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	<title>Lo stato della sinistra Archivi &#8211; MondoDem</title>
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	<description>Laboratorio di Politica Internazionale</description>
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	<title>Lo stato della sinistra Archivi &#8211; MondoDem</title>
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		<title>La Francia è ingovernabile? Appunti per una soluzione socialista</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Simone Martuscelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 06 Sep 2023 07:07:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Lo stato della sinistra]]></category>
		<category><![CDATA[Francia]]></category>
		<category><![CDATA[Sinistra]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>All’inizio di Europa 33, una raccolta di scritti di George Simenon, il padre del commissario Maigret, il magazine&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>All’inizio di <em>Europa 33</em>, una raccolta di scritti di George Simenon, il padre del commissario Maigret, il magazine <em>Voilà</em> cita un misterioso poeta che, stando all’intervistatore, un giorno avrebbe scritto “Ogni uomo ha due patrie: la propria e la Francia”. Se prendiamo per vere le parole di un non meglio identificato poeta, dunque, sarà il caso di provare a capire le dinamiche politiche di questa seconda patria comune: per capire meglio la prima e tutte le altre patrie.</p>



<p><strong>La protesta perpetua e il deficit democratico</strong></p>



<p>Il presidente Emmanuel Macron non ha aspettato l’arrivo di settembre per riunire i leader dei principali partiti del paese, compresi quelli dell’opposizione, in una “<em>Initiative politique d’ampleur</em>”. L’incontro, che si è tenuto il 30 agosto a Saint-Denis, è inevitabilmente parte di una strategia con cui Macron vuole ricostruire un terreno comune con le altre forze politiche per rilanciare la legittimità della propria azione di governo.</p>



<p>Negli ultimi mesi, la Francia è stata ininterrottamente teatro di proteste. Dalle contestazioni contro la riforma delle pensioni alla rivolta nella banlieue di Nanterre dopo l’omicidio del 17enne Nahel Marzouk, ad essere investita è stata infatti la stessa autorevolezza di un presidente uscito indebolito &#8211; forse a sua stessa insaputa &#8211; dalla doppia tornata elettorale del 2022. Le presidenziali lo hanno riconfermato in carica, ma con un margine molto ridotto su una candidata ancora reputata “impresentabile” come Marine Le Pen. Soprattutto, le legislative hanno lasciato Macron zoppo, privo di una maggioranza parlamentare che validi democraticamente l’operato dell’Eliseo.</p>



<p>La mozione di censura che ha fatto vacillare il governo di Élisabeth Borne lo scorso marzo è stata un campanello d’allarme arrivato forte e chiaro alle orecchie del presidente. Macron sa di non potersi più permettere fughe in avanti che vadano ad ampliare la già profonda faglia che separa l’esecutivo dalla popolazione. E non è un caso se una delle opzioni sul tavolo dei “<em>Rencontres de Saint-Denis</em>” è quella di un referendum su differenti temi, anche per tastare una volta di più il polso del Paese.</p>



<p>Ma il deficit di legittimità ha un carattere più profondo rispetto alle singole scelte di un governo, e chiama in causa un sistema legislativo lontano sia dall’attuale situazione politica in Francia &#8211; un tripolarismo di fatto che mal si sposa con il semi-presidenzialismo &#8211; sia, forse, dalle sensibilità di una larga fetta dei francesi, che al potere esercitato dall’Eliseo vorrebbero vedere contrapposto un maggiore peso dell’Assemblée Nationale, che meglio rispecchia la composizione sociale del Paese.</p>



<p><strong>La chimera dell’unità della sinistra</strong></p>



<p>In questo contesto di ridiscussione complessiva del sistema politico francese, dove si colloca la sinistra? Come in molti altri casi in Europa le frammentazioni interne paralizzano la capacità di elaborazione di un progetto coerente.</p>



<p>La Nupes (<em>Nouvelle Union Populaire Écologique et Sociale)</em>, la piattaforma nata in occasione delle elezioni legislative di giugno 2022 che riunisce al suo interno socialisti, verdi, comunisti e gli <em>insoumis</em> guidati da Jean-Luc Mélenchon, sembra destinata a non sopravvivere al dibattito su una lista unica per le elezioni europee del 2024.</p>



<p>Le europee, infatti, sono l’unica tornata elettorale del Paese con un impianto totalmente proporzionale: ciò significa che nessuna delle forze di sinistra ha la chiara contezza delle probabilità di superare lo sbarramento del 5% in caso di corsa solitaria. Se si esclude il <em>Parti Communiste</em>, &nbsp;<em>Les Verts </em>e il <em>Parti Socialiste</em> , possono contare rispettivamente su un buon trend storico nelle elezioni europee e su un radicamento territoriale rimasto saldo nonostante gli sconquassi degli &nbsp;ultimi anni.</p>



<p><em>La France Insoumise</em> invece, cannibalizzatrice del voto di sinistra nel 2022 anche grazie alla figura del leader Mélenchon, potrebbe pagare dazio in un’elezione meno incentrata sulla personalizzazione del voto. E mentre il programma degli <em>insoumis</em> resta un riferimento in materia di politiche sociali, l’ambiguità su questioni internazionali come il rapporto con l’Unione Europea (si parla di una non meglio precisata “revisione dei trattati”) e con la Nato (su cui Mélenchon si è espresso in maniera molto critica anche allo scoppio della guerra in Ucraina) potrebbe rivelarsi questa volta controproducente.</p>



<p><strong>Quali lezioni trarre</strong></p>



<p>Da questa situazione complessa, tuttavia, è possibile ricavare qualche elemento utile non solo per analizzare lo scenario francese, ma anche per delineare una proposta progressista europea in vista dell’appuntamento elettorale della prossima primavera.</p>



<p>L’ultimo ciclo di proteste in Francia ha rimesso al centro la necessità di un costante dialogo con la popolazione, della conservazione e dell’apertura di nuovi spazi democratici, anche al di là dei canali tradizionali. Il governo Borne, nato da poco più di un anno, è già il secondo nella storia della Francia ad aver utilizzato più volte (11) l’articolo 49.3 della Costituzione, che permette di approvare un provvedimento scavalcando il parere dell’Assemblée.</p>



<p>Di fronte all’assenza di una maggioranza, in questa prima fase del suo secondo mandato &nbsp;Macron ha optato per una serie di colpi di mano piuttosto che cedere ad un’interazione costruttiva con altre parti sociali. Ora sembra voler raddrizzare la rotta, ma potrebbe essere uno sforzo insufficiente e tardivo. Se i meccanismi di rappresentanza impongono, talvolta, anche scelte impopolari, è pur vero che governare senza un riscontro o in aperta controtendenza con le sensibilità dell’elettorato &nbsp;non fa altro che svuotare di contenuti i sistemi democratici e aprire spazi alle forze di estrema destra.</p>



<p>Le forze di sinistra, infine, non possono esimersi dall’elaborare una piattaforma che coniughi la giustizia sociale con una prospettiva europea. Un’esigenza che vale soprattutto per il <em>Parti Socialiste</em>, chiamato ad uscire dalla tenaglia Macron-Mélenchon che ne ha svuotato il bacino elettorale negli ultimi anni. Il processo di recupero di un’identità propria, in questo caso, ha bisogno di passare da una netta discontinuità con le politiche economiche della <em>macronie</em>,&nbsp; che guardi quindi alle proposte provenienti dalle forze alla sua sinistra. Queste devono essere calate in una cornice che non solo ribadisca l’auspicabilità del progetto europeo, ma sappia anche elaborare proposte concrete per una maggiore integrazione politica tra gli Stati membri. Partire dalla Francia, quindi, per creare davvero una patria comune.</p>
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		<title>La Difesa non é &#8220;roba di destra&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Michelangelo Freyrie]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Jan 2023 14:49:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lo stato della sinistra]]></category>
		<category><![CDATA[Difesa]]></category>
		<category><![CDATA[sicurezza]]></category>
		<category><![CDATA[Sinistra]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A un anno dallo scoppio di una guerra imperialista nel cuore dell’Europa, lanciata da una cleptocrazia reazionaria, omofoba&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>A un anno dallo scoppio di una guerra imperialista nel cuore dell’Europa, lanciata da una cleptocrazia reazionaria, omofoba e suprematista, i partiti del centrosinistra fanno ancora fatica a riconoscere la necessità di  difendere le nostre società. Non presidiando i temi della Difesa e della sicurezza, la sinistra rischia di trasformarli in una prerogativa delle destre.</p>



<h2 id="la-risposta-securitaria" class="cnvs-block-section-heading cnvs-block-section-heading-1672929861081 halignleft" >
	<span class="cnvs-section-title">
		<span><strong>La risposta securitaria</strong></span>
	</span>
</h2>



<p>In queste settimane il presidente del Senato La Russa ha lanciato la proposta di introdurre un servizio militare abbreviato di 40 giorni. In estate, Meloni stessa si era detta favorevole a un <a href="https://www.mondodem.it/3033/">“blocco navale” nel Mediterraneo</a>, suggerendo una soluzione militare alla gestione dei flussi migratori.</p>



<p>La risposta marziale a problemi non militari ha evidentemente ricevuto un grosso impulso dallo stato di emergenza provocato dall’invasione russa. Se si aggiunge tutto ciò alla sensazione che le spese militari sono essenzialmente improduttive rispetto a misure di sviluppo e redistributive, ecco nascere il sospetto di molti a sinistra del centro che vi sia un interesse da parte di spiriti autoritari, militari, industriali e speculatori di generare una crisi militare perpetua.</p>



<p>L’attuale diffidenza progressista per la Difesa é legata a un comprensibile rigetto dell’uso della forza e alle disastrose esperienze della guerra al Terrore. In particolare, il fallimento dell’interventismo umanitario dopo il 2001 e la securitizzazione di problematiche sociali hanno generato uno scetticismo comprensibile di queste tematiche.</p>



