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	<title>Policy brief Archivi &#8211; MondoDem</title>
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	<description>Laboratorio di Politica Internazionale</description>
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	<title>Policy brief Archivi &#8211; MondoDem</title>
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		<title>L’Europa come attore globale di politica estera: sfide e prospettive future per i progressisti europei</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 May 2024 19:30:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Policy brief]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[spring school]]></category>
		<category><![CDATA[Winter school]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’ordine mondiale sta attraversando una trasformazione significativa e le categorie con cui lo abbiamo letto e interpretato fino&#8230;</p>
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<p>L’ordine mondiale sta attraversando una trasformazione significativa e le categorie con cui lo abbiamo letto e interpretato fino a oggi stanno dimostrando tutta la loro obsolescenza. Il costante mutamento dei rapporti di potere, in atto da decenni, ha eroso la centralità del modello occidentale su scala globale. L’invasione russa dell’Ucraina, la crisi nel Mar Rosso, il turbine di violenza che sta ridisegnando gli equilibri nel Medio Oriente, il ribollire delle tensioni nell’area dell’Indo-Pacifico e l’ascesa di nuovi attori, hanno reso evidente che quello in cui viviamo è un mondo multipolare in costante mutamento. Alla vigilia di una tornata elettorale cruciale, quella del giugno 2024, l’Europa è minacciata internamente da forze sovraniste, autoritarie e nazionaliste che vorrebbero accentrare gli strumenti del potere, condannando Bruxelles all’irrilevanza internazionale. Esternamente la sua posizione è minata dalla difficoltà di giocare un ruolo realmente efficace in quadranti strategici, dal Mediterraneo al Pacifico. Le crisi attuali hanno insomma reso evidente quanto profondo sia ancora il cammino da compiere per l’Unione prima di rivendicare il suo posto come attore stabilizzatore dell’ordine internazionale, a tutela della pace e della sicurezza. Sarà fondamentale per il futuro recuperare il terreno politico perso sotto il passo di una politica estera che è stata spesso divisiva, poco tempestiva e lungimirante.</p>



<p>È per ragionare su queste necessità che nasce la Spring School di MondoDem e della Friedrich-Ebert-Stiftung (FES) Italia, arrivata alla sua seconda edizione. Immaginare insieme a esperti, analisti e a giovani studenti l’Europa di domani non è solo un esercizio dialettico ma una necessità politica, specie alla luce dell’ascesa di movimenti e gruppi politici conservatori intenzionati a spostare indietro le lancette della storia. Alla loro prospettiva la Spring School contrappone una visione progressista della politica estera, che non lasci indietro nessuno e che ponga sempre al centro della sua azione il rispetto e le libertà fondamentali dell’essere umano. L’8 e il 9 marzo 2024, a Roma, MondoDem e la FES Italia hanno riunito 30 giovani italiani e tedeschi, coinvolgendoli in panel e dibattiti sulle crisi in Medio Oriente, sulla guerra in Ucraina e sul ruolo della Cina nell’ordine internazionale, ideando proposte di policy e sottoponendole ai decision-makers di riferimento del Partito Democratico (PD) e del Sozialdemokratische Partei Deutschlands (SPD) per costruire insieme l’Europa progressista del futuro. La sintesi di quel dibattito è alla base di questo policy report, che ripercorre i contributi forniti nei panel della Spring School per la costruzione dell’Europa come un attore globale credibile ed efficace.</p>



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		<title>L&#8217;Italia fra crisi energetica e climatica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Spataro]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 31 Jul 2023 18:49:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Vincitori Winter School 2023]]></category>
		<category><![CDATA[ecologia]]></category>
		<category><![CDATA[green]]></category>
		<category><![CDATA[transizione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Uno dei principali dibattiti e confronti dell’età contemporanea verte attorno al tema del cambiamento climatico, uno dei problemi&#8230;</p>
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<p>Uno dei principali dibattiti e confronti dell’età contemporanea verte attorno al tema del cambiamento climatico, uno dei problemi e sfide più importanti del nostro tempo. Si tratta di un fenomeno complesso e multidisciplinare che sta avendo un impatto significativo sull’ambiente, sulla società e sull’economia globale. Il clima terrestre non è mai stato stabile ed evolve regolarmente e naturalmente da migliaia di anni. Le variazioni prodotte sono quasi impercettibili sulla scala temporale umana ma rimangono uniche per rapidità e intensità. Le principali responsabilità sono, ad oggi, assegnate prevalentemente ad attività umane come la combustione di combustibili fossili, la deforestazione e l’agricoltura intensiva, correlate all’aumento delle concentrazioni di gas serra nell’atmosfera, tra cui l’anidride carbonica, che causano un aumento delle temperature globali e cambiamenti nei pattern del clima. Quest’ultimi hanno causato un aumento del 40% nell’atmosfera dalla rivoluzione industriale, portando con sé un aumento delle temperature medie globali di circa un grado Celsius negli ultimi 130 anni. I cambiamenti climatici hanno un impatto significativo sull&#8217;ecosistema, causando la perdita di biodiversità, lo scioglimento dei ghiacciai e l&#8217;innalzamento del livello del mare. Gli ecosistemi marini e costieri sono particolarmente vulnerabili, con l’acidificazione degli oceani e la perdita di habitat. Inoltre, causano anche una maggiore frequenza e intensità di eventi meteorologici estremi, come inondazioni, siccità e uragani, che causano danni significativi alle comunità e all&#8217;economia e comportare morti e lesioni. Essi hanno anche un impatto significativo sulla vita umana, con rischi per la salute e la sicurezza. L&#8217;aumento delle temperature può causare malattie respiratorie e cardiache. Inoltre, potrebbero diventare la prima causa di migrazioni nel mondo. Si stimano circa, nel 2050, 86 milioni di migranti dall’Africa, 40 milioni dal Sud Asiatico e 17 milioni dall’America Latina.</p>



<p>La crisi energetica internazionale è strettamente legata alla questione del cambiamento climatico, poiché la maggior parte dell&#8217;energia utilizzata a livello globale proviene da fonti non rinnovabili, come il petrolio, il gas e il carbone, che sono anche le principali fonti di emissioni di gas serra.</p>



<p>La crisi energetica e il cambiamento climatico sono questioni globali che richiedono un’azione coordinata a livello internazionale per essere affrontate efficacemente. L’Italia, come altri paesi, pur essendo un paese con un alto tasso di sviluppo tecnologico e industriale, si trova ad affrontare sfide significative per ciò che riguarda il cambiamento climatico e la crisi energetica. Il nostro paese dipende ancora in gran parte dalle importazioni di combustibili fossili per coprire i propri fabbisogni energetici e dall’alto costo dell’energia, e questo rappresenta una grande sfida per la sicurezza energetica del nostro paese che sta varando azioni per affrontare le sfide, attraverso politiche e programmi per ridurre le emissioni di gas serra e aumentare la produzione di energia rinnovabile. L’Italia, inoltre, ha una posizione ambivalente rispetto al cambiamento climatico e alla crisi energetica internazionale: da un lato, è un membro attivo dell&#8217;Unione Europea e ha aderito alle politiche dell&#8217;UE per ridurre le emissioni di gas serra e promuovere fonti di energia rinnovabile, dall&#8217;altro lato, è ancora fortemente dipendente dai combustibili fossili, soprattutto dal gas naturale, che rappresentano una grande percentuale della sua generazione e produzione di energia, e lottando per raggiungere gli obiettivi di riduzione delle emissioni stabiliti dall&#8217;UE. Inoltre, la crisi economica degli ultimi anni ha causato una riduzione degli investimenti in fonti rinnovabili e l&#8217;Italia ha avuto difficoltà a diversificare la sua base energetica: tra i vari ambiziosi provvedimenti, ha ratificato il Protocollo di Kyoto nel 2002, impegnandosi a ridurre le proprie emissioni di gas serra e nel 2020 il governo italiano ha presentato il proprio piano nazionale integrato per l&#8217;energia e il clima (PNIEC) per raggiungere gli obiettivi di riduzione delle emissioni di gas serra al 2030. Il PNIEC prevede una riduzione delle emissioni del 37% entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990, con un obiettivo intermedio del 25% entro il 2025, mirando oltretutto a raggiungere il 50% di fonti rinnovabili nella sua produzione di energia elettrica entro il 2030 e a ridurre la domanda di energia primaria del 30% entro il 2030. Gli stessi accordi di Parigi, siglati nel 2015, hanno l’obiettivo di limitare il riscaldamento globale a meno di 2 gradi Celsius rispetto ai livelli preindustriali e di cercare di limitare l’aumento della temperatura a 1,5 gradi: essi rappresentano un passo importante nella lotta contro il cambiamento climatico e il nostro Paese ha il dovere di continuare a impegnarsi per raggiungere gli obiettivi fissati.</p>



<p>Nonostante ciò, l&#8217;Italia presenta una percentuale di fonti rinnovabili piuttosto bassa rispetto ad altri paesi dell&#8217;Unione Europea. Permangono anche preoccupazioni per la mancanza di sufficienti investimenti in infrastrutture sostenibili e tecnologie pulite e su cui risulta importante che il governo rivolga politiche efficaci per raggiungere gli obiettivi a lungo termine.</p>



<p>Inoltre, l&#8217;Italia ha anche interessi economici legati ai combustibili fossili e all&#8217;energia nucleare che potrebbero ostacolare la transizione verso fonti di energia pulita. Per esempio, il nostro Paese è un importante esportatore di combustibili fossili e ha una consistente industria del carbone. Possiede anche centrali nucleari, seppure non piu‘ in funzione, e sta valutando l&#8217;opzione di costruirne di nuove.</p>



<p>In generale, anche se l&#8217;Italia sta facendo progressi significativi per affrontare la crisi energetica internazionale e il cambiamento climatico, c&#8217;è ancora molto da fare. È importante che si continui a investire in fonti rinnovabili e in tecnologie pulite, e che si promuovano politiche che incoraggino un uso più efficiente dell&#8217;energia: sarà essenziale che l&#8217;Italia lavori a livello internazionale cercando di promuovere un&#8217;azione globale per affrontare il cambiamento climatico, riuscendo a trovare un equilibrio tra gli interessi nazionali e globali, collaborando anche con gli altri Paesi protagonisti.</p>



<p>E’ importante che il governo lavori con le parti interessate, come le imprese, le organizzazioni della società civile e i cittadini, per sviluppare e adottare soluzioni efficaci e sostenibili che mirino a un più prospero futuro.</p>



