parte della Cina nei confronti dell’Italia. La BRI ha così assunto un valore più politico – simbolico che economico posto che sono stati pochi i risultati che essa finora ha portato al settore marittimo-infrastrutturale italiano.</p>
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		<title>Futuro rapporto tra USA e Cina con Biden</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giulia Cicino]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 14 Jan 2021 19:15:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Osservatori]]></category>
		<category><![CDATA[Cina]]></category>
		<category><![CDATA[Joe Biden]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
		<category><![CDATA[Xi Jinping]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il 20 gennaio 2021 Joe Biden si è insediato ufficialmente alla Casa Bianca come 46esimo presidente degli Stati&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Il <strong>20 gennaio 2021</strong> Joe Biden si è insediato ufficialmente alla Casa Bianca come <strong>46esimo</strong> presidente degli Stati Uniti, e dovrà portare avanti una politica estera anche sulla base dell’eredità lasciata da Trump. Questi ha, in questi ultimi 4 anni, adottato un approccio competitivo nei confronti della Cina, basato su un rafforzamento delle alleanze bilaterali nell’Asia-Pacifico accompagnato parallelamente da una guerra commerciale nei confronti di Pechino, portata avanti con <strong>misure unilaterali e protezionistiche</strong>. L’eredità dell&#8217;amministrazione uscente è contenuta in un <strong>documento di 70 pagine</strong> rilasciato nel novembre 2020 dall’Ufficio del Segretariato di Stato, dal titolo “<a href="https://www.state.gov/wp-content/uploads/2020/11/20-02832-Elements-of-China-Challenge-508.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">The Elements of the China Challenge</a>”, che esamina la condotta “nociva” di Pechino, le sue vulnerabilità e come gli Stati Uniti dovrebbero rispondere. Tra i compiti di Washington sono annoverati l’ottenere una maggiore conoscenza e comprensione della <strong>sfida cinese</strong>, adottare una cooperazione pragmatica oppure contenere la Cina a seconda del bisogno, e più in generale rafforzare le alleanze statunitensi nel contesto asiatico.</p>



<p>Biden eredita quindi un contesto in cui le relazioni con la Cina sono ai <strong>minimi storici</strong>. La sua futura amministrazione cercherà ancora di contenere Pechino, considerato l&#8217;ampio consenso bipartisan in tema tra Democratici che ai Repubblicani, che condividono preoccupazione e frustrazione per lo <strong>sviluppo economico e tecnologico</strong> senza precedenti della Cina, che rischia di offuscare quello statunitense, e per le sue politiche aggressive in tema di <strong>commercio e diritti umani</strong> (per menzionare solo i settori più evidenti). Tuttavia, l’approccio di Biden sarà sicuramente diverso. Nell’ultimo confronto televisivo con Trump durante la campagna elettorale, Biden <a href="https://eu.usatoday.com/story/news/politics/elections/2020/10/23/debate-transcript-trump-biden-final-presidential-debate-nashville/3740152001/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">ha dichiarato</a> che, a differenza del presidente uscente lui è intenzionato a <strong>far rispettare le regole del commercio internazionali</strong> al Dragone, rinunciando ad una guerra dei dazi ha solo che avrebbe solo aumentato il deficit commerciale americano verso la Cina. Dal punto di vista più squisitamente diplomatico, Biden tenterà di ripristinare una politica estera intesa in senso classico, superando l’uso che il tycoon faceva dei social network, e cercando di riaprire un dialogo con il corpo diplomatico cinese – che, dopo questi ultimi anni di accuse statunitensi, si è indurito, assuefatto alla <strong><em>“diplomazia di Twitter”</em></strong> di Trump. Inoltre, il nuovo presidente ha una visione più inclusiva volta a rafforzare sia il <a href="https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/encircling-china-japan-quad-and-indians-22853" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Quadrilateral Security Dialogue</a> con Australia, India e Giappone, e sia le collaborazioni tradizionali con Indonesia e Corea del Sud. Rinvigorire queste alleanze, insieme a quelle con l’Unione Europea ed altri partner, significa aumentare il potere negoziale di Washington e potenzialmente permettere di indurre Pechino a rispettare gli standard del commercio internazionale e i <strong>diritti umani</strong>. In un <a href="https://www.foreignaffairs.com/articles/united-states/2020-01-23/why-america-must-lead-again" target="_blank" rel="noreferrer noopener">articolo</a> pubblicato a marzo 2020 sulla rivista Foreign Affairs, Biden aveva spiegato che il paese di Xi Jinping non avrebbe potuto ignorare un fronte comune di paesi che, insieme, costituiscono più della metà dell’economia globale. Questo permetterebbe agli Stati Uniti e ai loro alleati di tornare a decidere le regole concernenti tutti i campi, dall’ambiente al lavoro, che rispettino gli interessi e i valori democratici.</p>



