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	<title>ucraina Archivi &#8211; MondoDem</title>
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	<description>Laboratorio di Politica Internazionale</description>
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	<title>ucraina Archivi &#8211; MondoDem</title>
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		<title>Le quattro tesi putiniane sulla guerra in Ucraina: miti e realtà</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Michele Esposti Ongaro]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Mar 2025 16:27:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Russia e Asia centrale]]></category>
		<category><![CDATA[disinformazione]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Putin]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Più di due anni fa, un articolo del Corriere della sera pubblicava una lista dei “putiniani d’Italia”, dando&#8230;</p>
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<p>Più di due anni fa, un articolo del Corriere della sera pubblicava una lista dei “putiniani d’Italia<em>”</em>, dando l’impressione di volere creare liste di proscrizione. L’articolo rispecchiava una parallela denuncia della stampa tedesca contro i <em>Putinversteher</em>, “coloro che comprendono le ragioni di Putin”. Entrambi gli articoli commettevano l’errore di soffermarsi sulle persone, anziché sulle tesi. Perché di tesi “putiniane”, soprattutto sulle cause della guerra, ne esistono eccome e vanno riconosciute come tali. Ma cosa significa esattamente “putiniano” o “putinista”? Sono due termini che devono essere distinti e definiti sulla falsariga dei termini “marxista” e ”marxiano”. “Putinista” è una persona che sostiene ideologicamente Putin e giustifica l’invasione dell’Ucraina come una scelta obbligata. Non mancano i commentatori che sostengono tale opinione, ma si tratta di una minoranza. Il termine “putiniano”, al contrario, non dovrebbe riferirsi alle persone, ma ai modelli di argomentazione, esattamente come si fa con il termine “marxiano” (es. una categoria <em>marxiana</em>, la teoria <em>marxiana</em> del valore ecc.). Seguendo questa distinzione, possiamo affermare che, in Italia e altrove, il punto di vista “putiniano” sulla guerra sia ampiamente diffuso; chi lo adotta tende spesso a denunciare una presunta stampa “di regime” che li censurerebbe. Vi sono quattro principali tesi “putiniane” che riprendono fedelmente, anche inconsapevolmente, la narrativa del Cremlino. Ne esistono molte altre, ma queste sono le principali.</p>



<p>La prima tesi afferma che l’Ucraina sarebbe sempre stata una regione russa, e la sua creazione nel 1922 una concessione da parte di Lenin. È una tesi senza alcun fondamento storico, smentita da tutti i maggiori accademici internazionali.</p>



<p>La seconda tesi afferma che il cambio di regime del febbraio 2014 sarebbe stato un colpo di stato orchestrato dagli Stati Uniti, che avrebbero rovesciato un governo legittimamente eletto. Questa affermazione ignora il fatto che le proteste del 2013 nascevano da un diffuso desiderio di porre fine alla corruzione e di avvicinarsi all’Europa. Il criticabile intervento diplomatico americano e quello dei gruppi paramilitari fascisti si sono innestati solo in un secondo momento, dopo la repressione violenta dei manifestanti da parte della Berkut. Non solo: la deposizione di Yanukovich da parte del Parlamento, nonostante il parziale vizio di forma (votò per la deposizione del presidente il 73% dei parlamentari invece del 75% richiesto dalla Costituzione vigente, ma comunque il 100% di quelli presenti) non può essere chiamata “colpo di Stato”, soprattutto perché la forma e le istituzioni dello Stato non ne furono affette e nuove elezioni furono indette da lì a poco. Elezioni che furono dichiarate regolari dall’OSCE, organismo di cui fa parte anche la Russia. Si aggiunga che nella votazione per la destituzione del presidente, votarono a favore tutti i membri del Partito delle Regioni, a riprova che tutti erano concordi nel denunciare l’indegnità di Yanukovich.&nbsp;Si trattò dunque di un&nbsp;<em>cambio di regime&nbsp;</em>turbolento e ambiguo, ma non di un&nbsp;<em>colpo di Stato</em>.</p>



<p>La terza tesi, la più rilevante, afferma che la guerra civile del 2014 sarebbe stata iniziata dall’esercito e dai paramilitari ucraini, che avrebbero unilateralmente bombardato e massacrato per otto anni i civili del Donbass. In realtà, la prima mossa fu compiuta dai dai paramilitari filo-russi o addirittura russi: l’assedio e la conquista di Sloviansk da parte dei miliziani russi di Igor Strelkov avvenne prima dell’orribile massacro di Odessa del 2 maggio; l’assedio dell’aeroporto di Donetsk precedette la controffensiva ucraina del giugno 2014; l’uccisione dei 37 soldati ucraini a Zelenopillia l’11 luglio, provocata da missili sparati di là dal confine russo, precedette certamente la battaglia di Horlivka, nella quale fu l’aviazione ucraina a bombardare e a causare numerose vittime civili. Ad agosto 2014 i soldati russi, la Wagner, e i ceceni entrano ufficialmente nel conflitto, come testimoniato, per esempio dal tremendo massacro dei 400 regolari ucraini a Ilovaisk il 18 agosto 2014, che provocò uno shock immenso nell’opinione pubblica ucraina. Anche le forze ucraine, tra cui i discussi battaglioni Azov e Aidar, come documentato da Amnesty, commisero crimini contro la popolazione civile, ma la guerra del Dobass non fu mai una unilaterale aggressione ucraina contro civili infermi: si trattò piuttosto di una guerra sporca, fomentata e alimentata dalla Russia, o almeno dai suoi miliziani. Basti ricordare che Putin, dopo aver annesso la Crimea menzionò per la prima volta il concetto di&nbsp;<em>Novorussija&nbsp;</em>l’8 maggio 2014, o che i&nbsp;<em>Glazyev tapes</em>provavano il coinvolgimento russo nell’organizzazione della secessione già dai primissimi mesi del 2014.</p>



<p>La quarta tesi, propagata dal noto politologo americano John Mearsheimer (e copiata in Italia da tutta la pletora di sedicenti analisti <em>anti-mainstream</em>) asserisce che l’espansione verso est della NATO avrebbe costituito una minaccia esistenziale per la Russia. Si tratta di una tesi che si basa su tre tipologie di manipolazione linguistica, (la Nato <em>ha inglobato </em>i paesi dell’Est Europa, la Russia è stata <em>accerchiata </em>dalla Nato, l’occidentalizzazione<em> </em>dell’Ucraina costituisce una <em>minaccia esistenziale </em>per la Russia)<em> </em>e che, cosa più importante, è stata confutata da dati controfattuali: l’adesione della Finlandia e della Svezia alla Nato non ha provocato alcuna reazione militare da parte della Russia. La cosiddetta minaccia esistenziale non è altro che un pretesto per annettere un paese cui Putin nega identità e ragion d’essere.</p>



<p>Riconoscere le tesi putiniane per quello che sono è essenziale per un dibattito onesto. Il problema non è demonizzare chi le sostiene, ma smontarle con rigore e fatti. Troppe volte, nel discorso pubblico italiano e internazionale, si lascia spazio a narrazioni che ricalcano fedelmente la propaganda russa senza contestualizzazione critica. Distinguere tra &#8220;putiniani&#8221; e &#8220;putinisti&#8221; aiuta a spostare l&#8217;attenzione dalle persone alle idee, stimolando un confronto basato sulla realtà storica e non sulle etichette.</p>
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		<title>Elezioni europee 2024: fra war fatigue e transizione ecologica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Faini]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Nov 2023 20:14:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ecologia]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[ecologia]]></category>
		<category><![CDATA[transizione]]></category>
		<category><![CDATA[ucraina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’Unione europea era entrata nell’ultima legislatura decisa ad affrontare il grande tema strutturale della transizione ecologica. Il Covid&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>L’Unione europea era entrata nell’ultima legislatura decisa ad affrontare il grande tema strutturale della transizione ecologica. Il Covid prima e soprattutto la guerra dopo hanno però inflitto pesanti costi al nostro continente, mettendo a repentaglio le politiche green che l’Ue &nbsp;aveva imbastito.</p>



<p><em>Il rischio della “War fatigue”</em></p>



<p>La paura di molti esponenti politici, soprattutto se eletti con un’agenda politica conservatrice o populista,&nbsp; è che l’impatto economico della guerra in Europa possa “<a href="https://www.fanpage.it/politica/sulle-armi-allucraina-anche-meloni-rallenta-dopo-crosetto-lopinione-pubblica-rischia-di-stancarsi/">stancare l’opinione pubblica</a>”. A settembre solo il <a href="https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/en/ip_23_4410">65%</a> (vs. <a href="https://europa.eu/eurobarometer/surveys/detail/2772">80%</a> ad Aprile 2022) dei cittadini europei vedevano con favore il supporto finanziario per l’Ucraina. <strong>E le preferenze della popolazione iniziano a pesare sulle scelte politiche dei governi europei.</strong> Basta guardare alla Polonia, uno dei più convinti sostenitori di Kyiv la cui campagna elettorale ha generato polemiche sulle importazioni di grano dall’Ucraina (un tema cruciale per il voto dei contadini polacchi) e addirittura <a href="https://apnews.com/article/poland-ukraine-weapons-russia-war-trade-dispute-5e2e7a194b5238b86c160f0f4848b4f3">interrompere temporaneamente l’invio di aiuti militari</a> . La ‘<a href="https://www.reuters.com/world/us/us-public-support-declines-arming-ukraine-reutersipsos-2023-10-05/">fatigue’ dell’opinione pubblica si fa sentire anche oltreoceano</a>, dove l’ala più radicale del partito Repubblicano al Congresso statunitense si è opposta all’invio di ulteriori aiuti a Kyiv .</p>