<p><em>Questo testo è fra i cinque premiati con una borsa di studio per partecipare alla Winter School di Politica Estera e Europea 2023, orgabizzata da Mondodem e dalla Friedrich-Ebert-Stiftung Italien. Gli altri pezzi sono disponibli <a href="https://www.mondodem.it/category/policy-brief/vincitori-winter-school-2023/">qui</a>.</em></p>
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		<title>Pericoli e rischi della transizione energetica in Africa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Mariateresa Natuzzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 31 Jul 2023 18:34:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Africa subsahariana]]></category>
		<category><![CDATA[Vincitori Winter School 2023]]></category>
		<category><![CDATA[Africa]]></category>
		<category><![CDATA[energia]]></category>
		<category><![CDATA[green]]></category>
		<category><![CDATA[transizione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La transizione energetica è sempre più urgente, e l’Unione Europea considera l’area del Mediterraneo particolarmente adatta alla produzione&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/673339/">Pericoli e rischi della transizione energetica in Africa</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>La transizione energetica è sempre più urgente, e l’Unione Europea considera l’area del Mediterraneo particolarmente adatta alla produzione di energia rinnovabile. Tuttavia, l’urgenza di questa transizione rischia di oscurare l’impatto sociale e ambientale che essa può avere sui paesi del Nord Africa e in particolare sulle comunità locali. I progetti di transizione energetica in Nord Africa, infatti, si caratterizzano spesso per la mancanza di coinvolgimento delle comunità locali e una scarsa attenzione ai rischi per l’ambiente. Questo articolo analizza lo stato attuale della transizione e offre delle linee guida per un partenariato giusto ed equo con i paesi del Nord Africa.</p>



<p>Sono diversi i progetti di grandi centrali sulla sponda sud del Mediterraneo: in Marocco la centrale Noor costituisce il più grande complesso di energia solare al mondo, mentre in Tunisia è in programma la costruzione della centrale TuNur. In Egitto, invece, è previsto che il Benban solar park diventi la più grande struttura fotovoltaica al mondo. Ma chi fruisce dell’energia prodotta da queste centrali? Mentre nel caso marocchino la produzione di energia è destinata sia al mercato nazionale che a quello estero, nel caso di TuNur tutta la produzione verrà esportata in Europa. Vi sono inoltre pressioni dell’Unione Europea per facilitare l’azione degli attori internazionali all’interno di questi mercati: a titolo di esempio ricordiamo le pressioni esercitate dall’Unione Europea sulla Tunisia attraverso l’ambasciatore tedesco a partire dal 2013, con l’obiettivo di convincerla a sottoscrivere l’Energy Charter Treaty; tra le disposizioni contenute in questo trattato vi è la possibilità per gli investitori di fare causa ai governi qualora le politiche attuate dagli Stati abbiano effetti negativi sui loro profitti.</p>



<p>La costruzione di grandi centrali implica la necessità di individuare grandi aree adatte alla costruzione di queste strutture: spesso in Nord Africa le aree considerate più adatte sono le aree desertiche, secondo una retorica che racconta queste aree come porzioni di territorio inutilizzate e quindi particolarmente adatte, oscurando il valore che queste terre hanno per le comunità locali.</p>



<p>Questi progetti vengono realizzati su terre spesso espropriate alla popolazione locale, con conseguenze sulle attività economiche della zona: è il caso del Marocco, dove nel 2010 ottomila abitanti del villaggio Noor-Ouarzazate hanno perso il loro accesso al pascolo collettivo a causa dell’appropriazione massiccia di terreni per la costruzione del complesso solare Noor. E’ anche il caso della Tunisia, e non solo nell’ambito dell’energia solare: l’ingrandimento di una centrale eolica nel 2009 nel villaggio di Borj Salhi è avvenuto attraverso l’espropriazione delle terre degli abitanti locali; oltre all’arretramento delle coltivazioni di ulivi e l’erosione del suolo, la presenza della centrale ha danneggiato la qualità di vita degli abitanti e del bestiame, disturbati dal rumore continuo della centrale.</p>



<p>Per quanto riguarda le opportunità occupazionali, l’offerta di lavoro è spesso scarsa in rapporto ai bisogni della popolazione; inoltre, si tratta quasi sempre di lavoro mal pagato e precario, in quanto necessario soltanto per le prime fasi di costruzione e avviamento del progetto: la manutenzione delle centrali, infatti, richiede pochi impiegati.</p>



<p>Le modalità con cui sta avvenendo la transizione, quindi, sembrano riprodurre quelle con cui sono state impostate le politiche estrattiviste: parte della popolazione subisce l’impatto dello sfruttamento delle risorse naturali senza beneficiare degli effetti, dando luogo, così, a quello che viene definito come il paradosso dell’abbondanza.</p>



<p>L’Unione Europea ha sottolineato in diverse occasioni l’importanza del coinvolgimento di tutti gli stakeholder nel processo di transizione, in particolare a livello locale. Tuttavia, le modalità con cui avviene questo coinvolgimento sembrano reiterare rapporti coloniali. Emblematico il caso di Masen in Marocco: qui l’azienda ha avviato, parallelamente alla costruzione della centrale, una serie di progetti di sviluppo; l’intervento sul territorio, però, non è avvenuto con il consenso della comunità coinvolta ed è stato piuttosto invasivo, dal momento che Masen agisce come un welfare state di prossimità, intervenendo su diversi settori fondamentali nella vita quotidiana della comunità locale.</p>



<p>Dall’analisi effettuata, emerge la necessità di rompere con la concentrazione di potere in Nord Africa: tale concentrazione, spesso utilizzata come parametro per rilevare l’eccezionalità dei paesi del Nord Africa, non riguarda soltanto la politica interna, ma anche le ingerenze delle istituzioni internazionali.</p>



<p>Nell’ambito dell’attività diplomatica con i governi del Nord Africa, l’Unione Europea dovrebbe smettere di fare pressione sui governi locali affinché conformino la loro legislazione o alle aspettative degli investitori esteri, in modo da rispettare il diritto di ogni paese ad avere il controllo sul processo di transizione. Inoltre, i progetti realizzati nei paesi del Nord Africa devono prevedere che l’energia sia innanzitutto fruibile dalla popolazione locale. Nell’ambito della cooperazione euro-mediterranea, va attivato urgentemente, in collaborazione con le imprese e col mondo accademico, un processo di technology transfer che garantisca agli Stati del Nord Africa e ai loro cittadini la partecipazione al processo di transizione. Solo su queste basi è possibile pianificare una transizione energetica giusta e sostenibile.</p>



<p><em>Questo testo è fra i cinque premiati con una borsa di studio per partecipare alla Winter School di Politica Estera e Europea 2023, orgabizzata da Mondodem e dalla Friedrich-Ebert-Stiftung Italien. Gli altri pezzi sono disponibli <a href="https://www.mondodem.it/category/policy-brief/vincitori-winter-school-2023/">qui</a>.</em></p>
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		<title>L&#8217;Ue e la necessità per l&#8217;Italia di tornare a essere nuovo promotore globale di democrazia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Massimo D'Angelo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 30 Jul 2023 10:02:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Vincitori Winter School 2023]]></category>
		<category><![CDATA[Democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nei primi anni duemila l’Unione Europea era riuscita ad affermarsi come uno stabile e credibile promotore di democrazia&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Nei primi anni duemila l’Unione Europea era riuscita ad affermarsi come uno stabile e credibile promotore di democrazia tra i paesi confinanti. Ciò fu evidente con il successo dello storico allargamento a dieci nuovi paesi nel 2004 e poi i due minori del 2007 e 2013. In tutti questi casi, si trattava di aprire i confini dell’Unione a paesi in gran parte provenienti dalla durissima esperienza sovietica e certamente poco abituati alla tradizione democratica ben più consolidata dei paesi dell’ex blocco occidentale. In particolare, si riteneva che l’UE disponesse di una forte capacità “democratizzatrice”. Grazie alla promessa prospettiva di far parte dell’Unione Europea, i paesi confinanti si sarebbero spinti ad avviare tutte le riforme necessarie per adeguare i propri regimi agli standard richiesti dall’Unione, in termini di democrazia e stabilità di mercato.</p>



<p>La realtà odierna ci spinge a ritenere che gli ottimismi del nuovo millennio fossero esagerati. Il mondo – e in particolare l’Unione Europea – si sono dovuti confrontare nell’ultimo decennio, con una serie di sfide come mai accaduto in precedenza: una crisi finanziaria ed economica, una crisi dei flussi migratori, seguite da una pandemia e da una guerra sul proprio continente, come non accadeva da lunghissimo tempo. Recentemente si è iniziato a parlare per l’Unione Europea di <em>polycrisis</em>, intesa come l’insieme “di sfide molteplici che si rafforzano a vicenda” (come disse l’allora Presidente della Commissione Juncker nel 2016).</p>



<p>Uno degli effetti più evidenti di questa <em>polycrisis</em>, è il deterioramento delle performance democratiche di numerosissimi paesi. Come risposta a tempi eccezionali, molti hanno pensato che il ricorso a soluzioni autoritarie – o maggiormente autoritarie – potesse costituire un facile rimedio. Freedom House – istituto indipendente che si occupa di misurare ogni anno lo stato di salute della democrazia in tutti i paesi del mondo – ha certificato che il 2021 è stato il sedicesimo anno consecutivo in cui si è registrato un deterioramento della democrazia su scala globale. Per usare le parole del politologo americano Diamond, “authoritarianism has gone global”.</p>



<p>L’art.2 del Trattato sull’Unione Europea recita che l’unione si fonda sul rispetto dei valori democratici e li promuove. Tuttavia, immaginare che l’UE non sia stata vittima anch’essa di questa tendenza globale, sarebbe un errore. L’UE ha registrato un declino delle sue performance democratiche negli ultimi anni. Il caso più eclatante è certamente rappresentato dai paesi del cosiddetto “Gruppo Visegrád” di cui fanno parte Polonia, Hungeria, Repubblica Ceca e Cecoslovacchia. Tuttavia, la vittoria di forze politiche in molti paesi europei – Italia inclusa – in la cui fedeltà ai valori democratici è sembrata spesso ambigua, presenta ancora una volta rischi concreti per la tenuta stessa dell’Unione. In particolare, è stato lungamente evidenziato come le procedure previste dall’UE per sanzionare i paesi membri che si discostano dai valori democratici, rimangono largamente insufficienti a contrastare un fenomeno di tale portata. Le recenti tensioni con l’Ungheria che blocca l’invio di aiuti all’Ucraina come contromisura per le sanzioni UE a causa della condanna per il deterioramento dei diritti democratici di Budapest, ne sono una conferma.</p>



