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	<title>Riccarda Lopetuso, Autore presso MondoDem</title>
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	<description>Laboratorio di Politica Internazionale</description>
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	<title>Riccarda Lopetuso, Autore presso MondoDem</title>
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		<title>Il Piano Draghi e la sfida delle competenze, tra sostegno alla formazione e protezione dei lavoratori &#8211; Appunti sul Rapporto Draghi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Riccarda Lopetuso]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 20 Jun 2025 08:03:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[draghi]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
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		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Questo articolo fa parte di una serie di approfondimenti tematici promossi da MondoDem sul “Rapporto Draghi” sul futuro della competitività&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/673490/">Il Piano Draghi e la sfida delle competenze, tra sostegno alla formazione e protezione dei lavoratori &#8211; Appunti sul Rapporto Draghi</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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<p><em>Questo articolo fa parte di una serie di approfondimenti tematici promossi da MondoDem sul <strong>“Rapporto Draghi” sul futuro della competitività europea</strong>. Crediamo che, per affrontare davvero le sfide delineate nel Rapporto, sia necessario declinare le sue proposte in chiave progressista, tenendo insieme innovazione, giustizia sociale e sostenibilità. Per questo abbiamo scelto di analizzare alcuni dei nodi principali emersi dal lavoro di Draghi, offrendo spunti e proposte utili al dibattito pubblico e all’elaborazione politica di chi vuole costruire un’Europa più equa, innovativa e democratica.</em></p>



<p>L’Europa ha davanti a sé sfide complesse legate all’invecchiamento della popolazione e conseguente diminuzione della forza lavoro, alla carenza di professionalità legate alla transizione digitale e alla rivoluzione legata all’AI.</p>



<p>Il cambiamento strutturale del mercato del lavoro &#8211; con l’aumento dei lavoratori inquadrati nella Gig economy e la perdita di alcuni posti di lavoro connessi alla transizione ecologica e all’AI &#8211;&nbsp; pone un serio&nbsp; problema di protezione sociale e di garanzia dei diritti dei lavoratori.</p>



<p>È quanto emerge anche dal Rapporto Draghi sulla competitività europea che, concentrato in 5 punti chiave per l’Europa di domani, vede proprio al primo punto il tema relativo alle competenze e alla coesione.</p>



<p>Un tema &#8211; quello della competitività europea &#8211; posto al centro della seconda Commissione Vor Der Leyen e che necessità di riforme economiche e strutturali in seno all’architettura europea.</p>



<p>Per rilanciare l’economia europea l’ex presidente della BCE indica alcune soluzioni da implementare ed individua il divario di competenze tra UE, Usa&nbsp; e Cina come uno dei principali ostacoli all’aumento della competitività del vecchio continente in un contesto geopolitico complesso e frammentato.</p>



<p>Un’Europa che inoltre dovrà affrontare una pesante diminuzione della forza lavoro, destinata a ridursi di 2 milioni all’anno entro il 2040, a cui è da aggiungersi un aumento dei pensionati e un pesante deficit di competenze legate ai settori che trascineranno l’economia europea, la transizione green e lo sviluppo dell’intelligenza artificiale.</p>



<p>Già attualmente molte imprese non riescono a trovare professionalità adeguatamente formate a causa di sistemi scolastici, universitari e di formazione professionale che non hanno ancora aggiornato i loro piani didattici al fabbisogno di competenze, con il risultato paradossale di un elevatissima disoccupazione &#8211; specie per gli under 30 i cosiddetti NEET &#8211; e di una domanda di lavoro che non riesce ad essere colmata. Il risultato sono aziende europee che non trovano personale formato specie nei settori legati al green e digitale.</p>



<p>Problema atavico del mercato del lavoro europeo è la difficoltà di implementare adeguate politiche attive che siano efficienti nella riqualificazione dei lavoratori per garantire loro un futuro lavorativo anche dopo la perdita del loro posto di lavoro, rischio concreto soprattutto nei settori legati a AI.</p>



<p>Attualmente, come rileva il report Draghi, la coesione è sostanzialmente garantita da robusti sistemi sociali e sanitari che assicurano ai cittadini europei sanità gratuita, istruzione, protezione sociale in caso di malattia, disoccupazione e inabilità al lavoro.</p>



<p>Quali possono essere le soluzioni da proporre &#8211; specie dal punto di vista progressista e riformista &#8211; implementare le preziose raccomandazioni dell’ex premier Mario Draghi?</p>



<p>Compito di queste forze politiche è da sempre sostenere la crescita garantendo i diritti sociali, già assicurati agli europei dallo Stato sociale europeo.</p>



<p>Primariamente, occorre rafforzare la protezione e i diritti per tutti i lavoratori, su tutti gli impiegati nella&nbsp; gig economy (lavoratori delle piattaforme), un settore che nel 2025 impiegherà in tutta Europa 43 milioni di lavoratori. Di questo tema critico si è occupata la Direttiva sui lavoratori delle piattaforme, approvata dopo un percorso durato anni e pieno di ostacoli.</p>



<p>La direttiva prevede divieti all’uso dell’algoritmo nella scelta di curriculum e criteri stringenti che garantiscano diritti a questi lavoratori che a tutti gli effetti sono lavoratori subordinati ma che sono attualmente considerati autonomi.</p>



<p>Auspicabile è che tutti gli stati membri si impegnino a recepire questa direttiva in tempi rapidi e che i partiti delle famiglie politiche più vicine alla tutela dei diritti sociali si attivino per accelerare questo processo.</p>



<p>Altra raccomandazione auspicabile, tesa a garantire protezione ai lavoratori che potrebbero perdere il lavoro, nonché di sostegno alle finanze pubbliche, sarebbe quella di rendere strutturale Sure, lo strumento usato durante il periodo pandemico che ha garantito sostegno al reddito a dipendenti e lavoratori autonomi attraverso prestiti agevolati agli stati membri finanziati con il debito comune europeo.</p>



<p>Ma come già detto il problema che più di ogni altri attanaglierà l’economia europea sarà il deficit di competenze nel settore dell’AI, delle nuove tecnologie e nella transizione verde.</p>



<p>Servirà tempo per formare queste professionalità e il treno della competitività non può aspettare.</p>



<p>Primariamente sarebbe indicato reindirizzare, attraverso specifici programmi europei finanziati con i fondi della politica regionale,&nbsp; i disoccupati e i percettori di ammortizzatori sociali verso programmi formativi specifici e magari esportare anche nel resto d’Europa il sistema ITS italiano che garantisce percorsi altamente professionalizzanti ascoltando il fabbisogno specifico delle imprese. Fondamentale resta garantire la coesione sociale, rendendo agevole l’ingresso nel mondo del lavoro alle donne &#8211; specie nei territori a rischio esclusione &#8211; con adeguati strumenti di aiuto alle lavoratrici madri potenziando il welfare ed estendendo esempi virtuosi di welfare aziendale.</p>



<p>Una possibile soluzione potrebbe inoltre essere quella di allargare la platea di alcuni programmi europei quali la Youth Guarantee, estendendola ai maggiori di 30 anni e prevedendo programmi specifici per le donne maggiormente escluse dal mondo del lavoro, colmando quel gap culturale che vede le donne ancora poco inclini a scegliere materie connesse alle nuove tecnologie.</p>



<p>Un rilancio della competitività che tuttavia non deve registrare un aumento delle diseguaglianze. Per questo servirà garantire e irrobustire lo Stato sociale europeo e i sistemi di welfare.</p>



