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	<title>Asia-Pacifico Archivi &#8211; MondoDem</title>
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	<description>Laboratorio di Politica Internazionale</description>
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	<title>Asia-Pacifico Archivi &#8211; MondoDem</title>
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		<title>UE e Indo-Pacifico: le Filippine al centro della strategia europea</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Paola Lupi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Mar 2025 08:25:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Asia-Pacifico]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ci sono due aspetti fondamentali da considerare nella situazione politica attuale delle Filippine. Il primo è che, sebbene&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Ci sono due aspetti fondamentali da considerare nella situazione politica attuale delle Filippine.</p>



<p>Il primo è che, sebbene le prossime elezioni presidenziali siano previste per il 2028, la campagna elettorale è già iniziata. Attualmente, il presidente è Ferdinand &#8220;Bongbong&#8221; Marcos Jr., mentre la vicepresidente è Sara Duterte, figlia dell’ex presidente Rodrigo Duterte. Tuttavia, con l&#8217;avvicinarsi delle elezioni di metà mandato, l’alleanza tra i due si sta incrinando. Gli occhi sono puntati sulla vicepresidente, che dopo il voto di metà mandato dovrà affrontare un possibile&nbsp;<a href="https://www.theguardian.com/world/2025/feb/06/sara-duterte-philippine-vice-president-impeached-over-allegations-including-plot-to-kill-president">impeachment</a>, al Senato. Questo passaggio sarà cruciale per determinare quale tra le due principali dinastie politiche del Paese – i Marcos e i Duterte – prevarrà sull’altra.&nbsp;</p>



<p>Il secondo aspetto riguarda la politica estera delle Filippine, in particolare il conflitto con la Cina nel Mar Cinese Meridionale. Negli ultimi anni, il Paese ha assunto&nbsp;<a href="https://apnews.com/article/philippines-south-china-sea-defense-secretary-gilberto-teodoro-air-defense-zone-4c63b28b674c63b1730a22dc9faa5f22">un atteggiamento sempre più deciso nei confronti di Pechino</a>, segnando una&nbsp;<a href="https://www.cfr.org/article/dutertes-ingratiating-approach-china-has-been-bust">netta discontinuità rispetto alla politica dell’ex presidente Duterte</a>. Quest’ultimo aveva cercato un riavvicinamento con la Cina, una strategia che, a posteriori, molti considerano&nbsp;<a href="https://thediplomat.com/2024/09/parsing-the-philippines-pivot-to-china-under-rodrigo-duterte/">fallimentare</a>.</p>



<p>Questi sviluppi politici interni hanno un impatto significativo sulle relazioni tra l’Europa e le Filippine. Durante la presidenza Duterte,&nbsp;<a href="https://www.euractiv.com/section/economy-jobs/news/eu-philippines-agree-to-relaunch-free-trade-talks/">l’UE ha dovuto ridimensionare il proprio coinvolgimento</a>, sia a causa delle&nbsp;<a href="https://www.hrw.org/tag/philippines-war-drugs">violazioni dei diritti umani</a>legate alla &#8220;guerra alla droga&#8221;, sia per l&#8217;orientamento pro-Cina del governo di allora. Sebbene Marcos Jr. provenga dalla stessa area politica del suo predecessore,&nbsp;<a href="https://www.lowyinstitute.org/the-interpreter/family-feud-philippines">ha adottato una linea più filo-occidentale e un atteggiamento più attento ai diritti umani</a>. Le elezioni di metà mandato – e ancor più quelle del 2028 – potrebbero nuovamente ridefinire gli equilibri tra Manila e Bruxelles.</p>



<p>Per l’UE, dunque, è arrivato il momento di decidere se e come costruire relazioni stabili e a lungo termine con le Filippine, concentrandosi in particolare su due ambiti.</p>



<p><strong>Accordi commerciali</strong></p>



<p>Nel 2017, l’UE ha interrotto i negoziati per un accordo di libero scambio (FTA) con le Filippine, a causa di divergenze con il governo Duterte. Il ritorno dell&#8217;Europa al tavolo negoziale nel 2024 è stato accolto con favore sia da Bruxelles sia da Manila,&nbsp;<a href="https://thediplomat.com/2024/12/the-importance-of-the-eu-philippines-trade-deal/">vista l&#8217;importanza economica delle Filippine per il continente europeo</a>. Il Paese occupa una posizione strategica nell’Indo-Pacifico, una regione cruciale per il commercio dell’UE (il Mar Cinese Meridionale è fondamentale per il&nbsp;<a href="https://ec.europa.eu/eurostat/web/products-eurostat-news/-/edn-20221128-1">40% delle rotte commerciali europee</a>). Inoltre, le Filippine possiedono&nbsp;<a href="https://www.pism.pl/publications/eu-looks-to-asean-countries-for-critical-raw-materials-supplies">risorse essenziali per la transizione ecologica e digitale dell’Europa</a>, tra cui nichel, rame e cromite.</p>



<p><strong>Difesa e sicurezza regionale</strong></p>



<p>Il tema della difesa è strettamente legato agli accordi commerciali. Sebbene le recenti crisi internazionali abbiano spostato l’attenzione altrove, rafforzare le alleanze nell’Indo-Pacifico rimane&nbsp;<a href="https://commission.europa.eu/document/download/1fd85a66-b89a-492b-8855-89499106c1d4_en?filename=Mission%20letter%20-%20KALLAS.pdf">un obiettivo strategico della Commissione Europea</a>. Le Filippine, alleate della NATO e interessate ad&nbsp;<a href="https://www.factsasia.org/blog/how-europe-fits-in-the-philippines-strategic-diversification">ampliare le proprie partnership con i Paesi europei,</a>&nbsp;sono un punto di partenza ideale, soprattutto alla luce delle tensioni con la Cina. Schierarsi a fianco di Manila nel conflitto nel Mar Cinese Meridionale invierebbe un segnale chiaro sulla posizione dell’UE nella regione, mentre la formalizzazione dell’FTA potrebbe essere&nbsp;<a href="https://www.dw.com/en/how-can-eu-support-philippines-in-south-china-sea-dispute/a-68713048">un messaggio politico ancora più forte rivolto a Pechino</a>. Gli Stati Uniti restano&nbsp;<a href="https://www.aljazeera.com/news/2025/1/23/trump-administration-promises-ironclad-support-for-philippines-security">il principale alleato delle Filippine</a>, ma ciò non esclude che l’Europa possa – e debba – costruire una propria credibilità nell’area.</p>



<p><strong>Le priorità per l’UE</strong></p>



<p>Per rafforzare il proprio ruolo nelle Filippine, l’UE deve agire su due fronti principali:</p>



<ol start="1" class="wp-block-list">
<li><strong>Accelerare i negoziati per l’FTA</strong>. L&#8217;obiettivo attuale è concluderli prima del 2028, anno delle elezioni presidenziali. Accelerare il processo consentirebbe all’Europa di ottenere benefici economici immediati e, al tempo stesso, di rafforzare la propria reputazione in un’area che spesso percepisce l’UE come un partner poco affidabile dal punto di vista commerciale.</li>



<li><strong>Definire una posizione chiara sul Mar Cinese Meridionale</strong>. Negli ultimi anni, l’UE ha mantenuto un atteggiamento ambiguo su questa disputa territoriale, nonostante la questione sia cruciale per la sicurezza delle rotte commerciali nell’Indo-Pacifico. Le Filippine non sono l’unico Paese coinvolto nel contenzioso con la Cina, e una strategia più netta potrebbe favorire il dialogo con altre nazioni della regione.</li>
</ol>