<p></p>



<p></p>



<p></p>



<p></p>



<p></p>



<p>L’affaticamento democratico dell’UE al suo interno non permette altresì di dotare l’Unione di strumenti efficaci per la promozione dei valori liberal-democratici al suo esterno, come accaduto in passato. Un aspetto di cui si parla con minor frequenza, ma che non per questo risulta meno inquietante, è il deterioramento delle condizioni democratiche nei paesi candidati ad entrare a far parte dell’Unione europea. Secondo i recenti dati pubblicati da Freedom House (2022), nessun paese candidato ha migliorato le proprie performance a partire dal 2005. Ciò costituisce una violazione delle aspettative, se consideriamo che per lungo tempo la politica di allargamento era considerata il miglior strumento di politica estera che l’Unione europea possedesse. Oggi, la prospettiva di entrare in un’Unione democraticamente indebolita non costituisce la spinta necessaria per i paesi democratici ad avviare le riforme. L’italia può certamente svolgere un ruolo in tal senso: considerato il cambio di governo, appare necessaria una riconferma – al mondo esterno – della fedeltà ai valori europei. Se il nuovo governo è stato indubbiamente pronto a riconoscersi all’interno di un patto atlantico in maniera netta, le recenti tensioni con l’UE in materia di bilancio e gestione dei flussi migratori dovranno cedere subito il passo. L’Italia è un paese troppo grande per poter costituire un blocco coi paesi dell’Europa dell’Est. Un allineamento del genere comprometterebbe seriamente gli sviluppi futuri dell’UE. Altresì, lo sviluppo di una destra seppur fortemente identitaria, ma fedele ai valori liberal democratici, potrebbe costituire un modello per altri paesi.</p>



<p><em>Questo testo è fra i cinque premiati con una borsa di studio per partecipare alla Winter School di Politica Estera e Europea 2023, orgabizzata da Mondodem e dalla Friedrich-Ebert-Stiftung Italien. Gli altri pezzi sono disponibli <a href="https://www.mondodem.it/category/policy-brief/vincitori-winter-school-2023/">qui</a>.</em></p>
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		<title>Per una strategia contro la disinformazione digitale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Armento]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 09 Jun 2023 10:40:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Vincitori Winter School 2023]]></category>
		<category><![CDATA[disinformazione]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>
		<category><![CDATA[ucraina]]></category>
		<category><![CDATA[Winter School 2023]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’invasione russa dell’Ucraina il &#160;24 febbraio 2022 è&#160; un conflitto nel cuore dell’Europa che segna una svolta nei&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>L’invasione russa dell’Ucraina il &nbsp;24 febbraio 2022 è&nbsp; un conflitto nel cuore dell’Europa che segna una svolta nei rapporti fra comunità Euro-atlantica e&nbsp; Russia.&nbsp; Si tratta di un evento che spinge&nbsp; le classi dirigenti dei popoli europei a pensare e rimodulare l’architettura di sicurezza dell’Unione Europea in una nuova prospettiva, che tenga conto delle innovazioni nella strategia bellica che questo conflitto ha mostrato al mondo, nonché dei rapporti geostrategici che si vengono e si verranno a delineare.</p>



<p>Basti pensare, infatti, che la stessa invasione dell’Ucraina è stata accompagnata da un attacco multi-dominio (dominio cyber e dominio spaziale) al segmento di terra di Viasat (fornitore statunitense di comunicazioni satellitari) e da una organizzata operazione di disturbo dei segnali di posizionamento e navigazione. In realtà, la Russia aveva condotto attacchi cyber contro l’Ucraina fin dall’occupazione della Crimea del 2014, e già il 14 gennaio 2022, pochi giorni prima dell’invasione vera e propria, Mosca&nbsp;&nbsp; aveva lanciato un&#8217;offensiva su vasta scala, prendendo di mira più di venti istituzioni governative ucraine. L&#8217;attacco, che aveva l&#8217;obiettivo di creare scompiglio in diversi siti web collegati al governo, si è poi propagato in tutto l&#8217;internet ucraino. “L&#8217;obiettivo dei criminali informatici russi era quello di seminare il panico tra la popolazione ucraina e dimostrare al mondo esterno che l&#8217;Ucraina è uno stato debole che non è in grado di gestire gli attacchi”, ha affermato Yurii Shchyhol, il capo del Derzhspetszviazok (il Servizio statale per le comunicazioni speciali e la protezione delle informazioni dell&#8217;Ucraina). Quest’ultima serie di attacchi, quindi, più che danneggiare le infrastrutture digitali delle istituzioni ucraine (come testimonia il fatto che non ci sia stata una perdita di dati) è stata un’operazione ascrivibile al contesto della&nbsp; cosiddetta guerra psicologica. Intravediamo in ciò che uno dei massimi studiosi di relazioni internazionali italiani, Gianfranco Lizza, ha prospettato essere la realtà dei&nbsp; prossimi anni: “<em>Nel 2050 i leader non siederanno intorno a un tavolo per aver vinto una o più guerre ma per averne vinta solo una, incruenta ma molto più efficace di tutte le altre: la conquista psicologica</em>”.</p>



<p>Creare una Unione Europea sicura e dotata di una politica comune di difesa significa investire tutti insieme in una sovranità tecnologica europea e superare, così, i <em>gap</em> tecnologici esistenti tra i diversi stati europei e gli altri paesi del mondo, come gli Stati Uniti. Proprio in cooperazione con questi ultimi è necessario creare una politica forte, coesa e complementare a quella della Nato, attraverso cui la Ue possa assurgere a potenza militare e industriale in grado di competere a livello globale. Parlare di sicurezza nella nostra epoca, assumendo una prospettiva che guardi al futuro, significa proteggere la società dal potere manipolativo che le vecchie e nuove élite culturali e politiche esercitano attraverso i mass media.</p>



<p>Perché interessarsi a questo aspetto psicologico? È passato un secolo dalla pubblicazione del saggio “Public Opinion”  di Walter Lippmann , nel quale il giornalista statunitense ha stabilito che i media,  dando la possibilità di conoscere eventi e argomenti estranei alla nostra realtà soggettiva, “<em>offrono i riferimenti contestuali all’interno dei quali – e mediante i quali – collocare e dare senso agli eventi stessi</em>”. A differenza di allora, nell’era di internet e del digitale il flusso delle informazioni genera a sua volta flussi mediatici controllati dalle tante piattaforme tecnologiche, che finiscono col provocare una atomizzazione della stessa opinione pubblica, rendendo instabile e paralizzando di fatto le democrazie. Viene da chiedersi se lo sviluppo tecnologico e digitale corroborino la causa della democrazia liberale e quindi della libertà di pensiero, e in quale modo si possa porre un argine all’attuazione  della propaganda digitale a sostegno della strategia di Putin.</p>



<p>Una risposta al problema proviene dalla Finlandia, nuovo membro della Nato a seguito degli eventi in Ucraina.  É dal 2002 che il ministero dell&#8217;Educazione di Helsinki promuove lezioni di <em>media literacy</em> e <em>cybersecurity</em> per proteggere gli utenti finlandesi dalla disinformazione. Oggi, la fiducia da parte dei cittadini finlandesi nel giornalismo è pari al 70%, la più alta percentuale d&#8217;Europa. La Finlandia è insomma un passo avanti nella lotta contro le f<em>ake news,</em> e gli stati europei hanno molto da apprendere in merito. L’Italia potrebbe  trarre insegnamento da tutto ciò  e rimodulare adeguatamente i corsi di studio universitari in comunicazione.  Ancora più importante è l’inserimento di moduli di insegnamento di <em>media literacy</em> a partire dalle scuole di primo  grado: all’Italia serve un processo di formazione digitale che, progressivamente, renda i giovani consapevoli e dotti degli strumenti di difesa nel cyberspazio. Oggi, le  dinamiche politiche globali riguardano tutti, ed è necessario che le prossime generazioni posseggano tutti gli strumenti per poter affrontare sfide attuali e future con competenza e non senza un briciolo di speranza.</p>



<p><em>Questo testo è fra i cinque premiati con una borsa di studio per partecipare alla Winter School di Politica Estera e Europea 2023, orgabizzata da Mondodem e dalla Friedrich-Ebert-Stiftung Italien. Gli altri pezzi sono disponibli <a href="https://www.mondodem.it/category/policy-brief/vincitori-winter-school-2023/">qui</a>.</em></p>
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		<title>Perché serve una partnership transatlantica per gli investimenti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Faini]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 09 Jun 2023 10:28:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Vincitori Winter School 2023]]></category>
		<category><![CDATA[Cina]]></category>
		<category><![CDATA[NATO]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
		<category><![CDATA[Winter School 2023]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Negli ultimi anni, le relazioni tra le capitali europee e Washington si sono deteriorate gradualmente. L&#8217;elezione di Trump&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Negli ultimi anni, le relazioni tra le capitali europee e Washington si sono deteriorate gradualmente. L&#8217;elezione di Trump ha logorato l&#8217;Alleanza atlantica, mentre la firma italiana al memorandum of understanding sulla “Belt and Road Initiative” cinese, così come i commenti del Presidente francese Macron sulla NATO “cerebralmente morta” sono esempi lampanti di una crisi nei rapporti transatlantici.</p>



<p>E‘ vero che la guerra in Ucraina ha ricordato ad Europa e USA l’importanza che la loro partnership ha neldifendere le proprie democrazie ed economie di mercato: il partenariato transatlantico rimane pero‘ ostaggio di sostanziali divergenze politiche sull’economia. La Fed ha aumentato i tassi di interesse per controllare l&#8217;inflazione negli Stati Uniti, costringendo lebanche centrali europee a fare lo stesso per mantenere credibilità’ istituzionale e attrattività &nbsp;&nbsp;di mercato, senza però curarsi delle diverse radici &nbsp;dell’inflazione europea, legata all’aumento dei costi dell’energia &nbsp;Il rialzo dei tassi ha reso più costoso per i governi europei, e in particolare quelli più indebitati come l&#8217;Italia, emettere debito per finanziare le politiche di supporto a imprese &nbsp;e famiglie. In più, l’“America First” (ereditata da Donald Trump) da un lato e l’idea d iuna “Autonomia Strategica” Europea dall’altro stanno generando delle politiche industriali semi-protezioniste che incentivano le proprie industrie a produrre e innovare a casa per competere sui mercati globali delle nuove tecnologié (rinnovabili, tecnologie verdi, semiconduttori, materie prime, terre rare). La Commissione Europea ha annunciato una serie di misure per rispondere all&#8217; “Inflation Reduction Act”, un ambizioso pacchetto americano di sussidi &#8220;verdi&#8221;. Queste misure comprendono un &#8220;Net-Zero Industry Act&#8221; per investire in tecnologie verdi europee, l&#8217;assegnazione di fondi a un nuovo &#8220;Fondo di Sovranità Europea&#8221; per sostenere l&#8217;innovazione e le industrie domestiche chiave come la difesa e i semiconduttori, e una rivisitazione delle norme sugli aiuti di stato per permettere temporaneamente ai paesi dell&#8217;UE di scoraggiare la delocalizzazione di produzioni strategiche.</p>



<p><strong>La strada da percorrere</strong></p>



<p>La partnership transaltantica &nbsp;sembra tornata vitale e vibrante, soprattutto grazie al momentum politico generato dalla NATO. Questo crea un circolo virtuoso che si può sfruttare per sviluppare un modello di cooperazione strategica per affrontare le complesse sfide internazionali che vanno oltre alla dimensione militare.</p>