<p><em>La ‘fatigue’ industriale che rallenta il Green Deal europeo</em></p>



<p>L’impatto economico della guerra sta complicando l’attuazione delle politiche verdi dell’Unione Europea, mentre i costi del conflitto rischiano di far deragliare le iniziative che avevano trovato consenso politico durante gli anni dei tassi di interesse bassi, della deflazione e dell’energia a basso costo. <a></a><a href="https://www.bruegel.org/policy-brief/adjusting-energy-shock-right-policies-european-industry">La competitività industriale europea ha già sofferto a causa dell’aumento esponenziale dei prezzi dell’energia</a><a href="#_msocom_1">[AF1]</a>&nbsp; generato dal conflitto con la Russia, portando alcuni governi a fare marcia indietro sulla &nbsp;transizione verde che, almeno nel breve periodo, aumentere ulteriormente i costi della produzione industriale. Insieme ad un gruppo di Paesi europei, la Germania e l’Italia si sono <a href="https://www.ilsole24ore.com/art/auto-l-italia-dira-no-bando-motori-endotermici-2035-AEbWbSvC">opposte al bando UE dei motori a combustione nel 2035</a>, ottenendo delle proroghe per proteggere gli interessi dei grandi produttori di auto. Il Regno Unito ha ad esempio deciso di <a href="https://www.ft.com/content/a566298b-c78b-4751-9c6b-68780fcd4d0b">rivedere e ricalibrare i propri piani di transizione verde</a>, mentre il presidente francese Emmanuel Macron ha chiesto a Bruxelles una “<a href="https://www.lemonde.fr/en/environment/article/2023/05/12/emmanuel-macron-urges-for-pause-in-eu-environment-regulations_6026372_114.html">pausa normativa</a>” sulla legislazione ambientale. Ancora una volta è la Polonia <a>ad essersi </a>spinta oltre, facendo causa alla Commissione Europea, e chiedendo l’annullamento di varie misure all’interno del ‘Green Deal’.</p>



<p>Il <strong>superciclo elettorale</strong> europeo sta alimentando la popolarità di quei partiti, per lo più appartenenti ad una destra conservatrice o estrema, che si fanno portatori di questi fenomeni di <em>fatigue</em> <a>economica</a> e sociale, proponendo misure che <strong>prioritizzano la crescita economica domestica a discapito degli obiettivi europei di transizione verde e di politica estera</strong>. <a>La correlazione fra isolazionismo e ostilità alla transizione è spesso lampante.</a> Dopo aver vinto le elezioni a settembre, il nuovo governo slovacco <a href="https://www.ft.com/content/4dc3cea9-447d-488c-9b39-9f12356e6809">ha ad esempio condiviso</a> l’appello del Primo Ministro ungherese Viktor Orban di porre fine agli aiuti militari a Kyiv, <a href="https://abcnews.go.com/International/wireStory/slovakias-president-ready-swear-new-cabinet-after-partner-104248211"> nominando al contempo un Ministro dell’Ambiente</a> noto per le sue controverse dichiarazioni sul cambiamento climatico. In Germania, il partito di estrema destra <em>Alternative für Deutschland</em>  è diventato il secondo partito per popolarità, anche grazie alla sua <a href="https://www.nytimes.com/2023/11/01/world/europe/germany-green-party.html#:~:text=As%20the%20Greens%20have%20pivoted,effects%20of%20the%20Covid%20pandemic.">opposizione alle politiche energetiche ed ambientaliste dell’attuale governo</a>. È evidente che questa tendenza pan-europea possa creare dei cortocircuiti a livello comunitario. In Olanda, dove si terranno nuove elezioni generali a fine mese, il partito anti-establishment <em>New Social Contract</em> (attualmente primo nei sondaggi) <a href="https://www.euractiv.com/section/politics/news/dutch-anti-establishment-newcomer-party-opposes-further-eu-integration/">propone di sottomettere il processo legislativo europeo all’opinione del parlamento olandese</a> per evitare – tra le altre cose – il passaggio di misure ambientaliste che possano danneggiare gli interessi degli agricoltori.</p>



<p><strong>Non si può tornare indietro – solo avanti</strong></p>



<p>La guerra in Ucraina ha provocato una stanchezza negli elettori che rischia di far deragliare la transizione ecologica, i cui costi saranno comunque destinati a crescere nei prossimi anni. I movimenti populisti legano i due temi promettendo un ingannevole “ritorno alla normalità”, quando <strong>i governi europei devono invece continuare a investire strategicamente in settori dell’economia che promuovono contemporaneamente gli obiettivi di crescita, la sicurezza energetica e la transizione verde.</strong> Bruxelles deve lavorare per garantire l’allocazione – ed eventualmente l’espansione – di fondi comuni europei (Net-Zero Industry Act, Critical Raw Materials Act) per lo sviluppo di tecnologie verdi, incluse misure di efficienza energetica, fonti energetiche rinnovabili e mobilità sostenibile. Queste misure godono di supporto popolare: dopotutto, il <a href="https://www.eib.org/en/press/all/2022-155-three-quarters-of-italians-believe-the-green-transition-will-improve-their-quality-of-life">75%</a> dei cittadini crede che la transizione energetica sia un’opportunità di crescita economica. Come obiettivo a breve termine è dunque essenziale che Roma porti avanti il piano di riforme necessarie per sbloccare le prossime rate del PNRR, delle quali il 31,5% verrà dedicato appunto all’economia verde.</p>



<p><strong>È infine cruciale non cedere alle istanze di quei esponenti politici che addossano al sostegno all’Ucraina le colpe dell’attuale malessere economico. </strong>Un’Europa economicamente sana può prosperare solo in un quadro di sicurezza stabile, e le conseguenze economiche del conflitto poco hanno a che fare con problemi pregressi dell’economia europea, come ad esempio le <a href="https://www.wilsoncenter.org/article/us-eu-summit-washington-did-it-meet-expectations-expert-quick-takes">varie dispute transatlantiche</a> in corso (i dazi americani sul ferro e l’alluminio o gli effetti delle misure protezionistiche dell’Inflation Reduction Act sono temi sui quali sarà importante rafforzare la cooperazione con Washington). È fondamentale che l’Ue lavori sulla dimensione economica e di transizione ecologica e allo stesso tempo disinneschi il cortocircuito populista sulla guerra, sbloccando nuovi fondi in supporto all’Ucraina per il 2024 nel prossimo Consiglio europeo, oltre che concretizzando il piano per l’adesione di Kiev all’UE.</p>



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<p><a id="_msocom_2"></a></p>



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		<title>Ricostruire l&#8217;Ucraina: Le lezioni apprese dall’esperienza dei Balcani</title>
		<link>https://www.mondodem.it/673327/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 19 Jul 2023 11:33:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Appuntamenti]]></category>
		<category><![CDATA[Balcani]]></category>
		<category><![CDATA[Cooperazione]]></category>
		<category><![CDATA[ucraina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>MondoDem ha organizzato nella giornata del 13 luglio 2023, presso la sede nazionale del Partito Democratico in via&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>MondoDem ha organizzato nella giornata del 13 luglio 2023, presso la sede nazionale del Partito Democratico in via Sant’Andrea delle Fratte, un seminario sulle possibilità di ricostruzione dell&#8217;Ucraina, prendendo ispirazione dalle lezioni apprese dai Balcani. Ha avuto luogo un confronto con esperti, attori della società civile e delle ONG. Durante l&#8217;incontro, i partecipanti hanno condiviso le proprie esperienze, conoscenze e prospettive sul tema, aprendo un dibattito costruttivo sulla sfida di ricostruire un Paese dopo un conflitto con delle conseguenze sul tessuto sociale molto visibili. I paralleli fra Ucraina e Balcani sono molti, ma conta soprattutto il fatto che molti dei meccanismi con la quale la cooperazione italiana è predisposta ad affrontare il conflitto attuale (l’approccio “di rete”, i gemellaggi con comuni e regioni italiane, alcune Ong e attori economici sociali, gli strumenti tecnici legali) affondano radici in quella fase della storia recente.</p>



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<p>L&#8217;incontro ha visto la partecipazione di esperti, giornalisti e rappresentanti di organizzazioni non governative che hanno giocato un ruolo significativo nella ricostruzione dei Balcani, all’indomani delle guerre che portarono alla dissoluzione della ex Jugoslavia. Dario D&#8217;Urso, esperto di Balcani e Political Advisor per il Consiglio d&#8217;Europa, ha offerto una panoramica introduttiva, esaminando le esperienze passate e tracciando possibili linee di azione per l&#8217;Ucraina.</p>



<p><strong>Un punto chiave emerso dal seminario è stata l&#8217;importanza di coinvolgere la società civile nella ricostruzione.</strong> Le ONG italiane hanno svolto un ruolo determinante nei Balcani, cercando di ricucire le ferite e promuovendo la riconciliazione: l&#8217;accoglienza dei profughi e il supporto logistico sono stati i primi passi intrapresi, seguiti da un impegno a lungo termine nella ricostruzione delle comunità locali. È stata sottolineata, per l’appunto, l&#8217;importanza di un approccio che comprenda vari aspetti fisici, economici e sociali oltre alla necessità di promuovere una cultura di riconciliazione duratura e che, quindi, possa rappresentare un impatto sostenibile nel lungo periodo nelle popolazioni coinvolte.</p>



<p>L’esperienza dei Balcani insegna molto su questi punti. L’erogazione dei fondi pubblici in risposta alla guerra degli anni 90 è stata a volte farraginosa e non sempre soggetta a un buon coordinamento. Detto questo, sono stati comunque creati casi sostenibili anche al di fuori dello sviluppo di un tessuto economico vivace.</p>