<p>Ruolo dei partiti progressisti delle famiglie europee sarà quello di vigilare su questo processo. Avendo come stella polare la tutela dei diritti sociali ma senza trascurare la crescita e il progresso economico.</p>
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		<title>Le elezioni in Argentina, fra populismo e crisi economica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Riccarda Lopetuso]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 Sep 2023 11:08:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[USA e Americhe]]></category>
		<category><![CDATA[Argentina]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni]]></category>
		<category><![CDATA[Kirchner]]></category>
		<category><![CDATA[Milei]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’affacciarsi dell’estrema destra, la crisi economica, l’invito a entrare nei Brics, l’allarme insicurezza. A poche settimane dalle elezioni&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/673356/">Le elezioni in Argentina, fra populismo e crisi economica</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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<p><em>L’affacciarsi dell’estrema destra, la crisi economica, l’invito a entrare nei Brics, l’allarme insicurezza. A poche settimane dalle elezioni di ottobre, per l’Argentina il futuro si tinge di incertezza.</em></p>



<p>I risultati del “Paso” del 13 agosto, una sorta di primaria a cui devono partecipare tutti i partiti per determinare le candidature alle elezioni, hanno consegnato uno scenario politico che vede in testa ai tre contendenti che si sfideranno alle presidenziali il candidato dell’estrema destra de La Libertad Avanza Javier Milei, da molti accostato per stile e idee a Trump e Bolsonaro. Seconda è arrivata l’ex ministro della sicurezza della coalizione di centro destra Juntos per El cambio Patricia Bullrich e terzo il ministro dell’economia Sergio Massa, esponente del peronismo. Saranno loro a giocarsi la Casa Rosada tra alcune settimane, dopo delle elezioni primarie mai cosi poco partecipate. Milei, candidato di estrema destra ultraliberista, ha accolto la vittoria in pieno stile populista: ha annunciato che – se dovesse diventare presidente &#8211; metterà fine alla casta rappresentata dai partiti tradizionali. L’allusione è al partito della dinastia Kirchner rappresentato dalla coalizione Union por la Patria&nbsp; e al centrodestra dell’ex presidente Macri.</p>



<p>Il successo di Milei alle primarie ha inevitabilmente destabilizzato e creato scompiglio in vista delle elezioni&nbsp; nei due principali schieramenti: i peronisti di governo e l’opposizione di centrodestra. L’aria più pesante si respira dalle parti di Union por la Patria. La coalizione peronista vede come candidato l’attuale ministro per l’economia Massa, ben visto dal Fondo monetario internazionale (Fmi) che appare come il vero sconfitto delle primarie. Per i peronisti eredi della dinastia politica Kirchner si tratta del peggior risultato della storia.</p>



<p>Ma l’Argentina deve davvero temere l’onda nera della destra nel paese in cui è nato il populismo? É difficile fare previsioni. Le elezioni sono altra cosa rispetto al Paso, peseranno i voti degli argentini che si sono astenuti alle primarie e le decisioni economiche che prenderà Massa, ministro dell’economia e candidato peronista.</p>



<p>Milei d’altra parte &nbsp;è sconosciuto, non ha appoggi politici ed economici, non&nbsp; ha partiti strutturati alle spalle e lobby dalla sua parte. Tuttavia con messaggi di estrema destra è riuscito a sfruttare il senso di sofferenza e la frustrazione che una parte del paese oppressa dalla crisi economica, aggravata dalla pandemia e successivamente dalla siccità che ha colpito il settore agricolo.</p>



<p>Nel suo programma di governo c’è poi spazio per la privatizzazione dei servizi pubblici, la cancellazione della Banca centrale, un taglio agli impiegati pubblici e la dollarizzazione della moneta. L’irruzione sulla scena politica argentina di Milei, un leader populista nella terra in cui ha avuto origine il populismo, ha provocato un vero e proprio tsunami nel paese, 40 anni dopo la fine della Dittatura e il ritorno della democrazia.</p>



<p>Dal 2001, dopo la gravissima crisi economica, hanno sempre governato i partiti usciti sconfitti dal candidato ultraliberista.&nbsp; Saranno, a prescindere da chi si insedierà alla Casa Rosada, elezioni che chiudono un ciclo per Buenos Aires e per il peronismo, anima politica del paese. Con esse cala definitivamente il sipario sul kirchnerismo che ha guidato l’Argentina per quasi due decenni con l’esclusione della legislatura di Macri, prima con Nestor Kircnher e poi Cristina Kirchner con i suoi due mandati, e infine l’attuale presidente Fernandez.</p>



<p>In questi anni il peronismo dei Kircnher, con le due politiche progressiste di isiprazione socialista, ha portato ad abbattere povertà e analfabetismo. Questi risultati sono stati però superati dalla nuova crisi economica che ha investito il Paese, perennemente dipendente dal Fmi e nuovamente a un passo dal default. In Argentina l’inflazione raggiunge il 115% e la povertà si attesta sul 43%. Gli effetti della svalutazione della moneta riduce il potere d’acquisto e getta sempre più argentini nella fame e nella povertà. &nbsp;Il Paese ha registrato la peggiore siccità degli ultimi 60 anni, con gravi ripercussioni sulle esportazioni di soia e mais.</p>



<p>È probabilmente per questo che Massa, ministro dell’economia e candidato peronista, ha scontato la sua posizione come membro del governo. Non a caso, all’indomani delle primarie Massa ha annunciato una serie di misure nell’ambito di un Programma di rafforzamento dell’attività economica e del reddito. Assieme all’economia, L’altro tema per la campagna elettorale che già scalda le piazze e divide i candidati è la proposta arrivata a Buenos Aires di entrare nei Brics a partire dal 1° gennaio 2024 insieme a Arabia Saudita, Egitto, Emirati Arabi Etiopia e Iran.</p>



<p>Il presidente in carica Fernandez ha accolto positivamente la proposta di ingresso nei Brics (sponsor di Buenos Aires è stato il presidente Lula), a differenza dell’opposizione di centrodestra, Massa incluso, che ha già annunciato la sua contrarietà. Ma sarà il futuro inquilino della Casa Rosada a prendere una decisione. </p>
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		<title>La terza volta di Lula e il Brasile che verrà</title>
		<link>https://www.mondodem.it/3064/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Riccarda Lopetuso]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Nov 2022 12:55:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[USA e Americhe]]></category>
		<category><![CDATA[Brasile]]></category>
		<category><![CDATA[Lula]]></category>
		<category><![CDATA[Sudamerica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La vittoria &#8211; pur se sul filo del rasoio e per meno di due punti percentuali &#8211; c’è&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">La vittoria &#8211; pur se sul filo del rasoio e per meno di due punti percentuali &#8211; c’è stata.</p>



<p>Il socialista Ignacio Lula ha vinto le presidenziali del 30 ottobre in <a href="https://www.mondodem.it/3054/">Brasile</a> e tornerà alla guida del paese sudamericano, per la terza volta e dopo aver scontato 19 mesi di carcere per un’accusa di corruzione poi caduta.</p>



<p>Sono state le elezioni più polarizzate e attese di sempre, non solo dai brasiliani.</p>



<p>Gli occhi del mondo erano fissati sull’Amazzonia e sulla diversa concezione che avevano i due sfidanti sul polmone verde della terra.</p>



<p>“Il Brasile è pronto per lottare contro la crisi climatica e per la deforestazione zero dell’Amazzonia. Il pianeta ha bisogno di un’Amazzonia viva: un albero in piedi vale più di tonnellate di legname estratto illegalmente”, ha dichiarato il presidente eletto poco dopo la chiusura dello spoglio.</p>



<p>Un testa a testa che ha tenuto i brasiliani col fiato sospeso conclusosi con i 50,9 % di Lula contro il 49,1 di Jair Bolsonaro, risultato che conferma nei fatti come il paese sia spaccato tra un nord povero e desideroso di rivincita sociale, e un centro ed un sud prospero che si sentiva protetto da Bolsonaro e le sue politiche sovraniste e liberiste. Con la potente lobby evangelica dalla parte del presidente uscente.</p>



<p>La vittoria di Lula- l’ex sindacalista 77 enne protagonista della sinistra sudamericana a partire dai primi anni 2000 con le sue politiche progressiste e di lotta alla fame e all’analfabetismo- è stata salutata da tutti i leader mondiali, da Biden a Putin, fino alle cancellerie europee.</p>