<p>La variabile piu’ importante e’ la durata della guerra in Ucraina. Anche se il fronte occidentale non ha dato significanti segnali di rottura del suo supporto a Kiev, ci sono stati deglidi tensione tra alleati quando i Repubblicani statunitensi si sono lamentati del timido supporto militare degli Europei in confronto allo sforzo di Washingtonn. C’e’ il rischio che questa retorica venga esacerbata nel periodo che precede l’elezioni presidenziali americane del 2024. E’ dunque importante che l’UE promuova un dialogo costruttivo che non misuri l’impegno per l’Ucraina solo in armi e veicoli, ma che tenga conto dei costi politici, economici ed energetici asimmetrici della guerra per l’UE.</p>



<p>Se il conflitto in Ucraina si protrarrà ancora a lungo, le tensioni geopolitiche continueranno a crescere. Bruxelles sarà sempre più frustrata della riluttanza della Cina ad abbandonare la sua partnership strategica con la Russia, e sarà sempre più difficile resistere alle pressioni americane per tagliare le relazioni con Pechino. L’UE e gli USA dovrebbero migliorare il dialogo sulle proprie dipendenze strategiche e accettare le diverse velocità’ di disaccoppiamento economico dalla Cina. Il prossimo summit UE-Cina sara’ un’opportunita’ – insieme alle prossime visite di leaders europei e americani a Pechino – per mostrare un nuovo approccio transatlantico nei confronti della Cina che tenga conto delle ambizioni ed interessi di entrambi gli USA e dell’UE.</p>



<p>Il “Trade and Technology Council” (TTC) e’ un esempio virtuoso di dialogo transatlantico in settori strategici come l’AI, il 6G e le tecnologie verdi. Il TTC dovrebbe essere sfruttato per rafforzare il coordinamento transatlantico su questioni di politiche monetarie e industriali ed evitare il fuoco amico di misure protezionistiche indirizzate ad altri rivali geostrategici. Inoltre, il TTC dovrebbe diventare un forum multilaterale di promozione di standards tecnologici, di qualità e sostenibilità’ “occidentale” in mercati alleati come Giappone, Corea del Sud e l’Australia per limitare la concorrenza sleale di attori economici che non adoperano gli stessi standard.</p>



<p>In conclusione, l’alleanza transatlantica dovrebbe impegnarsi per sottrarre dall’influenza cinese e russa i paesi emergenti. Per questa ragione, l’UE dovrebbe concludere i vari accordi commerciali in sospeso con India, Indonesia, MERCOSUR e vari Paesi africani, &nbsp;con gli USA per aumentare le iniziative di sviluppo sostenibile con il duplice obiettivo di contrastare l’influenza cinese, e assicurarsi l’approvvigionamento di materie critiche e fonti energetiche. IRoma dovrebbe muoversi strategicamente nei Balcani e nel Mediterraneo, costruendo sui risultati del recente summit “L’Italia e i Balcani Occidentali” in cui e’ stato lanciato un piano da €30 miliardi di investimenti in progetti infrastrutturali nella regione. E’ anche tramite queste iniziative in Paesi terzi che l’Italia, l’UE e gli US, possono lavorare insieme per difendere le proprie democrazie e mercati in un’era di intensa competizione geostrategica.</p>



<p><em>Questo testo è fra i cinque premiati con una borsa di studio per partecipare alla Winter School di Politica Estera e Europea 2023, orgabizzata da Mondodem e dalla Friedrich-Ebert-Stiftung Italien. Gli altri pezzi sono disponibli <a href="https://www.mondodem.it/category/policy-brief/vincitori-winter-school-2023/">qui</a>. </em></p>
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		<title>Transizione energetica nel Mediterraneo: sfide e opportunità per la cooperazione italo-tedesca</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Annalisa Perteghella]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 08 May 2022 08:13:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Grande Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Policy brief]]></category>
		<category><![CDATA[Clima]]></category>
		<category><![CDATA[energia]]></category>
		<category><![CDATA[Mediterraneo]]></category>
		<category><![CDATA[transizione energetica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Questo policy paper è stato scritto nel contesto di un workshop tenutosi a Roma il 5 maggio 2022,&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>Questo policy paper è stato scritto nel contesto di un <a href="https://www.mondodem.it/2957/">workshop</a> tenutosi a Roma il 5 maggio 2022, in collaborazione con la Friedrich Ebert Stuftung Italia. Scaricalo in formato pdf <a href="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2022/05/Transizione-nel-Med.pdf">qui</a>.</em></p>



<p class="has-drop-cap">La regione del Mediterraneo è un hotspot del cambiamento climatico<a href="#_ftn1" id="_ftnref1">[1]</a>. Questo nonostante la regione abbia contribuito solamente al 3% delle emissioni globali dal 1850 a oggi. Mentre i paesi europei hanno cominciato a ridurre le proprie emissioni nette a partire dal 1990, per i paesi della sponda sud ed est del Mediterraneo questo è il periodo in cui le emissioni sono più che raddoppiate rispetto al periodo precedente, raggiungendo quasi il livello europeo<a href="#_ftn2" id="_ftnref2">[2]</a>. Il fenomeno del cambiamento climatico è ampiamente visibile nella regione. A oggi, circa il 40% della popolazione è stata esposta a siccità o eventi estremi riconducibili al cambiamento climatico<a href="#_ftn3" id="_ftnref3">[3]</a>. Nel corso del 2020, diversi paesi tra cui Libano e Sudan sono stati colpiti da alluvioni e inondamenti, mentre ondate di calore e incendi si sono verificati in Libano, Giordania, Siria, Iraq, Algeria. Nel 2021, l’intera regione compresa tra l’Iran e il Medio Oriente è stata colpita da una violenta ondata di calore che ha portato a temperature record fino a 52°C, di circa sette gradi più elevate della media stagionale nella regione. Temperature simili sono state raggiunte nello stesso periodo anche nella città di Siracusa, in Sicilia, a testimonianza di quanto sponda nord e sponda sud del Mediterraneo siano già oggi ampiamente interconnesse anche dal punto di vista climatico, e di quanto i destini delle due regioni siano inestricabilmente legati.</p>



<p>In assenza di adeguate politiche di mitigazione – ovvero di taglio delle emissioni – il fenomeno del cambiamento climatico è destinato a intensificarsi. Sebbene sia molto difficile fare previsioni in questo campo, modelli e strumenti scientifici sempre più sofisticati consentono di formulare stime su aumento delle temperature e diminuzione delle precipitazioni, così come su fenomeni collegati quali innalzamento del livello dei mari, scarsità idrica e perdita di biodiversità. Gli scienziati dell’IPCC, il gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico, hanno elaborato diversi scenari circa gli impatti del cambiamento climatico, ciascuno dipendente dal tipo e dall’intensità delle politiche di mitigazione messe in atto. In tutti gli scenari tracciati dall’IPCC, a prescindere dalle politiche di mitigazione implementate, la regione del Mediterraneo è destinata a subire un aumento delle temperature di circa 2°C tra il 2021 e il 2039<a href="#_ftn4" id="_ftnref4">[4]</a>. Ciò perché gli effetti positivi delle politiche di mitigazione non si dispiegano nell’immediato, ma solamente in un secondo momento, dal 2039 in avanti. Quello che accade oltre questa data dipende invece dalle politiche che verranno messe in atto fin da oggi. La mancanza o la scarsità di azione sul fronte del cambiamento climatico – propria dei paesi industrializzati così come dei paesi in via di sviluppo – deriva proprio da questo lag tra azioni di policy e conseguenze: il cambiamento climatico non è in cima all’agenda dei policymaker mondiali perché percepito come un problema meno urgente rispetto alle molte altre questioni che si pongono alla loro attenzione. È invece fondamentale agire nel presente allo scopo di evitare maggiori danni nel futuro.</p>



<p>A seconda delle politiche messe in atto oggi, la regione è infatti destinata a conoscere nel 2059 un aumento delle temperature che varia tra i +2°C (in caso di implementazione di politiche di mitigazione molto stringenti) e i +4°C (nello scenario “business as usual”, ovvero mancanza di politiche di mitigazione)<a href="#_ftn5" id="_ftnref5">[5]</a>. Quest’ultimo scenario comporterebbe un aumento delle giornate con temperature superiori ai 35°C, con punte di 47°C, non solo nei mesi estivi ma a partire da aprile fino a ottobre; sulla regione si abbatterebbero poi ondate di calore di maggiore durata e intensità, con punte di 56°C<a href="#_ftn6" id="_ftnref6">[6]</a>.</p>



<p>L’aumento delle temperature dà origine a conseguenze a catena, su più livelli: se ad un primo livello esso comporta una ridotta disponibilità di risorse idriche, quest’ultima ha a sua volta effetti su agricoltura e sicurezza alimentare; a loro volta, le ridotte possibilità di sostentamento in contesti agricoli, così come l’aumento dei prezzi delle materie prime alimentari, possono dare origine a rivolte sociali e portare così a instabilità politica, che a sua volta può dare origine a fenomeni migratori o proliferazione della violenza e nascita di movimenti terroristici. Allo stesso modo, se ad un primo livello il cambiamento climatico comporta l’innalzamento del livello dei mari, nelle regioni costiere interessate, specie se densamente abitate come la città di Alessandria in Egitto o Tunisi in Tunisia, si avranno migrazioni interne e perdite nel settore del turismo; ancora una volta questi fenomeni possono dare origine a instabilità socio-economica e alle relative conseguenze. Proprio per questa capacità di generare effetti a cascata, il cambiamento climatico è ritenuto essere un “moltiplicatore delle minacce”<a href="#_ftn7" id="_ftnref7">[7]</a>. Va dunque da sé che per scongiurare gli effetti negativi a valle, è necessario agire a monte cercando di arginare il fenomeno e ridurne le conseguenze negative.</p>



<h4 id="il-nesso-clima-energia" class="wp-block-heading">Il nesso clima-energia</h4>



<p>Insieme agli impatti del cambiamento climatico, la scienza permette oggi di stabilire un nesso molto stretto tra cambiamento climatico e politiche energetiche, a partire dal riconoscimento della responsabilità del settore dell’energia nel produrre emissioni che alterano gli equilibri climatici. Dal momento che ai combustibili fossili è attribuito il maggiore ruolo nella produzione di emissioni (l’89% delle emissioni di CO<sub>2 </sub>nel 2018), gli sforzi dei paesi industrializzati si sono concentrati sulla ricerca di fonti energetiche alternative e sulla decarbonizzazione delle proprie economie. Con il Green Deal , l’UE intende ridurre le proprie importazioni di petrolio del 23-25% al 2030 e del 78-79% al 2050, rispetto ai livelli del 2015. Allo stesso modo, le importazioni di gas naturale caleranno del 13-19% al 2030 e del 58-67%<a href="#_ftn8" id="_ftnref8">[8]</a>. Questi target, formulati dall’Ue nel 2019, non tengono chiaramente conto dell’accelerazione imposta dall’attuale crisi nei rapporti con la Russia. Sebbene manchino ancora stime ufficiali, per quanto riguarda il gas si prevede una diminuzione delle importazioni molto più consistente e repentina.</p>