<p>L’attuale instabilità politica filippina rende urgente un’azione da parte dell’Europa. Se oggi l’UE non può prevedere con certezza quale sarà l’evoluzione del potere nel Paese, costruire relazioni solide fin da ora garantirà all’Europa una posizione di vantaggio nei futuri negoziati. In questo modo, indipendentemente da chi sarà al governo nel 2028, la cooperazione con Bruxelles potrà restare un’opzione strategicamente conveniente per Manila.</p>
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		<title>I disastri climatici in Asia e il ruolo dell&#8217;Italia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Paola Lupi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 16 Nov 2024 07:52:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Asia-Pacifico]]></category>
		<category><![CDATA[Asia]]></category>
		<category><![CDATA[Clima]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quest’estate, l’Asia meridionale ha patito le conseguenze di una stagione dei monsoni cheha portato alluvioni devastanti in tutta&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Quest’estate, l’Asia meridionale ha patito le conseguenze di una stagione dei monsoni che<br>ha portato alluvioni devastanti in tutta la regione. Dall’Afghanistan al Bangladesh, abitazioni,<br>infrastrutture e vite umane sono state perse, e i governi hanno lanciato richieste di aiuto alla<br>comunità internazionale per soccorrere le loro popolazioni colpite.<br>Per fare degli esempi, a fine agosto, le Nazioni Unite riportavano 18 milioni di persone<br>colpite dalle alluvioni solo in Bangladesh, con gravi danni a terreni fondamentali per il<br>sostentamento delle popolazioni locali, soprattutto nelle regioni di Chattogram e Sylhet.<br>In Nepal, tra i molti morti a causa alluvioni, un tragico incidente è stato particolarmente<br>discusso, quando due autobus con 60 persone a bordo sono stati travolti da una frana e<br>trascinati in un fiume.<br>In questo contesto, è impossibile non chiedersi quali siano state le risposte internazionali<br>alle domande di aiuto, dopo aver sentito parlare così tanto di quanto il cambiamento<br>climatico sia un problema da affrontare globalmente, senza lasciare nessuno indietro.<br>Quest’estate in Asia meridionale, organizzazioni internazionali e ONG si sono attivate per<br>supportare le comunità locali, come per esempio la Croce Rossa e CARE, aiutando sia con<br>fondi monetari sia distribuendo articoli di emergenza e aiutando le regioni a rendere le<br>strade riutilizzabili il prima possibile. Altre, come l’UNICEF e il World Food Programme,<br>spingono per il continuo e accelerato investimento e aiuti umanitari. Questa richiesta arriva<br>dopo un autunno 2023 pieno di speranza, avendo sentito i governi dei paesi più ricchi del<br>mondo promettere grandi somme al Loss and Damages Fund al COP28. In realtà è stata<br>proprio l’Italia, a Dubai, a fare una delle prime grandi promesse per contribuire al L&amp;D Fund<br>con 100 milioni di euro, proponendosi come un paese leader nell’affrontare le distruzioni<br>causate dai disastri naturali collettivamente e coscienziosamente.<br>Queste promesse sono importanti, ma scenari devastanti al di fuori dell’Asia del Sud<br>potrebbero rallentare la loro vera implementazione. Infatti, non è stata solo questa regione a<br>soffrire le conseguenze di gravi alluvioni e l’effetto del cambiamento climatico quest’estate.<br>L’uragano Helene negli Stati Uniti ha colpito cinque stati: anche qui, morti e gravi danni alle<br>infrastrutture sono stati dichiarati, con governi statali e il governo federale preoccupati per<br>quello che sicuramente è solo l’inizio di eventi climatici disastrosi causati dal cambiamento<br>climatico, che li costringe a usare molto risorse umanitarie e monetarie per aiutare i civili e<br>proseguire alla ricostruzione delle infrastrutture perse. L’Europa non è stata risparmiata:<br>l’Austria, la Polonia, la Repubblica Ceca, la Slovacchia, la Spagna e anche l’Italia sono state<br>colpite da piogge torrenziali che hanno causato gravi alluvioni, che hanno costretto parte<br>delle popolazioni dei paesi ad abbandonare le loro abitazioni.<br>Ora come non mai, è possibile rendersi conto che il cambiamento climatico e sui effetti non<br>possono essere considerati come problemi nazionali o regionali: sono dilaganti, pericolosi<br>per tutti, e necessitano risposte collettive. Ma proprio mentre sempre più paesi si<br>confrontano con le conseguenze del cambiamento climatico, meno sembrano disponibili a<br>offrire supporti ad altri paesi a rischio. Per esempio, il Center for Strategic and International<br>Studies ha fatto appello al governo statunitense, esortandolo a mandare aiuti in Myanmar,<br>citando responsabilità collettiva per aiutare i paesi a rischio di cambiamento climatico,<br>soprattutto quando già fragile a causa di difficili situazioni politiche. Tuttavia, non è una<br>sorpresa che i gravi danni all’interno degli Stati Uniti hanno spostato i loro interessi,<br>allineandoli ai problemi nei suoi Stati.<br><br>Insomma, proprio mentre il cambiamento climatico richiede più aiuti internazionali, gli stati si<br>trovano a guardare internamente. Eppure, l’Italia e l’Europa farebbero bene a guardare il<br>contesto globale più ampiamente. In primis, perché non c’è dubbio che continuino ad essere<br>i paesi che contribuiscono meno alla crisi climatica a subirne i costi più pesanti: le alluvion<br>sono state affrontate in tre continenti quest’estate e autunno, ma nell’Asia meridionale hanno<br>causato morti e perdite sentite più fortemente, senza dubbio anche a causa di infrastrutture<br>e capacità di soccorsi meno preparate. Proprio per questo, non ci si deve dimenticare delle<br>promesse fatte per il L&amp;D Fund, ma anzi, diventare più ambiziosi. Inoltre, l’Italia anche e<br>soprattutto quando sente alle porte di casa le stesse crisi che ci sono in altri continenti deve<br>imporsi per costruire una comunità internazionale forte, collaborativa e capace di supportarsi l’un l’altro con risorse, fondi monetari e best practices. Esempi su cui l’Italia può basarsi sono l’European Union &#8211; South Asia Capacity Building for Disaster Risk Management<br>Program, che si è concentrato sul creare resilienza nella regione dell’Asia Meridionale, ma<br>allo stesso tempo ha contribuito alla creazione di sapere comune su come affrontare disastri<br>naturali con finanziamenti, partnership internazionali e attori nazionali. Inoltre, l’Italia ha già<br>fatto uso dell’EU Civil Protection Mechanism nel 2023: una volta richiedendo assistenza, e<br>un’altra portando supporti. Questo meccanismo dimostra che c’è possibilità di ampliare la<br>cooperazione internazionale, e che paesi come quelli dell&#8217;Asia Meridionale non devono<br>essere lasciati indietro, ma invece contribuire a strategie di disaster risk management più<br>efficaci. Partire da proposte come queste e contribuire al loro funzionamento e alla loro<br>creazione renderà l’Italia più coerente nella sua politica di affari esteri di L&amp;D, e più forte a<br>lungo termine, con strutture di cooperazione ben consolidate.</p>
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		<title>Il de-risking verso la Cina può funzionare, ma l’Europa ci crede ancora?</title>
		<link>https://www.mondodem.it/673429/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Gregorio Staglianò]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 May 2024 17:53:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Asia-Pacifico]]></category>
		<category><![CDATA[Cina]]></category>
		<category><![CDATA[de-risking]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Xi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Si è concluso lo scorso 10 maggio il viaggio istituzionale del Presidente cinese Xi Jinping in Europa, dopo&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Si è concluso lo scorso 10 maggio il viaggio istituzionale del Presidente cinese Xi Jinping in Europa, dopo aver fatto tappa in Francia, in Serbia e in Ungheria. L’ultima volta di Xi in Europa era stata nel 2019, quando la pandemia da Covid-19 non era ancora scoppiata, l’Ucraina non era stata invasa dalla Russia, il Medio Oriente non era in fiamme e i rapporti economici globali avevano un altro aspetto perché era sostanzialmente un altro mondo.</p>



<p>A Parigi il Presidente cinese ha incontrato il suo omologo Emmanuel Macron e la Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. I due leader europei hanno chiesto al gigante asiatico di trovare una soluzione comune per riequilibrare il disavanzo commerciale di Bruxelles &#8211; che nel 2022 ha raggiunto il record di 400 miliardi di euro &#8211; sollevando la questione della sovraccapacità cinese, dei sussidi statali &nbsp;ad auto elettriche, fotovoltaico e acciaio che starebbero “drogando” l’export verso l’UE, e la difficoltà per le imprese europee di accedere al mercato cinese. Mentre Macron ha riaffermato la necessità di mantenere vivo e solido il dialogo tra UE e Cina, von der Leyen ha usato &nbsp;toni più fermi, ricordando <a href="https://stream24.ilsole24ore.com/video/mondo/bruxelles-annuncia-indagine-anti-sussidi-auto-elettriche-cinesi/AF21dMq?refresh_ce=1">l’indagine avviata da Bruxelles</a> sui sussidi di Pechino sui veicoli elettrici per cui la Commissione potrebbe imporre dazi provvisori. La Presidente della Commissione UE ha rivendicato <a href="https://www.eunews.it/2023/03/30/ue-cina-rapporti-discorso-von-der-leyen/">l’approccio di de-risking delineato all’inizio del 2023</a>, sebbene sganciarsi dalla Cina non sia fattibile e non sia nell’interesse dell’Europa. Il Presidente cinese ha affermato che la &nbsp;sovraccapacità cinese non esiste, chiedendo di depoliticizzare la cooperazione commerciale, senza perseguire la strategia di “riduzione del rischio”, che lui stesso ha definito di “creazione del rischio”. Numeri alla mano però il <em>de-risking</em> sembra per il momento un approccio funzionante: lo squilibrio commerciale si è ridotto del 27% nel 2023, <a href="https://www.eunews.it/2024/03/04/ue-deficit-commerciale-cina-automobili/">scendendo a quota 291 miliardi, rispetto ai 400 toccati nel 2022.</a> Ma c’è un dato in controtendenza che dovrebbe mettere in allarme i paesi UE: quello sull’import delle auto elettriche, in aumento del 36,7% nel 2023.</p>



