<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Africa subsahariana Archivi &#8211; MondoDem</title>
	<atom:link href="https://www.mondodem.it/category/regioni/africa-subsahariana/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.mondodem.it/category/regioni/africa-subsahariana/</link>
	<description>Laboratorio di Politica Internazionale</description>
	<lastBuildDate>Mon, 23 Sep 2024 18:54:23 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=6.8.3</generator>

<image>
	<url>https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2020/10/cropped-MondoDem_Logo_RGB_colored-min-1-1-32x32.png</url>
	<title>Africa subsahariana Archivi &#8211; MondoDem</title>
	<link>https://www.mondodem.it/category/regioni/africa-subsahariana/</link>
	<width>32</width>
	<height>32</height>
</image> 
	<item>
		<title>La cooperazione italiana alla prova del Piano Mattei</title>
		<link>https://www.mondodem.it/673443/</link>
					<comments>https://www.mondodem.it/673443/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Sep 2024 18:54:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Africa subsahariana]]></category>
		<category><![CDATA[Africa]]></category>
		<category><![CDATA[Cooperazione]]></category>
		<category><![CDATA[piano mattei]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.mondodem.it/?p=673443</guid>

					<description><![CDATA[<p>Nonostante i tentativi di questi anni, l’Italia non ha purtroppo una esperienza di cooperazione internazionale all’altezza di un&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/673443/">La cooperazione italiana alla prova del Piano Mattei</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Nonostante i tentativi di questi anni, l’Italia non ha purtroppo una esperienza di cooperazione internazionale all’altezza di un paese del G7.</p>



<p>Nel 2014 il governo Renzi introdusse una riforma organica della cooperazione istituendo una agenzia dedicata (AICS) dentro il nuovo <em>Ministeri degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale </em>e affidando a Cassa Depositi e Prestiti il ruolo di istituzione finanziaria per lo sviluppo. I risultati concreti sono purtroppo rimasti al di sotto delle aspettative. Le risorse effettivamente distribuite annualmente dall’Italia nel 2023 arrivavano 5.6 miliardi di dollari contro i 16 della Francia e i 17 del Regno Unito e 36 della Germania.<a href="#_ftn1" id="_ftnref1">[1]</a> Le risorse messe a disposizione dall’Italia sono leggermente cresciute negli anni (erano in media 4.8 miliardi l’anno nel 2014-18) ma sostanzialmente in dieci anni non c’è stato un cambio di passo. &nbsp;Peraltro, nel 2022 oltre un quarto di queste risorse sono spese in Italia per coprire costi legati ai richiedenti asilo. Il bilancio dell’Italia non ha ampi spazi di manovra, ma anche qualitativamente i passi avanti sono stati pochi. Gran parte degli interventi italiani si risolvono in prestiti sovrani concessionari pluridecennali o in trasferimenti concessionali ad altre banche pubbliche di sviluppo a cui è delegata l’effettiva messa a terra dei progetti. La nostra capacità automa di portare valore aggiunto rimane limitata.</p>



<p>Il Piano Mattei del governo ha suscitato interesse ma non affronta ancora le due questioni di fondo che hanno rese inefficace la nostra azione negli ultimi anni: una governance estremamente complessa e l’assenza di prioritizzazione nell’uso delle risorse.</p>



<p><strong>Primo, la prioritizzazione è indispensabile per un paese come l’Italia,</strong> dove il costo del debito è alto e gli spazi di spesa limitati. I paesi in via di sviluppo raccolgono investimenti per duemila miliardi di dollari l’anno: di questi, meno di duecento vengono dai governi donatori e l’Italia è tra i donatori più piccoli. La domanda è quindi come le limitate risorse italiane possano dare un contributo allo sviluppo internazionale, e quindi anche al nostro ruolo nel mondo. <strong>La priorità dell’Italia potrebbe essere quella di mobilizzare capitali privati verso la transizione energetica in paesi in via di sviluppo, ed in particolare in Africa.</strong> &nbsp;L’obiettivo e’ “<em>creare mercati”</em>, dimostrando che è possibile fare impatto sociale e ambientale portando capitali privati là dove non andrebbero. Più che nuovi strumenti, serve quindi un nuovo modo di pensare per cui l’obiettivo delle risorse pubbliche è rendere commercialmente, socialmente e ambientalmente sostenibili l’elettrificazione, la produzione energetica diffusa, lo sviluppo di nuove tecnologie come l’idrogeno verde, il riciclo dei rifiuti e delle materie prime. Non si tratta di ridurre il ruolo dello Stato e questi progetti funzionano solo se sono allineati ad un reale sforzo di riforme e investimenti del governo locale. Al contrario, significa far funzionare il mercato e creare una economia formalizzata così da liberare risorse pubbliche che i governi possono poi investire in servizi e welfare.</p>



<p><strong>Secondo, il sistema di governance della cooperazione è volutamente farraginoso frutto di una cultura politica che predilige il controllo diretto all’assunzione di responsabilità per i risultati effettivamente conseguiti (accountability)</strong>. Negli anni, i governi hanno accavallato vari strumenti finanziari e per ciascuno di questi creato, per legge, diversi comitati ministeriali (e talvolta anche politici) che decidono quali operazioni perseguire e con che tempi. Abbiamo creato una grande confusione tra strumenti verso enti pubblici e no-profit, strumenti di finanza per lo sviluppo, e strumenti di supporto all’internazionalizzazione delle imprese italiane. Si tratta di obiettivi diversi, con razionali di intervento che devono essere nettamente separati. Se tutto si puo’ utilizzare per tutto, e tutte le decisioni richiedono una approvazione ministeriale, si finisce per decidere nulla. <strong>L’Italia deve creare una istituzione di finanzia per lo sviluppo dedicata, con governance e personalità giuridica propria</strong>, che non si occupi del supporto alle imprese italiane e degli interventi a dono verso gli Stati, gestiti invece dai ministeri e da AICS. Questa nuova istituzione dovrebbe avere capitalizzazione e capacità decisionale autonoma dai ministeri, come negli altri paesi europei, e potrebbe essere strutturata come una sussidiaria di CDP. Essa dovrebbe operare all’interno di priorità pluriennali definite dal governo, ma prendendo le singole decisioni di investimento in reale autonomia<strong>. Si tratterebbe di una rivoluzione nel panorama pubblico italiano, dove tutto è politico ma nessuno è mai responsabile per i risultati.</strong></p>



<p>Con il Piano Mattei il governo insiste sull’importanza di creare relazioni paritarie con l’Africa, sulla necessità di fare sistema tra ministeri e aziende italiane, e sulla creazione di partnership locali trainate dai governi africani e dalle banche pubbliche di investimento. Oltre ad accentrare la governance a Palazzo Chigi, il governo ha però presentato poche idee sulle strategie di intervento, le risorse, i progetti e l’effettivo valore aggiunto dell’Italia. Il PD potrebbe cogliere questa opportunità per aprire un suo dialogo con i partner africani, le istituzioni, le imprese e la società civile, e sfidare la maggioranza su questo terreno con proposte concrete ed efficaci.</p>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<p><a href="#_ftnref1" id="_ftn1">[1]</a> Dati OCSE-DAC (Gross ODA).</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/673443/">La cooperazione italiana alla prova del Piano Mattei</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.mondodem.it/673443/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Una visione progressista per il Piano Mattei</title>
		<link>https://www.mondodem.it/673436/</link>
					<comments>https://www.mondodem.it/673436/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 12 Jun 2024 17:19:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Africa subsahariana]]></category>
		<category><![CDATA[Grande Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Africa]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[piano mattei]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.mondodem.it/?p=673436</guid>