<p>La riduzione delle importazioni di combustibili fossili è destinata a trasformare le relazioni dell’Unione europea e dei suoi paesi membri con i paesi produttori ed esportatori: paesi come Libia, Algeria, paesi del Golfo e, in misura minore, Egitto, vedranno diminuire le proprie esportazioni di combustibili fossili verso l’UE, e con esse la rendita economica derivante. Per questi paesi, dunque, la sfida che si prospetta è duplice: sviluppare fonti di energia alternative per alimentare le proprie economie senza precluderne la crescita, e trovare nuove fonti di introiti per sostenere la spesa pubblica. La risposta ad entrambe queste sfide passa dalla diversificazione delle proprie economie e dalla transizione ecologica. La risposta al cambiamento climatico non è limitata dunque alle sole politiche in questo settore. La sfida, piuttosto, è molteplice e riguarda il piano economico, così come quello sociale e politico. Sostenendo la transizione energetica nei paesi del Mediterraneo, l’Unione europea e i suoi paesi membri possono dunque contribuire a ridisegnare le traiettorie di sviluppo economico e sociale nella regione in senso più inclusivo, con ricadute positive sulla stabilità politica e sui processi democratici.</p>



<p>Tutti i paesi della regione hanno firmato l’accordo di Parigi, e tutti lo hanno ratificato a esclusione di Libia, Yemen e Iran. Come richiesto dall’accordo, i paesi firmatari si sono dati dei target di riduzione delle emissioni (Nationally Determined Contributions, NDCs), distinguendoli in condizionali e non condizionali. Mentre il raggiungimento dei primi è subordinato al sostegno economico-finanziario internazionale, gli impegni non condizionali non sono subordinati ad alcunché, se non alla volontà politica del paese firmatario. Considerati il limitato spazio fiscale dei paesi della regione e la limitatezza delle risorse economiche a disposizione (con l’eccezione dei paesi del Golfo), la maggior parte degli impegni ricade nella prima categoria. Allo stato attuale, tuttavia, solamente il Marocco risulta in linea con i propri impegni di riduzione delle emissioni. Il sostegno della comunità internazionale, e in particolar modo dell’Unione europea, alla transizione nella regione appare dunque fondamentale.</p>



<h4 id="le-ripercussioni-della-guerra-in-ucraina-rischi-e-opportunita-per-la-transizione-ecologica-nel-mediterraneo" class="wp-block-heading">Le ripercussioni della guerra in Ucraina: rischi e opportunità per la transizione ecologica nel Mediterraneo</h4>



<p>L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia ha dato avvio a diverse dinamiche, che hanno visto l’Unione europea acquisire quella dimensione geopolitica che la commissione Von der Leyen aveva indicato nel 2019&nbsp; tra le proprie ambizioni e priorità. Elemento fondamentale del nuovo calcolo strategico europeo è la dimensione della sicurezza energetica, strettamente legata alla volontà di ridurre e, in prospettiva, azzerare la propria dipendenza dalla Federazione russa. Il concetto di sicurezza energetica, che già negli anni scorsi era stato oggetto di una revisione tesa a includere non solo la sicurezza degli approvvigionamenti di risorse energetiche ma anche quella di materiali critici, così come la resilienza delle catene del valore, è oggi destinato a mutare ulteriormente in conseguenza della rottura delle relazioni con la Russia. La nuova Strategia internazionale per l’energia, che verrà presentata il prossimo 18 maggio dalla Commissione europea, includerà la ridefinizione di tale concetto, così come le linee guida per l’engagement globale dell’Unione europea e dei suoi paesi membri sul fronte dell’energia. Insieme alla Strategia, verrà presentata anche la forma finale del piano di azione REPowerEU introdotto lo scorso 8 marzo come risposta immediata all’esigenza di ridurre la dipendenza europea dalla Russia<a href="#_ftn9" id="_ftnref9">[9]</a>. Il piano introduce una strategia basata su due pilastri: la diversificazione degli approvvigionamenti in modo da diminuire e, al 2030, azzerare la dipendenza dalla Russia, e l’accelerazione su sviluppo di rinnovabili ed efficienza energetica, in modo da diminuire la dipendenza europea dai combustibili fossili.</p>



<p>La regione del Mediterraneo riveste un ruolo fondamentale nell’implementazione del piano REPowerEU. Da un lato, paesi come Algeria ed Egitto, che già ricoprono il ruolo di esportatori di gas verso l’UE, vengono considerati fondamentali per la diversificazione delle forniture. Dall’altro, la regione viene considerata di particolare interesse per lo sviluppo di una partnership su rinnovabili e idrogeno verde. La serie di accordi conclusi dal governo italiano e da ENI in Algeria ed Egitto sembrano confermare il ruolo di questi due paesi come esportatori chiave. Tuttavia, dalle scelte prese in questo particolare frangente dipende la traiettoria futura della transizione energetica nella regione, e con essa lo scenario futuro relativo al cambiamento climatico.</p>



<p>Guardando all’Algeria e al quadrante del Mediterraneo occidentale, è possibile formulare alcune osservazioni. In primo luogo, la produzione algerina di gas naturale risulta stagnante da diversi anni: per aumentarla sensibilmente sarebbero stati – e sarebbero tutt’oggi – necessari ingenti investimenti<a href="#_ftn10" id="_ftnref10">[10]</a>. Negli anni passati, tuttavia, nessuna major occidentale era pronta ad attuare questi investimenti, in parte per la scarsa redditività del settore oil&amp;gas algerino, in parte perché non in linea con gli obiettivi di decarbonizzazione e con la decisione europea di non finanziare più progetti nel settore dei combustibili fossili. In secondo luogo, un’ampia parte della produzione algerina è destinata a coprire la domanda interna, in crescita. Unendo dunque una produzione stagnante e una domanda interna in crescita, si ottiene uno spazio limitato di crescita delle esportazioni. I 9 bcm aggiuntivi di gas naturale al 2024 ottenuti dall’Italia con l’accordo dello scorso 11 aprile derivano dalle esportazioni “risparmiate” dal governo algerino dopo la chiusura del gasdotto Maghreb-Europe che univa l’Algeria alla Spagna attraverso il Marocco. La rottura delle relazioni con il Marocco decisa dall’Algeria nel novembre 2021 – il culmine di relazioni tese da decenni – ha portato alla chiusura da parte di Algeri del tratto che collega Algeria e Marocco. Sebbene l’Algeria abbia in un primo momento garantito alla Spagna la continuità degli approvvigionamenti, la decisione da parte del governo Sanchez di assecondare la posizione marocchina nella disputa sul Sahara occidentale che oppone Algeri e Rabat ha indispettito la leadership algerina, che ha minacciato Madrid dapprima di aumentare il prezzo del gas, e in un secondo momento di interrompere in toto le forniture. Sebbene la Spagna sia dotata di ampia capacità di rigassificazione e possa dunque ricevere e stoccare le esportazioni statunitensi di LNG aggiuntive che Washington si è impegnata a consegnare, la fornitura di gas incontra però un collo di bottiglia quando raggiunge i Pirenei, per via della scarsa capacità esistente di connessione tra Spagna e Francia. A meno di nuovi investimenti in questo settore, Madrid non può dunque contribuire in maniera significativa alla sicurezza energetica europea. Inoltre, le vicissitudini tra Spagna e Algeria ci ricordano quanto i paesi europei siano vulnerabili alle richieste arbitrarie dei paesi produttori.</p>



<p>Per quanto riguarda invece l’Egitto e il quadrante del Mediterraneo orientale, la crisi recente e la ricerca europea di forniture alternative ha riacceso le speranze del Cairo di diventare l’hub regionale per l’esportazione del gas naturale. Allo stato attuale, però, la capacità di esportazione egiziana è pari solamente a 12,2 bcm: questo in parte perché, come in Algeria, la maggior parte della produzione è destinata a coprire il fabbisogno interno, ma soprattutto perché questa è la quantità processabile dai due impianti LNG di Damietta e Idku. L’obiettivo egiziano è quello di esportare tramite i propri impianti anche gas proveniente da altri giacimenti sottomarini nel Mediterraneo orientale, appartenenti ad altri paesi. Già oggi Il Cairo esporta gas israeliano proveniente dai giacimenti Leviathan e Tamar, e in prospettiva, intende diventare export hub anche per i giacimenti ciprioti di Aphrodite. In questo contesto, è tornato al centro del dibattito il gasdotto EastMed che, collegando Israele, Cipro, l’isola greca di Creta e – tramite l’estensione Poseidon – l’Italia, permetterebbe di aumentare i flussi diretti in Europa. La costruzione di EastMed, tuttavia, è stata finora rimandata per via della scarsa viabilità economica e commerciale del progetto, oltre che delle tensioni geopolitiche a cui darebbe adito. L’entità modesta dei giacimenti non giustificherebbe infatti costi decisamente elevati (6 miliardi di euro) a fronte di prezzi del gas fino agli scorsi mesi molto bassi e della diminuzione della domanda di gas prevista dagli obiettivi europei di decarbonizzazione. Inoltre, il gasdotto escluderebbe la Turchia, che ha infatti in passato intrapreso azioni ostili per rivendicare la propria sovranità su determinate porzioni di acque territoriali contese a Cipro, e il proprio diritto a essere parte della grande partita del gas nel Mediterraneo orientale.</p>



<p>Tanto per il caso algerino quanto per quello egiziano, la decisione più importante che i paesi europei sono chiamati a prendere oggi è quale tipo di futuro vogliano disegnare per la regione, ovvero su che cosa vogliano investire. In un editoriale congiunto (tradotto in italiano il 3 maggio sul quotidiano La Repubblica<a href="#_ftn11" id="_ftnref11">[11]</a>), l’Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza UE Josep Borrell e il presidente della Banca Europea degli Investimenti&nbsp; Werner Hoyer prendono una posizione molto netta: “la ricerca di fornitori di gas naturali diversi — per quanto necessaria nel breve periodo — non deve rinchiuderci in una nuova dipendenza a lungo termine, con grossi investimenti in infrastrutture per il trasporto di combustibili fossili. Questo sarebbe oneroso, catastrofico per il pianeta e alla fine dei conti inutile, viste le opzioni più rispettose del clima che sono disponibili”. L’editoriale prosegue con l’impegno da parte della BEI a sostenere, da oggi al 2030, 1 miliardo di euro di investimenti in progetti climatici e sostenibilità ambientale: “l’Unione Europea è pronta a sostenere la comunità internazionale nello sforzo di mettere fine alla dipendenza dai combustibili fossili.” Se dunque la situazione attuale fa sorgere il rischio di rallentare (ulteriormente) la transizione ecologica nel Mediterraneo attraverso nuovi investimenti nel settore fossile, dall’altra essa apre l’opportunità di accelerare l’azione in questo senso, attraverso investimenti mirati allo sviluppo delle enormi potenzialità di energia rinnovabile offerte dalla regione.</p>



<p>Sulla base di queste considerazioni, Italia e Germania dovrebbero agire in maniera congiunta per adottare le seguenti indicazioni di policy:</p>