<p>Impossibile d’altronde, per la politica internazionale, non fare i conti con ciò che succede &#8211; a livello politico, economico, sociale e soprattutto ambientale – in Brasile e tra i suoi 215 milioni di abitanti.</p>



<p>Un paese grande quanto un continente, nonchè la democrazia più&nbsp; grande dell’America latina.</p>



<p>Il perdente Bolsonaro ha atteso tre giorni prima di parlare di Transizione &#8211; ma non di sconfitta -dando concretezza ai timori che serpeggiavano tra i brasiliani e gli osservatori internazionali sulla sua non accettazione della sconfitta e una transizione da gestire alla Trump.</p>



<p>In seguito alla dichiarazioni di Bolsonaro – che non ha ufficialmente ammesso la sconfitta- in molte città del Brasile i sostenitori più radicali dell’ex presidente sono scesi in strada per denunciare brogli elettorali (inesistenti) e per chiedere l’intervento dell’esercito affinché Lula non prenda i poteri.</p>



<p>Un golpe mascherato insomma quello chiesto dai sostenitori di Bolsonaro che, anche sulle proteste,&nbsp; continua nel suo atteggiamento ambiguo: in un video ha chiesto ai suoi sostenitori di liberare le autostrade ma non di accettare il risultato elettorale e la democrazia.</p>



<p>Lula intanto prepara il suo governo e spera in una transizione tranquilla fino al suo insediamento il 1 gennaio.</p>



<p>Nel suo programma, che il presidente eletto ha provato a rendere più moderato rispetto al passato, oltre alla lotta alle disuguaglianze e alla povertà, al primo posto c’è- come prevedibile- la protezione dell’Amazzonia, dopo le politiche di Bolsonaro che hanno violentato la foresta e favorito la deforestazione.</p>



<p>Quella dell’ex sindacalista, del “nove dita” come lo chiama il suo avversario Bolsonaro, è una storia di risurrezione, dopo il suo arresto in mondovisione e le accuse&nbsp; che lo hanno tenuto in carcere per quasi due anni.</p>



<p>Operario, sindacalista, fondatore del Partito dei lavoratori e infine presidente per due mandati.</p>



<p>Con lui milioni di&nbsp; brasiliani sono usciti dalla miseria, dall’analfabetismo e dalla fame.</p>



<p>Le sue politiche progressiste e di redistribuzione della ricchezza – emulate in altri paesi sudamericani- hanno portato il Brasile a vivere un vero e proprio boom economico a partire dal 2003.</p>



<p>Quella di Lula è una vittoria importantissima non solo per il gigante demografico, ma per tutto il Sud America, che- a partire dalla prima vittoria del presidente operaio nel 2003 – ha conosciuto la sua marea progressista.</p>



<p>E oggi, a distanza di quasi vent’anni dalla prima onda socialista, buona parte del Sudamerica è tornata a sinistra.</p>



<p>In Argentina governa Alberto Fernandez, peronista di sinistra, in Cile Gabriel Boric, in Bolivia Luis&nbsp; Arce , in Colombia Gustavo Petro e in Venezuela il controverso Nicolas Maduro.</p>



<p>Senza dimenticare il Messico e il Perù.</p>



<p>Ma come sempre una sinistra che deve fare i conti – in Brasile, in Argentina e in Bolivia- con un limite: l’assenza di nuove leadership.</p>



<p>Ad eccezione del Cile, dove governa il giovane Boric, volto nuovo e iconico della sinistra, i governi progressisti del sud America vedono al governo personaggi legati ai grandi leader del passato.</p>



<p>Dall’Argentina – dove la vice presidente e presidente di fatto del paese – è Cristina Kirchner, al Venezuela guidato dal delfino di Chavez fino al Brasile, dove a vincere è stato l’eterno Lula, iniziatore e simbolo della marea progressista sudamericana.</p>
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		<title>Verso il 2 ottobre: i giorni che cambieranno il Brasile</title>
		<link>https://www.mondodem.it/3054/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Riccarda Lopetuso]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 18 Sep 2022 09:51:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[USA e Americhe]]></category>
		<category><![CDATA[Bolsonaro]]></category>
		<category><![CDATA[Brasile]]></category>
		<category><![CDATA[Lula]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In Brasile si sta svolgendo la campagna elettorale più polarizzata di sempre, nonché la più importante della storia &#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/3054/">Verso il 2 ottobre: i giorni che cambieranno il Brasile</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>In Brasile si sta svolgendo la campagna elettorale più polarizzata di sempre, nonché la più importante della storia  brasiliana post dittatura. Una competizione che determinerà il destino del più grande paese del sud America, impoverito e piegato dalla pandemia e dalla pessima gestione del presidente in carica.</p>



<p>Manca meno di un mese alle elezioni presidenziali e politiche del 2 ottobre e la sfida tra Luis Inàcio Lula da Silva e il presidente uscente Jair Bolsonaro si fa sempre più spietata. In Brasile si vivono settimane ad alta tensione. Il clima nel paese è intriso di odio e nelle piazze dove si svolgono i comizi viene garantita estrema sicurezza, con i candidati che si spostano con giubbotti antiproiettile dopo diversi episodi di violenza.</p>



<p>I sondaggi danno favorito l’ex presidente Lula, esponente di sinistra in carica tra il 2003 e il 2010  tornato sulla scena politica dopo che l’accusa di corruzione nei suoi confronti – che gli è costata un anno e mezzo di carcere – è stata annullata. Il suo Partito dei lavoratori – Partito dos Trabalhadores- è dato per favorito alle elezioni legislative che rinnoveranno Camera, Senato e governatori statali.</p>



<p>Lula ha aperto la sua campagna elettorale in una fabbrica della Volkswagen, simbolo del suo passato operaio e sindacale. Il  suo principale sfidante è Jair Bolsonaro, presidente in carica, il Trump sudamericano, populista ed esponente dell’estrema destra che ha invece scelto la piazza dove fu pugnalato nel 2018, quasi a voler evidenziare il suo sacrificio per il paese che poteva costargli la vita.</p>



<p>Oltre ai due principali competitor corrono per le presidenziali altri candidati minori, ma la sfida è ormai polarizzata tra Lula e Bolsonaro. Fino a poche settimane fa la distanza tra i due nei sondaggi era molto ampia, con Lula dato molto avanti. Nelle ultime rilevazioni il presidente in carica ha ridotto la distanze, rendendo molto improbabile la vittoria di Lula al primo turno e rendendo necessario il ballottaggio.</p>



<p>Una parte di ritardo nei sondaggi Bolsonaro è riuscito a colmarlo grazie a una forzatura parlamentare, che gli ha permesso, con un emendamento alla Costituzione, di concedere sussidi ai brasiliani. Aumento dell’Auxilio brasil (sussidio ai disoccupati), bonus carburanti e taglio delle accise per calmierare i costi della benzina.</p>



<p>Provvedimenti che senza dubbio avranno un’influenza su parte dell’elettorato che si ritrova soldi in tasca, ma che d’altra parte peseranno sui conti dello stato. Se Bolsonaro rincorre la vittoria con i sussidi, Lula, largamente favorito per il suo terzo mandato presidenziale, punta alla lotta alla corruzione, dopo l’opaca l’inchiesta Lava Jato (autolavaggio), il terremoto giudiziario che gli è costato 580 giorni di carcere.</p>



<p>Pilastri del suo programma elettorale sono la lotta all’inflazione, la riforma del mercato del lavoro, difesa dell’ambiente e in particolare dell’Amazzonia ferita dalle politiche di Bolsonaro e nuovamente lotta alla fame, dopo che i suoi precedenti governi avevano ottenuto risultati importanti sulla lotta alla povertà. 150 milioni di brasiliani  saranno chiamati al voto per il rinnovo del Parlamento e l’elezione del presidente, in un paese che negli ultimi 6 anni ha conosciuto una serie di eventi traumatici e istituzionalmente devastanti per la democrazia brasiliana, come la destituzione dell’ex presidente Dilma Roussef, l’esclusione di Lula dalle elezioni del 2018 e l’arresto successivo dell’ex presidente, icona della sinistra mondiale.</p>