<p>Durante il seminario, sono stati evidenziati anche i punti di forza e le sfide specifiche che l&#8217;Ucraina affronterà nel suo percorso di ricostruzione: <strong>la presenza di una vasta diaspora ucraina all&#8217;estero (in assenza di una politica di ritorni la </strong>forza lavoro ucraina potrebbe dimunuire di un terzo, da 17 a 11 milioni di persone) <strong>&nbsp;e la questione delle minoranze etniche russe sono state indicate come aspetti cruciali da considerare</strong>. È emerso il bisogno di sviluppare strumenti tecnici, economici e politici adeguati ad affrontare tali sfide e coinvolgere attivamente territori, enti locali e la diaspora ucraina residente in Italia. Il monito dei Balcani è qui importante. La sida della riconciliazione a livello etnico e sociale non è stata del tutto vinta. Gli sforzi profusi per la politica di ritorni dei rifugitati non sono sempre stati sufficienti e hanno avuto risultati modesti.</p>



<p>Il seminario ha anche messo in luce l&#8217;importanza di un <strong>approccio multilaterale</strong> e del coinvolgimento di attori diversi, tra cui organizzazioni non governative, istituzioni politiche e media, nel processo di ricostruzione: quello che è emerso è che l&#8217;esperienza delle ONG italiane, insieme ad altre esperienze internazionali, può svolgere un ruolo fondamentale nel fornire supporto e modelli di sviluppo per l&#8217;Ucraina.</p>



<p>È anche evidente che l’allargamento dell’Unione Europea non possa non giocare un ruolo cruciale nella ricostruzione ucraina. Oggi come allora, il tema è soggetto alla sovrapposizione di diverse agende: lo <em>state</em> e <em>nation building</em>, la ricostruzione fisica del paese e la competizione globale fra potenze esterna. Se si guarda a Balcani, la politica <strong>di allargamento Ue è ciò che ha coordinato questi piani</strong>, mancando però in ultima analisi l’obiettivo. Se ne possono derivare alcune lezioni: l’importanza della tempestività, l’importanza di passare da un’agenda umanitaria a un’agenda di sviluppo che vada però al di là di semplice politiche di mercato, dati gli squilibri economici che una liberalizzazione troppo rapida può creare, e <strong>infine porre al centro un modello basato sullo sviluppo sostenibile e la crescita del capitale umano.</strong></p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-rich is-provider-twitter wp-block-embed-twitter"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="twitter-tweet" data-width="550" data-dnt="true"><p lang="it" dir="ltr">Grazie a chi è intervenuto al seminario di <a href="https://twitter.com/MondoDemLab?ref_src=twsrc%5Etfw">@MondoDemLab</a> “Ricostruire l’Ucraina. Le lezioni apprese dai Balcani”, discutendo di allargamento e riforme, giustizia, società civile, democrazia e riconciliazione.<br>Qui la registrazione <a href="https://twitter.com/RadioRadicale?ref_src=twsrc%5Etfw">@RadioRadicale</a> <a href="https://t.co/ZDjGpA0c14">https://t.co/ZDjGpA0c14</a> <a href="https://t.co/iPpT2u6NFH">pic.twitter.com/iPpT2u6NFH</a></p>&mdash; Lia Quartapelle (@LiaQuartapelle) <a href="https://twitter.com/LiaQuartapelle/status/1679820124440649729?ref_src=twsrc%5Etfw">July 14, 2023</a></blockquote><script async src="https://platform.twitter.com/widgets.js" charset="utf-8"></script>
</div></figure>



<p>Diversamente dai Balcani<strong>, il tema delle garanzie di sicurezza è un nodo cruciale</strong>. Il settore privato non investe in un paese senza stabilità, ma un modello di sicurezza basato su una “<em>oversecurity</em>” è eccessiva militarizzazione potrebbe mettere in pericolo la salute della democrazia ucraina. Data la natura del conflitto, più che un modello balcanico di riconciliazione (al netto delle questioni legate alle popolazioni russofone in Crimea e a casi locali lungo la linea del fronte) <strong>sarebbe utile guardare al riavvicinamento pragmatico come quello fra Turchia e Armenia più che una vera pacificazione. </strong><strong></strong></p>



<p>Non poteva infine mancare un momento di discussione su quelle che sono e possono essere le sfide future che attendono l&#8217;Ucraina, sottolineando la necessità di un approccio lungimirante e del coinvolgimento attivo della società civile: è stato evidenziato da diversi interlocutori che l&#8217;Ucraina <strong>non può essere ricostruita senza un impegno congiunto e una cooperazione internazionale mirata</strong>, anche tenendo conto dalla lezione che si è imparata dalla ricostruzione balcanica dei decenni scorsi.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/673327/">Ricostruire l&#8217;Ucraina: Le lezioni apprese dall’esperienza dei Balcani</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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		<title>Per una strategia contro la disinformazione digitale</title>
		<link>https://www.mondodem.it/673314/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Armento]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 09 Jun 2023 10:40:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Vincitori Winter School 2023]]></category>
		<category><![CDATA[disinformazione]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>
		<category><![CDATA[ucraina]]></category>
		<category><![CDATA[Winter School 2023]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’invasione russa dell’Ucraina il &#160;24 febbraio 2022 è&#160; un conflitto nel cuore dell’Europa che segna una svolta nei&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>L’invasione russa dell’Ucraina il &nbsp;24 febbraio 2022 è&nbsp; un conflitto nel cuore dell’Europa che segna una svolta nei rapporti fra comunità Euro-atlantica e&nbsp; Russia.&nbsp; Si tratta di un evento che spinge&nbsp; le classi dirigenti dei popoli europei a pensare e rimodulare l’architettura di sicurezza dell’Unione Europea in una nuova prospettiva, che tenga conto delle innovazioni nella strategia bellica che questo conflitto ha mostrato al mondo, nonché dei rapporti geostrategici che si vengono e si verranno a delineare.</p>



<p>Basti pensare, infatti, che la stessa invasione dell’Ucraina è stata accompagnata da un attacco multi-dominio (dominio cyber e dominio spaziale) al segmento di terra di Viasat (fornitore statunitense di comunicazioni satellitari) e da una organizzata operazione di disturbo dei segnali di posizionamento e navigazione. In realtà, la Russia aveva condotto attacchi cyber contro l’Ucraina fin dall’occupazione della Crimea del 2014, e già il 14 gennaio 2022, pochi giorni prima dell’invasione vera e propria, Mosca&nbsp;&nbsp; aveva lanciato un&#8217;offensiva su vasta scala, prendendo di mira più di venti istituzioni governative ucraine. L&#8217;attacco, che aveva l&#8217;obiettivo di creare scompiglio in diversi siti web collegati al governo, si è poi propagato in tutto l&#8217;internet ucraino. “L&#8217;obiettivo dei criminali informatici russi era quello di seminare il panico tra la popolazione ucraina e dimostrare al mondo esterno che l&#8217;Ucraina è uno stato debole che non è in grado di gestire gli attacchi”, ha affermato Yurii Shchyhol, il capo del Derzhspetszviazok (il Servizio statale per le comunicazioni speciali e la protezione delle informazioni dell&#8217;Ucraina). Quest’ultima serie di attacchi, quindi, più che danneggiare le infrastrutture digitali delle istituzioni ucraine (come testimonia il fatto che non ci sia stata una perdita di dati) è stata un’operazione ascrivibile al contesto della&nbsp; cosiddetta guerra psicologica. Intravediamo in ciò che uno dei massimi studiosi di relazioni internazionali italiani, Gianfranco Lizza, ha prospettato essere la realtà dei&nbsp; prossimi anni: “<em>Nel 2050 i leader non siederanno intorno a un tavolo per aver vinto una o più guerre ma per averne vinta solo una, incruenta ma molto più efficace di tutte le altre: la conquista psicologica</em>”.</p>



<p>Creare una Unione Europea sicura e dotata di una politica comune di difesa significa investire tutti insieme in una sovranità tecnologica europea e superare, così, i <em>gap</em> tecnologici esistenti tra i diversi stati europei e gli altri paesi del mondo, come gli Stati Uniti. Proprio in cooperazione con questi ultimi è necessario creare una politica forte, coesa e complementare a quella della Nato, attraverso cui la Ue possa assurgere a potenza militare e industriale in grado di competere a livello globale. Parlare di sicurezza nella nostra epoca, assumendo una prospettiva che guardi al futuro, significa proteggere la società dal potere manipolativo che le vecchie e nuove élite culturali e politiche esercitano attraverso i mass media.</p>



<p>Perché interessarsi a questo aspetto psicologico? È passato un secolo dalla pubblicazione del saggio “Public Opinion”  di Walter Lippmann , nel quale il giornalista statunitense ha stabilito che i media,  dando la possibilità di conoscere eventi e argomenti estranei alla nostra realtà soggettiva, “<em>offrono i riferimenti contestuali all’interno dei quali – e mediante i quali – collocare e dare senso agli eventi stessi</em>”. A differenza di allora, nell’era di internet e del digitale il flusso delle informazioni genera a sua volta flussi mediatici controllati dalle tante piattaforme tecnologiche, che finiscono col provocare una atomizzazione della stessa opinione pubblica, rendendo instabile e paralizzando di fatto le democrazie. Viene da chiedersi se lo sviluppo tecnologico e digitale corroborino la causa della democrazia liberale e quindi della libertà di pensiero, e in quale modo si possa porre un argine all’attuazione  della propaganda digitale a sostegno della strategia di Putin.</p>