<p>Assumere la leadership a livello UE nella costruzione di partnership per la giusta transizione (“Just Energy Transition Partnerships”, o JETPs) nei paesi esportatori di combustibili fossili, a partire da Algeria ed Egitto. Su modello della partnership offerta al Sudafrica per la transizione dal carbone all’energia pulita in occasione della COP26 di Glasgow, Italia e Germania dovrebbero guidare la costruzione di una simile piattaforma per la transizione dal gas alle rinnovabili nei paesi del Mediterraneo. L’Italia, forte della propria storica proiezione nella regione, potrebbe avviare il dialogo con i paesi della sponda sud del Mediterraneo in questo senso, mentre la Germania, come presidente del G7, potrebbe guidare la costruzione del consenso necessario a livello internazionale per la raccolta dei finanziamenti necessari.&nbsp;</p>



<p>Aumentare in maniera significativa gli interventi sul fronte dell’adattamento. Come dimostrano i rapporti IPCC, la regione del Mediterraneo è destinata a risentire significativamente degli impatti del cambiamento climatico da qui al 2039 a prescindere dalle politiche di mitigazione messe in atto da oggi in avanti. Per questo motivo, è necessario affiancare a stringenti politiche di riduzione delle emissioni anche un ampio supporto ad azioni di adattamento e costruzione di resilienza, come ad esempio la costruzione di barriere architettoniche per la protezione delle aree costiere dagli allagamenti, l’adozione di metodi di irrigazione a goccia, la costruzione di abitazioni anfibie e di sistemi di allarme precoce (“early-warning mechanisms”).</p>



<p>Agire in modo unitario in ambito europeo per supportare progetti infrastrutturali green. Anziché investire in nuove infrastrutture per il trasporto di combustibili fossili come il gasdotto EastMed, Italia e Germania dovrebbero agire in maniera congiunta per lo sviluppo delle interconnessioni elettriche, in particolar modo l’Euro-Asia Interconnector e l’Euro-Africa Interconnector. A differenza delle infrastrutture fossili, infatti, questo tipo di interconnessioni non è destinata a divenire stranded asset e, al contrario, incentiva lo sviluppo di rinnovabili per la produzione di elettricità. L’interconnessione delle reti elettriche presenta al contempo un’importante dimensione geopolitica: connettere l’area Mediterranea alla rete elettrica europea, e dunque ai suoi standard, ha infatti una notevole valenza strategica, specialmente a fronte della crescente competizione cinese in questo settore. Oltre a connettere la rete elettrica mediterranea a quella elettrica, è necessario aumentare gli sforzi per l’integrazione della rete elettrica regionale. In questo modo, sarà possibile tra le altre cose ovviare ai cronici problemi di mancanza di elettricità nelle ore di punta sfruttando i diversi fusi orari.</p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<p><a href="#_ftnref1" id="_ftn1">[1]</a> Tuel, A and Eltahir, EAB. 2020. &#8220;Why Is the Mediterranean a Climate Change Hot Spot?.&#8221; Journal of Climate, 33 (14)</p>



<p><a href="#_ftnref2" id="_ftn2">[2]</a> Co2 emissions (kt), Middle East &amp; North Africa, European Union, World Bank (https://data.worldbank.org/indicator/EN.ATM.CO2E.KT?locations=ZQ-EU)</p>



<p><a href="#_ftnref3" id="_ftn3">[3]</a> UNDP, Climate Change Adaptation in the Arab States – Best practices and lessons learned, Bangkok, 2018 (https://www.undp.org/publications/climate-change-adaptation-arab-states).</p>



<p><a href="#_ftnref4" id="_ftn4">[4]</a> Varela, R., Rodríguez-Díaz, L. and de Castro, M., ‘Persistent heat waves projected for Middle East and North Africa by the end of the 21st century’, Plos One, 2020 (https://journals.plos.org/plosone/article?id=10.1371/journal.pone.0242477).</p>



<p><a href="#_ftnref5" id="_ftn5">[5]</a> World Bank, Climate Change Knowledge Portal, Middle East and North Africa, projections.</p>



<p><a href="#_ftnref6" id="_ftn6">[6]</a> Zittis, G., ‘Business-as-usual will lead to super and ultra-extreme heatwaves in the Middle East and North Africa’, Nature, March 2021 (https://www.nature.com/articles/s41612-021-00178-7).</p>



<p><a href="#_ftnref7" id="_ftn7">[7]</a> Center for Naval Analyses, National Security and the Threat of Climate Change, Alexandria, VA, United States, 2007 (https://www.cna.org/cna_files/pdf/national%20security%20and%20the%20threat%20of%20climate%20change.pdf).</p>



<p><a href="#_ftnref8" id="_ftn8">[8]</a> Leonard, M., Pisani-Ferry, J., Shapiro, J., Tagliapietra, S., and Wolff, G., ‘The geopolitics of the European Green Deal’,</p>



<p>Policy Brief, European Council on Foreign Relations, 3 February 2021 (https://ecfr.eu/publication/the-geopolitics-of-theeuropean-green-deal/).</p>



<p><a href="#_ftnref9" id="_ftn9">[9]</a> REPowerEU: Joint European Action for more affordable, secure and sustainable energy, COM/2022/108 final, 8 marzo 2022 (<a href="https://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/?uri=COM%3A2022%3A108%3AFIN">https://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/?uri=COM%3A2022%3A108%3AFIN</a>)</p>



<p><a href="#_ftnref10" id="_ftn10">[10]</a> Fakir I., ‘Given capacity constraints, Algeria is no quick fix for Europe’s Russian gas concerns’, Middle East Institute, 8 marzo 2022 (<a href="https://www.mei.edu/publications/given-capacity-constraints-algeria-no-quick-fix-europes-russian-gas-concerns">https://www.mei.edu/publications/given-capacity-constraints-algeria-no-quick-fix-europes-russian-gas-concerns</a>)</p>



<p><a href="#_ftnref11" id="_ftn11">[11]</a> Borrell J., Hoyer W., ‘La via green alla sicurezza’, La Repubblica, 5 maggio 2022 (<a href="https://www.repubblica.it/commenti/2022/05/02/news/cosa_serve_alleuropa_per_unenergia_pulita_e_giusta-347833419/">https://www.repubblica.it/commenti/2022/05/02/news/cosa_serve_alleuropa_per_unenergia_pulita_e_giusta-347833419/</a>)</p>


<a href="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2022/05/Transizione-nel-Med.pdf" class="pdfemb-viewer" style="" data-width="max" data-height="max" data-toolbar="bottom" data-toolbar-fixed="off">Transizione-nel-Med</a>
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		<title>L&#8217;Unione Europea al bivio dei Balcani</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Riccarda Lopetuso]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 04 Apr 2022 15:01:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Policy brief]]></category>
		<category><![CDATA[Balcani]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Una sorta di enclave non ancora comunitaria, circondata dall’Ue e già europea di fatto.Una regione le cui leadership,&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Una sorta di enclave non ancora comunitaria, circondata dall’Ue e già europea di fatto.Una regione le cui leadership, istituzioni e cittadini sono impegnati da anni a percorrere un percorso difficile, pieno di ostacoli, dai tempi incerti e insidioso, anche per l’Unione stessa. Potrebbe bastare questa immagine per descrivere il cammino comunitario dei Balcani occidentali verso l’Unione Europea.</p>



<p>Un tema – quello dell’allargamento dell’Ue – che torna centrale in queste settimane, dopo&nbsp; l’invasione russa dell’Ucraina, che da un lato ha portato negli uffici di Bruxelles le richieste di adesione di Ucraina, Moldavia e Georgia; e dall’altro fa temere la riapertura di fratture proprio nei Balcani. Albania, Serbia, Macedonia del Nord, Montenegro, Bosnia Erzegovina e Kosovo. Sono i 6 paesi – circa 18 milioni di abitanti – che hanno, in tempi diversi formalmente chiesto di aderire all’Unione Europea, in risposta a quella “Prospettiva europea” ribadita dal Consiglio europeo di Salonicco del 2003.</p>



<p>Al momento, Serbia e Montenegro hanno aperto i negoziati di adesione, Albania e Macedonia del nord sono candidati in attesa di aprire formalmente i negoziati mentre Kosovo e Bosnia Erzegovina sono ancora potenziali candidati all’ingresso nell’Ue. Un’Unione che &#8211; peraltro – non potrà mai sentirsi completa senza i paesi balcanici che europei lo sono già per storia cultura, geografia, e che da anni bussano alle porte dell’Europa. Una regione – quella dei Balcani occidentali – strategica e centrale da sempre per le vicende del vecchio continente. Terra di confine e incontro di culture, all’interno del quale convivono da secoli cristiani e musulmani, la geografia considera i Balcani occidentali, ponte tra Mediterraneo e Oriente, l’ultimo lembo di Europa prima della Regione asiatica. Fiumi e montagne inospitali, territori ambiti e conquistati, al centro dei giochi di potere tra oriente e occidente.</p>



<p>E se secoli fa erano le potenze europee e l’impero ottomano a contendersi i Balcani, oggi la storia sembra riportare la regione indietro nel tempo. Da una parte la voglia di Europa e di integrazione, dall’altra le sirene russe, cinesi e turche che provano a insediarsi e a influenzare i paesi e le economie fragili dei candidati in attesa di una prospettiva europea. E l’Unione Europea – con le sue istituzioni – che lavora per integrare questi paesi, ma che deve gestire veti e difficoltà che inevitabilmente ci sono, dinnanzi alla possibilità di un’Europa a 29 e 31 e che non ha ancora deciso di ripensarsi e riformarsi.  Dubbi condivisibili. Se non funziona un’Europa a 27, come possiamo immaginare un’Europa che prende decisioni di politica estera con 29 o 31 membri ? Per queste e altre ragioni, legate a veti e questioni bilaterali, il processo di allargamento non prevede una timeline certa. Il Summit di Brdo in Slovenia dello scorso ottobre tra i 27 e i 6 paesi candidati ha certificato lo stallo.</p>



<p>La Commissione europea spinge per delineare una strategia chiara di integrazione, gli Stati membri pongono continui ostacoli, alcuni per ragioni di mera opportunità, come Francia e Olanda, mentre altri, come la Bulgaria, puntano su questioni bilaterali per opporre veti. Con il risultato di lasciare chissà per quanto tempo ancora i paesi candidati e potenziali candidati in un limbo che non aiuta l’Europa in primis, che rischia di perdere i suoi Balcani e di trovarsi i suoi competitor sull’uscio di casa. Quella di integrare i Balcani ed esercitarvi “soft power” appare onestamente, una sfida geopolitica e strategica imponente per l’Unione Europea, che non può tuttavia sottrarsi a quest’impegno con la storia, per la stabilità della regione primariamente, maggiormente dopo che la guerra è tornata in Europa.</p>



