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	<title>Coronavirus Archivi &#8211; MondoDem</title>
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	<description>Laboratorio di Politica Internazionale</description>
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	<title>Coronavirus Archivi &#8211; MondoDem</title>
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		<title>Lo spazio europeo dell’Istruzione: verso una formazione più inclusiva nell’era post-Covid</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Claudia Schettini]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Sep 2021 08:47:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Coronavirus]]></category>
		<category><![CDATA[COVID-19]]></category>
		<category><![CDATA[Istruzione]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’istruzione è uno dei pilastri fondamentali dello stato sociale. L’acquisizione di nuove conoscenze, la formazione personale e lo&#8230;</p>
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<p class="has-drop-cap">L’istruzione è uno dei pilastri fondamentali dello stato sociale. L’acquisizione di nuove conoscenze, la formazione personale e lo sviluppo di uno spirito critico individuale avvengono in gran parte all’interno delle mura scolastiche, a partire dalla prima infanzia. A qualunque grado e livello, l’istituzione scolastica ha sempre cercato di svolgere il ruolo di “ascensore sociale”, ponendosi come uno degli strumenti più potenti per favorire la mobilità sociale, per far sì che chi nasce in una situazione svantaggiata riesca ad avere accesso ad un’istruzione di qualità, e da lì ad un’occupazione che consenta di esprimere al meglio il proprio talento. Ormai da anni si sta assistendo ad un blocco di tale ingranaggio, in particolare nel nostro Paese in cui le possibilità di progredire tramite l’istruzione sono inesistenti come denuncia l’ultimo rapporto Ocse-Pisa: «Equità nell’istruzione: abbattere le barriere alla mobilità sociale». Si tratta di una situazione resa ancora più drammatica dal dilagarsi della pandemia e dal ricorso alla didattica a distanza (DAD) che ha gettato luce sull’immagine di un paese estremamente diseguale.</p>



<p>Da tale constatazione è nata l’esigenza di dare concretezza al progetto di uno “Spazio europeo dell’istruzione” che operi in sinergia con lo “European Research Area” (ERA) allo scopo di promuovere la collaborazione tra gli Stati membri dell&#8217;Unione europea per arricchire ulteriormente la qualità e l&#8217;inclusività dei rispettivi sistemi di istruzione e formazione e, soprattutto, colmare le grandi differenze tra i Paesi, rese ancora più evidenti dalla pandemia. Tale progetto è, quindi, perfettamente in linea con il Next Generation EU, con cui condivide l’obiettivo di un&#8217;Europa moderna e più sostenibile, in grado di far fronte alle transizioni digitale e verde e I cui finanziamenti forniranno un importante sostegno alle riforme e agli investimenti nel settore dell&#8217;istruzione e della formazione, dalle infrastrutture e dall&#8217;edilizia alla formazione, ai dispositivi digitali e ai finanziamenti per le risorse didattiche a distanza.</p>



<p>L’idea di creare uno spazio europeo dell&#8217;istruzione non è nuova ma, per la prima volta, è stata avallata nel 2017 dai leader europei durante il vertice sociale di Göteborg, avanzando la proposta di sviluppare un approccio olistico all&#8217;azione dell&#8217;UE nel settore dell&#8217;istruzione, della formazione e della ricerca. La Commissione europea, guidata da Ursula von der Leyen, ha promesso la realizzazione di tale progetto entro il 2025, contribuendo ad intensificare l&#8217;azione in materia di investimenti nell&#8217;istruzione e nella formazione e fornendo un sostegno specifico agli enti locali, regionali e nazionali per facilitare l&#8217;apprendimento reciproco, l&#8217;analisi e la condivisione delle buone pratiche in materia di investimenti nelle infrastrutture dell&#8217;istruzione.</p>



<p>È interessante notare come i pilastri su cui si fonda tale iniziativa sono esattamente uguali alle componenti delle missioni dedicate all’istruzione e alla ricerca contenute all’interno dei vari piani nazionali di ripresa e resilienza. In particolare, volendo fare nuovamente l’esempio dell’Italia, la Missione 4, dedicata all’Istruzione e alla Ricerca, prevede un finanziamento di circa 31 miliardi di euro con l’obiettivo finale di rafforzare le condizioni per lo sviluppo di un’economia ad alta intensità di conoscenza, di competitività e di resilienza, partendo dal riconoscimento delle criticità di tale settore. Si tratta, fondamentalmente, delle stesse aspirazioni dello Spazio europeo che mira a migliorare le competenze di base, comprese quelle digitali, agevolare la mobilità internazionale di studenti e docenti nonché la collaborazione internazionale tra istituti scolastici e universitari, promuovere il multilinguismo e garantire un’istruzione e una formazione inclusiva e svincolata dal contesto sociale, economico e culturale di appartenenza.</p>



<p>Altro pilastro del Next Generation EU è la sostenibilità ambientale e, proprio nel rispetto di quest’ultima, la Commissione europea ha proposto l’istituzione di una coalizione “Istruzione per il clima” con l’obiettivo ultimo di dar vita ad una società civile europea che sia “climate-neutral”. Tale coalizione dovrà, dunque, canalizzare gli investimenti in infrastrutture verdi per l&#8217;istruzione e la formazione, dovrà garantire che insegnanti e formatori abbiano opportunità di sviluppo professionale orientato alla sostenibilità e alla Green Economy che sia permanente, nonché promuovere l&#8217;apprendimento tra pari e progetti internazionali comuni di ricerca e innovazione orientati alla transizione verde e alla sostenibilità ambientale.</p>



<p>Come già sottolineato, lo Spazio Europeo dell’Istruzione opererà in sinergia con lo Spazio Europeo per la ricerca, meglio noto come The European Research Area (ERA) la cui ambizione è quella di creare un mercato singolo e senza frontiera per la ricerca, l’innovazione e la tecnologia che comprenda tutti i paesi dell’Unione. Con il varo del Next Generation EU è stato varato anche il cosiddetto ERAvsCORONA Action Plan, sostenuto dai Ministri dell’Istruzione e della Ricerca dei 27 paesi membri che hanno indicato dieci azioni prioritarie tutte orientate verso la una ricerca coordinata a livello europeo soprattutto per evitare l’implementazione di trattamenti, vaccini e diagnosi che si posino sul continente a macchia di leopardo.</p>



<p>Quanto detto rimarca l’importanza che riveste la dimensione europea dell’istruzione, della formazione e dell’attività di ricerca, per garantire a tutti un’educazione, intesa in senso lato, inclusiva e di qualità, per eliminare le grandi iniquità e diseguaglianza del sistema in diversi Paesi Membri e, soprattutto, per contribuire a creare e mantenere una società europea coesa, partendo dalle fondamenta dell’istruzione.</p>
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		<title>Cosa abbiamo imparato dalle Olimpiadi di Tokio?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Sgrulletti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Aug 2021 18:53:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Asia-Pacifico]]></category>
		<category><![CDATA[Coronavirus]]></category>
		<category><![CDATA[COVID-19]]></category>
		<category><![CDATA[olimpiadi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I Giochi olimpici di Tokyo 2020 sono stati “le Olimpiadi del Covid-19”, per molte altre ragioni rispetto a&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>I Giochi olimpici di Tokyo 2020 sono stati “le Olimpiadi del Covid-19”, per molte altre ragioni rispetto a quelle ovvie e abbondantemente dibattute nel corso dell’evento, concernenti la risposta sanitaria nazionale nipponica, con relative polemiche domestiche, e la politica precauzionale adottata a salvaguardia di atleti, operatori e volontari. Infatti, nessuno degli eventi sportivi precedentemente celebrati a mo’ di recupero delle manifestazioni sospese o annullate a seguito della diffusione pandemica del contagio, compresi quelli di dimensioni ragguardevoli, come gli Europei o la <em>Copa América</em> di calcio, poteva per ragioni numeriche e simboliche chiamare in causa le ragioni del globalismo e del localismo, che sono dei corollari inevitabili delle politiche internazionali di contrasto al virus.</p>



<p>Sarebbe dunque fuorviante non considerare tutta la discussione sull’opportunità dello svolgimento dei Giochi (e altrettanto dicasi per i paralimpici, che sono in procinto di iniziare) sotto questo punto di vista, a suo modo epocale: per il CIO, una delle organizzazioni internazionali che più iconicamente rappresentano i tempi del globalismo, essere riusciti nell’impresa di portare a termine Giochi olimpici caratterizzati dal record di discipline e specialità, con defezioni nazionali attinenti a ragioni differenti e pregresse rispetto alla pandemia da Covid-19 (si veda il caso della Russia, con gli atleti che hanno gareggiato sotto il vessillo olimpico per lo scandalo del doping di Stato; o quello della Corea del Nord, caratterizzato dalle vicende geopolitiche a tutti i nostri lettori ben note), rappresenta un innegabile successo ed è impossibile non notare quanto un esito differente dell’impresa in Sol Levante avrebbe reso inimmaginabili i toni di lieta speranza che hanno caratterizzato l’annuncio di Parigi 2024, da parte del Presidente della Repubblica francese Macron e della Sindaca Hidalgo.</p>