<p>Eventi che hanno permesso la rapida ascesa e la vittoria alle presidenziali di 4 anni fa dell’ex militare Bolsonaro. La sua presidenza sarà ricordata soprattutto per la distruzione della Foresta Amazzonica con l’appoggio alla deforestazione e all’invasione delle terre a discapito delle popolazioni indigene. Nonostante la patente di nemico dell’ambiente, Il Trump sudamericano negli ultimi mesi ha recuperato terreno sui sondaggi, avvicinandosi a Lula.</p>



<p>Uscito malissimo – nell’immagine pubblica interna e internazionale – dalla lotta alla pandemia che in Brasile ha causato 660 mila morti, Bolsonaro ha iniziato una campagna di comunicazione violenta e incentrata a colpire il suo avversario Lula, definendolo ex carcerato, aiutato dalla chiese evangeliche che in Brasile hanno un peso notevole. Evangelici, militari e proprietari terrieri restano il suo elettorato. Nonostante i tentativi di ribaltare i pronostici e di dipingere Lula come un nuovo Maduro, con il pericolo che il Brasile diventi un nuovo Venezuela con la vittoria della sinistra, Bolsonaro resta sfavorito, in un paese sempre più povero e diviso.</p>



<p>Sul risultato elettorale inoltre, aleggia ancora una volta lo spettro del Trumpismo. Bolsonaro – per uniformarsi all’ex presidente repubblicano – ha fatto intendere che potrebbe non accettare la sconfitta, adducendo, già prima delle elezioni, il rischio brogli con il sistema elettronico.</p>



<p>Un pericolo lontano quello della transizione post voto disordinata, considerando che a decidere delle controversie sulle elezioni è il TSE, Tribunale superiore elettorale, alla cui presidenza si è insediato il nemico giurato di Bolsonaro, il giudice Alexandre de Morales. Ma il timore dei brasiliani è che Bolsonaro, in caso di sconfitta, possa chiamare in suo appoggio i militari per agitare le acque e contestare la vittoria di Lula, mettendo in atto un colpo di stato con l’appoggio dei militari nostalgici della Dittatura.</p>



<p>Essere arrestato, ucciso o vincere. Queste sono le possibilità che Bolsonaro vede nel suo futuro, come da lui dichiarato tempo fa in un comizio. Le elezioni e la transizione verso il nuovo governo rappresentano a tutti gli effetti un test per il sistema democratico del paese.Quella brasiliana resta una campagna elettorale difficile e pericolosa, con episodi violenti e una profonda spaccatura nel paese tra i sostenitori di Lula e i seguaci di Bolsonaro. Un clima che riporta agli anni della Dittatura e che dimostra come in Brasile, al pari di altri paesi sudamericani, il passato dittatoriale e le ferite della democrazia non sono ancora del tutto rimarginate e che il passato spesso non passa.</p>
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		<title>Al via i negoziati di adesione per Albania e Nord Macedonia. L’Ue prova a superare l’Enlargment fatigue</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Riccarda Lopetuso]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 Jul 2022 15:58:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Albania]]></category>
		<category><![CDATA[Balcani]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un passo avanti, finalmente, sulla strada dell&#8217;integrazione dei Balcani occidentali E’ presto per affermare che l’Europa si sia&#8230;</p>
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<p>Un passo avanti, finalmente, sulla strada dell&#8217;integrazione dei Balcani occidentali</p>



<p>E’ presto per affermare che l’Europa si sia liberata di quell’Enlargment fatigue che l’affligge da più di un lustro, ma indubbiamente l’aver superato lo stallo che andava avanti da 3 anni è un progresso positivo da registrare per l’Ue e i suoi candidati.</p>



<p><br>Si è sbloccata, dopo un compromesso difficile e sofferto, la situazione di Macedonia del Nord e Albania per l&#8217;apertura dei negoziati di adesione, avviati il 19 luglio con la prima conferenza intergovernativa a cui hanno partecipato i premier albanese e nord macedone e Ursula Von Der Leyen. 3 anni di attese per Tirana e Skopje, 3 anni di promesse infrante e veti incrociati che hanno provocato frustrazione e delusione nelle leadership e nei cittadini ma che – al contempo- hanno cementificato il desiderio di integrazione nell’Ue da parte dei due candidati.</p>



<p>Con la prima conferenza intergovernativa svoltasi a Bruxelles, Albania e Nord Macedonia hanno ufficialmente avviato i negoziati di adesione, raggiungendo, nello status di candidati, Montenegro e Serbia che hanno avviato i negoziati nel 2012 e nel 2014.</p>



<p>Non sarà un percorso breve quello di Tirana e Skopje, ma l’avvio formale dei negoziati permette ai due candidati non solo di iniziare a uniformare i propri ordinamenti giuridici all’Aquis comunitario, ma anche di stringere partnership con l’Ue; l’Albania ad esempio entrando nel meccanismo di Protezione civile e la Macedonia del Nord nell’agenzia Frontex.</p>



<p>Soddisfazione unanime non solo da parte delle istituzioni comunitarie, ma anche dalle leadership dei due candidati, che si sono fortemente impegnate politicamente per raggiungere questo obiettivo. Per giungere all’avvio dei negoziati di adesione per i due candidati, prigionieri negli ultimi tre anni di veti bilaterali e della Enlargemet fatigue che ha impantanato il processo di allargamento dopo la mega adesione del 2004, è stata fondamentale la presidenza francese del Consiglio e la mediazione politica di Emanuel Macron.</p>



<p></p>



<p>A sbloccare la situazione, è stata la proposta del Presidente francese nella contesa tra Nord Macedonia e Bulgaria, che con il proprio veto in consiglio ha bloccato nell’ultimo anno l’avvio dei negoziati. La diatriba tra Bulgaria e Nord Macedonia riguarda la lingua macedone, che la Bulgaria considera una variante del bulgaro, e la memoria dell’eroe nazionale Goce Delcev, contesa da Bulgaria e Nord Macedonia.</p>



<p>Il compromesso avanzato dalla Francia al momento è stato approvato dai parlamenti di Skopje e Sofia e ha permesso di superare l’empasse sull’avvio dei negoziati, portando i due paesi alla firma di un Protocollo bilaterale.</p>



<p>Ma la proposta non è stata accolta del tutto favorevolmente dalla Macedonia del Nord, che si troverà costretta a modificare la propria costituzione e che e&#8217; spaccata in Parlamento e nell’opinione pubblica tra favorevoli e contrari al compromesso con Sofia.</p>



<p>Per il Nord Macedonia, peraltro, la strada verso l’Ue rappresenta una vera e propria scalata.</p>



<p>Iniziata dal 2005 con la richiesta di adesione, il paese ha già superato l’ostacolo con la Grecia sul nome, risolto con l’accordo di Prespa del 2018 e il cambio nome in Macedonia del nord.</p>



<p></p>



<p>Percorso incidentato e complesso che ha trascinato anche l’Albania, candidata dal 2014, il cui percorso verso l’adesione procede parallelo a quello della &nbsp;Macedonia del nord. Ragion per cui ogni veto e rallentamento a Skopje si è riflesso anche su Tirana.</p>



<p>Gli ultimi tre anni hanno registrato &nbsp;veti da Francia, Danimarca e Paesi bassi, spaventati da democrazie ancora fragili e dalla prospettiva di un Europa a 31.</p>



<p>I paesi candidati hanno tuttavia sempre potuto contare sul sostegno politico della Commissione – che preme per accelerare il processo di allargamento &#8211; e dell’Italia, vicina ai Balcani e in particolar modo alla vicina Albania, di cui è sponsor politico e forte sostenitore sulla strada dell’Ue.</p>