<p>In parte dell’opinione pubblica europea, prevale l’idea che i Balcani – nei cui territori si è consumata l’ultima guerra nei confini europei prima dell’invasione russa di Kiev &#8211; siano ancora una regione problematica e che i suoi cittadini siano troppo diversi, per questioni religiose e culturali, dal resto dell’Unione. Pregiudizi che possono essere giustificati dall’esperienza che l’Unione europea e i suoi cittadini hanno maturato in seguito all’allargamento a est del 2004, quando è prevalsa, in quel momento storico, la necessità di dare una prospettiva europea agli Stati dell’ex blocco comunista in paesi che probabilmente non erano ancora pronti ad abbracciare il progetto europeo. Da allora l’Unione è vittima di quella “enlargement fatigue” che ancora la condiziona.</p>



<p>Ma anche questa volta, come accaduto in passato, aprirsi ai Balcani è prioritario per l’Unione stessa, per molteplici motivi, a partire dalle questioni geopolitiche alla sicurezza fino all’economia e al commercio, senza dimenticare la voglia di integrazione e l’energia dei giovani balcanici che possono rappresentare linfa vitale a un’Unione che sembra perdere appeal agli occhi degli europei.</p>



<p>L’Unione europea ha avuto altro a cui pensare, si potrebbe obiettare. Da Brexit alle questioni migratorie, i rapporti con il vicinato russo e la competizione con la Cina, che prova a inserirsi nei Balcani per completare la sua Via della Seta,  fino agli ultimi due anni che hanno visto l’Unione, come tutti gli attori internazionali, concentrarsi sugli effetti economici e sociali della pandemia.Problemi che hanno distratto l’Europa che rischia seriamente di veder prevalere altri attori nella regione dei Balcani, pronti a sfruttare la debolezza dei paesi candidati. Candidati che – peraltro – hanno già compiuto passi importanti verso la democrazia e il multilateralismo con l’adesione alla Nato, come nel caso di Albania, Nord Macedonia e Montenegro.</p>



<p>Ma pur se pieno di ostacoli e senza tempi certi, l’allargamento dell’Ue a Serbia, Montenegro, Albania e Nord Macedonia è un processo irreversibile che dovrà – nel rispetto di differenze, storie e culture – concretizzarsi. Un ruolo importante, per la riuscita di questo processo, lo svolge l’Italia, interessata per questioni geografiche, economiche, culturali e strategiche alla piena “europeizzazione” dei Balcani, nella cui regione ha sempre esercitato influenza, specie tra gli anni ‘90 e 2000. Il nostro paese, primo partner commerciale di Serbia e Albania, nonché dirimpettaio nell’Adriatico che ci separa dai Balcani, è – con tutti i governi che si sono susseguiti negli ultimi anni – sponsor politico e convinto sostenitore dell’allargamento dell’Europa ai Balcani. Perché solo con i “suoi” Balcani occidentali l’Unione europea il progetto di integrazione regionale più grande e riuscito di sempre potrà dirsi davvero completa.</p>


<a href="https://www.mondodem.it/wp-content/uploads/2022/04/Dossier-Balcani.pdf" class="pdfemb-viewer" style="" data-width="max" data-height="max" data-toolbar="bottom" data-toolbar-fixed="off">Dossier-Balcani</a>
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		<title>Sicurezza energetica e sicurezza climatica: la risposta all’aggressione russa richiede un nuovo paradigma</title>
		<link>https://www.mondodem.it/2909/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Annalisa Perteghella]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 22 Mar 2022 08:32:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Policy brief]]></category>
		<category><![CDATA[Clima]]></category>
		<category><![CDATA[energia]]></category>
		<category><![CDATA[sicurezza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Lo scorso 26 febbraio, mentre l’attenzione del mondo era comprensibilmente concentrata su quanto sta accadendo in Ucraina, l’IPCC&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.mondodem.it/2909/">Sicurezza energetica e sicurezza climatica: la risposta all’aggressione russa richiede un nuovo paradigma</a> proviene da <a href="https://www.mondodem.it">MondoDem</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Lo scorso 26 febbraio, mentre l’attenzione del mondo era comprensibilmente concentrata su quanto sta accadendo in Ucraina, l’IPCC – il panel scientifico ONU sul cambiamento climatico –  presentava le conclusioni del rapporto sugli impatti del cambiamento climatico. Il Rapporto “Climate change 2022: Impatti, adattamento e vulnerabilità” dimostra come gli eventi estremi legati al cambiamento climatico stiano accadendo con frequenza maggiore e in maniera più rapida rispetto a quanto ci si aspettasse dai precedenti studi, e che gli impatti sono più devastanti di quanto previsto, tanto da superare le fragili misure messe in campo finora per contenerli. Tradotto in altre parole: non c’è più tempo da perdere. Occorre agire fin da subito tanto sul fronte della mitigazione, cioè della riduzione delle emissioni, quanto su quello dell’adattamento, cioè della costruzione di resilienza agli impatti del cambiamento climatico. Soprattutto, ciò significa che gli impegni climatici, e su tutti l’impegno a mantenere l’innalzamento della temperatura entro 1,5°C, non sono negoziabili, né rimandabili. Ogni frazione di grado superiore mette infatti a rischio non solo la sicurezza dell’ambiente in cui viviamo, ma la stessa sicurezza umana.</p>



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</div>



<p>Per sicurezza umana si intende la sicurezza dell’essere umano in tutte le sue dimensioni: alimentare, idrica, salute fisica e mentale, sociale, economica e ambientale. Perché il cambiamento climatico mette a rischio tutte queste dimensioni? Perché, come riconoscono scienziati e analisti ormai da tempo, esso agisce come&nbsp; un potentissimo “moltiplicatore della minaccia”: pensate a una minaccia qualsiasi, il cambiamento climatico la aumenta e la rende più intensa. Non è infatti un rischio tra i tanti, ma è il rischio che ha la capacità di impattare su diverse dimensioni – sviluppo, salute, sicurezza, migrazioni – generando effetti a cascata, dal potenziale dirompente. Aumento delle temperature, ondate di calore sempre più frequenti, alterazioni nel ciclo delle precipitazioni sono alla base di fenomeni quali desertificazione e insicurezza idrica; quest’ultima a sua volta mette a repentaglio la sicurezza alimentare, che può causare insicurezza socio-economica. Quest’ultima poi aumenta il rischio di instabilità politica e geopolitica, che potrebbe sfociare in conflitti e conseguenti fenomeni migratori. Lo abbiamo visto accadere nel decennio scorso, quando le rivolte per il pane in contesti fortemente autoritari quali i paesi di Medio Oriente e Nord Africa sono state tra i fattori all’origine delle cosiddette Primavere arabe, poi sfociate in rivoluzioni, restaurazioni violente e, in alcuni casi, guerre civili tutt’oggi in corso. Le Primavere arabe e l’instabilità che ne è conseguita sono state anche alla base di ingenti flussi migratori diretti verso l’Europa, dove sono stati strumentalizzati da partiti politici populisti e sovranisti che hanno utilizzato l’emergenza per avanzare la propria agenda di arretramento democratico.</p>



<p>Il rapporto IPCC rivela come, se non si agisce in maniera tempestiva, eventi climatici estremi quali ondate di calore, tempeste, siccità e inondazioni rischiano di avere conseguenze nefaste sulla sicurezza umana, con effetti a cascata sul piano geopolitico.&nbsp; Ma il nesso tra sicurezza umana e rischio geopolitico è valido anche in senso inverso: lo vediamo in questi giorni proprio nella crisi ucraina. Da Russia e Ucraina dipende circa un quarto delle esportazioni mondiali di grano. L’Ucraina è il maggior paese europeo per terra coltivabile, il primo esportatore di girasoli e prodotti derivati, l’ottavo esportatore mondiale di grano. È talmente centrale per il mercato alimentare mondiale che proprio un anno di cattivo raccolto in questo paese, nel 2010, dette origine a quell’aumento dei prezzi alla base delle Primavere arabe.</p>



<p>La guerra tra Russia e Ucraina avviene in un momento in cui il mercato alimentare mondiale è già sotto stress: i prezzi sono ai livelli massimi dal 2011 per effetto di una serie di cattivi raccolti, e i paesi più vulnerabili allo shock sono proprio i paesi in via di sviluppo. Dei 14 paesi per i quali il grano ucraino rappresenta un import essenziale, circa la metà soffre di insicurezza alimentare severa, inclusi Libano e Yemen, due paesi attualmente in situazione di emergenza umanitaria.</p>



<p>Ma se le sfide sono collegate, lo sono anche le risposte. La risposta all’aggressione russa e la risposta alla crisi climatica passano entrambe da una riduzione della dipendenza dai combustibili fossili. L’esigenza di ridurre le importazioni di gas russo è ormai riconosciuta a livello europeo, in parte per non alimentare le casse di un regime che si sta rendendo responsabile di un’aggressione contraria alle leggi del diritto internazionale, in parte per emanciparsi dalla strumentalizzazione dell’arma energetica da parte di Mosca, che già da alcuni mesi sta agendo per mantenere il prezzo del gas a livelli record.</p>



<p>Ma lo shock attuale deve essere utilizzato non come semplice spinta alla diversificazione degli approvvigionamenti, bensì come spinta per un’accelerazione verso un nuovo modello di sviluppo. Un modello basato su fonti di energia rinnovabile come base di un nuovo patto sociale in quei paesi in cui la rendita da fonti fossili alimenta sistemi autoritari; un modello basato non più su relazioni di dipendenza tra stati ma di interdipendenza e cooperazione, slegati dalla logica di accaparramento delle risorse che ha accompagnato lo sfruttamento delle fonti fossili. È per questo che, nella disperata ricerca di fonti di energia alternative al gas russo di questi giorni, occorre tenere presente che il gas da fornitori alternativi rappresenta una soluzione per tamponare l’emergenza, ma non può rappresentare una scelta di lungo periodo. In particolare, preoccupa la frenetica ricerca di fornitori alternativi tra i paesi del Mediterraneo, tra cui l’Algeria, dove si è recato in visita il ministro degli Esteri Di Maio lo scorso 28 febbraio. A seguito della visita, la Farnesina ha annunciato di essere pronta a una nuova cooperazione energetica con l’Algeria “sul breve, medio e lungo periodo”.&nbsp; È proprio quest’ultima parte a destare preoccupazione: la cooperazione energetica sul medio e lungo periodo con l’Algeria dovrebbe essere incentrata su un sostegno alla giusta transizione nel paese; una gestione ordinata della transizione energetica in linea con gli imperativi della giustizia climatica, e da cui discenda auspicabilmente un nuovo patto sociale, non più basato sul compromesso autoritario tipico dei paesi dipendenti dalla rendita da oil&amp;gas. Al contrario, il rafforzamento dell’attuale relazione basata sull’estrazione e lo sfruttamento delle risorse appare pericoloso per almeno due motivi: si ritarda la transizione ecologica del paese, che dovrebbe invece cominciare oggi stesso data l’elevata fragilità climatica non solo dell’Algeria ma dell’intera regione mediterranea, un vero e proprio hub del cambiamento climatico. In secondo luogo, si sostituisce una dipendenza con un’altra dipendenza, non tenendo conto del fatto che, nonostante l’apparente stabilità, l’Algeria è un paese molto fragile, oggi ancora più esposto al rischio di una nuova Primavera araba insieme ad altri paesi della regione Mena proprio a causa dei segnali allarmanti che vengono dai mercati alimentari mondiali. Dal momento che il processo di transizione ecologica, soprattutto nei paesi dipendenti dagli idrocarburi, richiede tempo e risorse, occorre cominciare a investirvi fin da oggi.&nbsp;</p>