<p>A tal fine, nell’articolo egli esprimeva la sua volontà di organizzare un <strong>Summit per la Democrazia</strong>, includente tutte le democrazie del mondo. Gli scopi dichiarati di questo Summit sarebbero combattere l’autoritarismo, rafforzare le istituzioni democratiche e difendere i diritti umani a livello domestico e internazionale, ma si tratterebbe di un evidente tentativo di coagulare una grande alleanza di paesi affini in funzione anti-cinese.</p>



<p>Inoltre, per vincere la competizione con Pechino Biden intende investire in ricerca e sviluppo, focalizzandosi tra le altre cose su <strong>energia pulita, intelligenza artificiale e 5G</strong>.</p>



<p>Il futuro presidente punterà a ristabilire la <strong>leadership globale americana</strong>, dopo gli anni del disimpegno globale dell’amministrazione. Biden è convinto che evitare che un altro paese prenda il posto della superpotenza statunitense, o che al contrario nessuno lo faccia e scoppi il caos, sia il modo migliore per proteggere gli interessi degli americani. L’uso della forza rimane relegato come ultima scelta, solo per difendere gli interessi fondamentali degli Stati Uniti e con il <strong>consenso popolare</strong>.</p>



<p>Biden darà priorità invece alla lotta al cambiamento climatico, ed cercherà di spingere Pechino a smettere di finanziare progetti energetici della <strong>Belt and Road Initiative</strong> che coinvolgano i carboni fossili. L’incarico di rilanciare la politica ecologista sarà affidato a <strong>John Kerry</strong>, il quale si occupò in prima persona dell’Accordo sul clima di Parigi quando era Segretario di Stato, e sarà adesso l’inviato speciale per il<strong> clima</strong>, carica che nelle amministrazioni precedenti non esisteva, segnale dell’importanza data al tema.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/2341/">Futuro rapporto tra USA e Cina con Biden</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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		<title>Export del vino italiano in Cina: le sfide per il mercato italiano e come uscirne vincitori</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Livio di Salvatore]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 31 Oct 2020 16:51:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[Cina]]></category>
		<category><![CDATA[vino]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il settore del vino è stato colpito molto duramente dall’impatto del Covid19: a mettere in ginocchio numerose cantine&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Il settore del vino è stato colpito molto duramente dall’impatto del Covid19: a mettere in ginocchio numerose cantine italiane è stata la chiusura, durante il <em>lockdown</em>, di tutto il comparto HoReCa (hotel, bar e ristorazione). Questo, infatti, è uno sbocco importantissimo per tutto il settore del vino italiano, ma fondamentale per quelle cantine che non hanno le dimensioni, i volumi e la struttura per poter vendere il proprio prodotto sugli scaffali dei supermercati italiani in modo profittevole. Anche dopo la riapertura, la parziale paralisi dei mercati internazionali e il blocco del turismo hanno rallentato la ripresa delle aziende vinicole. <strong>Ma c’è un posto nel mondo in cui i consumi hanno ritrovato vitalità, in cui si è tornati a stappare bottiglie di vino importato</strong>, e che può dare respiro a coloro che producono vino: si tratta della Cina.</p>



<p>Certo, anche prima dell’epidemia quello cinese era un mercato che faceva gola a un gran numero di produttori, con i suoi 2,2 miliardi di euro di importazioni di vino nel 2019 – 140 milioni solo di vino italiano (dati Nomisma) – un <strong>import vinicolo sostanzialmente raddoppiato in pochi anni</strong>, con una crescita tumultuosa.</p>