<p>La mancanza di una strategia europea commerciale – e politica – comune verso la Cina appare evidente se si guarda alle altre due tappe del viaggio di Xi Jinping in Europa e all’entità degli accordi firmati.</p>



<p>Sono ben 29 gli accordi bilaterali commerciali siglati da Xi Jinping e dal suo omologo serbo Alksandar Vučić, dal libero scambio di merci alle borse di studio, dal sostegno economico per l’Expo di Belgrado all’introduzione di voli diretti tra Belgrado e Shangai. Pechino sta offrendo a Belgrado una terza sponda per la sua politica estera, in alternativa a quella europea e russa, accrescendo così la sua presenza in uno dei Paesi europei chiave per la <em>Belt and Road Initiative</em>, &#8211; nodo della ferrovia Belgrado-Budapest, costruita con investimenti cinesi &#8211; mentre Belgrado ottiene finanziamenti per autostrade, ponti e infrastrutture senza dover dare conto a Bruxelles di parametri di sostenibilità..</p>



<p>Anche in Ungheria, terza e ultima tappa del viaggio della delegazione cinese, Xi Jinping ha siglato, insieme al premier Viktor Orban, una partnership globale costruita attorno a 16 accordi che riguardano il settore ferroviario, stradale, nucleare e automobilistico. Budapest aveva anche annunciato a dicembre scorso che la cinese BYD, uno dei maggiori produttori di veicoli elettrici al mondo, avrebbe presto aperto il suo primo stabilimento di produzione proprio in Ungheria, caso unico nel continente. L’Ungheria ospita già diversi impianti cinesi per la produzione di batterie elettriche, nella speranza di diventare hub globale nel settore, e con l’intenzione di allacciare le ferrovie ungheresi al porto greco del Pireo, controllato dalla Cina, al fine di spalancare le porte dell’Europa ai prodotti cinesi.</p>



<p>Su questa scia si pone per certi versi anche il governo di Giorgia Meloni. <a href="https://www.bloomberg.com/news/articles/2024-02-26/italy-reached-out-to-china-s-byd-in-search-of-another-carmaker">Bloomberg</a> riporta di contatti avvenuti tra alcuni ministri italiani e BYD per concludere un accordo per l’apertura di uno stabilimento in Italia, nell’ottica di influenzare la decisione del gruppo Stellantis di delocalizzare all’estero. Anche se per il momento BYD ha mostrato cautela, sottolineando la volontà aziendale di rafforzare la propria rete logistica in Ungheria, l’approccio del governo italiano appare incompatibile con quello di Bruxelles.</p>



<p>Se poi anche Paesi come la Germania, la cui industria continua a scommettere su Pechino nonostante la concorrenza sfrenata, si pongono in aperta contraddizione con le politiche comunitarie, il <em>de-risking</em> è destinato a scontrarsi contro l’attrattiva e lo strapotere del potenziale economico cinese da una parte, e la mancanza di una politica estera comune europea dall’altra. Pechino sta chiaramente lanciando un messaggio a Bruxelles – e a Washington: se l’Europa ostacolerà le mire economiche cinesi, saranno i Paesi meno allineati a garantire la necessaria testa di ponte. Ecco perché è assolutamente necessario uno sforzo coordinato che impedisca agli egoismi nazionali di minare ulteriormente la proiezione esterna dell’UE, e la sua capacità di proteggere i propri interessi nell’arena internazionale.</p>
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		<title>Perché le “Due sessioni” del Partito Comunista Cinese contano per l’Europa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gregorio Staglianò]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 19 Mar 2024 10:14:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Asia-Pacifico]]></category>
		<category><![CDATA[Cina]]></category>
		<category><![CDATA[Due sessioni]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Xi Jinping]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel contesto di una profonda crisi del mercato immobiliare, di una crescita economica indebolita e di crescenti tensioni&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Nel contesto di una profonda crisi del mercato immobiliare, di una crescita economica indebolita e di crescenti tensioni internazionali, si sono svolte a Pechino le tradizionali “Due sessioni” (liǎnghuì), evento annuale apicale nell&#8217;ambito dell&#8217;attività parlamentare cinese. Costituite da due incontri plenari &#8211; il primo con l&#8217;Assemblea Nazionale del Popolo, l&#8217;equivalente cinese del parlamento, e il secondo con la Conferenza Politica Consultiva del Popolo Cinese, rappresentativa delle organizzazioni sociali e politiche &#8211; le Due Sessioni si sono concluse senza la consueta conferenza stampa del premier cinese Li Qiang e senza il discorso del Presidente Xi Jinping.</p>
<p>Tra le parole chiave emerse durante le liǎnghuì &#8211; sicurezza, modernizzazione, autosufficienza tecnologica e &#8220;nuove forze produttive di qualità&#8221; &#8211; si cela il futuro approccio strategico cinese verso il proprio modello di crescita e i rapporti con la comunità internazionale. La teoria delle &#8220;nuove forze produttive&#8221; fa riferimento ai settori capaci di garantire innovazione e modernizzazione di alta qualità, puntando ad una trasformazione dalla Cina da &#8220;fabbrica del mondo&#8221; a una &#8220;società di consumo ad alto valore&#8221;. Non si tratta di un restyling formale, ma di una rivoluzione sostanziale volta a ridefinire il modello di sviluppo cinese, riducendo al minimo rischi ed esposizioni alle turbolenze globali, come le sanzioni.</p>
<p>Nel recente numero di Qiushi, la rivista teorica del Partito Comunista Cinese, Xi Jinping ha sottolineato la necessità di questo processo di trasformazione economica, sostenendo che “un tasso di crescita economica più elevato non necessariamente garantisce una situazione positiva, né una diminuzione del tasso di crescita implica automaticamente una situazione negativa.” Questa prospettiva potrebbe spiegare la mancanza di un grande piano di stimolo economico, come confermato dal premier Li Qiang, il qualeha tuttavia dichiarato che l&#8217;economia dovrebbe crescere &#8220;intorno al 5%&#8221; nel corso del 2024. Pechino vorrebbe ottenere questa transizione attraverso un aumento dei consumi, limitando gli interventi dalla spesa pubblica. E in questo nuovo modello di crescita, un ruolo di primo piano è riservato allo sviluppo tecnologico &#8211; il settore più esposto e colpito dalle sanzioni . Microchip, semiconduttori e intelligenza artificiale quantistica saranno i settori chiave su cui la Cina intende aumentare gli investimenti in ricerca e sviluppo, fino al 10%.</p>
<p>La Cina sembra dunque orientata a focalizzare i propri sforzi internamente, con l’obiettivo di assottigliare progressivamente la dipendenza tecnologica dagli Stati Uniti e dall’Europa. Ciò non deve essere letto come una corsa verso la costruzione di sistema chiuso e autarchico, ma piuttosto come la creazione di una sorta di paracadute strategico nel caso di esclusione dalle catene di approvvigionamento globali. Oltretutto, tra i comparti che Pechino intende maggiormente modernizzare figura quello militare. Infatti, in previsione del centenario dell&#8217;Esercito Popolare di Liberazione nel 2027, è stato destinato un budget del 7.2% per il 2024, in linea con l&#8217;anno precedente. Ma non è tutto. Le Due Sessioni di quest’anno registrano un&#8217;ulteriore attenuazione dei confini tra il Partito e lo Stato, con l&#8217;approvazione di una legge volta a riformare il Consiglio di Stato: il potere esecutivo sarà chiamato a seguire l&#8217;ideologia e la leadership del Partito, segnando un&#8217;ulteriore fase di sovrapposizione &#8211; e di progressiva sostituzione &#8211; tra il Partito e lo Stato. Questa mossa sembra spiegare l&#8217;assenza del premier, poiché rifletterebbe la volontà della leadership cinese di offuscare qualsiasi entità che non sia direttamente il partito.</p>
<p>Il discorso del Ministro degli affari esteri cinesi Wang Yi, a margine delle Due Sessioni, ha ricordato alcuni successi nel rapporto Cina-Europa, evidenziando progetti come la Belt and Road Initiative, e le partnership infrastrutturali, come il Porto del Pireo in Grecia, il Ponte di Pelješac in Croazia e la ferrovia Ungheria-Serbia. Wang Yi ha affermato chiaramente che non esiste una competizione geopolitica o un conflitto di interessi tra Cina ed Europa, ma piuttosto  interessi reciproci, &#8211; come rimarcato dal “tour” europeo del Ministro di questi ultimi mesi &#8211; sottolineando che entrambe le parti dovrebbero assumere una posizione cooperativa basata sul rispetto della reciproca autonomia. Le parole del Ministro Wang Yi si inseriscono nel tentativo della diplomazia cinese di stabilizzare le relazioni con l&#8217;UE e impedire un ulteriore allineamento di Bruxelles con Washington.</p>
<p>L’UE si trova di fronte a una Cina sempre più determinata a raggiungere l’autosufficienza e convinta nel perseguire i propri interessi strategici, potenzialmente minando l’interdipendenza economica e stravolgendo la bilancia commerciale a favore di Pechino. Concentrare gli sforzi nel settore tecnologico potrebbe aprire ad una nuova fase nelle relazioni economiche e industriali con gli Stati Uniti e l’Europa, specie in materia di high-tech e di transizione energetica. Inoltre, una Cina militarmente rafforzata dagli sviluppi tecnologici &#8211; considerando anche il primato di Pechino nell’utilizzo di tecnologie dual-use &#8211; potrebbe influenzare gli equilibri di potere globali, con possibili ripercussioni sulla sicurezza e sulla stabilità internazionale, con un evidente impatto sulle politiche di difesa e sicurezza dell’Europa. La crescente sovrapposizione tra Partito e Stato potrebbe, inoltre, sollevare non pochi timori riguardo alla trasparenza, ai diritti umani e alla governabilità del Paese, con implicazioni anche per le relazioni con l&#8217;Europa in termini di dialogo politico e cooperazione economica.</p>
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		<title>Taiwan: la posta in gioco alle elezioni, dal rapporto con Pechino al futuro dei microchip</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gregorio Staglianò]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Jan 2024 17:33:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Asia-Pacifico]]></category>
		<category><![CDATA[chip]]></category>
		<category><![CDATA[Cina]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni]]></category>
		<category><![CDATA[Taiwan]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il 13 gennaio 2024 Taiwan andrà al voto per scegliere il successore di Tsai Ing-wen alla guida del&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Il 13 gennaio 2024 Taiwan andrà al voto per scegliere il successore di Tsai Ing-wen alla guida del Paese fino al 2028. L&#8217;esito della consultazione elettorale delineerà il futuro dell’isola, soprattutto considerando le crescenti rivendicazioni della Cina, che percepisce Taiwan come parte integrante del suo territorio. Le elezioni influenzeranno notevolmente anche le relazioni con gli Stati Uniti, che ad oggi si trovano in un momento di forte sintonia. Questa convergenza è alimentata anche dalla politica estera dell&#8217;attuale presidenza taiwanese, che vede in Washington un solido alleato per frenare le mire espansionistiche cinesi. Ma è la relazione con la Cina che rappresenta la questione principale del confronto tra le forze in campo, e una dimensione particolare la riveste anche l’aspetto tecnologico.</p>