<h2 id="sicurezza-per-pochi-a-scapito-dei-molti" class="cnvs-block-section-heading cnvs-block-section-heading-1672929869216 halignleft" >
	<span class="cnvs-section-title">
		<span><strong>Sicurezza per pochi a scapito dei molti</strong></span>
	</span>
</h2>



<p>Storicamente, l’opposizione all’uso dello strumento militare da parte della sinistra ha sempre avuto una giustificazione basata sulla lettura della politica come lotta di classe. A partire dalla Prima guerra mondiale, la mobilitazione contro un nemico esterno è stata vista come un sotterfugio per dividere le classi operaie e dissanguarle in scontri nell’interesse dei detentori di capitale.</p>



<p>Tuttavia, proprio partendo dal medesimo impianto ideologico, molte personalità di spicco della sinistra europea hanno concluso che i movimenti progressisti non potessero ignorare la tematica. Jean Jaurès, leader socialista francese assassinato nel 1914 per la sua opposizione alla guerra, è stato un teorico dell’esercito di leva, con l’obiettivo di togliere il monopolio della forza militare dalle mani di una élite avversa al movimento operaio. George Orwell vedeva nella gestione elitaria dello sforzo bellico britannico la ragione dietro alle catastrofi del 1939-40, mentre Helmut Schmidt, cancelliere socialdemocratico tedesco, vedeva una efficace deterrenza del Patto di Varsavia come una precondizione per il disarmo, con l’obiettivo ultimo di mettere in sicurezza lo stato sociale e la libertà concessa al popolo tedesco nel dopoguerra.</p>



<p>Queste personalità avevano un unico scopo: evitare guerre il cui principale tributo di sangue sarebbe stato pagato dalle classi sociali subalterne. Ciò sarebbe dovuto avvenire tramite l’affidamento della sicurezza dell’impianto economico e politico dello Stato ai cittadini stessi.</p>



<p>In effetti, se sicurezza vuol dire l’incolumità fisica dei cittadini e l’integrità dei loro rapporti sociali, la garanzia dei meccanismi economici (si presume) votati a un benessere diffuso e la possibilità di pianificare un domani più giusto liberi da un immediato terrore del presente, allora la sicurezza non può che essere anche una priorità della sinistra emancipatrice.</p>



<h2 id="piu-parlamento-e-spese-sociali-meno-precariato" class="cnvs-block-section-heading cnvs-block-section-heading-1672929875480 halignleft" >
	<span class="cnvs-section-title">
		<span><strong>Più parlamento e spese sociali, meno precariato</strong></span>
	</span>
</h2>



<p>Nella pratica, questo vuol dire che solo un movimento politico consapevole delle contraddizioni sociali che ci rendono vulnerabili allo spettro del conflitto può garantire la difesa dei diritti civili e sociali di cui godiamo. Ciò richiede una serie di accorgimenti resi ancora più urgenti dalla guerra.</p>



<p>L’utilizzo da parte della Russia di corruzione, propaganda e riciclaggio per avanzare i propri interessi politici in Europa mostra che una classica politica di sinistra avrebbe ad esempio evitato grosse falle di sicurezza di cui oggi i più deboli pagano le conseguenze, fra bollette fuori controllo e disinformazione che danneggia soprattutto chi si trova a livelli di scolarizzazione più bassi. Solo per fare un esempio, una scuola veramente accessibile a tutti e all’altezza del mondo digitalizzato renderebbe la società molto meno suscettibile alla propaganda online, diminuendo i rischi legati alle “minacce ibride” della Russia.</p>



<p>Parte di un’agenda di prevenzione dei pericoli non può che essere anche una deterrenza efficace, che spesso passa da spese militari adeguate. Avere accesso a più risorse permetterebbe a chi serve il Paese nelle Forze armate di poter avere una carriera sostenibile, che non oscilli fra il precariato della leva breve e un appesantimento delle strutture burocratiche in ottica assistenzialista.</p>



<p>La possibilità di un reintegro dignitoso nella vita civile dopo il servizio è fondamentale, come lo è terminare l’uso improprio delle Forze armate come “tappabuco” improprio di altre amministrazioni pubbliche, come nel caso dell’operazione Strade sicure. La mancanza di un supporto psicologico adeguato a cittadine e cittadini in uniforme è un altro grande problema.</p>



<p>Precondizione di tutto ciò è un rapporto sano fra lo Stato democratico, Forze armate e industria. L’Italia parte da una buona base, forse più che in altri ambiti della vita civile. Un’urgenza ineluttabile rimane però quella di rafforzare il ruolo del Parlamento nel governo della Difesa. L’esistenza di un inviato parlamentare speciale per la Difesa aiuterebbe a portare queste tematiche nelle aule del Parlamento, mentre maggiore trasparenza (ad esempio sugli invii di armi in Ucraina o nelle audizioni) ridurrebbe la percezione della Difesa come un tema separato dalla vita civica del Paese.</p>



<p>In più, una domanda interna di equipaggiamenti e sistemi d’arma moderni ridotta ai minimi termini ha come conseguenza forti pressioni affinché l’export di armamenti sia esteso anche a Paesi che ne faranno un uso criminale. Il quadro di riferimento dell’industria Difesa italiana deve essere quello europeo e transatlantico, e gli sforzi fatti da Roma per rafforzare le istituzioni di Difesa Ue devono continuare in un’ottica di economie di scala efficienti.</p>



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		<title>La vittoria di Antonio Costa e la lezione del Portogallo ai progressisti europei</title>
		<link>https://www.mondodem.it/2839/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Riccarda Lopetuso]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Feb 2022 15:53:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Lo stato della sinistra]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quella di Antonio Costa è la leadership più salda e duratura – oltre che efficace per quanto riguarda&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Quella di Antonio Costa è la leadership più salda e duratura – oltre che efficace per quanto riguarda i risultati concreti &#8211; dai tempi della Rivoluzione dei garofani. Ribaltando i pronostici che lo dipingevano in difficoltà Costa ha trionfato,  i portoghesi hanno scelto ancora lui. Il premier socialista ha vinto  le elezioni politiche  di fine gennaio conquistando 117 seggi sui 230 di cui si compone l&#8217;Assembleia da República – l’unica Camera legislativa portoghese- e si appresta a tornare al governo con il suo partito socialista che per la prima volta nella storia portoghese avrà la maggioranza assoluta</p>



<p>Al governo dal 2015,  l&#8217;ex sindaco di Lisbona aveva rassegnato le dimissioni lo scorso 5  novembre dopo la mancata approvazione della legge di bilancio e la fine della “geringonçala”, la coalizione di sinistra che dal 2015 – con la formula dell’appoggio esterno a un governo di minoranza-  governava il paese e composta da El Bloco de Esquerda, (BE) e PCP-PE, assieme naturalmente al Partito Socialista (PS). I sondaggi della vigilia prevedevano  &#8211; per il Ps- un testa a testa con i socialdemocratici – che in Portogallo rappresentano il centrodestra -agitando lo spettro di una forte affermazione dell’estrema destra di Chega, che pur se non raggiungendo numeri a doppia cifra, ottiene il 7,5% .</p>



<p>I portoghesi invece, premiano Costa, che con la maggioranza assoluta conquistata potrà governare senza l&#8217;estrema sinistra,&nbsp; con l’obiettivo di portare avanti riforme ambiziose e condurre in porto il percorso del Next&nbsp; Generation Eu, 45 miliardi di euro che il piano di ripresa ‘Recuperar Portugal’ mira a impiegare soprattutto nella coesione sociale, nelle infrastrutture e transizione ecologica e digitale.</p>



<p>‘Una vittoria per l’umiltà, la fiducia e la stabilità“, ha commentato Costa.  Una lezione, la sua, ai progressisti europei, sotto molti punti di vista.Non solo si può vincere governando – e bene, come nel suo caso, ma lo si può fare anche con programmi progressisti chiari e riformismo, tendendo i conti a posto. Nel 2015 Antonio Costa  eredità un Portogallo agonizzante come la Grecia, sull’orlo della bancarotta e rassegnato all’austerity. Ma diversi saranno i destini della Grecia e del Portogallo, e diversi i destini dei due leader, volti della nuova sinistra europea.</p>



<p>Tsipras, l’ex premier greco, dopo aver portato la Grecia fuori dalla crisi ha scontato davanti agli elettori il peso di scelte impopolari, imposte dal salvataggio ma che non hanno cambiato le vite dei greci e migliorato la loro condizione. Antonio Costa al contrario, non solo ha vinto ancora, ma rappresenta attualmente il volto di maggiore successo tra i progressisti europei. Ha  portato il suo Portogallo fuori dalla crisi,  ma all’austerità imposta per risollevare i conti ha risposto  mettendo in campo politiche socialiste e con un’attenzione costante alle fasce più deboli della popolazione, pensionati e lavoratori dipendenti.</p>



<p>Aumento delle pensioni e del salario minimo, assunzioni nella Pubblica amministrazione, potenziamento della sanità, investimenti pubblici e sviluppo del turismo. Il risultato dei governi di Costa è stato un Portogallo che non solo ha superato l’ennesima minaccia di default, ma che ha abbattuto la disoccupazione scesa dal 18 al 6% ( anche se con la pandemia da Covid -19 è tornata a salire).</p>



<p>il segreto di Costa e del suo miracolo portoghese sono state politiche progressiste mirate  alla redistribuzione della ricchezza e alla lotta alle disuguaglianze, attuate con lungimiranza e investimenti pubblici che hanno portato crescita economica,  senza  stressare i conti pubblici e senza inciampare nel puro assistenzialismo, vecchio errore di una certa sinistra. I portoghesi hanno riconosciuto  i meriti indiscutibili di Costa, la sua visione e leadership pragmatica.</p>