<p>Una risposta al problema proviene dalla Finlandia, nuovo membro della Nato a seguito degli eventi in Ucraina.  É dal 2002 che il ministero dell&#8217;Educazione di Helsinki promuove lezioni di <em>media literacy</em> e <em>cybersecurity</em> per proteggere gli utenti finlandesi dalla disinformazione. Oggi, la fiducia da parte dei cittadini finlandesi nel giornalismo è pari al 70%, la più alta percentuale d&#8217;Europa. La Finlandia è insomma un passo avanti nella lotta contro le f<em>ake news,</em> e gli stati europei hanno molto da apprendere in merito. L’Italia potrebbe  trarre insegnamento da tutto ciò  e rimodulare adeguatamente i corsi di studio universitari in comunicazione.  Ancora più importante è l’inserimento di moduli di insegnamento di <em>media literacy</em> a partire dalle scuole di primo  grado: all’Italia serve un processo di formazione digitale che, progressivamente, renda i giovani consapevoli e dotti degli strumenti di difesa nel cyberspazio. Oggi, le  dinamiche politiche globali riguardano tutti, ed è necessario che le prossime generazioni posseggano tutti gli strumenti per poter affrontare sfide attuali e future con competenza e non senza un briciolo di speranza.</p>



<p><em>Questo testo è fra i cinque premiati con una borsa di studio per partecipare alla Winter School di Politica Estera e Europea 2023, orgabizzata da Mondodem e dalla Friedrich-Ebert-Stiftung Italien. Gli altri pezzi sono disponibli <a href="https://www.mondodem.it/category/policy-brief/vincitori-winter-school-2023/">qui</a>.</em></p>
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		<title>L&#8217;aggressione russa e il concetto di linea rossa</title>
		<link>https://www.mondodem.it/3027/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Michele Esposti Ongaro]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 02 Aug 2022 09:04:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Russia e Asia centrale]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
		<category><![CDATA[ucraina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Secondo diffuse interpretazioni, l’aggressione della Russia contro l&#8217;Ucraina e la conseguente resistenza di Kiev sarebbero soltanto una proxy&#8230;</p>
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<p>Secondo diffuse interpretazioni, l’aggressione della Russia contro l&#8217;Ucraina e la conseguente resistenza di Kiev sarebbero soltanto una <em>proxy war </em>tra Russia e USA: l’aggressione sarebbe una <em>conseguenza </em>della politica statunitense, la resistenza ucraina un epifenomeno della guerra per procura, e gli stessi ucraini pedine nel grande gioco tra l’anglo-sfera e il mondo russo.</p>



<p>Gli elementi portati a sostegno di tale interpretazione sono essenzialmente tre: l’allargamento della Nato, il&nbsp; sostegno americano all’esercito ucraino e l&#8217;obiettivo statunitense di indebolire la Russia, in vista di un’ulteriore proiezione strategica anti-cinese.</p>



<p>Tali fattori sono certamente parte del conflitto, ma è corretto annoverarli come <em>causa</em> diretta dell’aggressione?</p>



<p>Gli USA vengono spesso considerati responsabili a causa dell’intento, dichiarato nel 2008, di allargare la NATO all’Ucraina e alla Georgia; ed anche a causa del ruolo da essi giocato nel cambio di regime del 2014. Questa interpretazione presuppone non soltanto il potere causale di tali avvenimenti, ma anche la responsabilità politica degli USA, e persino la loro intenzionalità.</p>



<p>Che cosa è scorretto in tali interpretazioni?&nbsp;</p>



<p>La variante dell’intenzionalità è la più facile da smontare. Non vi sono prove che gli americani volessero &nbsp;&nbsp;il conflitto e l&#8217;attuale scarsa propensione americana a negoziare non costituisce un elemento probatorio sufficiente. La tesi secondo cui gli USA vorrebbero sostituirsi alla Russia come esportatori di gas all’Europa è altrettanto traballante, per varie ragioni: i paesi europei tenderanno ad una maggiore diversificazione degli approvvigionamenti; l’economia USA non dipende in modo rilevante dall’esportazione di gas liquido; infine, le forniture di gas russo all’Europa, verosimilmente, non si interromperanno. Rimane un’ultima tesi di natura complottistica: gli USA avrebbero attivato la guerra per mettere in crisi l’economia delle “medie potenze esportatrici”, Germania e Italia, fortemente dipendenti dal gas russo. E’ possibile che singoli settori dell’establishment americano abbiano tali obiettivi, ma è infondato farne il motore della politica estera statunitense.</p>



<p>La teoria di una responsabilità diretta di tipo “doloso” è più sensata, ma non per questo meno scorretta. La tesi secondo cui USA e NATO sarebbero responsabili del conflitto a causa della violazione di una presunta “linea rossa” non ha alcun fondamento giuridico, geostrategico, storico ed epistemologico.</p>



<p>1. Non vi era alcun trattato che impedisse tale allargamento (sicuramente biasimabile da un punto di vista europeo-occidentale), ma soltanto &nbsp;promesse enunciate all’inizio degli anni ’90. Mentre è la Russia ad avere violato diversi trattati internazionali – quello di Helsinki del 1975, e soprattutto quello di Budapest del 1994.</p>



<p>2. &nbsp;La Russia non è stata accerchiata da paesi NATO, ma semplicemente avvicinata nei suoi confini occidentali. Molte sciocchezze sono state scritte circa il possibile dispiegamento di testate nucleari in Ucraina, ma la verità è che i russi non paventavano armi nucleari bensì l’installazione di sistemi di difesa eventualmente riconvertibili in sistemi di attacco. Un timore legittimo, ma la Russia già oggi schiera armi ed eserciti a ridosso dei paesi occidentali, testate nucleari nell’enclave di Kaliningrad e milizie armate&nbsp; in Libia. La presenza di Stati cuscinetto non è un dogma né un diritto, ma solo una comprensibile esigenza.</p>



<p>3. Il paragone con la crisi di Cuba è fuorviante. Nel 1962 gli americani, pur avendo scoperto testate nucleari, non rasero al suolo Cuba come sta facendo la Russia con l’Ucraina.&nbsp; Agirono certamente con un atto di forza privo di legittimità giuridica, tuttavia non cercarono di distruggere lo Stato cubano in quanto tale, annettendosi parte del suo territorio o modificando il tessuto delle popolazioni.</p>



<p>4. La reazione della Russia non è un’inevitabile conseguenza rispetto all’azione di allargamento della NATO: è un’azione deliberata, criminale e meritevole di sanzione. L’esistenza di una&nbsp; “linea rossa”, superata la quale uno Stato interviene militarmente, &nbsp;non è una&nbsp; legge scientifica ma una&nbsp; regola non scritta, e la confusione tra legge e regola denota scarsa dimestichezza con la metodologia delle scienze sociali.</p>



<p>L’infondatezza epistemologica della&nbsp; teoria secondo cui causa della guerra sarebbe l’allargamento della NATO, infine, è facilmente dimostrabile mediante dati controfattuali: la richiesta di adesione alla NATO da parte di Finlandia e Svezia probabilmente non provocherà alcun intervento militare da parte della Russia. E questo non perché Mosca sia impantanata in Ucraina, ma semplicemente perché la prospettiva dell’avvicinamento della NATO è solo il pretesto per una guerra di annessione nei confronti di un Paese cui Putin nega identità e ragion d’essere.</p>



<p>Ma non è tutto. Per quanto le dichiarazioni del 2008 costituissero una minaccia per la Russia, la rivolta del 2014 ha avuto origine da un moto spontaneo di una parte del popolo ucraino, il cui intento era&nbsp; l’avvicinamento all’Unione Europea. E’ soltanto dopo l’annessione della Crimea che l’adesione alla NATO è stata messa in agenda e le armi hanno cominciato ad affluire in Ucraina.</p>



<p>La politica statunitense è certamente uno degli elementi strutturali di questo conflitto, tuttavia non può essere considerata una causa diretta. La causa diretta del conflitto è soltanto la   politica imperialista della Russia, in relazione alla quale fatti certamente gravi come la guerra civile nel Donbass e la criticabile espansione della NATO non sono altro che pretesti.</p>
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		<title>Rollback</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giovanni Gasparini]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 25 Jun 2022 10:32:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Russia e Asia centrale]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>
		<category><![CDATA[ucraina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’Occidente non solo PUÒ vincere in Ucraina: DEVE vincere se vuole garantirsi un futuro di serenità relativa anziché&#8230;</p>
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<p>L’Occidente non solo PUÒ vincere in Ucraina: DEVE vincere se vuole garantirsi un futuro di serenità relativa anziché decenni di nuova guerra fredda.</p>



<p>Come tutti i dittatori finiscono per fare, l’illusione di grandezza di Putin lo sta spingendo ad impiccarsi da solo. Il compito delle forze democratiche è lasciargli abbastanza corda, ovvero passare da una fase passiva di contenimento ad una attiva di rollback, agendo su 4 leve.</p>



<p>1. Ripristinare la deterrenza a livello tattico nucleare, rendendo esplicito che l’impiego da parte russa comporterà una reazione ‘tit-for-tat’ con la conseguente distruzione della base da cui è prevenuto l’attacco iniziale tramite testata di pari potenza. Ciò dovrebbe ampiamente dissuadere i comandanti sul campo a cui è delegato o comandato l’uso delle armi atomiche tattiche, poiché equivarrebbe a firmare il proprio suicidio insieme a quello dei loro familiari che di solito vivono in prossimità di tali basi.</p>



<p>2. Cacciare le forze russe dal territorio ucraino infliggendo il più pesante numero di perdite possibili, soprattutto di materiali, grazie alla fornitura ai combattenti ucraini di armamenti adatti a controffensive, come elicotteri d’attacco, artiglieria pesante e lanciarazzi, veicoli per fanteria armati e corazzati, ma soprattutto munizionamento di precisione, intelligence e strumenti da guerra elettronica che neghino ai russi il coordinamento C4I. Sarebbe necessaria anche una operazione tipo St. Nazaire (forze speciali) o Taranto (con droni al posto dei biplani inglesi del 1940) per disabilitare la flotta a Sebastopoli, ponendo così fine al controllo navale russo sul Mar Nero, per sempre. A quel punto una Crimea demilitarizzata potrebbe anche aspirare ad uno statuto speciale.</p>