<p>Le dimensioni dell’evento olimpico, che sono andate in costante crescendo durante la storia, non sono dunque conseguenza di processi ineluttabili, ma merito di organizzazione e lavoro. Questo assunto rende gelido il rammarico per l’occasione persa da Roma per l’organizzazione dei prossimi Giochi, oltre a responsabilizzare la nostra organizzazione olimpica in vista di Milano-Cortina 2026, che sarà preceduta dalle Olimpiadi invernali dell’anno prossimo a Pechino. La Capitale cinese e tutto lo Stato si apprestano a rispondere ai vicini giapponesi con la seconda rassegna olimpica nel breve volgere di quattordici anni, in una sfida per l’egemonia culturale, ma non solo, sul Continente asiatico, che è tutt’altro che sottaciuta dai rispettivi governi.</p>



<p>C’è ormai consapevolezza nell’opinione pubblica che quelle del 2022 saranno anche le seconde olimpiadi e paralimpiadi in tempi di Covid-19 e non può non notarsi come le prime siano state la rassegna sportiva globale più caratterizzata nella storia dal tema della salute mentale: dall’ultima tedofora Naomi Osaka, ad una delle atlete che si attendevano come protagoniste assolute della rassegna olimpica, la ginnasta statunitense Simone Biles, fino alla grande promessa del nuoto italiano Benedetta Pilato, sono state particolarmente le atlete a far irrompere nel racconto a cinque cerchi la questione che, come conseguenza delle restrizioni alla socializzazione obbligate in tutto il mondo dal Covid-19, sta diventando vieppiù cruciale nel dibattito politico sul welfare durante e dopo la pandemia.</p>



<p>Le paralimpiadi di Tokyo saranno inoltre le più viste di sempre nel mondo: si prevede infatti un pubblico di circa 4 miliardi di telespettatori e si discute in questi giorni se consentire anche una limitata presenza di pubblico negli impianti sportivi, in particolare tra i giovanissimi studenti delle scuole nipponiche, nell’ottica della diffusione del messaggio di inclusione e apertura sociale universale, cui le istituzioni giapponesi, come oggettivamente il CIO, hanno dato prova innegabile di tenere molto. Dalla scelta della pallavolista italiana Paola Egonu per rappresentare l’Europa tra gli atleti che portavano il vessillo olimpico, lei lesbica e di colore; alla prima partecipazione di un’atleta transgender, la neozelandese Laurel Hubbard nella categoria +87 kg del sollevamento pesi, sono stati diversi i messaggi simbolici di valore storico lanciati da Tokyo 2020.</p>



<p>Mentre la rappresentativa olimpica dei rifugiati politici ha contato 29 atleti, quasi tre volte quelli presenti a Rio, provenienti da 13 nazioni diverse e con un proprio <em>entourage</em>, un missione olimpionica vera e propria, con relativa organizzazione, la questione dei rifugiati, c’è da crederlo purtroppo, si porrà con rinnovato vigore sia durante le paralimpiadi al via, sia durante i prossimi appuntamenti pentacerchiati, alla luce degli sviluppi drammatici della crisi afghana, che in termini di organizzazione sportiva hanno comportato anche la necessaria rinuncia del Comitato paralimpico nazionale alla partecipazione programmata, per l’impossibilità di raggiungere Tokyo in sicurezza per delegazione ed atleti. Tra questi, in particolare, ha destato emozione e mobilitazione nell’opinione pubblica internazionale e nel mondo dello sport il caso di Zakia Khudadadi, che ha potuto lasciare il Paese in sicurezza grazie all&#8217;accoglienza umanitaria del Governo australiano e potrebbe tuttora riuscire a partecipare, come prima donna afghana, alle paralimpiadi di Tokyo.</p>
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		<title>COVID-19: le implicazioni geopolitiche della corsa al vaccino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Claudia Schettini]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 06 Jun 2020 16:26:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[Osservatori]]></category>
		<category><![CDATA[Coronavirus]]></category>
		<category><![CDATA[COVID-19]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dopo la guerra sanitaria (non ancora vinta) adesso la guerra è di natura commerciale e ruota intorno alla&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Dopo la guerra sanitaria (non ancora vinta) <strong>adesso la guerra è di natura commerciale e ruota intorno alla frenetica ricerca per scoprire il vaccino contro il Covid-19</strong>, ritenuto l’unica soluzione per cercare di frenare il dilagarsi del virus tra la popolazione mondiale. È una guerra combattuta tra avversari potenti, ossia le industrie farmaceutiche e i governi che stanno agendo seguendo una logica nazionalistica dal momento che, al di là del valore sanitario, il valore economico del vaccino è enorme. Non va sottovalutato, inoltre, <strong>il valore simbolico della corsa al vaccino che potrebbe essere paragonata alla corsa allo Spazio degli anni Sessanta</strong>. Si riuscirà ad avere un vaccino che sia, come auspicato dall’OMS e dalle Nazioni Unite, un “bene comune globale e pubblico”? O l’antidoto al virus sarà attanagliato dalle logiche privatistiche del monopolio brevettuale e dagli egoismi nazionali?</p>



<h5 id="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-f149e7de" class="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-f149e7de"><span id="tutto-il-mondo-alla-ricerca-del-vaccino-per-il-covid-19">Tutto il mondo alla ricerca del vaccino per il COVID-19</span></h5>



<p>Governi, case farmaceutiche e laboratori di ricerca stanno lavorando a un ritmo mai visto prima nella storia della ricerca medica: <strong>allo stato attuale si registrano 295 trattamenti e 109 vaccini in sperimentazione</strong>, di cui uno promosso dal tandem Italia &#8211; Regno Unito.</p>



<p>Allo stesso tempo, si assiste ad una collaborazione scientifica internazionale senza precedenti promossa, in prima battuta, dall’Unione Europea. A fine aprile, la Presidente della Commissione Europea, Ursula Von der Leyen, insieme al direttore generale dell’OMS, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ad Emmanuel Macron e a Melinda Gates, ha promosso un raccolta fondi a livello mondiale per <strong>raccogliere 7,5 miliardi di dollari e finanziare la ricerca per il vaccino contro il Coronavirus</strong>. L’iniziativa, detta <em>“ACT Accelerator”, </em>ha come obiettivo finale, oltre all&#8217;accelerazione dello sviluppo di test, farmaci e trattamenti contro il COVID-19, assicurarsi che tutto il mondo abbia accesso a queste cure. Von der Leyen ha annunciato che l’UE mobiliterà un miliardo di euro grazie alla partecipazione di una quarantina di governi, di organizzazioni internazionali e donatori privati. <strong>Anche l’Italia ha assicurato la sua partecipazione, con un contributo di 140 milioni di euro</strong> che sarà diviso tra CEPI (Coalition for epidemic prepardness innovations), OMS e Alleanza per l’immunizzazione globale dal Covid, formata da Italia, Olanda, Germania e Francia. In particolare, quest’ultima è una strategia di investimenti comuni per accelerare il processo di sviluppo di una cura efficace, negoziando con potenziali produttori e aziende farmaceutiche al fine di consentirne la produzione sul territorio europeo e garantire quantità e possibilità di accesso sufficienti per tutta l’Ue e per i paesi a basso reddito, in particolare in Africa.</p>



<h5 id="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-62ff7bc6" class="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-62ff7bc6"><span id="anche-litalia-alla-rincorsa-del-successo-medico">Anche l&#8217;Italia alla rincorsa del successo medico</span></h5>



<p>In questo contesto, <strong>il governo italiano da un lato collabora all’iniziativa europea, dall’altro ha cominciato, anch’esso, la corsa allo sviluppo di un vaccino nazionale</strong>. L’azienda Irbm di Pomezia sta, infatti, da tempo lavorando a misure cliniche preventive insieme all’Università di Oxford, anche se mancano ancora due mesi prima che possa partire la sperimentazione sull’essere umano del vaccino in studio allo Spallanzani di Roma, lo <em>ChAdOx1 nCoV-19</em>.</p>



<p>Il problema principale è che <strong>il vaccino non potrà essere subito disponibile per tutti</strong>: aziende e investitori, seguiti dagli Stati, vogliono vincere questa corsa per ottenere una posizione economica oltre che scientifica di primo piano. L’Italia rischia così di dover fare i conti con cifre di acquisto elevatissime: sarà infatti avvantaggiato non solo chi ha la ricerca sul territorio nazionale, ma soprattutto chi ha investito e finanziato di più la cura. L’azienda italiana che sta lavorando insieme ad una inglese ha già firmato un accordo di prelazione con Londra nel quale si stabilisce che il Regno Unito sarà il primo Paese ad avere accesso al potenziale vaccino, avendo stanziato più fondi per finanziarlo. Per quanto la prospettiva dello sviluppo nazionale di un vaccino sembri essere la migliore in termini non solo sanitari ma, soprattutto, di prestigio politico e strategico, allo stato attuale l’opzione più conveniente per Roma, nonché la più realistica, sarebbe quella di contribuire maggiormente all’iniziativa dell’Unione europea, non avendo realistiche prospettive di successo  la corsa individuale al vaccino.</p>