<p>Il riformismo di Costa e la sua quarta via, ancora vincente sembrano imprimere nuovo slancio al progressisti europei, rinvigoriti anche dalla vittoria dei socialdemocratici in Germania. La lezione  del Portogallo, in questa Europa ferita dalla pandemia e più diseguale sembra essere questa. Una sinistra progressista, socialista e riformista e davvero moderna,  libera dai lacci e retaggi del passato, può tornare ad essere vincente. Ma senza snaturarsi.</p>
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		<title>Germania: A occhi chiusi nel neutralismo?</title>
		<link>https://www.mondodem.it/2009/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Michelangelo Freyrie]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 16 May 2020 16:01:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Lo stato della sinistra]]></category>
		<category><![CDATA[Germania]]></category>
		<category><![CDATA[NATO]]></category>
		<category><![CDATA[Nucleare]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dal 1982, quando Helmut Schmidt venne sfiduciato dal suo stesso partito per aver approvato lo schieramento di missili&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Dal 1982, quando Helmut Schmidt venne sfiduciato dal suo stesso partito per aver approvato lo schieramento di missili Pershing americani, l’SPD tedesco si dibatte fra pacifismo a oltranza e posizioni più moderate e realiste, sia riguardo gli interventi armati all’estero che riguardo il nucleare. La diatriba ha però assunto tutta una nuova dimensione. La politica di difesa tedesca, infatti, si è ormai trasformata in terreno di scontro fra l’ala più tradizionalmente euro-atlantica del partito e il nuovo corso, pseudo-corbynista, dei nuovi segretari Esken e Borjan.</p>



<p>Come è spesso il caso, i socialdemocratici manifestano platealmente movimenti tettonici che riguardano in realtà dinamiche interne a tutta la sinistra tedesca. In marzo, un <a href="https://www.zeit.de/politik/deutschland/2020-03/gruen-rot-rote-koalition-bundestagswahl-waehlerumfrage" target="_blank" rel="noreferrer noopener">sondaggio </a>aveva suggerito che, per la prima volta da anni, una coalizione verde-rossa-rossa (quindi fra ecologisti, socialdemocratici e sinistra radicale Linke) avrebbe potuto formare una maggioranza parlamentare. L’occasione sembra aver suscitato <a href="https://www.spiegel.de/politik/deutschland/linke-parteispitze-draengt-auf-rot-rot-gruen-a-038f894f-9730-4059-82d7-fd10f0fe8e33" target="_blank" rel="noreferrer noopener">sommovimenti </a>in seno ai tre partiti per accelerare una possibile convergenza di tutto il campo progressista.</p>



<p>A dire il vero, già durante le trattative per l’abortito governo CDU-Verdi-Liberali, gli ecologisti si erano mostrati molto concilianti su interventi militari e budget della difesa, una tendenza che si è solo rafforzata negli ultimi sei mesi. A suo modo, anche la Linke si era mossa, nominando a sorpresa il grande vecchio Gregor Gysi portavoce per la politica estera ed impedendo così l’elezione di candidati più smaccatamente sovranisti ed anti-atlantisti.</p>



<p>La trasformazione della politica di difesa socialdemocratica non sarà altrettanto indolore. Il dibattito sul merito, infatti, si accavalla alla resa dei conti fra la nuova segreteria di Esken e Borjan e il cosiddetto <em>Seeheimer Kreis</em>, la corrente di appartenenza di notabili quali il ministro Olaf Scholz, l’ex cancelliere Gerhard Schröder, l’ex candidato cancelliere Martin Schulz, il presidente della repubblica ed ex ministro degli esteri Frank Walter Steinmeier.</p>



<p>Che lo scontro fosse nell’aria si era capito a inizio anno, quando il portavoce per la difesa Fritz Felgentreu (un membro diciamo ‘non praticante’ del <em>Seeheimer</em>) presentò la <a href="https://www.swp-berlin.org/10.18449/2020A19/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">nuova proposta</a> SPD per la difesa europea, che prevedeva una piccola formazione militare a disposizione della Commissione, abbastanza autonoma per poter intervenire in focolai di crisi e idealmente un primo germe di un futuro esercito europeo. Il risultato fu qualche rilancio di agenzia, discussione fra i soliti noti, poi nulla. In molti sospettarono che l’iniziativa sia stata affossata dalla segreteria, generalmente poco entusiasta di qualsiasi cosa in mimetica, con o senza la bandierina a dodici stelle.</p>



<p>Poi è arrivato il caso Högl. La miccia che ha dato fuoco allo scontro è stata la scadenza del mandato di Hans-Peter Bartels, il <em>Wehrbeauftragter, </em>o plenipotenziario del Bundestag in materia di difesa: figura unica all’ordinamento tedesco, è il garante della supremazia del parlamento sulle forze armate, vigila affinché l’esercito promuova valori democratici e funge da ombudsman per le truppe. In tale ruolo, Bartels si era molto impegnato affinché la Bundeswehr godesse di un budget adeguato, indicando per di più l’integrazione europea come obiettivo morale e civico per l’esercito tedesco.  A lui è succeduta &nbsp;la giurista Eva Högl, scelta dalla nuova segreteria. Högl non ha alcuna esperienza nel campo né sembra nutrire alcun interesse per le questioni strategiche, preferendo concepire il proprio ruolo come semplice “avvocato dei soldati”.</p>



<p>La terza e più recente polemica interna alla SPD sulle questioni della difesa è ancora in corso e riguarda la condivisione nucleare. Come in Italia, la Luftwaffe ha la responsabilità di impiegare armi nucleari americane stanziate sul territorio tedesco in caso di <em>escalation</em> nucleare, una politica NATO osteggiata da molti socialdemocratici. La Repubblica Federale dovrebbe decidere a breve l’acquisto di aerei che vadano a sostituire i vecchi caccia Tornado,  gli unici nell’arsenale tedesco armabili con le bombe B-61 statunitensi. Cogliendo la palla al balzo, il segretario (assieme a molti altri) si è <a href="https://www.tagesschau.de/inland/nukleare-teilhabe-streit-101.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">opposto </a>fermamente alla possibilità che in Germania possano rimanere “armi disumane” operate da un presidente “imprevedibile”: il problema, secondo Borjans, sarebbe quindi l’America di Trump. La condivisione nucleare, tuttavia, è un elemento fondamentale per il rapporto transatlantico, e quindi ingombrante e difficile da rimuovere. Un suo ritiro susciterebbe, a dire dei suoi sostenitori, seri dubbi sulla volontà tedesca di farsi carico della difesa collettiva della NATO. &nbsp;</p>



<p>La polemica infuria, con grandi firme giornalistiche (ma anche il grande storico di rito schmidtiano Heinrich Winkler) che accusano il partito di rinunciare alla responsabilità di governo. Ciò che fa più impressione è forse quanto queste scelte, forse legittime se lette isolatamente, giungano al termine di un sistematico rifiuto di considerare qualsiasi alternativa, a partire dal rafforzamento della difesa europea. Per quanto diverse figure nel partito e nella fondazione FES cerchino un consenso europeo in materia di difesa, essi rischiano di perdere ogni tipo di copertura politica a Berlino. E anche se è difficile vedere malignità in quella che è una “semplice” resa dei conti interna, il vero rischio è che l’SPD scivoli per sbaglio in quella neutralità isolazionista che sembrava aver superato con Willy Brandt.&nbsp;</p>
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		<title>La sinistra riparta dalla memoria delle lotte dei braccianti siciliani</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Sara Manisera]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 27 Apr 2020 14:49:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Analisi in Pillole]]></category>
		<category><![CDATA[Diritti Umani]]></category>
		<category><![CDATA[Lo stato della sinistra]]></category>
		<category><![CDATA[Osservatori]]></category>
		<category><![CDATA[agricoltura]]></category>
		<category><![CDATA[COVID-19]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Sapete cosa hanno voluto scrivere i contadini nel contratto? Che il padrone doveva dare loro da bere un&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap"><em>&#8220;Sapete cosa hanno voluto scrivere i contadini nel contratto? Che il padrone doveva dare loro da bere un quarto di litro di vino. E poi aggiunsero anche una nota in fondo al contratto: “per vino deve intendersi vino buono e non il vinello o vino guasto”. E precisarono anche cosa si intendesse per minestra, perché sapevano che i padroni non rispettavano neanche i bisogni più elementari. Questi Patti di Corleone non avevano nulla di straordinario in fondo, perché stabilivano una mezzadria pura, ma per la prima volta i contadini divennero un soggetto politico. Da pietre e da oggetti, diventarono soggetti politici che dicevano al padrone “Se vuoi che vengo a lavorare nelle tue terre mi devi dare delle condizioni” .</em></p>



<p>(tratto dal contratto scritto a mano nel 1893 da Bernardino Verro e dai contadini siciliani, in <em><a href="https://www.lafeltrinelli.it/libri/sara-manisera/racconti-schiavitu-e-lotta-nelle/9788894448511" target="_blank" rel="noreferrer noopener" aria-label="“Racconti di schiavitù e lotta nelle campagne” (apre in una nuova scheda)">“Racconti di schiavitù e lotta nelle campagne”</a></em>, AutAut Edizioni).</p>



<p>Nelle ultime settimane si sta discutendo molto della <strong>crisi della filiera agricola</strong>. L’emergenza Covid-19 ha fatto emergere tutte le contraddizioni del settore. La questione abitativa, i salari, lo sfruttamento: contraddizioni già esistenti prima di questa crisi sanitaria ma che oggi esplodono, in seguito alle misure di contenimento del contagio introdotte negli ultimi mesi. Con il <em>lockdown</em> e la chiusura delle frontiere è difficile muoversi, migliaia di lavoratori stagionali sono bloccati nell’est Europa e altrettanti lo sono nei vari ghetti d’Italia, in condizioni igienico-sanitarie disastrose. L’assenza di lavoratori rischia di mettere in ginocchio una filiera fondamentale, quella del cibo e così si scopre che quei lavoratori sono fondamentali al sistema agricolo. E alla società intera. </p>



