Di Giuseppe Palazzo*

Il vicepresidente della Camera Luigi Di Maio, candidato premier del Movimento 5 Stelle (M5S) alle prossime elezioni politiche, ha tenuto un intervento presso il Link Campus University il 6 febbraio scorso. In tale occasione ha menzionato il programma del suo partito sull’energia.

L’obiettivo generale è che i consumi energetici italiani siano soddisfatti al 100% da rinnovabili nel 2050. Dice che il progetto non deve “fossilizzarsi sulle tecnologie” in quanto queste si evolvono “alla velocità della luce” e fa l’esempio di come anni fa si parlava dell’uso di gas nei trasporti e da poco Tesla ha mostrato il progetto del suo camion elettrico.

Per quanto possa sembrare lontano il 2050 e nonostante Di Maio rassicuri sulla fattibilità dei tempi (“non diciamo ‘il giorno dopo passiamo alle rinnovabili’”), l’obiettivo non è ambizioso, è irrealistico.

A livello globale, secondo il professore Alberto Clô, direttore della rivista Energia, nel 2040, anche se fosse rispettato l’accordo di Parigi, le fonti fossili varranno per il 74% dei consumi mentre le rinnovabili per meno del 20% e le nuove rinnovabili (solare ed eolico) per meno di un ventesimo. Nei dieci anni successivi difficilmente ci sarà un’accelerazione della transizione energetica. Tuttavia di previsioni ce ne sono di diverse. Dati IEA del 2014 sono più ottimisti, stimando che nel 2035 le fonti fossili peseranno “solo” per il 65%. E bisogna considerare che diverse stime vedono le rinnovabili primeggiare nella nuova capacità di generazione energetica che verrà installata negli anni a venire. Secondo dati IEA del 2017 il 40% della nuova capacità da oggi al 2040 userà le rinnovabili.

A che punto è l’Italia?

Nonostante vi siano opinioni diverse e numeri positivi per le rinnovabili, che l’Italia possa rinunciare del tutto alle fonti fossili entro il 2050 è impossibile. Vero che il Paese si è impoverito nell’ultimo decennio e l’aumento dei consumi energetici caratterizzerà soprattutto Cina e altri Stati non OECD, ma che l’Italia possa costituire un’eccezione così straordinaria è uno scenario estremo.

Nel 2015 l’Italia aveva già superato l’impegno preso per il pacchetto UE 20-20-20 con una percentuale delle rinnovabili su tutti i consumi energetici del 17,5%. La tendenza al 2030 vede questa percentuale raggiungere il 22% (che la Strategia Energetica Nazionale 2017 pianifica di portare al 28%). Nei prossimi 12 anni si parla quindi del 22-28% e il M5S pensa si possa conseguire un ulteriore 72-78% nei successivi 20 anni. Difficile da immaginare. Anche perché i consumi energetici non sono tutti uguali. Nel 2015 in Italia, secondo l’Eurostat, il 21% dei consumi finali era nell’elettrico, il 45% nel riscaldamento e il 34% nei trasporti.

Se nell’elettrico le rinnovabili diventano sempre più competitive non è così nelle altre due voci. Nel riscaldamento in Italia esse pesano per il 19,2% e nei trasporti per il 6,4% (dati 2015 presi dalla SEN). Per quanto riguarda i trasporti, i biocarburanti non competono con i carburanti fossili in termini di rendimento e sono caratterizzati da un poco invitante trade-off tra l’energia che serve per produrli e quella che loro contengono, oltre che dal trade-off tra l’uso della terra per produrli e l’uso per agricoltura o allevamento. L’auto elettrica potrebbe rappresentare un successo significativo ma bisogna stare a vedere. Insomma, non ci sono i presupposti per raggiungere il 100% di consumi da rinnovabili nel 2050 (se mai sarà possibile).

Le tecnologie: parliamone

Poi non è chiaro cosa intenda Di Maio quando dice che non bisogna “fossilizzarsi sulle tecnologie”. Vero che queste cambiano e non è facile fare previsioni su di esse, ma su cosa si basano solitamente le stime sui consumi e sulle fonti di energia usate nel futuro se non su ipotesi riguardo l’andamento dell’economia e lo stato della tecnologia? Quali ipotesi stanno alla base del programma energetico del M5S?

Di tecnologia bisogna parlare invece. Nonostante le rinnovabili e le batterie per immagazzinare l’elettricità (necessarie per le intermittenze di sole e vento) abbiano margini di innovazione interessanti, il professor Clô denuncia la mancanza di investimenti in ricerca e sviluppo in Occidente. Solo nuove innovazioni consentiranno alle rinnovabili di superare i loro limiti attuali rispetto alle fonti fossili, ovvero: l’intermittenza non programmabile; la minore densità energetica, per cui ci vuole una certa superficie coperta di pannelli solari o pale eoliche per produrre un tot di energia; e la distanza tra aree di generazione e di consumo. I miglioramenti conseguiti non bastano ancora.