<p></p>



<p>Il primo passo è stato faticosamente fatto, ma è ancora presto per stabilire tempi e orizzonti certi sull’integrazione non solo di Albania e Macedonia del Nord, ma anche di Serbia e Montenegro, più avanti nel processo di adesione, con colloqui avviati e alcuni capitoli negoziali già chiusi.</p>



<p></p>



<p>La guerra di Putin ha inciso profondamente nel processo di allargamento, sulle condizioni di stabilità e sicurezza nella regione e sulla “Prospettiva europea” dei Balcani occidentali .</p>



<p>In particolare, Belgrado – che non ha applicato le sanzioni a Mosca- continua a destreggiarsi tra la voglia di adesione all’Ue e la vicinanza all’alleato russo.</p>



<p>Pesa per la Serbia anche la tensione mai calata con il Kosovo, i cui rapporti bilaterali sono ben lontani dall’essere normalizzati. Interessati alla regione, se l’Ue continuerà a trascurare i “suoi” Balcani, sono la Russia ma anche Turchia e Cina, con Pechino particolarmente vicina alla Serbia, svincolo strategico sulla Nuova via della Seta.</p>



<p>Segnali che dovrebbero preoccupare l’Ue spingendola ad accelerare l’integrazione dei Balcani occidentali, non solo per stabilizzare quei paesi, ancora fragili democraticamente, ma per l’Europa stessa, per ragioni di sicurezza, controllo delle frontiere e opportunità commerciali. Motivi che dovrebbero aiutare l’Ue a spogliarsi della sua Enlargment fatigue e della politica dei veti, prima di perdere i Balcani occidentali e ritrovarsi i suoi nemici e “rivali sistemici sull’uscio di casa.</p>
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		<title>La direttiva sul salario minimo: non un obbligo ma uno stimolo  ad affrontare  il tema salariale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Riccarda Lopetuso]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 25 Jun 2022 10:26:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[salario minimo]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Toni entusiasti per l’accordo – raggiunto dopo un anno e mezzo di discussione &#8211; sulla Direttiva sul salario&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Toni entusiasti per l’accordo – raggiunto dopo un anno e mezzo di discussione &#8211; sulla Direttiva sul salario minimo europeo, primo passo per combattere quel fenomeno per cui in Europa ci sono lavoratori che si trovano sotto la soglia di povertà nonostante abbiano un’occupazione, a causa di salari troppo bassi.</p>



<p>E’ un passaggio storico soprattutto per il messaggio politico che emerge dalle lunghe trattative per questa intesa. L’Ue lentamente va costruendo l’Europa sociale, un Europa che, dopo Sure, il meccanismo per finanziare gli strumenti di sostegno al reddito durante la pandemia, continua ad avvicinarsi &nbsp;ai lavoratori provando a intervenire sul lavoro povero e sulle retribuzioni.</p>



<p>Le prossime tappe prevedono &nbsp;il voto della plenaria del Parlamento europeo e la ratifica della Direttiva da parte del Consiglio Ue lavoro, seguito dalla pubblicazione in Gazzetta ufficiale.</p>



<p>Gli Stati membri avranno poi due anni per recepire la direttiva e legiferare in materia.</p>



<p>Ma a ben guardare, sul tema del salario minimo cambia ben poco al momento. La Direttiva impone agli Stati membri un’obiettivo da perseguire: promuovere -nel rispetto dei sistemi di welfare e delle leggi in tema di lavoro – salari adeguati ed equi in tutta l’Unione Europea e rafforzare la contrattazione collettiva.</p>



<p>Cosa cambia in sostanza? Per i paesi membri dell’Ue che hanno già un salario minimo, questo dovrà essere adeguato all’inflazione; per coloro che ancora non hanno una legge sul salario minimo, tra cui l’Italia, non c’è nessun imperativo da Bruxelles a introdurre la legge, né tantomeno viene definito un salario minimo unico in Europa. Cosa impensabile, date le differenze tra salari e livelli di produttività tra i 27. La Direttiva si limita a fare da cornice e fissare i criteri generali per giungere a salari minimi adeguati ed equi.</p>



<p>Nessun obbligo a introdurre il salario minimo per gli Stati membri, quindi, anche in virtù delle profonde differenze che contraddistinguono i 27 sul tema del lavoro, specie sul peso che storicamente la contrattazione collettiva riveste in alcuni paesi, in primis l’Italia.</p>



<p>D’altronde lo strumento della Direttiva, atto comunitario più debole rispetto al Regolamento, mostra già la difficoltà che il provvedimento sul salario minimo incontrerà nel suo percorso all’interno degli Stati membri. Spetterà infatti ai Parlamenti nazionali recepire la Direttiva e legiferare con un atto normativo. Un passaggio tutt’altro che semplice e scontato, specie in paesi, quali l&#8217;Italia, in cui il tema divide le forze politiche e le parti sociali.</p>



<p>L’accordo politico per la Direttiva pone la prima fondamentale pietra al pilastro dell’Europa sociale. Un’Europa che sconta &nbsp;fortissimi divari. A livello di retribuzioni si va dai 332euro circa di salario minimo in Bulgaria ai 2000 euro del Lussemburgo.</p>



<p>Attualmente 21 paesi membri hanno già una legge sul salario minimo. Questi paesi dovranno aggiornare almeno ogni due anni il salario minimo, coinvolgendo le parti sociali, seguendo criteri specifici legati all’aumento del costo della vita, ai livelli di produttività e considerando le condizioni socio-economiche.</p>



<p>L’Italia, assieme a Danimarca, Austria, Finlandia, Svezia e Cipro, non ha ancora una legge che garantisce un salario minimo stabilito, nonostante se ne parli da anni anche per dare esecuzione piena, 70 anni dopo, all’articolo 36 della Costituzione che enuncia il principio della giusta e proporzionata retribuzione per i lavoratori senza tutela.</p>



<p>La questione della contrattazione collettiva, che deve riguardare almeno l’80% dei lavoratori, è un altro elemento importante della Direttiva. .</p>



<p>In Italia, storicamente, la contrattazione collettiva gioca un ruolo centrale &nbsp;in tema salariale, e già copre più dell’80% dei lavoratori. Come ribadito in conferenza stampa dal Commissario Ue per il lavoro Schmit, nessuno da Bruxelles imporrà all’Italia di introdurre il salario minimo, ma sulla spinta della Direttiva, il nostro paese è chiamato a rafforzare la contrattazione collettiva per lavoratori e lavoratrici che non sono tutelati dai CCNL, specie nel settore dei servizi.</p>



<p>Occorre sicuramente in Italia una legge sul salario minimo per i lavoratori privi di tutela e la Direttiva europea rappresenta uno stimolo per la politica ad affrontare il problema in tempi brevi. Ma un salario minimo stabilito per legge non basta da sola a contrastare la povertà dei lavoratori. La necessità è quella di un intervento complessivo sulla materia e il sistema di welfare in Italia. La priorità per il lavoro resta la riduzione del cuneo fiscale e l’eliminazione dei contratti pirata, oltre chiaramente al contrasto del fenomeno dei<em> Working Poor, </em>i lavoratori poveri, ovvero 3 milioni di lavoratori e lavoratrici<em> c</em>he percepiscono salari bassi. Secondo le stime, un lavoratore su dieci in Italia versa in condizioni di povertà, e un quarto della forza lavoro occupata in Italia guadagna salari troppo bassi.</p>



<p>Le difficoltà di alcune fasce di lavoratori e lavoratrici sono cresciute dopo la pandemia e per l’aumento dell’inflazione e dei costi energetici, che riduce il potere d’acquisto degli stipendi già insufficienti&nbsp; per una vita dignitosa.</p>