<h5 id="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-e8413a35" class="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-e8413a35"><span id="lo-scontro-tra-cina-e-usa-e-il-contesto-geo-politico">Lo scontro tra Cina e USA e il contesto geo-politico</span></h5>



<p>All’iniziativa globale avviata su proposta dell’UE non hanno preso parte i due competitors internazionali per eccellenza: <strong>USA e Cina</strong>. Con l’epidemia si sono infatti acuite le tensioni fra Pechino e Washington, entrambi a rischio di pesanti ripercussioni: chi prima ne uscirà, ripartirà con una marcia in più per la ripresa della successiva corsa. Mentre Xi Jinping, pur perseguendo uno sforzo individuale, ha garantito la condivisione di una potenziale scoperta della cura contro il Covid19, l’America di Trump ha, ancora una volta, adottato una politica del tipo “America first”, il cui obiettivo è la realizzazione di un vaccino entro la fine dell’autunno &#8211; obiettivo che, tuttavia, non sembra scientificamente sostenibile. La Casa Bianca <strong>non ha, inoltre, partecipato al vertice globale sui vaccini fissato tenutosi il 4 giugno</strong>.</p>



<p>È chiaro dunque che <strong>la ricerca del vaccino, a cui fa da sfondo un contesto geo-politico già di per sé molto teso, avrà profonde implicazione di carattere politico, economico ed industriale</strong>. Una strategia competitiva, piuttosto che collaborativa, a livello internazionale sarebbe solamente controproducente: la pandemia è, al momento, una sfida globale per affrontare la quale un vaccino potrebbe non essere sufficiente, se non se ne assicurasse la reperibilità a livello globale. È infatti necessario che il vaccino copra tutto il mondo, non solo per equità ma anche per essere certi che l’epidemia non continui a covare e fare vittime, e quindi a generare instabilità economica e poi politica. In altre parole, il virus non sarà sconfitto da nessuna parte finché non sarà sconfitto ovunque. Come ha più volte ribadito la presidente Von der Leyen: <em>«Battere il coronavirus richiederà un accesso prolungato su molti fronti. Abbiamo bisogno di una risposta globale a una pandemia globale».</em></p>
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		<title>Osservatorio Brexit, Speciale: Focus Coronavirus</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Leonardo De Agostini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 May 2020 11:28:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Analisi in Pillole]]></category>
		<category><![CDATA[Covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[Osservatori]]></category>
		<category><![CDATA[Brexit]]></category>
		<category><![CDATA[Coronavirus]]></category>
		<category><![CDATA[COVID-19]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Questa breve analisi si concentra sull’impatto dell’emergenza Covid-19 sui negoziati in corso fra UE e Regno Unito per&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Questa breve analisi si concentra <strong>sull’impatto dell’emergenza Covid-19 sui negoziati in corso fra UE e Regno Unito</strong> per stabilire i dettagli della futura relazione post Brexit. Nonostante l’iniziale volontà di entrambe le parti di procedere con i negoziati anche durante l’epidemia, pare ormai evidente che le condizioni necessarie per un lavoro <em>business as usual</em> siano venute meno. Quali sono le possibili ripercussioni di questa interruzione? Londra potrebbe cambiare atteggiamento dopo l’aver affrontato un’emergenza globale di tale portata con un piede fuori dall’architettura UE? Si rafforza il rischio <em>no deal</em>?</p>



<h5 id="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-fb5ca552" class="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-fb5ca552"><span id="i-vari-round-dei-negoziati">I vari round dei negoziati</span></h5>



<p>Il primo round di negoziati, a marzo, si era chiuso con le dichiarazioni del capo negoziatore UE Michel Barnier secondo cui erano emerse <em><strong>“serie divergenze”</strong></em> con le controparti britanniche. Da allora sono passate diverse settimane senza progressi, data l’ovvia priorità dell’elaborazione di contromisure da attuare per l’emergenza sanitaria. Inoltre, come riportato da <a href="https://www.politico.eu/article/eu-trade-chief-uk-preparing-to-blame-coronavirus-for-brexit-fallout/">Politico.eu</a>, i primi tentativi di negoziati in videoconferenza sono stati rallentati sia dai dubbi di diversi negoziatori, secondo i quali tale modalità di dialogo si sarebbe rivelata lenta e controproducente, sia da preoccupazioni relative alla sicurezza delle comunicazioni.</p>



<p>Così, il secondo e terzo round di negoziati nei quali si sarebbe discussa la futura relazione fra l’Unione ed il Regno Unito sono stati cancellati dopo lo scoppio della pandemia: successivamente i due principali attori, Michel Barnier ed il capo negoziatore britannico David Frost, hanno dichiarato di aver avuto sintomi riconducibili al virus covid-19. Solo nell’ultima settimana di aprile è stato possibile riprendere i colloqui, articolatisi in più di <strong>40 sessioni in videoconferenza da parte di 10 team di negoziatori</strong>. </p>



<p>Ora un’altra importante scadenza è al centro dall’attenzione: <strong>il 30 giugno è infatti il termine entro il quale Londra dovrebbe notificare la sua eventuale volontà di richiedere un’estensione del periodo di transizione</strong>, il cui termine è attualmente fissato al 31 dicembre 2020. Nonostante i molti pareri contrari degli stessi esperti britannici, Downing Street, come ripetuto più volte da Frost, <em>“non desidera estendere il periodo di transizione, in quanto il lavoro può essere completato entro la fine dell’anno”</em>, anche in piena crisi coronavirus. Il rifiuto di Boris Johnson nel richiedere un’estensione – che protrarrebbe il periodo nel quale al Regno Unito si applicano le norme comunitarie senza che esso goda di rappresentanza nelle istituzioni – potrebbe risultare in un maggior rischio di <em>no deal</em>, nonostante la stipula di un accordo rimanga lo scenario più probabile.</p>



<h5 id="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-9791cace" class="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-9791cace"><span id="la-fase-di-impasse-tra-accuse-e-giustificazioni">La fase di impasse tra accuse e giustificazioni</span></h5>



<p>Siamo quindi ora in una fase di impasse, con entrambe le parti che si accusano vicendevolmente di ritardare i negoziati. Secondo Barnier il governo britannico starebbe <em>“facendo scorrere il tempo rallentando le discussioni più importanti”</em>, mentre ci si attende un appello di Boris Johnson alla presidente della Commissione europea Ursula Von Der Leyen con l’obbiettivo di coinvolgere maggiormente i leader europei nel negoziato, nella speranza che un approccio <em>top level</em> sblocchi la situazione.</p>



<p>Mentre comunità di cittadini e lavoratori europei residenti nel Regno Unito denunciano <strong>un mancato o difficile accesso agli strumenti di relief economico</strong>, sulla base di ostacoli burocratici legati allo ‘stato di residenza’, rischiando di vedere così violati i loro diritti, pare sempre più ovvio che – nelle parole di un diplomatico di Bruxelles &#8211; <em>“questo approccio da scommettitori non porterà ad un accordo commerciale”</em>. La stessa fonte diplomatica, in riferimento alla possibilità ventilata da parte di Bruxelles di estendere il periodo di transizione di uno o due anni, ha affermato che <em>“il continente è travolto dal virus quanto la Gran Bretagna, quindi non scommetterei sul fatto che i leader abbiano troppo tempo per soddisfare i capricci di Londra […] l’accordo con UK è necessario, ma non così urgente”</em>.</p>



<h5 id="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-a39e2f42" class="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-a39e2f42"><span id="cosa-spinge-ad-applicare-una-brexit-no-deal">Cosa spinge ad applicare una Brexit no deal?</span></h5>



<p>Sorge quindi spontaneo chiedersi cosa spinga il governo di Londra ad opporsi così ostinatamente ad una estensione del periodo di transizione. La risposta risiederebbe nella <strong>politica interna</strong>, in seno al paese ma anche al partito conservatore. Secondo il parere di due ricercatori del Federal Trust (think tank sul federalismo specializzato nelle relazioni tra Regno Unito e Unione europea), negli ultimi 4 anni il partito conservatore si sarebbe trasformato in una semplice associazione nella campagna pro-Brexit, subordinando alla causa tutte le altre attività.</p>



<p>La nuova leadership quindi, realmente o solo opportunisticamente euroscettica e consapevole del piccolo margine che ha consentito la vittoria del 2016, avrebbe tutta la volontà di chiudere il prima possibile il processo Brexit, anche con un <em>no deal</em>. La prospettiva di un’estensione dei negoziati di uno o due anni obbligherebbe la leadership del partito a confrontarsi con condizioni politiche nuove ed avverse, secondo gli analisti: <em>“una conclusione di Brexit rapida e ostile potrebbe essere la loro migliore garanzia che i cittadini britannici non cambino opinione sulla questione europea al risveglio dalla pandemia”</em>. </p>



<p>Meglio ancora se fosse possibile incolpare Bruxelles per l’interruzione dei negoziati e mascherare il collasso dell’economia tra gli effetti del virus. <em>“L’opinione pubblica post-Covid in UK sarà più rispettosa degli esperti (della scienza, dei fatti -ndr) e dei migranti di quanto era cinque anni fa”</em> continuano gli esperti del Federal Trust, accusando aspetti fondamentali della campagna per il <em>leave</em> del 2016, fondata su <em>“disonestà intellettuale e manipolazione propagandistica […] dove l’arma preferita erano vuoti slogan e i fatti non contavano”</em>. In sostanza, concludono, <em><strong>“oggi la Brexit è il partito conservatore, ed il partito conservatore è la Brexit”</strong></em>.</p>