<p>3. Porre in essere il razionamento energetico e non comprare più nulla dai russi, al fine di cessare immediatamente il trasferimento giornaliero di oltre un miliardo di dollari per il loro gas e petrolio, mettendo così in crisi l’apparato statale russo nel giro di poche settimane. Ciò peraltro favorirebbe anche i piani di transizione energetica dell’Ue, a patto che si consideri anche il nucleare come fonte.</p>



<p>4. Aprire il fronte contro la propaganda e disinformazione orchestrata da oltre un decennio dal Cremlino, negando visibilità ed espellendo personale diplomatico e para-giornalistico, e investigando seriamente su quei personaggi occidentali che rivestono o hanno rivestito cariche pubbliche, per le quali hanno dichiarato fedeltà al loro Stato, e che hanno accettato di farsi corrompere da una potenza straniera ostile.</p>



<p>È una strategia costosa nel breve periodo ma dai grandi benefici probabilmente già dal 2023, che oggi abbiamo l’opportunità di eseguire grazie al fatto che alla Casa Bianca non siede più Trump, quinta colonna di Putin, ma un politico di grande esperienza a cui non manca il senso della storia e la conoscenza dei meccanismi della deterrenza.</p>



<p>È un’opportunità unica che potrebbe svanire se si cercasse un accordo prematuro, ma anche in virtù del pericolo posto dalla vittoria negli Stati Uniti degli isolazionisti o peggio dei fascisti come Trump e la sua gang repubblicana.</p>
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		<title>L&#8217;Eurovision in tempi di guerra</title>
		<link>https://www.mondodem.it/2973/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Sgrulletti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 May 2022 09:26:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[eurovision]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[ucraina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La ratio sottostante l’intero sistema di votazione dell’Eurovision Song Contest è la seguente: “non potendo votare per il&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>La <em>ratio</em> sottostante l’intero sistema di votazione dell’<em>Eurovision Song Contest</em> è la seguente: <strong>“non potendo votare per il Paese in cui vivi, per chi voterai?”. </strong>Questo principio motiva l’impossibilità, per le giurie di qualità nazionali, che assegnano la metà del punteggio finale, e per i singoli ascoltatori, di votare per chi rappresenta il proprio Paese.</p>



<p>Un’impossibilità che ha dato vita a diverse tradizioni, che tutti gli appassionati conoscono: ad esempio, Albania e Slovenia sono frequentemente tra chi premia l’Italia; è consueto che Montenegro, Macedonia del Nord e Serbia si scambino voti tra loro; è frequente che Cipro e Grecia si sostengano vicendevolmente; gli Stati che hanno conosciuto una forte emigrazione intraeuropea godono spesso di un vantaggio; ecc…</p>



<p>Si tratta di tradizioni confermate, ma la portata del voto confluito sull’Ucraina impone una riflessione molto peculiare. Già durante lo spettacolare momento dell’annuncio dei famosi “12 punti” assegnati da ogni giuria nazionale, dalle Capitali dell’Est Europeo era arrivato un flusso di voto significativo per la Kalush Orchestra. Ma è stato il voto popolare a fare dell’Ucraina la dominatrice dell’<em>ESC</em> 2022: <strong>in</strong> <strong>27 Stati su 39 ha raccolto 12 punti</strong> ed in altri 8 ha conseguito il secondo risultato possibile (10 punti). Tutto ciò con una canzone <em>folk-rap</em>, cantata in una delle lingue meno note d’Europa.</p>



<p>Si tratta di una specificazione sostanziale, perché la questione linguistica è essenziale nella storia dell’<em>Eurovision</em> e per altri lo è stata pure quest’anno: la Francia, ad esempio, che lo scorso anno aveva chiuso al secondo posto, è scivolata in fondo alla classifica, anche a causa di un brano in lingua bretone, proposto con ottime intenzioni (il bretone, infatti, potrebbe presto diventare una “lingua morta”), ma a scapito della sua accessibilità.</p>



<p>Il messaggio che le opinioni pubbliche europee hanno lanciato non è equivocabile: a dispetto di molte fumisterie intellettualistiche che vanno in scena ogni sera in alcuni <em>talk show</em>, sempre alla ricerca di una nicchia di pubblico composta da amanti della spettacolarizzazione del paradosso dialettico, la gente comune ha compreso che la guerra di Ucraina è un abominio perpetrato ai danni di un popolo che non desiderava altro che vivere in pace e libertà, come vive la gran parte delle altre comunità nazionali europee. Un’evidenza che d’altronde era stata già captata dalla comunicazione più <em>mainstream</em>, che non casualmente è accusata, da ambienti filorussi e da noti settori antagonisti di opinione pubblica, di portare avanti un racconto a senso unico della crisi russo-ucraina.</p>



<p>Va poi considerata la potenza dei <em>social network</em> nella diffusione della richiesta di soccorso che l’Ucraina lancia oramai quotidianamente da oltre due mesi: la viralità del messaggio lanciato da Zelens’kyj in corso di <em>Eurovision</em> è solo la punta dell’<em>iceberg</em> di un’eccellente strategia comunicativa, che ha aiutato a mantenere accesi i riflettori sul dramma del Paese, anche rispetto al rischio che la distanza delle vicende belliche dai territori d’Occidente d’Europa e i costi sulla vita quotidiana delle sanzioni facesse presto venir meno l’impulso solidaristico delle prime ore.</p>



<p>Non fermiamoci però alla comunicazione di governo: se c’è un evento mondiale che deve l’aumento esponenziale del suo <em>appeal </em>alla funzione svolta dai <em>social network</em>, quello è l’<em>Eurovision Song Contest</em> ed in questi giorni abbiamo osservato la mobilitazione di rappresentanti dell’Ucraina nelle scorse edizioni, ma anche di altre nazionalità, fino all’estremo della cantante lituana Monika Liu, che ha apertamente sostenuto i propri rivali ucraini.</p>



<p>L’intero evento, globalista per definizione, ha quindi lanciato un messaggio chiaro, contro una guerra scatenata da un regime che teorizza apertamente la fine della globalizzazione, accusata di minare le identità tradizionali che si pretende di preservare intatte o, quando necessario, di imporre.</p>
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		<title>End-Game: tre Europe possibili dopo il 24/02/2022</title>
		<link>https://www.mondodem.it/2936/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Giovanni Gasparini]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 31 Mar 2022 16:38:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Putin]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>
		<category><![CDATA[ucraina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A un mese dall’inizio dell’aggressione russa all’Ucraina bisogna iniziare a pensare i possibili scenari di riferimento in cui&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap is-style-default">A un mese dall’inizio dell’aggressione russa all’Ucraina bisogna iniziare a pensare i possibili <strong>scenari di riferimento</strong> in cui l’Europa dovrà operare nei prossimi decenni.</p>



<p>Le azioni degli attori europei e dell’Italia possono orientare questi esiti: <strong>bisogna iniziare ad agire e non solo a reagire</strong>.</p>



<p>Iniziamo dal <strong>first-best</strong>, quello evidentemente più desiderabile per l’Italia quale democrazia liberale all’interno di uno spazio di libertà, sicurezza e benessere euro-atlantico: la fine delle ostilità legata alla <strong>rimozione di Putin</strong> da parte di un regime russo non necessariamente democratico e liberale (non illudiamoci troppo, almeno nel medio periodo), ma quanto meno rispettoso delle leggi fondamentali della convivenza fra Stati, promotore di una politica estera e di difesa che rigetti l’attuale visione imperialista di natura geopolitica ‘a somma zero’.</p>



<p><strong>Cosa possono fare gli europei per ottenere questo risultato?</strong></p>



<p>&#8211; <em>supportare per tutto il tempo necessario la coraggiosa resistenza ucraina</em> con ogni mezzo indiretto, militare e non, in particolare cyber, interferenza elettronica, intelligence…</p>



<p>&#8211; <em>inasprire le sanzioni soprattutto</em> allargandole ai quadri intermedi della nomenklatura russa, ‘i colonnelli’, portare la Russia allo stato dell’URSS degli anni ’80 o peggio</p>



<p>&#8211; <em>ristabilire una deterrenza convenzionale e nucleare credibile</em> nell’ambito NATO ed europeo, rendendo esplicite le risposte proporzionali all’escalation russa, in particolare qualora essa si spinga all’uso di armi non convenzionali, chimiche e nucleari</p>



<p>&#8211; <em>isolare la Russia dalla Cina</em> con un mix di incentivi e possibili sanzioni indirette, facendo anche leva sulla gravissima crisi economica in cui versa il regime cinese</p>



<p><strong>Il costo di questa strategia</strong> è elevato, dal punto di vista economico per gli europei e dal punto di vista umano per gli ucraini, ma se condotta con la massima forza possibile nel breve periodo potrebbe rompere la volontà russa prima che essa riduca in polvere le città ucraine e vinca la resistenza ucraina.</p>



<p><em>Solo questa strategia però garantisce una stabilità di lungo periodo</em>, in cui progressivamente i rapporti con la Russia possono essere ri-socializzati in termini cooperativi, sostenendo da un lato la crescita economica del paese al di là dei beni energetici e minerari e delle oligarchie che li controllano, e progredendo nell’ambito della soluzione del dilemma della sicurezza tramite progressivi step irreversibili di riduzione delle forze militari russe nel teatro europeo.</p>