					<description><![CDATA[<p>L’aggressione russa all’Ucraina ha costretto l’Unione europea ad intervenire a sostegno di Kiev con una serie di provvedimenti&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/673436/">Una visione progressista per il Piano Mattei</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>L’aggressione russa all’Ucraina ha costretto l’Unione europea ad intervenire a sostegno di Kiev con una serie di provvedimenti che, pur se ancora nel complesso insufficienti, hanno comunque dimostrato l’esistenza di una politica estera comune europea in grado di rispondere alle minacce alla sicurezza del continente. Tuttavia, inevitabilmente, la crisi ucraina ha portato ad una concentrazione delle risorse materiali e politiche dell’Unione europea sul suo fronte orientale a scapito del vicinato meridionale. L’Africa deve invece continuare ad essere al centro dell’azione politica dell’Unione europea.<br>Negli ultimi anni, la credibilità dell’Ue come promotore di sicurezza e di sviluppo in Africa ha subito un arretramento marcato, a causa della mancanza di coerenza tra gli obiettivi strategici nazionali e tra i diversi ambiti della sua azione internazionale, dall’energia alla promozione dei diritti umani, dal commercio alla cooperazione allo sviluppo. E’ anche il risultato di una presenza sempre più massiccia e aggressiva di attori regionali e internazionali come Russia, Cina, Paesi del Golfo, Turchia. Paesi che propongono modelli alternativi di cooperazione senza le briglie della condizionalità legata al rispetto dei principi democratici e dei diritti sociali e che stanno trovando sponde sempre più concrete tra i governi del Sud del mondo.<br>L’Unione deve riattivare un partenariato solido e per quanto possibile equilibrato con questi Paesi, facendo leva sugli strumenti economici, sociali, culturali e di innovazione tecnologica. In quest’ottica, il ruolo dell’Italia è fondamentale. La proposta di un Piano Mattei per l’Africa da parte del governo di Giorgia Meloni appare però anacronistica e soprattutto con poca sostanza. E’ anacronistico pensare che un singolo Paese europeo, anche un Paese come l’Italia che è molto vicino al continente africano e rappresenta il ponte tra le due sponde del Mediterraneo, possa fare da solo in un continente così vasto . Inoltre, guardando ai progetti annunciati finora, non si riesce a identificare con chiarezza una strategia complessiva E c’è molto poco anche per quel che riguarda le risorse.<br>Questo policy brief curato da Bernardo Tarantino per MondoDem, con contributi di Gregorio Staglianò, Benedetta Albano e Riccarda Lopetuso, analizza obiettivi e contenuti del Piano Mattei per l’Africa, al centro anche della proposta italiana per la sua presidenza del G7. Evidenzia le criticità della narrazione e i limiti concreti della proposta, focalizzandosi in particolar modo sui temi della sicurezza climatica, delle infrastrutture digitali e della formazione. Soprattutto, il brief propone un approccio e un piano d’azione alternativi che rispondono non solo a criteri di efficacia ed efficienza ma anche ad una visione progressista dello sviluppo e delle relazioni tra Europa (e Italia) e Africa. Un vademecum importante per chi vuole andare oltre le etichette politiche e instaurare un dialogo sostanziale sul futuro dei rapporti tra i due continenti.</p>



<div data-wp-interactive="core/file" class="wp-block-file"><object data-wp-bind--hidden="!state.hasPdfPreview" hidden class="wp-block-file__embed" data="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2024/06/Policy-brief-MondoDem.pdf" type="application/pdf" style="width:100%;height:600px" aria-label="Incorporamento di Policy-brief-MondoDem."></object><a id="wp-block-file--media-61d952d6-d839-42e8-bad9-c910e09575ef" href="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2024/06/Policy-brief-MondoDem.pdf">Policy-brief-MondoDem</a><a href="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2024/06/Policy-brief-MondoDem.pdf" class="wp-block-file__button wp-element-button" download aria-describedby="wp-block-file--media-61d952d6-d839-42e8-bad9-c910e09575ef">Download</a></div>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/673436/">Una visione progressista per il Piano Mattei</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.mondodem.it/673436/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Spunti per una strategia progressista in Africa</title>
		<link>https://www.mondodem.it/673362/</link>
					<comments>https://www.mondodem.it/673362/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 22 Oct 2023 07:57:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Africa subsahariana]]></category>
		<category><![CDATA[Africa]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[piano mattei]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.mondodem.it/?p=673362</guid>

					<description><![CDATA[<p>Le discussioni politiche riguardo una strategia italiana per l’Africa, specialmente riguardo il Piano Mattei più volte paventato dal&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/673362/">Spunti per una strategia progressista in Africa</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Le discussioni politiche riguardo una strategia italiana per l’Africa, specialmente riguardo il Piano Mattei più volte paventato dal governo, rendono necessario definire una visione progressista e concreta sulla postura che il nostro Paese può e deve assumere nel continente. Diversi punti chiave sono emersi in seno a una discussione avvenuta alla sede nazionale del Partito Democratico il 6 ottobre 2023. L’incontro è stato facilitato da Mondodem e ha coinvolto diversi esponenti del mondo accademico, politico e istituzionale in dialogo con il portavoce per la politica estera l’on. Peppe Provenzano e l’on. Lia Quartapelle.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Quello che riportiamo qui sono alcuni spunti emersi dalla conversazione che crediamo possano essere utili a un dibattito più ampio e approfondito che sarà definito nel corso dei prossimi mesi.&nbsp;</p>



<p><strong>Lo stato dell’arte&nbsp;</strong></p>



<p>Negli ultimi anni l’Italia ha compiuto diversi sforzi per rafforzare i propri legami con l&#8217;Africa. Una delle prime mosse significative è stata l&#8217;organizzazione di una conferenza Italia-Africa e diversi incontri bilaterali annuali. L&#8217;Italia ha anche incrementato gli aiuti, seppur in misura limitata, per affrontare la questione dei rifugiati. Nel 2020, è stato adottato il &#8220;Partenariato con l&#8217;Africa,&#8221; che si proponeva di raccogliere e coordinare le azioni italiane nel continente africano.</p>



<p>Nonostante questi sforzi, l&#8217;Italia non ha visto un aumento significativo negli scambi commerciali con l&#8217;Africa, a differenza di paesi come la Turchia. Questo risultato negativo per l&#8217;Italia potrebbe essere attribuito a due fattori principali: la mancanza di continuità nell&#8217;impegno italiano da parte di diversi governi e la mancanza di risorse economiche e altre concessioni offerte dall&#8217;Italia.&nbsp;</p>



<p>Queste debolezze sono&nbsp; ancora più evidenti oggi in questo periodo di transizione per l’Africa. La Francia ha sfruttato in modo intelligente gli strumenti multilaterali e le risorse attraverso le organizzazioni regionali, cercando di preservare i propri interessi nazionali. Tuttavia, questa situazione ha portato a una mancanza di attenzione da parte di altri paesi europei che avrebbero dovuto sviluppare politiche alternative.</p>



<p>A complicare il quadro c’è anche che i paesi africani oggi hanno più opzioni alternative in termini di partner, inclusi Cina e Russia. La Cina in particolare ha offerto aiuti attraverso investimenti mentre la Russia ha giocato un ruolo significativo nell’area centrale del continente, utilizzando mezzi militari spesso sostituendo l’influenza francese.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Complessivamente, c&#8217;è una tendenza di &#8220;<em>pushback</em>&#8221; nei confronti della Francia da parte dei Paesi africani. Questo rigetto non si applica però ad altri alleati come gli Stati Uniti che, invece, hanno una forte presenza militare non contestata che apre a un potenziale diplomatico per altri attori occidentali.</p>



<p><strong>Quale visione cooperativa per Africa e Europa?</strong></p>



<p>Da dove partire una progettualità progressista con l’Africa? Centrale deve essere un rapporto paritario, che parta anche da elementi simbolici. I documenti europei in materia dovrebbero ad esempio fare riferimento principalmente ai documenti africani. Bisogna abbracciare una collaborazione con l&#8217;Africa basata sulla società, coinvolgendo attori non governativi per condividere il know-how e le pratiche di governance italiane. Dal punto di vista della diplomazia, è irragionevole che l&#8217;Italia non guardi all&#8217;Europa come una fonte di contributo politico. Un maggior impegno italiano in Africa deve anche passare dal sostegno a una governante globale più giusta, a partire da una riforma dell’ONU che porti a maggiore rappresentatività dei Paesi africani, e un dialogo rafforzato con gruppi considerati più rappresentativi del “Global South” come il BRICS allargato ed ECOWAS.&nbsp;</p>



<p><strong>I programmi attuali e gli investimenti in campo umanitario</strong></p>



<p>Sul piano pratico è necessario partire dal coordinamento con iniziative esistenti in vari settori come gli SDGs, il EU Global Gateway, il G7, o progetti per l’agricoltura sostenibile. Anche il tema della salute e della produzione di vaccini è fondamentale, dove l’AIFA potrebbe svolgere un ruolo significativo e la questione migratoria che riporta al tema della mobilità.&nbsp; Al netto di ciò, non è possibile pensare a un piano credibile senza un maggiore aumento nella spesa umanitaria, nella diplomazia e anche nel settore della Difesa.</p>



<p><strong>La necessità di una transizione ecologica coerente&nbsp;</strong></p>



<p>In questa ottica è importante il tema della multilateralità; l’Italia deve creare un piano per l’Africa che coinvolga anche l’Europa come attore chiave. Le progettualità verdi e energetiche andrebbero &nbsp; declinate in chiave di transizione ecologica o di ecologia integrale, che includa già i temi legati alla sicurezza umana e dell’ambiente naturale. La limitazione agli investimenti nel combustibile fossile e il sostegno agli agrobusiness sono temi da esporre soprattutto sotto il punto di vista di investimenti privati, che superano di venti volte il sistema pubblico.&nbsp;</p>



<p><strong>Il nodo della sicurezza e la mancanza di multilateralismo&nbsp;</strong></p>