<p><strong>I contendenti alla presidenza</strong></p>



<p>A contendersi la presidenza sono i tre maggiori partiti. Il Koumintang (KMT), conservatore e favorevole ad una politica di vicinanza con Pechino sfiderà le urne con Hou Yu-ih, sindaco di Nuova Taipei. Hou ha più volte espresso la sua opposizione sia al modello “una Cina, due sistemi in stile Hong Kong, sia all’indipendenza formale di Taiwan, ribadendo la validità del Consensus del 1992 &#8211; un accordo tra le due sponde secondo cui esisterebbe una sola Cina, seppur con interpretazioni divergenti. Il Partito Popolare (PPT), di ispirazione centrista-populista, invece ha nominato l’ex sindaco di Taipei, Ko Wen-je come suo candidato. La posizione del PPT e di Ko rappresenta un&#8217;alternativa politica ai due principali partiti tradizionali, sebbene sulle relazioni con Pechino le loro posizioni sembrino più vicine ai conservatori del KMT che ai progressisti. Attualmente al potere e favorito nei sondaggi invece è il Partito Democratico Progressista (DPP), schierato su una posizione nettamente filo-occidentale e per questo fortemente inviso a Pechino. L’attuale vicepresidente Lai Ching-te è il candidato che proverà a sostituire la Presidente Tsai Ing-wen, collega di partito, ma impossibilitata a correre per un terzo mandato.</p>



<p>Taiwan non è però solo una “pedina” della contesa tra le due maggiori superpotenze: è anche una della realtà democratiche più vibranti dell’Asia, impegnata a mantenere un delicatissimo status-quo tra indipendenza informale dalla Cina, e peculiare proiezione internazionale grazie alle sue caratteristiche storiche, politiche, economiche e tecnologiche. Nell’isola infatti vengono prodotti e assemblati oltre la metà dei microchip essenziali al funzionamento di ogni dispositivo elettronico utilizzato quotidianamente, dagli smartphone ai computer, dalle apparecchiature sanitarie ai sistemi d’arma, dalle automobili agli elettrodomestici.</p>



<p><strong>Il ruolo di TSMC</strong></p>



<p>Le maggiori aziende produttrici di microchip taiwanesi guardano alle prossime elezioni con interesse, alla luce del ruolo che esercitano nella sfida tecnologica tra Stati Uniti e Cina. La Taiwan Semiconductor Manufacturing Company (TSMC), leader mondiale nel settore, è ad esempio al centro di una “corteggiamento” globale tra Stati Uniti, Giappone ed Europa, desiderosi di garantirsi impianti di produzione locali per ridurre la loro dipendenza tecnologica. La TSMC svolge un ruolo chiave nella fornitura per aziende come Nvidia, Apple e Broadcom e, insieme alla sudcoreana Samsung, è l’unica azienda in grado di produrre microchip a 3 nanometri, i più avanzati attualmente disponibili. La TSMC gestisce abilmente il dialogo con entrambe le superpotenze, sfruttando il suo know-how come leva diplomatica. Nonostante l’equidistanza tra Pechino e Washington, agli osservatori più attenti non sarà sfuggita l’apparizione di Morris Chang, fondatore della TSMC, al fianco del candidato del DPP, in più occasioni nel corso del 2023. Altre aziende, come la United Microelectronics Corporation (UMC), si sono schierate apertamente contro un&#8217;eventuale invasione cinese, mentre altre, come la Powerchip, mantengono una posizione più cauta, consci dell’importanza degli affari con la Cina continentale..</p>



<p><strong>Elezioni con conseguenze globali</strong></p>



<p>Sebbene la dimensione interna giochi un ruolo nel dibattito politico, è sul rapporto con la Cina che si sta giocando la campagna elettorale. Un’eventuale vittoria delle forze più vicine a Pechino, potrebbe accelerare i tempi di quella riunificazione che Xi Jinping considera ormai ineluttabile, oltre a rappresentare una potenziale involuzione democratica del sistema taiwanese. Ma quello che preoccupa è anche la possibilità che Pechino possa mettere le mani sull&#8217;industria dei microchip, una prospettiva problematica per l’Europa e gli Stati Uniti, che già dipendono fortemente dal mercato elettronico asiatico.</p>



<p>Lai Ching-te, il candidato del DPP, punta al r<a href="https://www.politico.eu/article/taiwan-presidential-hopeful-seeks-closer-ties-with-europe/">afforzamento del dialogo con Bruxelles</a>, sostenendo la comunanza di valori che Taiwan e l’Europa condividono: il rispetto dei principi democratici e dei diritti umani. E in effetti, in un momento in cui l’approccio europeo alla cooperazione con Pechino sia improntato al de-risking, Bruxelles e Taipei possono trovare lo spazio necessario a riformulare i loro rapporti bilaterali. L&#8217;allineamento della Cina con la Russia, dopo l’inizio della guerra in Ucraina, ha rafforzato la consapevolezza per Bruxelles che la sicurezza dell&#8217;area euro-atlantica e quella dell&#8217;Indo-Pacifico sono strettamente legate.</p>