<p>Tuttavia, la Cina è un mercato che offre tante opportunità quante sono le sfide.</p>



<p><strong>Quali sono gli ostacoli maggiori che incontra il vino italiano nell’accedere al ricco mercato cinese?</strong></p>



<p>Innanzitutto, una <strong>burocrazia</strong> complessa e delicata. Infatti, per poter superare i controlli della dogana cinese, le bottiglie di vino devono essere corredate di numerosi documenti tra certificati, analisi chimiche ed etichette tradotte in cinese.</p>



<p>Ostacolo ancora più importante è quello dei <strong>dazi</strong> – per andare a toccare un argomento particolarmente caldo di questi tempi quando si parla di Cina – che rischiano di neutralizzare un grande punto di forza del vino italiano, ovvero l’invidiabile rapporto qualità-prezzo.</p>



<p><strong>L’Italia è solo il quarto più grande produttore di vino importato in Cina</strong> – fino all’anno scorso era il quinto, ha da poco superato la Spagna – in coda ad Australia, Francia e Cile. Ad esclusione della Francia (anch’essa da poco tragicamente sorpassata dall’Australia), cosa accomuna gli altri due paesi? Non una gloriosa tradizione enologica, per lo meno se confrontati agli altri due contendenti, bensì l’assenza di dazi all’ingresso del mercato cinese. I dazi pagati dai vini australiani e cileni, infatti, sono pari a zero, a differenza di quelli italiani che, a seconda dei casi, pagano dal 14% al 20%. Questo comporta un significativo aumento di prezzo che viene scaricato sulle spalle del consumatore, il quale di conseguenza è meno invogliato a gettarsi nell’esplorazione del magnifico panorama enologico italiano.</p>



<p>Qui si tocca un altro tasto dolente: <strong>l’immensa varietà del vino del Bel Paese è risultata fino ad ora essere un peso </strong>piuttosto che una ricchezza. L’Italia ha avuto una scarsa capacità di fare sistema come nazione del vino, soprattutto se confrontata alla Francia che sin dagli anni ’80 ha saputo abilmente costruire un brand di 法国葡萄酒<em>faguo putaojiu</em> (vino francese) di inequivocabile ed eccezionale efficacia. Gli italiani, invece, impelagati in <strong>campanilismi e rivalità territoriali</strong>, giungono sul mercato cinese con una miriade di varietà differenti che, come gli stessi italiani ci tengono a specificare, sono assolutamente diverse tra loro. Il messaggio che passa non è “il vino italiano è di qualità”, bensì un microcosmo di molteplici varietà, in cui i prodotti vengono inquadrati in categorie man mano più ridotte, con il legittimo obiettivo di differenziare il proprio vino, rischiando tuttavia di perdere una visione d’insieme. Il caso francese dimostra che il mancato sforzo di semplificazione faccia sì che il consumatore cinese, mediamente ancora poco esperto, si trovi <strong>confuso, spaesato, scoraggiato.</strong></p>



<p><strong>Cosa possono fare le istituzioni per risolvere questi problemi?</strong></p>



<p>È risaputo come la Cina propenda per trattative bilaterali con i singoli Stati piuttosto che l’adesione a trattati multilaterali. L’Australia ha saputo sfruttare i rapporti commerciali estremamente privilegiati con la Cina per dare spinta a un settore con grande potenziale. Il Cile ha deciso a tavolino, facendo sedere insieme filiera produttiva e istituzioni, che avrebbero fatto decollare il vino cileno attraverso uno sforzo collettivo, facendo in più leva sui buoni rapporti diplomatici con la Cina (grazie alla sua politica terzomondista di lunga data) per strappare condizioni favorevoli per l’export.</p>