<p>Eppure basterebbe rileggere le pagine di una storia tutta italiana per comprendere il presente e ciò che accade oggi nelle campagne: la storia del movimento contadino più grande d’Europa, fatto di braccianti analfabeti e di coraggiosi sindacalisti che, dalla fine del 1800 fino al 1950, diedero origine a lotte memorabili contro lo strapotere feudale nelle campagne. E che riuscirono ad ottenere enormi conquiste sociali. Dalla prima forma di contratto, <em><strong>“I patti di Corleone”</strong></em> del 1893, fino alla <em>riforma agraria del 1950 </em>che, seppur incompiuta, mise per la prima volta un limite di duecento ettari alla proprietà della terra, e il restante andava redistribuito. </p>



<h5 id="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-94bb106c" class="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-94bb106c"><span id="una-sinistra-che-garantisca-diritti-e-regolarizzazioni-dei-braccianti">Una sinistra che garantisca diritti e regolarizzazioni dei braccianti</span></h5>



<p>Una politica di sinistra che prenda esempio dalle lotte bracciantili dello scorso secolo dovrebbe essere in grado di proporre la regolarizzazione e la sanatoria dei migranti irregolari non come un provvedimento temporale e funzionale a reperire la manodopera agricola ma come una questione di diritti. Di <strong>diritti dei lavoratori</strong>. Regolarizzare vuol dire tutelarli e tutelarci. Vuol dire più sicurezza e legalità per tutti. Vuol dire fare emergere gli invisibili dai coni d’ombra, dalla gestione criminale su di loro operata da organizzazioni criminali, padroni e caporali.&nbsp;</p>



<p>In secondo luogo, per garantire a queste persone l’accesso ai servizi e tutelare la salute pubblica ai tempi del Covid-19, le istituzioni e la politica dovrebbero elaborare un piano per smontare gli insediamenti formali e informali &#8211; ghetti, tendopoli &#8211; dove è impossibile attuare qualsiasi forma di distanziamento sociale. </p>



<h5 id="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-f2387e8f" class="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-f2387e8f"><span id="la-filiera-e-le-responsabilita-economiche-e-sociali">La filiera e le responsabilità economiche e sociali</span></h5>



<p>Invece di invocare l’impiego di studenti, disoccupati, persone in cassa integrazione o con il reddito di cittadinanza &#8211; pagati già dalla fiscalità, ovvero dai cittadini &#8211; <strong>bisognerebbe pretendere che sia la filiera stessa ad assumersi quei costi</strong>. Così come dovrebbe assumersi i costi per accogliere dignitosamente i lavoratori delle campagne (modalità già esistente in numerosi paesi europei). In un momento storico in cui la filiera agricola e soprattutto la grande distribuzione organizzata (GDO) stanno raddoppiando i profitti, perché l’accoglienza dei braccianti sfruttati non dovrebbe essere a carico loro? </p>



<p>È necessario analizzare i meccanismi che generano il <strong>caporalato</strong> e lo sfruttamento, elementi tipici di una filiera spesso disfunzionale. Le politiche del sottocosto, le aste al doppio ribasso, lo strapotere della GDO devono essere frenate dalla politica e dalle istituzioni. Per farlo è necessaria una<strong> battaglia culturale e politica</strong> per frenare lo squilibrio di potere e arginare certe pratiche sleali nel settore agroalimentare (su questo punto, il Parlamento europeo è riuscito a emanare nel 2019 una direttiva interessante che deve essere recepita dai vari stati membri, Italia inclusa). Contemporaneamente le istituzioni devono essere in grado di rispondere ai bisogni dell’agricoltura introducendo, tanto per fare alcuni esempi, un servizio pubblico efficace di intermediazione tra la domanda e l’offerta oppure degli ostelli per i braccianti, italiani e stranieri, gestiti dai Comuni e pagati dalle imprese (responsabilità sociale). </p>



<p>Le proposte di <strong>voucher</strong> sostenute dalle associazioni di categoria, come Coldiretti, e da alcuni partiti politici, difendono invece una classe agraria che si arricchisce sulla pelle dei braccianti attraverso strumenti di contrattazione che escludono i lavoratori dalla copertura sanitaria e da tutta l’assistenza in caso di infortuni e malattia. </p>



<h5 id="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-6d7c1ce9" class="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-6d7c1ce9"><span id="una-politica-visionaria-e-lungimirante">Una politica visionaria e lungimirante </span></h5>



<p>Bisogna chiamare in causa oggi più che mai <strong>una politica di sinistra visionaria e lungimirante</strong> capace di vedere nelle campagne il laboratorio economico e sociale del futuro. È necessaria la “contadinanza” e di una visione politica della terra: ciò significa riconoscere i contadini come figure sociali professionali, indispensabili per il cibo e per la tutela dell’ambiente. E la <a href="https://www.mondodem.it/osservatori/lo-stato-della-sinistra/il-pd-non-e-abbastanza-di-sinistra-non-ascolta-il-popolo-se-davvero-avessimo-perso-per-questo-sarebbe-una-pacchia-ma-purtroppo-la-verita-e-assai-piu-complessa/" target="_blank" rel="noreferrer noopener" aria-label="sinistra (apre in una nuova scheda)">sinistra</a> dovrebbe farsi portatrice di proposte politiche che proteggano proprio quei contadini, quelle aziende agricole e quei produttori, che sono dei grandi portatori di valore, non solo in termini di qualità del prodotto ma anche in termini di difesa dell’ambiente, dei diritti dei lavoratori e di un’economia sana. </p>



<p><em>“Se vuoi che vengo a lavorare nelle tue terre, mi devi dare delle condizioni”</em>, scrivevano i braccianti nei Patti di Corleone del 1893. Oggi la sinistra non può dimenticarsi di quelle lotte ma deve saperle adattare al contesto attuale. E ciò significa regolarizzare i braccianti, garantire il diritto alla salute e tutelare l’ambiente. Sono queste le condizioni minime da inserire in un nuovo patto agricolo.&nbsp; </p>
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		<title>L&#8217;SPD e la politica estera: un pallido futuro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Michelangelo Freyrie]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 01 Dec 2019 10:37:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Lo stato della sinistra]]></category>
		<category><![CDATA[Germania]]></category>
		<category><![CDATA[Macron]]></category>
		<category><![CDATA[Spd]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le diatribe sulla porzione “social” di socialdemocrazia sono un evergreen di tutta la sinistra europea, ma lo sono&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<h6 id="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-dfec8895" class="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-dfec8895" style="color:#000000;font-style:normal;text-transform:none"><span id="allindomani-dellelezione-della-nuova-leadership-dellspd-sorgono-molti-dubbi-su-dove-la-politica-estera-tedesca-andra-nei-prossimi-mesi">All&#8217;indomani dell&#8217;elezione della nuova leadership dell&#8217;SPD sorgono molti dubbi su dove la politica estera tedesca andrà nei prossimi mesi. </span></h6>



<p class="has-drop-cap"> Le diatribe sulla porzione “social” di socialdemocrazia sono un evergreen di tutta la sinistra europea, ma lo sono in particolare per uno dei pochi partiti sopravvissuto a due cambi di secolo, due guerre mondiali, una dittatura totalitaria e tre costituzioni. Molti <em>Genossen </em>(il termine tedesco per “compagni” che nessuno spasmo ideologico ha saputo scardinare) commentano la possibilità che il partito abbandoni il governo di coalizione di Angela Merkel come un’occasione per rafforzare il proprio profilo politico, certo, ma anche come una rottura nei confronti di quella tradizione di responsabilità che può avere solo un partito più vecchio della repubblica federale stessa. </p>



<p>In questo clima
di incertezza il <a href="https://www.auswaertiges-amt.de/de/newsroom/maas-tiergarten-konferenz/2282660">discorso</a> del ministro degli esteri Heiko
Maas sulla politica estera socialdemocratica è forse il miglior indicatore di
cosa agiti Berlino in questo momento. Non poteva esserci miglior palco che la
Friedrich-Ebert-Stiftung, la grande fondazione di ricerca dell’SPD e intitolata
al primo presidente della Repubblica di Weimar. Pensava a lui Maas mentre
guardava la folla internazionale raccolta a pochi passi dal Tiergarten? Alla
dolorosa decisione allearsi con l’esercito guglielmino per reprimere le
insurrezioni comuniste pur di salvare la neonata repubblica dall’oblio?
Probabilmente no. L’imperativo di prendersi le proprie responsabilità oggi
agita l’SPD e la Germania in maniera molto differente, a partire dalle ultime
elezioni. La minaccia della Cina, l’imprevedibilità Trumpiana e lo sberleffo
russo nei confronti dell’ordine liberale basterebbero già a mettere qualsiasi
governo sotto pressione. </p>



<p>E poi c’è Macron. Le dichiarazioni sulla NATO, il veto sul processo di ammissione di Albania e Macedonia del Nord all’UE, le aperture a Mosca senza consultare gli alleati: tutto ciò sta mettendo a dura prova quel tandem franco-tedesco che molti speravano potesse essere ravvivato da un presidente energico e una Germania sempre più preoccupata dal declino delle istituzioni multilaterali. La think-tanker berlinese Claudia Major, nello stesso numero dell’Economist sulla “morte cerebrale” della NATO, ha osservato che “We constantly feel like the French want something from us, and that it is so annoying”. </p>