<p>Una tornata elettorale che anche l’Italia, dopo aver abbandonato la Via della Seta nel dicembre 2023, guarda con maggiore attenzione. Il governo sembra intenzionato infatti a <a href="https://www.bloomberg.com/news/articles/2023-04-19/italy-eyes-taiwan-chip-deals-ahead-of-decision-on-china-pact">rafforzare la cooperazione tecnologica con Taipei</a> sulla produzione e l’esportazione di semiconduttori e a rafforzarne la <a href="https://formiche.net/2023/10/inaugurazione-ufficio-taiwan-milano/">rappresentanza diplomatica</a>, provando al contempo a rilanciare senza traumi le relazioni con Pechino, in un delicato equilibrismo non senza ambiguità.</p>



<p>Indipendentemente dal risultato elettorale, una cosa è certa: impegnarsi a tutelare il sistema democratico e solide relazioni con Taiwan, specie a livello europeo, allontanerebbe l’eventualità di una crisi o di un blocco dell’isola, che avrebbero ripercussioni economiche tali da stravolgere i già precari equilibri nella regione.</p>
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		<title>Cosa abbiamo imparato dalle Olimpiadi di Tokio?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Sgrulletti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Aug 2021 18:53:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Asia-Pacifico]]></category>
		<category><![CDATA[Coronavirus]]></category>
		<category><![CDATA[COVID-19]]></category>
		<category><![CDATA[olimpiadi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I Giochi olimpici di Tokyo 2020 sono stati “le Olimpiadi del Covid-19”, per molte altre ragioni rispetto a&#8230;</p>
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<p>I Giochi olimpici di Tokyo 2020 sono stati “le Olimpiadi del Covid-19”, per molte altre ragioni rispetto a quelle ovvie e abbondantemente dibattute nel corso dell’evento, concernenti la risposta sanitaria nazionale nipponica, con relative polemiche domestiche, e la politica precauzionale adottata a salvaguardia di atleti, operatori e volontari. Infatti, nessuno degli eventi sportivi precedentemente celebrati a mo’ di recupero delle manifestazioni sospese o annullate a seguito della diffusione pandemica del contagio, compresi quelli di dimensioni ragguardevoli, come gli Europei o la <em>Copa América</em> di calcio, poteva per ragioni numeriche e simboliche chiamare in causa le ragioni del globalismo e del localismo, che sono dei corollari inevitabili delle politiche internazionali di contrasto al virus.</p>



<p>Sarebbe dunque fuorviante non considerare tutta la discussione sull’opportunità dello svolgimento dei Giochi (e altrettanto dicasi per i paralimpici, che sono in procinto di iniziare) sotto questo punto di vista, a suo modo epocale: per il CIO, una delle organizzazioni internazionali che più iconicamente rappresentano i tempi del globalismo, essere riusciti nell’impresa di portare a termine Giochi olimpici caratterizzati dal record di discipline e specialità, con defezioni nazionali attinenti a ragioni differenti e pregresse rispetto alla pandemia da Covid-19 (si veda il caso della Russia, con gli atleti che hanno gareggiato sotto il vessillo olimpico per lo scandalo del doping di Stato; o quello della Corea del Nord, caratterizzato dalle vicende geopolitiche a tutti i nostri lettori ben note), rappresenta un innegabile successo ed è impossibile non notare quanto un esito differente dell’impresa in Sol Levante avrebbe reso inimmaginabili i toni di lieta speranza che hanno caratterizzato l’annuncio di Parigi 2024, da parte del Presidente della Repubblica francese Macron e della Sindaca Hidalgo.</p>



<p>Le dimensioni dell’evento olimpico, che sono andate in costante crescendo durante la storia, non sono dunque conseguenza di processi ineluttabili, ma merito di organizzazione e lavoro. Questo assunto rende gelido il rammarico per l’occasione persa da Roma per l’organizzazione dei prossimi Giochi, oltre a responsabilizzare la nostra organizzazione olimpica in vista di Milano-Cortina 2026, che sarà preceduta dalle Olimpiadi invernali dell’anno prossimo a Pechino. La Capitale cinese e tutto lo Stato si apprestano a rispondere ai vicini giapponesi con la seconda rassegna olimpica nel breve volgere di quattordici anni, in una sfida per l’egemonia culturale, ma non solo, sul Continente asiatico, che è tutt’altro che sottaciuta dai rispettivi governi.</p>



<p>C’è ormai consapevolezza nell’opinione pubblica che quelle del 2022 saranno anche le seconde olimpiadi e paralimpiadi in tempi di Covid-19 e non può non notarsi come le prime siano state la rassegna sportiva globale più caratterizzata nella storia dal tema della salute mentale: dall’ultima tedofora Naomi Osaka, ad una delle atlete che si attendevano come protagoniste assolute della rassegna olimpica, la ginnasta statunitense Simone Biles, fino alla grande promessa del nuoto italiano Benedetta Pilato, sono state particolarmente le atlete a far irrompere nel racconto a cinque cerchi la questione che, come conseguenza delle restrizioni alla socializzazione obbligate in tutto il mondo dal Covid-19, sta diventando vieppiù cruciale nel dibattito politico sul welfare durante e dopo la pandemia.</p>



<p>Le paralimpiadi di Tokyo saranno inoltre le più viste di sempre nel mondo: si prevede infatti un pubblico di circa 4 miliardi di telespettatori e si discute in questi giorni se consentire anche una limitata presenza di pubblico negli impianti sportivi, in particolare tra i giovanissimi studenti delle scuole nipponiche, nell’ottica della diffusione del messaggio di inclusione e apertura sociale universale, cui le istituzioni giapponesi, come oggettivamente il CIO, hanno dato prova innegabile di tenere molto. Dalla scelta della pallavolista italiana Paola Egonu per rappresentare l’Europa tra gli atleti che portavano il vessillo olimpico, lei lesbica e di colore; alla prima partecipazione di un’atleta transgender, la neozelandese Laurel Hubbard nella categoria +87 kg del sollevamento pesi, sono stati diversi i messaggi simbolici di valore storico lanciati da Tokyo 2020.</p>



<p>Mentre la rappresentativa olimpica dei rifugiati politici ha contato 29 atleti, quasi tre volte quelli presenti a Rio, provenienti da 13 nazioni diverse e con un proprio <em>entourage</em>, un missione olimpionica vera e propria, con relativa organizzazione, la questione dei rifugiati, c’è da crederlo purtroppo, si porrà con rinnovato vigore sia durante le paralimpiadi al via, sia durante i prossimi appuntamenti pentacerchiati, alla luce degli sviluppi drammatici della crisi afghana, che in termini di organizzazione sportiva hanno comportato anche la necessaria rinuncia del Comitato paralimpico nazionale alla partecipazione programmata, per l’impossibilità di raggiungere Tokyo in sicurezza per delegazione ed atleti. Tra questi, in particolare, ha destato emozione e mobilitazione nell’opinione pubblica internazionale e nel mondo dello sport il caso di Zakia Khudadadi, che ha potuto lasciare il Paese in sicurezza grazie all&#8217;accoglienza umanitaria del Governo australiano e potrebbe tuttora riuscire a partecipare, come prima donna afghana, alle paralimpiadi di Tokyo.</p>
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		<title>Belt and Road Initiative: a che punto siamo?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federica Roia]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 27 Jul 2021 16:31:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Analisi in Pillole]]></category>
		<category><![CDATA[Asia-Pacifico]]></category>
		<category><![CDATA[Belt and Road Initiative]]></category>
		<category><![CDATA[Cina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il 23 marzo 2019, l’Italia ha preso parte alla Belt and Road Initiative (BRI) attraverso la firma di&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Il 23 marzo 2019, l’Italia ha preso parte alla Belt and Road Initiative (BRI) attraverso la firma di un Memorandum of Understanding (MoU) con la Repubblica Popolare Cinese. La BRI è un progetto strategico di sviluppo infrastrutturale di ampio respiro, e per questo anche una manifestazione del nuovo ordine mondiale a stampo cinese. Varie sono state le ragioni che hanno spinto l’Italia, caso unico tra le grandi potenze occidentali, ad aderirvi: non ultima la presenza al governo di Movimento Cinque Stelle e Lega Nord che, freddi nei confronti dell&#8217;alleanza transatlantica e carichi di euroscetticismo, non hanno visto nulla di male nella firma del Memorandum. A due anni dalla firma italiana, a che punto siamo con lo sviluppo delle varie iniziative di cui il MoU doveva costituire il quadro generale?</p>