<p>Inoltre, Johnson è stato eletto con una campagna fondata sullo slogan <em>“get Brexit done”</em>: forse l’unica promessa nella campagna pro-Brexit realmente realizzabile, ma sicuramente una magra consolazione per i cittadini che rischiano di affrontare la difficile situazione economica prevista per dicembre 2020.</p>
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		<title>Il contrasto al Covid-19 non deve infrangere il nostro diritto alla privacy</title>
		<link>https://www.mondodem.it/1943/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Claudia Schettini]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Apr 2020 08:06:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[#privacy]]></category>
		<category><![CDATA[Cina]]></category>
		<category><![CDATA[Coronavirus]]></category>
		<category><![CDATA[COVID-19]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nell’attuale situazione di emergenza sanitaria da Covid-19 si sta dibattendo molto sul tema “data protection”. In ragione del&#8230;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Nell’attuale situazione di emergenza sanitaria da Covid-19 si sta dibattendo molto sul tema <em><strong>“data protection”</strong></em>. In ragione del rischio di diffusione del coronavirus, la raccolta e il trattamento dei dati personali, tramite lo sviluppo di specifiche app <strong><em>“contact tracing”</em></strong>, si rendono necessari per ragioni di accertamento e prevenzione. Ma come conciliare, a livello di Unione Europea, la nuova frontiera tecnologica con la tutela del diritto alla privacy degli individui? </p>



<h5 id="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-cf7e5a0e" class="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-cf7e5a0e"><span id="le-modalita-di-contenimento-e-la-protezione-del-diritto-alla-privacy">Le modalità di contenimento e la protezione del diritto alla privacy</span></h5>



<p>Le modalità di contenimento adottate in alcuni paesi (Cina e Corea del Sud, ma anche Israele) hanno suscitato ammirazione e allarme. Sebbene tali paesi abbiano dato una prova di efficienza senza precedenti nella lotta alla pandemia, la loro modalità di contrasto al “nemico invisibile” ha portato ad un’ulteriore stretta dei diritti individuali. E così, l’affascinante e  terrificante utilizzo da parte della <strong>Cina</strong> di big data, IoT (Internet of Things), app e social scoring per il controllo sociale ha indignato legislatori occidentali e comitati di esperti in materia di protezione dei dati. Allo stesso tempo, la forza dirompente del Covid-19 sembra aver costretto molti ad auspicare l’adozione di misure analoghe. </p>



<p>A livello di <strong>Unione Europea</strong>, poco dopo lo scoppio dell’emergenza sanitaria, si è cominciato a pensare all’utilizzo di app, social network e dati riguardanti il traffico dei veicoli, adattando il modello orientale a regole e principi propri delle società democratiche. </p>



<p>Ma si può parlare, allo stato attuale, di una sospensione dei meccanismi di protezione dei diritto alla privacy? Le autorità nazionali e sovranazionali hanno cercato di delineare un ambito ben definito, all’interno del quale organizzazioni pubbliche e private possono muoversi anche in deroga alle regole generali in materia di protezione dei dati e privacy. Tuttavia, i garanti per la  protezione dei dati personali dei vari Stati membri hanno adottato posizioni discordanti. Mentre i garanti italiano, francese e lussemburghese hanno assunto un atteggiamento più rigido, paesi come Norvegia, Danimarca, UK e Irlanda hanno preferito soluzioni più  pragmatiche. Per questo motivo <strong>è risultato necessario l’intervento dell’EDPB</strong>, il Comitato europeo per la protezione dei dati,  al fine di coordinare le risposte e lo sviluppo delle app di tracing da parte dei paesi dell’UE.</p>



<p>Il Presidente del Comitato, Andrea Jelinek, aveva già ribadito, alla metà del mese di marzo, <strong>due concetti fondamentali</strong>. Innanzitutto, il <strong>GDPR</strong> è stato concepito come una normativa flessibile che in contesti di emergenza prevede regole eccezionali da applicare ai trattamenti dei dati personali. Nello specifico, il regolamento europeo individua con chiarezza le basi giuridiche per consentire ai datori di lavoro e alle autorità competenti, soprattutto quelle sanitarie, di trattare i dati personali nel contesto di epidemie, anche senza il consenso dell’interessato, allo scopo di tutelare un interesse pubblico o vitale (<em>ex</em> <em>artt. 6 e 9 par. 2 e par. 3 GDPR</em>). Inoltre, le misure eccezionali e le deroghe previste dalla normativa devono sempre e comunque essere armonizzate con i principi generali della normativa privacy.</p>



<h5 id="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-cf9a8532" class="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-cf9a8532"><span id="covid-19-e-privacy-i-cinque-principi-chiave">Covid-19 e privacy: i cinque principi chiave</span></h5>



<p>Ad aprile l’EDPB ha pubblicato le linee guida sulle app per la lotta al Covid-19, un documento che fa parte di un “pacchetto” comune proposto dal commissario europeo per il mercato interno, Thierry Breton, e da quello per la Giustizia, Didier Reynders. L’obiettivo è l’adozione di un approccio europeo sulla base di principi comuni da applicare alle varie app sviluppate a livello nazionale. <strong>Cinque sono i principi chiave che i governi dovranno rispettare</strong>. Innanzitutto il principio di volontarietà, per cui le app di contact tracing non dovranno essere installate coercitivamente: poi, l’affidamento alle sole autorità sanitarie della responsabilità di identificare ciò che costituisce un “evento” da condividere, ossia un effettivo contatto avvenuto con un soggetto positivo o potenzialmente tale; l’archiviazione  dei dati all’interno dei dispositivi degli utenti stessi; la garanzia di anonimato delle persone, per evitare che le app diventino motivo di stigma sociale; infine, la gestione delle informazioni dei pazienti  da personale qualificato che, una volta superata la crisi, avrà cura di smantellare l’intero sistema. Il comitato ha espresso parere unanime sull’utilizzo del Bluetooth, considerato la tecnologia più efficace in quanto, nel totale rispetto della privacy, coglierebbe solamente il momento di avvicinamento tra due cellulari, incontro che potrebbe, verosimilmente, far risalire alla catena dei contagi.  </p>



<p>La <strong>Commissione europea</strong> ha dato il suo consenso alle linee guida, formulando le proprie raccomandazioni. Ferme restando le deroghe al GDPR in caso di emergenza sanitaria, il corpo esecutivo dell’UE, nel suo <em><a rel="noreferrer noopener" aria-label="“Recommendation paper on privacy and data protection for COVID19 mobile warning and prevention applications”, (apre in una nuova scheda)" href="https://ec.europa.eu/info/sites/info/files/recommendation_on_apps_for_contact_tracing_4.pdf" target="_blank">“Recommendation paper on privacy and data protection for COVID</a><a href="https://ec.europa.eu/info/sites/info/files/recommendation_on_apps_for_contact_tracing_4.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener" aria-label="“Recommendation paper on privacy and data protection for COVID19 mobile warning and prevention applications”, (apre in una nuova scheda)">&#8211;</a><a rel="noreferrer noopener" aria-label="“Recommendation paper on privacy and data protection for COVID19 mobile warning and prevention applications”, (apre in una nuova scheda)" href="https://ec.europa.eu/info/sites/info/files/recommendation_on_apps_for_contact_tracing_4.pdf" target="_blank">19 mobile warning and prevention applications”,</a></em> ha proposto lo sviluppo e l’adozione di strumenti condivisi sotto la governance delle autorità sanitarie nazionali in stretto coordinamento con il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie. I dati raccolti, trasmessi al <strong>Centro comune di ricerca dell’UE</strong> (JRC), contribuiranno allo sviluppo di comuni modelli di analisi previsionale, allo scopo di migliorare le valutazioni sull’efficacia delle misure di contenimento e, soprattutto, sulla futura evoluzione del rischio di contaminazione. <em>.</em></p>