<p>La Direttiva sul salario minimo, pur non vincolante e accolta con toni forse troppo trionfalistici, ha se non altro avuto il merito di far tornare centrale il tema salariale e dell’importanza della contrattazione collettiva come pietra miliare del nostro sistema di welfare.</p>
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		<title>Come sta andando il mercato del lavoro in Europa &#8211; e perché serve un nuovo SURE</title>
		<link>https://www.mondodem.it/2977/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Riccarda Lopetuso]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 May 2022 16:18:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I dati sulla disoccupazione in Italia tornano ai livelli pre- pandemia. L’ Istat ha certificato che a marzo&#8230;</p>
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<div class="wp-block-column is-layout-flow wp-block-column-is-layout-flow">
<p>I dati sulla disoccupazione in Italia tornano ai livelli pre- pandemia. L’ Istat ha certificato che a marzo 2022 il tasso di disoccupazione è all’ 8,3%, stesso dato di febbraio 2020, con un tasso di occupazione che sale al 59,9% con 170mila occupati in più (anche se con contratti a termine) con il dato negativo della disoccupazione giovanile che sale al 24,5%.</p>



<p>Se ripensiamo agli scenari che venivano prospettati, con lo spettro di milioni di licenziamenti e conseguente crisi sociale, si potrebbe dire che il peggio è passato &nbsp;e che il nostro mercato del lavoro ha retto durante i due anni di pandemia. Questo anche grazie &nbsp;agli strumenti messi in campo dai governi durate le ondate pandemiche, come il blocco dei licenziamenti e la Cassa integrazione finanziata anche grazie a Sure, il programma della Commissione europea che -attraverso prestiti – ha aiutato l’Italia e altri 18 paesi membri a sostenere gli strumenti di sostegno al reddito.</p>



<p>Ma i problemi ci sono, e il mercato del lavoro di oggi è radicalmente cambiato rispetto a febbraio 2020, prima della pandemia.</p>



<p>Da un parte lo smart working che chiede di essere regolamentato, dall’altro l’aumento dei lavoratori che si dimettono volontariamente, il settore della ristorazione che non riesce a coprire gli organici e la crisi del turismo che lentamente prova a ripartire, con lo spettro della difficoltà che si faranno più evidenti in&nbsp; altri settori a causa della guerra in Ucraina e l’aumento delle spese energetiche per le imprese.</p>



<p>Ma non solo. Il Pnrr richiede professionalità che il mercato non riesce a fornire, mancando il passaggio fondamentale della riqualificazione dei lavoratori verso i settori in espansione.</p>



<p>Problemi dell’incrocio tra domanda e offerta e riqualificazione dei lavoratori che la riforma delle politiche attive dovrebbe ridurre, assieme a Gol, Garanzia di occupabilità dei lavoratori, misura messa in campo dal Governo e prevista dal Pnrr – missione 5, Componente 1- con lo scopo di rilanciare l’occupazione e combattere la disoccupazione attraverso il reinserimento lavorativo dei lavoratori, disoccupati, cassaintegrati, giovani e donne.</p>



<p>Ma &nbsp;l problema disoccupazione in Italia è ancora drammatico e registra i soliti divari territoriali, all’apparenza impossibili da colmare a breve termine.</p>



<p>Esempio plastico dell’Italia a due velocità sono i dati di Eurostat sull’occupazione delle regioni europee relativi al 2021.</p>



<p>Tra i primi 5 posti ci sono 4 italiane: Sicilia, Calabria, Campania e Puglia, con numeri ancora più cupi per i giovani e le donne.</p>



<p>Conseguenze di problemi strutturali che interessano il sud Italia, con interventi del legislatore poco efficaci nel versante delle politiche attive considerando il nostro paese nel complesso dove in media nel 2021 il tasso di occupazione è del 58,2%</p>



<p>Ma come stanno andando le cose nei nostri vicini europei ?</p>



<p>Rilevanti sono i dati che provengono dal mercato del lavoro spagnolo dopo l’approvazione della riforma da parte del governo socialista di Pedro Sanchez.</p>



<p>Madrid non ha risentito della crisi occupazionale dovuta alla pandemia, ma lo scorso anno il governo è intervento con una riforma per ridurre il precariato e i contratti a tempo determinato, riforma chiesta da Bruxelles per sfruttare al meglio i fondi del Next Generation Eu destinati a Madrid . I numeri degli occupati a tempo indeterminato del primo trimestre del 2022 premiano la scelta del governo: attualmente 12,8 milioni di spagnoli hanno un contratto a tempo indeterminato, con un tasso di disoccupazione che nel primo trimestre del 2022 è al 13,5%, il paese Ue con il tasso più alto.</p>



<p>Situazione molto diversa in Francia, dove a fine 2021 la disoccupazione &nbsp;raggiungeva il 7,4%, un tasso ben più basso dei livelli pre covid. Per trovare un tasso simile bisogna andare al 2008 prima della crisi finanziaria.</p>



<p>Merito &nbsp;delle politiche di Macron, della sua coraggiosa riforma del mercato del lavoro del 2017- la “loi travail” il Jobs act francese che ha puntato sulla flessibilità- e il potenziamento del contratto di apprendistato del 2018. Ottimi difatti, i numeri della disoccupazione giovanile, al 15 % (era al 24 quando Macron è stato eletto per il primo mandato). Attualmente il tasso di occupati in Francia è al 73,3%.</p>



<p>Spostandoci a Berlino, nella locomotiva d’Europa, il tasso di disoccupazione è del 5%, gli stessi tassi di prima della pandemia.</p>



<p>Eppure anche in Germania il mercato del lavoro deve affrontare problemi seri legati alla mancanza di manodopera specializzata e all’aumento dei costi energetici che ha portato molte aziende a rivolgersi alla Kurzarbeit, la cassa integrazione tedesca.</p>



<p>I dati di Eurostat nel complesso rilevano un mercato del lavoro in Europa in ripresa, con la disoccupazione a marzo che cala al 6,8% nell’ eurozona, ai minimi storici.</p>



<p>In attesa però degli effetti che la guerra in Ucraina avrà sulle nostre imprese, già fortemente penalizzate dall’aumento dei costi energetici. Questa previsione &nbsp;dovrebbe indurre i leader e le istituzioni comunitarie ad accelerare sul versante dell’Unione energetica , ma anche a continuare sulle politiche di sostegno alle economie dei paese membri, magari attraverso un nuovo programma Sure, che continuerebbe – in una veste e con uno scopo diverso- a elargire prestiti agli Stati membri e proteggere lavoratori</p>
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		<title>L&#8217;Unione Europea al bivio dei Balcani</title>
		<link>https://www.mondodem.it/2944/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Riccarda Lopetuso]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 04 Apr 2022 15:01:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Policy brief]]></category>
		<category><![CDATA[Balcani]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Una sorta di enclave non ancora comunitaria, circondata dall’Ue e già europea di fatto.Una regione le cui leadership,&#8230;</p>
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<p class="has-drop-cap">Una sorta di enclave non ancora comunitaria, circondata dall’Ue e già europea di fatto.Una regione le cui leadership, istituzioni e cittadini sono impegnati da anni a percorrere un percorso difficile, pieno di ostacoli, dai tempi incerti e insidioso, anche per l’Unione stessa. Potrebbe bastare questa immagine per descrivere il cammino comunitario dei Balcani occidentali verso l’Unione Europea.</p>



<p>Un tema – quello dell’allargamento dell’Ue – che torna centrale in queste settimane, dopo&nbsp; l’invasione russa dell’Ucraina, che da un lato ha portato negli uffici di Bruxelles le richieste di adesione di Ucraina, Moldavia e Georgia; e dall’altro fa temere la riapertura di fratture proprio nei Balcani. Albania, Serbia, Macedonia del Nord, Montenegro, Bosnia Erzegovina e Kosovo. Sono i 6 paesi – circa 18 milioni di abitanti – che hanno, in tempi diversi formalmente chiesto di aderire all’Unione Europea, in risposta a quella “Prospettiva europea” ribadita dal Consiglio europeo di Salonicco del 2003.</p>