<p>Se dunque in questi giorni l’attenzione e il dibattito sono concentrati, a ragione, sulla guerra in Ucraina, ciò non deve distogliere l’attenzione dai profondi rischi per la sicurezza umana che incombono a causa del cambiamento climatico. Non si tratta di scegliere ciò che è prioritario, o di derubricare l’azione climatica come non altrettanto urgente rispetto alla situazione in Ucraina. Sicurezza climatica e geopolitica sono infatti profondamente interconnesse. Ci attendono inoltre mesi impegnativi sul fronte economico, a causa della guerra. L’azione climatica potrebbe dunque venire percepita come poco urgente rispetto agli imperativi della crescita economica a ogni costo. Ma agire con urgenza sul fronte climatico non significa sposare il paradigma della decrescita felice: significa lavorare incessantemente per la costruzione di un nuovo modello di sviluppo che affianchi crescita economica e tutela del pianeta; una crescita economica che sia per tutti, equamente distribuita, fuori dalle logiche del profitto a ogni costo; una crescita economica, insomma, che rimetta al centro l’umano e i suoi diritti. Ci attendono mesi impegnativi e trasformativi: occorre agire perché dalla crisi emerga un sistema diverso, un sistema che rimetta al centro la sicurezza umana.&nbsp;</p>



<p><strong>Di seguito si individuano alcune indicazioni di policy che dovrebbero guidare l’azione del governo nei prossimi mesi:</strong></p>



<p>Nella ricerca di fornitori alternativi alla Russia, è necessario <strong>compiere un’attenta analisi costi-benefici </strong>dell’opportunità di stipulare nuovi accordi di fornitura di fonti fossili rispetto al formulare investimenti nella transizione ecologica degli stessi paesi. Se nel breve periodo infatti nuove forniture di gas e petrolio sono necessarie per compensare le minori importazioni dalla Russia, sul medio e lungo periodo anche la formulazione di partnership sull’energia deve essere guidata dal principio dell’accelerazione sullo sviluppo di rinnovabili ed efficienza energetica che emerge dalla nuova strategia europea RePowerEU. Durante l’ultimo meeting dei paesi esportatori di gas, tenutosi a fine febbraio in Qatar, questi hanno sottolineato come il riorientamento delle loro forniture verso l’Europa richieda massicci investimenti in infrastrutture e contratti a lungo termine: questi investimenti sono però incompatibili con gli obiettivi di azione climatica sottoscritti dai paesi firmatari dell’accordo di Parigi, e rischiano pertanto di divenire stranded assets.</p>



<p>Nella creazione di nuove partnership energetiche con i paesi del Mediterraneo e dell’Africa, <strong>delineare strategie di lungo periodo che portino a una giusta transizione,</strong> e non blocchino né questi paesi né l’Italia in relazioni di dipendenza dai combustibili fossili. Le nuove partnership devono dunque includere oltre a un aumento delle forniture di combustibili fossili nel breve periodo, anche una strategia per il medio e lungo periodo che possa portare questi paesi a dispiegare l’enorme potenziale di sviluppo di rinnovabili. Il loro utilizzo deve avvenire in maniera primaria per lo sviluppo economico in loco, necessario alla stabilità politica, e in maniera secondaria per l’esportazione verso l’Europa. A livello di infrastrutture, ciò significa prediligere la costruzione di interconnessioni elettriche in grado di supportare nel breve periodo il gas e nel medio-lungo l’elettricità prodotta da rinnovabili, anziché gasdotti. </p>



<p><strong>Dare massima trasparenza ai contenuti delle intese</strong> e dei nuovo accordi siglati durante le missioni del ministro Di Maio in Algeria, Qatar, Angola, Repubblica Democratica del Congo, così come alle nuove intese che verranno siglate nelle prossime settimane. In questo momento, cittadini e imprese pagano il prezzo più alto della crisi energetica in atto: è loro diritto dunque essere pienamente informati delle scelte politiche alla base così come dei termini economici delle nuove partnership energetiche dell’Italia.</p>


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		<title>Responsabilità penali individuali per l’aggressione in corso in Ucraina: 4 proposte sul possibile ruolo dell’Italia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea de Guttry, Luca Poltronieri Rossetti, Emanuele Sommario]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 01 Mar 2022 19:16:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Policy brief]]></category>
		<category><![CDATA[Russia e Asia centrale]]></category>
		<category><![CDATA[Putin]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>
		<category><![CDATA[ucraina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’aggressione della Federazione Russa contro l’Ucraina è un evento di enorme portata per le sue implicazioni sul quadro&#8230;</p>
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<p class="has-drop-cap is-style-default">L’aggressione della Federazione Russa contro l’Ucraina è un evento di enorme portata per le sue implicazioni sul quadro politico e giuridico internazionale. La reazione della Comunità internazionale si è tradotta principalmente in sanzioni contro la Russia. Vi sono però anche profili di responsabilità penale individuale a carico di quanti sono coinvolti nel conflitto: si tratta di aspetti assai rilevanti anche perché possono avere un impatto significativo.</p>



<p>Né l’Ucraina, né la Federazione Russa e neppure la Bielorussia sono Stati Parte allo Statuto della Corte penale internazionale (CPI). Ciò nonostante, l’Ucraina si è avvalsa della facoltà di accettare la competenza della Corte tramite un’apposita dichiarazione. Tale dichiarazione, fatta dal Governo ucraino nel 2015, conferisce alla Corte competenza su quanto accade sul territorio ucraino “a partire dal 20 aprile 2014” e “per una durata illimitata”.</p>



<p>L’attacco da parte della Russia e della Bielorussia contro l’Ucraina è, dal punto di vista tecnico, un “atto di aggressione”, capace di dar luogo alla responsabilità penale individuale di chi lo ha deciso, pianificato, iniziato ed eseguito in base allo Statuto della CPI. Nel caso di specie, le regole della Corte le precludono la possibilità di procedere per il crimine di aggressione. La Corte potrà però esercitare pienamente la sua competenza per gli altri presunti crimini – da qualunque parte vengano commessi – in territorio ucraino, ossia atti di genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra in virtù di una iniziativa autonoma del Procuratore. A tal fine servirebbe una previa autorizzazione di una Camera preliminare della Corte, che non sarebbe tuttavia necessaria nel caso fosse uno Stato parte a riferire il caso alla CPI. Lo stesso Procuratore ha già affermato la propria volontà di aprire un’indagine.</p>



<p>Peraltro, il sistema della Corte si basa sul principio di complementarità: spetterebbe anzitutto agli Stati Parte adoperarsi per perseguire e reprime i crimini; la Corte interverrà solo se questi si rivelino incapaci o non intenzionati a procedere. Va infatti ricordato che tutti gli Stati hanno potenzialmente titolo per perseguire i presunti crimini internazionali commessi o in corso di commissione in Ucraina in base ai criteri di competenza previsti dalle rispettive legislazioni penali. Gli Stati il cui diritto penale consente di procedere sulla base della cosiddetta “giurisdizione universale” (ossia anche in assenza di qualunque collegamento territoriale o personale con lo Stato che procede), potrebbero non solo colmare il deficit di competenza della Corte penale internazionale sul crimine di aggressione, ma anche rappresentare una seria spina nel fianco per i presunti autori degli altri crimini internazionali. Questi potrebbero vedere infatti limitata la propria libertà di circolazione in quanto possibili destinatari di mandati di arresto o a comparire davanti a tribunali nazionali.</p>



<p>La combinazione di indagini e procedimenti penali al livello internazionale e nazionale consentirebbe – se opportunamente utilizzata – di chiamare i responsabili di presunti crimini internazionali commessi in Ucraina a rispondere davanti alla giustizia, con la possibilità di limitarne la libertà di movimento e, se effettivamente sottoposti a processo e condannati, di irrogare nei loro confronti condanne penali e di costringerli a riparare il pregiudizio causato alle vittime. Infine, va ricordato che per molte delle condotte che costituiscono crimini internazionali vige in base a norme di trattati internazionali l’obbligo o di sottoporre a processo penale o di estradare (c.d. <em>aut dedere aut judicare</em>) i presunti responsabili che si trovino nella disponibilità dello Stato.</p>



<p>È auspicabile che su iniziative di questo genere si possa formare un’ampia convergenza tra gli Stati della Comunità internazionale affinché la drammatica situazione in Ucraina possa rappresentare una importante occasione per rinnovare l’impegno di tutti per la difesa e promozione del diritto e della giustizia internazionali.</p>



<p>Di seguito quattro proposte concretamente percorribili dall’Italia per favorire l’accertamento di responsabilità penali in riferimento ai fatti in corso in Ucraina e in altri futuri scenari di conflitto</p>



<h2 id="le-proposte" class="cnvs-block-section-heading cnvs-block-section-heading-1646162636776 halignleft" >
	<span class="cnvs-section-title">
		<span>Le Proposte</span>
	</span>
</h2>



<ol class="wp-block-list"><li><strong>L’Italia potrebbe adoperarsi, anche presso gli altri Paesi dell’UE e/o in seno all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, affinché sia presentata collettivamente da più Stati una comunicazione o una denuncia formale congiunta al Procuratore della CPI &#8211; che ha già dichiarato la propria intenzione di procedere &#8211; invitandolo direttamente ad effettuare indagini su quesSsta situazione al fine di determinare se una o più persone particolari debbano essere accusate per crimini di genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra.</strong></li><li><strong>L’Italia potrebbe dare un importante segnale di coerenza dando piena attuazione nel proprio ordinamento penale al crimine di aggressione, come disciplinato dallo Statuto della Corte penale internazionale, al pari di altri Paesi europei.&nbsp;</strong></li><li><strong>L’Italia potrebbe prendere in considerazione di introdurre nel proprio ordinamento giuridico il principio di giurisdizione universale per i crimini internazionali, dal quale potrebbero scaturire in futuro processi penali capaci di dare giustizia alle vittime di crimini per i quali risulti impossibile o estremamente difficile esercitare la competenza a livello internazionale.</strong></li><li><strong>L’Italia potrebbe rendersi protagonista di iniziative diplomatiche nelle sedi internazionali affinché  gli Stati che condannano gli atti di violenza occorsi sul territorio ucraino dichiarino espressamente che daranno piena attuazione all’obbligo <em>aut dedere aut judicare</em> previsto da norme dei trattati internazionali, per assicurare che non vi sia impunità per crimini internazionali.</strong></li></ol>



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