La terza volta di Lula e il Brasile che verrà

Foto: Lula Marques/Agência PT

La vittoria – pur se sul filo del rasoio e per meno di due punti percentuali – c’è stata.

Il socialista Ignacio Lula ha vinto le presidenziali del 30 ottobre in Brasile e tornerà alla guida del paese sudamericano, per la terza volta e dopo aver scontato 19 mesi di carcere per un’accusa di corruzione poi caduta.

Sono state le elezioni più polarizzate e attese di sempre, non solo dai brasiliani.

Gli occhi del mondo erano fissati sull’Amazzonia e sulla diversa concezione che avevano i due sfidanti sul polmone verde della terra.

“Il Brasile è pronto per lottare contro la crisi climatica e per la deforestazione zero dell’Amazzonia. Il pianeta ha bisogno di un’Amazzonia viva: un albero in piedi vale più di tonnellate di legname estratto illegalmente”, ha dichiarato il presidente eletto poco dopo la chiusura dello spoglio.

Un testa a testa che ha tenuto i brasiliani col fiato sospeso conclusosi con i 50,9 % di Lula contro il 49,1 di Jair Bolsonaro, risultato che conferma nei fatti come il paese sia spaccato tra un nord povero e desideroso di rivincita sociale, e un centro ed un sud prospero che si sentiva protetto da Bolsonaro e le sue politiche sovraniste e liberiste. Con la potente lobby evangelica dalla parte del presidente uscente.

La vittoria di Lula- l’ex sindacalista 77 enne protagonista della sinistra sudamericana a partire dai primi anni 2000 con le sue politiche progressiste e di lotta alla fame e all’analfabetismo- è stata salutata da tutti i leader mondiali, da Biden a Putin, fino alle cancellerie europee.

Impossibile d’altronde, per la politica internazionale, non fare i conti con ciò che succede – a livello politico, economico, sociale e soprattutto ambientale – in Brasile e tra i suoi 215 milioni di abitanti.

Un paese grande quanto un continente, nonchè la democrazia più  grande dell’America latina.

Il perdente Bolsonaro ha atteso tre giorni prima di parlare di Transizione – ma non di sconfitta -dando concretezza ai timori che serpeggiavano tra i brasiliani e gli osservatori internazionali sulla sua non accettazione della sconfitta e una transizione da gestire alla Trump.

In seguito alla dichiarazioni di Bolsonaro – che non ha ufficialmente ammesso la sconfitta- in molte città del Brasile i sostenitori più radicali dell’ex presidente sono scesi in strada per denunciare brogli elettorali (inesistenti) e per chiedere l’intervento dell’esercito affinché Lula non prenda i poteri.

Un golpe mascherato insomma quello chiesto dai sostenitori di Bolsonaro che, anche sulle proteste,  continua nel suo atteggiamento ambiguo: in un video ha chiesto ai suoi sostenitori di liberare le autostrade ma non di accettare il risultato elettorale e la democrazia.

Lula intanto prepara il suo governo e spera in una transizione tranquilla fino al suo insediamento il 1 gennaio.

Nel suo programma, che il presidente eletto ha provato a rendere più moderato rispetto al passato, oltre alla lotta alle disuguaglianze e alla povertà, al primo posto c’è- come prevedibile- la protezione dell’Amazzonia, dopo le politiche di Bolsonaro che hanno violentato la foresta e favorito la deforestazione.

Quella dell’ex sindacalista, del “nove dita” come lo chiama il suo avversario Bolsonaro, è una storia di risurrezione, dopo il suo arresto in mondovisione e le accuse  che lo hanno tenuto in carcere per quasi due anni.

Operario, sindacalista, fondatore del Partito dei lavoratori e infine presidente per due mandati.

Con lui milioni di  brasiliani sono usciti dalla miseria, dall’analfabetismo e dalla fame.

Le sue politiche progressiste e di redistribuzione della ricchezza – emulate in altri paesi sudamericani- hanno portato il Brasile a vivere un vero e proprio boom economico a partire dal 2003.

Quella di Lula è una vittoria importantissima non solo per il gigante demografico, ma per tutto il Sud America, che- a partire dalla prima vittoria del presidente operaio nel 2003 – ha conosciuto la sua marea progressista.

E oggi, a distanza di quasi vent’anni dalla prima onda socialista, buona parte del Sudamerica è tornata a sinistra.

In Argentina governa Alberto Fernandez, peronista di sinistra, in Cile Gabriel Boric, in Bolivia Luis  Arce , in Colombia Gustavo Petro e in Venezuela il controverso Nicolas Maduro.

Senza dimenticare il Messico e il Perù.

Ma come sempre una sinistra che deve fare i conti – in Brasile, in Argentina e in Bolivia- con un limite: l’assenza di nuove leadership.

Ad eccezione del Cile, dove governa il giovane Boric, volto nuovo e iconico della sinistra, i governi progressisti del sud America vedono al governo personaggi legati ai grandi leader del passato.

Dall’Argentina – dove la vice presidente e presidente di fatto del paese – è Cristina Kirchner, al Venezuela guidato dal delfino di Chavez fino al Brasile, dove a vincere è stato l’eterno Lula, iniziatore e simbolo della marea progressista sudamericana.

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