<p>Al momento, Serbia e Montenegro hanno aperto i negoziati di adesione, Albania e Macedonia del nord sono candidati in attesa di aprire formalmente i negoziati mentre Kosovo e Bosnia Erzegovina sono ancora potenziali candidati all’ingresso nell’Ue. Un’Unione che &#8211; peraltro – non potrà mai sentirsi completa senza i paesi balcanici che europei lo sono già per storia cultura, geografia, e che da anni bussano alle porte dell’Europa. Una regione – quella dei Balcani occidentali – strategica e centrale da sempre per le vicende del vecchio continente. Terra di confine e incontro di culture, all’interno del quale convivono da secoli cristiani e musulmani, la geografia considera i Balcani occidentali, ponte tra Mediterraneo e Oriente, l’ultimo lembo di Europa prima della Regione asiatica. Fiumi e montagne inospitali, territori ambiti e conquistati, al centro dei giochi di potere tra oriente e occidente.</p>



<p>E se secoli fa erano le potenze europee e l’impero ottomano a contendersi i Balcani, oggi la storia sembra riportare la regione indietro nel tempo. Da una parte la voglia di Europa e di integrazione, dall’altra le sirene russe, cinesi e turche che provano a insediarsi e a influenzare i paesi e le economie fragili dei candidati in attesa di una prospettiva europea. E l’Unione Europea – con le sue istituzioni – che lavora per integrare questi paesi, ma che deve gestire veti e difficoltà che inevitabilmente ci sono, dinnanzi alla possibilità di un’Europa a 29 e 31 e che non ha ancora deciso di ripensarsi e riformarsi.  Dubbi condivisibili. Se non funziona un’Europa a 27, come possiamo immaginare un’Europa che prende decisioni di politica estera con 29 o 31 membri ? Per queste e altre ragioni, legate a veti e questioni bilaterali, il processo di allargamento non prevede una timeline certa. Il Summit di Brdo in Slovenia dello scorso ottobre tra i 27 e i 6 paesi candidati ha certificato lo stallo.</p>



<p>La Commissione europea spinge per delineare una strategia chiara di integrazione, gli Stati membri pongono continui ostacoli, alcuni per ragioni di mera opportunità, come Francia e Olanda, mentre altri, come la Bulgaria, puntano su questioni bilaterali per opporre veti. Con il risultato di lasciare chissà per quanto tempo ancora i paesi candidati e potenziali candidati in un limbo che non aiuta l’Europa in primis, che rischia di perdere i suoi Balcani e di trovarsi i suoi competitor sull’uscio di casa. Quella di integrare i Balcani ed esercitarvi “soft power” appare onestamente, una sfida geopolitica e strategica imponente per l’Unione Europea, che non può tuttavia sottrarsi a quest’impegno con la storia, per la stabilità della regione primariamente, maggiormente dopo che la guerra è tornata in Europa.</p>



<p>In parte dell’opinione pubblica europea, prevale l’idea che i Balcani – nei cui territori si è consumata l’ultima guerra nei confini europei prima dell’invasione russa di Kiev &#8211; siano ancora una regione problematica e che i suoi cittadini siano troppo diversi, per questioni religiose e culturali, dal resto dell’Unione. Pregiudizi che possono essere giustificati dall’esperienza che l’Unione europea e i suoi cittadini hanno maturato in seguito all’allargamento a est del 2004, quando è prevalsa, in quel momento storico, la necessità di dare una prospettiva europea agli Stati dell’ex blocco comunista in paesi che probabilmente non erano ancora pronti ad abbracciare il progetto europeo. Da allora l’Unione è vittima di quella “enlargement fatigue” che ancora la condiziona.</p>



<p>Ma anche questa volta, come accaduto in passato, aprirsi ai Balcani è prioritario per l’Unione stessa, per molteplici motivi, a partire dalle questioni geopolitiche alla sicurezza fino all’economia e al commercio, senza dimenticare la voglia di integrazione e l’energia dei giovani balcanici che possono rappresentare linfa vitale a un’Unione che sembra perdere appeal agli occhi degli europei.</p>



<p>L’Unione europea ha avuto altro a cui pensare, si potrebbe obiettare. Da Brexit alle questioni migratorie, i rapporti con il vicinato russo e la competizione con la Cina, che prova a inserirsi nei Balcani per completare la sua Via della Seta,  fino agli ultimi due anni che hanno visto l’Unione, come tutti gli attori internazionali, concentrarsi sugli effetti economici e sociali della pandemia.Problemi che hanno distratto l’Europa che rischia seriamente di veder prevalere altri attori nella regione dei Balcani, pronti a sfruttare la debolezza dei paesi candidati. Candidati che – peraltro – hanno già compiuto passi importanti verso la democrazia e il multilateralismo con l’adesione alla Nato, come nel caso di Albania, Nord Macedonia e Montenegro.</p>



<p>Ma pur se pieno di ostacoli e senza tempi certi, l’allargamento dell’Ue a Serbia, Montenegro, Albania e Nord Macedonia è un processo irreversibile che dovrà – nel rispetto di differenze, storie e culture – concretizzarsi. Un ruolo importante, per la riuscita di questo processo, lo svolge l’Italia, interessata per questioni geografiche, economiche, culturali e strategiche alla piena “europeizzazione” dei Balcani, nella cui regione ha sempre esercitato influenza, specie tra gli anni ‘90 e 2000. Il nostro paese, primo partner commerciale di Serbia e Albania, nonché dirimpettaio nell’Adriatico che ci separa dai Balcani, è – con tutti i governi che si sono susseguiti negli ultimi anni – sponsor politico e convinto sostenitore dell’allargamento dell’Europa ai Balcani. Perché solo con i “suoi” Balcani occidentali l’Unione europea il progetto di integrazione regionale più grande e riuscito di sempre potrà dirsi davvero completa.</p>


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		<title>La vittoria di Antonio Costa e la lezione del Portogallo ai progressisti europei</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Riccarda Lopetuso]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Feb 2022 15:53:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Lo stato della sinistra]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quella di Antonio Costa è la leadership più salda e duratura – oltre che efficace per quanto riguarda&#8230;</p>
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<p class="has-drop-cap">Quella di Antonio Costa è la leadership più salda e duratura – oltre che efficace per quanto riguarda i risultati concreti &#8211; dai tempi della Rivoluzione dei garofani. Ribaltando i pronostici che lo dipingevano in difficoltà Costa ha trionfato,  i portoghesi hanno scelto ancora lui. Il premier socialista ha vinto  le elezioni politiche  di fine gennaio conquistando 117 seggi sui 230 di cui si compone l&#8217;Assembleia da República – l’unica Camera legislativa portoghese- e si appresta a tornare al governo con il suo partito socialista che per la prima volta nella storia portoghese avrà la maggioranza assoluta</p>



<p>Al governo dal 2015,  l&#8217;ex sindaco di Lisbona aveva rassegnato le dimissioni lo scorso 5  novembre dopo la mancata approvazione della legge di bilancio e la fine della “geringonçala”, la coalizione di sinistra che dal 2015 – con la formula dell’appoggio esterno a un governo di minoranza-  governava il paese e composta da El Bloco de Esquerda, (BE) e PCP-PE, assieme naturalmente al Partito Socialista (PS). I sondaggi della vigilia prevedevano  &#8211; per il Ps- un testa a testa con i socialdemocratici – che in Portogallo rappresentano il centrodestra -agitando lo spettro di una forte affermazione dell’estrema destra di Chega, che pur se non raggiungendo numeri a doppia cifra, ottiene il 7,5% .</p>



<p>I portoghesi invece, premiano Costa, che con la maggioranza assoluta conquistata potrà governare senza l&#8217;estrema sinistra,&nbsp; con l’obiettivo di portare avanti riforme ambiziose e condurre in porto il percorso del Next&nbsp; Generation Eu, 45 miliardi di euro che il piano di ripresa ‘Recuperar Portugal’ mira a impiegare soprattutto nella coesione sociale, nelle infrastrutture e transizione ecologica e digitale.</p>