<p>Il discorso del 28 novembre è la summa delle politiche che Berlino ha la capacità di intraprendere, e proprio per questo si contraddistingue per un certo pragmatismo. Fin da subito, il ministro ha ribadito il commitment tedesco nei confronti dell’Europa dell’Est, mostrandosi più morbido sulle violazioni della rule of law rispetto ai toni perentori di Bruxelles. Anche il rifiuto esplicito di un’Europa a due velocità, lo spauracchio per molti paesi dell’Est spaventati dall’idea di diventare membri di serie B, può essere letto in questo modo. Meno incoraggiante è l’intenzione di spingere per degli standard lavorativi minimi paneuropei, osteggiati da molti perché a rischio di compromettere la competitività dei bassi salari a est dell’Oder. C’è anche da chiedersi come verrà percepita, nonostante la difesa a spada tratta della NATO, l’assenza di critiche degne di nota nei confronti della Russia, controbilanciata invece da critiche più insistenti alla Cina e agli Stati Uniti, considerati partner di rilievo soprattutto in Polonia e <a href="https://www.ecfr.eu/publications/summary/exploring_eu_coalitions_7230">Ungheria</a>.&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-style-large is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p> “La politica estera tedesca non può essere dirompente. Non può  trattarsi di una competizione fra idee, bensì la capacità di tenere le  cose assieme – l’UE, le Nazioni Uniti, i trattati internazionali”.&nbsp;  </p><cite>Heiko Maas</cite></blockquote>



<p>Il vero cavallo di battaglia di Maas è però “<a href="https://www.dw.com/en/germany-launches-alliance-for-multilateralism/a-50600084">l’alleanza dei multilateralisti</a>”, un insieme di paesi votati a salvare la cooperazione internazionale dal collasso. Rivendicando i primi successi nelle negoziazioni per limitare l’uso bellico dell’intelligenza artificiale, non sono mancati attacchi molto poco velati a Macron e delle sue dichiarazioni shock. “La politica estera tedesca non può essere dirompente [disruptiv]. Non può trattarsi di una competizione fra idee, bensì la capacità di tenere le cose assieme – l’UE, le Nazioni Uniti, i trattati internazionali”.&nbsp; </p>



<p>Questa enfasi
sulla costruzione di nuove capacità, sul dialogo e sulla cooperazione riflette
in fondo una combinazione di fattori differenti. C’è, certamente, la necessità
per un paese esportatore come la Germania di preoccuparsi della stabilità globale,
quindi di voler evitare di versare altra benzina sui numerosi fuochi che
divampano in giro per il mondo. Esiste indubbiamente anche la volontà di offrire
un paradigma internazionale alternativo a quello francese, non sempre
apprezzato nelle istituzioni comunitarie e in Europa orientale. Tuttavia,
bisogna anche ricordare che una leadership internazionale più decisa sarebbe in
ogni caso limitata dai giochi di potere all’interno dei partiti politici
federali. Solo il mese scorso Annegret Kramp-Karrenbauer, segretaria della CDU
e ministro della difesa, aveva proposto lo schieramento di una forza di
peacekeeping nel nord della Siria a protezione dei curdi. La mossa è stata
interpretata da alcuni come un tentativo di rafforzare il proprio profilo
securitario a discapito dei suoi rivali all’interno del partito.&nbsp; Che il ministero degli esteri non fosse stato
informato ha tuttavia causato parecchie perplessità, superate solo
dall’imbarazzo provocato dalla liquidazione dell’iniziativa da parte di Maas
durante un summit ad Ankara. </p>



<p>È difficile non
leggere nel dogma della moderazione come un tentativo di far di necessità virtù,
richiamandosi ai soliti miti della responsabilità socialdemocratica (parola
d’ordine <em>Ostpolitik</em>, d’obbligo nella
retorica politica tedesca). Se tuttavia allarghiamo lo sguardo a ciò che sta
succedendo altrove non possono che sorgere dubbi su quanto un approccio cosi limitato
possa essere utile. </p>



<p>La vittoria del
tandem di sinistra Esken/Walter-Borjans difficilmente attenuerà la lotta all’interno
al partito, anzi. L’ipotizzato rimpasto di governo, una rinegoziazione del
contratto di governo o addirittura il ritiro dei ministri potrebbero aumentare
le frizioni fra correnti anche su questioni di politica estera. È scontato che anche
nei rapporti con la CDU si intensifichi il fuoco incrociato fra ministri: nonostante
il successo dell’ultimo congresso, Kramp-Karrenbauer ancora rischia
ammutinamenti nel proprio partito. Anche qui, temi di politica estera e di
sicurezza spesso rappresentano scuse per regolamenti di conti interni, come è stato
il tentativo di alcuni membri del partito di scavalcare la posizione moderata
della segretaria sul coinvolgimento di Huawei nella rete 5G tedesca. </p>



<p>Per quanto la politicizzazione
di questi temi possa essere positiva in una società democratica, per ora in
Germania ciò sembra aver prodotto solo una leadership disunita e consumata da
conflitti interni. </p>