<p>Per quanto le <a rel="noreferrer noopener" aria-label="emergenze (apre in una nuova scheda)" href="https://www.mondodem.it/regioni/europa/lemergenza-chiama-leuropa-a-scrivere-la-storia/" target="_blank">emergenze</a> possano essere motore di modernizzazione di paesi che, come l’Italia, peccano di una bassa cultura digitale, all’interno di un mercato digitale unico è necessario un impegno coordinato dei paesi membri. È essenziale che gli sforzi dei singoli Stati vengano allineati e resi interoperabili attraverso le frontiere nazionali, e che uno sforzo comune vada nella direzione della costruzione di infrastrutture sicure in grado di difendere e organizzare i dati acquisiti. Il Covid-19 non rispetta i confini nazionali e, sebbene l’uso delle tecnologie sia solo una parte di un sistema integrato del quale i protagonisti saranno inevitabilmente aspetti non tecnologici, anche la regolamentazione in materia dovrà prescindere dai confini nazionali.</p>
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		<title>Coronavirus, da crisi sanitaria ad un nuovo 2008. La Cina come modello?</title>
		<link>https://www.mondodem.it/1938/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Mauro Dellisanti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Apr 2020 08:29:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Asia-Pacifico]]></category>
		<category><![CDATA[Covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[Cina]]></category>
		<category><![CDATA[Coronavirus]]></category>
		<category><![CDATA[COVID-19]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In questo momento critico tutti i paesi sono, giustamente, concentrati a limitare il contagio in modi più o&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">In questo momento critico tutti i paesi sono, giustamente, concentrati a limitare il contagio in modi più o meno condivisibili: dalle misure estreme prese dal governo cinese, gradualmente allentate, a quelle “simil-cinesi” dell’Italia, fino a quelle inizialmente molto blande, poi rettificate, del Regno Unito. Ogni paese, come ovvio che sia, ha le sue specificità, il suo sistema e la sua cultura che ne direzionano la politica, tuttavia la risposta, dopo iniziali tentennamenti, è stata la stessa: <strong>limitare i contatti sociali</strong>. È chiaro che il COVID-19 segna un punto critico, una variabile che qualcuno ha definito “cigno nero”. Dall’inizio del 2020, è cambiato il corso dell’economia e <a href="https://www.mondodem.it/regioni/europa/lunione-europea-e-lemergenza-sociale/">delle nostre vite</a>, e così sarà per un periodo di cui non si annuncia breve. </p>



<p>Possiamo sfortunatamente attenderci una crisi economica peggiore del 2008 data dall’interruzione brusca della creazione di ricchezza, cioè di tutti quei movimenti che formano il valore aggiunto delle cose che ci circondano: una catena del valore spezzata, dalle materie prime che non si trasformano in prodotti finiti, fino alle ramificazioni nel settore terziario. Per sostenere l’economia italiana vanno sicuramente nella direzione giusta, nonostante gli intoppi, i parziali ristori erogati dall’INPS, così come la cassa integrazione per i lavoratori costretti a casa. Così come vanno nella direzione giusta le misure finora adottate dall’UE. Ciononostante, l’unico modo per evitare un vero collasso è quello di guadagnare credibilità agli occhi dei cittadini italiani e stranieri, che investono nei titoli di stato e nelle nostre aziende, <strong>progettando da subito un piano credibile di adattamento dell’economia ad un distanziamento sociale prolungato</strong>. Ciò non significa riaprire tutto oggi, ma sfruttare il tempo a disposizione fino al 3 maggio per progettare le regole e piani di risposta a seconda dell’evoluzione del contagio per i mesi a venire. </p>



<h5 id="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-549616c0" class="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-549616c0"><span id="coronavirus-la-cina-e-litalia-a-confronto">Coronavirus: la Cina e l&#8217;Italia a confronto</span></h5>



<p>Guardando alla Cina, la situazione attuale in Italia rispecchia ciò che è avvenuto nel paese di mezzo tra gennaio e febbraio: <strong>lockdown totale</strong> e interazioni vicine allo zero, con restrizioni ancora più stringenti nell’Hubei, epicentro del contagio, e nelle regioni confinanti. In questa situazione sono stati incoraggiati lo smart working, la distribuzione di pasti e la spesa con applicazioni di <strong>home delivery e pagamenti online</strong>, già rodate e conosciute dalla popolazione, che si è facilmente adeguata a rimanere a casa per giorni senza dover uscire nemmeno per andare al supermercato. Per quanto riguarda le attività produttive, queste avevano potuto richiedere la riapertura tra il 10 e il 17 febbraio al governo locale, che ne avrebbero autorizzato il ripristino delle attività a seconda delle circostanze e soprattutto tenendo conto della disponibilità delle aziende a fornire ai lavoratori i <strong>dispositivi di protezione individuale</strong>: guanti, mascherine, disinfettanti con scorte per almeno tre giorni. Allo stesso tempo, le autorità hanno imposto un tassativo divieto di assembramenti, il controllo continuo di temperatura, e l’allontanamento, la quarantena, e i test per i lavoratori a rischio. Le aziende hanno anche beneficiato di <strong>dilazione e rinvio del pagamento delle imposte</strong>, con un incoraggiamento da parte del governo alla concessione di linee di credito, facilitato dalle banche di proprietà statale. </p>



<p>Al 16 aprile 2020, le misure di distanziamento sociale sembrano aver funzionato, in combinazione con il <strong>tracciamento dei movimenti dei cittadini</strong> tramite i cellulari, tutt’ora in vigore. Il tracciamento avviene attraverso<a href="https://intl.alipay.com/"> Alipay</a>, una app cinese per i pagamenti, che include anche un codice QR verde, giallo o rosso a seconda del rischio. Tra le misure precauzionali ancora valide rientrano controlli di temperatura nelle zone sensibili, soprattutto le stazioni della metropolitana, quarantene dedicate in strutture alberghiere per viaggiatori rientrati dall’estero, e l’obbligatorietà di indossare la mascherina nei luoghi pubblici. L’insieme delle misure pare funzionare tanto che, ad esempio, le autorità cittadine di Shanghai hanno annunciato che entro fine aprile alcune classi torneranno a scuola, e che un graduale rientro sarà portato avanti entro maggio. </p>



<p>Certamente l’esempio cinese non può essere traslato in Italia. Tuttavia, è necessario riaprire il mercato e far organizzare gli imprenditori che vorranno soddisfare i bisogni della popolazione, con tutte le precauzioni di sicurezza necessarie. Allo stesso tempo, il governo dovrà portare avanti continui controlli e spingere le banche a fare credito. Alcune soluzioni cinesi da cui magari prendere spunto potrebbero riguardare il sistema di <strong>consegne a domicilio ed i pagamenti online</strong>, ancora insufficienti nel nostro paese. I tracciamenti via telefono, sebbene in discussione, sembrano ancora di difficile attuazione a causa delle normative sulla privacy e sul trattamento dei dati personali. Questa situazione durerà per i mesi a venire. Di conseguenza, la pianificazione, la corretta comunicazione di tutti gli scenari possibili e l’imposizione di regole chiare, possibilmente uniti ad un <strong>processo di sburocratizzazione</strong>, potrebbero essere la chiave per resistere nell’attesa della soluzione definitiva data da un vaccino. Sarà necessario e doveroso aumentare il debito pubblico nella transizione, cioè chiedere agli investitori e risparmiatori italiani e stranieri di fidarsi di noi: ma potremo farlo solo se li convinceremo, grazie a serie misure sostenibili nel medio periodo, che tra qualche tempo rivedranno i loro soldi e avranno fatto bene a scommettere su di noi.</p>
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		<title>L’emergenza chiama l’Europa a scrivere la Storia</title>
		<link>https://www.mondodem.it/1932/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Giovanni Matteo Centore]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Apr 2020 16:13:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Coronavirus]]></category>
		<category><![CDATA[COVID-19]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’emergenza sanitaria determinata dall&#8217;irruzione del Covid-19 costituisce, probabilmente, la più grave crisi che il mondo globale abbia conosciuto&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">L’emergenza sanitaria determinata dall&#8217;irruzione del Covid-19 costituisce, probabilmente, <strong>la più grave crisi che il mondo globale abbia conosciuto dal dopoguerra ad oggi</strong>, che spiegherà i suoi effetti a lungo ed in molti campi. Il timore fondato è di essere in presenza di un evento epocale, in grado di mutare la stessa dimensione antropologica e sociologica che ha connotato gli stili di vita delle società fino ad ora: un fatto storico, che impone risposte all&#8217;altezza dell’enormità dei problemi che introduce. Eppure, i termini del dibattito tra le Istituzioni comunitarie e le classi dirigenti dei singoli Stati sembrano assomigliare a quelli cui si assiste da diverso tempo. Le posizioni fin qui assunte appaiono abbastanza legate al contingente ed ispirate al pensiero dominante che ha caratterizzato la fase antecedente questa crisi.</p>



<p>Va, senza dubbio, dato atto alle Istituzioni europee di aver messo subito in campo alcune <strong>misure importanti</strong> per rispondere ad esigenze immediate, a conferma di quanto l’esistenza di Istituzioni autenticamente sovranazionali e comuni siano utili a garantire misure tempestive ed efficaci. Parallelamente, il Consiglio Europeo si è riunito senza riuscire a trovare un’intesa complessiva per un piano generale per affrontare la crisi economica. L’impressione è che, all&#8217;esito di estenuanti trattative, un accordo arriverà su strumenti in grado di comporre gli interessi contrapposti. Ma il metodo e la qualità delle scelte saranno più rilevanti degli stessi contenuti. Esse saranno ispirate da un significativo cambio di paradigma, da una più marcata spinta comunitaria, dentro un disegno più ampio, intriso di visione politica?</p>



<h5 id="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-7dbbf4fb" class="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-7dbbf4fb"><span id="scrivere-la-storia-delleuropa-o-rimanere-arroccati-ad-un-pericoloso-status-quo">Scrivere la Storia dell&#8217;Europa o rimanere arroccati ad un pericoloso status quo</span></h5>