<p>Un altro fattore centrale (e che sembra a oggi mancare dal fantomatico piano Mattei) è quello della sicurezza, presupposto per ogni strategia. Il Piano Mattei prevede aspetti economici e militari, ma l&#8217;instabilità politica in questa regione ostacola gli investimenti economici. Va infatti considerato che manca un forte multilateralismo africano, che impedisce all&#8217;Italia di fare riferimento a un gruppo unito di paesi africani. Detto questo, Roma può avere un ruolo importante. La posizione dell&#8217;Italia, in particolare nella diplomazia nel Sahel e in Etiopia, è stata relativamente positiva rispetto ad altri Paesi, inclusa la Francia. L’Italia dovrebbe concentrarsi su dove può agire, potenziando la diplomazia e l&#8217;intelligence, anche a livello europeo. È importante che Italia ed Europa non pongano un impegno di sicurezza in termini di una guerra ideologica che contrappone democrazia e autocrazia. Al netto di ciò, vanno posti dei paletti chiari che non compromettano priorità umanitarie e politiche in eventuali partenariati con governi più o meno lontani dal nostro modello democratico.&nbsp;</p>



<p><strong>Una&nbsp; prospettiva sugli investimenti e la dimensione finanziaria</strong></p>



<p>Un partenariato economico deve andare oltre gli investimenti italiani in Africa e si deve tradurre in iniziative strategiche. L&#8217;indebitamento dei paesi africani è una preoccupazione chiave su cui Roma e Bruxelles devono intervenire. &nbsp; Per quanto riguarda il finanziamento, il contributo del settore privato è di gran lunga più significativo rispetto alla spesa pubblica. L&#8217;Italia, sebbene sia un creditore minore in Africa, potrebbe svolgere un ruolo importante come mediatore, soprattutto tra i paesi occidentali. Per finanziare i progetti di sviluppo sostenibile&nbsp; si può far è molto al di là della semplice iniezione di investimenti diretti. Facendo sponda con gli Stati Uniti è possibile pensare a una riforma della Banca Centrale e del Fondo Monetario Internazionale, ad esempio per facilitare ed espandere l’allocazione di Special Drawing Rights in frica. Istituzioni italiane come CDP e SACE possono anche&nbsp; avere un ruolo nella garanzia di crediti nei confronti dell’Africa.&nbsp;</p>



<p><strong>Conclusione&nbsp;</strong></p>



<p>Le sfide&nbsp; che attanagliano l’Africa sono numerose: economiche, militari e valoriali. L&#8217;Europa e l&#8217;Italia devono affrontare queste sfide non solo in termini&nbsp;economico-commerciali&nbsp;ma anche&nbsp;con una prospettiva di sviluppo umano e democratico. L’attuale governo&nbsp;sta cercando di modellare l&#8217;Italia nel mondo secondo i principi del&#8217;era di Mattei, un tempo ormai tramontato la cui nostalgia ci sta facendo perdere opportunità.</p>



<p>Per questo serve pianificare una politica africana a lungo termine, che parta dai principi qui elencati e che  coinvolga sia l&#8217;attuale governo che l&#8217;opposizione per garantire continuità e successo.</p>



<div data-wp-interactive="core/file" class="wp-block-file"><object data-wp-bind--hidden="!state.hasPdfPreview" hidden class="wp-block-file__embed" data="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2023/10/Report-Africa.pdf" type="application/pdf" style="width:100%;height:600px" aria-label="Incorporamento di Report Africa."></object><a id="wp-block-file--media-7bbf63e7-e92c-4e36-94b5-2cc4c3bcef8c" href="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2023/10/Report-Africa.pdf">Report Africa</a><a href="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2023/10/Report-Africa.pdf" class="wp-block-file__button wp-element-button" download aria-describedby="wp-block-file--media-7bbf63e7-e92c-4e36-94b5-2cc4c3bcef8c">Download</a></div>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/673362/">Spunti per una strategia progressista in Africa</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.mondodem.it/673362/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Pericoli e rischi della transizione energetica in Africa</title>
		<link>https://www.mondodem.it/673339/</link>
					<comments>https://www.mondodem.it/673339/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Mariateresa Natuzzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 31 Jul 2023 18:34:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Africa subsahariana]]></category>
		<category><![CDATA[Vincitori Winter School 2023]]></category>
		<category><![CDATA[Africa]]></category>
		<category><![CDATA[energia]]></category>
		<category><![CDATA[green]]></category>
		<category><![CDATA[transizione]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.mondodem.it/?p=673339</guid>

					<description><![CDATA[<p>La transizione energetica è sempre più urgente, e l’Unione Europea considera l’area del Mediterraneo particolarmente adatta alla produzione&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/673339/">Pericoli e rischi della transizione energetica in Africa</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>La transizione energetica è sempre più urgente, e l’Unione Europea considera l’area del Mediterraneo particolarmente adatta alla produzione di energia rinnovabile. Tuttavia, l’urgenza di questa transizione rischia di oscurare l’impatto sociale e ambientale che essa può avere sui paesi del Nord Africa e in particolare sulle comunità locali. I progetti di transizione energetica in Nord Africa, infatti, si caratterizzano spesso per la mancanza di coinvolgimento delle comunità locali e una scarsa attenzione ai rischi per l’ambiente. Questo articolo analizza lo stato attuale della transizione e offre delle linee guida per un partenariato giusto ed equo con i paesi del Nord Africa.</p>



<p>Sono diversi i progetti di grandi centrali sulla sponda sud del Mediterraneo: in Marocco la centrale Noor costituisce il più grande complesso di energia solare al mondo, mentre in Tunisia è in programma la costruzione della centrale TuNur. In Egitto, invece, è previsto che il Benban solar park diventi la più grande struttura fotovoltaica al mondo. Ma chi fruisce dell’energia prodotta da queste centrali? Mentre nel caso marocchino la produzione di energia è destinata sia al mercato nazionale che a quello estero, nel caso di TuNur tutta la produzione verrà esportata in Europa. Vi sono inoltre pressioni dell’Unione Europea per facilitare l’azione degli attori internazionali all’interno di questi mercati: a titolo di esempio ricordiamo le pressioni esercitate dall’Unione Europea sulla Tunisia attraverso l’ambasciatore tedesco a partire dal 2013, con l’obiettivo di convincerla a sottoscrivere l’Energy Charter Treaty; tra le disposizioni contenute in questo trattato vi è la possibilità per gli investitori di fare causa ai governi qualora le politiche attuate dagli Stati abbiano effetti negativi sui loro profitti.</p>



<p>La costruzione di grandi centrali implica la necessità di individuare grandi aree adatte alla costruzione di queste strutture: spesso in Nord Africa le aree considerate più adatte sono le aree desertiche, secondo una retorica che racconta queste aree come porzioni di territorio inutilizzate e quindi particolarmente adatte, oscurando il valore che queste terre hanno per le comunità locali.</p>



<p>Questi progetti vengono realizzati su terre spesso espropriate alla popolazione locale, con conseguenze sulle attività economiche della zona: è il caso del Marocco, dove nel 2010 ottomila abitanti del villaggio Noor-Ouarzazate hanno perso il loro accesso al pascolo collettivo a causa dell’appropriazione massiccia di terreni per la costruzione del complesso solare Noor. E’ anche il caso della Tunisia, e non solo nell’ambito dell’energia solare: l’ingrandimento di una centrale eolica nel 2009 nel villaggio di Borj Salhi è avvenuto attraverso l’espropriazione delle terre degli abitanti locali; oltre all’arretramento delle coltivazioni di ulivi e l’erosione del suolo, la presenza della centrale ha danneggiato la qualità di vita degli abitanti e del bestiame, disturbati dal rumore continuo della centrale.</p>



<p>Per quanto riguarda le opportunità occupazionali, l’offerta di lavoro è spesso scarsa in rapporto ai bisogni della popolazione; inoltre, si tratta quasi sempre di lavoro mal pagato e precario, in quanto necessario soltanto per le prime fasi di costruzione e avviamento del progetto: la manutenzione delle centrali, infatti, richiede pochi impiegati.</p>



<p>Le modalità con cui sta avvenendo la transizione, quindi, sembrano riprodurre quelle con cui sono state impostate le politiche estrattiviste: parte della popolazione subisce l’impatto dello sfruttamento delle risorse naturali senza beneficiare degli effetti, dando luogo, così, a quello che viene definito come il paradosso dell’abbondanza.</p>



<p>L’Unione Europea ha sottolineato in diverse occasioni l’importanza del coinvolgimento di tutti gli stakeholder nel processo di transizione, in particolare a livello locale. Tuttavia, le modalità con cui avviene questo coinvolgimento sembrano reiterare rapporti coloniali. Emblematico il caso di Masen in Marocco: qui l’azienda ha avviato, parallelamente alla costruzione della centrale, una serie di progetti di sviluppo; l’intervento sul territorio, però, non è avvenuto con il consenso della comunità coinvolta ed è stato piuttosto invasivo, dal momento che Masen agisce come un welfare state di prossimità, intervenendo su diversi settori fondamentali nella vita quotidiana della comunità locale.</p>



<p>Dall’analisi effettuata, emerge la necessità di rompere con la concentrazione di potere in Nord Africa: tale concentrazione, spesso utilizzata come parametro per rilevare l’eccezionalità dei paesi del Nord Africa, non riguarda soltanto la politica interna, ma anche le ingerenze delle istituzioni internazionali.</p>