<p>Nel bene e nel
male, politici più radicali al di là della manica e dell’oceano hanno sfruttato
il malessere internazionale per lanciare spunti di riflessione su una politica
estera fondata sulla lotta alla <a href="https://foreignpolicy.com/2019/10/05/eu-us-fight-corruption-kleptocracy/">cleptocrazia</a> e <a href="https://labour.org.uk/press/jeremy-corbyn-speech-at-the-united-nations-geneva/">all’ingiustizia economica</a> globale. Ma
all’apertura di una conferenza incentrata su un modello diverso di politica
estera ci si sarebbe potuto legittimamente aspettare una visione più ambiziosa
che il tentativo di difendere lo status quo. Perché il cambiamento sia
inconciliabile con una politica responsabile, non è chiaro. </p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1760/">L&#8217;SPD e la politica estera: un pallido futuro</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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		<title>Diseguaglianza e globalizzazione: quanto ne sappiamo davvero?</title>
		<link>https://www.mondodem.it/1163/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Giovanni Matteo Centore]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Jul 2018 13:48:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Lo stato della sinistra]]></category>
		<category><![CDATA[diseguaglianze]]></category>
		<category><![CDATA[globalizzzione]]></category>
		<category><![CDATA[Sinistra]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Eugenio Dacrema  Qualche settimana fa su MondoDem si parlava dell’incapacità di gran parte della sinistra di indirizzare&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1163/">Diseguaglianza e globalizzazione: quanto ne sappiamo davvero?</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>di <a href="https://twitter.com/Ibn_Trovarelli">Eugenio Dacrema </a></em></p>
<p><a href="https://www.mondodem.it/op-ed/il-pd-non-e-abbastanza-di-sinistra-non-ascolta-il-popolo-se-davvero-avessimo-perso-per-questo-sarebbe-una-pacchia-ma-purtroppo-la-verita-e-assai-piu-complessa/">Qualche settimana fa su MondoDem</a> si parlava dell’incapacità di gran parte della sinistra di indirizzare il sentire comune. Uno dei motivi è che su molti temi fondamentali dell’oggi abbiamo idee deboli, quando non drammaticamente contraddittorie. Per esempio, ineguaglianza e globalizzazione sono due temi su cui, soprattutto a sinistra, pensiamo di saperla lunga. Ma forse non è così, e se davvero desideriamo chiarire cosa pensiamo e cosa vogliamo su questioni così importanti è bene affrontarne la complessità.</p>
<p>Cominciamo con la faccenda dell’ineguaglianza. A questo proposito esiste una narrativa piuttosto diffusa e accettata: negli ultimi decenni, a causa dell’introduzione di riforme cosiddette neoliberiste, le disuguaglianze in tutto l’Occidente sono aumentate enormemente, causando crescenti sentimenti di frustrazione e alienazione tra le fasce più povere e andando a favorire la crescita dei partiti populisti. Giusto? Sbagliato.</p>
<p>Un primo errore di questa ricostruzione è parlare del fenomeno per tutto l’Occidente allo stesso modo, e pensare che argomentazioni che si adattano a una realtà come, per esempio, quella americana siano perfettamente applicabili anche da noi. Non è così, primo perché la disuguaglianza americana è molto più alta di quanto lo sia in Europa, ed è cresciuta a ritmi assai più sostenuti dagli anni Ottanta ad oggi. Il secondo è che, al contrario, in Europa, e soprattutto in Italia, la diseguaglianza è rimasta pressoché stabile negli ultimi due decenni. L’ultima volta che nel nostro paese si è assistito a un vero aumento è stato all’inizio degli anni Novanta. Poi, a parte oscillazioni alquanto trascurabili, intorno a un punto nell’indice di Gini<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a>, è rimasta stabile (nel 1995 era 32,7, nel 2015 33,3, mentre nello stesso periodo negli Usa è passata da 36 a 39, un aumento quasi sei volte superiore). Questa confusione deriva da un altro errore che si riscontra comunemente nel dibattito pubblico sulla disuguaglianza, ovvero quello di approssimare la percezione della disuguaglianza alla disuguaglianza reale. È vero infatti che se pure i dati reali non sono cambiati di molto da vent’anni a questa parte, la percezione è cresciuta notevolmente; la gente, insomma, percepisce disuguaglianze crescenti nonostante nella realtà queste non siano cresciute granché. Come è possibile ciò? Almeno parte della risposta la si può trovare nei risultati delle ricerche condotte in questi anni sulle percezioni economico-sociali delle persone, soprattutto in merito al proprio status e al proprio benessere. Richard Easterlin, per esempio, dimostrò che la crescita economica si correla all’aumento del benessere percepito solo all’inizio di un ciclo di crescita. Dopo qualche anno, infatti, il benessere percepito comincia a rimanere piatto pur di fronte a una crescita in continuo aumento (il cosiddetto Paradosso di Easterlin). Studi più recenti hanno invece affrontato direttamente il tema della percezione della diseguaglianza. Giacomo Corneo e Hans Gruner nel 2000 dimostrarono come la percezione di diseguaglianza in molti paesi europei non combacia minimamente coi dati reali ma tende a essere condizionata da valori diffusi tra la popolazione. Per esempio, negli ex paesi socialisti, dove decenni di comunismo reale avevano diffuso una forte sensibilità al tema, la percezione di disuguaglianza risultava molto più alta rispetto ai paesi anglosassoni, nonostante nei primi i dati reali mostrassero disuguaglianze assai inferiori rispetto ai secondi. Un fenomeno simile veniva registrato anche in paesi caratterizzati da un forte welfare redistributivo come la Francia. In seguito, numerosi altri studi, come quello di Alesina e Giuliano nel 2000, quello di Gimpelson and Mosusova del 2014 e quello di Brunori del 2017 hanno dimostrato con metodi quantitativi come la percezione di disuguaglianza non sia in nessun modo influenzata dal reale livello di disuguaglianza esistente, mentre risulta fortemente correlata con altri fattori sociali quali i valori socialmente diffusi sul tema, l’etica del lavoro e, soprattutto, il livello di mobilità sociale. È in particolare la mobilità sociale che emerge come il fattore più influente nel determinare la percezione di diseguaglianza in una popolazione. Una realtà, in fondo, spiegabile semplicemente con il fatto che se una persona ha la percezione concreta di poter scalare la piramide avrà meno la sensazione che tale piramide sia ingiusta, o particolarmente alta o ripida. Al contrario, qualunque sia l’altezza reale della piramide, per un soggetto che percepisce di non avere alcuna chance di farcela la piramide risulterà sempre (ingiustamente) altissima. “Gli ultimi saranno gli ultimi se i primi sono irraggiungibili”, canta Frankie Hi-NRG, e questo il più delle volte non dipende tanto dalla distanza tra primi e ultimi ma dagli ostacoli presenti sul percorso. Ne consegue che in società caratterizzate da un livello di diseguaglianza medio-basso, come gran parte delle nazioni europee, la percezione negativa di crescente disuguaglianza è probabilmente il frutto di una mobilità sociale inceppata da anni più che di una reale arricchimento dei già ricchi a discapito dei più poveri. Una realtà che stride fortemente con la narrativa diffusa e che ci dovrebbe far riflettere su che tipo di politiche intendiamo davvero quando parliamo di “lotta alla disuguaglianza”.</p>
<p>Il secondo tema, molto legato al primo, è quello della cosiddetta dicotomia tra “perdenti” e “vincenti” della globalizzazione. Anche in questo caso la narrativa diffusa è piuttosto chiara: l’apertura e la liberalizzazione dei mercati e dei flussi finanziari ha determinato l’arricchimento di una fascia ristretta di popolazione che ha saputo approfittare delle occasioni di investimento e di mobilità concesse dalla globalizzazione, anche grazie a una privilegiata posizione di partenza. Al contrario, le classi medie e basse sono rimaste danneggiate dai prodotti esteri e dalla competizione posta dalla forza di lavoro straniera che hanno portato a delocalizzazioni e schiacciamento dei salari. Per carità, gran parte di questa narrativa è ampiamente corroborata dai dati. È però, nel migliore dei casi, una narrativa solo parziale rispetto a quanto avvenuto nei decenni scorsi. Varrebbe la pena ricordare, infatti, come l’apertura dei mercati non ha portato solo compressione dei salari ma, ancora prima, ha portato compressione dei prezzi, soprattutto per quei prodotti diffusi tra le classi medio basse. Quelli che sono oggi accusano maggiormente Cina e paesi asiatici di aver sottratto industrie e posti di lavoro all’Occidente sono anche i maggiori consumatori dei prodotti provenienti da quei paesi. Una gran parte di quel benessere diventato scontato e che molti percepiscono oggi come declinante a causa della globalizzazione è in realtà formato per gran parte dall’accesso a prodotti e attività che proprio i primi decenni di apertura dei mercati hanno reso possibili. Vestiario e cibo, per non parlare di voli low cost, vacanze all-inclusive, e colf e badanti a basso costo; molti di costoro non si rendono conto esattamente cosa accadrebbe al loro accesso a beni e servizi che ormai considerano “di prima necessità” se la guerra commerciale a tutto campo propugnata dai loro beniamini populisti dovesse davvero cominciare. È una realtà finora poco esplorata, perché va contro la narrativa un po’ semplicistica ma romanticamente attraente del popolo oppresso dalle élite neoliberiste, ma che comincia a emergere finalmente anche a sinistra. In Italia se ne è fatto interprete in particolare Raffaele Alberto Ventura nel suo libro “Teoria della classe disagiata”. La globalizzazione andava bene a tutti quando noi ci trovavamo in cima alla catena alimentare, quando uno stipendio medio italiano era 10-20 volte quello di un operario cinese il cui lavoro ci consentiva di spendere meno della metà di un tempo in scarpe e viaggi pur mantenendo per il resto lo stesso livello salariale. Le cose sono cambiate quando gli altri hanno cominciato a scalare la stessa catena alimentare, avvicinandosi al nostro livello e attentando alle nostre posizioni consolidate. Forse dovremmo chiederci quindi se non valga la pena sottolineare con chiarezza quanto la globalizzazione forma oggi gran parte di quel benessere che noi diamo per scontato e che, anzi, siamo arrabbiati perché percepiamo in lenta diminuzione. Forse quello che dovremmo essere in grado di dire è che chiudere alla globalizzazione non farebbe che accelerare tale declino e che diventare competitivi non è un crudele mantra neoliberista ma l’unica risposta razionale a un mondo popolato da molta più che gente rispetto al passato che vuole, giustamente, quello che noi già abbiamo.</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> L’indice di GINI è l’indicatore universalmente più utilizzato per misurare le disuguaglianze. Va da 0 (una situazione di completa uguaglianza in cui tutti godono dello stesso livello di ricchezza) e 1 (una situazione in cui una sola persona possiede tutta la ricchezza della società). La maggior parte dei paesi oscilla tra 25 e 40. Paesi con GINI intorno ai 40 o superiori sono considerati paesi ad alta diseguaglianza.</p>
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		<title>Rompere il filo spinato dell’internazionale populista</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Erik Burckhardt]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 28 Jul 2018 08:16:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Lo stato della sinistra]]></category>
		<category><![CDATA[Osservatori]]></category>
		<category><![CDATA[USA e Americhe]]></category>