<p>L’Italia, le cui esportazioni valgono un terzo del PIL, potrebbe leva sia sulla <strong>congiuntura relativamente positiva in fatto di rapporti diplomatici sino-italiani</strong> che sul grande potere del brand “Made in Italy” in fatto di lusso e moda, così come le nostre eccellenze del know-how in campo meccanico e farmaceutico. Tuttavia, non bisogna neanche far sì che uno sforzo per incrementare l’esportazione di uno specifico bene venga percepito, da parte cinese o di paesi terzi, come una generale volontà italiana di accettare la logica cinese della prevalenza dei rapporti bilaterali. Incrinare il fronte europeo nei rapporti commerciali con la Cina significherebbe, per l’Italia, accettare di negoziare da junior partner con il gigante cinese, invece che da pari a pari come UE. Già la firma del Memorandum d’Intesa per la Nuova Via della Seta, da tutti interpretata per il suo valore politico-strategico e non commerciale, è sembrata incrinare non poco la collocazione euro-atlantica del nostro paese.</p>



<p>Meno politicamente sensibile ma altrettanto fruttuoso sarebbe invece agire dentro i confini italiani, investendo su organi nazionali veramente autorevoli e super partes che sappiano <strong>creare una visione unitaria, coerente e chiara per l’export vinicolo italiano</strong>; che sappiano cioè creare quel messaggio forte che dica “il vino italiano è di qualità”. Mettere insieme gli attori della filiera e delle istituzioni, rinunciando tutti a un pizzico di orgoglio in cambio di grandi vantaggi per l’intero paese, è un’impresa difficile, ma sicuramente non impossibile.</p>
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		<title>Cina e Stati Uniti: quale ruolo per l’Italia tra due giganti in competizione?</title>
		<link>https://www.mondodem.it/2104/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Ilaria Tassari]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Jun 2020 15:36:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Asia-Pacifico]]></category>
		<category><![CDATA[Cina]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’ondata di Covid-19 non ha risparmiato nessuno Stato dal punto vista sanitario, economico, sociale, ma anche e soprattutto&#8230;</p>
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<p class="has-drop-cap"><strong>L’ondata di Covid-19 non ha risparmiato nessuno Stato dal punto vista sanitario, economico, sociale, ma anche e soprattutto dai riflettori politici</strong>: con inedita forza vediamo avanzare il disimpegno americano, così come vediamo la Cina anticipare alcune delle sue mosse attraverso quella che viene definita “la Via della seta sanitaria”. È in corso uno scontro tra le due superpotenze che si intensifica con il susseguirsi di contraccolpi su temi come la sicurezza nazionale, l’uguaglianza e la giustizia sociale, i diritti umani, il commercio e l’utilizzo di nuove tecnologie.</p>



<p>Grazie alla “Nuova via della seta” Pechino ha avviato un progetto con il quale porta avanti un impegno primariamente economico, ma con importanti implicazioni a livello politico-diplomatico, le cui dimensioni sono senza precedenti nella storia moderna. In questo contesto potrebbe rivelarsi opportuno comprendere e presentare, al di là dei benefici a breve termine, quale ruolo potrebbe ritagliarsi l’Italia sullo scacchiere geopolitico. <strong></strong></p>



<p>L’Italia, sul piano diplomatico, fatica a delineare una visione d’insieme ed una strategia coerente. La posizione di alleato storico degli Stati Uniti, unita all’interesse di stringere comunque <a href="https://www.mondodem.it/osservatori/i-rapporti-cina-italia-ai-tempi-del-coronavirus-solidarieta-o-interesse-geoeconomico/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">relazioni strategiche funzionali</a> con la Repubblica Popolare Cinese, rendono difficile assumere una postura correttamente calibrata. Tuttavia, e sebbene sia altamente improbabile qualsiasi possibilità di acquisire una posizione <em>inter pares</em>, non sarebbe irrealistico immaginare una nuova risolutezza diplomatica italiana, affiancata da obiettivi economici, ma non economicistici [1]. Apparendo inevitabile una presa di posizione nel lungo periodo, l’Italia dovrebbe anticipare la mobilitazione del corpo diplomatico, delle organizzazioni responsabili della mediazione culturale, e avviare una consultazione tra i partiti di maggioranza e l’opposizione, per concepire e realizzare una strategia meno ambigua e più compatta dell&#8217;attuale.</p>