<p>Nell’ambito dell’attività diplomatica con i governi del Nord Africa, l’Unione Europea dovrebbe smettere di fare pressione sui governi locali affinché conformino la loro legislazione o alle aspettative degli investitori esteri, in modo da rispettare il diritto di ogni paese ad avere il controllo sul processo di transizione. Inoltre, i progetti realizzati nei paesi del Nord Africa devono prevedere che l’energia sia innanzitutto fruibile dalla popolazione locale. Nell’ambito della cooperazione euro-mediterranea, va attivato urgentemente, in collaborazione con le imprese e col mondo accademico, un processo di technology transfer che garantisca agli Stati del Nord Africa e ai loro cittadini la partecipazione al processo di transizione. Solo su queste basi è possibile pianificare una transizione energetica giusta e sostenibile.</p>



<p><em>Questo testo è fra i cinque premiati con una borsa di studio per partecipare alla Winter School di Politica Estera e Europea 2023, orgabizzata da Mondodem e dalla Friedrich-Ebert-Stiftung Italien. Gli altri pezzi sono disponibli <a href="https://www.mondodem.it/category/policy-brief/vincitori-winter-school-2023/">qui</a>.</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/673339/">Pericoli e rischi della transizione energetica in Africa</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.mondodem.it/673339/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Flussi migratori, una politica strategica oltre l&#8217;emergenza</title>
		<link>https://www.mondodem.it/673303/</link>
					<comments>https://www.mondodem.it/673303/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alberto Colombelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Jun 2023 17:53:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Africa subsahariana]]></category>
		<category><![CDATA[Africa]]></category>
		<category><![CDATA[Meloni]]></category>
		<category><![CDATA[Migrazione]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.mondodem.it/?p=673303</guid>

					<description><![CDATA[<p>“Molti dei paesi africani non sono dalla parte dell’occidente. Se si perde la guerra sulla sicurezza alimentare, non&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/673303/">Flussi migratori, una politica strategica oltre l&#8217;emergenza</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>“<em>Molti dei paesi africani non sono dalla parte dell’occidente. Se si perde la guerra sulla sicurezza alimentare, non ci sarà mai nessuna speranza che questi paesi possano venire dalla parte dell’alleanza. Poi di chi sia la colpa a loro non importa. Al di là delle conseguenze umanitarie, che sono gravi, ci sono delle conseguenze strategiche che sono molto serie.” </em></p>
<cite>Mario Draghi, Presidente del Consiglio, Consiglio straordinario dei Capi di Stato e di Governo Ue, Bruxelles, 31 maggio 2022)</cite></blockquote>



<p>Un anno fa il Presidente del Consiglio Draghi lanciava un avvertimento che si riferiva a governi e popolazioni dei Paesi africani, nei confronti dei quali appare particolarmente attrattivo il <em>soft power</em> di un neocolonialismo economico delle principali autarchie presenti nel continente, che nasconde ambizioni politiche egemoniche.</p>



<p>La rilevanza strategica dell’Africa attraversa ogni ambito e per l’Italia riguarda anche le politiche sui flussi migratori via mare, l’origine delle cui rotte si è spostata sulle coste tunisine per effetto del regime sempre più autoritario del Presidente della Tunisia Saïed, che ha alimentato un clima di discriminazione verso gli immigrati con pesanti conseguenze nei confronti di persone originarie dell’Africa subsahariana.</p>



<p>Di fronte ai conseguenti rischi per il nostro Paese, la soluzione del Governo italiano appare in continuità con pratiche che hanno già evidenziato la loro criticità: contenimento delle partenze e accordi bilaterali che prescindono dalla natura dei regimi con cui vengono siglati.</p>



<p>Così il Ministro dell’Interno italiano Piantedosi a metà maggio scorso ha incontrato il Presidente della Tunisia per promuovere partenariato tra i due Paesi e loro cooperazione contro la migrazione irregolare che prevede anche possibili forme di finanziamento alla Guardia costiera tunisina per il controllo delle frontiere, propedeutico ad un incontro tra il Presidente tunisino e la Presidente del Consiglio Meloni.</p>



<p>Uno schema tristemente noto, considerando l’esperienza con la Libia.</p>



<p>Sembra proprio che non si riesca ad uscire da una visione strettamente emergenziale.</p>



<p>Questo mentre in Italia vengono invece promosse, in area progressista, proposte che affrontano la questione migratoria andando oltre l’emergenza, quale leva strategica per fronteggiare una crisi demografica ormai non più solo prospettica.</p>



<p>In particolare il Sindaco di Bergamo Giorgio Gori, Partito democratico, ha evidenziato come si debba agire senz’altro su soluzioni di lungo periodo, che passano da politiche di <em>welfare</em> a favore delle famiglie e della crescita dell’occupazione femminile, ma anche necessariamente con iniziative dai ritorni più immediati orientate verso una gestione di pianificati flussi regolari che vadano incontro ai bisogni di nuova occupazione sempre più manifestati dalle forze produttive del Paese.</p>



<p>Proposte che in Italia hanno trovato condivisione in più ambiti ma anche visto sollevate perplessità proprio all’interno della stessa area progressista, con esponenti che ne hanno criticato una natura troppo razionale per vedersi riconosciuto consenso politico ed elettorale.</p>



<p>In realtà si tratta di proposte che già hanno visto un loro positivo avanzamento nel Paese europeo, la Germania, che è primo per richieste di permessi di soggiorno e che più di ogni altro in Ue è riuscito a rallentare il proprio declino demografico.</p>



<p>Lo ha fatto anche con un disegno di legge che facilita l’ingresso in Germania di figure professionali qualificate, riferito al sistema “<em>a punti</em>” canadese, e che si prefigge di inserire non solo chi abbia il giusto titolo di studio o diploma di abilitazione ma anche chi dimostri di aver maturato esperienza professionale sul campo.</p>



<p>Un modello attuabile anche perchè affiancato da un’altra importante misura, non ancora adeguatamente promossa in Italia: la Germania aprirà propri centri per la migrazione direttamente in cinque Paesi dell’Africa, offrendo a cittadini africani con adeguate credenziali la possibilità di stabilirsi in modo regolare in territorio tedesco.</p>



<p>Così Assane Diagne, Direttore di <em>The Conversation Africa:</em></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><em>“La nuova procedura accelerata semplifica l’assunzione di lavoratori stranieri qualificati. Consente ai datori di lavoro di richiedere il riconoscimento delle qualifiche estere per agevolare la richiesta del visto di un lavoratore in fase di assunzione. Per ottenere il visto il lavoratore qualificato deve poi presentare un contratto di lavoro o una concreta offerta lavorativa. L’Agenzia federale per il Lavoro in fase di reclutamento non controllerà più se per quella posizione specifica il candidato è tedesco o proveniente da un Paese UE. La Germania istituirà centri in Ghana, Marocco, Tunisia, Egitto e Nigeria. Le persone ricercate sono lavoratori qualificati con formazione professionale o accademica, ricercatori, scienziati e dirigenti.” </em></p>
<cite>(da Luciana Buttini, Voci Globali, 17 marzo 2023).</cite></blockquote>



<p>Il percorso è certamente complesso. Richiede che i Paesi africani dispongano di una propria agenda migratoria e una sua supervisione congiunta, con accordi firmati tra gli Stati anziché con lettere di impegno diretto tra lavoratori qualificati e datori di lavoro, definendoli all’interno di quadro rigoroso a vantaggio di lavoratori, imprese e Stati. Di fronte alle rispettive dinamiche migratorie, il futuro dei due continenti passa molto da qui.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/673303/">Flussi migratori, una politica strategica oltre l&#8217;emergenza</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.mondodem.it/673303/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Mali: dallo splendore dell’Impero al baratro del terrorismo</title>
		<link>https://www.mondodem.it/3069/</link>
					<comments>https://www.mondodem.it/3069/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Nicolò Beda Zantomio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Nov 2022 13:05:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Africa subsahariana]]></category>
		<category><![CDATA[Mali]]></category>
		<category><![CDATA[Sahel]]></category>
		<category><![CDATA[Terrorismo]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.mondodem.it/?p=3069</guid>