		<category><![CDATA[#bannon]]></category>
		<category><![CDATA[#Lega]]></category>
		<category><![CDATA[Populismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Annalisa Perteghella e Erik Burckhardt A dispetto di quanto lascerebbe intendere la calma e il sostanziale disimpegno&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Di <em>Annalisa Perteghella e Erik Burckhardt</em></p>
<p><strong>A dispetto di quanto lascerebbe intendere la calma e il sostanziale disimpegno con cui i dirigenti del Partito Democratico sembrano prepararsi alla sfida, non resta molto tempo.</strong> In vista delle elezioni europee 2019, la missione dei progressisti europei è vitale e passa dalla capacità di formare in pochi mesi un’alleanza sufficientemente ampia e solida, da Tsipras a Macron, per rompere il filo spinato tracciato dall’internazionale populista.</p>
<p><strong>Steve Bannon, l’ideologo della destra identitaria americana le cui idee hanno avuto un ruolo chiave nell’elezione di Donald Trump, ha dichiarato in un’intervista che avrebbe intenzione di creare una fondazione, antitetica alla Open Society Foundation di George Soros, allo scopo di generare una “rivolta di destra” in tutta Europa.</strong> Scopo ultimo de “Il movimento”, questo il nome della fondazione, sarebbe espugnare il parlamento europeo in occasione delle elezioni del prossimo anno per cambiare alla radice la politica del nostro continente.</p>
<p>Per quanto in apparenza possa sembrare paradossale il fatto che il propagatore di ideologie sovraniste e nazionaliste miri a creare una ideologia transnazionale, una sorta di “internazionale populista”, tale fenomeno non è in realtà una novità, né è inspiegabile.</p>
<p>Espulso &#8211; almeno a livello ufficiale &#8211; dal sistema politico americano, dove era arrivato a ricoprire il ruolo di consigliere di Trump, Bannon vede nel nostro continente un terreno fertile per far attecchire il proprio messaggio.</p>
<p><strong>Già nelle scorse settimane Bannon ha soggiornato in Italia, a Milano, dove avrebbe avuto un colloquio con Matteo Salvini.</strong> Non sembra dunque essere un caso il riferimento alla “Lega delle leghe”, annunciata a Pontida, che il leader della Lega mira a costituire per esportare in Europa l’ideologia del proprio partito.</p>
<p><strong>Sembra la sceneggiatura di un film d’azione, in cui una malvagia confederazione di forze trama nell’ombra per conquistare il pianeta.</strong> Non è però un film; quella che vediamo dipanarsi sotto i nostri occhi giorno dopo giorno è la realizzazione di un progetto sistematico di frantumazione dell’unità occidentale nei suoi capisaldi: l’alleanza transatlantica, l’Unione europea e in generale la comune fede nella democrazia liberale e nel suo sistema valoriale.</p>
<p><strong>Se quello di Bannon fosse un progetto isolato, il semplice sogno di un folle, non dovrebbe destare preoccupazioni.</strong> È però invece un fenomeno che non bisogna sottovalutare, in parte perché si instilla in un contesto &#8211; quello europeo &#8211; in cui veramente esiste un terreno fertile composto dalle forze nazionaliste, generalmente chiamate populiste, all’interno di diversi paesi europei; quello che serve loro per fare il “salto di qualità” è probabilmente l’organizzazione, la sistematizzazione: proprio ciò che Bannon dichiara di voler fare. E che noi dobbiamo impedire.</p>
<p>Lo sviluppo dell’antidoto passa per l’analisi del virus, che in questo caso è forse possibile assegnare alla famiglia dei “movimenti reazionari” che tante volte nella storia hanno contrastato forme d’innovazione politica, sociale, artistica o culturale. <strong>Esiste infatti un filo rosso che collega Orban a Salvini, Trump a Putin, il beneficiario ultimo della disgregazione dell’unità europea e dell’allentamento del legame transatlantico. Un filo rosso che, in definitiva, appare più come un filo spinato volto ad arrestare il processo di affermazione di un ordine multipolare che sia in grado di raggruppare gli interessi delle varie aree continentali e che inglobi, per la prima volta, anche il continente africano e l’America latina</strong>. Salvini ed Orban, Le Pen e Farage vi si oppongono in nome delle loro Nazioni, nascondendo tuttavia (forse anche a sé stessi) che così facendo indeboliscono ogni speranza di tutelare gli interessi delle società europee, che tornano a indebolirsi attraverso un crescente confronto tra di esse, trascurando il compito di unirsi e di prepararsi a sfide bene più ardue con i giganti emergenti. Trump e Putin, il cui incontro di Helsinki ha fatto crollare definitivamente qualsiasi dubbio riguardo questa nuova <em>special relationship</em>, intendono invece riabilitare una <em>divisio mundi</em>, un ordine bipolare, che tanti danni ha arrecato alla storia contemporanea.</p>
<p><strong>Quello che è accaduto in seguito al discorso di Helsinki però ci dice molto circa le prospettive future: Trump, tornato in patria, è stato costretto a ritrattare gli aspetti più controversi delle proprie dichiarazioni, in particolare quelli relativi all’interferenza russa nelle elezioni presidenziali del 2016.</strong> Segnale del fatto che la democrazia americana, per quanto potere possa affidare nelle mani del presidente, ha in sé i semi della resilienza. Prova di questo è anche la sostanziale differenza nel tono e nel contenuto delle domande poste dai giornalisti americani durante la conferenza stampa di Helsinki rispetto a quelle poste dai colleghi russi. Le istituzioni quali la libera stampa, il sistema di <em>checks and balances</em>, il mero fatto che i <em>congressmen</em> repubblicani (per quanto “deboli” nei confronti di Trump) devono comunque rendere conto al proprio elettorato per essere rieletti, sono sistemi di salvaguardia che lasciano sperare che l’anomalia Trump possa scalfire ma non distruggere il sistema di cooperazione internazionale.</p>
<p><strong>Da questo lato dell’Atlantico, per contrastare le forze reazionarie che ignorano o rifiutano ogni evoluzione geopolitica anche al costo di condannarci all’irrilevanza, non basta rispondere facendoci inghiottire da miraggi utopici.</strong> Occorre affacciarsi all’inarrestabile progresso sociale e geopolitico con ottimismo, ma anche con responsabilità, per provare davvero a costruire un ordine in grado di governare le nuove realtà globali e offrire così le necessarie rassicurazioni e protezioni per i cittadini.</p>
<p><strong>Per questo è indispensabile un ruolo proattivo dell’Unione europea che, pur con molti limiti, rappresenta senz’altro il modello più avanzato d’integrazione regionale.</strong> Bannon, così come Putin, sanno, tuttavia, che il punto di forza dell’Unione europea &#8211; la pluralità &#8211; ne rappresenta anche il potenziale punto debole &#8211; la diversità di vedute e la difficoltà a trovare un accordo, anche quando la necessità di riforma è urgente.</p>
<p><strong>Le elezioni del prossimo anno per rinnovare il Parlamento europeo disegneranno il volto dell’Europa negli anni più centrali e sensibili della vita di coloro che scrivono e di tutta la loro generazione.</strong> L’auspicio è che le forze europeiste all’interno dei singoli paesi europei tornino a farsi sentire e a trasmettere un messaggio di vivace fiducia per un modello federativo o “simil-federativo” come miglior strumento per garantire la protezione degli interessi, particolari e comuni, nei confronti dei terzi.</p>
<p>La “Lega delle leghe” sarà senz’altro classificata dalla storia come un vano esperimento reazionario. Tuttavia, <strong>non sarebbe la prima volta che esperimenti di questo tipo vengono ricordati soprattutto per il prezzo di instabilità e sofferenze che intere generazioni dovettero pagare per riparare ai danni generati e rimettersi sui binari dello sviluppo.</strong></p>
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		<title>Sinistra e futuro: tre cose da sapere prima di ripartire</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 Jun 2018 05:57:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lo stato della sinistra]]></category>
		<category><![CDATA[#elezioni2018]]></category>
		<category><![CDATA[Governo]]></category>
		<category><![CDATA[Partito Democratico]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Eugenio Dacrema Come da copione. Mentre altrove le cose accadevano, dalle nostre parti, quelle dei perdenti, abbiamo&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Di Eugenio Dacrema</em></p>
<p>Come da copione. Mentre altrove le cose accadevano, dalle nostre parti, quelle dei perdenti, abbiamo passato le ultime settimane a farci le solite domande, analizzare come sempre l’ennesima delle nostre tante sconfitte e, ovviamente, a darci a vicenda le colpe. Le teorie sulla sconfitta che circolano nelle discussioni e sui post facebook variano parecchio, ma si rifanno grosso modo a due tronconi principali: per coloro più a sinistra del PD, quest’ultimo ha perso perché ha smarrito la sua vocazione ideale, l’ha tradita, e additano personaggi come Renzi o Minniti come i principali responsabili. Il secondo troncone va di pari passo col primo, anche se spesso comprende coloro che cercano di spiegare la sconfitta dalla prospettiva più populista: il PD, e la sinistra in generale, hanno perso il contatto con la gente. Abbiamo smesso di “ascoltare la gente” e per questo siamo incapaci di costituire una alternativa vincente.</p>
<p>Magari fosse così semplice. La prima tesi è stata smentita il 4 marzo, con una formidabile prova empirica degna della migliore tradizione degli esperimenti sociali. Chi dopo aver passato anni a spiegare che il PD a guida Renzi con le sue svolte “neoliberiste”, “neo-blairiane” era destinato al fallimento in quanto aveva perso la capacità di interpretare le forti istanze sociali della sinistra ha avuto l’opportunità di dimostrare la sua tesi alle ultime elezioni. Una parte consistente di ex-PD, insieme ad altre anime politiche alla sua sinistra, si sono unite per offrire finalmente una vera alternativa politica a tali istanze, secondo loro estremamente vive quanto inespresse. Han preso il 3%. Certo, la prima parte della loro tesi si è dimostrata assolutamente esatta, il PD di Renzi ha effettivamente fallito, ma la seconda parte no. Il PD di Renzi, sembra suggerire l’esperimento di LeU, non ha fallito perché non ha saputo dare voce alle istanze di sinistra presenti nella società. Perché, semplicemente, alla prova empirica queste istanze sembrano non esistere quasi più.</p>
<p>E da questo ragionamento emerge lampante anche tutta la limitatezza della tesi secondo cui il PD è diventato ”incapace di ascoltare la gente”. Come se quando è passata la riforma delle pensioni qualcuno pensasse che sarebbe stata una mossa popolare. O come se nessuno del partito fosse in grado di capire che riforme e cambiamenti comportano shock cognitivi e sforzi di adattamento. No, il punto non è che siamo stati sorpresi dal fatto che la gente non ha saltato di gioia. Il punto è che non si è stati in grado di spiegare perché le alternative erano assai peggiori. Chi pensa seriamente che il malcontento per il PD sia un mistero incomprensibile parte da un assunto abbastanza semplicistico secondo cui 18% di elettori che lo votano sono tutti in qualche modo parte dell’establishment, o di èlite economiche e culturali chiuse nella loro bolla e incapaci di capire cosa succede fuori. Per carità, che tra questo genere di ambienti ci sia una prevalenza di elettori del PD sarà pur vero. Ma altra cosa è pensare che tra gli elettori democratici non ci siano anche centinaia di migliaia di persone normali che vivono e lavorano tra altre persone normali. La maggior parte degli elettori sa benissimo cosa pensa il resto del paese. Lo “ascoltano”. E poi si rendono conto che, semplicemente, la maggior parte della gente non vuole quel che vogliono loro. Se la maggior parte del paese vuole tornare a spesa pubblica incontrollata e chiudere le frontiere il nostro problema non è che non siamo “ascoltatori della gente”. Il nostro problema è ben più grande ed epocale: non abbiamo idea di come convincerli del contrario.</p>