<p><strong>L’alternativa in seconda battuta</strong> sarebbe la fine delle ostilità in Ucraina con un compromesso più o meno favorevole alle forze russe, con Putin e la sua cricca ancora in sella al Cremlino e Kiev ridotta ad una terra di nessuno costantemente sottoposta ad infiltrazioni anche militari russe, legata ad un fragile accordo che già diverse volte la Russia ha dimostrato di non rispettare, da quello pivotale del 1994 a quelli del 2014.</p>



<p>Si tratterebbe di <em>un’equilibro fragilissimo</em>, in cambio del quale l’Europa potrebbe ricevere minori costi economici, poiché almeno parte delle sanzioni andranno ritirate per raggiungere l’accordo, e taglierebbe le gambe sia a qualunque coraggiosa resistenza partigiana ucraina, sia a chi in Russia si oppone a Putin e sta pensando alla sua rimozione.</p>



<p><em>Putin avrebbe cosi sostanzialmente vinto la battaglia</em>, e avrebbe tutto il tempo di preparare le prossime mosse militari, rassicurato ancora una volta dalla nostra debolezza.</p>



<p>Questo esito potrebbe anche determinarsi a causa di una chiara vittoria militare russa sul terreno, nel qual caso la situazione per gli europei sarebbe ancora peggiore, poiché l’Ucraina finirebbe sotto controllo russo, con tutte le sue importanti risorse alimentari ed economiche, e il Cremlino si rafforzerebbe nella sua opinione che l’uso della forza miliare è pagante.</p>



<p><em>Non abbiamo quindi solo un obbligo morale di armare l’Ucraina: anche dal punto di vista del realismo politico ci conviene</em>.</p>



<p>Per arrivare a questo scenario basta non sostenere la resistenza ucraina, esitare nel mantenere le sanzioni, continuare a dimostrarci capaci di rispondere alle minacce russe solo con la paura.</p>



<p>Il risultato di lungo periodo sarebbe il <strong>ritorno ad una specie di ‘Guerra Fredda’</strong> ma molto più calda di quella del 20mo secolo, con al comando della Russia un personaggio completamente inaffidabile col dito sul pulsante nucleare, e la possibilità che una conversione americana all’isolazionismo ci lasci soli ad affrontarlo.</p>



<p>Inoltre la mancata integrazione dell’Ucraina nel sistema europeo viene a far mancare nel lungo periodo la basi per l’indipendenza agroalimentare ed energetico-industriale del Continente.</p>



<p>Non è uno scenario particolarmente confortante..</p>



<p>Vi è poi lo <strong>scenario prodotto da una chiara vittoria russa</strong> in Ucraina, tuttora possibile ma reso improbabile della Resistenza; in questo caso, ci si deve aspettare una <em>escalation del conflitto</em> verso altri paesi dell’est Europa, in cui l’uso di armamento nucleare non è solo previsto, è dottrinalmente prescritto.</p>



<p>La debolezza occidentale favorirebbe inoltre il rafforzamento dell’alleanza russo-cinese, con le inevitabili conseguenze negative per l’occidente.</p>



<p>Per questo chi suggerisce l’”Appeasement” è, in buona fede o molto più probabilmente in mala fede, oggettivamente contrario al benessere dell’occidente e del suo sistema democratico ed economico di stampo liberale. Che poi è l’evidente obbiettivo strategico della Russia di Putin.</p>



<p><em>Abbiamo dunque veramente scelta?</em> Serve davvero trattare mentre le forze russe si raggruppano e come previsto distruggono indiscriminatamente città e persone? Ogni nostra debolezza aggiunge una crepa al sistema della deterrenza.</p>



<p>Se l’occidente ha una responsabilità in questo conflitto, è di essere stato troppo debole, minando la credibilità del nostro deterrente. La quinta colonna russa in America, l’amministrazione Trump, ha fatto il resto.</p>



<p><strong>Non abbiamo veramente scelta, se davvero vogliamo una vera pace in Europa, non una ‘Pax Sovietica” (ehm russa…), dobbiamo lavorare per il first-best.</strong></p>



<p>Subito e senza esitazioni.</p>
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		<title>Responsabilità penali individuali per l’aggressione in corso in Ucraina: 4 proposte sul possibile ruolo dell’Italia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea de Guttry, Luca Poltronieri Rossetti, Emanuele Sommario]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 01 Mar 2022 19:16:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Policy brief]]></category>
		<category><![CDATA[Russia e Asia centrale]]></category>
		<category><![CDATA[Putin]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>
		<category><![CDATA[ucraina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’aggressione della Federazione Russa contro l’Ucraina è un evento di enorme portata per le sue implicazioni sul quadro&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap is-style-default">L’aggressione della Federazione Russa contro l’Ucraina è un evento di enorme portata per le sue implicazioni sul quadro politico e giuridico internazionale. La reazione della Comunità internazionale si è tradotta principalmente in sanzioni contro la Russia. Vi sono però anche profili di responsabilità penale individuale a carico di quanti sono coinvolti nel conflitto: si tratta di aspetti assai rilevanti anche perché possono avere un impatto significativo.</p>



<p>Né l’Ucraina, né la Federazione Russa e neppure la Bielorussia sono Stati Parte allo Statuto della Corte penale internazionale (CPI). Ciò nonostante, l’Ucraina si è avvalsa della facoltà di accettare la competenza della Corte tramite un’apposita dichiarazione. Tale dichiarazione, fatta dal Governo ucraino nel 2015, conferisce alla Corte competenza su quanto accade sul territorio ucraino “a partire dal 20 aprile 2014” e “per una durata illimitata”.</p>



<p>L’attacco da parte della Russia e della Bielorussia contro l’Ucraina è, dal punto di vista tecnico, un “atto di aggressione”, capace di dar luogo alla responsabilità penale individuale di chi lo ha deciso, pianificato, iniziato ed eseguito in base allo Statuto della CPI. Nel caso di specie, le regole della Corte le precludono la possibilità di procedere per il crimine di aggressione. La Corte potrà però esercitare pienamente la sua competenza per gli altri presunti crimini – da qualunque parte vengano commessi – in territorio ucraino, ossia atti di genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra in virtù di una iniziativa autonoma del Procuratore. A tal fine servirebbe una previa autorizzazione di una Camera preliminare della Corte, che non sarebbe tuttavia necessaria nel caso fosse uno Stato parte a riferire il caso alla CPI. Lo stesso Procuratore ha già affermato la propria volontà di aprire un’indagine.</p>



<p>Peraltro, il sistema della Corte si basa sul principio di complementarità: spetterebbe anzitutto agli Stati Parte adoperarsi per perseguire e reprime i crimini; la Corte interverrà solo se questi si rivelino incapaci o non intenzionati a procedere. Va infatti ricordato che tutti gli Stati hanno potenzialmente titolo per perseguire i presunti crimini internazionali commessi o in corso di commissione in Ucraina in base ai criteri di competenza previsti dalle rispettive legislazioni penali. Gli Stati il cui diritto penale consente di procedere sulla base della cosiddetta “giurisdizione universale” (ossia anche in assenza di qualunque collegamento territoriale o personale con lo Stato che procede), potrebbero non solo colmare il deficit di competenza della Corte penale internazionale sul crimine di aggressione, ma anche rappresentare una seria spina nel fianco per i presunti autori degli altri crimini internazionali. Questi potrebbero vedere infatti limitata la propria libertà di circolazione in quanto possibili destinatari di mandati di arresto o a comparire davanti a tribunali nazionali.</p>



<p>La combinazione di indagini e procedimenti penali al livello internazionale e nazionale consentirebbe – se opportunamente utilizzata – di chiamare i responsabili di presunti crimini internazionali commessi in Ucraina a rispondere davanti alla giustizia, con la possibilità di limitarne la libertà di movimento e, se effettivamente sottoposti a processo e condannati, di irrogare nei loro confronti condanne penali e di costringerli a riparare il pregiudizio causato alle vittime. Infine, va ricordato che per molte delle condotte che costituiscono crimini internazionali vige in base a norme di trattati internazionali l’obbligo o di sottoporre a processo penale o di estradare (c.d. <em>aut dedere aut judicare</em>) i presunti responsabili che si trovino nella disponibilità dello Stato.</p>



<p>È auspicabile che su iniziative di questo genere si possa formare un’ampia convergenza tra gli Stati della Comunità internazionale affinché la drammatica situazione in Ucraina possa rappresentare una importante occasione per rinnovare l’impegno di tutti per la difesa e promozione del diritto e della giustizia internazionali.</p>



<p>Di seguito quattro proposte concretamente percorribili dall’Italia per favorire l’accertamento di responsabilità penali in riferimento ai fatti in corso in Ucraina e in altri futuri scenari di conflitto</p>



<h2 id="le-proposte" class="cnvs-block-section-heading cnvs-block-section-heading-1646162636776 halignleft" >
	<span class="cnvs-section-title">
		<span>Le Proposte</span>
	</span>
</h2>



<ol class="wp-block-list"><li><strong>L’Italia potrebbe adoperarsi, anche presso gli altri Paesi dell’UE e/o in seno all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, affinché sia presentata collettivamente da più Stati una comunicazione o una denuncia formale congiunta al Procuratore della CPI &#8211; che ha già dichiarato la propria intenzione di procedere &#8211; invitandolo direttamente ad effettuare indagini su quesSsta situazione al fine di determinare se una o più persone particolari debbano essere accusate per crimini di genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra.</strong></li><li><strong>L’Italia potrebbe dare un importante segnale di coerenza dando piena attuazione nel proprio ordinamento penale al crimine di aggressione, come disciplinato dallo Statuto della Corte penale internazionale, al pari di altri Paesi europei.&nbsp;</strong></li><li><strong>L’Italia potrebbe prendere in considerazione di introdurre nel proprio ordinamento giuridico il principio di giurisdizione universale per i crimini internazionali, dal quale potrebbero scaturire in futuro processi penali capaci di dare giustizia alle vittime di crimini per i quali risulti impossibile o estremamente difficile esercitare la competenza a livello internazionale.</strong></li><li><strong>L’Italia potrebbe rendersi protagonista di iniziative diplomatiche nelle sedi internazionali affinché  gli Stati che condannano gli atti di violenza occorsi sul territorio ucraino dichiarino espressamente che daranno piena attuazione all’obbligo <em>aut dedere aut judicare</em> previsto da norme dei trattati internazionali, per assicurare che non vi sia impunità per crimini internazionali.</strong></li></ol>