<p>‘Una vittoria per l’umiltà, la fiducia e la stabilità“, ha commentato Costa.  Una lezione, la sua, ai progressisti europei, sotto molti punti di vista.Non solo si può vincere governando – e bene, come nel suo caso, ma lo si può fare anche con programmi progressisti chiari e riformismo, tendendo i conti a posto. Nel 2015 Antonio Costa  eredità un Portogallo agonizzante come la Grecia, sull’orlo della bancarotta e rassegnato all’austerity. Ma diversi saranno i destini della Grecia e del Portogallo, e diversi i destini dei due leader, volti della nuova sinistra europea.</p>



<p>Tsipras, l’ex premier greco, dopo aver portato la Grecia fuori dalla crisi ha scontato davanti agli elettori il peso di scelte impopolari, imposte dal salvataggio ma che non hanno cambiato le vite dei greci e migliorato la loro condizione. Antonio Costa al contrario, non solo ha vinto ancora, ma rappresenta attualmente il volto di maggiore successo tra i progressisti europei. Ha  portato il suo Portogallo fuori dalla crisi,  ma all’austerità imposta per risollevare i conti ha risposto  mettendo in campo politiche socialiste e con un’attenzione costante alle fasce più deboli della popolazione, pensionati e lavoratori dipendenti.</p>



<p>Aumento delle pensioni e del salario minimo, assunzioni nella Pubblica amministrazione, potenziamento della sanità, investimenti pubblici e sviluppo del turismo. Il risultato dei governi di Costa è stato un Portogallo che non solo ha superato l’ennesima minaccia di default, ma che ha abbattuto la disoccupazione scesa dal 18 al 6% ( anche se con la pandemia da Covid -19 è tornata a salire).</p>



<p>il segreto di Costa e del suo miracolo portoghese sono state politiche progressiste mirate  alla redistribuzione della ricchezza e alla lotta alle disuguaglianze, attuate con lungimiranza e investimenti pubblici che hanno portato crescita economica,  senza  stressare i conti pubblici e senza inciampare nel puro assistenzialismo, vecchio errore di una certa sinistra. I portoghesi hanno riconosciuto  i meriti indiscutibili di Costa, la sua visione e leadership pragmatica.</p>



<p>Il riformismo di Costa e la sua quarta via, ancora vincente sembrano imprimere nuovo slancio al progressisti europei, rinvigoriti anche dalla vittoria dei socialdemocratici in Germania. La lezione  del Portogallo, in questa Europa ferita dalla pandemia e più diseguale sembra essere questa. Una sinistra progressista, socialista e riformista e davvero moderna,  libera dai lacci e retaggi del passato, può tornare ad essere vincente. Ma senza snaturarsi.</p>
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		<title>Il Cile ha scelto Gabriel Boric, la Transizione può dirsi davvero conclusa.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Riccarda Lopetuso]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 Jan 2022 10:12:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[USA e Americhe]]></category>
		<category><![CDATA[Boric]]></category>
		<category><![CDATA[Cile]]></category>
		<category><![CDATA[Sinistra]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La speranza ha battuto la paura. Con queste parole affidate a un tweet, Gabriel Boric ha salutato la&#8230;</p>
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<p class="has-drop-cap">La speranza ha battuto la paura. Con queste parole affidate a un tweet, Gabriel Boric ha salutato la sua vittoria al ballottaggio delle presidenziali in Cile del 19 dicembre. Più che una vittoria, un trionfo a guardare i numeri, nonostante alla vigilia i due sfidanti fossero vicinissimi.</p>



<p>35 anni, ex leader studentesco, esponente di sinistra candidato della coalizione Apruebo Dignidad&nbsp; Boric vince con il 56% dei voti, staccando il candidato di destra – nostalgico di Pinochet –&nbsp; Antonio Kast, fermo al 44%.</p>



<p>Per il presidente eletto che si insedierà nel palazzo presidenziale de La Moneda il prossimo marzo, prioritari saranno i diritti sociali con il potenziamento del welfare e il cambiamento climatico.</p>



<p>Nel suo primo discorso da vincitore, il più giovane presidente cileno della storia ha pronunciato alcune parole in mapuche, lingua dei cileni del sud e ha rimarcato la necessità di dare via a una nuova stagione che metta al centro democrazia e giustizia sociale.</p>



<p>Il lavoro che attende il presidente non sarà facile. Pesano sul paese gli effetti economici della pandemia nonché la difficile situazione politica che consegna al presidente un parlamento cileno paralizzato, con Boric che dovrà perennemente mediare per portare avanti la sua agenda di riforme.</p>



<p>Polarizzazione è stato il mantra di queste elezioni, con un ballottaggio che ha escluso i partiti di centrodestra e centrosinistra che hanno governato la Transizione negli ultimi trent’anni e la sfida tra un’esponente di destra, ultraconservatore e la sinistra di Boric.</p>



<p>Adesso, il Cile può davvero voltare pagina e chiudere il periodo della Transizione – durato 30 anni – e le ferite della dittatura, mentre si scrive una nuova Costituzione e con le bandiere del progressismo che tornano a sventolare 50 anni dopo l’amatissimo presidente Salvador Allende, con la canzone simbolo di quel periodo “El pueblo unido jamas serà vencido” che torna a risuonare nelle strade del paese.</p>



<p>Un voto per il futuro, per il paese che ha sempre trainato l’economia sudamericana ma che non ha mai incrociato a pieno l’onda rosa socialista che dai primi anni ‘2000 ha cambiato il continente.</p>



<p>Morales, Chavez e Maduro, Lula, Kirchner,&nbsp; carismatici leader progressisti sudamericani – alcuni dei quali ancora in campo o pronti a ricandidarsi come il brasiliano Lula &#8211; leadership e modelli economici a cui i rispettivi popoli continuano a guardare e che non hanno eredi politici.</p>



<p>Diverso per il Cile, e per la sua economia che è sempre stata la più forte del Sud America.</p>



<p>A Santiago del Cile gli ultimi trent’anni hanno visto l’alternanza di due forze, Chile vamos e Concertation con 2 presidenti che si sono alternati negli ultimi quindici anni, Sebastian Pinera – attuale presidente – e Michele Bachelet, esponente di spicco del progressismo cileno ma di cui la sinistra di Boric ha molto poco in comune.</p>



<p>E il trionfo di Gabriel Boric, è il trionfo di una sinistra che non si era mai imposta come ora negli ultimi anni e farà del presidente eletto il più a sinistra dai tempi del socialismo di Allende.</p>



<p>E la sua, sarà un’agenda progressista, con un programma di governo incentrato sulla lotta alle disuguaglianze –miccia delle rivolte del 2019 e accentuate dopo due anni di pandemia &#8211; diritto all’acqua e rispetto dei diritti umani.</p>



<p>Ma il primo obiettivo di Gabriel Boric sarà quello di spazzare via gli ultimi retaggi della dittatura, cancellando il modello economico neoliberista ereditato da Pinochet, tra cui il sistema pensionistico privato.</p>



<p>Che il Cile volesse lasciarsi alle spalle ogni riferimento politico e culturale della dittatura era già chiaro dagli esisti del referendum costituzionale per cambiare la costituzione ereditata dal periodo della Dittatura. Attualmente l’Assemblea costituente sta lavorando per scrivere la nuova costituzione dei cileni, depurata da ogni riferimento a quel doloroso periodo.</p>



<p>E che per il Cile fosse giunto il tempo di rimarginare le ferite della dittatura e guardare al futuro, lo si era capito anche dal giorno prima del ballottaggio.</p>



<p>Il caso, o per chi ci crede, il destino, ha voluto che sabato morisse – a 99 anni – Lucia Hiriart, la vedova di Augusto Pinochet. La Dictadora, per alcuni, più feroce del marito e colei che lo spinse al Golpe.</p>



<p>Adesso, per il Cile e i cileni, la Transizione può dirsi davvero conclusa.</p>
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