<p>Si può senza dubbio affermare che il cambio della presidenza statunitense contestualmente alle crescenti tensioni tra Cina e Stati Uniti e allo scoppio della pandemia da COVID-19, abbiano comportato rilevanti conseguenze anche nello sviluppo della BRI. Il primo si è tradotto in un maggiore impegno degli Stati Uniti nei confronti dell’Europa, inclusa l&#8217;Italia, per garantire l&#8217;allineamento delle politiche nei confronti della Cina. Tale intento è stato reso noto anche attraverso il manifesto del Presidente Biden “Build Back Better for the World&#8221; (abbreviato in B3W come a evocare la BRI cinese) lanciato durante il recente G7. Il risultato di questo sforzo si è poi concretizzato nella cancellazione, avvenuta dopo marzo 2019, di una potenziale collaborazione tra l&#8217;Agenzia Spaziale Italiana e la China National Space Administration per costruire moduli abitativi per la stazione spaziale cinese Tiangong. Nella stessa direzione e in linea con le misure adottate all’interno di altri paesi dell&#8217;UE, s’inquadra la limitazione della possibilità di Huawei di partecipare allo sviluppo della rete 5G italiana. È bene sottolineare che nessuno dei due esempi citati fa diretto riferimento al MoU del 2019, vanno piuttosto interpretati come manifestazioni del cambiamento della posizione italiana nei confronti della collaborazione con entità cinesi, sia pubbliche sia private, in seguito alla pressione degli Stati Uniti. Il secondo elemento da considerare è lo scoppio della pandemia da COVID-19. Il 2020 doveva essere un anno importante per i rapporti tra Italia e Cina: parte degli accordi firmati si sarebbe dovuta concretizzare e nello stesso anno si sarebbe dovuto celebrare il 50° anniversario delle loro relazioni diplomatiche e l&#8217;Anno del Turismo Italia-Cina, ora rimandato al 2022. Merita menzione anche il mutamento del governo italiano che, nel settembre 2019, ha visto il Movimento 5 Stelle essere affiancato dal Partito Democratico (PD). La nuova coalizione, benché non pregiudizialmente ostile alla Cina, ha adottato un approccio volto a ricollocare l&#8217;Italia nei suoi tradizionali sistemi di alleanze. Nella stessa direzione guarda l’attuale premier Draghi che, nel corso del G7, ha ribadito la necessità di un riesame del MoU, suggerendo un approccio più cauto nei confronti della Cina.</p>



<p>Per completezza d’analisi, è bene esaminare i recenti rapporti tra Italia e Cina per capirne la natura e la rilevanza ai fini della BRI. Con riferimento ai MoU firmati nel 2019 tra i porti di Genova e di Trieste con la China Communications Construction Company (CCCC), si può certamente affermare che non ci siano stati notevoli sviluppi nelle collaborazioni in questo settore e sembra che non ce ne saranno in futuro. Il nuovo terminale BRI di Vado Ligure, vicino a Genova, è il risultato di un accordo che precede il MoU del marzo 2019 poiché risale alla creazione della joint venture APM Terminals Vado Ligure S.p.A. avvenuta nel 2016. Altri esempi di rapporti già esistenti e formalizzati con la firma del MoU a marzo 2019 sono quelli di Cassa Depositi e Prestiti, Eni e Intesa Sanpaolo con controparti cinesi come Bank of China e la città di Qingdao. Infine, un MoU di notevole successo è stato quello siglato tra l&#8217;agenzia di stampa italiana Ansa e la sua controparte cinese Xinhua. Nonostante il rapporto preceda anch’esso la firma del MoU del 2019, solo dopo marzo dello stesso anno, sono state inserite all’interno del sito dell&#8217;Ansa le notizie di Xinhua tradotte in italiano ed etichettate come Xinhua News. Come emerge dall’analisi, dunque la maggior parte di questi accordi è il risultato di collaborazioni precedenti il 2019 e che di conseguenza avrebbero interessato l’Italia anche senza la sua adesione alla BRI, con alcune eccezioni. Inoltre, se la BRI viene analizzata unicamente come un progetto di connettività e infrastrutture, solo un paio di esempi riportati può essere ricondotto a essa. A tal proposito, si può affermare che la firma di accordi paralleli al MoU e riguardanti altri settori di interesse, sia legata al reale significato che la BRI assume per la Cina e per l’Italia: essa rappresenta il risultato della strategia onnicomprensiva cinese volta a identificare la relazione tra un paese &#8211; l’Italia &#8211; e la Cina stessa. Abbiamo assistito a una manifestazione di tale intento anche in piena emergenza sanitaria, con l’avvio della “diplomazia delle mascherine” da parte della Cina nei confronti dell’Italia. La BRI ha così assunto un valore più politico – simbolico che economico posto che sono stati pochi i risultati che essa finora ha portato al settore marittimo-infrastrutturale italiano.</p>
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		<title>Le ragioni del colpo di stato in Myanmar</title>
		<link>https://www.mondodem.it/2361/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Cecilia Brighi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 Feb 2021 15:05:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Asia-Pacifico]]></category>
		<category><![CDATA[Macroaree]]></category>
		<category><![CDATA[Birmania]]></category>
		<category><![CDATA[Colpo di stato]]></category>
		<category><![CDATA[Myanmar]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il gravissimo colpo di stato inscenato dai militari birmani non arriva come un fulmine a ciel sereno. Anzi.&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Il gravissimo <strong>colpo di stato </strong>inscenato dai militari birmani non arriva come un fulmine a ciel sereno. Anzi. Era stato preannunciato dal portavoce dell’esercito e poi smentito dal comandante in capo delle forze armate, ma nessuno ha mai seriamente pensato che le minacce iniziali fossero frutto di un mero travisamento. È stata una <strong>scelta pianificata</strong>, e non perché i militari ritengano sul serio che vi siano stati <strong>8.6 milioni di brogli elettorali</strong>, ma perché nelle recenti elezioni politiche l’USDP, il partito costola dei militari, ha ottenuto solo briciole, suscitando nei militari la forte preoccupazione che la costituzione da loro imposta con la forza nel 2008 possa essere in futuro radicalmente riformata. </p>



<p>Già ora gli accordi siglati in modo triangolare (militari, Lega Nazionale per la Democrazia o NLD e gruppi etnici) nell’ultima<strong> Conferenza di Panglong</strong>, nel contesto dei negoziati di pace in corso, prevedono di fatto di cambiare pezzi della costituzione, senza neanche passare per una formale riforma. In primis, la questione del federalismo su cui si è raggiunto un accordo.</p>



<p>Su tutte le altre questioni chiave, dalla politica economica, finanziaria e commerciale, agli accordi internazionali, il nuovo parlamento <strong>composto per l’83% da parlamentari dell’NLD</strong> non avrebbe neanche avuto bisogno del sostegno del partito dei militari, per approvare leggi e riforme. Questo è uno dei reali motivi per i quali <strong>Min Aung Hlaing</strong>, comandante in capo delle forze armate, ha architettato il colpo di stato.</p>



<p>Molti si sono chiesti infatti il senso di questo golpe, immediatamente condannato dalle istituzioni internazionali e da quasi tutte le capitali, ad eccezione di pochissimi paesi asiatici (Singapore, Filippine e Tailandia), che per proteggere le violazioni dello stato di diritto a casa loro, hanno ribadito il principio di non interferenza nelle crisi altrui. Significativo poi il <strong>laconico comunicato di Pechino</strong>.</p>



<h5 id="troppi-sono-gli-interessi-in-gioco-per-i-militari-in-primis-i-rapporti-con-russia-e-cina" class="wp-block-heading">Troppi sono gli interessi in gioco per i militari. In primis i <strong>rapporti con Russia e Cina</strong></h5>



<p>Mosca e Pechino, dai tempi della dittatura militare hanno difeso a spada tratta la giunta militare, sia al <strong>Consiglio di Sicurezza ONU</strong> che negli altri consessi internazionali dove la dittatura veniva posta sotto accusa. Il 25 gennaio scorso, appena sette giorni fa, il ministro della difesa russo è stato ricevuto con tutti gli onori a <strong>Naypidaw</strong>. Con lui una folta delegazione militare. Il Ministro, pupillo di Putin ha firmato accordi per la fornitura di sistemi missilistici terra- aria, di droni di sorveglianza e apparecchiature radar alla Birmania, nel 2014 suo quinto maggior importatore di armamenti e aerei.</p>