<p>Ci
si riferisce a quella stessa visione che portò, sulle macerie del secondo
conflitto mondiale, alla nascita della CEE, della CECA e dell’Euratom, e che
portò su altre macerie, quelle del Muro di Berlino, a varare la Moneta Unica,
con una significativa rinuncia ad un pezzo di sovranità. </p>



<p>La pandemia pone l’Europa, il suo popolo e la sua classe dirigente di fronte ad un bivio: <strong>scrivere la Storia o rimanere arroccati ad un pericoloso status quo</strong>, che oggi comporterebbe un notevole arretramento, con il rischio concreto di un processo di disgregazione. Oppure, ci sarebbe un’ulteriore strada, l’uscita dall’Unione di alcuni Stati, che stavolta coinvolgerebbe non un Paese che al processo di integrazione ha partecipato mal volentieri, ma Paesi come l’Italia, che dell’Europa è un membro fondatore. A parere di chi scrive questo rappresenterebbe un salto nel buio non auspicabile neppure in tempi di crescita.</p>



<p>Sarebbe un errore lasciare tutto come è, immaginare che la strada da perseguire sia ancora quella del “<em>funzionalismo</em>”, tanto caro a Jean Monnet, che ha prodotto importanti risultati nei primi quarant’anni di vita dell’Unione ma che presenta gravi limiti da almeno un quindicennio.Negli anni Novanta i <strong>due successi simbolo dell’Unione</strong>, ossia l’introduzione della moneta unica e l’allargamento, non sono stati accompagnati e completati da una più approfondita integrazione, che prevedesse, da un lato, una politica fiscale comune e, dall’altro, una nuova strategia geopolitica verso l’Est. Nel 2008 e 2011, una grave crisi economica, ci ha consegnato una lezione durissima che in alcune cancellerie non è stata ancora metabolizzata compiutamente. </p>



<h5 id="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-cb1f7bac" class="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-cb1f7bac"><span id="un-futuro-complesso-che-necessita-di-istituzioni-solide">Un futuro complesso che necessita di Istituzioni solide</span></h5>



<p>In queste settimane una delle personalità più autorevoli dell’economia mondiale, <strong>Mario Draghi</strong>, dalle <a href="https://www.ft.com/content/c6d2de3a-6ec5-11ea-89df-41bea055720b">colonne del Financial Times</a>, ha offerto all’opinione pubblica un’analisi spietata quanto realistica circa le conseguenze dell’emergenza che sta aggredendo il mondo, evidenziando come essa colpisca in modo simmetrico e senza alcuna colpa per i Paesi. Il monito di Draghi contempla un futuro complesso, con una necessaria convivenza con debiti pubblici più elevati per sostenere famiglie ed apparati produttivi. Una prospettiva che chiaramente impone Istituzioni più forti e capaci di assumere decisioni politiche adeguate ai tempi, sottolineando altresì come «<em>The cost of hesitation may be irreversible</em>».</p>



<p>Un
impegno di proporzioni colossali, in grado di riscrivere i contenuti delle
categorie politiche, culturali e sociali che abbiamo imparato a declinare
nell’ultimo secolo, retto da un virtuoso compromesso tra stato sociale e
democrazie liberali. Per i Paesi europei la dimensione dell’iniziativa non può
che essere quella comunitaria ed indirizzarsi verso due priorità decisive: una
più forte&nbsp;<strong>legittimazione
democratica</strong>&nbsp;dei processi istituzionali ed un coraggioso e
deciso passo in avanti verso una più avanzata integrazione europea, che
contempli anche un’ulteriore cessione di sovranità.</p>



<p>I
due obiettivi dovranno essere perseguiti di pari passo: quanta più sovranità si
“cederà” all’<strong>Unione</strong>,
tanto più potere di controllo andrà conferito ai cittadini. Fino a qualche mese
fa, il processo di completa riscrittura delle coordinate geopolitiche in atto
rendeva non più pensabile che le politiche di difesa, le politiche di
accoglienza, le politiche fiscali, le politiche ambientali potessero restare
negli angusti perimetri statali. Oggi tale orizzonte di impegno, più che ideale,
risulta necessario.</p>



<p>Nei prossimi giorni, il sentiero tra il salto di qualità o la precipitazione verso il baratro è strettissimo, percorribile solo da una politica alta, in grado di cambiare i destini dell’uomo. Tra qualche tempo l’emergenza virale che angoscia i cittadini del mondo sarà alle nostre spalle, ma non lo saranno i suoi effetti. <a href="https://www.mondodem.it/regioni/europa/lunione-europea-e-lemergenza-sociale/">Altre emergenze</a> potrebbero arrivare nel in futuro e rischiare di sconvolgere le vite delle persone. Sarebbe quindi il caso di creare più robusti ripari, attraverso la costruzione di dimensioni politiche, anche spaziali, all’altezza dell’impresa. Per quello che riguarda noi cittadini europei, questo passa per la definitiva ed irreversibile scelta di rafforzamento di quel soggetto grazie al quale, fino ad ora, milioni di persone hanno conosciuto la più significativa espansione della tutela e del riconoscimento dei diritti e delle libertà fondamentali.  </p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1932/">L’emergenza chiama l’Europa a scrivere la Storia</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>L’Unione Europea e l’emergenza sociale</title>
		<link>https://www.mondodem.it/1926/</link>
					<comments>https://www.mondodem.it/1926/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Roberta Ferrara]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 Apr 2020 11:58:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Coronavirus]]></category>
		<category><![CDATA[COVID-19]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.mondodem.it/?p=1926</guid>

					<description><![CDATA[<p>L’epidemia di Coronarvirus ha messo in evidenza tutti i limiti dei welfare state nazionali e del modello sociale&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1926/">L’Unione Europea e l’emergenza sociale</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">L’epidemia di Coronarvirus ha messo in evidenza tutti i limiti dei welfare state nazionali e del modello sociale europeo così come concepito negli ultimi decenni. Ci troviamo di fronte ad un’emergenza che sta mettendo a dura prova i sistemi sanitari pubblici e che ha, e avrà nei prossimi mesi, delle conseguenze economiche e sociali rilevanti soprattutto per le categorie più vulnerabili della popolazione. Tra queste, vale la pena menzionare, in particolare, tutti i lavoratori con contratti di lavoro atipici, come i lavoratori digitali, stagionali e della <em>gig economy</em>, che si trovano totalmente sprovvisti di strumenti di protezione sociale adeguati ad affrontare un’emergenza improvvisa, quale l’attuale blocco delle attività economiche imposto per contrastare la diffusione del virus. </p>



<h5 id="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-ad618ada" class="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-ad618ada"><span id="unione-europea-i-problemi-dei-working-poor">Unione Europea: i problemi dei working poor</span></h5>



<p>Quella dell’insufficiente e, talvolta, assente protezione sociale dei nuovi <em>working poor</em> è una vecchia questione. Già dopo la crisi del 2008 l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) aveva adottato nel 2012 la <em>Social Protection Floors Recommendation</em>, con l’intento di stabilire livelli minimi di protezione che avrebbero dovuto formare la base dei sistemi di sicurezza sociale globali. In Europa, la proclamazione da parte dell’UE del Pilastro europeo dei diritti sociali, emanato nel 2017, va in tale direzione. Il Pilastro ha avuto, senza dubbio, il merito di rimettere al centro dell’agenda politica europea la questione sociale, raggruppando e rinnovando diritti e principi fondamentali a cui devono ispirarsi le azioni di coordinamento dell’UE in questo ambito (si ricordi, in particolare, il principio sulla protezione sociale da garantire a tutti i lavoratori indipendentemente dal tipo o durata di lavoro). Ciò nonostante l’UE non ha ancora le competenze necessarie per poter agire in questo settore in maniera autonoma e vincolante, e il risultato è un insieme frammentato di risposte nazionali, evidentemente inadeguate, alle sfide di portata globale che minacciano i cittadini europei. </p>



<h5 id="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-eeb07106" class="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-eeb07106"><span id="le-diverse-strategie-e-la-necessita-di-un-welfare-europeo-rivisto">Le diverse strategie e la necessità di un welfare europeo rivisto</span></h5>



<p>Così, di fronte alle
conseguenze economiche dell’epidemia in corso, i paesi europei hanno messo in
campo strategie diverse: la Germania ha previsto un incremento degli aiuti ai
destinatari dei sussidi ‘Hartz IV’ (ossia disoccupati e percettori di redditi
bassi), la Francia e l’Irlanda hanno, invece, esteso l’indennità di malattia
per lavoratori in quarantena, l’Italia ha messo a disposizione indennizzi per
le partite Iva della gestione separata Inps, ma resta ancora da sciogliere il
nodo di chi vive in una zona d’ombra tra lavoro e non lavoro e non ha diritto né
alla cassa integrazione né agli indennizzi previsti. </p>