Inoltre un uso così radicato delle rinnovabili ha come presupposto che la rete elettrica nazionale sia ammodernata attraverso integrazioni con Information and Communication Technology (cd. smart grid) per efficientare i processi e gestire la rete avendo previsioni puntuali e dati in tempo reale sulla produzione (non programmabile per le rinnovabili, dipendendo dal vento e dal sole) e sui consumi. Infatti la produzione deve eguagliare la domanda in ogni momento. Anche per la diffusione dell’auto elettrica serve un investimento in un’infrastruttura fatta di punti di ricarica diffusi e che funzionino in tempi ragionevoli. Le tecnologie non si evolvono “alla velocità della luce”, ci sono investimenti e tempistiche per il loro sviluppo. E servono altri investimenti e tempi per la loro diffusione e perché esse sostituiscano le più vecchie e radicate.

Tutte cose che il programma 5S non affronta o menziona appena. Si ha l’impressione che gli autori colmino la distanza tra lo stato attuale e il desiderato 100% con parole generiche quali “incentivi alle rinnovabili”, “sviluppo tecnologico”, “disincentivo degli sprechi e dell’inquinamento”.

Le coperture economiche

Non figura nemmeno un euro di costi stimati. Nel programma si parla del fatto che le fonti fossili ottengono incentivi statali che andrebbero aboliti recuperando così dei soldi. Su questo punto concorda Legambiente, secondo la quale i Paesi del G7 spendono quattro volte di più nei sussidi per le fonti fossili che per le rinnovabili. Il tema però non è semplice e andrebbe approfondito, anche perché è normale che gli Stati investano in infrastrutture ritenute essenziali, come quelle energetiche. Tuttavia non si può semplicemente togliere questi investimenti dalle fossili e portarli sulle rinnovabili, bisogna dire come.

Gli incentivi alle rinnovabili come sono stati fatti finora pesano quasi un terzo nella bolletta nell’UE e avvantaggiano soprattutto le famiglie più benestanti: queste installano pannelli solari incentivati e usano così meno la rete pagando meno bolletta. Gli incentivi non incoraggiano l’efficienza (non tutte le rinnovabili sono egualmente produttive in tutte le zone di un Paese) e in alcuni casi sono stati accompagnati dall’uso di economico carbone per non alzare troppo la bolletta (succede in Germania). Quindi questi sussidi sono a doppio taglio.

Il M5S sottolinea che i costi delle esternalità negative dell’uso delle fonti fossili (inquinamento, malattie, cambiamenti climatici) non sono mai considerati nei calcoli di costi e benefici e invece dovrebbero essere fatti pagare dal sistema energetico. Si tratterebbe di un’altra fonte di risorse, ma come far pagare queste esternalità? Il M5S vuole “indirizzare le scelte di famiglie e imprese” facendo ricadere questi costi sulla bolletta. Un’idea strana per un partito che vuole attaccare i “poteri forti”.

Infine si considera il gas come la fonte adatta a sostenere la transizione per via delle sue emissioni, minori rispetto alle altre fonti fossili, e per via del suo prezzo basso. Per ora vi è un’offerta eccessiva di gas nel mondo che tiene basso il prezzo (dati IEA 2017), ma fino al 2050 le cose possono cambiare. L’uso di gas a basso prezzo è visto dal M5S come un altro modo per alleviare i costi della transizione (ma quindi sono a favore o contro il TAP?).

Ad ogni modo, quanto costa l’implementazione delle misure programmatiche? Si riuscirebbe a coprire i costi? Nel programma non v’è menzione!

Infine i 5S sostengono che il 100% di rinnovabili darà al Paese l’indipendenza energetica, ovvero l’indipendenza da importazioni di energia. Allo stesso tempo si importerà elettricità dai Paesi vicini per gestire le intermittenze di solare ed eolico. Allora non saremo indipendenti energeticamente! Delle due l’una. Anche perché per costruire pannelli solari e pale eoliche servono materiali rari (litio, gallio, neodimio, silicio, ecc.) le cui riserve sono per la stragrande maggioranza controllate dalla Cina, cosa omessa dal programma.

Non mi si fraintenda, ritengo che le rinnovabili siano indispensabili, senza di esse non si può costruire un futuro. Ma i programmi e le politiche vanno definiti in modo pragmatico. Certo, questo è un “programma parziale”, ma l’approccio non è dei migliori.

*Giuseppe Palazzo è MSc in Global Energy and Climate Policy presso SOAS University of London e studente di Energy Management presso il MIP Politecnico di Milano

Fonti

Clô Alberto, “Energia e clima. L’altra faccia della medaglia”, il Mulino, 2017

Eurostat, Bilancio energetico nazionale 2015

IEA, World Energy Outlook 2017

IEA, Gas 2017 – Analysis and forecasts to 2022

IEA, World Energy Outlook 2014

Ministero dello Sviluppo Economico, Ministero dell’Ambiente e della tutela del Territorio e del Mare, Strategia Energetica Nazionale 2017


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