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		<title>Le radici storiche della guerra tra Ucraina e Russia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gregorio Staglianò]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 26 Feb 2022 10:17:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Russia e Asia centrale]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>
		<category><![CDATA[ucraina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le drammatiche scene di Kiev e delle altre città ucraine sotto il fuoco delle forze armate russe ci&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Le drammatiche scene di Kiev e delle altre città ucraine sotto il fuoco delle forze armate russe ci restituiscono l’immagine di un conflitto brutale, che ha subito un’escalation senza precedenti nella recente storia contemporanea. Eppure, nonostante l’impressionante velocità attraverso la quale la crisi si è rapidamente trasformata in una guerra, proprio la storia insegna che nessuna linea di faglia nell’arena internazionale possa aprirsi senza avere cause profonde. Difatti, quella dei rapporti tra l’Ucraina e la Russia è una vicenda che ha radici lontane, tragiche per certi versi, che attraversa la storia del Novecento e si intreccia con i maggiori cambiamenti globali avvenuti nel secolo scorso.</p>



<p>L’Ucraina è un mosaico di etnie, lingue e religioni. Semplificando un po’, potremmo dire che la linea di demarcazione passa sul fiume Dnepr, che solca a metà il Paese: ad ovest un&#8217;Ucraina europea e occidentale, ad est una più tradizionale, legata alla Russia, per tradizioni, lingua ed economia. Per comprendere cosa abbia spinto Putin ad annettere la Crimea nel 2014 e oggi a invadere il territorio ucraino dobbiamo fare un passo indietro.</p>



<p><br>1917: la Grande Guerra è in corso, il mondo intero è in subbuglio e sulle macerie dell’Impero zarista, si abbatte la furia della rivoluzione bolscevica. Liquidata la famiglia reale ed il governo provvisorio, i rivoluzionari si impossessano del potere costituendo la Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa (RSFSR), antesignana dell’Unione Sovietica. Iosif Stalin, uno dei protagonisti della rivoluzione, viene nominato Commissario del popolo per le Nazionalità nel nuovo governo: si dovrà occupare delle minoranze etniche e delle spinte indipendentiste che già si dimostrano un problema. Numerose entità dell&#8217;ex impero dichiararono infatti l’indipendenza. In Ucraina, il Consiglio Centrale &#8211; Central&#8217;na Rada &#8211; proclama la nascita di uno Stato ucraino sovrano Lenin e Stalin non hanno dubbi: bisogna intervenire. Ciò mette in moto una serie di avvenimenti che portano il governo ucraino a chiedere aiuto all’impero tedesco, che nel 1918 scaccia l’Armata Rossa ed instaura un governo fantoccio. La prima vera grande tensione imperiale dunque, si palesa in territorio ucraino.</p>



<p>Nello stesso anno la Russia è costretta ad uscire dal primo grande conflitto, dilaniata dalla guerra civile scoppiata tra rivoluzionari e controrivoluzionari. Quando poi a Versailles nel 1919 viene siglata la pace, le truppe tedesche sul fronte orientale tornano a casa. Per i Paesi dipendenti dall’assistenza degli Imperi Centrali, come l&#8217;Ucraina è il caos, l&#8217;anarchia. Nell’immediato dopoguerra infatti, è la lotta per il potere a governare la scena: a contendersi l’autorità sono le forze armate, le istituzioni, la Polonia, le forze dell’Intesa – Francia, Regno Unito e Russia, controrivoluzionari, socialisti rivoluzionari, anarchici e bolscevichi. Questi ultimi, nel 1922, spazzati via gli uomini dell’Armata Bianca, oppisitori della Rivolzione del 1917, chiudono la partita, e sulle ceneri della RSFSR fondano l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. L’URSS, il primo Stato socialista della storia, è ora una realtà. E l’Ucraina, ora formalmente Repubblica Socialista Sovietica Ucraina (RSSU), ne è una delle repubbliche fondatrici.</p>



<p>Assunti pieni poteri, Stalin consolida il suo domino. Tra il 1929 e il 1930, decide di liquidare i kulaki &#8211; i grandi proprietari terrieri- attraverso una collettivizzazione spietata delle terre. È l’epoca del grande terrore staliniano, delle famose “purghe”. Circa 5 milioni di contadini vengono deportati. La fame falcia centinaia di migliaia di vittime. L’URSS intera è in ginocchio, ma a soffrire è soprattutto l’Ucraina, grande riserva di grano di tutto il regime sovietico. Alla carestia si aggiunge la volontà politica di Stalin di usare la fame come arma per risolvere una volta per tutta la questione della collettivizzazione e soprattutto per schiacciare quelle spinte indipendentiste mai sopite nell’URSS.</p>



<p>Ora Stalin ha un obiettivo: l’eliminazione di tutta l’élite locale ucraina sospettata di nazionalismo. Siamo a cavallo tra il 1932 e il 1933, quando la carestia e la repressione si abbattono con una ferocia inaudita. “Holodomor” &#8211; uccisione per fame &#8211; è il termine con cui viene generalmente ricordato questo tragico periodo, in cui tra 1,5 e 3 milioni di persone muoiono di fame. Ad oggi il coinvolgimento diretto delll’URSS e di Stalin in questa tragedia è oggetto di discussione tra gli storici, ma numerosi Paesi considerano quegli avvenimenti come un vero e proprio tentativo di genocidio. Il Parlamento Europeo, per esempio, senza menzionare alcuna responsabiltà sovietica, riconosce l’Holodomor come un “<a href="https://op.europa.eu/en/publication-detail/-/publication/1338c30b-1618-47b2-a2b7-6e19bdafe751/language-en">crimine contro l’umanità</a>” dal 2008.</p>



<p>Durante la seconda guerra mondiale, l’Ucraina, fra il 1941 ed il 1944 viene occupata dai tedeschi in marcia verso il cuore dell’URSS, che in alcuni ambienti militari e politici vengono accolti come dei liberatori in funzione anti-sovietica. Questa visione viene coagulata all’interno dell’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini, partito nazionalista fondato nel 1929 da esuli anti-comunisti e anti-russi e guidato da Stepan Bandera, collaborazionista della Germania hitleriana e fondatore dell’Esercito Insurrezionale Ucraino (UPA). Bandera e l’UPA sono due protagonisti della storia ucraina che oggi rimangono avvolti in una coltre di nebbia: una parte dell’opinione pubblica li considera infatti direttamente responsabili di massacri e omicidi di massa – come quello dei polacchi in Volinia e&nbsp; Galizia orientale tra il 1943 e il 1945 e lo sterminio di 1,6 milioni di ebrei ucraini -, un’altra parte considera invece Bandera un fiero eroe nazionale. Ucciso nel 1959 probabilmente dal KGB, Bandera è stato insignito postumo dell’onorificenza di Eroe dell’Ucraina, suscitando numerose polemiche.</p>



<p>Finito il conflitto, l’URSS siede al tavolo dei vincitori e l’Ucraina, parte di essa, ottiene un ampliamento dei suoi confini verso occidente: le regioni storiche della Galizia, della Bucovina e della Rutenia sub-carpatica entrano ufficialmente a fare parte del territorio ucraino. È Stalin a negoziare questi nuovi confini, prima principale carnefice e ora difensore dell’integrità territoriale dell’Ucraina. Un paradosso della storia, che si esprime anche nell’ambiguità del comportamento del leader sovietico: Stalin impone il silenzio sul massacro di Babij Jar del 1941, l’omicidio di massa di 33.771 ebrei ucraini ad opera di nazisti e collaborazionisti ucraini. Perché Stalin decide di tacere? Per almeno due motivi: il suo antisemitismo, maldestramente camuffato da un anti-occidentalismo di sorta, emerso dopo la guerra; e per la retorica sovietica secondo la quale tutto il popolo aveva sofferto durante il conflitto e per cui non bisognava accentuare il tormento di una nazionalità sull’altra, con il rischio di alimentare diffidenze e acredini. Stalin muore nel 1953, e a succedergli alla guida dell’URSS è Nikita Chruščëv, che raccoglie la pesante eredità del leader sovietico. L’anno successivo, nel 1954, per celebrare &#8220;i 300 anni di amicizia tra Ucraina e Russia&#8221; &#8211; fatti coincidere con la pace di Perejaslav &#8211; Chruščëv dona la Crimea all’Ucraina. È una regalia simbolica, perché tutto avviene nella cornice delle entità federate dell’URSS. Ma perché Chruščëv concede questo regalo? Perché la Crimea è un luogo dove la storia russa e quella ucraina si incontrano, e Chruščëv stesso vi nasce poco distante. Attorno a quella regione poi ruota un intero filone romantico e storico-letterario di grandi gesta di antichi guerrieri che si rifanno egli episodi della Guerra di Crimea combattuta tra il 1853 e il 1856.</p>