<p><em>&#8220;Proprio come un amico fedele, la Russia ha sempre sostenuto il Myanmar nei momenti difficili, soprattutto negli ultimi quattro anni&#8221;</em>, ha dichiarato il <strong>Generale Min Aung Hlaing </strong>ai media russi. Ma anche la Cina non scherza.</p>



<p>La visita del Presidente cinese <strong>Xi</strong> in Birmania, a gennaio 2020, aveva riacceso le aspettative del Paese di mezzo per la soluzione di questioni in sospeso, come la costruzione della mega diga di Myitsone, i cui lavori erano stati bloccati dal governo di <strong>Thein Sein</strong> a causa delle tensioni con gli abitanti dell’area, o come il plurimiliardario<strong> China Myanmar Economic Corridor</strong>, nel quadro dei progetti strategici della famosa “One Belt one Road”, molti dei quali ora fermi a causa dei conflitti etnici ma anche messi a rischio dalle norme di valutazione di impatto sociale e ambientale, da quelle sulla trasparenza e dall’impegno del governo di <strong>Aung San Suu Kyi </strong>per la lotta alla corruzione nel sistema pubblico e privato. La Lady infatti sembra non essere molto amata a Pechino, proprio per aver cercato di introdurre regole per la sostenibilità degli investimenti esteri nel suo paese. Una strategia che rischiava di imbrigliare le politiche cinesi nel paese delle pagode. Senza parlare del pericolo di un eventuale effettivo accordo di pace globale che determinerebbe il controllo dei governi degli stati etnici sui grandi progetti e sulla distribuzione degli utili derivanti da tali investimenti.</p>



<p>La <strong>Birmania </strong>occupa una posizione geografica unica nella Belt and Road Initiative. È un paese cuscinetto, all&#8217;incrocio tra l&#8217;Asia meridionale e l&#8217;Asia sud-orientale, e tra l&#8217;Oceano Indiano e la provincia cinese dello Yunnan, senza sbocco al mare. Da un punto di vista strategico per la Cina, è quindi uno dei <strong>due punti di accesso diretto</strong> all&#8217;Oceano Indiano.</p>



<p>Così, anche in caso di una proposta di risoluzione di condanna del colpo di stato da parte del Consiglio di Sicurezza ONU, Mosca e Pechino rappresenterebbero per i militari due <strong>grandi alleati</strong>. Consci che il mondo è pieno di conflitti, che i grandi paesi “che contano” sono stati travolti dalle gravissime conseguenze del Covid-19, e contando sulle amicizie storiche, i militari si sono sentiti abbastanza sicuri da rischiare un colpo di Stato. E se qualcuno dovesse adottare delle sanzioni economiche, i generali birmani dormirebbero sonni tranquilli, sapendo, come è successo con le <strong>sanzioni adottate</strong> dopo la <strong>rivoluzione zafferano</strong>, che nessuno, neanche a Bruxelles, ha mai controllato seriamente la loro applicazione.</p>



<p>Così fra un anno, quando, secondo gli annunci dei militari si dovrebbero tenere le elezioni, i Generali sarebbero ancora <strong>saldamente al potere</strong>, senza doversi curare troppo degli effetti drammatici delle loro scelte sul popolo birmano.</p>
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		<title>Cina e Stati Uniti: quale ruolo per l’Italia tra due giganti in competizione?</title>
		<link>https://www.mondodem.it/2104/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Ilaria Tassari]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Jun 2020 15:36:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Asia-Pacifico]]></category>
		<category><![CDATA[Cina]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’ondata di Covid-19 non ha risparmiato nessuno Stato dal punto vista sanitario, economico, sociale, ma anche e soprattutto&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap"><strong>L’ondata di Covid-19 non ha risparmiato nessuno Stato dal punto vista sanitario, economico, sociale, ma anche e soprattutto dai riflettori politici</strong>: con inedita forza vediamo avanzare il disimpegno americano, così come vediamo la Cina anticipare alcune delle sue mosse attraverso quella che viene definita “la Via della seta sanitaria”. È in corso uno scontro tra le due superpotenze che si intensifica con il susseguirsi di contraccolpi su temi come la sicurezza nazionale, l’uguaglianza e la giustizia sociale, i diritti umani, il commercio e l’utilizzo di nuove tecnologie.</p>



<p>Grazie alla “Nuova via della seta” Pechino ha avviato un progetto con il quale porta avanti un impegno primariamente economico, ma con importanti implicazioni a livello politico-diplomatico, le cui dimensioni sono senza precedenti nella storia moderna. In questo contesto potrebbe rivelarsi opportuno comprendere e presentare, al di là dei benefici a breve termine, quale ruolo potrebbe ritagliarsi l’Italia sullo scacchiere geopolitico. <strong></strong></p>



<p>L’Italia, sul piano diplomatico, fatica a delineare una visione d’insieme ed una strategia coerente. La posizione di alleato storico degli Stati Uniti, unita all’interesse di stringere comunque <a href="https://www.mondodem.it/osservatori/i-rapporti-cina-italia-ai-tempi-del-coronavirus-solidarieta-o-interesse-geoeconomico/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">relazioni strategiche funzionali</a> con la Repubblica Popolare Cinese, rendono difficile assumere una postura correttamente calibrata. Tuttavia, e sebbene sia altamente improbabile qualsiasi possibilità di acquisire una posizione <em>inter pares</em>, non sarebbe irrealistico immaginare una nuova risolutezza diplomatica italiana, affiancata da obiettivi economici, ma non economicistici [1]. Apparendo inevitabile una presa di posizione nel lungo periodo, l’Italia dovrebbe anticipare la mobilitazione del corpo diplomatico, delle organizzazioni responsabili della mediazione culturale, e avviare una consultazione tra i partiti di maggioranza e l’opposizione, per concepire e realizzare una strategia meno ambigua e più compatta dell&#8217;attuale.</p>



<p>Considerata la posizione di relativa debolezza dell&#8217;Italia, il punto di partenza dovrebbe essere quello di evitare di porsi in situazioni di <em>impasse </em>e di subire ritorsioni, a livello diplomatico che a livello economico. A tale scopo, per inciso, appare utile <strong>sviluppare ulteriormente la normativa che regolamenta i poteri di intervento del Governo sulle acquisizioni di assetti strategici italiani (c.d. Golden Power</strong>) in settori quali l’energia, i trasporti, le comunicazioni, le banche, gli istituti finanziari e, dal 2019 [2], le modalità di intervento statale per il monitoraggio dei contratti di fornitura di tecnologia 5G. Il sistema Italia potrà in futuro trarre beneficio dal continuo miglioramento di un modello di gestione virtuoso ed equilibrato che protegga gli asset nazionali, ma che al tempo stesso non comprometta la presenza di investimenti stranieri. È ipotizzabile una crescente e ambiziosa estensione del raggio d’azione della suddetta normativa, accompagnata però&nbsp; da una contestuale maturazione dell&#8217;intero sistema che garantisca una applicazione efficace, rapida ed equilibrata della normativa. In particolar modo il maggior coinvolgimento di esperti dei settori specifici potrebbe garantire maggiore resilienza e capacità di mitigare i rischi riscontrabili nello scambio di informazioni e nella collaborazione sulla ricerca scientifica.</p>



<p>Altro elemento, tra virgolette, “metodologico&#8221; di non poca rilevanza è la necessità di <strong>impostare i rapporti sulla base del rispetto reciproco e di un sano realismo</strong>, evitando quindi strappi e decisioni unilaterali che rischino di guadagnare punti da un lato vanificando, dall&#8217;altro, tutti gli sforzi compiuti fino a quel momento. Di fatto l&#8217;Italia può avvalersi di entrambi i partner per soddisfare i propri interessi, a patto di non accettare accordi che potrebbero compromettere la reciprocità delle relazioni con entrambi o gettare incertezza sulla sicurezza nazionale e sulla stabilità della politica interna, di tutte le parti. Per quanto riguarda la sicurezza va detto che, se un dialogo è sempre auspicabile, vi sono questioni relative alla sicurezza interna di USA e Cina, nelle quali l’Italia da sola non può intervenire – diverso sarebbe il caso, ovviamente, di una linea europea che sarebbe auspicabile Roma concorra a definire con ruolo da protagonista.</p>