					<description><![CDATA[<p>Concentrati nel sostenere la controffensiva ucraina verso Kherson, i governi europei stanno ignorando i conflitti che stanno lacerando&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/3069/">&lt;strong&gt;Mali: dallo splendore dell’Impero al baratro del terrorismo&lt;/strong&gt;</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Concentrati nel sostenere la controffensiva ucraina verso Kherson, i governi europei stanno ignorando i conflitti che stanno lacerando il continente africano. Come durante la Guerra Fredda, l&#8217;Africa è campo di battaglia nel confronto tra Occidente, Russia e Cina. In materia di sicurezza l&#8217;intervento russo nel continente è sempre più invasivo, principalmente nel Sahel. Diversi governi dell’Africa Centrale sono stati eletti e poi rovesciati da colpi di stato militari, spesso con il supporto di Mosca, e questo nonostante gli eserciti saheliani siano stati addestrati non solo dalla Francia, ma anche da Stati Uniti e Unione Europea. Proprio come quello afghano sostenuto dagli Stati Uniti, queste forze non hanno mai raggiunto una piena capacità operativa necessaria contro le insurrezioni islamiste. Lo stato con cui oggi la Russia sta intensificando maggiormente le relazioni è il Mali che, assieme alla Repubblica Centroafricana, è diventato il principale feudo di Mosca nel Sahel dopo il ritiro delle truppe francesi. La Francia infatti, intervenuta nel 2013 su richiesta di Bamako per contrastare l’avanzata dei jihadisti, a marzo è stata costretta a porre fine alla sua presenza in Mali (Operazione Barkhane). Le relazioni con Bamako sono peggiorate dopo il secondo colpo di stato contro il presidente Keïta a maggio 2021, con Macron accusato di neocolonialismo. Subito dopo il ritiro francese, la giunta golpista del colonnello Assimi Goïta ha stretto un accordo con la compagnia Wagner per il dispiegamento di mille uomini in cambio dell&#8217;accesso alle miniere d&#8217;oro statali. Il Mali ha intensificato le operazioni anti-terrorismo, forte del supporto del Cremlino, considerato che già negli anni ’70 l’Unione Sovietica era il principale venditore di armamenti a Bamako (le ultime forniture russe includono aerei L-39, Sukhoi Su-25, elicotteri Mil Mi-24P). Putin ha inoltre assicurato al regime forniture di generi alimentari, fertilizzanti e carburante. Questa lotta contro le formazioni jihadiste però sta avendo un impatto devastante sulla popolazione. Le denunce di crimini e abusi da parte dell&#8217;esercito maliano e dei mercenari russi sui civili sono molteplici: nella cittadina di Moura sono state uccise 300 persone. Gli sfollati interni sono 400.000, mentre altri 175.000 maliani si sono rifugiati negli stati vicini. Si evince come il quadro securitario del paese sia deteriorato, con ripercussioni sugli stati confinanti quali Burkina Faso e Niger. L’auspicio è che il Ministro degli Esteri italiano si faccia promotore di iniziative a livello internazionale per affrontare l’instabilità in Mali:</p>



<p><strong>Cooperazione con il Rappresentante Speciale El Ghassim Wane e l’omologa tedesca Annalena Baerbock per un rilancio della missione di pace MINUSMA</strong>. La Germania a settembre è stato l’unico paese occidentale a riprendere le operazioni in Mali. Il contingente delle Nazioni Unite però, dopo il ritiro di francesi e svedesi, non dispone più di copertura aerea, soprattutto nelle regioni di Gao e Kidal.</p>



<p><strong>Nomina di un Inviato Speciale per il Mali. </strong>Questo avrebbe come obbiettivo principale la transizione verso nuove elezioni, il ripristino dell’autorità statale e la riforma dell’amministrazione. In quest’ottica, fondamentale risulta il dialogo con il Ministero degli Affari Religiosi e l’Alto Consiglio Islamico, il più importante organo religioso del paese. Inoltre includere nei negoziati l’Algeria, che sta svolgendo il ruolo di mediatore principale, potrà certamente aiutare nel processo di pacificazione nazionale. L’Inviato Speciale avrebbe poi il compito di trattare con l’Unione Africana l’invio di equipaggiamenti militari tramite lo ‘European Peace Facility’.</p>



<p><strong>Ridefinizione dell’architettura di sicurezza regionale con lo US Africa Command</strong>. Priorità militari per l’Occidente devono essere il reintegro di Bamako nel G5 Sahel (forza congiunta istituita nel 2014 assieme a Mauritania, Burkina Faso, Niger, Ciad), nonchè l’aumento dell’impiego di forze speciali e droni.</p>



<p><strong>Discussione con l’agenzia USAID e Banca Mondiale sull’emergenza umanitaria dopo la parziale rimozione delle sanzioni dell&#8217;Organizzazione Regionale dell&#8217;Africa Occidentale (ECOWAS). </strong>La comunità internazionale affronti la drammatica situazione sanitaria e alimentare in Mali tramite la creazione di un fondo speciale (sono necessari 686 milioni di dollari per assistere 5,3 milioni di persone).</p>



<p><strong>Monitoraggio delle forze jihadiste locali tramite l’intelligence esterna (AISE)</strong>, principalmente il Gruppo a Sostegno dell’Islam e dei Musulmani (GSIM) e lo Stato Islamico nel Grande Sahara (ISGS). Queste due sigle si combattono tra loro e fanno riferimento la prima ad al-Qaida, la seconda allo Stato Islamico. Ad oggi, il gruppo più potente nel Sahel è il GSIM (in arabo JNIM) che dispone di tremila uomini e si presenta come protettore dei civili contro gli abusi dei militari maliani e della Wagner. Il GSIM non solo è in grado di proiettarsi verso la costa atlantica (Benin e Togo), ma soprattutto sta cercando di stabilire un governo parallelo a quello statale tra Kidal e Timbuktu. Il Mali risulta perciò strategico sia nella lotta al terrorismo di matrice jihadista sia al contenimento dell’espansionismo russo, cinese e turco nel Sahel. Il pericolo maggiore infatti è che qui, frontiera meridionale dell’Europa, si alimentino traffici illegali di armi e migranti tra il Mediterraneo e il Golfo di Guinea.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/3069/">&lt;strong&gt;Mali: dallo splendore dell’Impero al baratro del terrorismo&lt;/strong&gt;</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.mondodem.it/3069/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Incognita Etiopia: banco di prova per la diplomazia occidentale</title>
		<link>https://www.mondodem.it/2584/</link>
					<comments>https://www.mondodem.it/2584/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Nicolò Beda Zantomio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Jan 2022 09:37:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Africa subsahariana]]></category>
		<category><![CDATA[Africa]]></category>
		<category><![CDATA[Etiopia]]></category>
		<category><![CDATA[guerra civile]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.mondodem.it/?p=2584</guid>

					<description><![CDATA[<p>L’Etiopia, a partire dagli accordi di pace con l’Eritrea che valsero il premio Nobel per la pace al&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/2584/">Incognita Etiopia: banco di prova per la diplomazia occidentale</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">L’Etiopia, a partire dagli accordi di pace con l’Eritrea che valsero il premio Nobel per la pace al Primo Ministro Abiy Ahmed nel 2019, sembrava in grado di dare avvio ad una nuova fase di stabilità politica, per sé stessa e per l’intero Corno d’Africa. Nel novembre 2020, però, è scoppiato un <a href="https://www.mondodem.it/regioni/africa-subsahariana/etiopia-tigray/">confronto diretto</a> tra Ahmed, che aveva lanciato un processo di riforme miranti alla riduzione del peso delle amministrazioni etniche periferiche, ed i vertici del Fronte di Liberazione del Popolo del Tigray (TPLF), per decenni componente di spicco della coalizione al potere. La crisi politica si è trasformata rapidamente in un un’operazione militare delle forze federali contro il Tigrai che, pur sostenuta da quelle dell’Eritrea, è stata comunque fermata dalle Tigray Defence Forces (TDF), sostenute dall’Oromo Liberation Army (OLA). Le forze tigrine e oromo hanno poi lanciato un’offensiva militare in direzione di Addis Abeba, che si è successivamente esaurita creando le condizioni per un fragile cessate-il-fuoco. All’annuncio del 20 dicembre da parte del TPLF relativo al ritiro delle proprie unità a nord del confine del Tigrai, è seguito quello del 24 dicembre con cui il governo federale dell’Etiopia ha confermato di aver ripreso il pieno controllo degli Stati dell’Amhara e dell’Afar.</p>



<p>Ad oggi gli Stati Uniti non sembrano in grado di garantire efficacemente il cessate-il-fuoco (con l&#8217;inviato speciale dell&#8217;Unione Africana, l&#8217;ex presidente nigeriano Olusegun Obasanjo, volato a Mosca per negoziare una soluzione). C’è quindi uno spazio politico che l’’Italia e l’Unione Europea potrebbero sfruttare per farsi promotori di un’iniziativa internazionale che, sotto l’egida dell’UNHCR, affronti immediatamente l’aspetto più urgente di questo conflitto: la drammatica situazione umanitaria. Più di nove milioni di persone sfollate hanno bisogno di forniture alimentari e assistenza medica di base. Alla carestia si aggiunge un’ondata di detenzioni di massa, uccisioni ed espulsioni forzate perpetrate dalle forze etiopi ed eritree sulla popolazione del Tigrai, come documentato dalle Nazioni Unite. Una soluzione potrebbe trovarsi nell’ampliamento di campi profughi negli stati vicini, come quello di Kakuma.</p>