<p>La guerra fredda intanto continua a plasmare il mondo e l’Ucraina torna protagonista sulla scena internazionale nel 1986, quando il disastro di Černobyl’ getta nel panico l’Europa intera e soprattutto la leadership sovietica, che decide di tacere, ancora una volta, su quanto accaduto. Nonostante gli aiuti riceviti, Kiev accusa il colpo e non apprezza l’atteggiamento di Mosca: un anello nella catena di fiducia tra le due repubbliche sovietiche si spezza. Da lì a breve però, a sgretolarsi sarebbe stata proprio l’URSS, che comincia a sfaldarsi all’inizio del 1990. In un contesto in rapida evoluzione, le repubbliche federate reclamano la loro indipendenza, e il 24 agosto del 1991 anche l’Ucraina conclude definitivamente il suo percorso nell’Unione Sovietica. L’Ucraina è finalmente uno Stato sovrano. Ma tra tutti i membri dell’ormai ex-URSS è quello che presenta più grane a Mosca.</p>



<p>La sua indipendenza infatti apre due questioni prioritarie per Mosca: il mancato completamente della “russificazione” dell’Ucraina, giudicata dal Cremlino – con una pretestuosa lettura ideologica della storia dei due Paesi – come parte integrante del territorio e dell’identità russa. Kiev infatti, secondo la versione “putinina” rappresenta il luogo di nascita sia dell’Ucraina che della Russia. &nbsp;Per giustificare questa idea Putin risale alla Rus’ di Kiev, che era in realtà una confederazione di diversi principati e città che fra il IX e il XIII secolo riuniva una parte delle terre oggi appartenenti alla Russia europea, all’Ucraina e alla Bielorussia. Dall’Ottocento in poi, nella spasmodica ricerca di una radice storica che giustificasse la natura sempiterna degli imperi, intellettuali e storici russofili cercano di convincere l’opinione pubblica che la Rus’ di Kiev e i suoi territori siano parti inscindibili dell’identità russa; dall’altra parte, nazionalisti e intellettuali ucraini cercando di scardinare questa idea e di promuovere l’autonomia storica della nazione ucraina, provocando il risentimento della contoparte russa che non può accettare che la culla della loro civiltà riseda al di fuori dei confini nazionali. Alla fine della guerra fredda questa pesante eredità storica riemerge e presenta il conto. Nelle regioni orientali dell’Ucraina infatti, fin dai primi anni Novanta, Mosca ha cercato nemmeno troppo velatamente di assimilare la popolazioni ad est del Dnepr, attraverso il rafforzamento di legami culturali, economici, e distribuendo ininterrottamente una lunga e silente sequela di passaporti russi.</p>



<p>Il secondo tema è legato alla destinazione delle circa 1.900 testate nucleari sovietiche presenti sul suo territorio. L’Ucraina è infatti l’ex repubblica sovietica è il maggior “deposito” delle armi atomiche di Mosca. Gli ordigni vengono riconsegnati al Cremlino nel 1994, che accetta di smaltirli in cambio di garanzie politiche e territoriali all’Ucraina, con la firma del Memorandum di Budapest. Nel frattempo, il mondo post-guerra fredda assume connotati del tutto nuovi, ridisegnando assetti ed equilibri: tra il 1999 e il 2004 numerosi Paesi dell’Europa orientale aderiscono alla NATO, comprese le tre ex-repubbliche baltiche dell’URSS. L’Ucraina manifesta l’intenzione di aderire al Patto Atlantico nel 2002, in cambio di un processo di riforma profondo dei servizi di sicurezza e dell’apparato statale, profondamente minato dalla corruzione, tutt’ora in corso e verso il quale l’Alleanza ha sempre dimostrato cautela, vista la delicata posizione geografica di Kiev, nei rapporti tra est e ovest e considerata la “promessa” – orale, mai tradotta in nessun documento ufficiale – che la NATO non si sarebbe espansa verso est, dopo il 1989, oltre il territorio della Germania.</p>



<p>All’alba del nuovo millennio, l’impopolarità degli oligarchi, le condizioni di vita precarie, e alcune nuove tensioni con la Russia di Boris Él’cin – riguardo al destino da assegnare alla flotta russa di stanza nel Mar Nero &#8211; &nbsp;spingono l’opinione pubblica a guardare con interesse al modello occidentale europeo. È in quegli anni che l’Ucraina matura la sua convinzione di impostare un rapporto con l’Europa che vada al di là di semplici rapporti bilaterali. Su questa scorta, nel 2004, migliaia di persone, esacerbate da un contesto politico interno che non dimostra sufficienti segnali di apertura, scende in piazza, all’indomani delle elezioni presidenziali, con la cosiddetta &#8220;Rivoluzione Arancione.&#8221; A seguito delle proteste, la Corte Suprema annulla l’esito della tornata elettorale, favorevole a Viktor&nbsp; Janukovyč&nbsp; – Primo ministro russofilo, accusato di brogli &#8211; per ribaltare il risultato a favore di Viktor Juščenko – sotto la cui presidenza Stepan Bandera viene insignito postumo di una onorificenza, che verrà prima annullata dalla corte suprema nel 2011, e poi restituita nel 2014 dal presidente Petro Porošenko &#8211; che rimane al potere fino al 2010, attraversando numerose crisi governative come quella del 2008 in occasione della guerra tra le Georgia e la Russia. Juščenko si schiera a favore della Georgia, attirandosi le critiche del suo primo ministro, Julija Tymošenko, accusata a sua volta di essere troppo morbida nei confronti del Cremlino. Nel frattempo infuria un’altra guerra, quella del gas, tra Kiev e il colosso energetico russo Gazprom, ai ferri corti dal 2006: un braccio di ferro che dura fino al 2009 e che Vladimir Putin, Presidente della Federazione Russa, riesce a piegare in suo favore.</p>



<p>L’anno successivo Janukovyč si ripresenta alle elezioni, vincendole. Il nuovo Presidente ferma il processo di avvicinamento all’Unione Europea dell’Ucraina, sospendendo l’accordo di associazione con Bruxelles. Il clima di tensione viene esacerbato dalla violenza degli apparati di sicurezza e della corruzione, che contribuiscono a far esplodere nel 2013 una serie di violente proteste pro-europee che costringono lo stesso Janukovyč ad abbandonare il Paese nel 2014. Le manifestazioni infuocano Kiev e il Paese e il caos politico creatosi diventa il terreno di cultura di numerose organizzazioni dichiaratamente neo-naziste, che gettano un cono d’ombra su “Euromaidan”. Anche a causa delle defezioni dell’esercito regolare, alcune organizzazioni para-militari di estrema destra – come il reggimento operazioni speciali Azov &#8211; vengono “assoldate” per contrastare i sostenitori filo-russi, commettendo, secondo <a href="https://www.osce.org/files/f/documents/e/7/233896.pdf">l’OSCE</a>, crimini di guerra e numerose torture. Il contesto socio-politico si aggrava ulteriormente con la strage di Odessa del 2 maggio 2014, compiuta secondo gli osservatori dai neonazisti di Pravyj Sektor, ai danni di manifestanti anti-Euromaidan, in circostanze mai del tutto chiarite. In un clima in rapido deterioramento, con il pretesto di correre in soccorso delle comunità russofone minacciate dai manifestanti pro-europei e dalle frange estremiste, cominciano ad affluire – senza insegne sulle mimetiche – soldati russi in territorio ucraino. A seguito di un controverso referendum, senza il consenso del governo di Kiev, la Russia di Putin decide formalmente di integrare il territorio della Crimea in quello della Federazione Russa, di fatto annettendola.</p>



<p>È il 2014. Nell&#8217;Ucraina orientale proteste pubbliche pro-Russia sfociano in una guerra tra governo centrale e separatisti che si autoproclamano in due repubbliche popolari indipendenti, quella di Doneck e quella di Lugansk. A poco servono i Protocolli di Minsk I e II firmati nel 2014 e nel 2015 per la cessazione delle ostilità, nonostante la latenza e la bassa intensità del conflitto. In seguito alle tensioni internazionali scaturite dalla crisi, i Paesi occidentali preparano una serie di contro offensive diplomatiche contro Mosca, mentre la NATO, a partire dal 2016, a causa della crescente assertività russa, sposta il baricentro della sua azione militare fino alle Repubbliche baltiche, a protezione dei confini orientali del continente europeo, con l’esercitazione NATO Enhanced Forward Presence. La reazione di Mosca è asprissima. Nel 2019 poi, l’elezione del filo-europeista Volodymyr Zelens&#8217;kyj in Ucraina riaccende la crisi. Mosca non ha intenzione di assistere passivamente alla possibile adesione dell’Ucraina alla NATO, ma i suoi ultimatum vengono rispediti al mittente dai Paesi dell’Alleanza Atlantica.</p>



<p>Così, mentre dal 2021 l’intelligence occidentale comincia ad osservare un grosso sommovimento di truppe russe lungo i confini dell’Ucraina, giudicato come il più massiccio dal 1989, la crisi si inasprisce e precipita velocemente, giorno dopo giorno fino a quando, il 24 febbraio scorso, la storia ucraina e quella russa, si incontrano di nuovo sul campo di battaglia.</p>



<p>Per le strade di Kiev si gioca una partita molto più grande del destino del governo centrale e delle repubbliche separatiste. La sua posizione strategica, la sua storia, i suoi rapporti politici con l’UE, la NATO e la Russia, la pongono al centro di una linea di faglia, che proprio come il Dnepr, separa due visioni del mondo che pare non abbiano molto altro da dirsi, se non lottare per la propria sopravvivenza. Nel 1992, sulle macerie ancora fumanti di un mondo in disordine, Francis Fukuyama scriveva che la storia si avvitava verso la sua conclusione, con la vittoria delle democrazie liberali sulla pachidermica architettura comunista. Una profezia che non solo è stata criticata e smentita, ma che la tragica guerra russo-ucraina, impone di seppellire.</p>
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