<p>In ogni caso su diversi temi è possibile e costruttivo avviare nuovi progetti di<strong> collaborazione congiunta</strong> per favorire un dibattito sulle condizioni del clima, per tutelare la salute e la sicurezza dei cittadini, sensibilizzare in materia di privacy e trasparenza, o ancora moderare collaborazioni in ambito tecnico-scientifico.</p>



<p>Se concepita con questa accezione, una mediazione, coadiuvata dagli scambi diplomatici, appare oltremodo efficace, ma a condizione che ci sia coerenza e continuità nel perseguirla. Finché il dibattito politico vedrà frizioni interne tra partiti, la politica estera subirà l’influenza dell’una o dell’altra parte. È opportuno che la classe politica nel suo insieme dedichi tempo, energie e risorse disponibili affinché l’Italia non assuma una postura volubile di fronte alla Cina come agli Stati Uniti.</p>



<hr class="wp-block-separator"/>



[1] <a href="https://www.limesonline.com/cartaceo/la-temporanea-illusione-delleconomicismo">https://www.limesonline.com/cartaceo/la-temporanea-illusione-delleconomicismo</a></p>



[2] Art. 1-bis introdotto nel decreto-legge n. 21 del 2012 con il decreto-legge n. 22 del 25 marzo 2019 (convertito, con modificazioni, dalla legge n. 41 del 20 maggio 2019). <a href="http://www.governo.it/it/dipartimenti/dip-il-coordinamento-amministrativo/dica-att-goldenpower/9296">http://www.governo.it/it/dipartimenti/dip-il-coordinamento-amministrativo/dica-att-goldenpower/9296</a></p>
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		<title>Coronavirus, da crisi sanitaria ad un nuovo 2008. La Cina come modello?</title>
		<link>https://www.mondodem.it/1938/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Mauro Dellisanti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Apr 2020 08:29:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Asia-Pacifico]]></category>
		<category><![CDATA[Covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[Cina]]></category>
		<category><![CDATA[Coronavirus]]></category>
		<category><![CDATA[COVID-19]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In questo momento critico tutti i paesi sono, giustamente, concentrati a limitare il contagio in modi più o&#8230;</p>
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<p class="has-drop-cap">In questo momento critico tutti i paesi sono, giustamente, concentrati a limitare il contagio in modi più o meno condivisibili: dalle misure estreme prese dal governo cinese, gradualmente allentate, a quelle “simil-cinesi” dell’Italia, fino a quelle inizialmente molto blande, poi rettificate, del Regno Unito. Ogni paese, come ovvio che sia, ha le sue specificità, il suo sistema e la sua cultura che ne direzionano la politica, tuttavia la risposta, dopo iniziali tentennamenti, è stata la stessa: <strong>limitare i contatti sociali</strong>. È chiaro che il COVID-19 segna un punto critico, una variabile che qualcuno ha definito “cigno nero”. Dall’inizio del 2020, è cambiato il corso dell’economia e <a href="https://www.mondodem.it/regioni/europa/lunione-europea-e-lemergenza-sociale/">delle nostre vite</a>, e così sarà per un periodo di cui non si annuncia breve. </p>



<p>Possiamo sfortunatamente attenderci una crisi economica peggiore del 2008 data dall’interruzione brusca della creazione di ricchezza, cioè di tutti quei movimenti che formano il valore aggiunto delle cose che ci circondano: una catena del valore spezzata, dalle materie prime che non si trasformano in prodotti finiti, fino alle ramificazioni nel settore terziario. Per sostenere l’economia italiana vanno sicuramente nella direzione giusta, nonostante gli intoppi, i parziali ristori erogati dall’INPS, così come la cassa integrazione per i lavoratori costretti a casa. Così come vanno nella direzione giusta le misure finora adottate dall’UE. Ciononostante, l’unico modo per evitare un vero collasso è quello di guadagnare credibilità agli occhi dei cittadini italiani e stranieri, che investono nei titoli di stato e nelle nostre aziende, <strong>progettando da subito un piano credibile di adattamento dell’economia ad un distanziamento sociale prolungato</strong>. Ciò non significa riaprire tutto oggi, ma sfruttare il tempo a disposizione fino al 3 maggio per progettare le regole e piani di risposta a seconda dell’evoluzione del contagio per i mesi a venire. </p>



<h5 id="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-549616c0" class="wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading wp-block-themeisle-blocks-advanced-heading-549616c0"><span id="coronavirus-la-cina-e-litalia-a-confronto">Coronavirus: la Cina e l&#8217;Italia a confronto</span></h5>



<p>Guardando alla Cina, la situazione attuale in Italia rispecchia ciò che è avvenuto nel paese di mezzo tra gennaio e febbraio: <strong>lockdown totale</strong> e interazioni vicine allo zero, con restrizioni ancora più stringenti nell’Hubei, epicentro del contagio, e nelle regioni confinanti. In questa situazione sono stati incoraggiati lo smart working, la distribuzione di pasti e la spesa con applicazioni di <strong>home delivery e pagamenti online</strong>, già rodate e conosciute dalla popolazione, che si è facilmente adeguata a rimanere a casa per giorni senza dover uscire nemmeno per andare al supermercato. Per quanto riguarda le attività produttive, queste avevano potuto richiedere la riapertura tra il 10 e il 17 febbraio al governo locale, che ne avrebbero autorizzato il ripristino delle attività a seconda delle circostanze e soprattutto tenendo conto della disponibilità delle aziende a fornire ai lavoratori i <strong>dispositivi di protezione individuale</strong>: guanti, mascherine, disinfettanti con scorte per almeno tre giorni. Allo stesso tempo, le autorità hanno imposto un tassativo divieto di assembramenti, il controllo continuo di temperatura, e l’allontanamento, la quarantena, e i test per i lavoratori a rischio. Le aziende hanno anche beneficiato di <strong>dilazione e rinvio del pagamento delle imposte</strong>, con un incoraggiamento da parte del governo alla concessione di linee di credito, facilitato dalle banche di proprietà statale. </p>



<p>Al 16 aprile 2020, le misure di distanziamento sociale sembrano aver funzionato, in combinazione con il <strong>tracciamento dei movimenti dei cittadini</strong> tramite i cellulari, tutt’ora in vigore. Il tracciamento avviene attraverso<a href="https://intl.alipay.com/"> Alipay</a>, una app cinese per i pagamenti, che include anche un codice QR verde, giallo o rosso a seconda del rischio. Tra le misure precauzionali ancora valide rientrano controlli di temperatura nelle zone sensibili, soprattutto le stazioni della metropolitana, quarantene dedicate in strutture alberghiere per viaggiatori rientrati dall’estero, e l’obbligatorietà di indossare la mascherina nei luoghi pubblici. L’insieme delle misure pare funzionare tanto che, ad esempio, le autorità cittadine di Shanghai hanno annunciato che entro fine aprile alcune classi torneranno a scuola, e che un graduale rientro sarà portato avanti entro maggio. </p>



<p>Certamente l’esempio cinese non può essere traslato in Italia. Tuttavia, è necessario riaprire il mercato e far organizzare gli imprenditori che vorranno soddisfare i bisogni della popolazione, con tutte le precauzioni di sicurezza necessarie. Allo stesso tempo, il governo dovrà portare avanti continui controlli e spingere le banche a fare credito. Alcune soluzioni cinesi da cui magari prendere spunto potrebbero riguardare il sistema di <strong>consegne a domicilio ed i pagamenti online</strong>, ancora insufficienti nel nostro paese. I tracciamenti via telefono, sebbene in discussione, sembrano ancora di difficile attuazione a causa delle normative sulla privacy e sul trattamento dei dati personali. Questa situazione durerà per i mesi a venire. Di conseguenza, la pianificazione, la corretta comunicazione di tutti gli scenari possibili e l’imposizione di regole chiare, possibilmente uniti ad un <strong>processo di sburocratizzazione</strong>, potrebbero essere la chiave per resistere nell’attesa della soluzione definitiva data da un vaccino. Sarà necessario e doveroso aumentare il debito pubblico nella transizione, cioè chiedere agli investitori e risparmiatori italiani e stranieri di fidarsi di noi: ma potremo farlo solo se li convinceremo, grazie a serie misure sostenibili nel medio periodo, che tra qualche tempo rivedranno i loro soldi e avranno fatto bene a scommettere su di noi.</p>
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