<p>I motivi sono molteplici. C’è una oggettiva incapacità comunicativa, soprattutto tra molti esponenti della leadership sia nazionale sia locale. Ma c’è soprattutto la difficoltà di far passare un messaggio complesso e progressista in tempi di gravi difficoltà socioeconomiche, causate sa sommovimenti geopolitici che vanno ben oltre una architettura europea difettosa e i guai di un sistema finanziario poco regolato. In fondo, il lavoro dei nostri avversari populisti è semplice: prendi le reazioni istintive tipiche delle persone che hanno paura e legittimale. Ovviamente, quelle reazioni vanno quasi sempre a destra. Mesi fa <a href="https://www.mondodem.it/osservatori/democrazia-2-0/populismo-definizione-origini-e-sviluppo/">analizzammo alcune delle caratteristiche</a> più esplicite del populismo moderno. A quell’analisi potremmo aggiungere anche un altro elemento: i populisti son tali proprio perché non inventano nulla e non convincono di nulla che sia nuovo. Come iene della politica prendono quello che già c’è e ne fanno cibo per la propria retorica.</p>
<p>La politica per chi non si arrende allo sciacallaggio della paura è un mestiere estremamente più complesso: calmare, spiegare che un mondo sempre più interconnesso e complesso ha bisogno di soluzioni altrettanto complesse, e far comprendere che in una tale situazione è indispensabile accettare che le migliori soluzioni non possono venire da cambiamenti repentini e salvifici nel breve termine, ma solo da cambiamenti spesso dolorosi e incrementali i cui frutti si vedranno nel lungo periodo. Facile no? Nessuna sorpresa che abbiamo fallito, e per spiegarcelo non c’è nessun bisogno di ricorrere a teorie su mancanza di ascolto e istanze tradite. Viene anzi quasi da chiedersi come abbiamo seriamente pensato di farcela. E, soprattutto, come crediamo ancora di potercela fare.</p>
<p>A metterla così viene effettivamente voglia di andare sul Sacro Blog, iscriversi a un meet-up e iniziare a credere nelle scie chimiche. Ma se ancora non siamo pronti a cedere alla disarmante semplicità del grillismo, alla rabbia del leghismo militante e al fascino misterioso della condensa dei jet, beh.. bisogna accettare queste tre terrificanti realtà: primo, che l’unica alternativa per tornare a vincere è riuscire a trovare un modo per far diventare soluzioni che richiedono tempo, complessità e sacrifici improvvisamente popolari. Secondo, che, prima ancora di farle accettare, queste soluzioni dobbiamo averle, e dobbiamo averle chiare e quanto più possibile condivise. Terzo &#8211; e questa è la realtà più terrificante e allo stesso tempo meno sorprendente &#8211; nessuno al momento sembra avere la più pallida idea di come riuscirci. Non chi critica il PD da sinistra, non chi lo critica da destra, non i nostri compari social-liberali europei che, quando non registrano disastri elettorali simili ai nostri (vedi l’SPD tedesco), conquistano voti con atteggiamenti ambigui sull’Europa e sul ritorno ai bei tempi andati (vedi il Labour di Corbyn).</p>
<p>Sconfortante, certo. La traversata del deserto si preannuncia lunga e la probabilità di fallimento altissima. Ma riconoscerlo è il primo passo per avere una qualunque speranza di vederne la fine.</p>
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		<title>Le ragioni del Partito Democratico nel 2018</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 18 Apr 2018 22:25:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lo stato della sinistra]]></category>
		<category><![CDATA[#elezioni2018]]></category>
		<category><![CDATA[#partitodemocratico]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Fabrizio Macrì La necessità di una visione  Concordo con quanti sostengono che il PD debba tornare a&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Di Fabrizio Macrì</em></p>
<p><strong><em>La necessità di una visione</em></strong></p>
<p><em> </em>Concordo con quanti sostengono che il PD debba tornare a fornire una chiara ed entusiasmante visione in grado di restituirgli la sua <strong>vocazione maggioritaria</strong> e la sua funzione di rappresentanza del riformismo democratico italiano.</p>
<p>Per farlo ritengo sia utile da un lato ricordare quale fosse l’ispirazione originaria dell’idea di PD a metà degli anni 2000 (credo ancora attuale) e dall’altro completare questa visione con <strong>una nuova visione progressista nell’era della globalizzazione</strong>, ancora una volta come nel 2007, chiamata a rompere con gli schemi di lettura della realtà che ci hanno guidato fino ad oggi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>Le origini</em></strong></p>
<p><em> </em>Nel 2007 il PD nacque dalla fusione delle forze popolari e socialiste di Margherita e DS e dall’introduzione delle primarie aperte come sistema di selezione della propria classe dirigente, allo scopo di aprirsi a quella fetta di elettorato che, pur riconoscendosi nei valori del centro-sinistra, non era direttamente riconducibile ai due partiti fondatori.</p>
<p>La fusione ebbe luogo perché si ritenne che gli elementi che le forze di quell’area avevano in comune fossero più forti e numerosi degli elementi divisivi e che la sfida di cambiamento che il PD lanciava fosse un cemento più forte delle divisioni del passato.</p>
<p>Si riteneva che quell’area affondasse le proprie radici nella<strong> fedeltà ai valori della Resistenza quindi alla Costituzione</strong> repubblicana e che questo creasse un comune sentire cui attingere per trasformare il futuro.</p>
<p>Inoltre si prese atto che, per difendere quei comuni valori fondanti, fosse necessario adottare nuovi strumenti: a fronte dei cambiamenti radicali della società che ridefinivano i conflitti tra i vari gruppi sociali (i deboli degli anni 2000 erano diversi dai deboli degli anni 70 e 80), il PD doveva ripensare gli strumenti e le politiche della sinistra per continuare a difendere gli stessi principi di fondo.</p>
<p>La mappa dei privilegi e dei fattori di conservazione non era più così netta come negli anni ‘70 in cui la società si fondava sullo scontro tra imprenditori e salariati, tra padroni e lavoratori.</p>
<p>La conservazione negli anni 2000 era anche di sinistra, la classe lavoratrice era spaccata tra tutelati e baby pensionati da una parte e precari e disoccupati tecnologici dall’altra. La spaccatura tra giovani lavoratori esposti alla volatilità del mercato dovuta alla globalizzazione ma anche ad un sistema fiscale ed amministrativo punitivo per le imprese da un lato e gli illicenziabili statali e tutelati dall’art. 18 dall’altra.</p>
<p>Il <strong>PD nacque da un’ispirazione di riforma post-ideologica e radicale della società che, con un approccio pragmatico, doveva rispondere alle istanze dei nuovi gruppi sociali, tutelando quelli più deboli ma anche consentendo al Paese di sprigionare la sua energia, creatività e libera iniziativa</strong>.</p>
<p>Le cose da cambiare erano più numerose di quelle da conservare e questo rendeva necessaria l’adozione di misure anche tipicamente considerate di destra o liberali in passato ideologicamente avversate dalla sinistra: non solo quindi la stabilizzazione dei giovani precari ma anche la promozione del merito per dare modo ai meno protetti di affermarsi, rompendo i privilegi e riattivando l’ «<em>ascensore sociale</em>»; una politica industriale di investimenti pubblici ma anche l’abbattimento del «<em>nucleo fiscale</em>»  e la liberalizzazione del mercato per favorire l’imprenditorialità ; la difesa della legalità intesa come principio di equità e di difesa dei più deboli.</p>
<p>Questo approccio trasversale partorì l’idea della vocazione maggioritaria e cioè l’aspirazione del partito, nelle mutate condizioni sociali, ad intercettare consensi anche in aree tradizionalmente non di sinistra: non solo giovani precari ma anche start-upper e imprenditori, forze dinamiche e creative della società che prive di forti appartenenze ideologiche e particolari protezioni sociali, avrebbero potuto portarlo ad essere maggioranza nel Paese.</p>
<p>Le cose non sono andate esattamente così ma a sprazzi, soprattutto durante le gestioni Veltroni e Renzi, si sono visti i segni di quell’ispirazione originaria.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>Il futuro</em></strong></p>
<p><em> </em>Si tratta ora di capire come, questa idea fondante, ispirata ad un pragmatismo, capace di adattare le sue politiche ai cambiamenti della società per tutelare con nuovi strumenti i valori di libertà ed equità propri della cultura progressista, conservi anche oggi una sua validità. Come si declina e come si deve evolvere questa idea già fortemente innovativa, nell’Italia impaurita dalla globalizzazione del 2018 ed in balia degli opposti populismi?</p>
<p><strong>Credo che l’elemento fondante debba continuare ad essere un forte realismo basato sulla conoscenza e capacità di analisi della realtà economica italiana ed internazionale.</strong></p>
<p>È da questo realismo e non da stratte convinzioni «<em>aperturiste</em>» od «<em>internazionaliste</em>» che discendono le scelte europeiste e favorevoli ad un’economia aperta e libera; la presa d’atto che per un Paese come l’Italia una politica commerciale protezionistica e l’uscita dall’area Euro provocherebbero danni ben superiori ai pochi benefici.</p>
<p>Partendo da queste premesse, il PD deve però evitare di essere percepito come il partito della conservazione, disposto ad accettare passivamente il processo di globalizzazione ed apertura dei mercati, ignorando la consunzione delle risorse ambientali e l’aumento delle disuguaglianze sociali che si accompagnano a paure e semplificazioni populiste.</p>
<p>Pur prendendo realisticamente atto della realtà, promuovendo politiche atte a rendere il paese attrezzato per sopravvivere nella globalizzazione, il PD deve trasmettere una visione che vada oltre questa fase che superi le contraddizioni del nostro modello di sviluppo.</p>
<p><strong>È proprio infatti sulle contraddizioni dell’attuale sistema economico e sociale che si può innestare una visione nuova e progressista nell’Italia del 2018; l’Italia non deve imparare a stare in Europa e nella globalizzazione con una moneta forte come l’Euro solo per imparare a sopravvivere nella nuova economia globale, ma anche per poter avere voce in capitolo nel cambiamento.</strong></p>
<p>La società europea ed aperta che il PD difende e sostiene è l’unico modo che l’Italia ha per contare e per cercare di fare pesare la propria visione di futuro.</p>
<p>Più protezione per i ceti meno abbienti ed esclusi dalla globalizzazione, più formazione ed inclusione per chi viene emarginato da concorrenza ed aumento dell’intensità tecnologica, un modello di sviluppo che tenga conto della sovrappopolazione e dei limiti che l’ambiente impone alla nostra economia, la valorizzazione del principio quasi filosofico ed olivettiano di rimettere l’economia al servizio dell’uomo per non essere un processo estraneo ad esso nel quale cercare un appiglio per non essere espulsi dal sistema.</p>
<p>Solo l’apertura mentale e la voglia di contaminazione anche nell’elaborazione politica, economica e sociale che il PD ha lanciato 11 anni fa può aiutarci a trovare le risposte, non certo il ritorno ad una rigida visione ideologica del Mondo che porterebbe il Paese sulla strada di una sterile e perdente chiusura.</p>
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