<p>L’Italia e l’Unione Europea dovrebbero lavorare per evitare che la tregua sia solamente un’opportunità, per le parti in conflitto, per riorganizzare le proprie truppe. Una ripresa degli scontri, con un’eventuale vittoria del TPLF e una conseguente promozione del referendum per l’indipendenza del Tigrai verrebbe osteggiata dagli attuali alleati dei tigrini, che considerano l’ipotesi di una secessione di Macallè come un fattore altamente destabilizzante per il futuro del paese, soprattutto da un punto di vista economico. Inoltre un Tigrai indipendente, senza sbocchi sul Mar Rosso e confinante con nazioni ostili, avrebbe a disposizione un’unica opzione strategica: aprire un conflitto contro il regime di Isaias Afwerki in Eritrea. Lo sforzo dei partner occidentali dovrebbe inoltre mirare ad una strategia di lungo termine per evitare il rischio di una dissoluzione del sistema federale etiope (e quindi anche quello di una possibile estensione del conflitto in Sudan e Somalia). Questo obbiettivo però risulterà possibile solo neutralizzando l’ingerenza registrata sinora da parte di attori esterni (l’Etiopia è accusata di aver utilizzato droni Bayraktar TB2, Wing Loong 2 e Mohajer-6 per bombardare le truppe ribelli).</p>



<p>Roma e Bruxelles, oltre a farsi promotori di una linea di dialogo del governo federale con i ribelli del Tigrai e le altre forze di opposizione presenti nel paese, potrebbero altresì effettuare un’analisi congiunta delle implicazioni di sicurezza per l’intera regione. L’Etiopia è il principale contribuente in termini di uomini e mezzi alle missioni di peace-keeping delle Nazioni Unite in Sudan e Sud Sudan e dell’Unione Africana in Somalia. Un eventuale ritiro di tali effettivi determinerebbe un immediato incremento delle attività dei gruppi terroristici attivi nel Corno d’Africa. Una protratta instabilità infatti rappresenta un’opportunità per le formazioni di matrice islamista attive nella regione come Al-Shabaab e Stato Islamico, che porterebbe ad un’escalation di guerriglia e attentati in Etiopia e nei paesi limitrofi. In quest’ottica, la priorità dei paesi europei dovrebbe essere un sostanziale aumento dell’assistenza di capacity-building alle forze di sicurezza di Kenya, Somalia e Gibuti, assieme ad un rafforzamento delle attività di monitoraggio lungo i confini con l’Etiopia volte ad impedire il transito di soggetti legati a gruppi estremisti. Il Corno d’Africa non rappresenta solamente una regione chiave per la lotta al terrorismo jihadista e alla pirateria ma, trovandosi in prossimità di intersezioni di traffici marittimi come lo stretto di Bab-el-Mandeb e il Golfo di Aden, risulta decisivo per lo sviluppo economico dell’intero continente.</p>



<p>Si può facilmente immaginare quindi l’effetto domino e le gravissime ripercussioni per l’intera regione che potrebbe comportare un’implosione dell’Etiopia. &nbsp;Una di queste sarebbe certamente l’aggravarsi della disputa sulla Grande Diga della Rinascita (GERD). Egitto e Sudan hanno aspramente criticato le modalità e le tempistiche di riempimento del bacino della diga situata sul Nilo Blu, principale affluente del Nilo. La diga oggi è completata all’80 percento, ma non è affatto possibile escludere l’ipotesi che l’Egitto sfrutti la crisi in Etiopia per attuare un blocco militare della stessa. In questo quadro l’Unione Europea, facendosi promotore di ulteriori sforzi negoziali per abbassare le tensioni e dirimere definitivamente la contesa, avrebbe l’opportunità di dimostrare il suo peso specifico nelle questioni internazionali a fronte di una competizione sistemica tra Stati Uniti e Cina sempre più manifesta, nel Corno d’Africa come nel resto del mondo.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/2584/">Incognita Etiopia: banco di prova per la diplomazia occidentale</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.mondodem.it/2584/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>La Libia oggi: svolta politica, ma stallo militare</title>
		<link>https://www.mondodem.it/2401/</link>
					<comments>https://www.mondodem.it/2401/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Nicolò Beda Zantomio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 21 Mar 2021 16:50:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Africa subsahariana]]></category>
		<category><![CDATA[Macroaree]]></category>
		<category><![CDATA[Libia]]></category>
		<category><![CDATA[Petrolio]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>
		<category><![CDATA[Siria]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.mondodem.it/?p=2401</guid>

					<description><![CDATA[<p>A dieci anni di distanza dalla caduta del regime di Gheddafi avvenuta nel 2011 il conflitto in Libia&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/2401/">La Libia oggi: svolta politica, ma stallo militare</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">A dieci anni di distanza dalla caduta del <strong>regime di Gheddafi</strong> avvenuta nel 2011 il conflitto in Libia sembra finalmente giunto ad una svolta. Incassata la fiducia all’unanimità di 132 deputati della Camera dei Rappresentanti, il nuovo governo guidato dal <strong>premier Dadaiba </strong>(che include, tra gli altri, la prima donna ministro degli Esteri Najla el-Mangoush) ha prestato giuramento lunedì 15 marzo. Questo nuovo gabinetto guiderà il paese verso le elezioni presidenziali e legislative nazionali previste per il prossimo 24 dicembre. Altra tappa fondamentale nel processo di stabilizzazione del paese avrà luogo il prossimo 22 marzo, data in cui il Parlamento libico si riunirà a Tripoli per votare il primo bilancio unificato dal 2014. Questi ultimi sviluppi vanno letti positivamente, nonostante il paese rimanga pericolosamente esposto ad <strong>un’elevata frammentazione politica</strong>, con il generale Haftar che per primo non vede con soddisfazione il nuovo corso istituzionale intrapreso dalla Libia.</p>



<p>Oltre alle divisioni sul piano politico, la pacificazione definitiva del paese nordafricano risente anche dell’attuale <strong>situazione militare</strong>. Ciò che deve preoccupare maggiormente i governi occidentali è la presenza sempre più radicata di Turchia e Russia, prevalentemente attraverso truppe mercenarie e milizie tribali. Secondo le Nazioni Unite a dicembre 2020 le unità di combattenti straniere presenti sul territorio libico erano<strong> circa 20.000</strong> e l’ultimatum per un ritiro, previsto il 23 gennaio nel quadro di accordi tra il GNA di al-Serraj ed il LNA di Haftar, è rimasto di fatto inosservato. Ad oggi la situazione sul campo appare sempre più cristallizzata, con nessuno dei contendenti che sembra disposto a rinunciare alle posizioni sinora conquistate.</p>



<p>Da una parte vi sono i militari turchi, inviati da Ankara nel gennaio 2020 a sostegno di al-Serraj assieme a <strong>circa 5-6.000 mercenari siriani </strong>e concentrati in alcune località dell’Ovest del paese. Il dispositivo turco fa perno su un triangolo costituito dalla città di Tripoli, il porto di Khoms dove stazionano unità navali e la base aerea di al-Watiya, che è diventata lo snodo principale per i rifornimenti dell’Aeronautica turca. Lo scorso agosto la Turchia ha inoltre firmato con il Qatar un protocollo per la creazione di un centro di addestramento militare. Sull’altro fronte invece si registra la presenza di <strong>circa 2-3.000 mercenari russi</strong> della società Wagner, inviati in Libia a supporto del generale Haftar, posizionatisi intorno alla città di Sirte. Questi, sostenuti dai caccia MiG e dai sistemi antiaerei Pantsir forniti da Mosca, operano principalmente nella Libia orientale e meridionale. Il sistema difensivo russo è costruito attorno ad una trincea tra Sirte e Jufra lunga oltre 70 chilometri e dotata di <strong>più di 30 postazioni fortificate</strong>. I mercenari russi hanno anche accelerato i lavori di espansione delle basi aeree di Jufra e Brak al-Shati. Questa posizione strategica consente loro di mantenere non solo una certa pressione sui territori a Ovest ma anche il controllo del bacino petrolifero di Sirte. Non va infine sottovalutato il loro radicamento a Sidra e Ras Lanuf, nonchè nella regione meridionale libica, tra il campo petrolifero di Sharara, Ghat e al-Wigh.</p>



<p>Tutto questo accade di fronte alle <strong>coste della Sicilia</strong>, strategiche per il fianco sud della NATO. Sarebbe forse utile per l’Italia valutare la possibilità di<strong> proporre l’apertura di un tavolo internazionale</strong> per l’istituzione di una forza di interposizione, magari a guida USA, sotto l’egida dell’ONU, con ‘boots on the ground’ sul suolo libico. L’Italia dovrebbe quindi farsi promotrice di una coalizione militare internazionale presso il Segretario di Stato Anthony Blinken ed il Consigliere per la Sicurezza Nazionale Jake Sullivan.</p>



<p>A livello diplomatico sarebbe invece fondamentale da un lato <strong>pressare gli Emirati</strong>, principali sostenitori di Haftar assieme all’Egitto ad interrompere i pagamenti verso la Russia, costringendo così la Wagner ad abbandonare il terreno, dall’altro cercare una sponda da parte del Qatar per esercitare una ‘moral suasion’ sulla Turchia affinché questa proceda alla rimozione dei propri militari e dei miliziani siriani operativi al fianco del GNA;</p>