<p>Come la crisi del 2008, l’attuale
emergenza ha reso, dunque, evidente la <strong>necessità di un radicale ripensamento
del welfare europeo</strong>, che deve necessariamente assumere omogeneità a livello
continentale e soprattutto caratteri innovativi capaci di fronteggiare le nuove
minacce della società contemporanea. Innanzitutto, sarebbe auspicabile la realizzazione
dell’ormai noto progetto dell’<em>European Unemployment Benefit Scheme</em>,
ossia di un’<strong>indennità di disoccupazione europea</strong>, comunemente finanziata,
in grado di attenuare l’impatto che i forti shock economici hanno
sull’occupazione, prevenendo in questo modo la possibilità che un aumento ciclico
della disoccupazione diventi strutturale. Oggi un tale strumento sarebbe
risultato probabilmente più efficace e tempestivo rispetto alle singole
risposte dei governi, ciascuno dei quali alle prese con i propri conti pubblici.
Un nuovo welfare europeo dovrebbe, inoltre, garantire strumenti capaci di
attenuare le nuove diseguaglianze che, come abbiamo visto, si acuiscono nei
periodi di crisi. Tali misure dovrebbero, però, seguire una logica innovativa,
ossia di prevenzione dei rischi, investendo sulle generazioni attuali e future
prima che esse abbiano bisogno di assistenza. Così, difronte ad un mercato del
lavoro in continua evoluzione, dovrebbero essere garantiti <strong>sistemi formativi
per tutto il corso della vita</strong>, affinché le persone possano sempre essere
effettivamente in grado di partecipare in maniera attiva al mercato stesso. Ancora,
dovrebbero essere garantiti <strong>servizi&nbsp;di alta qualità&nbsp;per la
primissima infanzia</strong>, accompagnati eventualmente da un sostegno monetario
(una sorta di <em>Child Benefit</em> attualmente previsto in Inghilterra), che consenta
un adeguato sviluppo delle capacità sociali e cognitive dei bambini.
Neuroscienziati ed economisti concordano, infatti, sull’idea che investire oggi
in strumenti che massimizzano la possibilità di rendere i bambini sani ed
istruiti può significare risparmi per l’intero sistema economico domani.
Infine, un sistema sociale di nuova generazione non può certamente trascurare
la necessità di <strong>migliorare il sistema dei congedi parentali per donne e
uomini</strong>,&nbsp;al fine di garantire un maggiore equilibrio tra lavoro e vita privata
e un incremento delle dell’occupazione femminile. </p>



<p>Tuttavia, se l’Europa deve dimostrare la leadership politica necessaria per rafforzare
realmente la dimensione sociale europea andando al di là di generiche
dichiarazioni, gli Stati Membri devono essere disposti a concedere altri pezzi
di sovranità non solo in ambito sociale ma anche fiscale. Un nuovo welfare
europeo necessita, infatti, di un rinnovato impegno fiscale da parte dell’Unione
Europea, accompagnato da una modifica del suo assetto istituzionale. Ci
sono proposte di modifica attualmente in discussione divisioni in seno al
Consiglio europeo bloccano qualsiasi passo in avanti in tale direzione.</p>



<p>È più che mai necessario
che l’UE superi definitivamente tali divisioni per trasformarsi in un soggetto politico in grado di affrontare in maniera
autonoma e univoca i nuovi rischi sociali ed economici della società
contemporanea. Sarebbe la migliore garanzia di
sopravvivenza per il progetto europeo ora che risentimento e rabbia sociale,
dopo i canti e gli applausi ai balconi, stanno inesorabilmente emergendo tra
i cittadini. </p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1926/">L’Unione Europea e l’emergenza sociale</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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		<title>Health and climate: time to reset for a sustainable Planet</title>
		<link>https://www.mondodem.it/1908/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Bergamaschi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 29 Mar 2020 09:48:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[climate]]></category>
		<category><![CDATA[Coronavirus]]></category>
		<category><![CDATA[COVID-19]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Health]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Unfortunately, the human tragedy of COVID-19 and the expected shock to the global economy were not entirely unexpected&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1908/">Health and climate: time to reset for a sustainable Planet</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Unfortunately, the human tragedy of <strong>COVID-19</strong> and the expected shock to the global economy were not entirely unexpected scenarios. For many years now experts in ecology, biodiversity, climate and environmental health have been warning about the high risks of the outbreak of new epidemics caused by the current economic development model. Indeed, <a href="https://royalsocietypublishing.org/doi/full/10.1098/rsif.2014.0950">empirical research</a> suggests that outbreaks of animal diseases and other infectious diseases such as Ebola, Sars, avian flu and now Covid-19 are on the rise. A new discipline &#8211; <strong>Planetary Health</strong> &#8211; has also emerged in recent years, focusing on the increasingly tangible connections between human wellbeing, that of other living beings and that of entire ecosystems.</p>



<p>It was as recently as 2017 that <strong>Paolo Gentiloni&#8217;s Government</strong> put the theme of Planetary Health at the centre of the G7 Health programme for the first time under the Italian Presidency (whose Ministerial meeting was held in Milan). <a href="http://www.salute.gov.it/imgs/C_17_pubblicazioni_2656_allegato.pdf">The final communiqué of the G7 Health Ministers</a> clearly acknowledged that “c<em>limate and environmental-related factors can aggravate existing health risks and create new threats”</em>. For that meeting <a href="http://www.salute.gov.it/imgs/C_17_opuscoliPoster_359_ulterioriallegati_ulterioreallegato_0_alleg.pdf">guidelines for a global strategy for action</a> to reduce these risks were also defined for the first time.</p>



<h5 id="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-fefd087c" class="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-fefd087c"><span id="environmental-and-climatic-factorsbehind-health-emergencies"><strong>Environmental and climatic factors
behind health emergencies</strong></span></h5>



<p>It is clear today of how phenomena of rapid urbanization and population growth, destruction of land and marine ecosystems, continued exploitation of fossil fuels and global warming are having an unprecedented impact on the <strong>Planet&#8217;s biodiversity and climatic limits</strong>, with profound health and economic repercussions for all. Although it is still too early to point to a causal link between Covid-19 and environmental factors, it is clear that the erosion of environmental and climatic factors that underpin human existence and co-existence (and interdependence) with other species and ecosystems will increasingly exposed humanity to the heavy risks and hidden costs of current unsustainable development.</p>



<p>Moreover, for a virus such as Covid-19 which attacks the respiratory system very aggressively, the very high levels of air pollution certainly do not help, especially in the Po Valley which together with central and southern Poland is the most polluted region in Europe. As a result, <strong>Italy is the European country with the highest number of premature deaths from air pollution</strong>: these amounted to over <a href="https://www.eea.europa.eu/themes/air/country-fact-sheets/2019-country-fact-sheets/italy">70 thousand in 2016</a>. It is plausible, therefore – as stated by <a href="https://www.theguardian.com/environment/2020/mar/17/air-pollution-likely-to-increase-coronavirus-death-rate-warn-experts?CMP=Share_AndroidApp_Signal">a number of health experts</a> – that the populations living in these regions are more exposed to the risks of Covid-19 as they already present basic fragility and diseases of the respiratory and cardiovascular systems due to high levels of smog. <a href="http://www.simaonlus.it/wpsima/wp-content/uploads/2020/03/COVID19_Position-Paper_Relazione-circa-l’effetto-dell’inquinamento-da-particolato-atmosferico-e-la-diffusione-di-virus-nella-popolazione.pdf">Italian researchers</a> have also pointed out how smog could act as a vector helping the virus to stay longer in the air and acting as a &#8220;highway&#8221; for the spread of the virus. While the correlation is strong, a causal relation remains still to be verified.</p>



<h5 id="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-5c709249" class="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-5c709249"><span id="international-cooperation-and-solidarityare-our-only-defence"><strong>International cooperation and solidarity
are our only defence</strong><strong></strong></span></h5>



<p>Health, climate and biodiversity are therefore <strong>fundamental pillars that support human life and underpin the social and economic stability of nations</strong>. They know no borders and must therefore be regarded as global common goods, especially in a world that has never been so interconnected and therefore interdependent as today. The only safe way to effectively counter the threats to individual health from viruses and climate change is through international cooperation and solidarity – regulated by a global governance system of multilateral rules, such as the Paris Agreement adopted in 2015 – together with the construction of a new economic system that respects planetary limits and builds the resilience needed to absorb and respond to emergencies.</p>



<p>The global economy is still primarily linked to the combustion of fossil fuels, the primary cause of <strong>global warming and air pollution</strong> and one of the major causes of <strong>biodiversity loss</strong>. We have long known that our way of living is unstainable. However, we have not yet managed to bring about the radical change necessary for survival causing a great deal of concern in the scientific community. Paradoxically, once the emergency has stabilised, the social and economic shock of the Covid-19 represents a unique opportunity to accelerate the creation of a new sustainable economy through the economic recovery package.</p>



<p>In a way, we already have all the vaccines
needed to deal with the climate emergency: zero-emission technologies are
largely mature and the immediate financial response of </p>



<p>Governments and Central Banks to Covid-19 has shown that the injection of large amounts of capital and the review of fiscal policies is primarily a matter of political will. The role of Governments will be strengthened, but with it also comes the responsibility to dedicate the new capital to projects in line with the sustainable development goals, such as the <strong>European Green Deal and the Italian Green New Deal</strong>. Clear conditionalities could help steer the investment in the right direction and avoid that new and old high carbon projects are supported.</p>