<p>Considerata la posizione di relativa debolezza dell&#8217;Italia, il punto di partenza dovrebbe essere quello di evitare di porsi in situazioni di <em>impasse </em>e di subire ritorsioni, a livello diplomatico che a livello economico. A tale scopo, per inciso, appare utile <strong>sviluppare ulteriormente la normativa che regolamenta i poteri di intervento del Governo sulle acquisizioni di assetti strategici italiani (c.d. Golden Power</strong>) in settori quali l’energia, i trasporti, le comunicazioni, le banche, gli istituti finanziari e, dal 2019 [2], le modalità di intervento statale per il monitoraggio dei contratti di fornitura di tecnologia 5G. Il sistema Italia potrà in futuro trarre beneficio dal continuo miglioramento di un modello di gestione virtuoso ed equilibrato che protegga gli asset nazionali, ma che al tempo stesso non comprometta la presenza di investimenti stranieri. È ipotizzabile una crescente e ambiziosa estensione del raggio d’azione della suddetta normativa, accompagnata però&nbsp; da una contestuale maturazione dell&#8217;intero sistema che garantisca una applicazione efficace, rapida ed equilibrata della normativa. In particolar modo il maggior coinvolgimento di esperti dei settori specifici potrebbe garantire maggiore resilienza e capacità di mitigare i rischi riscontrabili nello scambio di informazioni e nella collaborazione sulla ricerca scientifica.</p>



<p>Altro elemento, tra virgolette, “metodologico&#8221; di non poca rilevanza è la necessità di <strong>impostare i rapporti sulla base del rispetto reciproco e di un sano realismo</strong>, evitando quindi strappi e decisioni unilaterali che rischino di guadagnare punti da un lato vanificando, dall&#8217;altro, tutti gli sforzi compiuti fino a quel momento. Di fatto l&#8217;Italia può avvalersi di entrambi i partner per soddisfare i propri interessi, a patto di non accettare accordi che potrebbero compromettere la reciprocità delle relazioni con entrambi o gettare incertezza sulla sicurezza nazionale e sulla stabilità della politica interna, di tutte le parti. Per quanto riguarda la sicurezza va detto che, se un dialogo è sempre auspicabile, vi sono questioni relative alla sicurezza interna di USA e Cina, nelle quali l’Italia da sola non può intervenire – diverso sarebbe il caso, ovviamente, di una linea europea che sarebbe auspicabile Roma concorra a definire con ruolo da protagonista.</p>



<p>In ogni caso su diversi temi è possibile e costruttivo avviare nuovi progetti di<strong> collaborazione congiunta</strong> per favorire un dibattito sulle condizioni del clima, per tutelare la salute e la sicurezza dei cittadini, sensibilizzare in materia di privacy e trasparenza, o ancora moderare collaborazioni in ambito tecnico-scientifico.</p>



<p>Se concepita con questa accezione, una mediazione, coadiuvata dagli scambi diplomatici, appare oltremodo efficace, ma a condizione che ci sia coerenza e continuità nel perseguirla. Finché il dibattito politico vedrà frizioni interne tra partiti, la politica estera subirà l’influenza dell’una o dell’altra parte. È opportuno che la classe politica nel suo insieme dedichi tempo, energie e risorse disponibili affinché l’Italia non assuma una postura volubile di fronte alla Cina come agli Stati Uniti.</p>



<hr class="wp-block-separator"/>



[1] <a href="https://www.limesonline.com/cartaceo/la-temporanea-illusione-delleconomicismo">https://www.limesonline.com/cartaceo/la-temporanea-illusione-delleconomicismo</a></p>



[2] Art. 1-bis introdotto nel decreto-legge n. 21 del 2012 con il decreto-legge n. 22 del 25 marzo 2019 (convertito, con modificazioni, dalla legge n. 41 del 20 maggio 2019). <a href="http://www.governo.it/it/dipartimenti/dip-il-coordinamento-amministrativo/dica-att-goldenpower/9296">http://www.governo.it/it/dipartimenti/dip-il-coordinamento-amministrativo/dica-att-goldenpower/9296</a></p>
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