<p>Sarebbe altresì utile <strong>promuovere una iniziativa internazionale per rilanciare la produzione di petrolio libico</strong>. La produzione petrolifera in Libia, prima nazione in Africa per riserve stimate, è <strong>crollata dai 1,2 milioni di barili al giorno di inizio 2020 ai 100 mila barili circa</strong>, in conseguenza del blocco dei terminal di esportazione e lo stop ai giacimenti attuato da Haftar il 17 gennaio (alla vigilia della Conferenza di Berlino) per mezzo delle<strong> tribù a lui fedeli</strong>. L’Italia e l’Unione Europea dovrebbero quindi convocare quanto prima un tavolo europeo dei Ministri, competenti in materia energetica, dei paesi che operano con proprie compagnie in Libia (la spagnola Repsol, la francese Total, l’austriaca OMV e la norvegese Statoil), al fine di garantire la piena sicurezza e continuità delle attività estrattive della National Oil Corporation di Tripoli.</p>



<p>Infine, un <strong>rapporto redatto dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu afferma chiaramente che da ottobre 2019 a gennaio 2021 l’embargo sul traffico di armi si è dimostrato totalmente inefficace</strong>. Si renderebbe quindi necessaria una revisione dell’operazione IRINI, diretta dall’Ammiraglio Agostini, sul piano degli assetti, su quello operativo (numero di ore di volo disponibili?) e sulle regole di ingaggio (le ispezioni delle navi). Un’altra possibilità potrebbe essere infine quella di aprire un <strong>dialogo tra IRINI e AfriCom</strong>, il Comando del Pentagono per l’Africa. Uno scambio informativo tra questi due attori migliorerebbe ancor più l’efficienza operativa di IRINI e andrebbe a rafforzare la presenza europea nel quadrante nordafricano.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/2401/">La Libia oggi: svolta politica, ma stallo militare</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.mondodem.it/2401/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Cosa sta succedendo in Etiopia?</title>
		<link>https://www.mondodem.it/2258/</link>
					<comments>https://www.mondodem.it/2258/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luca Barana]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 17 Nov 2020 16:51:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Africa subsahariana]]></category>
		<category><![CDATA[Africa]]></category>
		<category><![CDATA[Etiopia]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.mondodem.it/?p=2258</guid>

					<description><![CDATA[<p>Il conflitto fra il governo federale dell’Etiopia e la regione del Tigray si sta rapidamente tramutando in una&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/2258/">Cosa sta succedendo in Etiopia?</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Il conflitto fra il governo federale dell’Etiopia e la regione del Tigray si sta rapidamente tramutando in una crisi di dimensione regionale. Scoppiata quando il governo federale ha rifiutato di riconoscere le elezioni che si sono svolte a settembre nello Stato regionale del Tigray, nel nord del paese, la crisi rischia di destabilizzare ulteriormente il Corno d’Africa.&nbsp; Proprio nell’anno in cui sono state rimarcate le ambizioni geopolitiche dell’Unione europea, l’Europa e l’Italia devono fare i conti con un conflitto che potenzialmente potrebbe pregiudicare il principale obiettivo europeo nell’area, la stabilità regionale.</p>



<p>Quello che inizialmente poteva apparire come un conflitto localizzato fra il governo federale di Addis Abeba e una singola regione del paese sta infatti attraversando un’escalation in rapida evoluzione. Da un lato, <a href="https://www.nytimes.com/2020/11/14/world/africa/ethiopia-tigray-missiles-airport.html">varie fonti</a> hanno riportato lo schianto di alcuni missili provenienti dalla regione del Tigray nel vicino stato etiopico di Amhara; dall’altro, crescono di intensità gli scontri al confine fra Tigray ed Eritrea &#8211; alcuni missili hanno anche colpito la capitale dell’Eritrea, Asmara &#8211;&nbsp; mentre migliaia di profughi hanno già raggiunto il Sudan, rischiando di destabilizzare un paese già impegnato in un precario, ma promettente, percorso di transizione verso la democrazia.</p>



<p>La crisi in corso affonda però le proprie radici nelle difficili relazioni&nbsp; fra i diversi gruppi al potere in Etiopia ed Eritrea. L’attuale Primo Ministro Abiy Ahmed è salito all’onore delle cronache due anni fa dopo aver sostituito al governo di Addis Abeba il TPLF (Fronte di Liberazione del Popolo Tigray). Si tratta del partito predominante nella regione del Tigray, ma rimasto al potere per decenni anche a livello federale, nonostante rappresentasse una minoranza della popolazione etiopica. La promessa di riforme di Abiy ha avuto un primo riscontro concreto nella firma di un accordo di pace con l’Eritrea, con cui l’Etiopia aveva combattuto una sanguinosa guerra di confine fra il 1998 e il 2000, seguita da una lunga fase di tensione senza che il conflitto venisse veramente risolto.</p>



<p>L’Eritrea gioca un ruolo centrale anche nell’attuale crisi. Proprio a causa della guerra combattuta contro l’allora governo guidato dal TPLF, Asmara è profondamente ostile alla classe dirigente del Tigray, la cui regione si colloca proprio al confine conteso fra i due paesi. L’implementazione dell’accordo di pace – che riconosce le rivendicazioni eritree – dovrebbe oggi essere proprio applicato dal governo regionale del TPLF, che si trova invece in conflitto con entrambi le parti in causa.&nbsp;</p>



<p>Un’altra eredità del conflitto di vent’anni fa è l’elevato grado di militarizzazione del Tigray, dove per anni hanno stazionato importanti componenti delle forze armate etiopiche. In più, sotto il governo del TPLF, molti quadri militari provenivano proprio dalla comunità Tigray. Si stima quindi che lo Stato regionale possa contare su <a href="https://foreignpolicy.com/2020/11/14/sudan-will-decide-outcome-ethiopian-civil-war-abiy-tigray/">circa 250.000 combattenti</a>, a cui se ne sono aggiunti altri 15.000 dopo che il TPLF nelle scorse settimane ha assunto il controllo su una parte delle forze dell’Ethiopian National Defense Forces (ENDF) Northern Command.</p>



<p>Sebbene la tentazione di leggere questa crisi sulla base dei distinti nazionalismi che compongono l’Etiopia potrebbe portare a una sommaria analisi di un ‘nuovo conflitto etnico’ in Africa, un’altra prospettiva evidenzia come i vari gruppi che si combattono in queste settimane abbiano in realtà obiettivi molto concreti, come il controllo sugli equilibri di potere e di rappresentanza all’interno del governo federale, fino a pochi anni fa dominato proprio dai Tigray, che oggi accusano invece il nuovo corso di essere stati pesantemente marginalizzati. Un altro aspetto rilevante riguarda poi la risoluzione delle rivendicazioni incrociate sull’accesso alle terre fra diversi Stati regionali componenti l’Etiopia.&nbsp;</p>



<p>Un simile conflitto multilivello propone una nuova sfida per la politica estera europea, e a quella italiana in particolare. L’Etiopia aspira ad essere il paese egemone del Corno d’Africa e ha impegnato le sue forze armate anche nelle operazioni di stabilizzazione dei paesi vicini, come nel caso della missione AMISOM in Somalia. Si tratta di un attore cruciale su molti dossier di interesse per l’Italia (gestione dei flussi migratori e protezione delle comunità di profughi, cooperazione in materia di sicurezza e antiterrorismo). In più, Addis Abeba ospita la sede dell’Unione Africana, un’organizzazione dalle crescenti ambizioni politiche individuata dall’Ue come un proprio interlocutore naturale, e che proprio nel 2020 si era posta l’obiettivo di ‘silenziare le armi’ in tutto il continente.&nbsp;</p>



<p>Per l’Italia, il Corno d’Africa ha inoltre a lungo costituito una regione dall’interesse strategico, anche se negli ultimi anni l’attenzione è stata attirata in misura crescente dal Sahel. Tuttavia, la crisi in Etiopia richiama l’esigenza di un riequilibrio delle politiche verso l’Africa, che possibilmente vada oltre le esigenze di breve termine legate al tema migratorio e tenga anche in considerazione il ruolo degli attori esterni coinvolti nelle dinamiche di sicurezza regionali, come quello degli Emirati Arabi Uniti. Il quadro odierno richiede dunque&nbsp; uno sforzo congiunto dell’UE e dei suoi Stati membri in sostegno all’Unione Africana per facilitare la <em>de-escalation</em> del conflitto e il rilancio di un dialogo politico condiviso per garantire rappresentanza e coesione fra le varie componenti nazionali e federali di questo paese chiave per la stabilità regionale.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/2258/">Cosa sta succedendo in Etiopia?</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.mondodem.it/2258/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Eritrea tra accordi di cooperazione e tutela dei diritti umani</title>
		<link>https://www.mondodem.it/1159/</link>
					<comments>https://www.mondodem.it/1159/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Jul 2018 11:51:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Africa subsahariana]]></category>
		<category><![CDATA[L'Italia nel mondo]]></category>
		<category><![CDATA[#migrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Africa]]></category>
		<category><![CDATA[Cooperazione]]></category>
		<category><![CDATA[diritti umani]]></category>
		<category><![CDATA[eritrea]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.mondodem.it/?p=1159</guid>