<p>An economic recovery focused on
environmental sustainability will help families access cleaner energy options,
live in more efficient homes and use cleaner transport, saving on bills and
breathing clean air – exposure to air pollution causes <a href="https://www.who.int/news-room/detail/05-12-2018-health-benefits-far-outweigh-the-costs-of-meeting-climate-change-goals">7
million deaths worldwide every year and more than $5 trillion in welfare losses</a>.
Investing in climate resilience and adaptation will also be key and the only
strategy to avoid experiencing again severe impacts such as those caused by
Covid-19. This will also help avoid or at least mitigate mass global migration
and conflicts over food and water. Every economic decision-making process (at global,
European and national level) must therefore put decarbonisation, biodiversity
conservation and resilience at the heart of its mission. As in the post-war
period of the 20<sup>th</sup> century, we need today and throughout this
century a new multilateral consensus and a new social contract with sustainable
development at its heart based on shared rules, cooperation and solidarity. </p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1908/">Health and climate: time to reset for a sustainable Planet</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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		<title>USA – la lotta al Coronavirus, un test per l’unità in un Paese diviso</title>
		<link>https://www.mondodem.it/1904/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Sofia Eliodori]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Mar 2020 15:07:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[Coronavirus]]></category>
		<category><![CDATA[Trump]]></category>
		<category><![CDATA[USA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dopo la dichiarazione dello stato di emergenza nazionale, dopo l’impegno ad uno stanziamento di fondi senza precedenti per&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1904/">USA – la lotta al Coronavirus, un test per l’unità in un Paese diviso</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Dopo la dichiarazione dello stato di emergenza
nazionale, dopo l’impegno ad uno stanziamento di fondi senza precedenti per
sostenere economia e sanità, dopo il distanziamento sociale e l’avvio di misure
di <em>lockdown</em> in molte aree del paese, sembrava che l’amministrazione
Trump non solo avesse compreso la gravità della situazione ma che fosse anche
pronta a prendere tutti i provvedimenti necessari per farvi fronte. Il Partito Democratico
americano si stava gia’ mettendo in gioco alla Camera e al Senato per portare
avanti proposte ritenute fondamentali per superare la crisi, collaborando con i
colleghi Repubblicani. Sembrava dunque che cominciasse a crearsi un clima di
condivisione da parte di tutte le forze politiche su quali misure adottare per
il bene del paese. E invece improvvisamente, mentre il Parlamento si apprestava
ad approvare il mega provvedimento economico con larga <a href="https://www.nytimes.com/2020/03/24/world/coronavirus-updates-maps.html#link-4d465601">maggioranza
bipartisan</a>, si sta consumando una nuova divisione su di un postulato
esplicitato dal Presidente su Twitter: “la cura non può essere peggiore del
problema stesso”. Sembrerebbe che Trump preveda di far tornare gli americani al
lavoro il prima possibile, probabilmente subito dopo i 14 giorni stabiliti
finora, <a href="https://www.nytimes.com/2020/03/23/business/trump-coronavirus-economy.html">ignorando
così gli allarmi</a> lanciati dalle autorità sanitarie (l’Organizzazione
Mondiale della Sanità teme che gli Stati Uniti potrebbero presto diventare <a href="https://www.washingtonpost.com/world/2020/03/24/coronavirus-latest-news/">il
prossimo epicentro della pandemia</a>, a causa dell’impennarsi della curva dei
contagi).</p>



<p>L’economia è al centro di preoccupazioni simili
a quelle esistenti in Italia e nel resto d’Europa, per cui si sta lavorando ad
una mediazione tra due interessi generali: quello a che la produzione non si
azzeri e quello di tutelare la salute di cittadini e lavoratori. Una sintesi
non facile, su cui c’è un ampio confronto tra le forze politiche. Diversi Stati
degli USA stanno adottando <a href="https://www.nytimes.com/interactive/2020/us/coronavirus-stay-at-home-order.html">misure
di lockdown</a> sempre più restrittive: Washington State, Oregon, California,
Wisconsin, Michigan, New York ed altri. Si tratta di provvedimenti che ormai
riguardano oltre 100 milioni di persone, &nbsp;ma decisi autonomamente dai governatori perché
l’amministrazione Trump non ha messo in atto una strategia di contenimento
federale. Il Presidente ha mantenuto un atteggiamento ambiguo anche nei
confronti dei Democratici che, nonostante stiano <a href="https://www.washingtonpost.com/us-policy/2020/03/22/vast-coronavirus-stimulus-bill-limbo-crunch-times-arrives-capitol-hill/">collaborando
ai provvedimenti</a> in discussione nel Parlamento, avevano accusato i colleghi
Repubblicani di aver <a href="https://www.theguardian.com/commentisfree/2020/mar/22/coronavirus-relief-bill-corporate-coup">favorito
troppo le grandi industrie</a> e le multinazionali rispetto ai comuni
lavoratori. La disoccupazione, infatti, che aveva recentemente raggiunto dei
minimi storici, è già in crescita. Trump l’istrionico, Trump il populista,
anche stavolta ha deciso di non adeguarsi, di andare contro la corrente,
continuare ad attaccare, riaprire presto le fabbriche e le città, sminuire la
gravità della malattia. Il ritorno ad un atteggiamento simile a quello
iniziale, presto scomparso al rapido aggravarsi della situazione sanitaria.<strong> Si profila così, dopo un duro braccio di
ferro sul contenuto delle misure da adottare, un altro scontro sull’intera
strategia per la nazione</strong>. </p>



<p>Nel frattempo i Democratici, nel mezzo delle
primarie, si trovano in un’impasse complicata da superare. Nancy Pelosi,
speaker della Camera dei deputati, e Chuck Schumer, capogruppo dei Dem al
Senato, nonostante il clima di aperto contrasto con i colleghi Repubblicani ulteriormente
esacerbato dall’impeachment, stanno collaborando con loro per restituire ai
cittadini americani il clima di unità di cui c’è bisogno per affrontare
un’emergenza nazionale e per adottare i provvedimenti necessari a superarla. Allo
stesso modo i governatori e i sindaci democratici delle aree più in crisi sono
obbligati a negoziare col governo federale per ottenere più aiuti possibile; in
prima linea Andrew Cuomo (Stato di New York) e Bill De Blasio (NYC). Con le
primarie ferme, non si sa ancora per quanto, si tratta – dal punto di vista
strettamente elettorale – di un sacrificio per i Dem: se le loro proposte
porteranno dei benefici, Trump le utilizzerà per alimentare la retorica del
Presidente che ha guidato la nazione nel suo momento più difficile dal
dopoguerra.</p>



<p>Per quanto riguarda le primarie Democratiche,
solo poche settimane fa si discuteva su queste pagine della litigiosità
fratricida del dibattito, una lotta ormai da quattro anni ferma alla frattura
clintoniana. Un <em>cleavage</em> riproposto in forma più blanda anche stavolta
tra candidati ‘moderati’ e candidati ‘radicali’, Joe Biden e Bernie Sanders. <strong>Riuscirà questa crisi a riunire il Partito
Democratico?</strong> Nonostante Sanders non si sia ancora ritirato, nelle ultime
settimane Biden sta facendo proprie alcune istanze che potrebbero aprire le
porte di una riappacificazione, ad esempio dichiarando che sceglierà una donna
per affiancarlo nel ticket presidenziale. Gli osservatori auspicano che possa
essere una donna più a sinistra di lui, magari fra quelle candidate alle
primarie come le senatrici Warren e Harris. Un passo importante, ma non
sufficiente. Altre due novita’ sono invece più direttamente collegate alle
proposte dell’area liberal. La prima riguarda <a href="https://www.nytimes.com/2020/03/15/us/politics/biden-backs-free-college.html">investimenti
pubblici nell’educazione</a>: Biden ha dichiarato che supporterà la proposta di
College gratuito per studenti provenienti da famiglie sotto ad un certo reddito
e metterà mano al sistema dei prestiti universitari. La seconda proposta,
suggerita dal clima di grave incertezza per la salute pubblica, riguarda
proprio la sanità, argomento molto caro a Sanders. Dopo aver attaccato il
Senatore del Vermont proprio sui rischi del suo “Medicare for All” – per altro
citando disgraziatamente come esempio negativo la sanità pubblica italiana –
Biden ha proposto che, per l’emergenza Coronavirus, <a href="https://twitter.com/JoeBiden/status/1241406213864280064">le cure siano
gratuite e accessibili a tutti</a>. </p>



<p>Le crisi, se possono avere un risvolto
positivo, è forse proprio quello di mettere in dubbio le nostre certezze e,
anche per quanto riguarda i Democratici americani, non possiamo che augurarci
che questa notte dell’umanità porti consiglio, riunendoli per sconfiggere un
avversario comune. L’evolversi dell’emergenza negli Stati Uniti e la risposta
delle forze politiche avrà un grande impatto sull’Italia e sull’Europa, in
particolare c’è da chiedersi se possa essere un banco di prova da un lato per
tutti i populismi e dall’altro per le forze democratiche e neoliberali. Uno
scontro con una posta davvero troppo alta e che non avremmo mai voluto veder
arrivare.</p>
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