					<description><![CDATA[<p>Di Claudia Barbarano 14 anni fa veniva abolita la leva obbligatoria in Italia. La coscrizione era in vigore&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1159/">Eritrea tra accordi di cooperazione e tutela dei diritti umani</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Di Claudia Barbarano </em></p>
<p>14 anni fa veniva abolita la leva obbligatoria in Italia. La coscrizione era in vigore da 143 anni. L&#8217;ultimo giorno veniva fissato al 30 giugno 2005.</p>
<p><strong>Fa eco</strong> a questa ricorrenza,<strong> la recente notizia della fine della coscrizione illimitata per i giovani e le giovani eritree.</strong> Sembra, infatti, che i parenti di un ultimo gruppo di reclute abbiano riferito che in un discorso formale sia stato annunciato che la leva non sarà più a tempo indefinito (con una durata media di 20-30 anni), ma si limiterà a 18 mesi, dei quali 6 di addestramento e il restante di servizio civile.</p>
<p>Proprio, il carattere apparentemente pubblico dell&#8217;annuncio, rafforzato dall&#8217;accordo di pace appena intercorso con l&#8217;Etiopia, ravviva la speranza che questa decisione dia degli immediati riscontri. Già nel 2014, anno in cui 5000 eritrei abbandonavano il paese ogni mese, esponenti del governo del presidente Afewerki (insediatosi nel 1993), rassicurarono altri Stati, tra cui Regno Unito e Danimarca sul fatto che avrebbero limitato il periodo di leva ripristinando i limiti originariamente previsti dalla legge nazionale. Non fece seguito alcun effetto, salvo un incremento del 66% nei provvedimenti di rigetto della protezione internazionale da parte degli organi di prima istanza britannici.</p>
<p><strong>Dalle agenzie internazionali si evince che, proprio dal 2015, gli eritrei sono per numero la terza nazionalità ad entrare in Europa via mare, registrandosi quinti nel giugno 2018 per numero di arrivi in Italia attraverso la rotta del Mediterraneo centrale.</strong> Di essi, il 90% è composto da uomini e donne di età compresa tra i 18 e i 24 anni, in fuga dalla schiavitù, dalle esecuzioni e dalle lunghe detenzioni arbitrarie con cui vengono punite le diserzioni e, soprattutto, dal lavoro forzato nell&#8217;esercito che, con un salario mensile di appena 450 nafka, 40 dollari (equivalente tuttavia, a 10 dollari sul mercato nero locale), non consente loro non solo di sostenersi, ma neppure di provvedere alle proprie famiglie dalle quali sono lungamente separati.</p>
<p><strong>A ciò si aggiunga il fatto che anche i minori sono obbligati a servire nella <em>Defence Force</em>, anzi il primo metodo di coscrizione è rappresentato proprio dalle scuole: tutti gli alunni devono seguire il grado 12 della scuola secondaria presso il campo militare di Sawa, dove vivono in condizioni deplorevoli, soggetti a regole disciplinari di stampo militare e addestrati all’uso delle armi. Le donne, in particolare, subiscono varie forme di trattamento inumano, come la riduzione in schiavitù sessuale, la tortura e abusi.</strong> Non è un caso che molti adolescenti lascino le scuole molto presto &#8211; esponendosi al rischio di lunghe carcerazioni &#8211; per aiutare economicamente le proprie famiglie, o per spostarsi da soli verso altri territori, spingendosi fino al Sudan, la Libia o, addirittura all&#8217;Europa per non trovarsi nella condizione di fratelli, sorelle e genitori di cui spesso, non hanno più notizie (numerose sono le testimonianze di soldati che dicono di vedere i propri figli una volta all&#8217;anno, mentre una rifugiata di 34 anni ha riferito a operatori di Amnesty International di non aver mai incontrato il padre, preso dalle milizie ancor prima della sua nascita).</p>
<p>A questo drammatico scenario di violazione sistematica dei diritti umani, fa da inevitabile corollario, il paradosso per cui nei paesi europei e in particolare, in Italia, a chi, originario dell&#8217;Eritrea, dice alle Commissioni Territoriali di essere approdato sulle nostre coste per istruirsi e lavorare, difficilmente viene riconosciuta la protezione internazionale perché bollato con disarmante facilità come migrante economico.</p>
<p>Eppure, con la cessazione delle ostilità con l&#8217;Etiopia sembra riaccendersi una speranza di riconciliazione tra la popolazione e le istituzioni, di normalizzazione e, finalmente, di ripresa economica.</p>
<p><strong>Negli ultimi anni, infatti, l&#8217;Unione Europea ha siglato con il Governo eritreo fino al 2020 il <em>National Indicative Program</em>, un programma di sviluppo nazionale che punta ad accrescere il settore energetico, favorire lo sviluppo socio-economico, creare nuovi posti di lavoro e modernizzare la governance finanziaria.</strong> Il piano prevede 175 milioni di euro (dei 200 complessivi) da destinare al settore energetico, attraverso lo sviluppo e la diffusione delle energie rinnovabili – solare, eolica e geotermica – e il rifacimento della rete elettrica nazionale con il doppio obiettivo di garantire efficienza energetica e sostenibilità. <strong>La Germania, al fine di rafforzare l&#8217;impegno comunitario e di affrontare la crisi umanitaria dei giovani eritrei in fuga dal paese, ha firmato un protocollo di cooperazione con il quale si è assunta l&#8217;onere di avviare progetti di formazione e percorsi di <em>empowerment </em>per gli esuli, promuovendo la costituzione di piccole e medie imprese.</strong></p>
<p>A questo proposito, nell&#8217;ottobre del 2016, il ministro degli Esteri eritreo, Osman Saleh Mohammed, dichiarò in una intervista ad askanews: “Stiamo collaborando con l’Ue, con la Germania e altri Paesi europei, ma non con l’Italia … l’Italia non vuole collaborare con l’Eritrea e non sappiamo perchè”. Cogliendo questo monito, rafforzato da una richiesta di maggiori investimenti Italiani avanzata da Yemane Gebreab, consigliere del Presidente eritreo, durante una visita a Roma risalente al 2017, <strong>sarebbe senz&#8217;altro auspicabile che l&#8217;Italia riprendesse le fila del lavoro di cooperazione avviato dall&#8217;ex viceministro agli Esteri, in quota PD, Lapo Pistelli, e poi bloccatosi nel 2015 con la sua uscita di scena, contribuendo a sostenere insieme con le organizzazioni internazionali e i Paesi già coinvolti nei programmi di sviluppo, la riduzione del  controllo governativo sulla popolazione e la cessazione, nei fatti, della leva illimitata, smobilitando risorse per la formazione, la crescita occupazionale di un territorio nel quale ancora operano numerose aziende italiane e di cui l’Italia è il secondo partner commerciale, intervenendo nel settore dell&#8217;educazione degli adulti, promuovendo la ricostituzione delle università come quella di Asmara, fondata dalle sorelle Comboniane, frequentata in larga parte da Italiani fino agli anni &#8217;50 e, poi, definitivamente chiusa negli anni 2000.</strong></p>
<p>In un contesto in cui la crisi dei rifugiati contava 124.000 arrivi, a fronte degli appena 16.000 del 2018, Pistelli aveva ben chiaro che politiche solo repressive &#8211; come quelle imposte dall’attuale Governo, volte a criminalizzare la povertà e la disperazione &#8211; ben lungi dal rispondere all’emergenza allora in corso, avrebbero fortemente minato la credibilità dell’Italia sul proscenio internazionale. Fece, pertanto, dei diritti umani una parte integrante e imprescindibile dei negoziati di Asmara del 2 luglio 2014. Il piano era chiaro: rilanciare le relazioni bilaterali e promuovere il pieno reinserimento dell’Eritrea quale attore responsabile, fondamentale della comunità internazionale e possibile elemento stabilizzatore del Corno d’Africa.</p>
<p><strong>La crisi delle migrazioni con i suoi numeri, dietro i quali ci sono volti, nomi, cognomi, reti di relazioni, ci mostra con prepotente evidenza l&#8217;importanza di un intervento internazionale umanitario che si concretizzi non solo nell&#8217;apertura di corridoi migratori sicuri e regolari ma anche e soprattutto in un&#8217;azione mirata, matura, capace di coniugare cambiamento, speranza nel futuro e opportunità e che porti le popolazioni locali</strong>, nel caso di specie gli eritrei, a vivere con dignità nel proprio Paese, lasciando che la migrazione rappresenti una scelta e non più una necessità.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/1159/">Eritrea tra accordi di cooperazione e tutela dei diritti umani</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.mondodem.it/1159/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>
